Sopravvissuti alle valanghe
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Intrappolati in un inferno di neve, noi scampati alla morte


Raddoppiati gli appassionati di sci escursionismo che ogni anno fa una ventina di morti. ‘Troppe persone inesperte, non equipaggiate, sfidano la montagna‘


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Il pericolo valanghe è sempre in agguato, anche per i più esperti, anche ciaspolando in zone che si frequentano d’estate, anche se c’è poca neve, anche dopo aver pianificato con cura una gita. Se qualcosa va storto, bisogna essere veloci a reagire, come testimoniano le disavventure in quota di due esperti: Mattia Soldati ed Elio Solari. Se l’incidente accade ai professionisti, che dire dei sempre più numerosi escursionisti della domenica: «Purtroppo in alta montagna vediamo circolare sempre più persone inesperte, non equipaggiate, arrivano in jeans a 2mila metri, azzardano escursioni fuori pista, senza conoscere i luoghi e sottovalutando i rischi», dice la guida alpina Massimo Bognuda.

Il bollettino dei morti sotto una valanga fa impallidire: 20-25 l’anno in Svizzera (in media due al mese). In metà dei casi, l’incidente è avvenuto con grado di pericolo 3 (marcato); nel 30% con grado 2 (moderato), che purtroppo viene erroneamente sottovalutato. Sono le stesse vittime nel 90% dei casi a causare la valanga. Quando parte travolge tutto e una cosa diventa chiara: ciascuno mette la propria vita a repentaglio e nelle mani del compagno di escursione. Chi viene sepolto, ha di regola 10 minuti d’aria, poi la speranza di sopravvivenza cala drasticamente. Se i compagni di escursione sanno che cosa fare, si ha una chance di farcela. Ogni escursione va pianificata accuratamente: occorre informarsi sul pericolo di valanghe, sulla meteo, avere con sé la giusta attrezzatura e disporre di una buona formazione. A fare davvero la differenza sulle vette è la conoscenza, sapere leggere i rischi, quale pendio scegliere, quando tornare indietro. A volte una decisione sbagliata può fare la differenza tra vita e morte.

La testimonianza di Mattia Soldati

‘Troppa sicurezza riduce l’attenzione, ora sono più prudente’


Mattia Soldati coordina il gruppo valanghe cantonale: ‘Dall’incidente sono ancora più consapevole di poter sbagliare, il che è un bene’

«Mi sentivo sicuro, preparato a leggere la coltre nevosa, a calcolare i rischi. Poi c’è stato l’incidente. Col senno di poi, penso che troppa sicurezza rischia di ridurre l’attenzione, basta poco per superare la linea rossa, il limite tra successo e insuccesso è davvero sottile. Ora sono ancora più prudente», dice l’ingegnere forestale Mattia Soldati che coordina il gruppo valanghe cantonale. Era una fredda giornata di aprile del 2018 e le condizioni erano perfette per praticare sci alpinismo. «Prima di un’escursione studio la sicurezza del percorso, valuto la copertura nevosa, l’inclinazione dei pendii, i bollettini meteo e valanghe». Le condizioni erano ottime e la comitiva (nove persone in tutto) parte per raggiungere il Pizzo Cana, in val Lavizzara. Il bollettino delle valanghe prevedeva grado 3 (marcato) nella parte bassa, e grado 2 sul pendio in alto, la parte più critica. «Avremmo valutato sul posto la praticabilità della vetta». A parte una giovane che decide di rientrare perché troppo stanca, il resto del gruppo arriva sul pianoro sottostante la vetta. «Erano le 11, si doveva decidere se affrontare il pendio finale o tornare indietro». Fino a quel momento, Soldati aveva verificato accuratamente la stabilità del manto nevoso, non c’erano segnali di pericolo come valanghe cadute di recente, accumuli o lastroni di neve ventata o rumori sospetti (il classico Woom sotto i piedi). «Eravamo in tre a decidere, ma è bastato uno scambio di sguardi per capire che tutti volevamo continuare».

Salendo il gruppo si sfilaccia, cinque arrivano in cima e toccando un punto debole del manto nevoso, provocando il distacco di un lastrone, che travolge gli altri tre compagni, che erano più in basso per mantenere le distanze di sicurezza. «Due erano sepolti in due metri di neve, il terzo era stato trasportato dalla valanga. Eravamo tutti equipaggiati con ARTVA, sonda e pala. Abbiamo individuato e liberato velocemente i compagni. Il primo in pochi minuti, per il secondo ci sono voluti 18 minuti. Non c’era rete per il telefonino ed è stata decisiva la radio della Rega per chiamare i soccorsi», ci racconta. Le vittime, per fortuna, hanno riportato ferite non gravi.

A bocce ferme, si analizza che cosa è andato storto. «Salire sul pendio finale è stata una scelta sbagliata, dovevamo fermarci prima. L’errore è stato non considerare l’elevata quota in rapporto al freddo, all’influsso del vento e alla presenza di uno strato sfavorevole dove si era depositato dall’ultima nevicata». E poi ci sono le trappole psicologiche. «Quando è uno solo a decidere, il rischio è inferiore. Quando la responsabilità è suddivisa su più persone, anche il suo peso lo è. Si è disposti ad assumersi rischi maggiori. Sul pendio eravamo in tre a decidere, ciascuno era favorevole, forse perché anche gli altri lo erano. È un aspetto da non sottovalutare quando si prendono decisioni in montagna». Si impara da ogni disavventura. «Da allora sono ancora più consapevole di poter sbagliare, il che è un bene, e sono molto più prudente. Col gruppo abbiamo discusso dell’accaduto, analizzato gli errori, l’amicizia è ancora forte e si va tutti ancora in montagna insieme», conclude Soldati.

La storia di Elio Solari

‘Ti senti schiacciato, non riesci a muovere nemmeno le palpebre’


Intrappolato, immobile, ti senti schiacciato ovunque. E sai che hai, solo 10 minuti d’aria.

Quando sei sotto, imprigionato nella neve, puoi sentire i passi delle persone in superficie, anche se hai fiato per urlare, nessuno ti sente. “Sei intrappolato, immobile, ti senti schiacciato ovunque, non riesci nemmeno a muovere le palpebre. È una situazione di totale impotenza. Il pensiero va subito a chi è fuori: ti chiedi se, pure lui, è sotto la valanga; se ti sta cercando”. Per Elio Solari di Olivone sono stati 10 minuti davvero molto lunghi. «Mi è passata davanti agli occhi tutta la vita, come un film. Poi ho sentito la pala che smuoveva la neve». È vivo grazie alla prontezza del suo collega.

Con 40 anni di esperienza alle spalle e tante persone salvate, Elio Solari nel 2001 da salvatore è diventato vittima, rimanendo sotto una valanga al Lucomagno. Per 23 anni (dal 1985 al 2008) ha fatto soccorso alpino coi cani da valanga in Ticino e Mesolcina, partecipando a diversi interventi Rega; dal 2000-2013 è stato responsabile per il cantone delle strade dell’alta valle di Blenio e per l’apertura del passo del Lucomagno (ora è vice). Quando nel 1995 una valanga ha travolto 8 persone a Campra, Elio Solari c’era: «Ne abbiamo salvate sei coi cani. Li abbiamo tirati fuori tutti. Sono sopravvissuti per un’ora e mezza, potevano respirare grazie a un cuscinetto d’aria. Di regola si resiste 15 minuti, dopo subentra l’ipotermia. Se è un lastrone di neve polverosa ti entra nei polmoni e muori per soffocamento. In primavera, la neve è più bagnata, scende più lentamente ma ti schiaccia e rompe facilmente qualche ossa», spiega.

Torniamo all’inverno del 2001: Elio Solari era con un collega grigionese sul passo del Lucomagno. Dovevano fare i profili della neve da inviare al centro di ricerca e servizi sulla neve di Davos. «Questi rilevamenti permettono di valutare la stabilità del manto nevoso e di conseguenza il rischio valanghe. Dovevamo fare i due versanti, Sud e Nord». Era scesa molta neve, Elio Solari decide di raggiungere il passo da Campra in motoslitta.

Assiste il collega grigionese, mentre sale sul pendio a Sud, poi viene il suo turno. «Mentre ero a tre quarti del pendio, sul versante Nord, ho sentito Woom, sapevo che quel sibilo era un assestamento della neve. Poco dopo si è staccato un lastrone e ci sono rimasto intrappolato. Era pericoloso ma dovevamo fare i profili». Dopo aver realizzato di essere scampato alla morte per un soffio, c’è stato il momento per analizzare i fatti. «L’errore è stato salire al Lucomagno con la motoslitta, attraversando il piano, ho rotto l’equilibrio del manto nevoso e innescato la trappola», ci spiega l’esperto.

Sono trascorsi tanti anni, ma un’esperienza simile non si dimentica. «Sono tornato subito al lavoro, ma conosco vittime che sono diventate claustrofobiche. Ho maturato un rispetto ancora maggiore, ascolto i segnali della montagna, perché la neve parla. Quando senti ‘Woom’ da distante, sai che il manto nevoso è instabile; c’è un equilibrio che si è rotto ai piedi di un pendio e può facilmente partire una valanga».

Quanti ciaspolatori sanno leggere la neve, i suoi movimenti, i suoi segreti? Se 20 anni fa in montagna ci andava chi era esperto, oggi si trova proprio di tutto. «È la nuova moda, c’è poca preparazione e molti non usano la testa. Non bisogna pensare di imporsi sulla montagna, è sempre lei che comanda». Prima di partire per un’escursione, va studiato il percorso: «Mai seguire ciecamente le tracce, ma verificare se un pendio è davvero sicuro usando gli occhi e tenendo le orecchie ben aperte. Basta una nevicata notturna o delle raffiche di vento per cambiare la situazione di giorno in giorno», conclude.

L’esperto

Quali sono i luoghi più pericolosi e quando tornare indietro

Pianificare una gita è la prima buona regola. Sapere dove si va, avere il corretto equipaggiamento, saperlo usare, conoscere condizioni meteo e bollettino della neve. «È bene affidarsi alle fonti ufficiali, non ai social che spesso contengono informazioni soggettive, imprecise e non attuali. Una buona applicazione per il cellulare fatta da professionisti è ‘White Risk’», spiega Massimo Bognuda che rappresenta le guide alpine nel gruppo cantonale montagne sicure. Per i ciaspolatori ci sono i percorsi ufficiali di Svizzera mobile marcati con i paletti rosa. Sono controllati e in caso di pericolo valanghe vengono chiusi. «Ai principianti è vivamente sconsigliato fare fuoripista, soprattutto se c’è un pericolo di grado 3, ma gli incidenti accadono anche con grado 2. Bisogna saper valutare i pericoli. È consigliabile seguire un corso su neve e valanghe, per affrontare le escursioni in modo responsabile», precisa Bognuda.

Cerchiamo di capire quali sono i luoghi più pericolosi: «Ogni pendio innevato, sopra i 30 gradi di pendenza, potenzialmente può essere pericoloso soprattutto quando il manto nevoso è coeso e nasconde uno strato debole che può cedere e slittare creando una valanga».

Bisogna saper valutare i pendii, capire se sopportano il carico di chi passa e leggere i segnali di instabilità dell’ambiente. «Quando si vedono valanghe cadute di recente, accumuli di neve portata dal vento, fessure che si formano mentre camminiamo o rumori di assestamento della neve (il classico Woom) sappiamo che è una zona pericolosa (grado 3 confermato), potrebbe staccarsi un lastrone ed è meglio tornare indietro. Anche camminando in pianura si può venir travolti da qualche valanga dai pendii che ci sovrastano. Non ci sono zone più o meno pericolose, se ci sono questi segnali un lastrone di neve può staccarsi sul Basodino come sul Monte Boglia», precisa.

‘Gli inverni con poca neve sono i più pericolosi’

Anche il fatto di avere poca neve non è un criterio per abbassare la guardia, anzi è vero proprio il contrario. «Gli inverni con poca neve sono i più pericolosi. Con piccole e ripetute nevicate, il vento accumula la neve, aumentando il rischio che si formino vari strati deboli. Basta il sovraccarico del manto nevoso anche di una sola persona per innescare una frattura che si propaga fino a causare la valanga». Inoltre, aggiunge l’esperto, gli escursionisti vanno a caccia della neve e la trovano nei canaloni che sono proprio le zone più pericolose per i meno esperti.

Le regole dei ciaspolari

La vita di ogni vittima dipende dalla preparazione dei compagni

Le regole per chi va con le racchette da neve sono poche: i principianti devono rimanere su itinerari segnalati, mai fare un’escursione da soli e avere tutto l’occorrente. «Non deve mancare un sistema per lanciare l’allarme in caso di bisogno; meglio avere l’applicazione Rega sul telefonino (si può inviare un allarme sms anche con un minimo di segnale antenna). Portare indumenti adatti alla stagione, un ricambio, scarponi in buono stato, coperta termica, possono essere utili anche ramponi, pila frontale, ricarica per il cellulare, te caldo e cibo», dice la guida alpina Massimo Bognuda. Per chi fa escursioni su terreno non controllato non devono mancare l’apparecchio di ricerca sotto una valanga (ARTVA) in modalità “Trasmissione”, una sonda e la pala. Equipaggiamenti di soccorso che dobbiamo saper usare bene. «In caso di valanga, la vita della vittima dipende dai compagni. Va localizzata, bisogna liberarle le vie respiratorie in 10-15 minuti. Dopo 30 minuti, la probabilità di sopravvivenza scende del 30%. I soccorsi (Rega) di regola arrivano dopo 15-20 minuti».


La guida alpina Massimo Bognuda

La formazione

Ma chi sa leggere un bollettino della neve?

Anche un bollettino della neve bisogna saperlo interpretare. Non sempre è necessario che avvengano grandi nevicate perché si formino accumuli di neve fresca. Forti raffiche possono accumulare importanti masse di neve su pendii e canali. Quanti sanno che in pieno inverno un pendio ombreggiato è più pericoloso di uno esposto al sole? Qui entra in gioco il consolidamento del manto nevoso che avviene grazie al riscaldamento e raffreddamento della coltre nevosa. Quando non avviene, il manto nevoso resta più fragile per un maggior tempo. «Vari giovani hanno iniziato a seguire i corsi di sicurezza sulla neve, per imparare a valutare il territorio e soccorrere i compagni. In situazioni critiche, la vita dipende dalla formazione dei componenti del gruppo. Nell’ambito della campagna montagne sicure, stiamo organizzando diverse giornate di sensibilizzazione», conclude Massimo Bognuda. Domenica 30 gennaio ci sarà una giornata sui rischi della neve organizzata al Lucomagno dalla colonna di soccorso della Società Alpinistica Ticinese, sezione Lucomagno (che fa parte del soccorso alpino svizzero). Tutte le info su: www.satlucomagno.ch.

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