tra famiglia e carriera
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La scelta del part-time spesso è un passo obbligato


Costi elevati degli asili, oneri fiscali e poca flessibilità scoraggiano l’impiego femminile


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È una vita da equilibrista quella di una donna lavoratrice, soprattutto se ha uno o più figli. Difficile far collimare carriera, famiglia, casa e magari anche la cura di un parente malato. Per non parlare di riuscire ad avere un po’ di tempo per sé. Molte donne optano così per il part-time, più per necessità che per vero desiderio. Infatti, più di un terzo delle donne altamente qualificate aumenterebbe la propria percentuale di lavoro, indica un recente studio dell’istituto di ricerca Sotomo commissionato dall’Unione svizzera dei liberi professionisti. Cosa glielo impedisce? Principalmente il costo elevato di asili nido e strutture extrascolastiche, le condizioni fiscali sfavorevoli per il secondo reddito e la poca flessibilità al lavoro. Nonché una ripartizione dei ruoli a casa non ottimali.


Nel 2020 il 79 per cento delle donne attive con figli sotto i 15 anni lavorava a tempo parziale


Nel 2020 il 79 per cento delle donne attive con figli sotto i 15 anni lavorava a tempo parziale, indica l’Ufficio federale di statistica (Ust). La discrepanza con gli uomini c’è: per loro si parla del 13 per cento. «Sono numeri preoccupanti e anche il messaggio che passa non è positivo», ci dice Marialuisa Parodi, co-direttrice dell’associazione Equi-Lab che offre consulenza per progetti riguardanti l’equilibrio lavoro-famiglia.

«Negli ultimi anni abbiamo visto un grande spostamento dal tempo pieno al tempo parziale, e non è che si facciano più figli. Nei Paesi in cui ci sono delle politiche familiari adeguate la natalità sale. Questo perché ci si sente più sicuri rispetto al proprio posto di lavoro e alle strutture su cui poter fare affidamento. Per chi non ha figli probabilmente il part-time è spesso una scelta dettata da un desiderio. Il nostro è un Paese in cui c’è spazio per questa modalità di lavoro. Infatti anche tra gli uomini si sta facendo strada e molti giovani la ricercano. Il lavoro a tempo parziale in senso generale è una buona soluzione. Questo però se è volontario. Spesso non è così per le donne svizzere». Anche lo studio di Sotomo conferma che le ragioni che spingono le donne e gli uomini a scegliere il part-time sono diverse. Nel caso degli uomini sono principalmente i bisogni legati allo svago e al riposo, mentre le donne invocano principalmente le esigenze familiari.


Forte l’impatto della maternità sulla percentuale di occupazione

L’impatto che ha la maternità in Svizzera sulla percentuale di occupazione è evidente: delle donne con figli sotto i 15 anni – indica l’Ust - una su cinque lavora a tempo pieno, mentre tra quelle che non hanno figli, o questi hanno più di 15 anni, è la metà ad avere un lavoro a tempo pieno e poco meno di un terzo ha un grado di occupazione inferiore al 70 per cento.


‘Il divario fra uomo e donna si amplia con la fondazione di una famiglia’


L’uguaglianza è dunque presente unicamente fino a quando si hanno dei figli, indica la ricerca di Sotomo. "È impressionante constatare che il tasso d’occupazione tra i giovani dai 25 ai 29 anni differisce molto poco fra le donne e gli uomini altamente qualificati. Il divario nei tassi di occupazione si amplia all’inizio della fase di fondazione della famiglia", si legge. "Dopodiché, la tendenza al ribasso del tasso di occupazione femminile non si inverte, nemmeno dopo la fase della prima infanzia".


Gli asili sono pochi e troppo costosi

«Le strutture che accolgono i bambini non sono sufficienti», afferma Parodi. «È un problema che hanno anche molti altri Paesi europei. In Svizzera, però, si stima che il costo della cura formale dei bambini piccoli, asili nido o altri centri, corrisponda a più del 40 per cento del salario medio». È un onere finanziario che certamente fa riflettere su quanto convenga lavorare al posto che restare a casa coi figli. «In molti sono abituati a pensare che sia il salario della donna a dover coprire l’asilo nido», osserva. «A mio parere la Svizzera non investe sufficientemente nella famiglia e nella demografia e scoraggia il lavoro femminile».

‘Il sistema fiscale disincentiva l’occupazione femminile’

Sulla scelta di un aumento della percentuale d’impiego, per le donne, pesa anche la questione fiscale. «Al momento vale l’aliquota del marito, perché nella stragrande maggioranza dei casi ha il reddito più alto. Se una donna aumenta leggermente la sua percentuale di lavoro o passa al tempo pieno, le imposte della famiglia aumentano vertiginosamente. Questo disincentiva tantissimo l’occupazione femminile. Le famiglie valutano gli aspetti finanziari prima di fare un cambiamento di questo genere, soprattutto quelle che non hanno un reddito alto», spiega Parodi. «Presto voteremo per l’imposizione individuale e quello sarebbe un grandissimo incoraggiamento al lavoro femminile».


Sulla flessibilità le aziende possono fare di più

Su tasse e costi delle strutture le aziende che assumono dipendenti possono fare poco, ma hanno un ruolo centrale per agevolare la conciliabilità fra lavoro e famiglia. «Sulla flessibilità le aziende possono fare moltissimo», sostiene la co-direttrice di Equi-Lab. «Molto spesso non servono grandi investimenti, è una questione di cultura. So di un’azienda in Ticino che offre ai suoi dipendenti il costo del taxi nel caso, per esempio, debbano andare a prendere il figlio a scuola perché non sta bene. Così facendo i genitori si sentono più tranquilli a usare i mezzi pubblici per andare al lavoro. Questo tipo di misure crea un legame con l’azienda, come pure un bel clima lavorativo e maggiore motivazione da parte del lavoratore. Ma è estremamente importante, prima di mettere in campo delle misure, mettersi in ascolto: è buona cosa che l’azienda faccia un’indagine interna per capire quali sono i veri bisogni di conciliabilità dei suoi dipendenti. Non ci sono solo i genitori. Per esempio i familiari curanti sono una realtà in crescita esponenziale».

Sostenere le famiglie è anche nell’interesse delle aziende stesse. Per esempio nel caso di professioni che richiedono personale altamente qualificato, "una maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro permetterebbe di combattere la penuria di questo tipo di manodopera in Svizzera", riferisce Sotomo. Le risorse ci sono, ma non sono sfruttate. Lo studio mette infatti in risalto che circa la metà della popolazione attiva che ha un diploma universitario è rappresentata da donne. Queste, però, lavorano molte meno ore rispetto agli uomini.


Spesso le donne sono vittime di discriminazione sul lavoro

Non ci sono però solo questioni pratiche da considerare: «Le donne che hanno figli devono spesso fare i conti con varie forme di discriminazione sul posto di lavoro. È risaputo che gli uomini hanno maggiori possibilità di ambire a posizioni di leadership. Le condizioni di crescita professionale non sono eque tra uomo e donna. Sono elementi che portano spesso a dimissioni o al mancato rientro al lavoro dopo la maternità».

In alcuni casi le assenze vengono viste dalle aziende come un grande problema, soprattutto per quei dipendenti non facilmente sostituibili. «Passare alla mentalità del ‘job sharing’, invece che del part-time, è un’ottima soluzione – sostiene Parodi –. Si tratta di avere due o più persone che nell’azienda hanno le stesse mansioni, con un orario di lavoro parziale, ma sono completamente sostituibili. Si tratta di soluzioni di gestione del lavoro che però fanno fatica a evolvere».


‘L’equilibrio tra la vita professionale e quella personale è un valore che si trasforma poi in produttività’


Secondo la co-direttrice di Equi-Lab, la pandemia ha però insegnato qualcosa: «Abbiamo dovuto mettere da parte l’idea che per fare carriera bisogna essere sostanzialmente liberi da impegni familiari e presenti dalle otto a mezzanotte in ufficio. Abbiamo visto che si può essere efficienti anche senza questi falsi miti. Se questo corrispondesse a una rivalutazione del concetto di flessibilità, cioè nel considerare che l’equilibrio tra la vita professionale e quella personale è un valore che si trasforma poi in produttività, avremmo superato quegli scogli culturali. Magari potremmo abbandonare con più serenità il concetto di presenzialismo estremo». L’importante, però è che le varie alternative, come il telelavoro, «non diventino un’opzione solo per le donne. Perché altrimenti sarebbe un’altra forma di segregazione».

Proprio per dare alle ditte un sostegno, in Ticino nel 2018 è stata votata una riforma fisco-sociale, che incarica le associazioni economiche a sensibilizzare le aziende sul tema della conciliabilità e stanzia delle risorse finanziarie per effettuare le misure necessarie a migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata dei dipendenti. Questi soldi vengono presi dal fondo cantonale di compensazione a cui tutte le aziende partecipano con un prelievo minimo sulla massa salariale, ricorda Parodi. «Sono passati alcuni anni e queste risorse sono state utilizzate molto poco dalle aziende, anche perché è mancata un’informazione capillare». Inoltre la pandemia non ha aiutato: «Ha portato a una paralisi anche della programmazione di strategie aziendali poiché le ditte hanno dovuto spesso pensare alla sopravvivenza. Soprattutto in Ticino dove la maggior parte sono piccole e medie imprese».

Molti licenziamenti illegittimi

Oltre che a una paralisi, la crisi sanitaria ha causato vari licenziamenti, non sempre conformi alle norme di legge. La co-direttrice di Equi-Lab spiega che ultimamente a rivolgersi all’associazione per una consulenza individuale sono principalmente donne con questioni legate a licenziamenti illegittimi. «Durante la pandemia c’è stato un grandissimo numero di donne che hanno perso il lavoro. In Ticino molto di più che nel resto della Svizzera. Nel nostro cantone le donne sono molto presenti nei settori che sono stati più colpiti: turismo, commercio al dettaglio, attività su chiamata e quelle legate alla cura della persona. Ricordiamo ad esempio che le famiglie non hanno avuto un sostegno diretto per poter pagare gli stipendi delle collaboratrici familiari».

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