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Locarnese
16.10.2020 - 17:560
Aggiornamento : 18:24

La Carità: ‘Pericolosissimo trascurare le patologie non Covid’

Luca Merlini e Michael Llamas: ‘Anche con i contagi in crescita l'ospedale è assolutamente sicuro. Il vero rischio è rifuggirlo per paura del virus’

«La nostra società è salita sull'Everest. Adesso siamo scesi, ma ci dicono che dobbiamo risalire. Che sia in vetta, oppure solo al campo 3 o al campo 4, non lo sappiamo. Ma nelle gambe e nei polmoni abbiamo già una salita». È l'efficace metafora della situazione attuale – con i contagi in crescita, e una società già provata dall'esperienza Covid – illustrata ieri mattina alla Carità di Locarno dal direttore sanitario e viceprimario dell'Area critica, dottor Michael Llamas. Una metafora necessaria per inquadrare l'incertezza sulle prospettive di quello che sembra essere l'inizio di una seconda ondata. E che tuttavia – questo è il messaggio principale – non deve indurre il timore di recarsi all'ospedale.

«Il pericolo non è andare alla Carità per una visita ambulatoriale o per ricoverarsi – ha sottolineato il direttore Luca Merlini – ma è semmai non andarci per paura di contrarre il Covid. Questo non può succedere, perché l'ospedale è assolutamente sicuro». Il pericolo, ha rilevato in questo senso Llamas, «è trascurare le altre patologie così come purtroppo fatto nella scorsa primavera. Nel computo, questa trascuratezza potrà essere ben più devastante dell'epidemia di coronavirus».

Merlini ha premesso che «in base alla risoluzione governativa, l'ospedale di Locarno continua ad essere Covid Center, e in quanto tale dovrà gestire con prontezza un contesto che si sta ampliando e che porterà all'aumento di letti dedicati (attualmente i pazienti Covid sono una decina). Sull'entità della ripartenza dei contagi c'è comunque incertezza. I dati europei sembrano parlare chiaro, ma non sappiamo se la salita sarà repentina oppure più graduale. L'elemento su cui ragionare è il seguente: a marzo si bloccò tutto, mentre oggi, e nelle prossime settimane, la cura dei pazienti non Covid è tanto importante quanto quella di chi ha contratto il virus. Insomma: alla Carità l'attività non Covid è presente e continuerà ad esserlo in maniera del tutto sicura. L'esperienza maturata durante la prima ondata è un bagaglio importante».

'La salute dei cittadini può risentirne pesantemente'

La precisazione è fondamentale perché tutto ci si può permettere, salvo trascurare - per paura - ciò che non è inerente al Covid. «La salute dei cittadini ne può risentire pesantemente – ha avvertito Merlini –. L'abbiamo visto nel primo post-Covid: attendere per farsi vedere, e magari diagnosticare e poi curare le altre patologie, è una pessima cosa. Un settore di intervento non esclude l'altro. Certamente dobbiamo tenere alta la presa a carico dei pazienti Covid, e infatti lo stiamo facendo preparandoci da mesi per la seconda ondata a livello di persone, materiale e risorse, e migliorando tutto quanto è migliorabile. Ma, nel modo più assoluto, bisogna tenere conto, noi e i pazienti stessi, anche delle patologie non Covid, che presentano "morbidità" che vanno curate, sorvegliate e gestite».

Llamas, dal suo punto di osservazione, ha potuto constatare un dato di fatto preoccupante: «Abbiamo visto pazienti che hanno trascurato malattie che già avevano, o per le quali la diagnosi è stata ritardata di 3-4 mesi. Pazienti cui avremmo potuto diagnosticare delle malattie a marzo o ad aprile sono arrivati alla nostra attenzione solo ad agosto o in settembre. Il primo “periodo acuto” della pandemia è stato breve, mentre in prospettiva invernale il rischio è che, continuando a trascurare le proprie patologie, determinati pazienti aumentino il periodo di “mancata attenzione” da qualche mese a un anno. Per molte malattie non si può assolutamente attendere così a lungo. Il nostro “focus”, come ospedale pubblico, è salvaguardare la salute di tutti, garantendo medesima attenzione sia a chi dev'essere curato per la contingenza Covid, sia a chi deve esserlo per altri motivi».

L'avvertimento del direttore sanitario è che «l'effetto di quel che è successo questa primavera, ovverosia le statistiche e le cifre riguardo alle complicazioni per la salute globale della società, le vedremo nei prossimi anni. Questo computo potrebbe essere più devastante rispetto all'epidemia di Covid. Parliamo di malattie serie, non bagatelle. Le abbiamo viste quest'estate, ma probabilmente sono solo la punta dell'iceberg, se la gente continua ad avere paura e a non farsi vedere».

Pronto soccorso a ‘doppia corsia’

Dal punto di vista della sicurezza, come spiegato da capo del Servizio urgente e del Pronto soccorso, dottor Damiano Salmina, è in via di allestimento un nuovo metodo di accoglienza al Pronto soccorso. «L'obiettivo è far fronte ad un possibile aumento dei pazienti con malattie respiratorie e un sospetto di Covid. Il Pronto soccorso sarà praticamente diviso in due: da una parte avremo i pazienti che non hanno un sospetto di Covid, i quali verranno accolti in una filiera; dall'altra quelli “a rischio Covid”, quindi con sintomi respiratori o con tosse, mal di gola, febbre, o che hanno avuto contatto con un positivo al coronavirus. Essi verranno deviati in un settore dedicato», ricavato ampliando la tenda esterna. «Si tratta di implementare tutta una serie di misure necessarie per evitare contatti fra l'una e l'altra tipologia di pazienti – ha concluso Salmina –. La prima fase era stata, se vogliamo, un po' di apprendistato, mentre ora le procedure sono consolidate e ne è stata constatata l'efficacia.

Tutto ciò, infine, non potendo dimenticare che «quella che ci apprestiamo a vivere sarà una fase differente rispetto a quella di marzo – ha considerato Merlini – con nuove incognite e nuovi parametri da tenere in considerazione. Allora eravamo alla fine dell'inverno, oggi nell'inverno stiamo per entrare, sapendo che con lui arriveranno i virus respiratori. Siamo tutti stanchi: la società e anche il personale curante. Ma il campo d'azione continuerà ad essere ampio. Abbiamo ad esempio il reparto di maternità, in cui fra l'altro si registra un picco di nascite (ma non è ancora l'effetto lockdown, quello ce lo aspettiamo a gennaio-febbraio). È chiaro che siamo sempre pronti ad intervenire ”a scalare”: in base alla crescita della curva potremo riservare al Covid nuovi reparti, ma sempre in maniera isolata, senza alcun contatto fra personale e pazienti Covid e non Covid. Certo, è possibile che dovremo tornare a dedicare tutto l'ospedale ai pazienti Covid. Ma non è questo il momento. Nella prossima settimana, o nelle prossime due, capiremo qual è il trend. È inutile fare troppi programmi. Ci basta aver definito tutti i possibili scenari e le relative modalità di reazione».

 

Ti-Press/P. Gianinazzii
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