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Lugano
26.02.2019 - 18:190
Aggiornamento : 18:34

Mistero del testamento, pena sospesa condizionalmente

La coppia è stata prosciolta per i reati di riciclaggio e truffa, ma condannata per falsità in documenti. L'eredità contestata è stata inoltre dissequestrata.

«Irrilevante». Il giudice Ermani l'ha premesso ieri all'inizio del dibattimento e l'ha confermato oggi alla lettura della sentenza: per il procedimento conclusosi poco fa alle Assise criminali di Lugano, l'autenticità o meno del testamento che ha dato il via a tutta la vicenda, non ha alcuna rilevanza. A contare invece è il conseguente atto di notorietà rilasciato dalle autorità italiane e indispensabile per disporre dei circa tredici milioni di euro lasciati presuntamente dallo zio al nipote imputato. «Non solo sapevano che sarebbe stato impugnato dalla vedova – ha detto il presidente della Corte –, ma erano anche a conoscenza dell'esistenza delle quote legittime  di eredità», che avrebbero attribuito parte del lascito proprio alla moglie. Pertanto, la coppia è stata condannata per falsità in documenti: dodici mesi sospesi e tre anni di prova per lui, otto mesi sospesi per due anni a lei.

Rispetto alle pene proposte dalla procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti – oltre tre anni a testa –, si tratta comunque di un notevole ridimensionamento. I coniugi ereditieri sono infatti stati prosciolti sia dal reato di riciclaggio che da quello di truffa. Per quanto riguarda il primo capo d'accusa, «si sono limitati a trasferire del denaro. Quando guadagnato è attribuibile piuttosto al reato a monte e non all'aggravante per mestiere ipotizzata dall'accusa (il reato nella sua forma semplice sarebbe ormai prescritto, ndr)». Riguardo all'ipotetica truffa, il dito è puntato contro gli istituti bancari coinvolti «che non hanno fatto le doverose verifiche che s'imponevano» ha detto Ermani. Nello specifico – pur sapendo dell'esistenza di una vedova e delle pretese della stessa –, non avrebbero verificato come mai nell'atto di notorietà questa non apparisse. Non essendo stato compiuto un inganno astuto da parte degli imputati, l'accusa è caduta. Il giudice ha tuttavia aggiunto che «se oggi non rispondono di truffa è solo per negligenza di terzi (le banche, ndr)».

La differenza di pena fra gli imputati è dovuta principalmente all'incensuratezza della donna, mentre il marito non solo aveva già diversi precedenti in Italia, ma è stato anche condannato per un'infrazione alle norme della circolazione commessa in Svizzera. Rinviate al foro civile le pretese (oltre 150'000 franchi) dell'accusatrice privata, ossia la vedova, mentre sono stati negati gli indennizzi richiesti dagli imputati – 12'000 franchi circa – per i due mesi di presunta carcerazione ingiusta scontati nel 2013, essendo stata emessa una condanna.

Caso chiuso quindi? Non proprio. La Corte ha infatti dissequestrato i beni finanziari oggetto del procedimento, che torneranno quindi alla coppia. Ma in Italia è già da anni in corso una vertenza civile affinché i soldi siano messi a disposizione di una comunione ereditaria, per altro non meglio chiarita in aula. Si profila ora una nuova pretesa civile anche in Svizzera a seguito della sentenza odierna.

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