Locarno75

Storia e storie del Locarno Film Festival

‘Se non ci fosse stata la piazza, il Festival sarebbe probabilmente morto di morte lenta’ (Raimondo Rezzonico) (Keystone)

Da Lorenzo Buccella un libro per cinefili e non, ‘Locarno on/Locarno off’, e il relativo documentario, ‘Locarno Confidential’, il 2 agosto su Rsi La1


"Una deturpazione del quadro paesaggistico". Così, nel giugno del 1946, viene accolto il progetto dell’architetto Rino Tami per la costruzione di un anfiteatro all’interno del Parco Ciani di Lugano. Un anfiteatro è quanto servirebbe alla ‘Rassegna internazionale del film’ – già ‘Rassegna del cinema italiano’ (1941 e 1942) – per andare oltre la seconda edizione, tenutasi fuori città esattamente come la prima. L’idea è bocciata ed è così che nel Canton Ticino il cinema cambia il suo lago di riferimento.

Olinto Tami, proprietario del Cinema Rex a Lugano, non si dà per vinto e propone all’amico André Mondini, locarnese che gestisce tre sale cinematografiche, di raccogliere l’eredità. Come nelle moderne cordate per salvare squadre di calcio agonizzanti o utopie alla deriva, Tami trascina con sé il futuro Presidentissimo Raimondo Rezzonico, e con lui Riccardo Bolla (direttore della Pro Locarno), Camillo Beretta (presidente della stessa) e Giuseppe Padlina, persona attiva nel campo della distribuzione cinematografica, colui che in gergo viene detto ‘quello che ha i contatti’, senza i quali nessun festival si terrebbe mai. Ma nemmeno a Locarno, in verità, si sente il bisogno di avere un anfiteatro: l’architetto Oreste Pisenti, pragmatico, taglia qualche albero tra il verde del Grand Hotel a due passi dalla stazione ed eccoti lo spazio per costruire lo schermo. Il 23 agosto 1946, due mesi dopo il ‘niet’ di Lugano, ‘O Sole Mio’ di Giacomo Gentilomo, opera contenente preziose immagini registrate durante le Quattro giornate di Napoli, apre la prima edizione del Locarno Film Festival.

"Perché non lo fate voi?", avrebbe detto Tami a Mondini. La domanda non dovrebbe essere stata diversa da come l’ha riportata Lorenzo Buccella, giornalista, critico cinematografico e scrittore, autore e protagonista di un pregevole e piacevole doppio omaggio al Locarno Film Festival, un punto e a capo letterario e televisivo che giunge in occasione della sua 75esima edizione, al via il prossimo 3 agosto. Il libro s’intitola ‘Locarno on/Locarno off – Storia e storie del Film Festival’ (Casagrande, in coedizione col Locarno Film Festival) e il documentario ‘Locarno Confidential: Locarno 75’, in onda martedì 2 agosto alle 21.05 su Rsi La1, per la regia di Chris Guidotti e la produzione di Michael Beltrami.


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Grand Hotel Locarno, la prima sala all’aperto


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Marlene Dietrich, 1960, in silenzio per contratto

Che si tratti di libro o di film, è sempre dal Grand Hotel, bene culturale protetto che da anni vive un silenzioso oblio, che si snodano entrambi i racconti. Che sono poi un racconto unico. Per la prima settantina di pagine, in ‘Locarno on/Locarno off’ a scrivere è sì lo storico del Festival, ma anche – lo s’intuisce rapidamente – l’innamorato, che si dichiara ancor più nel film; lungo le restanti pagine, edizione per edizione, scorrono una serie di aneddoti funzionali alla ricostruzione storica ma anche consacrati al puro piacere della lettura e alla curiosità di tutti: «Mantenere il racconto aperto – spiega Buccella – era nella mia volontà iniziale. È un libro che parla sì ai cinefili, con tutti i necessari rimandi, ma con un linguaggio e una modalità che ne consentano l’accesso anche al curioso di turno. In questo senso, l’aneddoto è un gancio per entrare nel grande perimetro di racconti che il Locarno Film Festival è stato in questi anni».


‘Per realizzare un’opera prima al giorno d’oggi servono circa 100 milioni. Noi ne abbiamo trovati solo 34... per risparmiare chiami amici e conoscenti’ (Lina Wertmüller, 1963)


‘Locarno Confidential’ è un racconto zeppo di materiale d’archivio che pare esaurirsi sin troppo presto. Ma alla fine, in nome della definizione per eccellenza data alla kermesse, sessanta minuti sono il timing giusto per raccontare "il più piccolo dei grandi festival, il più grande dei piccoli festival" (Alberto Farassino, critico di Repubblica, lo dice il libro). "Che bello, che tristezza", dice invece Federico Jolli, uno dei molti invitati al film, entrando con l’omologo Buccella nel Grand Hotel di Locarno oggi deserto. Buccella che quella solitudine la definisce «una sorta di fotografia in negativo».

Le sue sensazioni, oggi: «Emozionante. Ho vissuto lì, da spettatore festivaliero, tutte le ultime stagioni. Fino al 2006, da ragazzo, per me l’hotel era un dopofestival dall’atmosfera pazzesca. Quel posto regalava il contatto fisico, non le distanze di oggi. D’altra parte, quella vicinanza con le star sarebbe difficilmente riproponibile. In quegli anni poteva capitarti di andare con gli amici nel parco e vederti passare davanti Nanni Moretti; se avevi un po’ di coraggio, o se lui era disponibile, potevi anche provare ad avvicinarlo». E ancora: «Cresci in Ticino e pensi che la vita sia altrove, a Cannes, a Venezia; poi a sedici anni capisci che il mondo può anche arrivare da te. Ma credo che questa consapevolezza di avere vicino il mondo sia stata vissuta da molti altri».


Se non ci fosse stata la piazza, il Festival sarebbe probabilmente morto di morte lenta’ (Raimondo Rezzonico)


Quanto sopra, riportando parole del padre, lo dice Giò Rezzonico, tra gli ospiti di ‘Locarno Confidential’. Perché Piazza Grande è la svolta di un Festival che nel 1971 cerca nuovi stimoli, quelli che portano a costruire il grande schermo che trasforma la città in un cinema all’aperto. L’architetto Livio Vacchini (1933-2007), dall’archivio Rsi: "Ho voluto trasformare Locarno in un Festival, perché la città stessa diventi sala del cinema. Quando parlavo di 2-3mila persone passavo per pazzo, non avrei mai potuto sognarne 10mila. Vederla piena così è stata una delle emozioni più grandi che mi abbia dato il mio mestiere".

La prima cabina di proiezione, oggi al Parco Robinson di Locarno – due piscine in poliestere una sull’altra a mo’ di conchiglia – si è ampiamente celebrata lo scorso anno; Buccella, nel libro, ci ricorda di come al tempo non esistesse ancora un collegamento elettrico separato, motivo per il quale agli abitanti lungo la piazza si chiedeva l’accettazione di un blackout di un paio d’ore. Buccella ci ricorda anche che spettò a Woody Allen aprire il primo open air cinematografico con ‘Prendi i soldi e scappa’ (nessun riferimento ai 240mila franchi spesi per lo schermo, investimento che al tempo fu oggetto del mugugno di alcuni).


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Anno 1971, l’esordio di Piazza Grande (senza pubblico)


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Anno 1971, l’esordio di Piazza Grande (con pubblico)


‘Quando fai un film di successo, è come se diventi uno che sa tutto. Mi chiedono se Dio esiste, o come salvare Venezia’ (Massimo Troisi, 1981)


Libro e film dedicano ampio spazio al Locarno Film Festival "veicolo di propaganda sovversiva" o "avamposto sovietico sul Lago Maggiore", appellativi affibbiatigli per quel suo originario ‘vizietto’ di aprire al cinema senza frontiere. Nel 1963, in piena Guerra Fredda, la Federazione internazionale delle associazioni di produzione cinematografica (Fiapf), per non saper né leggere né scrivere, impose al Festival di trattare solo opere prime e seconde; tre anni prima, Locarno aveva tentato di premiare un film russo ma da Berna tale Fauquex, "un viticoltore eletto a capo della Camera del Commercio del Cinema" – lo racconta Freddy Buache (1924-2019), co-direttore del Festival dal 1967 al 1970 – minacciò di privare il Festival delle sovvenzioni della Confederazione. Vinse così ‘Il bell’Antonio’ di Mauro Bolognini.

«Soprattutto nel periodo successivo alla morte di Stalin – spiega Buccella – serviva coraggio. Lo scontro derivante dalla Guerra Fredda in casa era particolarmente forte, lo si percepisce dalla stampa dell’epoca. L’associazione dei distributori svizzeri era fortemente anti-sovietica, ma Locarno ha sempre avuto la forza per riuscire a rompere la mappa, per andare a cercare l’altrove nel momento in cui non c’era più. E quando l’altrove non esiste più, perché il Festival diventa cosmopolita, inizia a cercare l’altrove nei formati. Locarno è il primo festival che apre una sezione specifica al digitale, ma è anche il primo ad abbandonarla quando il digitale è ormai ovunque e non ha più bisogno di essere rintanato in una sezione specifica. Come tutto, funziona a sistole e diastole: con Irene Bignardi il Festival si apre a una dimensione culturale, arrivano tanti scrittori, Yehoshua, Tabucchi; con Frédérich Maire, invece, Locarno rimette al centro la dimensione cinematografica, mantenendo ogni volta i nuovi confini, precedentemente guadagnati. Ogni festival deve confrontarsi con l’attualità e ricalibrare la sua dimensione di evento nel contesto in cui si va a collocare».


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Irene Bignardi, direttrice artistica dal 2001 al 2005, con Ken Loach (agosto 2003)

Quell’aver dovuto scegliere per tanto tempo tra opere prime e seconde ha oggi le caratteristiche dello svantaggio trasformato in opportunità: «Quella sventura, in quel particolare momento storico, è la miglior serratura per guardare ai cambiamenti del cinema. Non ci fosse stata, Locarno avrebbe forse corteggiato maggiormente le major. Locarno è anche il primo festival a istituire un concorso per i cortometraggi, e la storia alle spalle non è mai secondaria: Roma non è mai riuscita a entrare in concorrenza con Venezia, lo stesso vale per Cannes. Trasferendo il discorso qui, Locarno ha tutta la storia che Zurigo, per esempio, non può avere». Storia e ‘schizofrenia’, per dirla con Marco Muller: «‘Felicemente schizofrenico’ è una sua definizione, spesa per rivendicare una caratteristica del Festival rimasta a lungo intatta. Müller fu il primo a portare in piazza un film d’animazione Disney, ‘Mulan’, ma allo stesso tempo ci proponeva la coppia Straub-Huillet, la cinefilia più ruvida e non pacificata, contrasti che si sono giocati per tutto questo tempo, aprendo a tutti i gusti. Negli ultimi anni si è riscoperto il cinema di genere, per esempio, che si è liberato della diffidenza fino a divenire uno degli spazi privilegiati per la sperimentazione degli autori contemporanei. La cosa bella è che Venezia ha tanto rivendicato quest’apertura, ma Olivier Père già la sosteneva nel 2010. Locarno, essendo un festival più piccolo di altri, ha la possibilità di giocare d’anticipo, di tentare traiettorie alternative. È una delle sue caratteristiche primarie».


‘Sono molto sorpreso e felice di avere vinto il premio, ma anche se non l’avessi vinto ho vinto comunque, perché mi hanno offerto un viaggio in Europa, è la mia prima volta’ (Spike Lee, 1983)


In ‘Locarno Confidential’, a Nadia Dresti, già vicedirettrice artistica del Festival, è affidato il ricordo di Quentin Tarantino, fresco vincitore di Cannes con ‘Pulp Fiction’, autoinvitatosi alla cena del Festival e logorroica fonte di disturbo. Del Tarantino che fa jogging a Locarno di prima mattina con il futuro premio Oscar Kathryn Bigelow riferisce invece Francesca Fumagalli, coordinatrice di varie giurie del Festival. Daniele Jörg, consulente giuridico, ricorda di quando spinse sul palco Spike Lee, giovanissimo Pardo d’Argento non proprio a suo agio con le grandi platee. A Sandro Bianconi, condirettore dal 1967 al 1970, il ricordo dell’edizione del 1968, con la sala occupata dai suoi allievi; a Riccarda Stevan, già direttrice generale, quello di Giuseppe Buffi, mancato dieci giorni prima dell’inizio del suo Festival; il successore, Marco Solari, dalle poltrone del Palacinema parla di quel che sarebbe accaduto dopo. E di quel che accade oggi.


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Da sinistra, Giuseppe Buffi, Marco Müller e Raimondo Rezzonico, ottobre 1999

Dagli archivi, c’è pure un Marco Blaser (1935-1994) che ‘rapì’ un’attrice cecoslovacca (ma non era un rapimento) e, ancor prima, un Vinicio Beretta che dava il senso della manifestazione, o almeno il senso di allora: "Un Festival in maniche di camicia, dove il cinema è al primo posto e non le mondanità. Locarno, come la Svizzera d’altra parte, non è un posto da parate mondane". E poi c’è il fotografo Alessio Pizzicannella e quel minaccioso "Just one shot" pronunciato da Michael Cimino, che nel 2015 impone "uno scatto soltanto", autocitandosi da ‘Il cacciatore’». L’anno prima, Rutger Hauer, in sella a una Harley: «Mi diede appuntamento a tre giorni dopo, quando le foto non servivano più», ricorda Alessio. «Ci andai comunque, ma non aveva voglia di farsi fotografare: passammo un pomeriggio a bere, con lui che raccontava storie meravigliose su ‘Blade Runner’ e non solo».


‘Faccio dei film per stare lontano dai bar’ (Aki Kaurismäki, 1989)


Marlene Dietrich nel 1960 in silenzio per contratto; Rainer Werner Fassbinder che nel 1973 tenta d’imboscare un paravento dell’Hotel Du Lac; lo psichiatra iraniano assurto a traduttore di Abbas Kiarostami nel 1989; il ventilatore negato a Ennio Morricone nel 2003; Christopher Lee poliziotto di Locarno nel 2012. Insieme a un piccolo trattato sullo ‘spettatore anfibio’ e alla spiegazione su come si sia passati dalla Vela al Pardo di Remo Rossi, nel libro c’è spazio anche per Chota e Bandana, leopardessa e leopardo della clip che anticipa le proiezioni. Quanti aneddoti sono rimasti fuori? «Tantissimi. Sarei potuto andare avanti ancora ma, per fortuna, in questo lavoro a un certo punto arrivano le scadenze editoriali. Ho lavorato al libro per due anni; una volta tornato in Svizzera, dopo essere stato corrispondente Rsi a Roma, ne ho proposto una versione televisiva. Lì, negli archivi della Rsi, ho ritrovato dell’altro. Ci sono anche storie la cui voce, di rimbalzo, s’è ingigantita rispetto alla realtà. Io ho solo cercato di restituire la mitologia interna di quei racconti. Alcune sono state ‘microcensurate’, ma già Kaurismäki vale la ricerca…».

Per finire. Lorenzo Buccella: ma Sean Connery, nel 2007, era davvero in Piazza Grande a guardarsi un film? «Me l’hanno assicurato. Ma è un attimo costruire uno scherzo e far proliferare leggende. Su di un nome come quello poi, uno 007, l’incognita che fosse in piazza oppure no si sposa col personaggio, e diventa inevitabilmente affascinante».


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‘No, il ventilatore è solo per i Vip’

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