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Luganese
20.12.2018 - 15:180

Da ben integrato a delinquente, espulso uno spacciatore

È la parabola di un eritreo 29enne, condannato oggi alle Assise correzionali di Lugano a 22 mesi sospesi per droga. Dovrà lasciare la Svizzera per 5 anni.

«Dispiace non poter riferire del suo esempio di integrazione: lavorava, si era fatto degli amici, ha imparato bene la lingua. Ma è riuscito a rovinare quanto di bello fatto. È un gran peccato». Significativo l'attacco della requisitoria della procuratrice pubblica Pamela Pedretti durante il processo svoltosi stamattina alle Assise correzionali di Lugano, dov'è stato condannato a ventidue mesi sospesi per droga un 29enne eritreo. Più che il reato in sé, ha fatto infatti discutere la sua parabola.

Ha il permesso B ma ha perso il lavoro ed è finito in assistenza

Arrivato con lo status di rifugiato in Svizzera dodici anni fa, il giovane si era inizialmente ben integrato, tanto da riuscire a ottennere il permesso di dimora B, di cui gode ancora oggi. Sebbene non abbia concluso una vera e propria formazione, escluse le scuole dell'obbligo nel Paese d'origine, in Ticino ha svolto diversi lavori in vari ambiti. Dal 2014 le cose cambiano: in seguito a un licenziamento non riesce a restare nel mercato del lavoro ed è costretto ad affidarsi all'aiuto sociale, dissocupazione prima e assistenza poi. Ed è proprio una volta scadute le indennità per senza lavoro che inizia la spirale nell'illegalità. Dapprima come intermediario e poi dall'inizio di quest'anno come spacciatore diretto. Accumula debiti, ma spende soldi nella vita notturna.

Circa 7 chili di marijuana, 300 grammi di cocaina e 100 di hashish

Ingenti i quantitativi di droga passati dalle sue mani: oltre 300 grammi di cocaina (di buona purezza), poco meno di 100 grammi di hashish e addirittura circa 7 chili di marijuana. Di questi una parte sono stati venduti a consumatori locali, ma una larga fetta era ancora in suo possesso pronta per essere smerciata. E anche l'arresto stesso dell'imputato – avvenuto a luglio – è legato alla sua attività illecita: mentre si stava recando con un amico da un cliente, i due sono stati segnalati alla polizia da un vicino che li aveva scambiati per ladri. «Spacciavo per accumulare soldi per poter far venire qui la mia famiglia» si è giustificato in aula.

Ha ammesso i fatti

L'uomo, seppur con qualche esitazione, ha ammesso i fatti e l'atto d'accusa è stato confermato anche dalla giudice Manuela Frequin Taminelli che l'ha condannato per contravvenzione e infrazione alla Legge federale sugli stupefacenti. La presidente della Corte ha solo limato la richiesta di pena della pp: ventidue mesi – sospesi per tre anni – invece di ventiquattro, una multa di cento franchi e l'espulsione dalla Svizzera per cinque anni al posto dei sei chiesti.

La difesa: 'Il servizio militare per il Tf è lavoro forzato'. La giudice: 'Non c'è rischio di ritorsioni'

Quest'ultimo l'aspetto più dibattuto. «Richiamiamo la clausola di rigore, ci opponiamo all'espulsione – ha detto il difensore Massimo Quadri –, ricordo che per gli eritrei vige sempre la possibilià di essere richiamati per fare il servizio militare (motivo principale per il quale il giovane è fuggito, ndr), che il Tribunale federale considera lavoro forzato. Non ha più legami con l'Eritrea (la famiglia è rifugiata in Sudan, ndr), che è un Paese che non accetta rimpatri forzati. I diritti fondamentali sono superiori alle richieste d'espulsione». «A prevalere è la tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico – la replica durante la sentenza di Frequin Taminelli –. Oltre alla zia e alla cugina non ha particolari legami sul territorio, non ci sono prospettive di reinserimento professionale né parla le altre lingue nazionali. In Ticino ha frequentato un ambiente criminogeno e la Corte non ritiene che si sia integrato. Non si può infine pensare che sia esposto al pericolo di ritorsione: secondo il Tribunale amministrativo federale questo avviene unicamente quando l'individuo è in contatto con le autorità militari».

Sebbene la pena inflitta sia sospesa, il condannato è stato riportato in carcere affinché possa decidere se ricorrere o meno all'Appello.

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