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15.12.2016, 17:262016-12-15 17:26:33
@laRegione

Uber lancia seconda flotta di auto a guida autonoma

Uber sfida le regole per le auto a guida autonoma. Dopo Pittsburgh, la compagnia di trasporti alternativa ai taxi ha lanciato una piccola flotta di auto autonome...

Uber sfida le regole per le auto a guida autonoma. Dopo Pittsburgh, la compagnia di trasporti alternativa ai taxi ha lanciato una piccola flotta di auto autonome nella sua città, a San Francisco, ma ha subito ricevuto l’altolà dalle autorità, secondo cui il servizio è illegale. La società, hanno spiegato i funzionari del Dipartimento californiano dei veicoli motorizzati (Dmv), non avrebbe infatti il permesso necessario per la guida autonoma.

In un post pubblicato sul suo sito, Uber ieri ha annunciato la disponibilità a San Francisco di una flotta di Volvo XC90 a guida autonoma. Nello stesso giorno, tuttavia, è arrivata la lettera del Dmv che ha intimato lo stop a Uber. "Per la compagnia è illegale continuare a operare finché non riceverà un permesso per testare le auto autonome", si legge. "Qualsiasi attività di Uber sulle strade pubbliche californiane deve cessare fin quando Uber non sarà in regola".

Uber non è tuttavia dello stesso avviso. Sul suo sito la compagnia sostiene che la regola californiana andrebbe applicata solo alle auto autonome in circolazione senza un guidatore che possa prendere il controllo del veicolo in caso di bisogno, mentre dietro al volante delle auto di Uber c’è sempre un ingegnere pronto a intervenire.

Un giorno di spesa in collaborazione con Fust Sefontana!

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30.11.2016, 18:262016-11-30 18:26:51
@laRegione

Prevenire i crimini con i motori di ricerca

"Google Trends", strumento che permette di sapere con quale frequenza un termine viene digitato dagli utenti nel motore di ricerca Google, potrebbe servire a prevedere e...

"Google Trends", strumento che permette di sapere con quale frequenza un termine viene digitato dagli utenti nel motore di ricerca Google, potrebbe servire a prevedere e prevenire attività illegali. Lo comunica oggi l’università di Berna.

Michael Liebrenz e la sua équipe hanno effettuato un test con la parola "anfetamina", comparando le ricerche fatte online alle statistiche criminali legate a questa sostanza stupefacente in Svizzera, Germania e Austria.

I risultati degli ultimi dieci anni hanno evidenziato un parallelismo: alla crescita del numero di ricerche corrispondeva un aumento successivo delle attività criminali riguardanti l’anfetamina, indicano gli esperti dell’ateneo della città federale nella rivista specializzata "PLOS ONE".

Si tratta comunque di conclusioni ancora piuttosto sommarie. Liebrenz è restato infatti prudente, precisando che studi supplementari sono ancora necessari. Ha comunque consigliato alle autorità competenti di tenere presente queste tendenze nell’ambito di future misure preventive.

"Google Trends" propone dati interessanti per esplorare la società e il suo sviluppo. Con questo strumento, si tentano anche di predire i risultati di un’elezione o di anticipare le epidemie d’influenza.

Richard Clayderman in concerto

Venerdì 2 dicembre alle ore 20.30 presso il Palazzo dei congressi di Lugano, si terrà il concerto di Richard Clayderman. Per biglietti e informazioni: www.starticket.ch oppure www.biglietteria.ch.
15.11.2016, 07:002016-11-15 07:00:00
Andrea Manna @laRegione

L'intelligenza artificiale per difenderci dall'estremismo

La leggenda narra che è sufficiente scrivere “bomba” e “Isis” su internet per finire sotto la lente dei servizi segreti americani. La realtà è decisamente...

La leggenda narra che è sufficiente scrivere “bomba” e “Isis” su internet per finire sotto la lente dei servizi segreti americani. La realtà è decisamente un’altra, anche perché se bastassero due parole per essere sospettati di radicalizzazione, sarebbe necessario sorvegliare tante, troppe persone.

La ricerca dei ‘radicalizzandi’ deve quindi rifarsi a tecniche più sottili e complesse, che toccano la psicologia, la linguistica e l’intelligenza artificiale. Tecniche che permettano di individuare, tramite alcuni comportamenti, chi è potenzialmente sensibile alla propaganda dei gruppi estremisti. Uno degli esperimenti in questo senso porta il marchio della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi). Si chiama Dike ed è stato realizzato sotto la guida di...

31.10.2016, 13:152016-10-31 13:15:00
Luca Berti @laRegione

Quale app per messaggi protegge meglio la tua privacy?

Quale applicazione per scambiarsi messaggi protegge meglio la vostra privacy? Tutto dipende da cosa si vuole proteggere. Un rapporto di Amnesty sulla protezione...

Quale applicazione per scambiarsi messaggi protegge meglio la vostra privacy? Tutto dipende da cosa si vuole proteggere. Un rapporto di Amnesty sulla protezione dei diritti umani promuove WhatsApp, iMessage, FaceTime e Telegram; boccia invece Google Snapchat e Skype. Ma la crittografia delle conversazioni non basta.

Bocciate Snapchat e Skype. Male anche Viber, Hangouts e Allo. Promosse Whats-App, Telegram, iMessage e FaceTime. Non considerata Signal, che rimane comunque una delle app tra le più sicure ma anche tra le meno utilizzate. La classifica delle applicazioni di messaggistica più attente alla privacy emerge da un recente rapporto di Amnesty International. L’organizzazione ha analizzato come le 11 principali compagnie che offrono questi servizi s’impegnino per la salvaguardia dei diritti umani anche attraverso la protezione delle conversazioni elettroniche.

“Non ci sono scuse per non integrare nei propri servizi di messaggeria una cifratura da dispositivo a dispositivo – scrive Amnesty nelle conclusioni del rapporto –. Compagnie che utilizzano forme deboli di cifratura, come Blackberry, Microsoft, Snapchat e Tencent, stanno mettendo a grande rischio le comunicazioni personali di milioni di persone”. A rischio perché espongono i messaggi scambiati dai propri utenti a furti da parte di criminali digitali così come all’occhio indiscreto dello spionaggio di Stato. L’analisi pubblicata nelle scorse settimane si affianca ad altre che tentano di rispondere alla domanda: quale è l’applicazione di messaggeria che maggiormente garantisce la privacy? Tenendo conto di tutto, ecco la nostra risposta. Con una nota a margine: gli strumenti per raggiungere la segretezza variano a dipendenza di cosa si vuole tenere riservato.

WhatsApp

Partiamo dall’app più utilizzata in Occidente. WhatsApp, dal 2014 appartenente a Facebook, ha introdotto la cifratura ‘end-to-end’ (ovvero da dispositivo a dispositivo) ad aprile 2016 per tutti gli utenti e come opzione predefinita. L’app si fa però gli affaracci vostri scaricando la rubrica e passando a Facebook alcune informazioni di corredo, tra cui il vostro numero di telefono. E, a volte, i dati di corredo dicono più dei messaggi...

iMessage e FaceTime

Le due applicazioni predefinite di Apple utilizzano la cifratura dispositivo-dispositivo senza riserve. Unico cruccio: il sistema di criptazione è però proprietario, per cui esperti indipendenti non ne possono verificare l’efficacia.

Telegram

Sviluppata per garantire la sicurezza dei messaggi, Telegram è l’app ‘gemella’ (come concetto visuale) di WhatsApp. Ha introdotto la cifratura dispositivo-dispositivo ben prima dell’applicazione cui si è ispirata (ottobre 2013 contro aprile 2016), ma non l’ha resa predefinita: l’utente deve scegliere esplicitamente di utilizzare un canale ‘privato’ per ogni chat (poco pratico). In caso contrario sarà indirizzato sul sistema ‘cloud’ dell’applicazione. ‘Cloud’ che in questo caso significa il salvataggio delle conversazioni sui server di Telegram, quindi a disposizione delle autorità che ne facessero richiesta.

Precisazione (31.10.2016): Nelle domande frequenti Telegram annota come i messaggi degli utenti siano distribuiti su più data center in tutto il mondo, quindi sottomessi a differenti sistemi legali e guiridici. Le chiavi per decifrare gli archivi dei messaggi sono separate in parti e mai conservate nello stesso posto ove si trovano i dati. "In questo modo saranno necessari più ordini giudiziari provenienti da diverse giurisdizioni per forzare Telegram a consegnare qualsiasi messaggio". Amnesty rimprovera comunque a Telegram di non aver mai pubblicato un rapporto in cui si precisi quante richieste governative ha ricevuto, in quali casi potrebbe ritenere appropriato rispondere affermativamente e se in tal caso notificherebbe l'utente.

Signal

Forte crittografia ‘end-to-end’ e nessun messaggio conservato sui server. Signal è stata sviluppata dalla Open Whisper Systems, un gruppo non profit di programmatori che si è posto l’obiettivo di rendere le comunicazioni private il più semplici possibili. La privacy è il requisito primario. La forza di Signal deriva non solo dalla cifratura efficace e predefinita (tranne sui normali Sms), ma anche dalla completa apertura del codice, cosa che rende possibile una costante verifica da parte della comunità e degli esperti. Il protocollo di cifratura ‘Signal’ è peraltro utilizzato da altre applicazioni di messaggistica come standard di fatto, tra queste anche WhatsApp e Allo.

Snapchat

Utilizzatissima dai giovani e tra le prime a introdurre i messaggi che si autodistruggono, Snapchat non prevede una cifratura ‘end-to-end’. I messaggi vengono trasmessi per via sicura al server dell’azienda, ma nulla più.

Google Allo, Hangouts e Duo

La cifratura tra dispositivi è predefinita solo su Duo (videochiamate), mentre è opzionale in Allo (messaggistica). Assente in Hangouts.

Facebook Messenger

Messaggi protetti da cifratura ‘end-to-end’ solo se si attiva la modalità privata. In caso contrario, Facebook ha in teoria accesso a tutti i testi dei messaggi.

Il consiglio

La scelta di un’app che sappia garantire la privacy dipende molto dal grado di riservatezza che si vuole raggiungere. Utilizzare WhatsApp è ad esempio un ottimo modo per evitare che occhi indiscreti leggano i propri messaggi. Bisogna però essere pronti a condividere con Facebook (in prospettiva futura) tutta una serie di altre informazioni personali. Telegram è una buona alternativa, ma solo se ci si ricorda di attivare le chat private. Gli utenti di Apple possono andare sul sicuro con iMessage, a patto di fidarsi di Cupertino sul grado di affidabilità della cifratura.

Signal vince su tutti, sia per trasparenza sul grado di protezione, sia per un design orientato alla riservatezza.

L'esperto: 'Sicurezza non significa privacy'

«Sul telefono privato ho installato Viber, WhatsApp, Skype e Messenger. Per lavoro uso però Telegram: lo faccio su uno smartphone separato, con la crittografazione interna, dove c’è solo quell’applicazione ed è assente qualsiasi rubrica». L'intervista integrale ad Andrea Tedeschi è sul giornale.

12.10.2016, 10:212016-10-12 10:21:45
@laRegione

È arrivato il nuovo giornale digitale

Sfoglia le edizioni come su carta, leggi gli articoli in formato testuale, crea il tuo personalissimo archivio sfruttando i segnalibri, cerca nelle edizioni precedenti,...

Sfoglia le edizioni come su carta, leggi gli articoli in formato testuale, crea il tuo personalissimo archivio sfruttando i segnalibri, cerca nelle edizioni precedenti, condividi i testi che più ti interessano tramite Facebook, Twitter ed e-mail. Sono solo alcune delle nuove possibilità offerte dalla nuova piattaforma di lettura de laRegione rilasciata negli scorsi giorni e accessibile sia via web (login.laregione.ch) sia su tutti i principali smartphone e tablet.

Se non l'hai ancora fatto, provala. Visita laregione.ch/digitale per maggiori informazioni.

8.9.2016, 08:152016-09-08 08:15:58
@laRegione

iPhone 7 taglia il cavo e resiste all'acqua

C’è stato anche un piccolo giallo alla partenza ufficiale dell’iPhone 7 a San Francisco, che ha di fatto confermato tutti i “rumors” sul nuovo melafonino. Sul profilo...

C’è stato anche un piccolo giallo alla partenza ufficiale dell’iPhone 7 a San Francisco, che ha di fatto confermato tutti i “rumors” sul nuovo melafonino. Sul profilo ufficiale di Apple su Twitter, è stato postato un video di 15 secondi con le caratteristiche del dispositivo mentre l’ad di Apple Tim Cook stava ancora parlando di altri prodotti.

L’“auto spoiler” è stato subito cancellato. Annunciava l’addio al jack audio, due fotocamere, la resistenza all’acqua e una batteria che dura di più. Tutte caratteristiche poi confermate da Cook sul palco del Bill Graham Civic Auditorium. Ed è arrivato anche un nuovo Apple Watch con a bordo il gioco del momento Pokemon Go, mentre su App Store sbarca Super Mario di Nintendo. Ovazione del pubblico mentre l’azienda giapponese sale in Borsa.

«L’iPhone 7 è lo smartphone più avanzato mai realizzato», ha spiegato Cook, ricordando che fino ad oggi è stato venduto più di un miliardo di melafonini. Il Ceo di Cupertino ha definito l’iPhone 7 il “gold standard” per gli smartphone, quello a cui tutti aspirano, un “fenomeno culturale”.

Come già anticipato dalle indiscrezioni, sul nuovo iPhone saranno incluse cuffiette con il nuovo connettore e un adattatore gratuito per chi voglia continuare a usare quelle con il tradizionale jack audio. Ma Apple punta soprattutto sul wireless con il nuovo processore W1 inserito nel melafonino, e introduce gli “AirPods”, le cuffiette wireless con sensori di movimento e di suono.

Tra le altre caratteristiche dell’iPhone 7 e del 7 Plus la doppia fotocamera posteriore e un comparto fotografico migliorato, “vicino agli standard di un dispositivo professionale”. Annunci che hanno fatto calare in Borsa il titolo di GoPro. Il nuovo melafonino è resistente all’acqua e alla polvere e ha una batteria che dura di più. Oltre ai colori tradizionali (oro, silver e oro rosa) sarà disponibile in due tipi di nero diverso, uno più lucido. L’iPhone 7 e 7 Plus saranno disponibili in pre-ordine dal 9 settembre, le consegne dal 16 settembre. Il sistema operativo che li governa, iOS 10 sarà invece disponibile dal 13 settembre.

Insieme all’iPhone arriva anche l’Apple Watch Series 2. “Completamente ripensato” e resistente all’acqua fino a 50 metri, e con il Gps, accolto dall’applauso del pubblico. «Apple Watch è lo smartwatch numero 1», ha spiegato Tim Cook, aggiungendo che la Apple per gli orologi è seconda adesso solo ai Rolex. Sul palco anche Jeff Williams che ha introdotto le caratteristiche del sistema operativo watchOS3, tra cui la funzione Sos.

7.9.2016, 11:432016-09-07 11:43:10
Luca Berti @laRegione

Oggi è il giorno dell'iPhone 7, ecco cosa attendersi, tra sorprese e possibili delusioni

Mancano poche ore alle 19, quando a Cupertino si aprirà il Keynote di Apple, l'appuntamento in cui la casa produttrice...

Mancano poche ore alle 19, quando a Cupertino si aprirà il Keynote di Apple, l'appuntamento in cui la casa produttrice di hardware e software presenta le sue novità (diretta). Ospite particolarmente atteso dai fans della mela morsicata è l'iPhone 7, nuova versione dello smartphone di casa Apple che si affaccerà al mercato ad un anno dal rilascio del suo predecessore, il 6s e a poco meno di sei mesi dalla presentazione del iPhone Se, apparecchio con cui Cupertino ha risuscitato il formato dell'iPhone 5s.

La sorpresa sulle caratteristiche del nuovo melafonino è però parzialmente mitigata dalle numerose indiscrezioni circolate in rete nelle scorse settimane e mesi, che hanno praticamente tolto il velo sul nuovo smartphone, suscitando qualche aspettativa e più di una perplessità. Ecco cosa attendersi:

  • Il formato non cambia: l'iPhone 7 sarà distribuito nelle due dimensioni attuali.
    Grado di certezza: buono
  • La versione più grande potrebbe sdoppiarsi per includere anche un iPhone "Pro", con funzionalità e capacità di memoria aggiuntive.
    Grado di certezza: buono (discreto per il nome)
  • La fotocamera sporgerà un po' di più. Quella dell'iPhone 7 "Pro" dovrebbe essere dotata di due sensori per simulare lo zoom ottico.
    Grado di certezza: buono
  • Gli iPhone 7 saranno impermeabili.
    Grado di certezza: buono
  • Sparirà il jack per le cuffiette, che potranno essere attaccate solo tramite il connettore lightning (quello usato per la ricarica, per intenderci). Sono previsti adattatori. In alternativa Apple punta sulle cuffiette Bluetooth. Assieme al nuovo melafonino dovrebbero essere distribuiti gli Airpods, auricolari senza filo.
    Grado di certezza: buono
  • Previsto un secondo altoparlante.
    Grado di certezza: discreto
  • Le bande delle antenne non taglieranno più il retro del telefono, ma ne ricalcheranno i bordi nella parte superiore e inferiore.
    Grado di certezza: buono
  • Il bottone 'home' non avrà più parti meccaniche: sarà interamente touch.
    Grado di certezza: basso
  • Cinque colori: ad argento, gold, rose gold si aggiungono dark black e piano black (nero lucido). Sparisce invece la versione Space Gray (grigio scuro).
    Grado di certezza: basso
8.6.2016, 16:462016-06-08 16:46:00
@laRegione

Apple Pay sbarca in Europa passando dal Ticino? Indiscrezioni danno il servizio attivo in Svizzera da lunedì

Per ora si tratta di indiscrezioni raccolte dal portale...

Per ora si tratta di indiscrezioni raccolte dal portale finews.ch. Il condizionale resta quindi d'obbligo. Eppure pare che Apple Pay, soluzione di pagamento tramite iPhone e Apple Watch, stia per sbarcare in Europa (continentale) passando dalla Svizzera. Anzi, dal Ticino. Secondo il sito dedicato alle notizie finanziarie, la società di Cupertino avrebbe deciso di introdurre in Svizzera il proprio servizio – già attivo negli Usa, in Canada, Regno Unito, Cina, Australia e Singapore – da lunedì prossimo utilizzando quale probabile partner Cornèr Banca, che ha sede principale a Lugano. Da noi contattata, Cornèrcard, la divisione per le soluzioni di pagamento dell'istituto luganese, non ha potuto confermare la notizia. L'annuncio ufficiale potrebbe arrivare durante il Wwdc, la conferenza che Apple dedica agli sviluppatori, in programma proprio a partire da lunedì. Potrebbe quindi riguardare il nostro paese, ma non solo.

L'arrivo di Apple Pay era comunque atteso alle nostre latitudini. Tanto che per contrastare i suoi effetti, le due principali applicazioni di pagamento via telefonino, Paymit e Twint, hanno recentemente trovato un accordo per unire le forze e proporre un'unica soluzione targata Twint. L’intesa ha coinvolto le cinque principali banche svizzere – Ubs, Credit Suisse, PostFinance, Raiffeisen e Banca cantonale di Zurigo (ZKB) – il provider di servizi per infrastrutture finanziarie Six, Swisscom, Migros e Coop.

30.4.2016, 04:002016-04-30 04:00:54
Luca Berti @laRegione

iPhone 5s e iPhone SE a confronto: la fotocamera

Hanno preso il corpo di un iPhone 5s e ci hanno infilato il cuore di un iPhone 6s: in casa Apple nasce così la versione SE del melafonino. Lo abbiamo testato per voi...

Hanno preso il corpo di un iPhone 5s e ci hanno infilato il cuore di un iPhone 6s: in casa Apple nasce così la versione SE del melafonino. Lo abbiamo testato per voi e trovate tutti i dettagli sul giornale di oggi, sabato 30 aprile. 

Tra le caratteristiche che ci hanno stupito di più c'è sicuramente la nuova fotocamera da 12 megapixel, in grado di registrare video a 4K. L'abbiamo messa a confronto con il 5s ricavandone un'ottima impressione: gli scatti sono più definiti, hanno meno rumore e hanno un bilanciamento del colore più accurato rispetto al 5s. Ecco un confronto.

22.3.2016, 10:592016-03-22 10:59:54
Luca Berti @laRegione

Apple presenta l'iPhone SE, mash-up tra 5s e 6s

Prendi il corpo compatto e squadrato dell'iPhone 5s, infilaci l'elettronica dell'iPhone 6s... et voilà: ecco l'iPhone SE presentato ieri in serata da Cupertino. La...

Prendi il corpo compatto e squadrato dell'iPhone 5s, infilaci l'elettronica dell'iPhone 6s... et voilà: ecco l'iPhone SE presentato ieri in serata da Cupertino. La ricetta per il nuovo, vecchio (e low cost) telefonino di Apple è davvero tutta lì, o poco più, per la gioia di chi non aveva davvero mai digerito il nuovo formato large ed extralarge di iPhone 6 e 6 Plus. Utenti che si trovavano nella difficoltosa scelta di come sostituire il proprio amato apparecchio. Per i più smanettoni diremo solo che si parla di processore A9, fotocamera da 12 megapixel e possibilità di girare video in 4K. Il nuovo gingillo sarà ordinabile in Svizzera dal 29 marzo al prezzo di 479 franchi per la versione con 16 giga di memoria e di 599 per la versione da 64 gigabyte.

Con il melafonino presentato ieri, Apple conferma così la sua volontà di diversificare la propria linea di prodotti, venendo incontro alle esigenze e ai desideri dei consumatori. Uno scostamento evidente da come fu condotta la politica aziendale da Steve Jobs, il quale aveva sempre insistito per proporre un modello 'unisex', senza troppe alternative.

Una politica diversa, evidente pure nel secondo annuncio della serata, ovvero l'introduzione di un iPad Pro dalle dimensioni dei normali iPad, ovvero con uno schermo da 9,7 pollici che si aggiunge a quello "maxi" di 12,5 pollici.

27.2.2016, 15:162016-02-27 15:16:38
Luca Berti @laRegione

Vinceranno le macchine

Computer batte uomo: era successo la prima volta nel 1997, quando il ‘Deep Blue’ batté il campione del mondo di scacchi Garri Kasparov. Oggi non passa mese senza che una macchina non si dimostri...

Computer batte uomo: era successo la prima volta nel 1997, quando il ‘Deep Blue’ batté il campione del mondo di scacchi Garri Kasparov. Oggi non passa mese senza che una macchina non si dimostri meglio dell’uomo in qualcosa. Ci sconfiggono pure nel riconoscere dove sono state scattate le fotografie...

Ecco la sfida: se vi si desse una foto a caso di un qualsiasi posto al mondo riuscireste a identificare il luogo dove è stata scattata? E quanto ci andreste vicino? I dati statistici dicono più o meno 2’300 chilometri (nel caso di chi scrive anche di più, dopo aver clamorosamente piazzato in Canada una lunga strada argentina), ovvero circa il doppio (!) di quanto farebbe un computer. Proprio così: l’intelligenza sintetica sbaglia di circa 1’131 chilometri. Il computer non solo vince in accuratezza, ma pure nei confronti diretti: 28 volte su 50 sfide. Il progetto che ha generato questi numeri si chiama PlaNet ed è in corso di sviluppo a Google. Per i ricercatori è un’applicazione accademica dell’intelligenza artificiale, per la cronaca degli ultimi mesi è l’ennesima dimostrazione che le reti neurali artificiali stanno rapidamente palesandosi superiori al cervello umano. Ne abbiamo parlato in diverse occasioni anche da queste colonne. L’ultima a inizio mese, quando abbiamo riferito dell’algoritmo che aveva battuto i migliori giocatori di Go, una specie di dama cinese considerata uno dei giochi più complessi al mondo. Ce ne eravamo occupati pure a dicembre, analizzando le capacità degli autopiloti installati sulle automobili. Tutti esempi di come le tecnologie del ‘cervello robotico’, debitamente allenate, siano ormai in grado di fornire risultati impossibili da raggiungere per un singolo uomo. Come accade, per esempio, anche per quella start up di Palo Alto che ha allenato (a mano) una rete neurale per permetterle di distinguere la presenza di acqua di superficie nelle immagini satellitari. Risultato concreto: una mappa mondiale dei cambiamenti delle acque aggiornata ogni due settimane applicabile allo studio dei cambiamenti climatici, alla valutazione assicurativa delle innondazioni e alla predizione delle zone di siccità con conseguente distruzione e spostamento di piantagioni. «Conoscendo la quantità di acqua disponibile, chi la sta usando e come la sta usando è possibile sviluppare un buon piano per la gestione dei diritti d’impiego», ha fatto notare il direttore della start up Shwetank Kumar parlando con la rivista ‘Mit Technology Review’. Gestione che potrebbe scongiurare futuri conflitti per accaparrarsi l’oro blu.
Torniamo però alla nostra sfida e a come siamo riusciti a insegnare ai computer a batterci anche nel campo del riconoscimento dei luoghi. Una sfida apparentemente difficile sia per uomini che per macchine. Perché se è facile collocare su una carta foto di luoghi noti, come San Pietro a Roma, la Torre Eiffel a Parigi o il Big Ben a Londra, il compito si fa decisamente più complicato quando negli scatti non appaiono riferimenti chiaramente riconoscibili. La difficoltà aumenta poi in modo esponenziale se le fotografie ritraggono degli interni. Per riuscire a vincere la sfida, le persone sopperiscono all’assenza di informazioni chiare andando alla ricerca di dettagli che possano fornire indizi utili: scritte, stili di architettura, tipi di vegetazione, lato della strada su cui scorre il traffico, tipo di veicoli in circolazione sulle strade, elementi di uso comune in una specifica cultura. Il tutto filtrato attraverso l’esperienza individuale (se volete mettervi alla prova, visitate il sito www.geoguessr.com). Esperienza che le macchine non hanno, come – di per sé – non hanno nemmeno la capacità di riconoscere singoli elementi distintivi. Sarebbe quindi logico assumere che nessun computer possa battere una persona. Sbagliato: ancora una volta i ricercatori in forze a Google – azienda distintasi da qualche anno per aver puntato tra l’altro sull’intelligenza artificiale – hanno dimostrato che le macchine possono farcela, eccome. Nel caso specifico a riuscirci è stato l’ingegnere tedesco Tobias Weyand, che assieme ad alcuni colleghi ha allenato una rete neurale con 91 milioni di foto associate delle coordinate. Il primo test di funzionamento è stato condotto su un set di 2,3 milioni fotografie pubblicate sul portale specializzato Flickr. PlaNet è stato in grado di collocare il 3,6% delle foto lungo la strada dove sono state scattate, il 10,1% nella città corretta e il 28,4% nella nazione giusta.Il tutto, come detto, senza che il computer abbia potuto fare capo a quegli indizi che l’occhio e l’esperienza umana impiegano in un caso simile. Per le immagini degli interni, il sistema è stato istruito ad utilizzare anche le altre foto che appartengono allo stesso album, in modo da aumentare il numero di riferimenti visibili, mentre negli altri casi a fare la differenza è l’elevatissimo numero di immagini simili su cui il sistema può contare e che può usare come paragone. «Il vero vantaggio di PlaNet rispetto a ogni singolo essere umano – ha spiegato Weyand alla ‘Mit Technology Review’ – è che ha visto molti più posti di quelli che potrà mai vedere un qualsiasi essere umano». Conoscenza, come detto, acquisita tramite analisi di una mole di dati impressionante. Un concetto applicabile (e applicato!) un po’ a tutto: basta avere dati sufficienti. Dati, per esempio, come le nostre e-mail su Gmail o le nostre ricerche effettuate su Google. E, allora, forse non è un caso se già oggi abbiamo l’impressione che il nostro computer ci conosca meglio di nostra madre.

Come funziona

Per allenare la rete neurale del progetto PlaNet, il ricercatore tedesco Tobias Weyand ha utilizzato una base di dati composta da 126 milioni di fotografie, ognuna abbinata elettronicamente alle coordinate del luogo dove è stata scattata. Novantuno milioni di queste immagini sono stati utilizzati per insegnare al computer a riconoscere i tratti distintivi di ogni luogo, mentre i restanti 34 milioni sono stati impiegati per validare il sistema. I ricercatori hanno nel frattempo diviso la terra in 26mila quadrati di dimensioni variabili (più piccoli quando la densità di immagini del luogo risultava maggiore, più grandi quando quel territorio appariva poco fotografato). Hanno quindi collocato i 91 milioni di scatti di test all’interno dei quadrati basandosi sulle coordinate a essi associate, in modo da permettere alla macchina di autocalibrarsi (analogamente a come il nostro software di posta elettronica impara a riconoscere lo spam man mano che gli indichiamo i messaggi indesiderati). Il sistema è stato poi testato in numerosi modi, tutti con lo stesso scopo: ottenere come risposta il quadrato geografico all’interno del quale è stata verosimilmente scattata un’immagine. Il tutto partendo dalla foto di un panorama o di un ambiente interno senza indicazioni geografiche di sorta.

 

24.2.2016, 16:092016-02-24 16:09:00
Luca Berti @laRegione

Non solo 'mi piace': Facebook da oggi scopre le emozioni

Come fai a dire 'mi piace' a un post triste? O a uno che ti fa arrabbiare? Il dover esprimere per forza approvazione per qualcosa che in realtà suscita tutt...

Come fai a dire 'mi piace' a un post triste? O a uno che ti fa arrabbiare? Il dover esprimere per forza approvazione per qualcosa che in realtà suscita tutt'altre emozioni era probabilmente una delle caratteristiche meno apprezzate di Facebook. Un limite di cui il social network era a conoscenza da tempo e a cui ha voluto ovviare introducendo altre 5 emozioni con cui potersi esprimere sui post condivisi da amici e conoscenti e che vedono il loro debutto al grande pubblico oggi.

Oltre al classico 'mi piace', è possibile dire di amare qualcosa (cuore), di essere contento dopo aver letto il post (ahah), di essere rimasto stupefatto (wow), di essere triste (sigh) o di essere arrabbiato (grrr). Le 6 emozioni principali sono il condensato delle 13 - 15 opzioni finite inizialmente sul tavolo del team che ha studiato questa evoluzione di Facebook. 

Per accedere alle nuove emozioni basterà soffermarsi per qualche istante con il mouse sopra il tasto 'Mi piace' oppure, sui dispositivi mobili, tener premuto l'icona con il pollice verso l'alto per qualche tempo e poi sollevare il dito. La funzione è in corso di introduzione in queste ore: ci vorrà qualche giorno perché sia disponibile per tutti gli utenti. La sua introduzione sulle app è invece rimandata fino all'arrivo delle nuove versioni.

2.2.2016, 09:302016-02-02 09:30:00
Luca Berti @laRegione

Non starmi indosso

Google cestina i propri occhiali intelligenti e gli orologi computerizzati, per ora, non sembrano prendere piede. Il mercato dei dispositivi indossabili parte in sordina: non ha ancora trovato il suo...

Google cestina i propri occhiali intelligenti e gli orologi computerizzati, per ora, non sembrano prendere piede. Il mercato dei dispositivi indossabili parte in sordina: non ha ancora trovato il suo posto. Ma probabilmente è solo questione di tempo. L’esperto: ‘Non li uso ancora, ma è solo questione di trovare l’applicazione giusta’.

Marc Langheinrich non usa uno smartwatch e non porta occhiali intelligenti. Marc Langheinrich è professore all’Usi, si occupa di tecnologia indossabile, ma non la indossa. Per ora. «Ho avuto per qualche tempo un braccialetto per il fitness, ma era scomodo», confessa. «Non porto uno smartwatch perché per ora non ha delle funzionalità che ritengo utili. E poi la batteria dura troppo poco e lo schermo si spegne per risparmiare energia, il che lascia il quadrante inusualmente vuoto. Quando potrà fare qualcosa in più del semplice mostrare notifiche, allora potrei pensare di comprarne uno». Forse proprio questa immagine – quella dell’esperto di ‘wearables’ che non usa ‘wearables’ («È pure vero che non porto un orologio da 15 anni») – illustra più di altre le difficoltà dei computer indossabili nel trovare il proprio posto al mondo. Difficoltà evidenti che sono sfociate nell’abbandono, da parte di Google, del progetto di occhiali computerizzati, che si evidenziano nelle vendite di Apple Watch – buone ma non stellari – e che traspaiono dalle cifre degli analisti, secondo cui il mercato risulta tiepido su questo segmento. Già perché orologi, braccialetti, auricolari, catenine e occhiali potenziati circolano ancora poco, con la sola eccezione dei braccialetti fitness, in grado di calcolare calorie bruciate e chilometri percorsi. Nel terzo trimestre del 2015, stando all’azienda di ricerche di mercato Idc, tra giugno e settembre la FitBit ne ha venduti 4,7 milioni in un mercato che ha raggiunto i 21 milioni di pezzi commercializzati. Apple, nello stesso periodo, si è fermata ai 3,9 milioni di Apple Watch. Poco se si considera che nello stesso periodo il solo iPhone, pur registrando una flessione negli acquisti, ha toccato quota 47,5 milioni. Una cifra che, stando a Idc, l’orologio di Cupertino toccherà solo attorno al 2019. Insomma, il mercato non decolla. Manca qualcosa ai dispositivi indossabili per diventare davvero un oggetto feticcio? «Sviluppare applicazioni per uno schermo molto piccolo, come quello degli smartwatch, è un compito parecchio complicato, soprattutto in un contesto dove i telefonini diventano sempre più grandi: non è possibile semplicemente convertire un software per smartphone in uno per smartwatch. Credo ci vorrà un po’ di tempo affinché si sviluppino applicazioni e funzionalità utili per i dispositivi indossabili. Un passo che non può prescindere dal fatto di capire cosa le persone vogliono fare con il proprio gadget». C’è però anche la questione della batteria... Insomma, chi ha voglia di dover caricare anche il proprio orologio quando già tutte le sere si ritrova a dover ricaricare il telefono? «Indubbiamente è un aspetto fastidioso. Tuttavia in futuro questo aspetto potrebbe essere mitigato prevedendo una ricarica senza fili, magari innescabile semplicemente appoggiando l’apparecchio sul comodino. In alternativa, o in aggiunta, si potrà tentare di ridurre il consumo energetico utilizzando schermi meno dispendiosi. Sarà poi l’utente finale a decidere se preferirà display di alta qualità o tempi di utilizzo più lunghi. Le potenzialità dei ‘wearables’ sono comunque enormi: «Si tratta di un nuovo modo di fruire le informazioni e di controllare i propri dispositivi. È comunque vero che, di principio, per soddisfare queste condizioni non sia per forza necessario progettare un orologio completamente digitale, come l’Apple Watch. Potrebbe trattarsi di dispositivi ibridi, in parte computer e in parte orologi tradizionali». Conta però anche il fatto che, diversamente da altri apparecchi, qui si toccano corde tipiche della moda, dei gioielli?  «Vero, ma è anche vero che sia Google che Apple non siano state prese di sorpresa su questo punto. D’altronde anche gli smartphone sono, in qualche modo, oggetti di moda. Per restare agli smartwatch, molti modelli cercano di essere alla moda, ‘fashion’. Ciò non vuol però dire che ci riescano». Difficile quindi dire perché gli indossabili non stiano mantenendo le promesse, fa notare Langheinrich. «Il mercato non sta reagendo come qualcuno avrebbe previsto, ma rispetto ai cicli normali di adozione delle novità, non siamo poi così fuori strada. Certo, Google Glass ha fallito perché è diventato un oggetto ‘nerd’, eppure ha avuto il pregio di dimostrare le potenzialità di quella idea. Basta osservare cosa succede per strada: le persone sono immerse nei loro telefoni, indice che vi è una necessità di essere intrattenuti mentre si cammina. In questo quadro, proiettare lo schermo sugli occhiali quindi potrebbe essere interessante. Anche perché si eviterebbe di cozzare contro pali della luce». Tra dieci anni, rileva Langheinrich, «una tecnologia simile sarà integrabile in occhiali di tutti i giorni. Entro 20 anni approderà nelle lenti a contatto». Per ora è realtà solo in alcuni occhiali da sci, dove lo schermo integrato mostra velocità, quota, percorso e analisi dei salti.

L’esperto

Marc Langheinrich è professore associato presso la Facoltà di scienze informatiche dell’Università della Svizzera italiana. Attualmente si occupa di due progetti di ricerca. 
Il primo, denominato Sharing21, studia il fenomeno della condivisione di contenuti da parte degli internauti. L’accento è posto in particolare sulla sicurezza e sulla privacy: capendo cosa gli utenti condividono si vogliono sviluppare delle interfacce innovative  per permettere alle persone di mantenere il controllo dei propri dati.  «Un ambito su cui ci stiamo concentrando è quello sportivo – spiega Langheinrich –. Ad esempio studiamo come un gruppo di amici che sciano insieme possa condividere delle informazioni. E questo anche attraverso apparecchi che in futuro indosseranno. Una persona potrebbe, per esempio, segnalare una zona pericolosa. Gli altri riceverebbero la notifica sulla cartina integrata negli occhiali oppure, tramite la realtà aumentata, la vedrebbero sovrapposta alla mappa fisica che tengono in mano». Il secondo progetto, ‘Recall’, ambisce a ridefinire in maniera tecnologica alcune metodologie di aiuto alla memoria. Ad esempio, indossando una telecamera che scatta foto ogni 30 secondi, sarà pensabile programmare un sistema automatico per far riproporre sullo smartphone il volto di una persona cui ci si è presentati tempo prima. Oltre all’immagine, il sistema suggerirebbe pure l’iniziale del nome. Lo scopo è quello di allenare l’utente a ricordare il nominativo della persona ritratta.

30.12.2015, 17:322015-12-30 17:32:06
Luca Berti @laRegione

Autopiloti a scuola guida

Travolgere 10 persone o evitare lo scontro ma far schiantare l’automobile e uccidere gli occupanti? Le vetture con autopilota  del futuro dovranno saper prendere anche queste decisioni. Dovranno...

Travolgere 10 persone o evitare lo scontro ma far schiantare l’automobile e uccidere gli occupanti? Le vetture con autopilota  del futuro dovranno saper prendere anche queste decisioni. Dovranno essere programmate per... uccidere. E nel frattempo bisognerà pure insegnare loro a guidare.

Freno, frizione, un po’ di gas. Punto, punto, angolo morto. Nessuno: freccia, svolto. Un’auto sta per invadere la corsia per superare un ciclista. Anticipo, scanso. In fondo alla via uno stop e un poliziotto che fa segno di passare. Ha precedenza il segnale del poliziotto. Accelero. Passo l’agente. Curvo. Semaforo in controluce. Rosso? Rallento. Rosso! Stop. Verde. Freno, frizione, un po’ di gas... Guidare è dannatamente difficile. Lo è dopo 17 anni e tot d’esperienza nel mondo, figuriamoci per un’intelligenza artificiale appena nata. Perché se guidare è saper anticipare le situazioni e prendere la giusta decisione, gli algoritmi hanno ancora parecchia strada da fare prima di prendere il comando dei nostri bolidi. Tesla e gli altri produttori di automobili con guida semiautomatica ne sanno qualcosa. Non a caso (ma anche per ragioni legali) chiedono al conducente di tenere le mani sul volante nonostante l’auto sia teoricamente capace di mantenere distanze e corsia. Sistemi progettati per evitare errori umani, sistemi che a volte sbagliano loro stessi. Le prime esperienze con l’intelligenza artificiale in corso di installazione su circa 60mila Tesla S e X (in grado di cambiare corsia autonomamente) hanno dimostrato per esempio che non sempre l’auto prende la decisione corretta e in alcuni casi rischia di finire fuori strada. «Il software è nuovissimo», ha avvertito il patron di ‘Tesla Motors’ Elon Musk, aggiungendo che il sistema raccoglierà informazioni di guida dai conducenti per migliorarsi. Come se 60mila maestri insegnassero a Tesla a guidare. Una mossa che potrebbe rivelarsi vincente, dal momento che uno dei maggiori ostacoli verso l’autopilota autonomo non è tanto la mancanza di intelligenza artificiale, quanto la difficoltà a insegnarle come comportarsi. Per riuscirci serve una quantità di dati elevatissima. Basti pensare che il riconoscimento facciale automatico è stato reso possibile dopo l’analisi di milioni di immagini dove degli esseri umani avevano segnalato presenza e posizione dei volti. Le macchine hanno così potuto capire i tratti caratteristici di una faccia e imparare a riconoscerle. Nessuno è però riuscito a fare altrettanto per la guida, anche perché guidare è nettamente più complesso rispetto a riconoscere un volto. Ci stanno provando Pranav Rajpurkar e alcuni altri ricercatori della Stanford University: il team, dopo aver guidato con un’auto di test per le autostrade californiane, sottopone i dati raccolti dai sensori dell’auto a conducenti reali. Questi hanno il compito di correggere gli errori di riconoscimento, segnalando la soluzione corretta. I dati così rivisti vengono ridati in pasto all’intelligenza artificiale, che li valuta e stabilisce come correggere la propria percezione in modo da migliorare le proprie capacità. Tra i primi comportamenti in fase di correzione vi è l’individuazione delle linee che delimitano le carreggiate. Un compito apparentemente semplice che ai computer crea qualche difficoltà. I test di Rajpurkar hanno dimostrato, per esempio, che l’algoritmo da lui impiegato si confonde nel passaggio da luce a ombra, quando la superficie della strada cambia, quando si guida su rampe d’accesso o quando si viaggia controluce. Controluce, peraltro, che rende difficile alle telecamere distinguere i colori dei semafori e che quindi è un ulteriore fattore di possibili errori per un autopilota.

Auto programmate per uccidere

Ciò non toglie che le auto, presto, si guideranno da sole. Per arrivare a quel punto dovranno però essere date risposte a molte domande, non tutte di natura tecnica. Alcune sono addirittura di carattere etico. Cosa deve, per esempio, fare l’auto se si trova confrontata con una situazione dove non può evitare la perdita di vite umane? Se, poniamo, il veicolo stesse per investire un gruppo di 10 persone e l’unico modo per evitarlo fosse schiantarsi contro un muro? Dovrebbe proteggere gli occupanti a tutti i costi o ridurre al minimo i morti anche se ciò significasse uccidere chi sta a bordo? Un dilemma al cuore dell’accettazione sociale dei veicoli automatici. Perché, francamente, siete sicuri di voler comprare un’auto programmata per uccidervi se la vostra morte dovesse risultare il minore dei mali? E, di riflesso, vi fidereste a camminare per strada se un’auto potesse autonomamente decidere che è meglio investire voi invece di uccidere i quattro occupanti? In generale sembra che, in un caso del genere, le persone siano favorevoli a ridurre al minimo il numero di vittime. A patto però di non dover mai salire a bordo di un’auto programmata in tale modo. A metterlo in evidenza è un sondaggio dello psicologo Jean-François Bonnefon della ‘Toulouse School of Economy’. Situazioni meno estreme potrebbero comunque richiedere una programmazione etica dell’autopilota. Ad esempio i veicoli potrebbero essere istruiti a dare la priorità all’evitare le persone rispetto all’evitare i veicoli parcheggiati. Potrebbe inoltre essere insegnato loro a non sterzare bruscamente quando un gatto attraversa la strada. Il tutto in attesa della soluzione definitiva, ovvero un modo dove il fattore umano sarà azzerato e saranno le auto stesse ad autoregolarsi comunicando tra loro e decidendo di volta in volta cosa fare. Mercedes e General Motors pianificano di installare un sistema di comunicazione auto-auto su alcuni modelli entro il 2017.


Come funziona

Per guidare da sola un’auto ha bisogno di tutta una serie di sensori disposti in vari punti del veicolo. Ciò le garantisce una visione a 360 gradi, impossibile da eguagliare per un conducente umano. La differenza tra uomo e macchina sta poi nella capacità del software installato sulla vettura di capire cosa sta vedendo.
Ecco cosa usano i veicoli automatici di Google per viaggiare in autonomia:

Lidar – Il ‘Laser Illuminating Detection and Ranging’ è utilizzato per creare una mappa in 3D di quanto circonda l’auto. Invia un fascio laser che, cozzando contro gli oggetti, permette di determinare la posizione di possibili pericoli.

Radar – Permette di stabilire con precisione la velocità dei veicoli circostanti, cosa che non riesce bene al Lidar. Due sensori sono montati sul paraurti davanti, due su quello dietro.
Telecamere – Sono usate per monitorare il mondo esterno. In genere se ne impiegano un paio con un campo visivo in parte coincidente. Aiutano a definire gli ostacoli e la loro natura. Inoltre permettono di ‘leggere’ segnali e strisce.

Sonar – Stabilisce la distanza di oggetti a meno di 6 metri. È usato come sistema ridondante per dare all’auto più dati su cui basare le decisioni.

Gps – Localizza la macchina e permette al software di tenere traccia del percorso effettuato e calcolare quello da seguire. 

Giroscopi – Servono all’auto per capire l’assetto e le velocità angolari in curva.

3.11.2015, 10:392015-11-03 10:39:13
Luca Berti @laRegione

Ritorno al 2045

Più tecnologici e più soli, capaci di stamparci la pastasciutta e costruirci organi di ricambio, senza auto volanti, ma sollevati dalla responsabilità di guidare. È un mondo dove gli oggetti si parlano in...

Più tecnologici e più soli, capaci di stamparci la pastasciutta e costruirci organi di ricambio, senza auto volanti, ma sollevati dalla responsabilità di guidare. È un mondo dove gli oggetti si parlano in rete quello immaginato da tre esperti che hanno raccolto la sfida di proiettarsi 30 anni in avanti come fece Marty McFly nell’85.

Ammettiamolo, ci siamo tutti divertiti dieci giorni fa ritornando al futuro con Marty McFly giusto per constatare che il film ha imbroccato poco o nulla del 2015. Niente abiti improbabili, niente cappellini di plastica, niente camerieri elettronici e sostituzioni del pancreas. Via i tubi catodici e soprattutto niente hoverboard, auto volanti e propulsione ecologica.

Ora però ci tocca pagare pegno e metterci nei panni di chi, nell’85, immaginò il 2015. Così, giusto per il gusto dell’esercizio, abbiamo fatto accomodare tre esperti di tecnologia in una versione immaginaria della mitica DeLorean, spedendoli al 21 ottobre 2045.

Muoversi

«Intanto qualsiasi previsione non si avvererà», mette subito in guardia Mauro Pezzè, professore di ‘software engeneering’ all’Università della Svizzera italiana. «Già 30 anni fa l’esercizio era molto ostico a causa dell’evoluzione di tecnologia e mercato. Oggi è ancora più complicato: qualsiasi cosa diremo, fra trent’anni rideranno di noi».

Premessa d’obbligo e prudenza dovuta a parte, il futuro immaginato dai tre esperti converge su più punti. Intanto le macchine volanti ce le dovremmo scordare anche tra 30 anni, perché «il costo di far librare in aria un’auto è maggiore dei benefici a cui porta», annota Pezzè. Benefici che invece sarebbero evidenti togliendo le persone da dietro il volante. Il mondo futuro sarà quindi un mondo senza guida, senza semafori e con auto in grado di farci da autista. Una sorta di supercar, sessant’anni dopo Supercar. «Succederà di uscire dall’ufficio e di trovare la vettura che ci aspetta» rileva il professore dell’Usi. I veicoli comunicheranno tra loro «il che significa che saranno in grado di riprodurre quello che succede in una piazza affollata, dove non servono indicazioni per evitare urti». Si tratterà – aggiunge Andrea Tedeschi, consulente informatico e appassionato di tecnologia – di «veicoli elettrici ed ecologici. Le automobili a combustione interna continueranno a circolare, ma saranno quelle che gli appassionati di guida toglieranno dal garage la domenica». Cambieranno poi tutti gli altri trasporti, sottolinea a sua volta Emanuele Carpanzano, direttore del Dipartimento tecnologie innovative (Dta) della Supsi: «Con treni super veloci e il ritorno dei voli supersonici, il mondo diventerà molto più piccolo».

Vivere e curarsi

Mondo più piccolo e comodo, dove spesso non sarà nemmeno necessario spostarsi: «Con l’utilizzo dei droni per il trasporto delle merci via aria – prosegue il direttore del Dta – potremo fare la spesa online e, mezz’ora dopo, vederci recapitare quanto abbiamo comperato direttamente a casa». I negozi «spariranno – aggiunge Tedeschi –. Tutto potrà essere stampato in 3D. Per cui online si compreranno solo gli schemi e le materie prime. Potremo stamparci addirittura il cibo». Pasta fresca... di stampata. La domotica, poi, «cambierà radicalmente il nostro modo di abitare – riferisce Pezzè –, anche se ancora non ci immaginiamo come». L’intera casa sarà interconnessa... «Oggi si pensa alla possibilità di accendere la lavatrice con lo smartphone, ma si potrà fare di più, molto di più».

Forno, frigorifero, impianti di sicurezza, televisioni: tutti con una propria intelligenza e tutti in grado di parlarsi in rete. «La fatica fisica sarà sempre minore e il supporto della tecnologia alla vita quotidiana sarà sempre più importante», evidenzia Carpanzano, secondo cui fra trent’anni le visite dal dottore saranno ridotte all’osso e la biomedicina permetterà «di ricostruire parti del nostro corpo. Già oggi abbiamo protesi più o meno sofisticate; in futuro si potranno creare ricambi biologici personalizzati che andranno a sostituire quelle parti originali degradate o perse».

Organi e arti che alcuni pensano si potranno stampare allo stesso modo di come si stamperà l’amatriciana. «Non vivremo 200 anni – prosegue il direttore del Dta –, ma mi aspetto che nel 2045 ci sia un forte impatto positivo sulla qualità di vita».

Lavorare e divertirsi

«Nel 1985 molte delle professioni attuali non esistevano – fa notare Pezzè –. Fra trent’anni ne esisteranno di inimmaginabili». Del resto «se vent’anni fa qualcuno avesse detto pubblicamente che nel 2015 la più grande industria mondiale sarebbe stata Google (un’azienda che non produce nulla di concreto e che risponde a delle domande) l’avrebbero preso per matto». Invece fra 30 anni le riunioni saranno virtuali, svolte tramite connessioni olografiche e il cinema sarà in grado di portarci letteralmente dentro le storie. I capi d’abbigliamento, costruiti su misura dalle macchine, conterranno tecnologia a non finire.

Il tutto avrà però pesanti ripercussioni sociali: «Una tecnologia che evolve così rapidamente – osserva Carpanzano – andrà adeguatamente introdotta alle future generazioni, soprattutto ai bambini. In caso contrario il rischio sarà quello di creare una società di alienati». O forse no: forse abbiamo sbagliato tutto.

E allora se state leggendo queste righe nel 2045 e, guardandovi in giro, nulla vi torna, siate indulgenti con chi – per lo meno – vi ha strappato un sorriso.


Gadget del futuro

«Abbiamo un arsenale tecnologico impressionante nei nostri laboratori. Quale sarà quello del futuro dipende tutto dalle nostre scelte» ci dice il direttore del Dipartimento di tecnologie innovative (Dta) della Supsi Emanuele Carpanzano, uno dei tre esperti cui abbiamo chiesto di immaginare il mondo nel 2045 e cui abbiamo chiesto, pure, di immaginare quale sarà il gadget più in voga fra trent’anni.

«Sarà un anello o simile in grado di accumulare un numero impressionante di funzioni– rileva il direttore del Dta –. Come lo smart-phone sostituisce telefono e macchina fotografica, il gadget del futuro sarà un apparecchio microelettronico in grado di dirci dove siamo, fare video, foto e capace di interagire con gli altri oggetti».

Nel futuro immaginato da Mauro Pezzè, professore di ‘software engeneering’ all’Usi, a farla da padrone nel 2045 sarà «la chiave personale. Ovvero un... “qualcosa” che ci identifichi in modo univoco nel mondo digitale, un oggetto che ci apra le porte, che ci chiami l’auto e che ci identifichi in rete». Sarebbe una risposta alla «crisi di sicurezza cibernetica» che si verrà a creare in un mondo dove ogni aspetto della vita sarà controllato da macchine teoricamente piratabili.

Andrea Tedeschi, consulente informatico e appassionato di tecnologia, punta invece sul braccialetto video-holotelefono-televisore-orologio. «Magari sarà un chip sotto pelle... Di sicuro avrà funzionalità e funzioni che non riusciamo a immaginarci».