(fotoservizio Ti-Press/Pablo Gianinazzi)
Mendrisiotto
26.09.2018 - 05:500
Aggiornamento 09:57

Un ‘problema’ chiamato migranti

La serata informativa sul futuro Centro federale d'asilo ha messo a confronto istituzioni, popolazione e chi dà voce ai richiedenti

Ieri sera al Palapenz ci si è accorti che anche Chiasso (e con la città il Basso Mendrisiotto) è in Europa. Nonostante, di fatto, qui si sia ‘extracomunitari’, come il resto della Svizzera. Quella al Palapenz doveva essere, infatti, una serata informativa sul futuro Centro federale d’asilo a Pasture, lì fra Balerna e Novazzano; e in parte è riuscita ad esserlo. Ha rischiato di finire in rissa (nel senso che si è venuti quasi alle mani). Con conseguente intervento degli agenti di Polizia (che presidiavano l’incontro). E allontanamento dei ‘guastatori’: solo loro (e il nostro fotografo della Ti-Press Pablo Gianinazzi). Da una parte quello che, abbiamo saputo al termine, è un gruppo di cittadini – studenti, operai, persone che lavorano con i migranti che hanno già manifestato questa estate a Camorino – deciso a dimostrare la realtà dei centri di accoglienza. Dall’altra, chi li contestava. Alla fine (anzi, fin dalle prime battute) l’incontro si è rivelato uno spaccato della società di oggi, soprattutto quando viene messa di fronte alla ‘questione migranti’. Tra paure e disinformazione. È indubbio: non tutti guardano ai Centri federali con gli stessi occhi. Ciò che conta, però, è capire costa sta succedendo sulle rotte migratorie e cosa significherà convivere con un Centro di procedura quale quello che aprirà i battenti, dal terzo trimestre del 2019 in forma provvisoria e dal giugno 2023 in via definitiva. Ma questo, come ha chiosato in conclusione un moderatore d’eccezione, il già Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini, è la democrazia. E il dibattito ne è stato un «sofferto esempio».

Il significato di accoglienza

Il sindaco di Balerna Luca Pagani ha appena preso la parola, al suo fianco ci sono il sindaco di Novazzano Sergio Bernasconi e il sindaco di Chiasso Bruno Arrigon. Si dice preoccupato per l’incremento dei posti a disposizione». Che a Pasture diverranno 350 (a fronte dei 134 attuali di Chiasso). Quando fa cenno al «principio di accoglienza», che «non viene messo in discussione», si accende la miccia. Dalla sala una donna grida alla «ipocrisia». Da queste parte, scandisce, si è «sempre più razzisti». La reazione dall’altra parte della platea è immediata. Il primo a reagire è il capo dicastero Polizia di Coldrerio, Franco Crivelli. Ed è la bagarre, la prima. Altre donne danno man forte alla compagna, che viene allontanata a forza. Neppure Pedrazzini, che scende in sala, riesce placare gli animi. Ci riprova il Consigliere di Stato Paolo Beltraminelli a riavviare il discorso. Ma è per poco. Basta nominare la struttura di Cadro –«vi invito ad andare a vedere» – per riaccendere il confronto. A quel punto l’intervento di Polizia è drastico, e i componenti del gruppo vengono quasi tutti ‘espulsi’. Il dibattito riprende, con il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, Barbara Büschi, direttrice supplente della Sem e Micaela Crippa, a capo del centro di registrazione e procedura di Chiasso, nonché responsabile della Regione Ticino e Svizzera centrale. Per finire c’è spazio anche per le domande. Che rimettono il dito in quella che, per il gruppo spontaneo e non solo, è la vera condizione di vita dei richiedenti l’asilo.

Il Collettivo R-esistiamo

Spenti le luci, fuori quelli del Collettivo non sembrano molto convinti delle risposte isituzionali ricevute un momento prima dentro la sala. «Non ci danno delle risposte su ciò che avviene davvero». La reazione della platea (infastidita da quelle che sono state vissute come provocazioni) e della Polizia? Se l’aspettavano. «È difficile trovare un atteggiamento conciliante», ci dice una giovane del Collettivo R-esistiamo, così si firmano su un volantino che hanno portato al dibattito. «Volevamo affrontare il discorso, mostrare anche un’altra realtà dei Centri federali e cantonali. La volontà è quella di isolare le persone che vengono alloggiate. In Ticino – rincara – non hanno voce». Si parla tanto di sicurezza, dentro e fuori queste strutture, ci fa capire, ma il punto è un altro.

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