HOCKEY
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Alessandro il gladiatore e l’arena delle emozioni

La sera dell’arrivederci, il 31 marzo (Ti-Press/Golay)

Dopo averne visti di tutti i colori, Chiesa si prepara alla nuova vita. ‘Drogati di adrenalina’.


Diciannove stagioni nell’arena. Poi, improvvisa, ecco la decisione: Alessandro Chiesa dice basta. Dopo aver perso il conto di quante partite fossero. «Quante? Ouf – dice, sospirando, il trentacinquenne difensore del Lugano –. Se non ricordo male ottocento… sessanta… sessantotto?».

Ci sei quasi: 886. Ti sarai mica preparato?

No, l’ho letto su Instagram, nella dedica che mi ha fatto la redazione di MySports quand’ho annunciato che avrei smesso. Quel ‘post’ me l’ha girato Timo Helbling, che ora fa l’esperto in tivù quando ci sono le partite: l’ho letto e ho riso come un matto, perché la colonna sonora era ‘Con te partirò’ di Andrea Bocelli. Dopo aver toccato tutto ciò che c’era da toccare gli ho detto: ‘Timo, sai che in Ticino quel brano passerà al 90% dei funerali?’.

Ti sei mai chiesto se Helbling si destreggi meglio in pista o nei panni del critico?

Non posso esprimermi, siccome non seguo ciò che dicono in tivù dopo le partite. Quel che so è che è una persona migliore fuori dal ghiaccio, perché in pista è un pazzo scatenato (ride, ndr) e perde facilmente la pazienza. Quando non gioca, invece, è un altro uomo, intelligente, pacato. E dopo il bachelor e il master oggi fa il broker nel settore bancario.

Certo che non dev’essere semplice riuscire sempre a trattenersi in uno sport che fa dell’emotività la propria essenza.

Qualsiasi sport vive sulle emozioni, però è vero, nell’hockey sono ancora più forti. E possono essere positive o negative, a seconda di come va la partita o la stagione. Ma viviamo per quello, in fondo: alla fine siamo dei drogati di quelle emozioni.

Non credi che ne avrai nostalgia?

Ne ho parlato con gente che ha smesso, con ex compagni: ciò che mancherà di più sarà l’adrenalina che c’è nel pre-partita e durante le partite stesse. Un giocatore di hockey è così: abituato ad andare a tutta, sempre, a performare in un lasso di tempo breve. Al contrario di ciò che capita nel resto della vita, che è più una maratona che uno sprint.


Ti-Press/Crinari
Con Mirco Müller, il 17 settembre contro il Bienne

Se, invece, non ci riesci?

Te ne accorgi subito. Appena entri in pista capisci che le gambe non vanno, e l’unica soluzione è usare di più la testa, lo impari con l’esperienza. Così come apprendi a esser più costante sull’arco della stagione, pur se su quell’aspetto pesa non solo la preparazione ma anche la disciplina personale. Più il tempo passa, più sai riconoscere i segnali che il corpo ti invia. Però poi è anche fisiologico: in un ‘back to back’, di rientro la notte da una trasferta, tra quando vai a letto e torni in pista per il ‘pre-game skate’ del mattino dopo, avrai dormito sì e no quattro ore. Prima della partita potrai ancora fare un pisolino, ma non sempre sarai sul serio al top.

A sud delle Alpi, dove c’è molta pressione da parte dell’opinione pubblica in generale, quanto si è stressati da giocatori di hockey?

La pressione… Direi che è quello il bello, con la rivalità e quel derby che tutti ci invidiano. Infatti altrove, in Svizzera, non è lo stesso. Ho giocato a Zugo, quindi lo so: c’era un solo un giornalista ad assistere agli allenamenti al mattino, non la fila che c’è qui nei giorni che precedono le partite. D’altra parte, in Ticino ci sono giornali, radio, tivù, blog...

È vero che i giocatori i giornali non li leggono durante i playoff?

Io non li leggo a prescindere, a parte quando mi intervistano perché voglio vedere cosa scrivono (ride, ndr): evito di farlo perché quand’ero giovane, prima di partire per Zugo leggevo tanto e poi mi arrabbiavo. Da allora sono cresciuto, lavorando molto su me stesso, e anche grazie a chi mi ha aiutato ho capito che è meglio lasciar perdere. Tanto quando le cose vanno bene sei un campione e quando vanno male sei un brocco. E comunque ci sarà sempre qualcuno a cui non va bene ciò che fai. Così ho imparato a non leggere. E se invece mi capita di farlo, perché con i telefonini ci si imbatte sempre in qualcosa, a non dargli importanza.

Entrando negli spogliatoi a volte succede d’imbattersi in articoli di giornale critici o persino provocatori affissi alle pareti a mo’ di stimolo per la squadra.

Nella mia carriera ne ho visti di tutti i colori (ride, ndr), potrei scrivere un libro… Un aneddoto? Beh, parlando di giornalisti ricordo che un anno filtrò nello spogliatoio una notizia pubblicata dal Blick che rischiò di destabilizzare l’ambiente, perché le si diede troppa importanza. Non dirò di più, se non che eravamo riusciti a gestire bene la situazione.

Quando invece, e ogni tanto succede, girano false voci come ci si comporta?

Vabbé, sappiamo che fa parte del gioco. A Lugano, ad esempio (ride, ndr) c’è sempre un ambiente bruttissimo, dove tutti sono nemici in uno spogliatoio popolato da superstar. Fino a un paio d’anni fa non era inusuale imbattersi in cose del genere. Ma quando magari esce qualcosa che sai che non doveva uscire e lo leggi sul giornale, ecco quello mi dà un po’ fastidio.

Come si gestiscono i momenti difficili in uno spogliatoio?

Dialogando. In quella stanza ci sono venticinque teste, e ognuna di esse vede le cose alla sua maniera. Nella mia vita ho imparato che se c’è un problema se ne deve parlare, bisogna sistemare subito la questione. Magari non a caldo, però il giorno dopo sì. Non necessariamente come nei film all’americana, dove uno si alza e comincia a gridare: si può anche farlo tranquillamente, davanti a un caffè.


Ti-Press/Gianinazzi
Con la "C" di capitano, nel febbraio 2019

A proposito di parole che non sarebbero mai dovute uscire: nel 2017, quando avete battuto il Berna 5-4 ai rigori dopo essere stati in vantaggio 4-1, l’attaccante degli Orsi Thomas Rüfenacht disse di non voler cedere alle provocazioni «di una quarta linea di andicappati come quella di Walker», frase che si commenta da sola. Tu, che di quel Lugano eri capitano, ti arrabbiasti parecchio.

Il fratello di mia moglie è un ragazzo autistico, e se ne occupa come se fosse sua mamma: un paio di volte a settimana lei dorme da lui o lui da noi, e durante il lockdown è vissuto a casa nostra. Ecco perché mi aveva dato fastidio. Mi ha infastidito anche che quelle parole le avesse pronunciate non nel vivo dell’azione, ma al di fuori della partita. Gli avevo chiesto di regolare i conti sul ghiaccio e non aveva accettato, poi s’era sfogato con i giornalisti. Comunque è acqua passata. Diciamo che non ci uscirei per bere una birra, ma se incontro ‘Rüfi’ lo saluto volentieri.

Sta di fatto che, specie nelle sfide più sentite, dalle bocche esce di tutto. L’esempio arriva da quei due famosi derby microfonati, il 200esimo e il 201esimo della serie al centro di un documentario prodotto da Rsi: ce n’è voluto di lavoro per censurare espressioni che mai sarebbero potute andare in onda…

Già, di ‘beep’ ce n’erano parecchi. Il fatto è che gli altri giocatori sapevano che avevo un microfono, così c’è chi veniva apposta a dire certe cose… Comunque è stato divertente, oltre che bello da rivedere. Bisognerebbe organizzare una proiezione al cinema della versione integrale, ma senza telefonini così nessuno può registrare...

E il cosiddetto ‘trash talking’?

Diciamo che uno non deve utilizzarlo per forza, e non funziona proprio con tutti. Se penso alla mia esperienza, negli ultimi anni ho imparato a riderne, rispondendo con una battuta. Però sì, alcuni ci cascano, specie se sai quali punti toccare. Come con i canadesi, questa me l’ha insegnata Raffaele Sannitz: ‘Se sei così forte, perché sei qua e non in Nhl?’. È quasi come toccargli la mamma, la prendono sul personale (ride, ndr).


Ti-Press/D.Agosta
Durante un allenamento nell’estate del 2018, sotto gli occhi attenti di Grégory Hofmann

Si può dire che pure sul ghiaccio il derby è l’apoteosi delle emozioni?

Diciamo che un’atmosfera del genere la trovi solo nei playoff o in partite veramente importanti, come lo è stata per noi la sfida dei preplayoff con il Ginevra. C’era un grandissimo ambiente alla Cornèr Arena, e l’adrenalina schizzava alle stelle.

Tuttavia, non sempre le emozioni sono positive...

Non dirò che ero contento quando mi insultavano, però quando succedeva capivi che stavi facendo la cosa giusta. Infatti se l’avversario s’arrabbia significa che le cose stanno andando bene (sorride, ndr). Però non bisogna esagerare. È vero, sul ghiaccio mi è sempre piaciuto essere duro, ma posso dire di essere sempre stato abbastanza corretto. Ricordo una sola squalifica in carriera, ma fu per un incidente di gioco, e se non erro venne pure cancellata. Mi sarà capitato di andare anche sopra i limiti, ma ho sempre avuto un certo rispetto per l’avversario: mai sono stato squalificato per interventi da dietro, per interventi alla testa eccetera. Ed è motivo d’orgoglio.

Stando a Eliteprospects, sorta di bibbia dell’hockey, sei un avversario tosto nei duelli fisici dallo spiccato senso del gioco’

Chi ha scritto questo, di hockey ne capisce (ride, ndr). A parte le battute, è chiaro, mi sono sempre basato sul mio fisico. Poi col tempo, specie quand’ero a Zugo con Doug Shedden ma specialmente Valtteri Immonen, ho trovato persone che hanno saputo indirizzarmi sul tipo di gioco che avrei dovuto fare per ritagliarmi uno spazio duraturo in A.

Insomma, è nato lì il Chiesa gladiatore. Ma tu ti rivedi in quella definizione?

A me fa piacere se qualcuno mi vede in quel modo. È quello che ho sempre cercato di fare sul ghiaccio, dove sono sempre andato con la voglia di lottare fino alla fine.

Certo che ne hai fatta di strada, da quando iniziasti da bambino nella Tre Valli Ghiaccio.

Io ho cominciato a giocare quando hanno inaugurato la pista. Giravano gli inviti a presentarsi per imparare a pattinare e, racconta mia madre, fu Palmira, la mia maestra d’asilo, a consigliare ai miei di portarmi in pista, perché secondo lei ero un bambino agitato. È così che è nato tutto.

Quando hai capito che sarebbe stato quello il tuo destino?

Un bel po’ di tempo dopo. Sono rimasto a Biasca fino ai quattordici anni e quando la società fallì, contrariamente a molti compagni che decisero di smettere, scelsi di salire ad Ambrì, perché l’hockey mi piaceva troppo. Poi, quando Julius Kovacs mi diede l’opportunità di allenarmi con gli Juniores élite nonostante fossi ancora in età Novizi, a quel punto mi son detto che forse sarebbe potuto essere quello il mio lavoro.


Ti-Press/Golay
Al suo arrivo a Lugano, giovanissimo: era il 2006

Diciannove anni dopo, il momento più difficile qual è stato?

Quando mi sono tagliato il tendine d’Achille a Davos, alla penultima di regular season, nel marzo 2018. Ricordo tutto benissimo. Era il mio primo cambio, e avvertii una scossa tipo quando batti un gomito contro il muro. Mi sono tagliato qua (mostra un punto sopra la caviglia, ndr), la lama di un avversario mi è entrata all’interno del pattino, dove non c’è protezione. Adesso però esistono le calze antitaglio, le hanno fatte perché ci sono stati altri giocatori che si sono fatti male in quel modo.

Sembra un taglio netto.

Sì, come un bisturi: ‘zac’. Lì per lì, con l’adrenalina che avevo in corpo non capivo cosa stesse accadendo. Ho provato a rialzarmi ma sono caduto, anche perché se non hai più il tendine è dura reggersi in piedi. Immaginavo fosse un problema al pattino, che avessi perso la lama, e mentre controllavo ho chiesto all’arbitro di fischiare, ma non poteva farlo (infatti il disco era in possesso del Davos e non c’erano rischi imminenti per l’incolumità di Chiesa, ndr). A quel punto mi trascinai in panchina e chiesi a Nicklas, il responsabile del materiale, di guardare cosa avesse quella lama. Fece per affilare il pattino con la pietra abrasiva ma s’affrettò a dirmi che era tutto okay. Gli risposi malamente, poverino, poi mi misi a verificare da solo. Solo quando notai il sangue realizzai davvero cos’era successo, anche perché io sono uno a cui piace portare i pattini ben stretti. E quando me lo tolsero in infermeria ricordo il sangue, ricordo il dolore e pure che in attesa della morfina detti fondo al mio vocabolario di parolacce in tedesco.

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