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29.09.2019 - 15:460
Aggiornamento : 05.10.2019 - 12:13

La Lega torna a parlare di barricate e Ghiggia si accosta al Nano

Oltre 400 persone al Conza per il pranzo elettorale del Movimento. Il candidato: 'Anche Bignasca era attaccato con mezzucci. 30 anni dopo non sono cambiati'

A tre settimane dalle elezioni nel vocabolario dei candidati della Lega tornano prepotentemente le barricate, la lotta contro la partitocrazia e il senso "dell'essere leghista". Mentre Battista Ghiggia, sotto pressione per la vicenda delle 13 frontaliere passate dalle sue dipendenze negli anni, si accosta alla figura di Giuliano Bignasca: «Quante volte hanno attaccato il Nano con mezzucci di vario genere. Ma lui  non ha mai mollato ed è andato avanti. A distanza di 30 anni i mezzucci sono sempre gli stessi...», ha detto l'avvocato luganese di fronte a oltre 400 simpatizzanti riuniti sul mezzogiorno al padiglione Conza di Lugano, tracciando un parallelo indiretto, ma chiaro.

«La Lega è nata nel 1991 per combattere la partitocrazia, le grandi famiglie e la burocrazia, oggi non è cambiato nulla: bisogna riprendere quella lotta», ha proseguito tra gli applausi Ghiggia, che ha più volte alternato il ricordo della nascita del movimento di via Monte Boglia alle risposte, dirette e indirette, sulle polemiche che lo hanno travolto nelle ultime settimane. «Lo Stato è un colabrodo da cui trapelano dati personali – ha chiosato, riprendendo anche quanto scritto oggi sul Mattino –. Oggi tocca a me, magari domani a voi». E ancora: «In politica bisogna tornare a picchiare duro, come nel 1991» e  «mi attaccano perché sanno che io sono uno che picchia duro. Ma io affronto gli attacchi a viso aperto». Per poi aggiungere: «Mi scuso se qualcuno si è sentito disorientato da questa vicenda» e terminare ribadendo: «A Berna non siamo in governo e per questo diamo più fastidio. Vi prometto che ne daremo ancora di più. Ci vuole più leghismo a Berna».

Il ritorno al '91, alle barricate e al Nano lo si è ritrovato in diversi discorsi di chi si è alternato sul sul palco del Conza, quasi a riflettere quanto scritto da Boris Bignasca qualche settimana fa su Facebook  – "Questa Lega (delle cadreghe che non lotta più, ndr.) non sarebbe piaciuta al Nano" –. Lui, Bignasca junior, non parla, non risponde quando gli chiediamo se e quanto il suo post abbia influito su questo cambio di accenti. Un 'fil rouge' nei discorsi che è comunque parso evidente.

'Tornare a lottare'

«Dobbiamo insistere, continuare a combattere», è stato il messaggio della deputata alla camera bassa Roberta Pantani. «Se andate a vedere chi vota cosa, vedrete che negli ultimi 5 anni tra Plr, Ppd e Ps nessuno si è preoccupato di difendere il nostro territorio. Lo facciamo solo noi. E per noi sarebbe importante avere qualcuno agli Stati che la pensi in modo analogo invece di qualcuno che vota esattamente il contrario».

«La prima battaglia del Nano e di Maspoli fu l'opposizione all'adesione allo spazio economico europeo nel 1992 – ha commentato l'altro deputato uscente, Lorenzo Quadri –. Dobbiamo ritrovare quello spirito». E ancora: «Nei prossimi anni si deciderà il futuro del paese. Se, insomma, rimarremo uno stato sovrano o se diventeremo una colonia di Bruxelles. È ora che i ticinesi inizino a eleggere chi li rappresenta». Il riferimento è alla presunta discrepanza «tra quanto la popolazione del cantone vota» durante iniziative e referendum e chi poi «elegge».

Sul palco hanno poi preso la parola tutti i gli altri candidati: Natascia Caccia, Andrea Censi, Sem Genini, Michele Guerra, Alessandro Mazzoleni e Massimiliano Robbiani. Così come il presidente dell'Udc ticinese, alleato nella congiunzione delle lista a destra, Piero Marchesi, presente al Conza assieme al candidato democentrista agli Stati Marco Chiesa. Marchesi ha ribadito che «Udc e Lega sono gli unici due partiti a dire che, percorrendo un passo alla volta la strada già tracciata verso l'Ue dagli altri partiti, la Svizzera perderà la sua identità». A tre settimane dal voto «ci sono due scelte: o rimanere svizzeri o svendersi all'Ue. Tutti gli altri partiti vogliono questa seconda strada». 

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