Pensiero

I nuovi confini della globalizzazione


Il geografo Franco Farinelli , ospite a Chiasso di un convegno, sulle nuove pratiche confinarie e l'evoluzione degli Stati territoriali


«L’idea di confine sta subendo, con la globalizzazione, importanti modificazioni strutturali» ci spiega il geografo Franco Farinelli, ospite venerdì 25 settembre a Chiasso per il convegno “Il confine italo-svizzero in epoca globale”, organizzato dal Centro Culturale.

In che maniera la globalizzazione ha cambiato i confini?

I confini così come siamo abituati a conoscerli nascono in età moderna, quando si tratta di regolare i rapporti tra Stati, tra i nuovi Leviatani che a partire dal Seicento iniziano a ricoprire la faccia della terra.

I confini della modernità sono dei limiti, delle linee che vengono riportate sul suolo, praticamente proiettate. La Pace dei Pirenei del 1659 vide per la prima volta la linea di cresta fare da confine.

Però la cresta delle montagne è un confine fisico.

È l’elemento naturale che più si avvicina a una linea geometrica. Il processo è stato esattamente questo: la proiezione sulla faccia della terra di un dispositivo geometrico: tra Sette e Ottocento vediamo sempre più l’adeguamento della linea confinaria al modello astratto geometrico. Un altro esempio sono gli Urali: per convenzione il confine orientale del continente europeo ma gli Urali non dividono nulla. Non sono un confine da nessun profilo se non politico: dal punto di vista culturale, ambientale, naturalistico non dividono niente da niente. Sono stati scelti nel Settecento perché l’andamento della catena montuosa con la sua forma rettilinea è quella che più assomiglia a una linea retta a una struttura geometrica.

E con la globalizzazione come è cambiato il confine, da questo ideale geometrico?

È profondamente mutato dal punto di vista della collocazione. Oggi esistono decine di confini che spaccano a metà le città. Nello stesso Mediterraneo abbiamo il caso cipriota, Beirut: oggi il confine è una linea divisoria non più alla periferia dei soggetti territoriali, ma nel cuore stesso. Ma c’è stato anche un cambio di natura.

Vale a dire?

Il motivo per cui oggi, più che di confini, si deve parlare di pratiche confinarie. Pensiamo all’Italia: dove passa il confine, quando militari italiani pattugliano le acque dell’Oceano indiano per evitare abbordaggi dei pirati somali?

Gli Stati nazionali hanno delle proiezioni al di fuori del territorio, investendo aree di competenza. Lo vediamo anche in Africa, con i programmi europei di sorvolo con l’obiettivo di mitigare il flusso di persone che si spostano verso l’Europa.


Dove passa il confine europeo, quando la European Union Naval Force pattuglia le acque dell’Oceano indiano per evitare abbordaggi dei pirati somali? (Keystone)

Ma la globalizzazione non doveva essere il superamento dei confini?

Al contrario, la globalizzazione ne ha cambiato la natura ma li ha moltiplicati. Abbiamo una falsa immagine della globalizzazione: è ingenuo pensare alla scomparsa dei confini, così come sarebbe ingenuo pensare che la globalizzazione sia in crisi.

Il fatto è che i confini non contrassegnano più la periferia, ma sono proiezioni esterne da parte di soggetti territoriali – gli Stati – che difendono i propri interessi.

Se la funzione del confine è impedire che un soggetto entri in un determinato territorio, vediamo che questo filtro alla mobilità non avviene più arrestando il viaggiatore alla soglia, ma prima ancora della partenza: grazie a sistemi di informazione, ai Big data, lo Stato di destinazione interviene prima che il soggetto si muova.

Questa smaterializzazione dei confini mette in discussione l’idea di Stato territoriale?

No, perché si tratta di una nuova dimensione della pratica confinaria: prima quello che si poteva fare era mettere uno sbarramento in un punto; adesso gli Stati possono bloccare le persone prima che inizino il viaggio, grazie alle informazioni e ai rapporti interstatali.

Infatti assistiamo a un moltiplicarsi dei confini: il mondo si va sempre più frantumando, pensiamo al numero di Stati, oggi più di duecento, cinquant’anni fa molti meno. Schengen è una delle poche eccezioni rispetto alla tendenza generale.

Però lo Stato si trova ad avere potere oltre i propri confini.

Sì: ogni Stato, oggi, cerca una proiezione al di fuori del proprio territorio che lo metta in grado di salvaguardare i propri confini. Questo può avvenire con pratiche materiali: pensiamo ai pattugliamenti, operazioni che avvengono in un regime giuridico molto, molto delicato. Quello che fa la Turchia nel Mediterraneo è discutibile ma, dal punto di vista generale, non è molto diverso da quel che accade nelle acqua somale dove potenze europee pattugliano per evitare che i propri convogli vengano assaliti dai pirati.

E poi esistono anche pratiche confinarie più sofisticate che, come detto, attraverso la manipolazione dei dati bloccano il viaggio prima ancora che inizi. Tutto questo fa parte di uno sviluppo che non distrugge il vecchio confine materiale, ma ne costituisce lo sviluppo.

Uno sviluppo che porta verso cosa?

La globalizzazione si costituisce come livello successivo rispetto alla semplice pratica interstatale che fino alla fine degli anni Sessanta era l’unica esistente e questo fa sì che gli Stati siano diventati un luogo, non più uno spazio. Un luogo è un ambito definito da una specificità irriducibile rispetto agli altri luoghi, mentre lo spazio è il regno dell’equivalenza generale – per riprendere la definizione che Marx diede del mercato.

Che cosa intende di preciso?

Quando i confini moderni sono stati fissati al suolo con logica geometrica, si è creato uno spazio. Che cosa è infatti uno Stato? In generale – ogni realtà è poi specifica, e la Svizzera costituisce certamente un’eccezione  in questo– , uno Stato si compone di un’estensione continua, omogenea – tutti gli abitanti parlano la stessa lingua e hanno uno stesso credo religioso – e soprattutto isotropica, ovvero tutte le parti dello Stato sono volte verso la stessa direzione.

Il regime che si stabilisce è quello dello spazio, dell’equivalenza generale. La globalizzazione, come detto, istituisce un livello superiore del funzionamento del mondo, crea una rete e la rete non funziona in termini spaziali, perché la distanza tra due punti diventa ininfluente, non c’è più una metrica comune in base ai quali regolare i rapporti. Gli Stati diventano quindi luoghi all’interno della rete e hanno quindi bisogno di ridefinirsi.


Prima si poteva solo mettere uno sbarramento in un punto; adesso gli Stati possono bloccare le persone prima che inizino il viaggio (Keystone)

Attraverso nuovi confini.

Tutti gli Stati vanno stabilendo confini al proprio interno. Al mondo ci sono decine di grandi città sono attraversate da confini. Perché prevale la logica della polarizzazione e le fratture all’interno dei campi statali vanno aumentando, pensiamo alle numerose istanze di autonomia regionale.

Gli Stati si dividono al loro interno.

Sì. E su quali basi si organizzano queste unità minori? Su base culturale: uno dei presupposti dello Stato territoriale moderno, come detto, è l’omogeneità, cioè la condivisione della capacità di manipolazione simbolica, i cui indici sono la lingua e la religione. Perché le linee di frazione dei territori statali si vanno definendo su base culturale? Perché oggi nel mercato globale la risorsa più importante che ciascuno può vendere è proprio la capacità di manipolazione simbolica, cioè la cultura.

Attraversare un confine spesso significa cercare rifugio: penso a chi passava da Berlino Est a Berlino Ovest o, prima ancora, a Renzo in fuga da Milano che attraversa l’Adda. Con le nuove pratiche confinarie, è un’immagine ancora attuale?

Gli esempi che lei ha fatto mostrano molto bene perché c’è un confine: un confine marca una differenza. Ora, quello che dobbiamo tenere presente è che lo Stato è, come dice la parola stessa, statico, è costituito sull’idea dell’immobilità dei soggetti che salvo casi eccezionali non si spostano. Ma la globalizzazione cambia tutto, ora si è costretti a riconoscere che l’umanità è mobile, ci si deve confrontare con un’umanità sempre più mobile.

Se dovessi indicare un fenomeno che contrassegna il passaggio dalla modernità a quel che viene dopo – non la chiamo postmodernità perché il termine non significa nulla – è esattamente questo: milioni di persone che ogni giorno in tutto il mondo cercano di spostarsi da uno Stato all’altro.

 

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