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17.10.2020 - 01:45
Aggiornamento: 02:34

'Non era una casa degli orrori, ma si è superato il limite'

Carcere con la condizionale per tre imputati, aliquote giornaliere per il quarto. Queste le richeste di pena della procuratrice pubblica Chiara Borelli

Sedici mesi di carcere per il direttore, undici per l’educatore, otto per l’infermiera e 120 aliquote giornaliere per l’altro dirigente. Queste le richieste di pena (per tutti i quattro imputati sospesa con la condizionale per due anni) formulate dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli. Le accuse sono quelle di abbandono, ripetuta coazione e lesioni semplici. Reati che secondo la magistratura ticinese hanno perpetrato, con responsabilità individuali differenti, dal 2012 al 2017 nell'ambito della presa a carico di adolescenti presso la struttura chiusa dal Cantone nel 2018. 

«Il rifiuto ai medicamenti gli è stato instillato, goccia dopo goccia. La sua diagnosi era schizofrenia, malattia che comporta dissociazione del pensiero e perdità di cognizione con la realtà. Ciò che gli impediva di far fronte ai suoi bisogni. Da qui la necessità di assistenza, di un tutore che decidesse per lui». Nella sua requisitoria, Borelli è partita da quello che giudica il «punto focale dell’atto d’accusa», ovvero il reato di abbandono per avere deciso di interrompere la somministrazione di medicamenti a un giovane con problemi psichiatrici. Ciò che secondo l’accusa avrebbe comportato il ricovero coatto del ragazzo a causa di uno scompenso psicotico acuto. «Non si parla di paracetamolo, ma di psicofarmaci a fronte di una malattia molto grave». Grave, per la pp, la colpa degli imputati, in particolare quella dell’ex direttore della struttura, dipinto come colui che nel corso degli anni avrebbe dato inizio ai castighi straordinari (spaccare pezzi di asfalto, trasportare sacchi di sabbia e passare del tempo in cantina) al centro dell’accusa di ripetuta coazione. «Oggi non siamo in aula penale perché i giovani dovevano lavare i piatti, portare brocche d’acqua o svolgere altri lavoretti insieme agli educatori. Siamo qui perché il limite è stato sorpassato». A tal proposito gli imputati hanno ribadito che era un agire educativo, per mettere in chiaro dove stavano i limiti quando i giovani si comportavano particolarmente male. Interventi puntuali, è stato detto in aula, come avviene in tutti i centri educativi per giovani. 

«Non voglio fare la melodrammatica, ma mi chiedo cose direbbe oggi l’imputato se quel ragazzo fosse rimasto paralizzato», ha poi affermato la pp riferendosi alla decisione dell’ex direttore di concedere a tre ospiti di dormire in una capanna sull’albero senza sorveglianza. Un agire che per Borelli consente di accusare il direttore di lesioni semplici, essendo per la pp responsabile della frattura del polso di un ragazzo caduto da un’altezza di tre metri. «Non ho mai messo in dubbio le cose buone fatte in quella struttura, che mai ho dipinto come una casa degli orrori - ha concluso la procuratrice pubblica -, ma ritengo che qualcuno in quella casa abbia voluto strafare». 

Impianto accusatorio 'totalmente interpretativo'

La difesa si è invece battuta per il proscioglimento dei quattro imputati da tutte le accuse. La prima a prendere la parola è stata la legale Marina Gottardi, patrocinatrice dell'infermiera addetta alla gestione e all'organizzazione della terapia farmacologica degli ospiti. «Era competente e preparata: il suo unico obiettivo era il benessere di questi ragazzi. E mai e poi mai avrebbe accettato il rischio che una sua azione potesse creare un pericolo concreto per la vita di uno di loro». Per l'avvocata, «non vi sono elementi certi che accertano che l'eliminazione della cura abbia contribuito allo scompenso psicotico del giovane», sostenendo che le accuse mosse dalla pp si fondino su un impianto accusatorio «totalmente interpretativo». Quanto all'esposizione a pericolo di morte o a grave imminente pericolo per la salute, Gottardi ha sottolineato che fintanto il ragazzo si è trovato nella struttura non è mai stato in pericolo. 

«Dicono subito che i fatti non sussistono», ha dal canto suo esordito l'avvocata Giuditta Rapelli-Aiolfi, patrocinatrice dell'ex educatore che, secondo l'accusa, avrebbe concordato col direttore (accordo poi approvato anche dall'infermiera) di sospendere la somministrazione del farmaco. La legale ha poi sottolineato le difficoltà di questo dibattimento, ovvero ravvisare effettivamente se vi sia stata una inadeguata condotta educativa su un tema, quello dell'esigenza e dell'efficacia dell'utilizzo di psicofarmaci nella presa a carico di ospiti con gravi problemi educativi e comportamentali, sul quale ancora oggi ci sono ancora poche certezze. «Non c'è una ricetta semplice come quella della pp. È invece una grande sfida, costante e aperta, che può mettere in seria difficoltà il professionista, che prima di essere un educatore è un essere umano. I risultati ci dicono che in questa struttura si lavorava bene, ottenendo risultati. Arrivavano giovani problematici, che nessuno voleva, i quali riuscivano a riguadagnare fiducia e stima personale». 

È poi stato il turno dell'avvocato Carlo Steiger, patrocinatore dell'ex direttore. «Era un grande foyer, e gli imputati che ne facevano parte non meritano di essere in questa aula penale». Parlando di «accanimento terapeutico» da parte della pp, Steiger ritiene che si sia esagerato con le sue accuse. La sentenza è attesa mercoledì prossimo. 

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