San Gallo – Non costituisce una violazione del segreto militare la pubblicazione da parte del SonntagsBlick di un fax egiziano intercettato dagli 007 elvetici in cui si riferiva dell’esistenza in Europa di carceri segrete della Cia. Lo ha stabilito ieri il tribunale militare 6 di San Gallo, che ha dunque assolto i tre giornalisti del domenicale zurighese (per i quali l’accusa aveva chiesto pene pecuniarie tra 14.600 e 45.600 franchi) e disposto un risarcimento di 20 mila franchi per gli imputati incautamente portati alla sbarra. Si è concluso così un processo che, se fosse sfociato in una condanna, avrebbe avviato, in Svizzera e all’estero, una lunga scia di polemiche, come lasciavano presagire le tante voci critiche levatesi nelle scorse settimane e la determinazione degli imputati a ricorrere, se del caso, fino alla Corte internazionale dei diritti umani di Strasburgo In una prima reazione al proscioglimento, il sindacato dei giornalisti Comedia ha qualificato la sentenza come « vittoria di tappa per la libertà di stampa che pone fine a una lunga serie di condanne nei confronti di giornalisti critici nei confronti del Dipartimento della difesa e dell’esercito» . Per Comedia non sono i giornalisti che vanno condannati, ma le persone che tentano di nascondere simili fatti. Per il sindacato i diritti umani vanno posti al di sopra degli interessi dello Stato. Da parte sua l’attuale capo redattore del SonntagsBlick Marc Walder si è detto sollevato per il verdetto. Ciò nonostante il giornale continua a non accettare la competenza della giustizia grigioverde. La vicenda prese avvio l’8 gennaio 2006, quando il domenicale pubblicò un documento di origine egiziana intercettato e classificato “ segreto” dagli 007 elvetici, che faceva riferimento al trasferimento da parte della Cia di 23 detenuti iracheni e afghani verso prigioni clandestine americane in Romania per essere interrogati. Parlava inoltre di centri simili in Ucraina, Kosovo, Macedonia e Bulgaria. L’uditore capo ha sostenuto che con il loro agire, Sandro Brotz e Beat Jost, nonché il loro ex capo Christoph Grenacher, hanno indebolito i servizi di informazione elvetici e la sicurezza del Paese. La pubblicazione del fax egiziano avrebbe interrotto o intralciato lo scambio di informazioni tra i nostri agenti e i servizi di informazione esteri. Di colpo, «la missione essenziale di parti dell’esercito è messa in pericolo; ciò impedirebbe di reagire in maniera appropriata a minacce diffuse come il terrorismo o la criminalità organizzata». Per la difesa, la pubblicazione del fax egiziano non ha nulla a che vedere con l’esercito svizzero o la Svizzera, ma con la politica mondiale. « Com’è possibile quindi che la pubblicazione di un simile documento possa mettere in pericolo la missione dell’esercito o il paese?» , si è chiesto il legale. Non sono stati pubblicati i piani di un bunker o di un rifugio. A detta della difesa non è quindi stato divulgato alcun segreto vitale. «La pubblicazione del fax non ha fatto che confermare - secondo la difesa - ciò che tutti supponevano, ma senza avere le prove». «Quanto al codice di identificazione e alla combinazione di parole contenute nel facsimile del fax egiziano - ha sostenuto l’avvocato - si tratta di elementi che non dicono nulla » . Per il legale non vi è stata quindi alcuna messa in pericolo né diretta né indiretta della difesa nazionale. Interrogati dai giudici, i tre giornalisti non hanno dal canto loro riconosciuto la legittimità della Corte presieduta dal colonnello Hans Rudolf Arta. Hanno sostenuto che fosse loro dovere pubblicare il fax, aggiungendo inoltre che la difesa dei diritti umani e il dovere d’informazione prevalgono sul segreto di stato. Alle domande del presidente della corte hanno risposto rinviando agli atti dell’inchiesta oppure con un «no comment» . «In qualità di giornalista civile non devo rendere conto all’esercito, bensì all’opinione pubblica» , ha dichiarato Beat Jost. A suo avviso, a dover essere giudicati «sono coloro che sapevano che aerei americani con a bordo prigionieri sorvolavano la Svizzera, facendovi anche scalo» . Ma essi hanno «taciuto » , se non addirittura « autorizzato » tali pratiche. Per Jost, la giustizia militare è a caccia di capri espiatori. Per Sandro Brotz, l’intero processo non avrebbe mai dovuto incominciare. « È una vicenda kafkiana» , ha aggiunto. Oltre ai tre giornalisti, la corte ha sentito (a porte chiuse) anche due testimoni dell’accusa che lavorano per i servizi di informazione. La sentenza di ieri non pone però fine alla vicenda. Oltre al possibile ricorso da parte dell’accusa (entro cinque giorni), resta aperto il capitolo riguardante i funzionari della Confederazione sospettati di aver trasmesso il fax ai redattori del domenicale: il giudice d’istruzione, che ha appena concluso l’inchiesta, avrebbe nel mirino diverse persone, ma bisognerà attendere fino all’estate per sapere se l’uditore militare promuoverà l’accusa. ATS/C.C.
18/04/2007 08:15 |