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6.2.2017, 09:222017-02-06 09:22:28
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Adulti inconsapevoli quanto i ragazzi dei pericoli 'social'. E una notizia diventa vera se condivisa da tanti...

Adulti e ragazzi vivono una vita sempre più social, con una media di più di 5 profili a...

Adulti e ragazzi vivono una vita sempre più social, con una media di più di 5 profili a testa, e sono sempre più connessi via smartphone: il 95% degli adulti e il 97% dei ragazzi ne possiede uno, e cominciano sempre più presto. Ma entrambi sono quasi del tutto inconsapevoli delle conseguenze delle loro attività in rete. È lo scenario che emerge da una ricerca condotta in Italia da Ipsos per Save the Children. Ricerca diffusa oggi. 

Sia adulti che ragazzi sanno che mentre navigano i loro dati vengono registrati (i due terzi sia degli adulti che dei ragazzi) anche se non sanno esattamente quali, se ne dicono preoccupati (l’80% di entrambi), ma hanno ormai interiorizzato l’idea che cedere questi dati sia il giusto prezzo per essere presenti online e accedere ai servizi che interessano (circa il 90% di tutti coloro che consentono a un’app l’accesso ai propri contatti).

Sempre più giovani con lo Smartphone

L’indagine rivela che i bambini in Italia ricevono il loro primo smartphone a 11 anni e mezzo, età media più bassa di un anno rispetto alla rilevazione dell’anno precedente. Pur di essere presenti online, i minori sono disposti anche a mentire sull’età: mediamente si iscrivono a Facebook a 12 anni e mezzo (un anno in meno del 2015), dichiarando un’età superiore.

Una notizia è più attendibile se condivisa da tanti

Quando si tratta di valutare l’attendibilità di una notizia, il 43% dei minori e il 37% degli adulti basa il proprio giudizio sulle condivisioni che quella notizia riceve. Ancora, quasi un ragazzo su 10 accede a giochi online come poker o casinò o altri siti riservati ad adulti.

Foto imbarazzanti

La condivisione di immagini e video di se stessi o di altri, con riferimenti sessuali o in pose imbarazzanti, rappresenta purtroppo un’attività molto diffusa tra i ragazzi: raccontano infatti che tra i loro amici più di 1 su 5 invia video o immagini intime di sè a coetanei e adulti conosciuti in rete, o attiva la webcam per ottenere regali. Quattro su 10, infine, inviano o postano immagini intime di loro conoscenti, più di 1 su 3 invia o riceve messaggi con riferimenti espliciti al sesso, 1 su 5 invia ad amici propri video o foto intime.

Scarsa 'igiene' online

La ricerca evidenzia che vi è una scarsa cura della propria storia online sia per gli adulti che per i ragazzi, che non prevedono una "manutenzione" costante dei propri profili: circa 9 su 10 non compiono azioni efficaci per proteggere la propria immagine online, come cancellare post passati (solo il 18% dei ragazzi e il 14% degli adulti l’ha fatto almeno una volta), togliere il tag del proprio nome da una foto postata online (lo fa solo il 12% di entrambi) o bloccare qualcuno su Facebook o Whatsapp (lo fa solo il 19% dei ragazzi e il 16% degli adulti).

Il 75% degli adulti e il 72% dei ragazzi intervistati crede che non sia mai sicuro condividere online foto e video intimi e riservati e per il 67% dei primi e il 65% dei secondi se un contenuto condiviso con qualcuno dilaga in rete, la responsabilità è di chi lo diffonde. Ma ben l’81% degli adulti e il 73% dei ragazzi pensa che vi sia una sorta di "consenso implicito" alla diffusione, nel momento in cui qualcosa viene condiviso online anche se non con una sola persona. E c’è un 23% degli adulti e un 29% dei ragazzi che sono convinti che sia sempre sicuro condividere foto o video intimi online perché "lo fanno tutti".

 

«I risultati che emergono dalla ricerca dimostrano che adulti e ragazzi condividono le stesse conoscenze, gli stessi livelli di consapevolezza delle conseguenze dei loro comportamenti in rete e spesso anche i comportamenti stessi. Si tratta di un dato preoccupante se pensiamo che proprio gli adulti dovrebbero esercitare un ruolo di guida in un contesto complesso e in continua evoluzione, come quello del mondo e delle tecnologie digitali» spiega Raffaela Milano di Save the Children.

23.1.2017, 09:202017-01-23 09:20:49
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Samsung trova il difetto nel Galaxy Note 7, colpa della batteria

Samsung ha individuato nel processo di concezione e nelle manifattura delle batterie il problema dei suoi Galaxy Note 7 che nell'autunno dello...

Samsung ha individuato nel processo di concezione e nelle manifattura delle batterie il problema dei suoi Galaxy Note 7 che nell'autunno dello scorso anno avevano più volte preso fuoco. 

La nostra indagine, così come le altre completate da tre organizzazioni industriali indipendenti, ha concluso che le batterie sono state all'origine degli incidenti del Note 7", ha rilevato Samsung in una nota, a chiusura dell'istruttoria. 

Samsung si fa carico delle responsabilità, in quanto – spiegano – sono loro ad aver contribuito a fissare gli obiettivi che le nuove batterie dovevano raggiungere. 

Analisi approfondite su 200mila esemplari

Circa 700 ricercatori e ingegneri di Samsung hanno lavorato "sulla replica degli incidenti" testando oltre 200mila Note 7 completi e più di 30mila batterie.

Koh Dong-jin, a capo della divisione smartphone, ha rinnovato le scuse della compagnia auspicando l'impegno a riconquistare la fiducia dei consumatori nel mondo. Al tal proposito, "sono state adottate diverse azioni correttive per assicurare che questo non accada più in futuro, incluse le misure di sicurezza in fase di progettazione e il piano di 8 punti di verifica delle batterie".

'Vogliamo riguadagnare la fiducia'

Negli ultimi mesi, insieme agli esperti indipendenti di settore, "abbiamo condotto indagini per ricostruire le causa dei problemi del Galaxy Note 7. Ora più che mai – ha concluso Koh –, siamo decisi a guadagnare la fiducia dei nostri clienti con l'innovazione per quanto è possibile sulla sicurezza come porta per illimitate e incredibili possibilità di nuove esperienze".

Costi per 5,3 miliardi

Samsung ha stimato i costi del richiamo di 2,5 milioni di Note 7 in 5,3 miliardi di dollari: pur incolpando a settembre le batterie al litio date da un fornitore, in seguito emerse che anche i modelli con nuove batterie erano a rischio incendio.

Dopo l'annuncio dell'individuazione del problema, il titolo in borsa è risalito dello 0,81%. (Ansa)

15.12.2016, 17:262016-12-15 17:26:33
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Uber lancia seconda flotta di auto a guida autonoma

Uber sfida le regole per le auto a guida autonoma. Dopo Pittsburgh, la compagnia di trasporti alternativa ai taxi ha lanciato una piccola flotta di auto autonome...

Uber sfida le regole per le auto a guida autonoma. Dopo Pittsburgh, la compagnia di trasporti alternativa ai taxi ha lanciato una piccola flotta di auto autonome nella sua città, a San Francisco, ma ha subito ricevuto l’altolà dalle autorità, secondo cui il servizio è illegale. La società, hanno spiegato i funzionari del Dipartimento californiano dei veicoli motorizzati (Dmv), non avrebbe infatti il permesso necessario per la guida autonoma.

In un post pubblicato sul suo sito, Uber ieri ha annunciato la disponibilità a San Francisco di una flotta di Volvo XC90 a guida autonoma. Nello stesso giorno, tuttavia, è arrivata la lettera del Dmv che ha intimato lo stop a Uber. "Per la compagnia è illegale continuare a operare finché non riceverà un permesso per testare le auto autonome", si legge. "Qualsiasi attività di Uber sulle strade pubbliche californiane deve cessare fin quando Uber non sarà in regola".

Uber non è tuttavia dello stesso avviso. Sul suo sito la compagnia sostiene che la regola californiana andrebbe applicata solo alle auto autonome in circolazione senza un guidatore che possa prendere il controllo del veicolo in caso di bisogno, mentre dietro al volante delle auto di Uber c’è sempre un ingegnere pronto a intervenire.

Un giorno di spesa in collaborazione con Fust Sefontana!

Venerdì 16 dicembre dalle 9.00 alle 14.00 vieni a trovarci al Fust Serfontana e partecipa al nostro concorso. In palio un buono acquisto di CHF 200.-.
30.11.2016, 18:262016-11-30 18:26:51
@laRegione

Prevenire i crimini con i motori di ricerca

"Google Trends", strumento che permette di sapere con quale frequenza un termine viene digitato dagli utenti nel motore di ricerca Google, potrebbe servire a prevedere e...

"Google Trends", strumento che permette di sapere con quale frequenza un termine viene digitato dagli utenti nel motore di ricerca Google, potrebbe servire a prevedere e prevenire attività illegali. Lo comunica oggi l’università di Berna.

Michael Liebrenz e la sua équipe hanno effettuato un test con la parola "anfetamina", comparando le ricerche fatte online alle statistiche criminali legate a questa sostanza stupefacente in Svizzera, Germania e Austria.

I risultati degli ultimi dieci anni hanno evidenziato un parallelismo: alla crescita del numero di ricerche corrispondeva un aumento successivo delle attività criminali riguardanti l’anfetamina, indicano gli esperti dell’ateneo della città federale nella rivista specializzata "PLOS ONE".

Si tratta comunque di conclusioni ancora piuttosto sommarie. Liebrenz è restato infatti prudente, precisando che studi supplementari sono ancora necessari. Ha comunque consigliato alle autorità competenti di tenere presente queste tendenze nell’ambito di future misure preventive.

"Google Trends" propone dati interessanti per esplorare la società e il suo sviluppo. Con questo strumento, si tentano anche di predire i risultati di un’elezione o di anticipare le epidemie d’influenza.

Richard Clayderman in concerto

Venerdì 2 dicembre alle ore 20.30 presso il Palazzo dei congressi di Lugano, si terrà il concerto di Richard Clayderman. Per biglietti e informazioni: www.starticket.ch oppure www.biglietteria.ch.
15.11.2016, 07:002016-11-15 07:00:00
Andrea Manna @laRegione

L'intelligenza artificiale per difenderci dall'estremismo

La leggenda narra che è sufficiente scrivere “bomba” e “Isis” su internet per finire sotto la lente dei servizi segreti americani. La realtà è decisamente...

La leggenda narra che è sufficiente scrivere “bomba” e “Isis” su internet per finire sotto la lente dei servizi segreti americani. La realtà è decisamente un’altra, anche perché se bastassero due parole per essere sospettati di radicalizzazione, sarebbe necessario sorvegliare tante, troppe persone.

La ricerca dei ‘radicalizzandi’ deve quindi rifarsi a tecniche più sottili e complesse, che toccano la psicologia, la linguistica e l’intelligenza artificiale. Tecniche che permettano di individuare, tramite alcuni comportamenti, chi è potenzialmente sensibile alla propaganda dei gruppi estremisti. Uno degli esperimenti in questo senso porta il marchio della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi). Si chiama Dike ed è stato realizzato sotto la guida di...

31.10.2016, 13:152016-10-31 13:15:00
Luca Berti @laRegione

Quale app per messaggi protegge meglio la tua privacy?

Quale applicazione per scambiarsi messaggi protegge meglio la vostra privacy? Tutto dipende da cosa si vuole proteggere. Un rapporto di Amnesty sulla protezione...

Quale applicazione per scambiarsi messaggi protegge meglio la vostra privacy? Tutto dipende da cosa si vuole proteggere. Un rapporto di Amnesty sulla protezione dei diritti umani promuove WhatsApp, iMessage, FaceTime e Telegram; boccia invece Google Snapchat e Skype. Ma la crittografia delle conversazioni non basta.

Bocciate Snapchat e Skype. Male anche Viber, Hangouts e Allo. Promosse Whats-App, Telegram, iMessage e FaceTime. Non considerata Signal, che rimane comunque una delle app tra le più sicure ma anche tra le meno utilizzate. La classifica delle applicazioni di messaggistica più attente alla privacy emerge da un recente rapporto di Amnesty International. L’organizzazione ha analizzato come le 11 principali compagnie che offrono questi servizi s’impegnino per la salvaguardia dei diritti umani anche attraverso la protezione delle conversazioni elettroniche.

“Non ci sono scuse per non integrare nei propri servizi di messaggeria una cifratura da dispositivo a dispositivo – scrive Amnesty nelle conclusioni del rapporto –. Compagnie che utilizzano forme deboli di cifratura, come Blackberry, Microsoft, Snapchat e Tencent, stanno mettendo a grande rischio le comunicazioni personali di milioni di persone”. A rischio perché espongono i messaggi scambiati dai propri utenti a furti da parte di criminali digitali così come all’occhio indiscreto dello spionaggio di Stato. L’analisi pubblicata nelle scorse settimane si affianca ad altre che tentano di rispondere alla domanda: quale è l’applicazione di messaggeria che maggiormente garantisce la privacy? Tenendo conto di tutto, ecco la nostra risposta. Con una nota a margine: gli strumenti per raggiungere la segretezza variano a dipendenza di cosa si vuole tenere riservato.

WhatsApp

Partiamo dall’app più utilizzata in Occidente. WhatsApp, dal 2014 appartenente a Facebook, ha introdotto la cifratura ‘end-to-end’ (ovvero da dispositivo a dispositivo) ad aprile 2016 per tutti gli utenti e come opzione predefinita. L’app si fa però gli affaracci vostri scaricando la rubrica e passando a Facebook alcune informazioni di corredo, tra cui il vostro numero di telefono. E, a volte, i dati di corredo dicono più dei messaggi...

iMessage e FaceTime

Le due applicazioni predefinite di Apple utilizzano la cifratura dispositivo-dispositivo senza riserve. Unico cruccio: il sistema di criptazione è però proprietario, per cui esperti indipendenti non ne possono verificare l’efficacia.

Telegram

Sviluppata per garantire la sicurezza dei messaggi, Telegram è l’app ‘gemella’ (come concetto visuale) di WhatsApp. Ha introdotto la cifratura dispositivo-dispositivo ben prima dell’applicazione cui si è ispirata (ottobre 2013 contro aprile 2016), ma non l’ha resa predefinita: l’utente deve scegliere esplicitamente di utilizzare un canale ‘privato’ per ogni chat (poco pratico). In caso contrario sarà indirizzato sul sistema ‘cloud’ dell’applicazione. ‘Cloud’ che in questo caso significa il salvataggio delle conversazioni sui server di Telegram, quindi a disposizione delle autorità che ne facessero richiesta.

Precisazione (31.10.2016): Nelle domande frequenti Telegram annota come i messaggi degli utenti siano distribuiti su più data center in tutto il mondo, quindi sottomessi a differenti sistemi legali e guiridici. Le chiavi per decifrare gli archivi dei messaggi sono separate in parti e mai conservate nello stesso posto ove si trovano i dati. "In questo modo saranno necessari più ordini giudiziari provenienti da diverse giurisdizioni per forzare Telegram a consegnare qualsiasi messaggio". Amnesty rimprovera comunque a Telegram di non aver mai pubblicato un rapporto in cui si precisi quante richieste governative ha ricevuto, in quali casi potrebbe ritenere appropriato rispondere affermativamente e se in tal caso notificherebbe l'utente.

Signal

Forte crittografia ‘end-to-end’ e nessun messaggio conservato sui server. Signal è stata sviluppata dalla Open Whisper Systems, un gruppo non profit di programmatori che si è posto l’obiettivo di rendere le comunicazioni private il più semplici possibili. La privacy è il requisito primario. La forza di Signal deriva non solo dalla cifratura efficace e predefinita (tranne sui normali Sms), ma anche dalla completa apertura del codice, cosa che rende possibile una costante verifica da parte della comunità e degli esperti. Il protocollo di cifratura ‘Signal’ è peraltro utilizzato da altre applicazioni di messaggistica come standard di fatto, tra queste anche WhatsApp e Allo.

Snapchat

Utilizzatissima dai giovani e tra le prime a introdurre i messaggi che si autodistruggono, Snapchat non prevede una cifratura ‘end-to-end’. I messaggi vengono trasmessi per via sicura al server dell’azienda, ma nulla più.

Google Allo, Hangouts e Duo

La cifratura tra dispositivi è predefinita solo su Duo (videochiamate), mentre è opzionale in Allo (messaggistica). Assente in Hangouts.

Facebook Messenger

Messaggi protetti da cifratura ‘end-to-end’ solo se si attiva la modalità privata. In caso contrario, Facebook ha in teoria accesso a tutti i testi dei messaggi.

Il consiglio

La scelta di un’app che sappia garantire la privacy dipende molto dal grado di riservatezza che si vuole raggiungere. Utilizzare WhatsApp è ad esempio un ottimo modo per evitare che occhi indiscreti leggano i propri messaggi. Bisogna però essere pronti a condividere con Facebook (in prospettiva futura) tutta una serie di altre informazioni personali. Telegram è una buona alternativa, ma solo se ci si ricorda di attivare le chat private. Gli utenti di Apple possono andare sul sicuro con iMessage, a patto di fidarsi di Cupertino sul grado di affidabilità della cifratura.

Signal vince su tutti, sia per trasparenza sul grado di protezione, sia per un design orientato alla riservatezza.

L'esperto: 'Sicurezza non significa privacy'

«Sul telefono privato ho installato Viber, WhatsApp, Skype e Messenger. Per lavoro uso però Telegram: lo faccio su uno smartphone separato, con la crittografazione interna, dove c’è solo quell’applicazione ed è assente qualsiasi rubrica». L'intervista integrale ad Andrea Tedeschi è sul giornale.

12.10.2016, 10:212016-10-12 10:21:45
@laRegione

È arrivato il nuovo giornale digitale

Sfoglia le edizioni come su carta, leggi gli articoli in formato testuale, crea il tuo personalissimo archivio sfruttando i segnalibri, cerca nelle edizioni precedenti,...

Sfoglia le edizioni come su carta, leggi gli articoli in formato testuale, crea il tuo personalissimo archivio sfruttando i segnalibri, cerca nelle edizioni precedenti, condividi i testi che più ti interessano tramite Facebook, Twitter ed e-mail. Sono solo alcune delle nuove possibilità offerte dalla nuova piattaforma di lettura de laRegione rilasciata negli scorsi giorni e accessibile sia via web (login.laregione.ch) sia su tutti i principali smartphone e tablet.

Se non l'hai ancora fatto, provala. Visita laregione.ch/digitale per maggiori informazioni.

8.9.2016, 08:152016-09-08 08:15:58
@laRegione

iPhone 7 taglia il cavo e resiste all'acqua

C’è stato anche un piccolo giallo alla partenza ufficiale dell’iPhone 7 a San Francisco, che ha di fatto confermato tutti i “rumors” sul nuovo melafonino. Sul profilo...

C’è stato anche un piccolo giallo alla partenza ufficiale dell’iPhone 7 a San Francisco, che ha di fatto confermato tutti i “rumors” sul nuovo melafonino. Sul profilo ufficiale di Apple su Twitter, è stato postato un video di 15 secondi con le caratteristiche del dispositivo mentre l’ad di Apple Tim Cook stava ancora parlando di altri prodotti.

L’“auto spoiler” è stato subito cancellato. Annunciava l’addio al jack audio, due fotocamere, la resistenza all’acqua e una batteria che dura di più. Tutte caratteristiche poi confermate da Cook sul palco del Bill Graham Civic Auditorium. Ed è arrivato anche un nuovo Apple Watch con a bordo il gioco del momento Pokemon Go, mentre su App Store sbarca Super Mario di Nintendo. Ovazione del pubblico mentre l’azienda giapponese sale in Borsa.

«L’iPhone 7 è lo smartphone più avanzato mai realizzato», ha spiegato Cook, ricordando che fino ad oggi è stato venduto più di un miliardo di melafonini. Il Ceo di Cupertino ha definito l’iPhone 7 il “gold standard” per gli smartphone, quello a cui tutti aspirano, un “fenomeno culturale”.

Come già anticipato dalle indiscrezioni, sul nuovo iPhone saranno incluse cuffiette con il nuovo connettore e un adattatore gratuito per chi voglia continuare a usare quelle con il tradizionale jack audio. Ma Apple punta soprattutto sul wireless con il nuovo processore W1 inserito nel melafonino, e introduce gli “AirPods”, le cuffiette wireless con sensori di movimento e di suono.

Tra le altre caratteristiche dell’iPhone 7 e del 7 Plus la doppia fotocamera posteriore e un comparto fotografico migliorato, “vicino agli standard di un dispositivo professionale”. Annunci che hanno fatto calare in Borsa il titolo di GoPro. Il nuovo melafonino è resistente all’acqua e alla polvere e ha una batteria che dura di più. Oltre ai colori tradizionali (oro, silver e oro rosa) sarà disponibile in due tipi di nero diverso, uno più lucido. L’iPhone 7 e 7 Plus saranno disponibili in pre-ordine dal 9 settembre, le consegne dal 16 settembre. Il sistema operativo che li governa, iOS 10 sarà invece disponibile dal 13 settembre.

Insieme all’iPhone arriva anche l’Apple Watch Series 2. “Completamente ripensato” e resistente all’acqua fino a 50 metri, e con il Gps, accolto dall’applauso del pubblico. «Apple Watch è lo smartwatch numero 1», ha spiegato Tim Cook, aggiungendo che la Apple per gli orologi è seconda adesso solo ai Rolex. Sul palco anche Jeff Williams che ha introdotto le caratteristiche del sistema operativo watchOS3, tra cui la funzione Sos.

7.9.2016, 11:432016-09-07 11:43:10
Luca Berti @laRegione

Oggi è il giorno dell'iPhone 7, ecco cosa attendersi, tra sorprese e possibili delusioni

Mancano poche ore alle 19, quando a Cupertino si aprirà il Keynote di Apple, l'appuntamento in cui la casa produttrice...

Mancano poche ore alle 19, quando a Cupertino si aprirà il Keynote di Apple, l'appuntamento in cui la casa produttrice di hardware e software presenta le sue novità (diretta). Ospite particolarmente atteso dai fans della mela morsicata è l'iPhone 7, nuova versione dello smartphone di casa Apple che si affaccerà al mercato ad un anno dal rilascio del suo predecessore, il 6s e a poco meno di sei mesi dalla presentazione del iPhone Se, apparecchio con cui Cupertino ha risuscitato il formato dell'iPhone 5s.

La sorpresa sulle caratteristiche del nuovo melafonino è però parzialmente mitigata dalle numerose indiscrezioni circolate in rete nelle scorse settimane e mesi, che hanno praticamente tolto il velo sul nuovo smartphone, suscitando qualche aspettativa e più di una perplessità. Ecco cosa attendersi:

  • Il formato non cambia: l'iPhone 7 sarà distribuito nelle due dimensioni attuali.
    Grado di certezza: buono
  • La versione più grande potrebbe sdoppiarsi per includere anche un iPhone "Pro", con funzionalità e capacità di memoria aggiuntive.
    Grado di certezza: buono (discreto per il nome)
  • La fotocamera sporgerà un po' di più. Quella dell'iPhone 7 "Pro" dovrebbe essere dotata di due sensori per simulare lo zoom ottico.
    Grado di certezza: buono
  • Gli iPhone 7 saranno impermeabili.
    Grado di certezza: buono
  • Sparirà il jack per le cuffiette, che potranno essere attaccate solo tramite il connettore lightning (quello usato per la ricarica, per intenderci). Sono previsti adattatori. In alternativa Apple punta sulle cuffiette Bluetooth. Assieme al nuovo melafonino dovrebbero essere distribuiti gli Airpods, auricolari senza filo.
    Grado di certezza: buono
  • Previsto un secondo altoparlante.
    Grado di certezza: discreto
  • Le bande delle antenne non taglieranno più il retro del telefono, ma ne ricalcheranno i bordi nella parte superiore e inferiore.
    Grado di certezza: buono
  • Il bottone 'home' non avrà più parti meccaniche: sarà interamente touch.
    Grado di certezza: basso
  • Cinque colori: ad argento, gold, rose gold si aggiungono dark black e piano black (nero lucido). Sparisce invece la versione Space Gray (grigio scuro).
    Grado di certezza: basso
8.6.2016, 16:462016-06-08 16:46:00
@laRegione

Apple Pay sbarca in Europa passando dal Ticino? Indiscrezioni danno il servizio attivo in Svizzera da lunedì

Per ora si tratta di indiscrezioni raccolte dal portale...

Per ora si tratta di indiscrezioni raccolte dal portale finews.ch. Il condizionale resta quindi d'obbligo. Eppure pare che Apple Pay, soluzione di pagamento tramite iPhone e Apple Watch, stia per sbarcare in Europa (continentale) passando dalla Svizzera. Anzi, dal Ticino. Secondo il sito dedicato alle notizie finanziarie, la società di Cupertino avrebbe deciso di introdurre in Svizzera il proprio servizio – già attivo negli Usa, in Canada, Regno Unito, Cina, Australia e Singapore – da lunedì prossimo utilizzando quale probabile partner Cornèr Banca, che ha sede principale a Lugano. Da noi contattata, Cornèrcard, la divisione per le soluzioni di pagamento dell'istituto luganese, non ha potuto confermare la notizia. L'annuncio ufficiale potrebbe arrivare durante il Wwdc, la conferenza che Apple dedica agli sviluppatori, in programma proprio a partire da lunedì. Potrebbe quindi riguardare il nostro paese, ma non solo.

L'arrivo di Apple Pay era comunque atteso alle nostre latitudini. Tanto che per contrastare i suoi effetti, le due principali applicazioni di pagamento via telefonino, Paymit e Twint, hanno recentemente trovato un accordo per unire le forze e proporre un'unica soluzione targata Twint. L’intesa ha coinvolto le cinque principali banche svizzere – Ubs, Credit Suisse, PostFinance, Raiffeisen e Banca cantonale di Zurigo (ZKB) – il provider di servizi per infrastrutture finanziarie Six, Swisscom, Migros e Coop.

30.4.2016, 04:002016-04-30 04:00:54
Luca Berti @laRegione

iPhone 5s e iPhone SE a confronto: la fotocamera

Hanno preso il corpo di un iPhone 5s e ci hanno infilato il cuore di un iPhone 6s: in casa Apple nasce così la versione SE del melafonino. Lo abbiamo testato per voi...

Hanno preso il corpo di un iPhone 5s e ci hanno infilato il cuore di un iPhone 6s: in casa Apple nasce così la versione SE del melafonino. Lo abbiamo testato per voi e trovate tutti i dettagli sul giornale di oggi, sabato 30 aprile. 

Tra le caratteristiche che ci hanno stupito di più c'è sicuramente la nuova fotocamera da 12 megapixel, in grado di registrare video a 4K. L'abbiamo messa a confronto con il 5s ricavandone un'ottima impressione: gli scatti sono più definiti, hanno meno rumore e hanno un bilanciamento del colore più accurato rispetto al 5s. Ecco un confronto.

22.3.2016, 10:592016-03-22 10:59:54
Luca Berti @laRegione

Apple presenta l'iPhone SE, mash-up tra 5s e 6s

Prendi il corpo compatto e squadrato dell'iPhone 5s, infilaci l'elettronica dell'iPhone 6s... et voilà: ecco l'iPhone SE presentato ieri in serata da Cupertino. La...

Prendi il corpo compatto e squadrato dell'iPhone 5s, infilaci l'elettronica dell'iPhone 6s... et voilà: ecco l'iPhone SE presentato ieri in serata da Cupertino. La ricetta per il nuovo, vecchio (e low cost) telefonino di Apple è davvero tutta lì, o poco più, per la gioia di chi non aveva davvero mai digerito il nuovo formato large ed extralarge di iPhone 6 e 6 Plus. Utenti che si trovavano nella difficoltosa scelta di come sostituire il proprio amato apparecchio. Per i più smanettoni diremo solo che si parla di processore A9, fotocamera da 12 megapixel e possibilità di girare video in 4K. Il nuovo gingillo sarà ordinabile in Svizzera dal 29 marzo al prezzo di 479 franchi per la versione con 16 giga di memoria e di 599 per la versione da 64 gigabyte.

Con il melafonino presentato ieri, Apple conferma così la sua volontà di diversificare la propria linea di prodotti, venendo incontro alle esigenze e ai desideri dei consumatori. Uno scostamento evidente da come fu condotta la politica aziendale da Steve Jobs, il quale aveva sempre insistito per proporre un modello 'unisex', senza troppe alternative.

Una politica diversa, evidente pure nel secondo annuncio della serata, ovvero l'introduzione di un iPad Pro dalle dimensioni dei normali iPad, ovvero con uno schermo da 9,7 pollici che si aggiunge a quello "maxi" di 12,5 pollici.

27.2.2016, 15:162016-02-27 15:16:38
Luca Berti @laRegione

Vinceranno le macchine

Computer batte uomo: era successo la prima volta nel 1997, quando il ‘Deep Blue’ batté il campione del mondo di scacchi Garri Kasparov. Oggi non passa mese senza che una macchina non si dimostri...

Computer batte uomo: era successo la prima volta nel 1997, quando il ‘Deep Blue’ batté il campione del mondo di scacchi Garri Kasparov. Oggi non passa mese senza che una macchina non si dimostri meglio dell’uomo in qualcosa. Ci sconfiggono pure nel riconoscere dove sono state scattate le fotografie...

Ecco la sfida: se vi si desse una foto a caso di un qualsiasi posto al mondo riuscireste a identificare il luogo dove è stata scattata? E quanto ci andreste vicino? I dati statistici dicono più o meno 2’300 chilometri (nel caso di chi scrive anche di più, dopo aver clamorosamente piazzato in Canada una lunga strada argentina), ovvero circa il doppio (!) di quanto farebbe un computer. Proprio così: l’intelligenza sintetica sbaglia di circa 1’131 chilometri. Il computer non solo vince in accuratezza, ma pure nei confronti diretti: 28 volte su 50 sfide. Il progetto che ha generato questi numeri si chiama PlaNet ed è in corso di sviluppo a Google. Per i ricercatori è un’applicazione accademica dell’intelligenza artificiale, per la cronaca degli ultimi mesi è l’ennesima dimostrazione che le reti neurali artificiali stanno rapidamente palesandosi superiori al cervello umano. Ne abbiamo parlato in diverse occasioni anche da queste colonne. L’ultima a inizio mese, quando abbiamo riferito dell’algoritmo che aveva battuto i migliori giocatori di Go, una specie di dama cinese considerata uno dei giochi più complessi al mondo. Ce ne eravamo occupati pure a dicembre, analizzando le capacità degli autopiloti installati sulle automobili. Tutti esempi di come le tecnologie del ‘cervello robotico’, debitamente allenate, siano ormai in grado di fornire risultati impossibili da raggiungere per un singolo uomo. Come accade, per esempio, anche per quella start up di Palo Alto che ha allenato (a mano) una rete neurale per permetterle di distinguere la presenza di acqua di superficie nelle immagini satellitari. Risultato concreto: una mappa mondiale dei cambiamenti delle acque aggiornata ogni due settimane applicabile allo studio dei cambiamenti climatici, alla valutazione assicurativa delle innondazioni e alla predizione delle zone di siccità con conseguente distruzione e spostamento di piantagioni. «Conoscendo la quantità di acqua disponibile, chi la sta usando e come la sta usando è possibile sviluppare un buon piano per la gestione dei diritti d’impiego», ha fatto notare il direttore della start up Shwetank Kumar parlando con la rivista ‘Mit Technology Review’. Gestione che potrebbe scongiurare futuri conflitti per accaparrarsi l’oro blu.
Torniamo però alla nostra sfida e a come siamo riusciti a insegnare ai computer a batterci anche nel campo del riconoscimento dei luoghi. Una sfida apparentemente difficile sia per uomini che per macchine. Perché se è facile collocare su una carta foto di luoghi noti, come San Pietro a Roma, la Torre Eiffel a Parigi o il Big Ben a Londra, il compito si fa decisamente più complicato quando negli scatti non appaiono riferimenti chiaramente riconoscibili. La difficoltà aumenta poi in modo esponenziale se le fotografie ritraggono degli interni. Per riuscire a vincere la sfida, le persone sopperiscono all’assenza di informazioni chiare andando alla ricerca di dettagli che possano fornire indizi utili: scritte, stili di architettura, tipi di vegetazione, lato della strada su cui scorre il traffico, tipo di veicoli in circolazione sulle strade, elementi di uso comune in una specifica cultura. Il tutto filtrato attraverso l’esperienza individuale (se volete mettervi alla prova, visitate il sito www.geoguessr.com). Esperienza che le macchine non hanno, come – di per sé – non hanno nemmeno la capacità di riconoscere singoli elementi distintivi. Sarebbe quindi logico assumere che nessun computer possa battere una persona. Sbagliato: ancora una volta i ricercatori in forze a Google – azienda distintasi da qualche anno per aver puntato tra l’altro sull’intelligenza artificiale – hanno dimostrato che le macchine possono farcela, eccome. Nel caso specifico a riuscirci è stato l’ingegnere tedesco Tobias Weyand, che assieme ad alcuni colleghi ha allenato una rete neurale con 91 milioni di foto associate delle coordinate. Il primo test di funzionamento è stato condotto su un set di 2,3 milioni fotografie pubblicate sul portale specializzato Flickr. PlaNet è stato in grado di collocare il 3,6% delle foto lungo la strada dove sono state scattate, il 10,1% nella città corretta e il 28,4% nella nazione giusta.Il tutto, come detto, senza che il computer abbia potuto fare capo a quegli indizi che l’occhio e l’esperienza umana impiegano in un caso simile. Per le immagini degli interni, il sistema è stato istruito ad utilizzare anche le altre foto che appartengono allo stesso album, in modo da aumentare il numero di riferimenti visibili, mentre negli altri casi a fare la differenza è l’elevatissimo numero di immagini simili su cui il sistema può contare e che può usare come paragone. «Il vero vantaggio di PlaNet rispetto a ogni singolo essere umano – ha spiegato Weyand alla ‘Mit Technology Review’ – è che ha visto molti più posti di quelli che potrà mai vedere un qualsiasi essere umano». Conoscenza, come detto, acquisita tramite analisi di una mole di dati impressionante. Un concetto applicabile (e applicato!) un po’ a tutto: basta avere dati sufficienti. Dati, per esempio, come le nostre e-mail su Gmail o le nostre ricerche effettuate su Google. E, allora, forse non è un caso se già oggi abbiamo l’impressione che il nostro computer ci conosca meglio di nostra madre.

Come funziona

Per allenare la rete neurale del progetto PlaNet, il ricercatore tedesco Tobias Weyand ha utilizzato una base di dati composta da 126 milioni di fotografie, ognuna abbinata elettronicamente alle coordinate del luogo dove è stata scattata. Novantuno milioni di queste immagini sono stati utilizzati per insegnare al computer a riconoscere i tratti distintivi di ogni luogo, mentre i restanti 34 milioni sono stati impiegati per validare il sistema. I ricercatori hanno nel frattempo diviso la terra in 26mila quadrati di dimensioni variabili (più piccoli quando la densità di immagini del luogo risultava maggiore, più grandi quando quel territorio appariva poco fotografato). Hanno quindi collocato i 91 milioni di scatti di test all’interno dei quadrati basandosi sulle coordinate a essi associate, in modo da permettere alla macchina di autocalibrarsi (analogamente a come il nostro software di posta elettronica impara a riconoscere lo spam man mano che gli indichiamo i messaggi indesiderati). Il sistema è stato poi testato in numerosi modi, tutti con lo stesso scopo: ottenere come risposta il quadrato geografico all’interno del quale è stata verosimilmente scattata un’immagine. Il tutto partendo dalla foto di un panorama o di un ambiente interno senza indicazioni geografiche di sorta.

 

24.2.2016, 16:092016-02-24 16:09:00
Luca Berti @laRegione

Non solo 'mi piace': Facebook da oggi scopre le emozioni

Come fai a dire 'mi piace' a un post triste? O a uno che ti fa arrabbiare? Il dover esprimere per forza approvazione per qualcosa che in realtà suscita tutt...

Come fai a dire 'mi piace' a un post triste? O a uno che ti fa arrabbiare? Il dover esprimere per forza approvazione per qualcosa che in realtà suscita tutt'altre emozioni era probabilmente una delle caratteristiche meno apprezzate di Facebook. Un limite di cui il social network era a conoscenza da tempo e a cui ha voluto ovviare introducendo altre 5 emozioni con cui potersi esprimere sui post condivisi da amici e conoscenti e che vedono il loro debutto al grande pubblico oggi.

Oltre al classico 'mi piace', è possibile dire di amare qualcosa (cuore), di essere contento dopo aver letto il post (ahah), di essere rimasto stupefatto (wow), di essere triste (sigh) o di essere arrabbiato (grrr). Le 6 emozioni principali sono il condensato delle 13 - 15 opzioni finite inizialmente sul tavolo del team che ha studiato questa evoluzione di Facebook. 

Per accedere alle nuove emozioni basterà soffermarsi per qualche istante con il mouse sopra il tasto 'Mi piace' oppure, sui dispositivi mobili, tener premuto l'icona con il pollice verso l'alto per qualche tempo e poi sollevare il dito. La funzione è in corso di introduzione in queste ore: ci vorrà qualche giorno perché sia disponibile per tutti gli utenti. La sua introduzione sulle app è invece rimandata fino all'arrivo delle nuove versioni.

2.2.2016, 09:302016-02-02 09:30:00
Luca Berti @laRegione

Non starmi indosso

Google cestina i propri occhiali intelligenti e gli orologi computerizzati, per ora, non sembrano prendere piede. Il mercato dei dispositivi indossabili parte in sordina: non ha ancora trovato il suo...

Google cestina i propri occhiali intelligenti e gli orologi computerizzati, per ora, non sembrano prendere piede. Il mercato dei dispositivi indossabili parte in sordina: non ha ancora trovato il suo posto. Ma probabilmente è solo questione di tempo. L’esperto: ‘Non li uso ancora, ma è solo questione di trovare l’applicazione giusta’.

Marc Langheinrich non usa uno smartwatch e non porta occhiali intelligenti. Marc Langheinrich è professore all’Usi, si occupa di tecnologia indossabile, ma non la indossa. Per ora. «Ho avuto per qualche tempo un braccialetto per il fitness, ma era scomodo», confessa. «Non porto uno smartwatch perché per ora non ha delle funzionalità che ritengo utili. E poi la batteria dura troppo poco e lo schermo si spegne per risparmiare energia, il che lascia il quadrante inusualmente vuoto. Quando potrà fare qualcosa in più del semplice mostrare notifiche, allora potrei pensare di comprarne uno». Forse proprio questa immagine – quella dell’esperto di ‘wearables’ che non usa ‘wearables’ («È pure vero che non porto un orologio da 15 anni») – illustra più di altre le difficoltà dei computer indossabili nel trovare il proprio posto al mondo. Difficoltà evidenti che sono sfociate nell’abbandono, da parte di Google, del progetto di occhiali computerizzati, che si evidenziano nelle vendite di Apple Watch – buone ma non stellari – e che traspaiono dalle cifre degli analisti, secondo cui il mercato risulta tiepido su questo segmento. Già perché orologi, braccialetti, auricolari, catenine e occhiali potenziati circolano ancora poco, con la sola eccezione dei braccialetti fitness, in grado di calcolare calorie bruciate e chilometri percorsi. Nel terzo trimestre del 2015, stando all’azienda di ricerche di mercato Idc, tra giugno e settembre la FitBit ne ha venduti 4,7 milioni in un mercato che ha raggiunto i 21 milioni di pezzi commercializzati. Apple, nello stesso periodo, si è fermata ai 3,9 milioni di Apple Watch. Poco se si considera che nello stesso periodo il solo iPhone, pur registrando una flessione negli acquisti, ha toccato quota 47,5 milioni. Una cifra che, stando a Idc, l’orologio di Cupertino toccherà solo attorno al 2019. Insomma, il mercato non decolla. Manca qualcosa ai dispositivi indossabili per diventare davvero un oggetto feticcio? «Sviluppare applicazioni per uno schermo molto piccolo, come quello degli smartwatch, è un compito parecchio complicato, soprattutto in un contesto dove i telefonini diventano sempre più grandi: non è possibile semplicemente convertire un software per smartphone in uno per smartwatch. Credo ci vorrà un po’ di tempo affinché si sviluppino applicazioni e funzionalità utili per i dispositivi indossabili. Un passo che non può prescindere dal fatto di capire cosa le persone vogliono fare con il proprio gadget». C’è però anche la questione della batteria... Insomma, chi ha voglia di dover caricare anche il proprio orologio quando già tutte le sere si ritrova a dover ricaricare il telefono? «Indubbiamente è un aspetto fastidioso. Tuttavia in futuro questo aspetto potrebbe essere mitigato prevedendo una ricarica senza fili, magari innescabile semplicemente appoggiando l’apparecchio sul comodino. In alternativa, o in aggiunta, si potrà tentare di ridurre il consumo energetico utilizzando schermi meno dispendiosi. Sarà poi l’utente finale a decidere se preferirà display di alta qualità o tempi di utilizzo più lunghi. Le potenzialità dei ‘wearables’ sono comunque enormi: «Si tratta di un nuovo modo di fruire le informazioni e di controllare i propri dispositivi. È comunque vero che, di principio, per soddisfare queste condizioni non sia per forza necessario progettare un orologio completamente digitale, come l’Apple Watch. Potrebbe trattarsi di dispositivi ibridi, in parte computer e in parte orologi tradizionali». Conta però anche il fatto che, diversamente da altri apparecchi, qui si toccano corde tipiche della moda, dei gioielli?  «Vero, ma è anche vero che sia Google che Apple non siano state prese di sorpresa su questo punto. D’altronde anche gli smartphone sono, in qualche modo, oggetti di moda. Per restare agli smartwatch, molti modelli cercano di essere alla moda, ‘fashion’. Ciò non vuol però dire che ci riescano». Difficile quindi dire perché gli indossabili non stiano mantenendo le promesse, fa notare Langheinrich. «Il mercato non sta reagendo come qualcuno avrebbe previsto, ma rispetto ai cicli normali di adozione delle novità, non siamo poi così fuori strada. Certo, Google Glass ha fallito perché è diventato un oggetto ‘nerd’, eppure ha avuto il pregio di dimostrare le potenzialità di quella idea. Basta osservare cosa succede per strada: le persone sono immerse nei loro telefoni, indice che vi è una necessità di essere intrattenuti mentre si cammina. In questo quadro, proiettare lo schermo sugli occhiali quindi potrebbe essere interessante. Anche perché si eviterebbe di cozzare contro pali della luce». Tra dieci anni, rileva Langheinrich, «una tecnologia simile sarà integrabile in occhiali di tutti i giorni. Entro 20 anni approderà nelle lenti a contatto». Per ora è realtà solo in alcuni occhiali da sci, dove lo schermo integrato mostra velocità, quota, percorso e analisi dei salti.

L’esperto

Marc Langheinrich è professore associato presso la Facoltà di scienze informatiche dell’Università della Svizzera italiana. Attualmente si occupa di due progetti di ricerca. 
Il primo, denominato Sharing21, studia il fenomeno della condivisione di contenuti da parte degli internauti. L’accento è posto in particolare sulla sicurezza e sulla privacy: capendo cosa gli utenti condividono si vogliono sviluppare delle interfacce innovative  per permettere alle persone di mantenere il controllo dei propri dati.  «Un ambito su cui ci stiamo concentrando è quello sportivo – spiega Langheinrich –. Ad esempio studiamo come un gruppo di amici che sciano insieme possa condividere delle informazioni. E questo anche attraverso apparecchi che in futuro indosseranno. Una persona potrebbe, per esempio, segnalare una zona pericolosa. Gli altri riceverebbero la notifica sulla cartina integrata negli occhiali oppure, tramite la realtà aumentata, la vedrebbero sovrapposta alla mappa fisica che tengono in mano». Il secondo progetto, ‘Recall’, ambisce a ridefinire in maniera tecnologica alcune metodologie di aiuto alla memoria. Ad esempio, indossando una telecamera che scatta foto ogni 30 secondi, sarà pensabile programmare un sistema automatico per far riproporre sullo smartphone il volto di una persona cui ci si è presentati tempo prima. Oltre all’immagine, il sistema suggerirebbe pure l’iniziale del nome. Lo scopo è quello di allenare l’utente a ricordare il nominativo della persona ritratta.