Ticino

Defunti Covid, pompe funebri spaventate dalle nuove direttive


Confederazione e Cantoni aprono a manipolazioni delle salme e commiato a bare aperte, ma le imprese temono contagi e quarantene aziendali


In camera mortuaria a turni, poche persone per volta, per salutare il proprio caro a cassa chiusa e sigillata, con un catafalco in vetro. Sopra, una foto del defunto. Per consentire ai parenti di piangerlo guardandolo in faccia da vivo, e non contemplandone soltanto le tristi spoglie mortali.

Sono gli estremi del compromesso adottato dalle più importanti imprese di onoranze funebri ticinesi in tempo di pandemia e morti da Covid. Un compromesso chiaramente improntato alla prudenza ­­– e motivato dal timore di contagi – che si situa fra la cremazione pressoché immediata della salma e un trattamento quasi “normale” della stessa (con possibilità di manipolazione e vestizione, pur con tutte le misure di protezione) auspicato dall'Ufficio federale della sanità pubblica e fatto proprio dall'Ufficio del medico cantonale.

Una ‘nuova e più snella’ procedura

Le nuove direttive federali risalgono ad aprile, ma Giorgio Merlani le aveva divulgate a fine ottobre, quando appariva chiaro che si era entrati nella seconda ondata pandemica. “Alla luce dell'evoluzione e delle nuove conoscenze nell'ambito del Coronavirus - scriveva il medico cantonale a strutture sanitarie acute, case per anziani e istituti per invalidi ticinesi - ritengo di adattare la modalità di gestione delle salme”. Ai destinatari veniva indicato di contattare le pompe funebri “specificando se il defunto era affetto da Covid-19 o se presentava sintomi respiratori o febbre, senza diagnosi alternativa. In entrambi i casi, il defunto dovrà essere trattato come un caso di Covid-19”.

Quanto al personale sanitario, notava Merlani, “non è tenuto a svolgere nessuna mansione particolare o differente rispetto a quanto abitualmente svolto per i casi di decesso nelle strutture sanitarie o sociosanitarie”. Quindi “nessun lavoro di competenza delle aziende di pompe funebri va delegato a collaboratori delle strutture sanitarie acute e degli istituti socio-sanitari”. Poi v'erano indicazioni sugli strumenti di protezione di cui devono essere dotati i collaboratori delle onoranze funebri che si recano a prendere in consegna il defunto: mascherina indossata per entrare, poi “guanti, mascherina e grembiule monouso” per “qualsiasi manipolazione della salma e mentre si trovano all'interno della struttura con il defunto”.

Merlani proseguiva aprendo alla possibilità che “l'ultimo saluto da parte dei parenti stretti può essere tenuto in presenza della bara aperta, ma i familiari non possono prendere contatto diretto con la salma”. E ordinava l'adozione di “misure adeguate come distanza, rispettivamente protezione di vetro o plexiglas”, sottolineando “esplicitamente” che “l'uso del sacco per la salma non è più necessario”, al contrario di quanto avveniva in primavera.

Parallelamente, le stesse indicazioni erano andate all'Associazione ticinese impresari di onoranze funebri, con scritto di accompagnamento. Rivolgendosi al presidente Emiliano Delmenico, Merlani aveva ricordato la difficile gestione della situazione verificatasi fra febbraio e marzo e informato della possibilità di seguire, per l'incipiente seconda ondata, “una nuova e più snella procedura” che, aggiungeva, “credo concili al meglio la sicurezza sanitaria (per parenti ed operatori del settore) con una più serena modalità di prendere commiato dal proprio caro durante le esequie”.

La preoccupazione delle onoranze

Ma è proprio l'elemento della sicurezza sanitaria, a non convincere una parte degli operatori del settore, ma anzi a provocarne reazioni preoccupate. Delmenico lo aveva scritto a Merlani 4 giorni dopo la sua lettera, informandolo che da un confronto con i colleghi erano emerse “due tematiche”. La prima riguardava “la possibilità di preparare le salme a livello igienico e di vestizione”; la seconda, “la presa a carico del corpo nelle strutture medicalizzate”. Così Delmenico avvisava che “alcuni operatori, preoccupati per la loro salute o per un’eventuale quarantena della loro azienda, probabilmente inviteranno le famiglie in lutto per Covid-19 a non procedere con la cura del corpo del defunto e relativa esposizione in camera mortuaria”. Cosa che in effetti è poi avvenuta. In merito al recupero della salma, informava Delmenico il medico cantonale, “i colleghi gradirebbero che si indicasse alle strutture medicalizzate attrezzate di celle frigo, camere mortuarie o luoghi di transito adibiti a siti per defunti, che i corpi fossero spostati dalla camera di cura nei citati luoghi dal personale sanitario”. L'auspicio degli operatori era evitare, “laddove logisticamente possibile”, che il personale delle onoranze funebri “‘circoli’ ed entri a contatto degli ambienti di cura”. Un tema, questo,“emerso anche durante la cosiddetta prima ondata”.

Poi, il silenzio. Fino all'11 novembre, quando Merlani aveva risposto a Delmenico non tanto nel merito delle preoccupazioni da lui espresse per conto dei colleghi associati, quanto piuttosto per tirare le orecchie alla categoria delle pompe funebri. Al medico cantonale erano infatti giunte segnalazioni circa il fatto che le nuove disposizioni “non venivano seguite in maniera corretta da tutti i vostri associati”. Ovverosia: defunti Covid ancora e sempre invisibili ai familiari poiché chiusi nei sacchi e poi rinchiusi nella bara, così come succedeva in primavera. La preghiera era di richiamare all'ordine chi di dovere; soprattutto, v'è da immaginare, per rispetto delle famiglie e delle comprensibili esigenze di commiato dai propri cari.

Il virus non viene trasmesso dai morti, ma...

Stando all'Ufficio federale della sanità pubblica, il virus non viene trasmesso dalle persone decedute. Tuttavia, secondo quanto si legge nelle informazioni riguardanti i funerali, non è possibile escludere del tutto che “sulla salma siano presenti residui di secrezioni infettive". Di conseguenza, “per la composizione delle salme di persone decedute di Covid-19 devono essere rispettate le consuete misure di sicurezza vigenti per le altre malattie infettive”. Ovverosia “ridurre al minimo gli interventi di composizione della salma e manipolazioni inutili, che potrebbero provocare l'espulsione di aria dai polmoni”. Per la Confederazione è dunque necessario utilizzare guanti e camici protettivi e monouso, nonché mascherine igieniche e occhiali protettivi quando sono prevedibili contatti con i liquidi. Ma “non è necessario avvolgere la salma in un sudario imbevuto di soluzione disinfettante, né chiudere immediatamente la bara”; bara aperta in cui “la composizione è senz'altro possibile, ma i familiari devono evitare il contatto diretto con la salma”.

«Durante la prima ondata pandemica era stato il Cantone stesso a fornirci i contenitori ermetici per deporre i corpi – ricorda Delmenico alla “Regione” –. In questo modo la salma non poteva più essere manipolata. Adesso, invece, secondo l'Ufficio federale di sanità pubblica questo problema non sussisterebbe più. Ma non è chiaro cosa sia cambiato oggi rispetto alla primavera scorsa. È quindi chiaro che dalla nostra categoria possa emergere qualche preoccupazione. Le famiglie in lutto rischiano di essere un po' in balia delle sensibilità dei vari operatori, questo è vero, ma lo è anche che a fare la differenza nel nostro campo è sempre la fiducia che lega i rapporti fra famiglie e impresari di onoranze funebri».

‘Cos'è cambiato rispetto alla primavera?’

Uno, che opera oltretutto nel Distretto dell'ospedale Covid La Carità di Locarno, è Daniele Nicora, creatore del Centro funerario e crematorio del Locarnese a Riazzino. «In questa infausta annata pandemica operiamo distinguendo le salme Covid e non Covid. Le prime arrivano normalmente e se i parenti lo desiderano vengono messe in camera mortuaria a feretro aperto. Sia nel caso questo procedimento sia curato da noi, sia venga fatto da altre imprese, gli operatori sono muniti di tutti gli apparati di protezione e di disinfettante per sanificare le parti che vengono toccate». Anche e a maggior ragione per le salme Covid rimane lo scambio di informazioni preventive con i parenti, necessario sempre, ma in questi casi ancor di più «per evitare i pasticci di cui si è purtroppo avuta notizia di recente», (ovvero la consegna di un'urna con le ceneri di un caro da parte di un istituto per anziani, dopo che i familiari non ne avevano più avuta notizia per giorni, ndr.). «È però fondamentale che i familiari sappiano dove possiamo arrivare e dove no – nota Nicora –. In particolare, noi non arriviamo per scelta alla composizione nella bara aperta, perché siamo preoccupati in primo luogo per la nostra salute. Le famiglie, posso garantirlo, capiscono perfettamente».

Quando arriva all'entrata della parte tecnica del crematorio di Riazzino, la bara con il defunto Covid viene immediatamente disinfettata, poi messa in una cella frigo appositamente predisposta, a 15° sotto zero, dice ancora l'impresario. «Se invece, su richiesta dei parenti, va in camera mortuaria, ci rimane per mezza giornata a disposizione dei familiari; ma, da noi, chiusa e sigillata, con il catafalco in vetro sulla cui superficie viene messa una bella foto del defunto. Dopo il trasferimento della bara in cella frigo, o nel forno crematorio, il vano del catafalco viene anch'esso disinfettato». Nicora si rifiuta dunque di presentare la salma nella bara aperta – pur protetta da un catafalco – e dice di non capire «il perché le strutture ospedaliere permettano ai parenti di vedere ancora il defunto e ne trasferiscano le spoglie in barella fino alla cella frigo. Meglio sarebbe se fossero utilizzati gli appositi sacchi sigillati già nei reparti Covid, in maniera tale che le imprese possano poi ulteriormente disinfettarli prima di metterli nelle bare, che a loro volta saranno sigillate. Nessuno se ne preoccupa più, mentre in primavera era diverso. Cos'è cambiato?».

‘Dobbiamo dare fiducia agli specialisti’

Luca Merlini, che dell'ospedale Covid di Locarno è il direttore, risponde che «sulla questione della sicurezza dobbiamo dare fiducia agli specialisti». Poi riflette sul fatto che «nel ciclo del lutto la fase del distacco dal proprio caro è importantissima. Con la giusta prudenza, con pragmatismo e con saggezza, le autorità hanno reso praticabile, con la necessaria sicurezza, qualcosa che è necessario come il potersi accomiatare dai propri cari durante le esequie». Mettendo la salma nel sacco, come succedeva in primavera, questa possibilità veniva a cadere. «Ma allora – specifica Merlini – eravamo in emergenza e c'era grande incertezza attorno alla malattia; oggi c'è maggior consapevolezza e si possono prendere misure più equilibrate, che sono nell'interesse di tutti. Non è più necessario impedire alle famiglie di salutare in maniera appropriata i propri cari». Quanto agli operatori di pompe funebri, «devono solo applicare i dispositivi di protezione, come fa il personale ospedaliero, e osservare tutte le regole di base emanate dall’Ufficio del medico cantonale».

A parole sì, ma nei fatti le cose sono più complicate. Lo dimostrano tutti gli altri maggiori esponenti del settore a livello cantonale. A partire da Dante Pesciallo, che con Luca Andreetta gestisce un'organizzazione funeraria con azienda cimiteriale annessa e fornisce collaborazione a 8 aziende ticinesi (Arosio ad Ascona, Domenico Barenco a Faido, Bertossa Sa a Grono, Locatelli Bagutti Sa a Torre, Rossetti Sa Biasca, nonché Biancardi Michele Sa e Sanvido Funeral Sa a Lugano). Rappresenta quindi uno spaccato significativo dell'attività di onoranze funebri sia nel Sopra, sia nel Sottoceneri. «Durante la prima ondata ci eravamo divisi i compiti, nel senso che la maggior parte dei casi Covid li avevamo seguiti noi nell'ambito di una sinergia con le altre aziende. Allora c'erano inoltre i sacchi che forniva il Cantone. Ora invece non vengono più reputati necessari, e francamente in molti ci chiediamo cosa sia cambiato».

‘Le famiglie capiscono le nostre esigenze’

Pesciallo premette che «in Ticino siamo 53 imprese di pompe funebri: se uno ne sceglie una piuttosto che un'altra è quasi sempre per questioni di tradizione familiare e di fiducia. Su questa solida base ai parenti dei defunti Covid comunichiamo che come azienda non accettiamo di manipolare le salme per vestirle e comporle in bara aperta. Alle nostre dipendenze vi sono persone che hanno famiglia e che temono per la loro salute e per quella dei loro cari. I medici possono dire quello che vogliono, ma se al nostro interno si rendesse necessaria una quarantena il danno aziendale sarebbe importantissimo, perché al di là del discorso economico avremmo grandi difficoltà organizzative. Devo dire, ma non ne dubitavo, che finora le famiglie hanno capito perfettamente, perché sono intelligenti e perché comunque la camera mortuaria viene predisposta come si deve, con la foto del defunto, ma sopra una bara che rimane chiusa».

La stessa modalità viene eseguita dalla maggioranza delle onoranze funebri del Mendrisiotto, compresa la Caltamani, che con la sua quindicina di collaboratori è l'azienda più importante della regione. «Quando abbiamo letto le direttive del dottor Merlani ci siamo meravigliati. A primavera il virus non era più cattivo di quanto sia adesso, quindi ci chiediamo su che base venga resa possibile la manipolazione delle salme e la composizione in bara aperta». Anna Roncoroni, direttore dell'impresa, dice di pensare «soprattutto alla salute dei miei collaboratori. È gente che già fra marzo e maggio ha fatto grandi sacrifici, ha famiglia e teme di essere contagiata. Per quanto attenti e protetti si possa essere, entrare in contatto con potenziali fonti di contagio è l'ultima cosa da fare in questo momento. Abbiamo firmato la carta della sicurezza di Suva; nessuno qui se la sente di esporsi». Anche a Mendrisio, prosegue, «su questa tematica ci si confronta naturalmente con i familiari dei defunti Covid, ai quali vengono gentilmente spiegate le nostre ragioni e proposto un commiato comunque degnissimo, a cassa chiusa e con una foto del proprio caro in bella vista. Chi lo desidera può rivolgersi ad altri, ma sempre c'è la massima comprensione delle nostre esigenze di tranquillità e sicurezza, cementata anche dal rapporto di fiducia che già esiste». Roncoroni esprime perplessità anche per il trasporto dei defunti Covid all'interno delle strutture ospedaliere, prima della consegna alle onoranze funebri, «sotto un lenzuolo potenzialmente infetto».

‘Base scientifica o esperienza acquisita?’

Durante la prima ondata, come presidente associativo, Delmenico aveva funto da referente per lo Stato maggiore cantonale di condotta nella comunicazione verso gli impresari di pompe funebri, così come da consulente della cellula per la gestione dei defunti, supervisionando gli ordini e implementando la distribuzione dei sacchi che erano stati messi a disposizione. «Come titolare della Centro funerario di Lugano, che è la prima azienda del Luganese per numero di funerali e la seconda del cantone dietro Coltamai, dico che credo molto nello spirito e nel ruolo di servizio che ricopriamo come azienda di onoranze funebri, che ho fiducia nelle autorità e di principio rispetto le regole così come le indicazioni a me fornite. Ma da presidente dell'Associazione capisco anche i colleghi preoccupati. Un operatore di pompe funebri è giornalmente esposto alla malattia e legittimamente può chiedersi se quanto indicato da Confederazione e Cantone sia su base scientifica o dell'esperienza acquisita. Non vi sono rassicurazioni complete. Noi siamo al servizio delle persone e vorremmo operare nella chiarezza ed essere rassicurati».

Sul tema delle possibili quarantene aziendali, Delmenico va oltre: «Dovessero scattare su larga scala, coinvolgendo molti di noi, chi andrebbe a prendere i defunti? Possiamo chiedere ad Esercito o a Protezione civile, con personale di milizia che nella vita fa tutt'altro? Nel nostro campo sono fondamentali istruzione specifica, pratica, esperienza e collaudati sistemi di debriefing. Tutti elementi che forse sono stati sottovalutati».

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