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Bellinzonese
04.06.2020 - 11:130
Aggiornamento : 12:08

A Bellinzona le corsie 'pop up' stanno un po' strette

Ciclomobilità: le soluzioni di emergenza suggerite dai Verdi sono state approfondite dal Municipio senza però trovare il necessario spazio di applicazione

Si fa presto a dire ‘piste ciclabili pop up’ che si realizzano provvisoriamente per rispondere a una puntale emergenza, come quella generata dalla pandemia da coronavirus che ha spostato sulla mobilità dolce molti utenti del trasporto pubblico laddove bus e treni non garantiscono la distanza sociale. Mentre varie città europee hanno creato dal nulla svariati chilometri di corsie preferenziali per le biciclette sottraendo temporaneamente spazio ad altre tipologie di veicoli, la Svizzera è risultata restia. Gli ‘episodi’, concentrati soprattutto in Romandia, si contano sulle dita di una mano. Lo ha detto bene ieri sulla ‘Regione’ Patrick Rérat, professore di geografia delle mobilità all’Università di Losanna, secondo cui “gli interventi rapidi non corrispondono esattamente al sistema svizzero. Qui si pianifica il territorio a lungo termine, discutendo molto. La reattività, l’idea di agire subito, non fa parte dei costumi elvetici”. Poi, ha aggiunto, “c’è forse una mancata presa di coscienza dell’importanza di rispettare le distanze sociali”. Ma questo è già un altro discorso.

'Positiva occasione per sperimentare'

In linea con queste riflessioni si pone ora il Municipio di Bellinzona che in risposta a un’interpellanza dei Verdi in Consiglio comunale espone i motivi secondo i quali soluzioni temporanee siano facilmente immaginabili ma difficilmente implementabili in una realtà come la nostra. “Il periodo di lockdown - premette l’Esecutivo - ha offerto una preziosa e positiva occasione per sperimentare l’uso della bici per effettuare quegli spostamenti locali che prima, probabilmente, venivano fatti con l’auto privata. Parallelamente, è stata pure condivisa la preoccupazione di veder purtroppo diminuire l’uso dei trasporti pubblici, ove difficilmente è possibile mantenere le distanze tra persone, producendo il rischio di veder aumentare il traffico sulla rete viaria”. A differenza di molte altre città, tuttavia, i numeri non sembrano essere importanti a tal punto da dover introdurre soluzioni infrastrutturali provvisorie: il Municipio spiega in effetti di aver fatto fare un’analisi della situazione “giungendo per ora alla conclusione che quanto, molto, fatto negli ultimi anni in tema di mobilità alternativa a quella motorizzata individuale e anche al trasporto pubblico, torna senz’altro utile in questa situazione”. Viene esposto un elenco corposo che comprende la ricucitura della rete ciclabile cittadina e regionale (passaggi pedonali e passerelle), le corsie preferenziali dei bus a disposizione della mobilità ciclabile (ndr: pochi e brevi, invero, i tratti in questione), la realizzazione della velostazione alla stazione Ffs con tanto di noleggio bici e cargobike, l’introduzione del bikesharing collegato con l’agglomerato del Locarnese, i programmi di informazione, sensibilizzazione e incentivo all’uso della bicicletta quali il corso comunale certificato SwissCycling inserito nel Piano di mobilità scolastica e la distribuzione a tutti i fuochi della mappa della rete ciclabile del Bellinzonese.

Norme inderogabili

Arrivando al dunque, le ‘piste ciclabili pop up’ “sono subito emerse all’attenzione anche del Municipio perché implementate nelle maggiori città europee quale provvedimento di emergenza al fine di agevolare gli spostamenti in bicicletta lungo arterie stradali di una certa ampiezza, nel frattempo liberate dal traffico quotidiano a causa degli effetti del lockdown. Esse sono state analizzate e considerate dai servizi comunali, che ne hanno discusso pure con diversi servizi cantonali, per verificarne l’opportunità e la fattibilità alle nostre latitudini”. E qui si arriva all’elvetic-pensiero citato in apertura dal professor Rérat e fatto proprio dall’Esecutivo cittadino: “Ne è emerso, anzitutto, che per tutelare la sicurezza dei ciclisti le dimensioni delle corsie ciclabili devono avere una larghezza minima di 1,25 metri. Allo stesso modo, in base alla tipologia di utenza, volume di traffico e velocità consentita, la carreggiata deve garantire misure minime fissate nelle norme Vss non derogabili - già solo per motivi di responsabilità - nemmeno in situazioni particolari come quella che stiamo vivendo”.

Limite fisico delle carreggiate

In definitiva emerge che le carreggiate turrite non sono sufficientemente larghe per poter accogliere corsie preferenziali ed elementi separatori laddove prima di tre mesi fa non erano immaginabili proprio a causa della ridotta ampiezza del campo stradale. Fa stato insomma il limite fisico, che dove assente ha già permesso in molti casi la realizzazione di apposite corsie per le due ruote a trazione umana lungo i principali assi di penetrazione, cui si aggiunge la rete ciclabile locale, il tutto formante “una densità di collegamenti già immediatamente a disposizione”. A pesare sono anche i numeri: le ‘corsie pop up’ sono spuntate soprattutto nelle grandi città come Berlino e Parigi dove ogni giorno si muovono centinaia di migliaia di persone che di punto in bianco non hanno più usato la metropolitana.

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