Già in passato l’economia tedesca vantava un forte settore delle esportazioni. Ma è da solo una decina di anni che l’export è il vero e proprio motore della locomotiva tedesca. Negli anni dopo la riunificazione e fino alla metà degli anni Novanta, in Germania le esportazioni erano pari a circa un quarto del Pil. Da allora, il rapporto tra esportazioni e Pil è cresciuto, prima moderatamente e poi con gran vigore fino a raggiungere quasi il 50%: oggi, i beni e servizi prodotti in Germania vengono per quasi metà venduti oltre confine. In confronto, la rispettiva percentuale per Italia, Francia e Regno Unito è di circa il 30%. Nello stesso periodo sono cresciute anche le importazioni tedesche, ma molto meno delle esportazioni. Di conseguenza, a partire dal 2001 la Germania ha fatto registrare dei colossali surplus di bilancia commerciale. Sono queste eccedenze delle esportazioni sulle importazioni che hanno recentemente attirato la critica, e forse anche l’invidia, del governo francese.
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Le dimensioni e la crescita dell’export tedesco riflettono essenzialmente la formidabile competitività internazionale delle imprese manifatturiere ad alta tecnologia operanti in Germania. Queste imprese hanno saputo agganciarsi ad una domanda mondiale in forte crescita, mantenendo e talvolta espandendo le loro quote sui mercati esteri. La crescita delle esportazioni tedesche non è però semplicemente il frutto di una specializzazione settoriale fortunata e di politiche aziendali azzeccate. È anche il frutto di una politica di governo eminentemente al servizio delle imprese esportatrici.
Per stimolare gli investimenti delle imprese, il governo di Berlino ha diminuito a più riprese l’imposta sulle società, la cui aliquota è scesa dal 45 al 15%. Le imprese hanno inoltre beneficiato di svariate agevolazioni fiscali e sovvenzioni alla ricerca. Anche la forte diminuzione delle tasse sui redditi personali più elevati ha aiutato le imprese tedesche: le ha rafforzate nella competizione internazionale per assicurarsi i servizi dei tecnici e dei manager più produttivi. La politica di governo ha poi contribuito a frenare i salari e quindi i costi delle imprese esportatrici.
L’azione di governo è stata indiretta ma efficace. Da un lato, con le riforme del mercato del lavoro varate dal governo rosso-verde, lo stato ha diminuito le prestazioni a sostegno dei disoccupati. Questo ha reso i sindacati più prudenti al momento di rinegoziare i contratti collettivi. Dall’altro lato, l’occupazione e le remunerazioni nel pubblico impiego sono cadute in maniera drastica. Oggi, la spesa per il personale pubblico equivale in Germania a circa il 7% del Pil, mentre Paesi come Italia, Francia e Regno Unito spendono circa l’11%. Il peggioramento dell’impiego nel pubblico ha migliorato in termini relativi l’impiego nelle imprese esportatrici. Per queste ultime è diventato più facile trovare personale qualificato, motivare i propri dipendenti e convincerli a rinunciare ad aumenti di salario. Senza la riduzione delle tasse, l’aumento delle sovvenzioni e i tagli nel pubblico impiego, i guadagni di competitività delle imprese esportatrici tedesche sarebbero stati di gran lunga inferiori e la bilancia commerciale non avrebbe registrato un attivo così importante.
Quello che gli ammiratori dell’export tedesco dimenticano, è che all’exploit commerciale non ha corrisposto alcun exploit del benessere delle famiglie. Infatti, è vero piuttosto il contrario: il consumo delle famiglie è cresciuto in Germania nettamente meno che negli altri Paesi europei, eccezion fatta per l’Italia. Oggi, il consumo delle famiglie tedesche in termini reali è pressoché identico a quello che era dieci anni fa. Agli allori vinti sul terreno delle esportazioni corrisponde la “maglia nera” nell’ambito dei consumi. Lo stesso vale per il reddito nazionale, che in Germania è cresciuto meno che altrove e la cui crescita è dovuta unicamente all’aumento di profitti e rendite, dato che i salari sono fermi da un decina di anni.
L’enfasi posta dalla politica economica tedesca sulla competitività internazionale ha così finito con il generare una crescita anemica e squilibrata. A questo punto, il governo di Berlino dovrebbe puntare a riequilibrare l’economia attraverso un rilancio della domanda interna. Gli avanzi di bilancia commerciale dimostrano che in Germania esiste un ampio margine per aumentare la spesa pubblica senza fare la fine della Grecia. E un tale rilancio aiuterebbe la Grecia e gli altri Paesi europei in disavanzo nella loro manovra di rientro. Il problema per la Germania è però come aumentare la spesa pubblica senza infrangere la nuova norma costituzionale che praticamente proibisce il deficit pubblico. Ci vorrebbe o una forte crescita del Pil o un aumento delle tasse, ma il primo evento è improbabile ed il secondo è impensabile con l’attuale governo.