Studio sulla mobilità

Meno autovetture sulle strade e la ferrovia rallenta

05.10.2022 - 08:43

In un Cantone afflitto dalle code, una buona notizia: meno vetture in circolazione. Ma è una calma apparente come spiega l’esperto di mobilità De Gottardi


In Ticino dove nessuno sembra rinunciare all’autovettura, dal 2018, per la prima volta, il parco delle autovetture è diminuito. Un timido segnale positivo che però non ha ridotto le regolari code sulle strade, che fiaccano anche i più serafici tra gli automobilisti. Ma c’è un’altra variabile da considerare: la pandemia, che ha cambiato le carte in tavola, stravolgendo la mobilità, favorendo ad esempio l’uso della bicicletta, ma anche nuove modalità di telelavoro, di shopping online con una sana riduzione degli spostamenti, soprattutto nelle ore di punta. Le statistiche hanno evidenziato nel 2020, a livello nazionale, un calo del 40% degli utenti della ferrovia e del 27% di quelli per bus e tram. Una tendenza registrata anche in Ticino ma in modo meno drammatico. Come c’era da aspettarsi il traffico è poi ripreso, anche se la ferrovia non viene ancora usata come prima della pandemia, ci spiega Riccardo De Gottardi, che per 30 anni si è occupato di pianificazione del territorio e della mobilità al Dipartimento del territorio.

La guida autonoma anti ingorghi

Che cosa c’è da aspettarsi per il futuro: avremo strade meno intasate, vetture più ‘pulite’ ed energeticamente virtuose? Le nuove tecnologie, come la guida autonoma dei veicoli, ridurrà gli ingorghi? Si investirà nella mobilità dolce che tanti hanno apprezzato durante la pandemia? Nessuno ha la sfera di cristallo, ma l’esperto grazie a un recente studio sull’evoluzione della domanda di trasporto in Ticino e Svizzera (Ufficio cantonale di statistica, maggio 2022), tratteggia qualche tendenza in un cantone multi motorizzato, dove la regola è avere almeno due auto (se non tre) per economia domestica, dove l’infrastruttura viaria scoppia e l’aria che respiriamo profuma sempre più di carburante.


Ricardo De Gottardi, esperto di traffico e mobilità

Quali elementi emergono, come è cambiata la mobilità negli anni?

Il quadro che emerge a partire dal 1960 fino al 2019 è quello di una costante e ininterrotta crescita della mobilità, il cui volume é quintuplicato. La spinta è venuta essenzialmente dal traffico motorizzato individuale, che ha visto la sua quota di mercato, già inizialmente predominante, passare dal 65% all’85% circa verso la fine del secolo scorso.
Specularmente la ferrovia, pur registrando un certo incremento della sua utenza, ha perso costantemente terreno nei confronti della concorrenza. Solo a partire dall’inizio degli anni 2000 la crescita dei viaggiatori si è manifestata in modo rilevante e tale da riconquistare una parte del terreno perduto per attestarsi attorno al 20%. Ciò è stato in particolare il frutto della forte ripresa degli investimenti nella rete ferroviaria a lungo trascurata e dal conseguente miglioramento delle prestazioni. I principali programmi di modernizzazione sono stati quelli relativi ai progetti ‘Ferrovia 2000’, ‘Nuova trasversale ferroviaria alpina’ al Lötschberg e al San Gottardo e, sul piano regionale, la S-Bahn zurighese. Infatti se consideriamo il periodo dopo il 1998, da quando si dispongono di dati statistici su tutti i mezzi di trasporto, si evidenzia il balzo in avanti dei passeggeri sulla ferrovia, accompagnati anche dagli utenti dei trasporti pubblici su gomma e tranviari. Con una parte di mercato del 3,6% nel 2019 questi ultimi incidono tuttavia in modo marginale sulla domanda complessiva. La quota della mobilità ciclo pedonale si fissa al 6,2%. Il traffico automobilistico (con il 73.8%) conferma il suo ruolo principale.

L’evoluzione in Ticino è andata nella stessa direzione?

Il Ticino rispecchia le tendenze sul piano nazionale. Si possono tuttavia osservare due aspetti divergenti. Innanzitutto, a partire dal 2004, si registra una progressione molto più forte del servizio ferroviario regionale TILO e dei trasporti pubblici su gomma rispetto all’evoluzione svizzera. Inoltre, a partire dal 2018, il parco automobilistico ticinese diminuisce, ciò che si ripercuote sul volume della circolazione stradale motorizzata. I dati elaborati dalla Sezione della mobilità del Dipartimento del territorio confermano infatti la sua stabilizzazione.

La pandemia ha sconvolto la mobilità: cosa dicono le statistiche, c’è qualche buona notizia?

I dati del 2020 mostrano una netta rottura rispetto al passato con un crollo della domanda che non ha precedenti: rispetto al 2019 la ferrovia ha perso sul piano nazionale quasi il 40% dell’utenza, ritornando ai livelli del 2000; anche i passeggeri sui trasporti pubblici su strada sono diminuiti del 27%. È calato anche il traffico automobilistico del 18%. Dal 2021, sulla base di dati ancora incompleti, si può presumere una ripresa in tutti i settori, che ha tuttavia compensato solo parzialmente ciò che si è perso. Il traffico ferroviario è infatti aumentato ma è stato ancora inferiore del 25% circa rispetto al 2019; anche sulle strade nazionali i veicoli in circolazione hanno ancora segnato prestazioni inferiori dell’ordine del 10%.


(Fonte Ufs/elaborazione De Gottardi)

E in Ticino, quale è il quadro?

In Ticino, la diminuzione del 2020 è stata per i trasporti pubblici un po’ minore, attestandosi attorno al 25%. Il quadro sulla circolazione stradale è più variegato a dipendenza delle regioni considerate, come risulta da un’analisi curata dalla Sezione della mobilità e pubblicata dall’Ufficio cantonale di statistica (il titolo è Dati, L’impatto della pandemia sugli spostamenti veicolari in Ticino nel 2020, luglio 2021). La contrazione si situa tra il -10 e il -44% secondo l’analisi.

Attualmente come siamo messi?

Per i primi sei mesi del 2022 ci sono solo informazioni sporadiche. Dopo l’abbandono delle misure sanitarie di gestione della pandemia, il traffico automobilistico e i trasporti pubblici sembrerebbero confermare un’avanzata in tutto il Paese. La ferrovia rimane tuttavia ancora circa un 8% al di sotto dei corrispondenti valori del 2019.

Il futuro che cosa può riservarci?

Lo scenario di riferimento di lungo termine elaborato dalla Confederazione per il 2050 ipotizza una crescita complessiva della domanda di mobilità dell’11%, con un maggior incremento relativo dei trasporti pubblici. Il traffico automobilistico continuerà dunque a svolgere una funzione primaria nel soddisfare la domanda, il trasporto pubblico riaffermerà il suo ruolo complementare; la mobilità ciclo-pedonale, l’unico vettore valorizzato dalla crisi pandemica, può esercitare un ruolo ben più significativo per gli spostamenti di prossimità. In che condizioni potrebbe svolgersi questa evoluzione non è dato sapere. Sul breve e medio termine le attuali difficili condizioni di mobilità non credo che muteranno sostanzialmente.

Questo significa viabilità perennemente congestionata e code croniche per tutti, i nuovi investimenti e la tecnologia non ci viene in aiuto?

Gli investimenti miliardari per nuove infrastrutture in atto o pianificati, come ad esempio il potenziamento autostradale a sud di Lugano e il collegamento con il Locarnese, arriveranno a compimento, se non ci saranno intoppi di varia natura, non prima di 15-20 anni.

Le nuove tecnologie, tra le quali si citano spesso la digitalizzazione dell’informazione e la guida autonoma dei veicoli, potranno aiutare a razionalizzare i flussi di traffico. Se questo basterà ad evitare ingorghi e sovraffollamento è tutto da vedere e le opinioni sull’esito finale sono contrastanti. Tutti concordano tuttavia su un orizzonte temporale di qualche decennio prima di poterne constatare gli effetti.

A diverse riprese si è anche parlato di introdurre il mobility pricing, ossia il principio di modulare i costi per l’uso delle strade e dei trasporti pubblici secondo l’intensità degli spostamenti nelle diverse ore e aree interessate e con l’integrazione dei cosiddetti costi esterni, oggi sopportati dalla collettività. Dal profilo tecnico-economico un indirizzo vincente ma politicamente un’impresa ad oggi ancora senza paladini, nonostante i tentativi di promuoverne l’applicazione da parte della Confederazione.

In attesa dunque che fare?

La pandemia ha stimolato nuove modalità di organizzazione del lavoro, di compiere gli acquisti e di fruizione del tempo libero. Se ciò si confermasse e contribuisse a rivedere in modo duraturo le nostre abitudini sul quanto, sul quando e sul come spostarsi, potremmo ottenere miglioramenti a breve termine. Ciò significa spostarsi meno, evitare le ore di punta quando possibile, utilizzare di più i trasporti pubblici, far capo alla bicicletta per i tragitti brevi e riscoprire i percorsi pedonali. Altrimenti non resta che aspettare in colonna.

Dietro le quinte dello studio

Nello studio è stata ricostruita l’evoluzione della domanda di mobilità dal 1960 al 2020 al fine di individuare i ritmi del suo sviluppo e vedere i ruoli assunti dai diversi mezzi di trasporto. Per far ciò De Gottardi si è basato sui dati dell’Ufficio federale di statistica e sulla ricostruzione grazie a materiali d’archivio degli eventi principali che hanno contraddistinto la politica dei trasporti e hanno dunque inciso su questa evoluzione. La domanda di mobilità, spiega l’esperto, si esprime in persone/chilometro: si tratta del numero dei viaggiatori moltiplicato per le distanze percorse (un indicatore sintetico che l’Ufficio federale adegua da anni). Fino al 1998 non si dispongono tuttavia i dati per tutti i mezzi di trasporto ma solo per il traffico automobilistico e per la ferrovia, che coprono peraltro la quasi integralità della domanda. Successivamente i rilievi considerano anche i trasporti pubblici su gomma e quelli su rotaia in ambito urbano (bus, filobus, tram) e pure la cosiddetta mobilità dolce, che comprende le percorrenze in bicicletta e a piedi.

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