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03.10.2018 - 06:10
di Andrea Manna

Lotta alla mafia e indagini da Berna, dubbi politici

Polizia federale e centralizzazione delle inchieste, Marco Romano interpella il governo. ‘Mi chiedo se non si sia perso il contatto con le realtà locali’

Una serie di domande al Consiglio federale per capire se l’apparato investigativo elvetico, così come strutturato attualmente, permetta di contrastare in maniera efficace la criminalità organizzata. A porre i quesiti – con un’interpellanza – è il consigliere nazionale ticinese Marco Romano. «Mi chiedo e chiedo al governo – dice il parlamentare popolare democratico interpellato dalla ‘Regione’ – se la decisione della Polizia federale di centralizzare a Berna il coordinamento delle proprie ‘antenne’ cantonali e dunque delle inchieste su terrorismo e mafia si sia rivelata col tempo una mossa azzeccata oppure se non abbia fatto perdere alla Fedpol, come temo, il contatto con le dinamiche locali e più in generale con la realtà». Una realtà fatta anche di associazioni appunto di stampo mafioso. Per esempio la potente ’ndrangheta. Dedita oggi in particolare a riciclare anche nel nostro cantone denaro sporco, come hanno dimostrato processi e rogatorie provenienti dall’Italia.

Ma veniamo all’atto parlamentare depositato da Romano nei giorni scorsi. “Nell’ambito della riorganizzazione del 2016 della Polizia federale (Fedpol) la lotta al crimine organizzato – scrive a mo’ di premessa il deputato al Nazionale – è stata centralizzata a Berna. I responsabili di Fedpol dichiararono che per il Ticino sarebbe cambiato poco, che si sarebbe avuta una maggiore coerenza e che gli uomini sul terreno sarebbero stati avvantaggiati”. Il politico vuole però vederci chiaro. E chiede anzitutto quante inchieste, dall’insediamento in Ticino dell’antenna della Fedpol, sono state aperte “per crimine organizzato di stampo mafioso” e quante sono sfociate in una condanna “cresciuta in giudicato giusta l’articolo 260ter del Codice penale svizzero”. Si tratta della norma che punisce partecipazione e sostegno a un’organizzazione criminale. Seguono gli altri quesiti. Dopo “la centralizzazione a Berna della lotta al fenomeno mafioso”, quante indagini sono state aperte dall’antenna di Lugano e quante sono terminate “con una condanna cresciuta in giudicato giusta l’art. 260ter?”. Gli effettivi presenti e le attività pianificate dalla Fedpol in Ticino consentono “di monitorare costantemente i fenomeni legati alle organizzazioni di stampo mafioso?”. Esiste “una mappatura concreta e aggiornata del fenomeno?”. A quante inchieste ha partecipato “la Polizia cantonale ticinese?”. E “come è valutata la collaborazione tra Fedpol e Polizia ticinese?”. Dal 2016 “quante inchieste sono state condotte in comune tra Fedpol e Polizia cantonale?”. Ultima domanda al Consiglio federale: “A margine dell’attività corrente di polizia, quali strumenti vengono adottati per arginare e combattere i pericoli derivanti dalle infiltrazioni mafiose nella ristorazione, nell’edilizia e nelle istituzioni?”.

La cooperazione tra polizie. Che, secondo Romano, sarebbe «tutt’altro che ottimale: da mie informazioni, quando la nostra polizia cantonale segnala un caso sospetto a quella federale, quest’ultima sosterrebbe non di rado che il dossier non è di sua competenza e demanderebbe gli accertamenti ai nostri inquirenti. Insomma, la risposta tipica sarebbe ‘occupatevene voi’ e questo nonostante il caso sia palesemente di competenza degli organi investigativi federali». Anche questa situazione, aggiunge il parlamentare, «deriverebbe dalla centralizzazione: un processo, che ha interessato peraltro pure il Ministero pubblico della Confederazione, da esaminare ora attentamente e criticamente».

‘Riorganizzazioni da verificare’

Le riorganizzazioni «vengono fatte non per assicurare posizioni di prestigio ai capi ma per rendere efficiente ed efficace una struttura». E allora, osserva Romano, «se a verifiche fatte queste centralizzazioni si rivelassero improduttive ai fini della lotta al crimine organizzato, la politica dovrebbe ipotizzare scenari alternativi. Si potrebbe pensare a un maggior coinvolgimento dei Cantoni e a una decentralizzazione, sul territorio, di tutte le forze possibili. Con un ufficio federale che dovrebbe servire solo a coordinare, quando necessario, le indagini che toccano più cantoni e a gestire i contatti investigativi con l’estero».

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