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L’ospite

Il candidato introvabile
Prima
di Orazio Martinetti - 09/03/2010

Il mondo politico e culturale ha recentemente commemorato nel suo villaggio natale (Airolo) Giuseppe Motta, a settant’anni dalla morte (23 gennaio 1940); lo stesso mondo si sta interrogando sulla presenza ticinese in Consiglio federale e sui possibili giochi combinatori tra Berna e Bellinzona. Due partenze in contemporanea non sono frequenti (e per di più di due svizzeri tedeschi, Merz e Leuenberger). Sulla carta quindi le opportunità per rientrare nell’esecutivo centrale dopo oltre dieci anni di sala d’attesa sarebbero ottime. Ma… sorpresa: il Ticino non ha candidati. E taluno precisa: non ha candidati «validi». Sulla «validità» si può discutere a lungo.

segue a pagina 34

DALLA PRIMA

È una categoria che occorre maneggiare con cura. Infatti, quanti Consiglieri federali sono stati finora all’altezza del compito? E quanti «candidati validi» sono rimasti al palo nel momento della corsa finale per ragioni extrapolitiche? Dire che al governo approdino sempre le persone migliori (per formazione, competenza, esperienza, cultura, conoscenze linguistiche) è evidentemente azzardato. Candidati non si nasce, si diventa. Vuol dire che l’humus generazionale non ha dato i frutti sperati.

Stupisce anche un altro fatto: l’elevato numero dei rifiuti, dei candidati potenziali che preferiscono rinunciare. Un tempo la carica di Consigliere federale rappresentava il traguardo più ambito, l’ultimo stadio di una carriera iniziata magari sui banchi di un’amministrazione comunale. «Quel ragazzo un giorno andrà a Berna». Oggi non è più così. Sembra anzi che la carica spaventi e provochi tachicardie.

Evidentemente la politica ha perso buona parte del suo potere seduttore. In un mondo professionale sempre più competitivo ed esigente, che concede sempre meno tempo, il volontariato politico sta diventando una merce rara. Gli oneri sono numerosi, gli onori pochi. Inoltre c’è il rischio di finire esposti alla berlina del pubblico dileggio. I politici sono oggi come gli arbitri sui campi da calcio: le vittime indifese delle frustrazioni di chi osserva, giudica e urla. In altri paesi (v. Italia) la politica è diventata una specie di zona franca, lautamente remunerata. Qui invece non è mai stata sinonimo di sinecura.

La politica medesima è diventata un mestiere logorante, che prosciuga forze ed energie. In questo contribuisce la vetustà delle istituzioni, il cui incastro nella tradizione scoraggia qualsiasi riformatore illuminato. Basti ricordare che i Consiglieri federali erano sette nel 1848 e sono sette oggi. I dipartimenti sono diventati pachidermici, i compiti sono aumentati a dismisura, ma ogni tentativo di introdurre innovazioni, o anche un semplice ritocco, si spegne ai piedi di muri insormontabili. Negli ultimi anni gli atenei e i centri di ricerca hanno sfornato proposte di riforma a getto continuo, ma tutto è finito nel cassetto delle buone intenzioni. Il conservatorismo istituzionale elvetico troneggia inespugnabile.

Giuseppe Motta giunse in governo, alla fine del 1911, sull’onda di un ampio consenso. L’ultimo ticinese, Giovan Battista Pioda, s’era ritirato nel 1864. In quegli anni i rapporti tra l’ancor giovane cantone e la Berna federale avevano toccato più volte livelli di guardia. Oltralpe il Ticino era giudicato riottoso e animato da flebili sentimenti patriottici; le autorità ticinesi ritenevano, da parte loro, che l’orso bernese fosse sordo alle legittime rivendicazioni economiche e politiche del cantone. Motta riuscì a comporre i dissidi partitici interni prima di salire sul treno che l’avrebbe condotto nella capitale. Fu questo il suo capolavoro politico. Ed è questo capolavoro che oggi è di nuovo chiesto alle forze in campo: senza un accordo interpartitico, senza una convergenza convinta su un candidato da parte dei partiti principali, sarà sempre più difficile presentarsi all’assemblea federale con ragionevoli prospettive di successo.



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