Sport e Cultura

Guillermo Vilas, la solitudine del numero due

Gstaad, luglio 1978 (Keystone)

Su Netflix c'è 'Vilas: tutto o niente', storia di un'amicizia tra un giornalista e un campione che chiede il posto che gli spettava


Uno legge ‘Open’ e per anni pensa che nulla come la storia di Andre Agassi in balìa del padre aguzzino possa appassionare di più tennisti, tennisti falliti, semplici appassionati, ma anche coloro per i quali il tennis non è niente di più che “guarda’ le palle che andavano da una parte all’altra” (Loredana Berté parlando del tempo trascorso con l’ex marito Björn Borg).

Anni dopo il sinistro anarchico di Omar Sivori, anni prima che David Nalbandian prendesse a calci i giudici di linea, che Gabriela Sabatini vincesse gli Us Open della bellezza, che Gabriel Batistuta desse una lezione di fedeltà alla maglia (più tardi mandata in vacca da Mauro Icardi e consorte), ma soprattutto prima della Mano sinistra de Dios di Diego Armando Maradona, prima di tutto questo, fu un’altra mano sinistra a fare la storia dello sport argentino. Il mancino del tennis per eccellenza (poi arriverà quel simpaticone di John McEnroe) veniva da Buenos Aires.

Guillermo Vilas è stato, senza imbroglio, la Mano de Dios del tennis. Anzi, il braccio, un arto sinistro palesemente sovradimensionato, inserito insieme a un più umano braccio destro dentro un fisico da pentatleta. Un braccio preso a cattivo esempio dai sostenitori de “Il nuoto è uno sport completo, perché sviluppa tutti muscoli del corpo” (è vero, però Federica Pellegrini ha le spalle da carpentiere), un braccio citato in modo più rassicurante dai maestri di tennis di quegli anni, nell’invito ai ragazzini a farsi comperare dai genitori un peso da 5 kg per far sì che l’altro braccio non sembrasse la zampa di un pollo. Per non diventare come Guillermo Vilas, in sostanza.


Gstaad, 1974

Nato per essere il numero uno

Uno crede di avere letto ‘Open’, si diceva, storia di uno che giocò un primo turno di Roland Garros senza le mutande e, per anni, col parrucchino pronto a volar via a una raffica di vento più forte di altre (quasi successe); uno crede che solo Andre Agassi ha conosciuto le sofferenze del tennis e poi s’imbatte in ‘Vilas: tutto o niente’, documentario di Matías Gueilburt (tradotto male, lo si capisce una volta arrivati alla fine). Titolo a parte. ‘Vilas: tutto o niente’ è una storia di sport che diventa storia di un'amicizia  fraterna tra un giornalista e un campione, entrambi argentini; e infine – o nel mezzo, perché è di questo che si parla – diventa la storia di un’ingiustizia perpetrata dall’Association of Tennis Professionals (Atp), l’organo massimo del tennis che, per definizione, ha come nobile scopo quello di “tutelare gli interessi dei giocatori relativamente ai vari aspetti dell’attività nonché quello di gestire e organizzare dei servizi essenziali” quali, ad esempio, redigere la classifica mondiale, o ‘Ranking Atp’. Perché la storia di Guillermo Vilas è anche una storia di numeri.


 “Essere il n.1 è importante. Penso alle conversazioni da taxi, o a chiunque ti chieda che lavoro facevi. Dire che hai vinto l’Open di Francia non è la stessa cosa che dire di essere stato il numero uno al mondo” (Mats Wilander) 


Guillermo Vilas è un bimbo di sei anni che palleggia contro il muro del cortile e scopre il tennis nel circolo cittadino, portatovi dal genitore Josè Roque, altro da Mike, padre padrone del piccolo Agassi. A otto anni e mezzo, Guillermo prende lezioni di tennis dal mitico maestro Locicero, al quale il piccolo chiede quanti tennisti ci siano al mondo: il mitico Locicero gli risponde “Sessanta o settanta”, e il bimbo capisce che quello del tennista è un mestiere difficile. Il mitico Locicero gli chiede “Ma tu vuoi diventare il più forte d’Argentina?”, e Guillermo risponde: “Cosa c’è di più forte dopo l’Argentina?”. E il mitico Locicero capisce che ha davanti a sé un campione. E nemmeno si fa pagare le lezioni (altri tempi).

La signora Vilas prova a introdurre il figlio adolescente nel mondo degli avvocati, perché crede che il tennis lo renderà infelice; ma Guillermo pensa che infelice sia semmai il mondo degli avvocati. Nato per essere numero uno, o per voler esserlo, nel 1968 il giovane vince l’Orange Bowl, al tempo il più importante torneo di tennis a livello giovanile. È lì che conosce Jimmy Connors; è lì che lo batte per la prima volta. Poi guarda il tabellone e si fa un’idea di chi dovrà incontrare quando, prima di quanto si pensi, diventerà un campione.


Gstaad, 1978 (Keystone)

Cold Case

È il 2007 quando giornalista Eduardo Puppo, storico, analista, collaboratore della Espn, depositario del tennis in Argentina dal punto di vista giornalistico, viene a sapere che Guillermo Vilas ha presentato un nuovo ricorso all’Atp per rivendicare quello che il tennista è certo essere un torto subito in carriera: non essere mai stato n.1 del ranking Atp, nemmeno nell’anno in cui vinse il doppio dei tornei di chiunque altro. Un ricorso presentato da Vilas più o meno per tutta la vita, certamente dal 1975 al 1982, regolarmente rigettato dall’Atp. Un ricorso che, nel 2007, precede di qualche settimana il risarcimento ottenuto dalla tennista australiana Evonne Goolagong, prima donna aborigena a vincere un torneo del Grande Slam, alla quale, seppur con un ritardo di 31 anni, l'Atp riconosce l’essere stata la n.1 al mondo per due settimane, nel 1976.

Eduardo Puppo, nel caso Goolagong, ci vede una missione. E s’infila in un’indagine che gli porterà via dodici anni di vita e metterà a rischio il suo matrimonio. Coi muri di casa tappezzati d’indizi come quando a Philadelphia quelli di ‘Cold Case’ incrociano i profili dei potenziali serial killer, col garage trasformato in magazzino (il perché è da scoprire), in piedi anche di notte per un’indagine divenuta ossessione – “Mai farsi coinvolgere dal caso”, insegnano a Hollywood; “Mai portarsi il lavoro a casa” (chiedetelo a un giornalista) – Puppo si arrende solo al fatto di non essere un matematico, perché per venire in soccorso del defraudato Vilas (defraudato è aggettivo usato anche dalle molte voci illustri del documentario) è necessario incrociare una mole spaventosa di dati, e dar loro un senso.


Nel 2008 con Björn Borg (Keystone)

È quella santa donna della signora Puppo a trovare l’esperto. “Cercavo una persona sufficientemente pazza da occuparsi di un ranking di una vita fa”, dice. E su di un blog di matematici pazzi trova il rumeno Marian Ciulpan, il matematico che si cala su 280 settimane di classifiche dell’Atp dall’agosto del 1973 – data di pubblicazione del primo ranking ufficiale – al dicembre del 1978, ovvero l’arco di tempo coperto dal Vilas più vicino al n.1. Le analisi matematiche di Ciulpan, insieme al materiale raccolto da Puppo, finiscono nei cinque volumi del ‘Progetto V’, più di un migliaio di pagine contenenti le prove che Guillermo Vilas, per almeno sette settimane, è stato numero uno del ranking Atp. Ma l’Atp non vuole saperne.


‘La mia vita è una scoperta. Cerco sempre un senso a ogni avvenimento. La prima volta che vidi il fuoco mi bruciai e fu magnifico. Era caldo e invitante e pensai: e se lo toccassi? Forse il calore mi entrerà dentro. È così che sono arrivato fin qui’ (Guillermo Vilas)


Dal 1973 al 1979, il suo periodo più proficuo, Guillermo Vilas registra 46 audiocassette. Che sono diari, al pari di quelli scritti a mano. E nei diari, la ricerca del primo posto nel ranking, e la frustrazione per essere il n.1 per tutti tranne che per la contabilità del tennis, e con Jimmy Connors sempre davanti, non è un capriccio alla John McEnroe. Limitando le cifre al 1977, quell’anno Vilas si aggiudica due Slam (Roland-Garros e US Open), è in finale in Australia, vince sedici titoli e colleziona 130 vittorie di cui 46 consecutive, record che reggeranno per una quarantina d’anni, fino a Rafael Nadal.

‘Vilas: tutto o niente’, forse, dall'originale andava tradotto letteralmente. Ovvero: ‘Vilas: sarai quello che devi essere o non sarai nulla’, storia di uomo che ha comunque vissuto ciò che desiderava vivere, girando l’America post Vietnam, ‘spettinato’ da Glenn Miller ed Elvis e, in patria, da Luis Alberto Spinetta detto El Flaco, primo rocker d’Argentina; e poi il movimento hippy, Hendrix, e il pensare “che la vita non fosse solo studiare o avere lo stesso lavoro di tuo padre”, come dice nelle cassette. E la Svizzera, Gstaad, dove nel 1977 incontra il filosofo Krishnamurti secondo il quale “dipendiamo più dall’armonia che dall’ansia”. E ritrova la pace.


In Argentina, nel 2015 (Keystone)

Gioco, partita, incontro

Nel documentario, del campione oggi 68enne, parlano in tanti. Boris Becker, Roger Federer, Rafael Nadal, Gabriela Sabatini, Mats Wilander (“Da piccolo avevo un suo poster. Era il mio eroe”). E parla anche Björn Borg. Nel 1975, lui e Vilas erano pappa e ciccia, tanto l’uno contro l’altro che in doppio, e nella vita exrtratennistica: “Ricordo che Guillermo reclamava la prima posizione nel ranking, e l’avrebbe meritata. Era il migliore”, dice lo svedese. Ma è Rod Laver, forse per mancina affinità, a raccontarla come la pensano tutti: “Dire chi fosse il più forte tra Connors, McEnroe e Vilas in quegli anni era davvero difficile. Ma Vilas era l’unico non statunitense dei tre”. Di Guillermo Vilas parla anche Ion Tiriac, guru rumeno e suo allenatore: “Perché non diventò mai n.1? Dipende tutto da chi scrive la storia, non da chi la legge”.

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