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Il reportage

Talebani a Kabul, sopra gli eroi e le tombe

Le colline di Shaharak Omid Sabz sono diventate un enorme cimitero improvvisato (Roberto Antonini)

L’avanzata dei 'fanatici di Dio' è molto più rapida del previsto. La resa è nell’aria, il clima è quello da fine regno, la gente vuole fuggire ma non può


a cura de laRegione

Da Shaharak Omid Sabz l’inferno lo si intravvede appena. Kabul è là sotto una coltre di polvere, offuscata dallo smog, quasi indistinta nella luce opaca che riflette le ultime luci del pomeriggio, con i suoi rumori che si stemperano in qualcosa che ricorda un lontano brontolio. Qui ci sente un po’ al sicuro, la tensione cala, siamo finalmente lontani da ogni pericolo. Così perlomeno ci pare. Il profilo della catena montagnosa dell’Hindu Kush che svetta all’orizzonte e si staglia a ovest della capitale, sembra consumare, come se la mangiasse lentamente, la palla infuocata che per qualche minuto ancora ci regala il suo incantesimo. La luce vieppiù fioca, i chiaroscuri che disegna l’imbrunire, ti trasportano per qualche attimo altrove, lontano dalle immagini di sofferenza che ti rimarranno ficcate nella memoria, forse nel ricco passato di questa terra di grandi mistici e poeti, o forse solo in quella natura maestosa e indifferente alle derive degli umani. L’ultima volta ero stato qui in inverno, la neve ammantava le montagne che sfiorano i 5000 metri prima di salire ancora più in su verso l’Himalaya. Ma anche nella torrida estate, il tramonto sa regalare la sua magia. Con Philippe Blanc il regista di Falò, e Rahmat l’interprete, abbiamo da poco raggiunto a piedi la cima di questa collina. La strada sterrata è troppo impervia per la vecchia Toyota Corolla beige che il nostro driver, Ali, guida con spregiudicata maestria nel caotico traffico della capitale. Lui è rimasto giù ad aspettarci, la macchina non la molla mai. Talebani o terroristi dell’Isis hanno preso l’abitudine di attaccare bombe magnetiche sotto le automobili e di farle poi esplodere a distanza. Così la pancia della nostra Toyota è regolarmente oggetto di accurati controlli effettuati con tanto di torce e specchi. Le colline di Shaharak Omid Sabz sono diventate un immenso camposanto dove migliaia di semplici lapidi di sasso spuntano sulla terra arida perdendosi in lontananza. Siamo in un enorme cimitero improvvisato: qui non si chiedono autorizzazioni per seppellire i propri morti, si comperano le lapidi accatastate ai piedi della collina, con le vanghe poi si scava una fossa singola o spesso, nel caso di vittime di stragi, anche una fossa comune. Siamo nell’area sciita della capitale, quella dove vive la comunità Hazara, poveri tra i poveri, vittime predestinate dell’integralismo sunnita di cui i talebani sono i più atroci interpreti. Ogni tanto intravvediamo gruppi famigliari che trasportano i cadaveri dei loro cari nei nuovi loculi, vengono sepolti con il capo rivolto a sud ovest proprio dove il sole ci sta lasciando: La Mecca si perde nell’orizzonte da quelle parti. Le cerimonie sono molto brevi, si riducono all’essenziale, le parole di rito lasciano subito posto al silenzioso cordoglio. Ci sediamo per terra accanto alla tomba di sei ragazze delle 85 bimbe e ragazze uccise nella strage della scuola di Sayed Al Shuada che sarà al centro del nostro documentari video (per il settimanale Falò) e audio (per Laser, Rete Due). Rahmat ci legge i nomi delle giovani vittime vergati sulla pietra, racconta che i genitori di una ragazza, a due mesi dalla carneficina, sono ancora all’oscuro della morte della figlia. Vivono in un area sotto controllo talebano e non hanno potuto essere raggiunti. Garriscono in lontananza alcune bandiere nere rosse verdi afghane, altre più piccole, verdi come il colore dell’Islam, fluttuano accanto a noi, ondeggiano con il loro versi del Corano come fossero un suggerito richiamo a ricordare le migliaia di vittime innocenti che da là sotto, Kabul riversa qui in alto con spaventosa costanza.


I talebani entrano in città con la loro bandiera (Keystone)

La guerra è ovunque

Non hanno atteso a lungo i talebani ad accerchiare Kabul. Ma sono forze invisibili. Non c’è un esercito che si appresta ad assaltare la città. Tutti qui sanno che malgrado il termine ultimo fissato all’11 settembre, gli americani se ne sono in realtà già andati lasciando il paese alla mercé degli “studenti coranici”. Partiti i militari che hanno svuotato la gigantesca base di Bagram, non lontano dalla città, partiti i contractor, partiti molti stranieri che operavano nelle tante Ong, Kabul è stata in fretta e furia riconsegnata ai suoi abitanti. E di fatto ai talebani che non tardano a segnalare la loro presenza con uno stillicidio quotidiano di bombe e di sequestri. La guerra qui è ubiqua, inutile cercare una linea del fronte, il conflitto è ovunque, e con lui l’apprensione e il terrore. I talebani sono già in periferia, ci confermano da più parti. Di notte si spingono fino ai quartieri centrali, taglieggiano i commercianti: chi non versa il contributo al loro Jihad rischia di trovarsi sgozzato. E poi piazzano i loro esplosivi, davanti agli uffici, nei negozi, di fronte alle scuole femminili o alle moschee sciite, spesso nei mercati più affollati. Come quello di Shah Du Shamsira, che costeggia il fiume ormai ridotto a un rigagnolo di acqua lurida con il suo greto trasformato in un lungo immondezzaio dai miasmi nauseabondi. Dieci provvidenziali minuti - quanto è bastato per allontanarci dopo aver girato qualche immagine, tra bancarelle di mandorle, di frutta e verdura, e raccolto le sensazioni di qualche venditore ambulante - ci hanno evitato di rimanere coinvolti in uno dei cinque attentati registrati quel giorno. Un colpo di fortuna. Ci è andata bene. Tutto sembra effimero, appeso a un filo, l’insicurezza è una costante. Si fa il possibile per non dare nell’occhio, come occidentali i pericoli sono ancora maggiori. Rahmat ci porta da un sarto che ci confeziona due Sawar Kamiz, il tradizionale abito con la tunica che scende fino al ginocchio. Nei quartieri più problematici, gireremo così imbacuccati Philippe ed io, con tanto di pakol, il cappello tribale di lana; qualche battuta per la goffaggine, ma così si dovrebbe passare più o meno inosservati. Intanto il diario afghano di quei giorni si riempie di notizie inquietanti. L’avanzata dei “fanatici di Dio” è molto più rapida del previsto, sorprende la facilità con la quale cadono le province: dapprima le campagne, preludio alla conquista talebana di almeno la metà dei capoluoghi provinciali, a cominciare dalla seconda e terza città del paese, Kandahar l’ex capitale culla dei talebani, e Herat con la resa di uno dei più influenti “warlord” e strenui oppositori ai ribelli fondamentalisti, l’ex governatore Ismail Khan, a capo dei mujaheddin nella guerra contro i sovietici. La formazione e l’addestramento dell’esercito regolare afghano (Ana) oltre alla fornitura di armi tecnologicamente avanzate, sono stati una delle priorità della presenza Nato in questi ultimi vent’anni. Come è possibile che un esercito di 180mila soldati possa sciogliersi come neve al sole? Perché in molte regioni le forze regolari si arrendono senza combattere o fuggono all’estero, come a nord del paese, nel confinante Tagikistan? Il più delle volte i talebani combattono con armi leggere e si spostano anche solo con motorini e scooter. Nulla che ricordi un invincibile armata. L’interrogativo trova risposta nella mancanza di motivazione dei soldati che dovrebbero combattere per un governo corrotto e impopolare, nella sfiducia nei confronti dello Stato, nei salari da fame. E sicuramente anche nel terrore che incutono i loro nemici.  Di fronte alle forze regolari, un esercito di fanatici barbuti legati da un appartenenza etnica comune (Pashtun), ma soprattutto da un’ideologia forte, quella dell’islam più retrogrado e oscurantista inculcato nei lavaggi del cervello praticati nelle madrasa, le scuole religiose pakistane dove vanno per la maggiore le correnti più radicali, quella wahabita di origine saudita e quella deobandi che affonda le radici nell’estremismo musulmano indiano. Oltre alla partenza delle forze Nato, ha certamente svolto un ruolo decisivo nella deriva militare afghana l’avvio di trattative tra i talebani, la Russia e soprattutto poi la Cina. Sviluppi diplomatici letti a Kabul come un riconoscimento de facto delle forze talebane.

La resa è nell’aria, il clima a Kabul è quello da fine regno, la gente vuole fuggire ma non può, mentre un flusso ininterrotto di profughi giunto dalle province rende ancora più problematica la vita quotidiana in città. Sono in pochi a credere che la città possa resistere. Molti dei nostri interlocutori ci supplicano di salvarli, di portarli via, di aiutarli a fuggire. Il figlio di un magistrato ucciso in un agguato terroristico ci implora: “Portatemi via, vi do tutto quello che ho, hanno già detto che uccideranno anche me e mio fratello”. Un giornalista mi scrive “sanno che abbiamo trascorso qualche giorno assieme, e chi sta con gli stranieri è condannato a morte. Portami in Svizzera, ti prego”. Parole disperate, parole vere. Di fronte alle quali si alza, come un muro, un sentimento di impotenza. 


La categoria dei giornalisti è tra quelle che ha pagato il tributo più pesante, con decine di morti (Roberto Antonini)

Storie di eroi

Nel nostro diario afghano si trovano anche i nomi di tanti eroi. Non c’è voluto molto tempo per deciderlo: saranno loro i protagonisti dei nostri documentari.  Uomini e soprattutto donne che abbiamo seguito per illustrare storie di estremo coraggio. La lista è lunga: la categoria dei giornalisti è tra quelle che ha pagato il tributo più pesante, con decine di morti ammazzati in attentati o agguati. Eppure Massoud, che conduce il talk show più popolare nel paese su radio Arman, o Anisa reporter d’inchiesta della TV Tolo News non gettano la spugna. Al contrario. La loro professione è diventata una missione. Non si piegano, andranno avanti, non si fermeranno. Lui arriva al lavoro armato, i talebani lo hanno messo in cima alla lista dei bersagli, lei è condotta ogni giorno in redazione da un macchina blindata che cambia quotidianamente orari e percorsi. È una celebrità. E di riflesso anche lei è tra i condannati a morte. La nostra lista è lunga: vi troviamo mediche e infermiere della maternità di Medici senza frontiere subito tornate al lavoro dopo che i terroristi avevano sterminato bimbi e partorienti e personale sanitario. Ci sono le docenti ma anche le allieve della scuola Sayed Al Shuada, ragazze prese di mira in quanto tali e in quanto appartenenti alla comunità hazara. In molte come Habiba, un dodicenne rimasta ferita nella strage dell’8 maggio, sono già tornate in quella scuola che le ha liberate dall’ignoranza. Vogliono farcela, spezzare le catene delle tradizioni più retrograde. La promessa è tutta lì nel suo sguardo di ragazzina ferita nel corpo, ma combattiva e decisa nel profondo dell’anima. Mi dico che nessuna meglio di lei in fondo incarna la resistenza. E forse qualche residua speranza per il futuro. Forse il suo in fondo è anche un atto dovuto per le sue compagne che riposano lassù, su quella collina.


Habiba (Roberto Antonini)

Dall’oblò dell’aereo sul quale dopo qualche peripezia riusciamo a salire per lasciare il paese, lo sguardo si perde sulla metropoli avvolta dalla polvere. No, quello non è certamente il momento per le analisi distaccate. Quello che ti accompagna è un sentimento bizzarro, forse indefinibile.  In quelle due settimane a Kabul abbiamo conosciuto gente straordinaria dal destino che pare segnato. Però questo volo, lontano dall’inferno oggi porta via solo noi.  

 

 

 

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