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Locarno Festival
05.08.2019 - 10:490
Aggiornamento : 07.08.2019 - 10:49

Gli Orsi di Mattotti hanno invaso Piazza Grande

Intervista all'illustratore e fumettista italiano, protagonista della serata per famiglie che domenica ha anticipato il Locarno film festival

Raggiungo Lorenzo Mattotti sulla terrazza di un albergo a Locarno: la vista sul Lago Maggiore è una splendida scenografia per l’incontro con uno dei principali fumettisti e illustratori italiani, la cui opera spazia dal visionario ‘Fuochi’ del 1984 alle copertine del ‘New Yorker’, passando per la saga dei Pittipotti con Jerry Kramsky con cui ha anche firmato il recente ‘Ghirlanda’.
Eppure, a un certo punto, entrambi distogliamo lo sguardo dal lago per cercare con gli occhi Piazza Grande: è lì che, poche ore dopo il nostro incontro, sarà proiettato ‘La famosa invasione degli orsi in Sicilia’. Perché questo film d’animazione è già stato a Cannes, «che è molto importante, ma ha un pubblico molto scelto: in Piazza Grande ci sarà finalmente la possibilità di vederlo con le famiglie, con i ragazzi… è per questo pubblico che ho pensato il film».

Questo è il primo lungometraggio di Lorenzo Mattotti. Ne avremo un secondo o tornerà a fumetti e illustrazioni?
Bella domanda! Per adesso mi sono detto che no, sarà difficile – ma mai dire mai. Il fatto è che è stata un’avventura molto lunga: sei anni trascorsi lavorando in équipe a un solo progetto, una cosa molto lenta. Avendo anche un’età abbastanza avanzata, al momento l’idea di passare altri anni così no. A meno che non mi arrivi una nuova ossessione, un nuovo bisogno, qualcosa che bisogna assolutamente fare e allora mi farò del male e mi metterò a lavorare a un nuovo film.

I tempi lunghi sono in parte dovuti alle tecniche di animazione utiliz­zate? Con il digitale ci avreste messo meno tempo?
Sì, però è una cosa da spiegare: anche l’animazione digitale è lunghissima da fare, perché è comunque fatta dall’uomo! Certo puoi avere delle cose già pronte, ma un lungometraggio vuoi che abbia un suo stile, vuoi che i movimenti siano di un certo tipo.
Si riescono a fare velocemente se ci sono dietro tanti soldi: hai un’équipe molto grande e diventa più veloce.

Dipende insomma dai mezzi.
Sì: gli americani hanno équipe di mille persone e possono fare un film in sei mesi. Noi abbiamo provato la tecnica del 3D, ma alla fine l’abbiamo utilizzato solo per alcune scene particolari. Il risultato, con i mezzi che avevamo, sarebbe forse stato già superato, perché questo è un altro grosso problema delle nuove tecniche: dopo cinque anni rischi che siano già superate e guardando il film hai l’impressione di qualcosa di “vecchio”.

Invece un disegno più tradizionale si mantiene nel tempo?
È più magico. Io volevo un’atmosfera quasi classica, una sensazione di essere fuori dal tempo, senza essere legato alla nostra contemporaneità. Il 2D ti permette un segno più personale.

A proposito di questo segno perso­nale: il film è tratto da un romanzo di Dino Buzzati – che ha anche realizzato delle illustrazioni. Quanto sono state importanti?
Buzzati mi ha influenzato fin da quando ero ragazzino, per cui per me è stato naturale basarmi sui disegni di Buzzati. E poi questa storia è caratterizzata molto dai disegni di Buzzati: gli orsi in fila, il fatto stesso di disegnare gli orsi non come siamo abituati, “alla Disney”. Mi ha aiutato tantissimo, avere una base su cui appoggiarmi: le idee grafiche di Buzzati le ho usate tutte, ho cercato di utilizzarle tutte.

Passare dal fumetto all’animazione è stato naturale o ha presentato delle difficoltà?
È un salto mortale. Ci si illude che le cose siano simili… è chiaro, sapere come gestire le immagini mi ha aiutato tantissimo, ma il ritmo narrativo del cinema è temporale, hai un’immagine dietro l’altra e non vedi più l’immagine precedente, tutto va avanti… nel fumetto invece la narrazione è spaziale, l’occhio si può muovere da una vignetta all’altra.
È stato molto complesso. Per fortuna avevo un’équipe di grandi collaboratori che mi hanno aiutato molto. Il cinema d’animazione è complicato…

Meglio tornare al fumetto…
Adesso torno al mio disegno, dove devo parlare solo con me stesso.

Avremo un nuovo fumetto, dopo ‘Ghirlanda’ uscito due anni fa?
‘Ghirlanda’ sono riuscito a terminarlo in un momento di pausa del film: ne avevo bisogno perché non riuscivo a reggere due grossi progetti non ultimati nella mia testa. Ma adesso mi sto divertendo a disegnare in maniera libera. Esplorare a che punto sono…

Tornando a Buzzati: che cosa le è piaciuto del suo racconto?
Innanzitutto questa sua maniera di raccontare che fa passare cose completamente di fantasia come se fossero veramente esistite, si inventa leggende. E poi la dolcezza: questi orsi che con l’ingenuità battono gli uomini e poi, sempre per questa loro ingenuità, si perdono nei vizi degli uomini.
Nella storia ho poi trovato molti contenuti attuali: il rapporto tra padre e figlio, con questo padre che si ritrova con il figlio che crescendo non è neanche più un orso. A me è capitato con i miei figli: cresciuti in Francia, parlano francese, sono di cultura francese, qual è il mio rapporto con loro? La convivenza, il rapporto con la natura, perdere le proprie radici, andare in un altro posto… sono discorsi che mi sono parsi molto contemporanei. È la forza di queste storie: sono capaci di rinnovarsi con il passare degli anni.

Le voci. In italiano abbiamo quella di Camilleri, da poco scomparso…
Nel cinema d’animazione, le voci le devi pensare prima di fare il film, perché sulle voci si basano le animazioni, i disegni. All’inizio avevamo fatto un casting italiano, ma non funzionava, per cui le voci di base sono francesi – e sono molto belle. Ma ho seguito tutto il doppiaggio italiano che lavora tutto sui dialetti, sugli accenti, un po’ come nella Commedia dell’arte: da questo punto di vista, ho la sensazione che la versione italiana sia ancora più leggera e divertente. Per il vecchio orso, in francese avevo Jean-Claude Carrière, una figura carismatica, una voce storica. Volevo qualcuno allo stesso livello per l’italiano, e l’unico era Camilleri. Ci abbiamo provato e riprovato, e alla fine ci siamo riusciti: ci ha fatto questo grande regalo.

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