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Mendrisiotto
04.04.2020 - 06:010

I doganieri di Chiasso rivendicano: 'Tutelate la nostra salute'

La visita dei vertici federali (brigadiere Noth in testa) in Dogana ha spinto il personale a esternare timori e ansie

Il Paese ha bisogno di loro in questo momento di emergenza sanitaria. E i doganieri in servizio alla frontiera sud lo sanno bene. Infatti, non si sono tirati indietro: la Svizzera deve potersi approvvigionare e le merci (derrate alimentari e medicinali) vanno sdoganate. Tant'è che in queste settimane, ridotte le pratiche burocratiche al minimo, l'unico impedimento fra loro e il posto di lavoro è stato solo il Covid-19. Del resto, nel Mendrisiotto i primi casi positivi - due, nel frattempo rientrati al lavoro - sono stati registrati proprio a Chiasso strada. Il punto è che, giorno dopo giorno, i malati aumentano e il contagio si estende. L'ultimo esito positivo al test lo si è avuto giusto oggi, venerdì. E adesso l'impressione è che il 'focolaio' si sia spostato a Brogeda merci e che i provvedimenti siano arrivati, sì, ma in ritardo. Sull'altro versante, quello, italiano, da tempo funzionari e finanzieri si muovono bardati con mascherine, guanti e visiera.

L'Amministrazione federale delle Dogane (AFD), però, preferisce non dare cifre sul quadro sanitario. Anche se da nostre informazioni tra collaboratori sottoposti al tampone e colleghi a casa se ne contano circa una ventina (inclusi alcuni dirigenti e, da subito, gli impiegati parte delle categorie ritenute più a rischio). «Ogni tanto - ci raccontano - qualcuno telefona e dice di non stare bene». E lì scatta l'inevitabile autoisolamento. Così con i contagiati e i funzionari in quarantena cresce pure la preoccupazione. Timori e ansie che venerdì i funzionari non sono più riusciti a soffocare. Soprattutto davanti agli alti dirigenti sbarcati al valico.

Giornata di visite in Dogana a Chiasso

Dapprima è stata la volta del capo del personale dell'Amministrazione federale delle Dogane da Berna Martin Weissleder (accompagnato da due dirigenti di Lugano). Poi nel pomeriggio a far visita ai collaboratori sono arrivati pure il direttore Silvio Tognetti, responsabile per la Regione sud, e il brigadiere Jürg Noth, capo del Corpo delle Guardie di Confine CGCF e sostituto del direttore. Un'occasione per tutti per effettuare un 'tour' dei vari spazi di lavoro, ma soprattutto per aprire un dialogo schietto con i doganieri; che di cose da dire ne avevano, eccome. Un momento nel quale si sono condensate esternazioni e rivendicazioni, per non essere dimenticati. Nessuno se la sente di esporsi, ma c'è chi (fuori microfono) si lascia andare. «La sensazione - confidano a 'laRegione' - è che qui ci si stia ammalando. In qualche modo il virus è entrato pure da noi». Il che alimenta altresì altre ansie, in particolare per mogli e figli. «Alcuni - ci spiega il nostro interlocutore (nome noto alla redazione, ndr) - hanno preferito isolarsi dalla famiglia e andare ad abitare da un'altra parte». I funzionari sono turbati e non l'hanno nascosto ai 'capi', dando voce a tutta la pressione a cui sono sottoposti in questi giorni difficili per tutti. «Quello che ci si aspetta, adesso - continua il nostro interlocutore - è un'azione concreta da parte dei dirigenti in nome della tutela del personale, innanzitutto sull'aspetto medico». Si vorrebbe poter avere la consulenza dei medici Suva per sapere come comportarsi dopo aver superato i sintomi del coronavirus; e ci si aspetta di poter accedere al tampone prima di rientrare al lavoro. In altre parole, si spera venga riconosciuta la situazione particolare di Chiasso. E il messaggio sembra essere arrivato.

'La salute del personale? La priorità'

Sia chiaro, ci fa capire la portavoce delle Dogane Donatella Del Vecchio, sin qui sono state applicate le disposizioni dettate dall'Ufficio federale della sanità pubblica, con il quale ci si tiene uno stretto contatto. Regole di comportamento (come lavare di frequente le mani) e di distanza sociale che l'Amministrazione ha chiesto di adeguare, in particolare per chi opera i controlli ai valichi come in pattuglia (per le guardie di confine). Da martedì, infatti, si sono riviste alcune prassi. E laddove è inevitabile un contatto ravvicinato a meno di due metri per un tempo prolungato, ci conferma la portavoce, «i collaboratori possono adoperare le mascherine - ormai merce rara e destinata in primis ai sanitari, ndr -, che abbiamo in dotazione in quantità sufficiente». Per quanto riguarda gli spazi di lavoro, ad esempio alla dogana commerciale? «Da una parte il personale della sicurezza provvede a far rispettare le distanze all'esterno, come all'ingresso e nel padiglione interno, dove si è dosato l'accesso delle persone, e laddove necessario si sono posati dei divisori in plexiglass». In cima ai pensieri dell'Ammistrazione, ribadisce Donatella Del Vecchio, ci sono la sicurezza e la salute del personale; e in tal senso «l'AFD prende tutte le misure necessarie».

C'è chi invoca la messa in pericolo di un subalterno

Non mancano i contatti con le persone per chi lavora al confine o, per usare un termine militare, 'al fronte'. Che sia a un valico doganale o in pattuglia. E il fatto di non poter avere a disposizione le mascherine, ad esempio, ha portato a diversi malumori. Tanto da arrivare a ipotizzare l'infrazione di un articolo del Codice Penale Militare. Le Guardie di confine, infatti, sottostanno alla Giustizia militare. E il fatto che i quadri non abbiano fornito ai militi, a loro dire, sufficiente materiale di protezione, potrebbe averli portati a una situazione di 'pericolo'. Da qui, dunque, l'articolo 70 del codice menzionato: 'Messa in pericolo di un subalterno'. Insomma: 'chiunque, senza un sufficiente motivo di servizio, mette in serio pericolo la vita o la salute d'un subalterno o d'un inferiore è punito con una pena detentiva o con una pena pecuniaria (nei casi poco gravi si applica una pena disciplinare). A far chiarezza sull'argomento ci aiuta, da noi interpellato, un professionista nell'ambito del Codice penale militare. “La definizione di messa in pericolo è un concetto astratto che dev'essere analizzato in ogni caso concreto”  esordisce. Va altresì detto che, in ambito militare, “una messa in pericolo non è di per sè vietata (il Codice penale militare si applica, di principio, a delle persone in guerra e che quindi sono – vista la loro funzione – naturalmente esposti a un pericolo”. Fatte queste considerazioni “se gli agenti ritengono di essere stati esposti inutilmente a un rischio senza una ragione valida, hanno la possibilità di denunciare il fatto all'Ufficio dell'Uditore in capo a Berna, che è la più alta istanza della Giustizia militare svizzera. Non vi è da escludere che – commenta il nostro interlocutore – per una questione di prudenza, venga deciso di aprire un'assunzione preliminare delle prove al fine di far luce sulla situazione e stabilire se si è, o meno, in presenza di un reato. Alla fine della procedura, il Giudice istruttore dovrà redarre un rapporto all'indirizzo dell'Uditore in capo proponendo un'istruzione preparatoria (nel caso in cui venga ravvisato un reato e un responsabile), liquidare il caso in via disciplinare (se il caso fosse ritenuto di poca gravità) o non dar seguito al procedimento” Se dovesse essere aperta un'istruzione preparatoria – spiega ancora – il giudice dovrebbe chinarsi su una doppia analisi: esiste una ragione di servizio che permetta ai superiori di far loro effettuare una missione rischiosa?”.  Secondo il nostro interlocutore la risposta è affermativa: “Il fatto di dover pattugliare il confine in periodo di Covid-19 è chiaramente una missione che spetta alle Guardie di confine in quanto protettori dei confini nazionali e della popolazione". Sorge però un'altro quesito: Il fatto che lavorino senza mascherina è da considerarsi una messa in pericolo? "È una domanda molto complessa. La risposta a questa domanda può infatti essere differente tra la persona che si limita a guidare un veicolo e quella che invece procede alle perquisizioni corporali”. Spetterà al servizio giuridico, nel caso dovesse giungere una denuncia, sbrogliare il bandolo della matassa.

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