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27.10.2016 - 11:110

Vent'anni di Usi, e quella politica che (ancora) non la capisce. Rusconi: 'Non tutti ne hanno compreso il valore'. Pusterla: 'Dibattito sempre più asfittico'

La “sorellina” più piccola compie vent’anni. Un niente, se paragonata ad atenei come quelli di Zurigo (fondato nel 1833) o Basilea (1460). Ma dalla sua istituzione, nel 1996, l’Università della Svizzera italiana s’è fatta le ossa, ha attratto migliaia di studenti e dottorandi, macinato ricerca e oggi si profila come realtà consolidata nel panorama accademico svizzero. Con quale ruolo in Ticino? «L’Usi è diventata un’azienda formidabile che “produce” conoscenza, cultura e offerte formative di livello internazionale – risponde Sandro Rusconi, capo della Divisione della formazione universitaria del Decs –. Per valutarne l’impatto culturale basta constatare quanto spesso i media ticinesi fanno capo all’Usi per reperire esperti dei vari settori oppure ancora le numerose conferenze pubbliche che vengono offerte dai vari istituti». Da un punto di vista economico, «l’Usi è un ente con un notevolissimo effetto moltiplicatore del contributo cantonale – annota ancora Rusconi –: il Cantone contribuisce con meno del 30 per cento ai 90 e più milioni annuali che vengono spesi dall’Usi. In questo parametro di percentuale del sostegno alla propria università il Cantone Ticino si trova all’ultimo posto fra i Cantoni universitari svizzeri. Il rimanente è raccolto da altre fonti (agenzie di sostegno alla ricerca competitiva, Confederazione, tasse di immatricolazione). Il polo universitario ticinese è una specie di assicurazione-vita per il tessuto socio-economico del nostro cantone. Se fra vent’anni i treni che sfrecceranno fra nord e sud grazie ai trafori di base faranno ancora frequente scalo in Ticino, sarà in parte anche grazie all’esistenza di questo volano economico culturale e sociale».

Un ruolo, chiediamo ancora a Rusconi, che è stato pienamente capito dalla classe politica e dal mondo imprenditoriale di questo cantone?
Non possiamo essere sicuri che la classe politica abbia pienamente compreso il valore di poter disporre di un polo universitario nel nostro cantone. Il fatto di avere iniziato l’Usi ha dato lo spunto per avviare anche la Supsi e per integrare una serie di attività di formazione e di ricerca che erano precedentemente disperse. Grazie all’Usi abbiamo potuto iniziare un progetto-faro come quello dell’offerta formativa in medicina umana. Il settore biomedico è infatti capace di attirare ingenti fondi finanziari e di produrre rilevanti ricadute in termini di aziende e di convegnistica. La Facoltà di scienze biomediche avrà un effetto-leva ancora superiore a quello dell’Usi attuale. Quindi l’università ha permesso al Ticino di misurarsi con sfide nazionali e internazionali che altrimenti sarebbero precluse. Questa finestra aperta sul mondo è un valore di cui alcuni non hanno ancora raggiunto una piena consapevolezza.

A proposito della politica, il Gran Consiglio sollecita una commissione parlamentare di controllo. Il messaggio del governo chiede però al Legislativo di rinunciare al ‘guinzaglio’. Quali le principali controindicazioni che lei intravede nell’istituzione di questo organo?
L’approccio proposto dal Gran Consiglio è stato definito “inutile”. Io utilizzerei piuttosto l’epiteto di “disutile”, cioè capace di recare danno attivamente, con tutto il rispetto per i promotori di questa iniziativa. Le principali controindicazioni sono ben illustrate nel messaggio. Però la mia più grande preoccupazione è che l’esistenza di un tale principio di commissariamento possa intralciare il processo di accreditamento che Usi e Supsi dovranno affrontare nei prossimi anni. Le direttive di accreditamento sono estremamente chiare in materia di autonomia accademica. Ogni elemento che abbia il potenziale di interferire con tale autonomia può diventare un inciampo che solleva importanti riserve passibili di mettere in serio pericolo il successo di questa cruciale procedura. Ricordo che in caso di mancato accreditamento i titoli erogati da Usi e Supsi non avrebbero valore e che le due scuole perderebbero il diritto ai contributi federali. Sa davvero vogliamo avventurarci in uno scenario del genere allora proseguiamo pure tranquillamente nella direzione auspicata con l’istituzione di questa famosa commissione.

La manovra di risparmio approvata dal parlamento ha avuto effetti finanziari anche sul contributo agli istituti universitari. Teme che la loro crescita possa esserne condizionata?
Come detto, per l’Usi il contributo cantonale rappresenta solamente un terzo del budget, quindi, se gli altri canali di finanziamento potranno venire incrementati, l’Usi potrà continuare a crescere anche durante il periodo di plafonamento. Detto ciò, questo appiattimento del contributo rimane un segnale politico piuttosto negativo e ci si augura che si possa riprendere a far crescere il nostro ateneo nella giusta misura. Infatti questa stagnazione avrà come effetto logico quello di fare retrocedere ulteriormente il nostro Cantone nella classifica delle percentuali di sostegno finanziario alla propria università. Questa non è certamente una bella immagine che forniamo agli altri cantoni universitari!

Intervistato dal ‘Caffè’, l’ex presidente Piero Martinoli auspica la trasformazione dell’Usi in una scuola universitaria federale. Cosa che, sostiene Martinoli, darebbe all’ateneo fra l’altro maggiore visibilità internazionale grazie agli importanti contributi da Berna. Un passo da compiere?
Se posso esprimere un’opinione personale, penso che sia molto prematuro pensare a un simile passo. Prima di farlo dobbiamo chiederci se il Cantone sia davvero disposto a rinunciare a una buona fetta delle proprie responsabilità in materia di formazione universitaria (quindi scendendo con una bella riverenza dal gradino di “cantone universitario”). Questo senza dimenticare che il Cantone sarebbe comunque chiamato a contribuire con un certo finanziamento per il “vantaggio di ubicazione”, il che equivarrebbe a pagare senza poter partecipare al processo decisionale e strategico. Infine bisognerebbe chiedersi (come ha fatto ben notare il rettore Erez) se non si possa pensare ad una simile transizione piuttosto per la Supsi, che meglio si avvicina per missione e per contenuti alle scuole politecniche. In poche parole, per il momento è un tema che osservato attraverso il filtro dei costi-benefici sembra sollevare più perplessità che non certezze.

Nella panoramica oggi alle pagine 2 e 3 della 'Regione', si esprime anche Fabio Pusterla. «È cambiato profondamente, mi pare, l’atteggiamento della classe politica, ma forse è cambiata la classe politica, temo non in meglio. Il dibattito si è fatto sempre più asfittico, schiacciato dalle vere o presunte contingenze economiche. L’avanzata di un certo populismo ha oscurato l’orizzonte e quel segnale, inutile e inquietante, della commissione di controllo è un indizio chiaro».

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