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Il segretario agricolo cantonale Sem Genini (Ti-Press)
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13.08.2020 - 05:500
Aggiornamento : 10:05

Lupo, escursionisti e maremmani: ‘Il problema è nel manico’

Il segretario agricolo cantonale interviene sull'allarme lanciato da Denis Vanbianchi dopo le molte segnalazioni di persone aggredite da cani pastore

Si è aperto un nuovo dibattuto sulle modalità di protezione degli animali da reddito negli alpeggi, laddove l'utilizzo dei cani maremmani – molto efficaci nello svolgere la loro mansione ma non di rado aggressivi nei confronti delle persone – rappresenta un problema di convivenza con chi pratica escursionismo e mountain bike lungo sentieri ufficiali situati in prossimità o talvolta anche dentro i pascoli. Come spiega Denis Vanbianchi nel nostro articolo di ieri, sono molte le segnalazioni di persone che hanno subìto incontri ravvicinati non idilliaci con questi cani o in taluni casi anche morsicature. Da qui il suo invito a riunire le parti in causa per lavorare a una soluzione di un problema crescente. Soluzione che appare di difficile individuazione visto che a monte si pone il problema della protezione di capre e pecore dagli attacchi del lupo. Una questione di priorità su cui si apre il dibattito in vista della modifica della Legge federale sulla caccia, in votazione il 27 settembre, che conferisce ai cantoni più spazio di manovra nella soppressione del lupom animale protetto in Svizzera.

‘Maremmano buona soluzione, ma è vero che non mancano i problemi’

Giriamo gli auspici di Denis Vanbianchi a Sem Genini: «Da anni non ci stanchiamo di ribadire che la crescente presenza del lupo alle nostre latitudini rappresenta una minaccia vera per l’allevamento ovicaprino in primis, ma non solo, come dimostrano le predazioni anche a bovini ed equini avvenute in Svizzera e all’estero», esordisce il segretario dell’Unione contadini ticinesi interpellato dalla ‘Regione’. L’utilizzo dei cani pastori maremmani «è una delle misure previste proprio a seguito del quadro legislativo federale attuale che mantiene il lupo fra le specie super protette e che ne consente l’abbattimento solo in casi molto problematici certificati che però richiedono tempi lunghissimi di verifica del Dna e di conteggio di animali predati. E mentre attacchi e predazioni si susseguono, parimenti si moltiplicano gli sforzi richiesti agli allevatori per difendere le greggi». E non sono noccioline: strutture come recinzioni e quant’altro «possono anche raggiungere costi a cinque zeri. Spese che gli allevatori non possono sostenere, senza contare la mole di lavoro supplementare che si devono sobbarcare. Perciò il maremmano, debitamente formato da specialisti, rappresenta un buono ‘strumento’ di protezione che però, come osservato in diversi casi recenti in tutto il Ticino, causa numerosi problemi. Con anch’esso un costo, ovviamente. Inoltre, questi cani non possono essere utilizzati da tutti, poiché presuppongono la presenza continua del pastore. Presenza che non può essere giustificata, né dal punto di vista finanziario né della fattibilità, quando le greggi sono piccole. È il problema delle greggi non proteggibili. E sono molte qui da noi».

‘Finalmente tutti riconoscono l’esistenza del problema’

Un buono ‘strumento’, il cane maremmano, ma non sempre ottimale. Nel senso che da solo, ad esempio, non è in grado di impedire un attacco effettuato da più lupi contemporaneamente. «E se il maremmano vigila anche di giorno – puntualizza il segretario agricolo – è dovuto al fatto che il lupo non attacca soltanto di notte». Certo, riconosce Genini tornando al tema sollevato da Vanbianchi, la convivenza con tutto ciò che è escursionismo, incluso la mountain bike, «può non essere facile. Ne siamo coscienti e ci dispiace se si verificano incidenti. Ma siamo altrettanto fermi nel difendere la nostra opinione, che ribadiamo ormai da anni, secondo cui il problema non è il maremmano, ma sta nel manico. Comunque ci fa piacere che finalmente il tema, esteso alle sue varie sfaccettature, venga sollevato anche da altri partner della montagna». Quanto al problema che sta nel manico, ossia il ritorno del lupo, «se gli svizzeri e i ticinesi vogliono continuare a proteggerlo a oltranza, devono anche sapere quali sono le conseguenze che questo comporta per cercare di proteggere gli animali da reddito, che altro non sono che il lavoro e la vita dei nostri contadini e allevatori, con prodotti eccellenti apprezzati da tutti».

Sforzi comuni già messi in campo

A ogni modo, proprio considerando quanto sia importante che le varie componenti trovino la reciproca attenzione, l’Unione contadini non lesina sforzi nella comunicazione verso l’esterno: «Con Ticino Sentieri e altri partner della montagna abbiamo convenuto sulla necessità di posare un’apposita segnaletica, oltre a effettuare un progetto di comunicazione tematico congiunto a favore di tutta la popolazione. E sulla nostra rivista ‘Agricoltore Ticinese’ pubblicheremo presto anche un servizio speciale dedicato proprio alla questione predazioni e alle difficoltà concrete riscontrate per le protezioni delle greggi con i cani». In definitiva anche Sem Genini, al pari di Vanbianchi, sostiene la modifica della Legge sulla caccia, risalente al lontano 1986, che conferisce ai Cantoni maggiori competenze anche in materia di gestione dei grandi predatori. «Un contributo alla migliore conoscenza del problema lupo e sulle reali possibilità di protezione – annota infine – arriverà dallo studio avviato dalla Sezione cantonale dell’agricoltura sulle varie aziende di allevamento ticinesi». Per taluni, la presenza del lupo ha già inciso parecchio e «ha purtroppo causato la vendita degli animali e la chiusura dell’azienda», conclude Genini rammaricato.

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