Il luogo del decesso in via San Gottardo 8 a Bellinzona (Ti-Press)
Bellinzonese
16.12.2019 - 16:280
Aggiornamento : 18:34

Eritrea morta a Bellinzona, per la controperizia fu suicidio

Trasmesso alla Procura il documento degli esperti milanesi. Quelli bernesi rispondono ai giudici ribadendo l'assenza di elementi certi per l'omicidio

Il punto d’impatto al suolo in posizione prona, comparato a quello di distacco dal terrazzo, nonché i segni e le ferite riscontrate su alcune parti del corpo, inducono a ritenere che la vittima si sia lanciata spontaneamente. Perciò la versione del marito, che nega di averla sollevata e gettata di sotto, è credibile. Come appreso dalla ‘Regione’, a queste conclusioni giunge l’Istituto di scienze forensi di Milano cui si è rivolta la difesa dell’eritreo accusato di aver ucciso la moglie connazionale il 3 luglio 2017 a Bellinzona buttandola dal terrazzo del loro appartamento situato al quarto piano di via San Gottardo 8. La perizia di parte – voluta e finanziata, tramite una colletta, dai familiari dell’imputato e da parte della comunità eritrea presente in Ticino – è giunta nei giorni scorsi ed è stata trasmessa stamane al procuratore pubblico Moreno Capella titolare dell’inchiesta avviata per omicidio intenzionale nei confronti del 37enne che da sempre si professa innocente.

A calvalcioni sul parapetto

Sin dai primi interrogatori – e tutt’oggi nelle molte lettere spedite alla propria legale, avvocata Manuela Fertile, dal carcere dov’è in attesa di processo – ribadisce di non aver spinto la moglie 24enne durante la lite scoppiata quella sera a seguito di alcuni malintesi che andavano avanti dal mese di aprile. In quel frangente l’uomo sostiene di aver cercato di trattenerla per un braccio mentre, una volta salita a cavalcioni sul parapetto di cemento, stava per lanciarsi. I segni di sfregamento riscontrati su gambe e braccia – scrivono i periti milanesi – coincidono col gesto di superare spontaneamente il parapetto; segni rinvenuti anche sulle gambe della poliziotta che durante una ricostruzione della scena ha ripetuto la dinamica iniziale così come indicata dall’imputato.

Troppe variabili, Berna non si sbilancia

Alle parti sono giunte nei giorni scorsi anche le risposte alle domande poste dalla Corte delle assise criminali, chiamata a giudicare il 37enne, sulla perizia ordinata dal pp Capella. Pur ritenendo poco verosimile l’ipotesi del suicidio, l’Istituto di medicina legale dell’Università di Berna ribadisce di non avere riferimenti oggettivi per giungere a una conclusione netta che si sia trattato di omicidio: infatti da una parte il punto esatto d’impatto al suolo non è stato indicato con precisione, avendo i soccorritori, intervenuti quella sera, spostato leggermente il corpo nel tentativo di rianimare la giovane; dall’altra non vi sono testimoni oculari, se non i racconti di chi ha udito la lite e la versione del diretto interessato. I giudici chiedevano altresì ai periti bernesi di dire se la vittima sia stata sollevata, buttata e/o lanciata; ma anche nel complemento viene evidenziata l’assenza di elementi sufficienti a rispondere positivamente alle domande. Troppe le variabili in gioco, fra cui anche il risultato sempre differente dei quattro lanci simulati con un manichino, che in un’unica occasione ha impattato nel punto presumibile del decesso. La perizia ufficiale non fa inoltre alcun collegamento fra la possibile dinamica e le ferite riscontrate sulla salma. Il pp Capella deve ora decidere se portare la perizia al processo chiedendo un contraddittorio in aula fra periti, oppure se chiedere un ulteriore complemento agli esperti bernesi partendo dalle conclusioni formulate da quelli lombardi.

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