Luganese
11.01.2019 - 12:040
Aggiornamento : 13:16

Rapporti a rischio Hiv e droga, in aula: 'Non sono un untore'

A processo un uomo accusato di aver spacciato mezzo chilo di eroina e – sapendo di essere sieropositivo, senza curarsi – di aver avuto rapporti non protetti

«Non siamo negli anni Novanta, mi sto curando: la dottoressa mi ha detto che non sono più infettivo». È stata toccante la testimonianza del cinquantenne – imputato in un processo alle Assise criminali di Lugano –, accusato oltre fra le altre cose di aver avuto rapporti a rischio a causa della sua sieropositività. L'uomo ha riferito in aula infatti delle difficoltà che sta attraversando in carcere, da quando è emerso il caso un paio di mesi fa. «Sta vivendo una carcerazione difficile – ha confermato la legale della difesa, Luisa Polli –: tutti i giorni deve affrontare ignoranza e discriminazione a causa di alcuni compagni di detenzione».

Lo stigma e l'isolamento sociale che l'uomo è costretto ad affrontare è legato alle ipotesi di reato a cui deve rispondere. Dopo aver appreso di aver contratto il virus dell'Hiv – e senza la possibilità di iniziare una cura, non avendo in quel periodo (siamo a fine 2017) copertura sanitaria –, il 50enne ha avuto svariati rapporti sessuali non protetti con una donna, che di fatto ne era l'amante. L'imputato ha infatti effettuato le analisi mediche che hanno decretato la sua sieropositività dopo che a sua volta la compagna è stata riscontrata positiva al virus, contagiata proprio dall'accusato. È pertanto accusato di ripetute lesioni gravi e ripetuta tentata propagazione di malattie dell'uomo. Reati tentati, perché fortunatamente la donna è rimasta sieronegativa. «Non c'era un'intenzione diretta di contagiare nessuno» ha sostenuto Polli durante l'arringa.

Oltre a questi reati, l'uomo – ex tossicodipendente – è inoltre accusato di infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti. Ha spacciato oltre mezzo chilo di eroina (di cui la stragrande maggioranza a una persona singola e in generale a consumatori locali), oltre a quantitativi molto più ridotti di altre droghe: reati ammessi. «L'ho fatto perché ero senza lavoro e desideravo avviare un'attività in proprio (nella gastronomia, poi effettivamente iniziativa, ndr) e avevo bisogno di soldi».

La procuratrice pubblica Pamela Pedretti ha chiesto tre anni e mezzo da scontare interamente e otto anni di espulsione: «Non è stato collaborativo e purtroppo dagli errori precedenti (altre condanne in Svizzera e in Italia sempre per droga, ndr) non ha imparato molto. Pur di soddisfare i propri bisogni finanziari e sessuali non si è fatto scrupoli, comportandosi da egoista». «Non è un santo, ma non è di certo neanche un pericoloso criminale – la replica della difesa –, in carcere ha maturato la consapevolezza delle sue azioni e non c'è una prognosi negativa: ha già dimostrato di essere in grado di lavorare onestamente». Per Polli la pena dovrebbe essere di 36 mesi sospesi per cinque anni.

La sentenza è attesa nel pomeriggio.

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