Ticino
19.01.2018 - 10:040

Rsi, ovvero noi

Nessuno meglio di Michele Fazioli conosce il mondo televisivo. Un incontro sulla Radiotelevisione svizzera di lingua italiana e dintorni

Michele Fazioli è fra quelli, in Canton Ticino, che conosce il mondo radiotelevisivo come pochi. Quarantacinque anni alla Rtsi prima e Rsi poi. Una lunga e gratificante carriera sino alla responsabilità di tutta l’informazione trasmessa da Comano e Besso. Oggi è in pensione e ha lo sguardo di chi sa leggere la realtà con delicato – e quasi imbarazzato – distacco, senza perdere il gusto della partecipazione. Che resta vivace, tutta intera, ma non più “militante”. Chiedere a lui, che ha intervistato Umberto Eco, cos’è la televisione è come chiedere a una maestra di spiegarci l’ABC. Ecco perché glielo abbiamo chiesto. Per capire cosa sta succedendo. Nella Svizzera italiana in particolare, alla vigilia della votazione popolare lanciata per abolire il canone radiotelevisivo.

Allora Michele Fazioli cos’è stata e cosa è oggi la Rsi?

È stata ed è la voce della Svizzera italiana. Ricordo che da bambino ascoltavamo in casa la radio che trasmetteva i notiziari, la commedia, i concerti. Ciò che accadeva nel mondo e fuori di casa, era portato dentro dalla radio. Poi è arrivata la televisione e anche noi ticinesi abbiamo acquistato dignità in quanto possessori della radiotelevisione. In un Paese che ha quattro culture, quasi miracolosamente saldate insieme, se ognuna di queste non ha una voce radiotelevisiva pubblica e autonoma, si tarpa le ali. Qualcosa non funziona più.

Come dire che la nostra identità svizzeroitaliana è figlia anche della Rsi?

Attraverso la Rsi è passata e passa non solo l’informazione, senza la quale un Paese non è nemmeno libero tant’è vero che nelle dittature l’informazione è controllata, ma è passata e passa la cultura, passa la vita di una comunità, passa il dibattito civile, comprese le polemiche.

Che può garantire solo il servizio pubblico?

Ci sono cose che devono essere garantite a tutti con equidistanza e un giudizio sopra le parti. Ci sono momenti nella vita civile in cui il servizio pubblico è necessario. Non esclusivo, tant’è che non ho mai amato il monopolio. Vale per la sanità come per l’educazione, per la formazione e per la radiotelevisione, ma un servizio pubblico ci deve essere. Fatta l’eccezione Stati Uniti d’America, che sono un’isola a parte per la loro storia, non c’è paese civile e avanzato che non abbia un servizio pubblico radiotelevisivo. Vorrà dire qualcosa.

Che rappresenta l’equità, la democrazia, ma è anche garanzia di equilibrio perché lontano dalla logica del profitto...

Il privato pensa al profitto e fa bene perché se apro una bottega voglio guadagnare anche se poi mi piace il mio mestiere. Nello stesso tempo il privato ha anche diritto di coltivare propri obiettivi soggettivi. Il servizio pubblico persegue i conti sani, se può, però deve anche assicurare per mandato equidistanza, equilibrio e pluralismo che costituiscono l’ossatura di uno Stato federale come il nostro dove le minoranze devono avere la stessa voce delle maggioranze. Il che non toglie spazio al privato che anzi, funge da stimolo.

La sua è stata senza dubbio una lunga e importante carriera. Cosa ha voluto dire lavorare alla Rsi? Intendo, si coglie una consapevolezza particolare date le ampie opportunità offerte a un giornalista?

Beh, lo posso dire dopo tanti anni... Ho ricevuto due offerte di lavoro eccellenti da parte di due giornali. Alla fine dissi di no perché mi identificavo con questa radiotelevisione, dove ero entrato giovanissimo e ho lavorato quarantacinque anni. C’era persino un senso di orgoglio. Ricordo i primi tempi alla radio, quando si usciva con quel registratore pesantissimo e la gente ci identificava subito: “Arriva la radio”. Via via ho sempre constatato che al di là delle critiche anche giuste, che magari abbiamo meritato, noi portavamo in giro qualcosa in cui la gente si identificava. Stesso discorso poi con la televisione. Questa saldatura “noi” e ”voi” l’ho sempre avvertita. Forse oggi c’è più malumore, ma sono tempi di polemiche.

Cosa è cambiato in questi anni che ha incrinato il rapporto che lei citava?

I reclami ci sono sempre stati. Anche quando ero giovane. Ricordo quand’ero capo dell’Informazione: ci criticava la destra perché eravamo di sinistra e la sinistra perché non eravamo... abbastanza di sinistra. Del resto il giornalista è critico per natura e questo viene scambiato spesso come posizione di sinistra. Qualche sbilanciamento esiste ma non incrina la professionalità e la correttezza di fondo. Oggi ho l’impressione che i toni della vita pubblica si siano accesi in generale. Da “piove governo ladro” a “piove televisione ladra” il passo è breve. La mancanza di fiducia fra il cittadino e ciò che rappresenta l’autorità, è tema per tutti e assai più accentuato rispetto al passato.

C’è frattura fra l’alto e il basso...

Certo, ma nonostante tutti questi malumori mi capita ancora di sentire in giro un grande affetto per la Rsi. Si contesta questo o quello, ma poi si vuol bene al prodotto. Non solo passato. Il cane Peo, ‘La costa dei Barbari’... In verità si difende la nostra realtà che va in scena ogni sera, raccontata, testimoniata, commentata e approfondita. Di più. Anche coloro che dicono “ma no, basta Rsi, basta canone” sono gli stessi che dicono “non sono venuti a filmare la nostra festa, a intervistare il nostro sindaco”. Si dà per scontato che la Rsi ci sia e non si accetta nessun sacrificio per mantenerla.

L’altro paradosso è che s’invoca e si rivendica il servizio radiotelevisivo pubblico perché nostro e poi chi ci lavora viene considerato privilegiato, distante. Si direbbe quasi un conflitto fra genitori e figli...

È una bella metafora. Nell’adolescenza si contestano papà e mamma, ma al contempo guai a chi ce li tocca. Staccati dal Paese? Ma come! Andate alla Valascia, a Cornaredo o in Gran Consiglio, andate sul San Gottardo per la messa del vescovo, andate al carnevale, andate dove batte il cuore del Paese e la Rsi è lì. Altro che lontani. E mi lasci dire qualcosa sul privilegio, che già ce lo dicevano quando c’ero anch’io. Intanto per me è stato un privilegio, nel senso della soddisfazione direi quasi morale, lavorarci. Privilegiati? Certo, anche chi lavora in Ferrovia rispetto a chi rischia di più. La Rsi rappresentava una certezza, come le ex regie federali. Lavorarci voleva dire essere a posto sino alla pensione. L’idea del privilegio nasce dal fatto che si tratta di un servizio pubblico, garantito. Per quanto oggi in pericolo. Ma privilegio dove? Anche voi siete privilegiati nel fare questo mestiere, essere dentro la realtà e raccontarla.

Sarà che oggi prevale l’idea di far capo a un servizio senza pagarlo. Perché si deve pagare il canone Ssr?

Anche se voglio leggere un giornale lo devo comprare. Tutto ha un prezzo. Del resto anche i prodotti che non paghiamo direttamente, ad esempio con un canone, li paghiamo poi con le imposte, come ogni servizio pubblico. Non c’è paese civile che non abbia questa forma di finanziamento da parte dello Stato, indirettamente, per garantire questa voce vitale. Se passa l’iniziativa ‘No Billag’ è inutile parlare di riformare la Rsi. In realtà è come tagliare le corde vocali a una voce essenziale, oltretutto minoranza linguistica.

Cos’è la Rsi per il resto della Svizzera?

Ricordo che quando giravo venti, trent’anni fa oltre S. Gottardo gli italofoni mi riconoscevano per le strade, poi col satellite sono arrivate tutte le reti d’oltre confine, ma cosa succede in Svizzera ancora oggi ai circa 500mila italofoni glielo diciamo solo noi.

Pensavo anche al patrimonio culturale prodotto dalla Rsi, che è valorizzazione della lingua italiana.

Certo, se l’italiano è un alibi per far passare un pezzo di discorso, mal letto, il primo dell’anno dal presidente della Confederazione, ha poca vita. Deve appunto vivere, pulsare e in questo senso anche grazie alla Rsi, l’italiano è portatore di cultura. Penso anche ai tanti svizzerotedeschi che amano la lingua italiana e che hanno ricevuto, nelle loro case, la voce di Rita LeviMontalcini, di Umberto Eco. Le grandi voci della cultura. Io stesso ho intervistato grandi personaggi, ma se non fossi stato attivo nel servizio pubblico certo non avrei potuto conoscere e far conoscere.

Ma non ne abbiamo già abbastanza di voci libere e forti a tutela dell’italianità?

Io dico beato quel Pese che può contare su tre quotidiani, vari settimanali, quindicinali, una radiotelevisione pubblica con due canali televisivi e tre radiofonici, una televisione privata e due radio private. Troppi? Tutte le dittature hanno avuto un giornale solo e una sola televisione. Non dobbiamo lamentarci per i troppi organi d’informazione perché la concorrenza, la mescolanza, rendono più vivaci e più attenti. Noi abbiamo lunghe tradizioni, sin dalle lotte ottocentesche. Siamo un Paese viziato dalla buona informazione. Il pubblico pensa che tutto questo sia scontato e che debba essere gratuito, automatico come il sole che nasce tutte le mattine. Invece ha una storia, un percorso e dei costi.

C’è consapevolezza di tutto ciò?

Ho l’impressione che sotto sotto si tenda a dare per scontato che comunque vada con la votazione sulla ‘No Billag’ tutto poi si aggiusterà. Si tirerà fuori un piano B, insomma la Ssr ci sarà ancora. Non è vero! L’iniziativa impedisce alla Confederazione di finanziare direttamente o indirettamente la produzione radiotelevisiva, il cui diritto di concessione verrà messo all’asta per i grandi gruppi di potere. No Billag vuol dire di fatto no Ssr, no Rsi. Riformiamo pure, ammoderniamo in futuro ciò che i tempi richiedono, ma per snellire la corsa di una nave non bisogna mica affondarla, bisogna farla navigare.

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