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19.8.2017, 05:002017-08-19 05:00:00
Susanna Petrone

Lo squalo!

Lo squalo: animale mitologico, temuto, ma anche venerato. Questo antico predatore, che esiste da milioni di anni, ha sempre catturato la nostra attenzione. Purtroppo la sua fama non lo protegge: dopo milioni...

Lo squalo: animale mitologico, temuto, ma anche venerato.
Questo antico predatore, che esiste da milioni di anni, ha sempre catturato la nostra attenzione.
Purtroppo la sua fama non lo protegge: dopo milioni di anni, la metà delle oltre 500 specie esistenti, è a rischio estinzione.
Le cause sono da ricercare nel comportamento dell’uomo: pesca intensiva, pesca accidentale, inquinamento dei mari, ma anche la pratica cruenta del “finning”, attraverso la quale lo squalo viene catturato, mutilato delle pinne e poi gettato ancora vivo in mare dove muore soffocato o rimane vittima di altri pesci. Il mercato asiatico paga fino a 500 dollari per mezzo chilo di pinne.
Molti non capiscono che il declino di questo predatore, animale chiave nella catena alimentare dei mari, avrà ripercussioni su tutti. Lo squalo esiste da oltre 150 milioni di anni. Noi in 50 anni siamo riusciti a ridurre alcune specie di squalo del 70% ed in alcuni casi persino del 90%. E perché?

Un animale in pericolo

Ogni anno vengono uccisi in media 50 milioni di squali. Sono tanti, anzi, troppi. Il WWF ha progetti in tutto il mondo, dove si lotta per squali, ma anche razze. Il Mediterraneo è tra le zone più colpite: qui la presenza di questo incredibile animale si è ridotta dell’oltre 95%. In alcuni casi, gli scienziati hanno confermato che venti specie di squali risultano ecologicamente estinte (lo squalo martello ha registrato un record del 99,99%). Il WWF ha avviato una serie di iniziative per ripristinare gli habitat degli squali. L’idea è quella di avere delle zone protette e non inquinate, sperando che gli squali tornino.
I colleghi degli uffici asiatici invece lottano da anni affinché venga fermata la pratica del “finning”, coinvolgendo persino noti volti della tv cinese o sportivi conosciuti a livello mondiale. Grazie a queste diverse iniziative, si è riusciti a ridurre la richiesta di zuppa di pinna di squalo in modo significativo.
Ma un altro problema serio rimane la pesca accidentale di questo prezioso predatore. Ed è sempre il Mediterraneo al centro dell’attenzione degli esperti. secondo uno studio della IUNC (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) nel Mediterraneo sono presenti circa 80 specie diverse di pesci cartilaginei e l’Italia in particolare,  grazie alla sua posizione strategica, ospita 43 specie di squali. Per contro, l’Italia detiene anche il primato, tutto negativo, di avere la più alta percentuale di squali e razze minacciate al mondo. Per questo motivo, anche l’Unione europea ha dato vita al progetto Sharklife, dove i ricercatori dell’Università della Calabria hanno creato un dispositivo che potrebbe salvare la vita agli squali. Si tratta di un cordone speciale, che rivela ai pescatori la presenza di pesci di grossa taglia nelle reti da pesca. I pescatori ricevono immediatamente un avviso via sms. Tutto grazie a questo cavo “intelligente”.
Per il momento si tratta di un prototipo, che a breve dovrebbe poter essere usato dai pescatori del Mediterraneo. Ricordiamoci che gli squali svolgono una funzione di controllo sulle popolazioni di pesci, sia demograficamente che nella disposizione geografica, e riescono a mantenere in stato di salute gli altri organismi.
Recenti studi hanno dimostrato, infine, che razze e mante sono anche in pericolo: secondo gli esperti cinque delle sette specie più a rischio in assoluto sono appunto razze, e ciò si deve purtroppo soprattutto al mercato cinese, che utilizza questi animali a scopi alimentari, ma anche per la preparazione di “farmaci tradizionali”.

12.8.2017, 05:002017-08-12 05:00:00
Susanna Petrone

Arrivano le specie aliene!

Un mese fa l’Unione europea ha inserito dodici nuove varietà nell’elenco delle “specie aliene invasive” (Ias) – dette anche neofite e neozoi –, piante ed animali esotici che riescono ad...

Un mese fa l’Unione europea ha inserito dodici nuove varietà nell’elenco delle “specie aliene invasive” (Ias) – dette anche neofite e neozoi –, piante ed animali esotici che riescono ad adattarsi agli habitat europei danneggiando gli ecosistemi locali. Sulla lista degli “osservati speciali” sono finiti per esempio l’oca egiziana, la pianta dei pappagalli, il cane procione e il topo muschiato.
Secondo il Wwf si sta andando nella direzione giusta e nei prossimi anni sarà necessario un piano d’azione concreto per gestire un fenomeno sempre più preoccupante: la colonizzazione degli habitat locali da parte delle nuove specie è, infatti, la seconda causa di estinzione per la flora e la fauna europee. Il cane procione, in particolare, è un animale sempre più popolare, e per quanto sia simpatico da vedere pochi sanno che è uno dei principali vettori della rabbia in Europa e una grande minaccia ecologica.
Le specie invasive possono avere pesanti ripercussioni sul piano sociale ed economico: l’impatto è di oltre 13 miliardi di franchi annui nella sola zona Ue. La cozza zebra (Dreissena polymorpha), il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), il visone americano (Mustela vison), il giacinto d’acqua (Eichornia crassipes), il poligono del Giappone (Reynoutria japonica) e la panace di Mantegazzi (Heracleum mantegazzianum) causano danni per centinaia di milioni di franchi l’anno. In mancanza di adeguati provvedimenti per eradicare o controllare la diffusione di queste specie, la situazione non potrà che peggiorare ed è praticamente certo che questa tendenza sarà ulteriormente esacerbata dai cambiamenti climatici.
I tassi di crescita delle invasioni biologiche sono esponenziali: il numero di specie aliene è cresciuto negli ultimi 30 anni del 76% in Europa. La crescente diffusione delle specie aliene è generalizzata a livello mondiale senza che ci siano ancora segnali di rallentamento di questa crescita. L’arrivo di molte specie aliene avviene spesso in modo inconsapevole da porti e aeroporti. Ma spesso e volentieri avviene in maniera volontaria: c’è chi commercia con piante ornamentali esotiche e animali da compagnia, così come introduce specie aliene per le attività di pesca. Poi ci sono i cittadini che – una volta che si sono stancati – rilasciano un animale (la testuggine palustre americana ne è un esempio e ha messo a rischio l’esistenza della testuggine palustre europea, conosciuta anche come Emys in Ticino). E poi ci sono animali che fuggono da allevamenti o da zoo. Un problema globale, che dovrà essere controllato.

Il gambero americano

Il gambero americano è una specie molto resistente e aggressiva. Le popolazioni raggiungono importanti densità ed è la specie di gambero attualmente più diffusa d’Europa. Fu importata in Europa per motivi gastronomici e in Svizzera fu immessa deliberatamente in natura nel corso del 20° secolo per compensare le perdite del gambero indigeno (Austropotamobius pallipes) dovute all’afanomicosi (peste del gambero). Presente nel 17% degli specchi d’acqua e nel 15% dei corsi d’acqua svizzeri che contengono gamberi. In Ticino troviamo il gambero americano nei laghi e corsi d’acqua a corrente lenta. Presenza massiccia nel Ceresio dove è arrivato nel 1990 e in alcuni corsi d’acqua associati (canali e tratto finale del Vedeggio, Magliasina, Tresa). Presente in almeno 15 siti nel lago di Lugano (soprattutto golfo di Agno e Ponte Tresa e 6 siti negli immissari e nella Tresa). Nel lago di Varese è presente un’importante popolazione del gambero rosso americano (Procambarus clarkii), specie che implica problemi maggiori rispetto alle altre specie di gambero esotiche (nella lista delle 100 peggiori specie invasive d’Europa).

La cimice marmorizzata

Tutti l’abbiamo vista e in tanti si chiedono da dove arrivi: la cimice marmorizzata è un insetto appartenente al grande gruppo delle cimici. Assomiglia molto alle cimici autoctone (è grigio-marroncina marmorizzata molto simile ad altre specie presenti sul nostro territorio come per esempio la Rhaphigaster nebulosa). Ma questa è originaria dell’Estremo Oriente e si pensa che i primi individui siano stati portati in Europa involontariamente attraverso il commercio. Ufficialmente è stata ritrovata in Europa nel 2007 vicino a Zurigo. In Ticino è stata avvistata per la prima volta nel 2013. L’insetto si è rivelato capace di riprodursi alle nostre latitudini e, in assenza dei nemici naturali in grado di contenerlo, anche di proliferare. In agricoltura negli ultimi anni sono stati segnalati danni alla produzione, soprattutto di frutta e ortaggi.

Il Poligono del Giappone

Se non si conosce questa pianta nemmeno ci si fa caso: eppure il Poligono del Giappone è diventato una vera e propria piaga. Può raggiungere i tre metri di altezza e cresce spesso lungo i corsi d’acqua. Parliamo di una pianta invasiva con una forte capacità riproduttiva. Forma delle popolazioni grandi e dense ed è molto difficile da eliminare.
Minaccia in modo serio la flora indigena e rende instabile il terreno. Infatti in inverno le parti aeree muoiono, esponendo il suolo al pericolo dell’erosione. Per liberarsene bisogna estirpare le piante con tutte le radici.
Se il numero di piante è molto elevato, eseguire sfalci molto frequenti. Non solo: il materiale non va lasciato sul posto, ma messo nei sacchi della spazzatura da smaltire con i rifiuti solidi urbani.
In Svizzera è assolutamente vietato compostare gli scarti, visto che tornerebbe a crescere.

Sorvegliati speciali

Con l’entrata in vigore il 2 agosto del primo aggiornamento del Regolamento Eu 2016/1141 contenente la lista delle specie aliene invasive (Ias) di rilevanza unionale, salgono a 49 le specie aliene invasive pericolose per il territorio europeo. Parliamo del 2% di tutte le specie invasive presenti in Europa. Ecco la lista delle specie invasive che vengono tenute sotto controllo al momento:


Piante

Erba degli alligatori
(Alternanthera philoxeroides)
Pianta dei pappagalli
(Asclepias syriaca)
Baccaris (Baccharis halimifolia)
Cabomba di Carolina
(Cabomba caroliniana)
Il giacinto d’acqua
(Eichhornia crassipes)
Elodea (Elodea nuttallii)
Rabarbaro gigante/cileno
(Gunnera tinctoria)
Panace di Mantegazzi
(Heracleum mantegazzianum)
Golpar (Heracleum persicum)
Heracleum sosnowskyi
Soldinella reniforme
(Hydrocotyle ranunculoides)
Balsamina ghiandolosa
(Impatiens glandulifera)
Peste d’acqua arcuata
(Lagarosiphon major)
Porracchia a fiori grandi
(Ludwigia grandiflora)
Porracchia plepoide
(Ludwigia peploides)
Lysichiton americano
(Lysichiton americanus)
Microstegium vimineum
Millefoglio d’acqua/americano
(Myriophyllum aquaticum)
Foxtail (Myriophyllum heterophyllum)
Partenio (Parthenium hysterophorus)
Penniseto allungato
(Pennisetum setaceum)
Persicaria (Persicaria perfoliata)
Kudzu (Pueraria lobata)  

Invertebrati

Gambero americano
(Orconectes limosus)
Gambero della California
(Pacifastacus leniusculus)
Gambero rosso della Louisiana
(Procambarus clarkii)
Gambero marmorato
(Procambarus fallax f. virginalis)
Gambero virile (Orconectes virilis)
Granchio di Shanghai
(Eriocheir sinensis)
Calabrone asiatico
(Vespa velutina nigrithorax)  

Mammiferi

Cane procione
(Nyctereutes procyonoides)
Coati rosso (Nasua nasua)
Mangusta indiana
(Herpestes javanicus)
Muntjak della Cina (Muntiacus reevesi)
Nutria (Myocastor coypus)
Procione (Procyon lotor)
Scoiattolo di Pallas
(Callosciurus erythraeus)
Scoiattolo grigio nordamericano
(Sciurus carolinensis)
Scoiattolo volpe (Sciurus niger)
Tamia siberiano (Tamias sibiricus)
Topo muschiato (Ondatra zibethicus)  

Pesci

Pseudorasbora (Pseudorasbora parva)
Chinese Sleeper (Percottus glenii)  

Rettili

Testuggine palustre americana
(Trachemys scripta)

Anfibi

Rana toro americana
(Lithobates catesbeianus)  

Uccelli

Gobbo della Giamaica
(Oxyura jamaicensis)
Ibis sacro (Threskiornis aethiopicus)
Oca egiziana (Alopochen aegyptiacus)
Cornacchia indiana (Corvus splendens)

 

5.8.2017, 05:002017-08-05 05:00:00
Susanna Petrone

Coralli a rischio

La sopravvivenza dei coralli è a rischio ed è minacciata soprattutto dall’uomo. Nel 2016 lo sbiancamento della Grande Barriera Corallina australiana è stato superiore al previsto: quasi un terzo dei...

La sopravvivenza dei coralli è a rischio ed è minacciata soprattutto dall’uomo. Nel 2016 lo sbiancamento della Grande Barriera Corallina australiana è stato superiore al previsto: quasi un terzo dei coralli è morto.

Lo sbiancamento peggiore è avvenuto nella zona a nord di Port Douglas, dove si stima la morte del 70% dei coralli presenti in acque poco profonde. E a detta degli gli esperti il trend per il 2017 non è molto diverso. Secondo gli ultimi studi, circa il 60 per cento delle barriere coralline mondiali è fortemente minacciato dall’overfishing, da metodi di pesca devastanti in cui si fa ricorso a cianuro e dinamite, e dal crescente inquinamento ambientale.

Troppi Paesi non proteggono le proprie barriere coralline come dovrebbero, e anzi, costriuiscono porti sempre più grandi e devastanti. I coralli vivono nei mari tropicali che bagnano oltre cento nazioni della terra. Per i banchi corallini il surriscaldamento globale rappresenta la minaccia più seria di sempre. A causa del consumo sempre crescente di prodotti derivati dal petrolio, l’uomo continua ad immettere nell’atmosfera un’eccessiva quantità di CO2. L’acqua dei mari dove vivono i coralli ha una temperatura media tra i 18 e i 20 gradi. Se la temperatura aumenta anche solo di poco, i coralli muoiono e, lentamente, si estinguono. Il WWF Svizzera al momento è impegnato nella protezione della Barriera Corallina del Belize e sostiene i colleghi in Australia. Nella zona meridionale, infatti, è stato osservato un recupero della barriera.

Bialowieza è salva

Arriva il plauso del WWF alla decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea di fermare il taglio del legname nella foresta di Bialowieza, in Polonia, uno dei patrimoni mondiali dell’UNESCO che custodisce, tra le tante specie, il bisonte europeo.

“Si tratta di una grande novità per quest’importante area forestale e per le comunità che ne dipendono – ha dichiarato Dariusz Gatlowski, Biodiversity Specialist del WWF Polonia –. Ordinando al governo polacco di fermare ogni attività di taglio, la Corte riconosce che tali azioni provocano danni gravi e irreparabili a questo sito inestimabile. Bialowieza deve essere protetta a beneficio delle generazioni future. Ora ci aspettiamo che il governo aderisca immediatamente all’ordine della Corte e fermi la distruzione della foresta di pianura meglio conservata d’Europa”.

La Corte di giustizia chiede di sospendere le attività di taglio salvo le situazioni che minacciano la sicurezza pubblica. In pratica, ciò significa non solo la sospensione dell’esecuzione della decisione del ministro dell’Ambiente polacco Jan Szyszko, adottata dal marzo del 2016, che consentiva un maggiore sfruttamento nel distretto boschivo di Bialowieza, ma anche un divieto di eliminare gli alberi più vecchi dalle altre parti del foresta. Il divieto rimarrà in vigore fino alla conclusione definitiva del caso presso la Corte UE.

La Corte ha basato la propria decisione sulle cosiddette misure provvisorie. Questo è uno strumento giuridico straordinario che sospende un’attività  con effetto immediato. La Corte la adotta molto raramente, solo nei casi in cui le attività in corso giudicate dannose possano causare danni gravi e irreparabili.

“La decisione della Corte di giustizia Europea conferma ciò che la Commissione europea, l’UNESCO, la maggior parte della comunità scientifica e il WWF hanno già sottolineato: la minaccia per questo habitat e le sue specie protette è la deforestazione e non un qualche insetto delle cortecce. Ora bisogna fermare ogni attività di taglio prima che si facciano ulteriori danni” – ha concluso Gatlowski. 

Questa foresta ospita il bisonte europeo. Si tratta del più grande mammifero terrestre d’Europa. Si era estinto dopo la Prima guerra mondiale, ma gradualmente si è cercato di reintrodurre in natura questa specie grazie agli esemplari che si trovavano nei vari zoo d’Europa. Complessivamente sono circa 4’000 gli esemplari di bisonte europeo, ma solo nella foresta di Bialowieza vivono completamente allo stato selvatico.

Piccoli grandi eroi

Gli eroi della settimana sono questi bambini di Sciacca, in provincia di Agrigento in Sicilia, che hanno scoperto nei pressi di uno stabilimento un nido di tartaruga “Caretta caretta”.

La scoperta è avvenuta a seguito di una mareggiata che ha scoperchiato il nido e messo alla luce le uova. 

Immediatamente sono stati avvisati i volontari del WWF, che insieme agli operatori del Progetto europeo Euroturtles, si sono messi al lavoro per realizzare la “traslocazione” delle uova, secondo le rigide linee guida previste in questi casi. Le uova prelevate sono state poste in ordine di ritrovamento nelle cassette e spostate a poche decine di metri in un punto già noto per via dei nidi degli scorsi anni, a distanza di sicurezza dal mare.

Ora bisognerà attendere per sapere se le uova si sono salvate o l’immersione in acqua le ha danneggiate.



 


29.7.2017, 05:302017-07-29 05:30:00
Susanna Petrone

In un secondo scomparso il 97% delle tigri

Nella “sesta estinzione di massa” segnalata dagli scienziati c’è anche la tigre: meno di 3’900 esemplari sono rimasti in tutto il pianeta. Il 97% della specie è scomparsa...

Nella “sesta estinzione di massa” segnalata dagli scienziati c’è anche la tigre: meno di 3’900 esemplari sono rimasti in tutto il pianeta. Il 97% della specie è scomparsa in un solo secolo: deforestazione e bracconaggio ne hanno ridotto le unità in modo impressionante. In occasione della Giornata Mondiale della Tigre, che si celebra oggi, il WWF lancia un appello ai governi asiatici: vanno raddoppiati gli sforzi per salvare questo splendido felino. Da anni il WWF raccoglie fondi, necessari a sostenere le attività dei ranger sul campo soprattutto nei Paesi dove la minaccia per la tigre resta altissima, tra cui Cina, Buthan Bangladesh. Negli ultimi dieci anni la tigre si è estinta in Paesi chiave come Laos, Vietnam e Cambogia (che stanno tentando di reintrodurre la tigre, tramite progetti mirati). Se non vinciamo la nostra battaglia la tigre scomparirà per sempre da gran parte dei suoi ultimi territori.

I bracconieri usano di tutto pur di catturare una tigre. Le trappole mortali – create con semplici cavi – sono diventate una piaga nelle foreste dell’Asia. A causa dell’aumento della richiesta – che oramai raggiunge un giro di affari di 20 miliardi di dollari annui – molti agricoltori non lavorano più la terra, ma cacciano tigri, elefanti, leopardi ed altri animali richiesti dal mercato nero. “Le trappole sono pericolose, insidiose e stanno prendendo piede soprattutto nel Sudest asiatico – spiega Mike Baltzer, responsabile del WWF Tigers Alive -. I nostri ranger rischiano la vita. Ogni giorno eliminano le trappole e fermano bracconieri”. In alcuni casi le tigri erano riuscite a liberarsi, ma sono decedute a causa delle ferite riportate. Le trappole, infatti, causano infezioni e la tigre non riesce a cacciare a causa degli arti feriti. In pratica, in molti casi muore di fame. Impossibile quantificare il numero di trappole. I ranger del WWF ne hanno rimosse a migliaia, ma sono solo la punta dell’iceberg.

Servono leggi più severe e controlli a tappeto per fermare i criminali, così come un sostegno serio per i ranger, che spesso e volentieri sono costretti a lavorare con mezzi inadeguati. Un esempio: all’interno della foresta pluviale di Sumatra – patrimonio mondiale dell’Unesco – si è creato un habitat unico al mondo. Qui vivono tigri, orangotanghi, elefanti e rinoceronti. E proprio all’interno di questo parco si stima che le trappole siano raddoppiate tra il 2006 e il 2014. Questo perché il governo non ha messo a disposizione risorse per proteggere l’area (grande due volte New York City).


Il progetto TX2

Ogni giorno, centinaia di ranger rischiano la propria vita per difendere la tigre: sono la nostra linea di frontiera contro un bracconaggio sempre più spietato che alimenta il commercio illegale di pelli e ossa e contro chi ne provoca la morte distruggendone gli habitat. Il WWF, insieme ai governi dei 13 Paesi in cui la tigre è ancora presente, ha lanciato un ambizioso e visionario piano di conservazione: raddoppiare il numero delle tigri in natura entro il 2022, il prossimo anno cinese della tigre. Basti pensare che fino a cento anni fa, nelle foreste asiatiche vivevano ancora circa 100mila tigri.
Mentre le trappole artigianali hanno preso piede in Asia, numerose organizzazioni di conservazione di tutto il continente asiatico chiedono un intervento urgente. Ad esempio, in Cambogia, i gruppi di conservazione guidati da Wildlife Alliance hanno dato vita ad un movimento che ha come compito la sensibilizzazione della popolazione locale. I volontari si recano nei vari villaggi e discutono con la gente del posto di come trovare delle alternative alla caccia di tigri. Non solo: si cerca anche di far capire alle persone di ridurre il consumo di carne di animali selvaggi, cercando soluzioni che vadano bene anche alle famiglie del posto.

Nel 2010, dunque, i 13 Paesi dove vive ancora la tigre si sono impegnati con il WWF: ed è così che è nato il più ambizioso progetto di conservazione mai esistito per una singola specie. Si tratta del progetto TX2 e ne fanno parte: Bangladesh, Bhutan, Cina, Cambogia, India, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Nepal, Russia, Thailandia e Vietnam. Obiettivo? Raddoppiare, appunto, il numero di tigri selvatiche entro il 2022 portando il numero di tigri a 6’400. E l’anno scorso è stato registrato il primo segnale positivo: nel 2016, per la prima volta da decenni, il numero di tigri non era in calo, ma in leggero aumento in India, Nepal e Russia. Ma c’è ancora tanta strada da fare. Non possiamo abbassare la guardia.

La tigre è a rischio per vari motivi. Questo maestoso felino è molto richiesto sul mercato nero per la sua pelliccia, i denti, le ossa. È data la diffusa credenza secondo cui i prodotti derivati dalla tigre abbiano un effetto curativo. Praticamente ogni parte del suo corpo viene venduta come “medicinale”. In Cina si è convinti che se si prende questa “medicina” magica, si riceve la forza della tigre. Chiaramente questo non è vero e oggi in Cina è vietato creare medicine contenenti parti di tigre. Un chilo di ossa di tigre può costare fino a 10mila dollari sul mercato nero.

22.7.2017, 05:002017-07-22 05:00:00
Susanna Petrone

La carica dei 1’500 ragazzi!

Divertimento, curiosità, passione per la natura: sono solo alcune delle emozioni che oltre 1’500 ragazzi vivono ogni anno presso gli 83 Campi Natura del WWF Svizzera. Alla scoperta della...

Divertimento, curiosità, passione per la natura: sono solo alcune delle emozioni che oltre 1’500 ragazzi vivono ogni anno presso gli 83 Campi Natura del WWF Svizzera. Alla scoperta della natura, con l’obiettivo di amarla e rispettarla, i partecipanti - che vanno dai 6 ai 17 anni - trascorrono una settimana (a volte anche due) insieme a coetanei sperimentando la vita senza tv e cellulare. C’è chi si inventa nuove ricette e chi invece ritrova quelle della nonna. C’è chi passa una settimana in tenda e chi all’interno di una capanna. C’è tempo per emozionarsi, scoprendo nuovi insetti e chi invece è felice di osservare il cielo stellato. Questo sono i Campi Natura del WWF Svizzera. Sono giorni usati per scoprire gli aspetti più segreti della natura, insieme a centinaia e centinaia di volontari che giorno dopo giorno - con passione e devozione - stimolano l’immaginazione dei ragazzi a loro affidati e insegnano loro una cosa importante: il rispetto per la nostra Terra. I campi sono un luogo dove nascono tante nuove amicizie.

Campi Natura, luoghi incantati

Lena Boscolo ha 20 anni ed è la co-responsabile del Campo Natura “Dettofattoilmanufatto” che si tiene a Linescio in valle Maggia. Con passione dedica una decina di giorni ai ragazzi, riscoprendo con loro vecchie ricette dimenticate. Alcuni esempi: come si fa il sale aromatizzato? Niente di più semplice, Lena lo insegna ai partecipanti del campo. E la marmellata di albicocche? E il sapone? “Il nostro campo ha come obiettivo una serie di laboratori, che si tengono al mattino - racconta Lena, senza mai perdere di vista il gruppetto di ragazzi che sta sminuzzando del basilico da mischiare al sale - Molte ricette della nonna rischiano di andare perse, visto che la nostra società è abituata ad acquistare già tutto pronto al supermercato. Eppure, credo che sia bellissimo prendersi qualche ora di tempo per fare insieme ai ragazzi della marmellata”.

Qui, in mezzo ai boschi, davanti ai vecchi rustici ticinesi recuperati, non esistono giornate con orari o attività fissati rigidamente.

Ogni Campo Natura ha un suo filo conduttore, attorno al quale ruotano le attività. I ritmi della giornata sono dettati dalla natura. I ragazzi del Campo Natura “Dettofattoilmanufatto” hanno tra i 9 e gli 11 anni. La mattina si fa tutti insieme colazione e poi - prima di iniziare con i laboratori - tutti aiutano a fare ordine: viene sistemata la cucina, vengono fatti i letti e infine puliti i bagni. Dopodiché, Lena e gli altri animatori dividono i ragazzi in due gruppi: “Il gruppo che fa le marmellate, le deve fare anche per il gruppo che sta facendo il sale aromatizzato”, spiega. Arriva l’ora di pranzo. Si cucina tutti insieme e si rimette tutto in ordine insieme. Mercoledì è il giorno della gita e del picnic: i ragazzi vanno alla scoperta di Bosco Gurin. E poi il viaggio al mercato di Locarno e presso gli agricoltori del posto. Il giovedì: “L’idea - prosegue Lena - è quello di far vedere ai ragazzi da dove arrivano i prodotti. Non solo: è sempre meglio acquistare, quando è possibile, prodotti a chilometro zero e di stagione. Facciamo vedere ai ragazzi che esiste un mondo dietro a quello che mangiano o acquistano”. 

Intanto un gruppetto di ragazzi va ad accarezzare gli asinelli che pascolano a un centinaio di metri dal rustico. C’è anche un tipì indiano bianco, dove ritirarsi se si ha voglia di stare un po’ da soli. In cucina si traffica con le pentole: la marmellata è quasi pronta. Fuori vengono tagliuzzate le ultime erbette da mischiare al sale. Niente squillo di cellulare. Nessuna televisione accesa. Si sente solo il rumore del ruscello e delle risate dei ragazzi.

15.7.2017, 08:152017-07-15 08:15:00
Susanna Petrone

Gorilla, il gigante vegetariano!

Sebbene sia davvero impressionante, il gorilla si rivela un tranquillo e pacifico vegetariano. Fa parte della famiglia degli ominidi e anche se non discendiamo direttamente da scimmie...

Sebbene sia davvero impressionante, il gorilla si rivela un tranquillo e pacifico vegetariano. Fa parte della famiglia degli ominidi e anche se non discendiamo direttamente da scimmie e gorilla, 55 milioni di anni fa avevamo gli stessi antenati.

Esistono due specie di gorilla nonché quattro sottospecie e vivono tutti in Africa. I gorilla orientali - ne fanno parte i gorilla di montagna - sono più scuri, più pelosi e più robusti e tarchiati rispetto a quelli occidentali. E purtroppo sono tutte in pericolo o a rischio di estinzione. Queste differenze nell’aspetto, trovano una spiegazione nell’ambiente nel quale vivono i gorilla orientali. Esso è infatti situato a un’altitudine più elevata rispetto alle pianure dell’ovest. Vi sono tuttavia anche delle differenze comportamentali. Tra i gorilla occidentali la struttura sociale è molto simile a quella di un harem. Un maschio dominante, dalla schiena argentata, vive con le sue femmine e i loro piccoli, e quando i giovani maschi si avvicinano all’età adulta, li caccia dal gruppo. I maschi solitari sono quindi costantemente alla ricerca di femmine e non è un fatto raro che tentino di spezzare l’autorità del capo di un harem. I gorilla maschi sono animali enormi: in piedi raggiungono i due metri, un vero record per le scimmie. Il muso imponente e i canini appuntiti hanno dato loro la fama di essere feroci. Ma in realtà sono animali estremamente pacifici - a parte quando proteggono la loro famiglia.

Tra i gorilla di montagna la situazione è diversa: quasi la metà dei gruppi comprende fino a 6 individui dalla schiena argentata che si spartiscono le femmine quando il maschio dominante comincia a invecchiare. Colpendosi il petto, il gorilla è in grado di emettere dei suoni che riecheggiano per un raggio di quasi 1 km. Alla base di questo fenomeno vi sono degli organi di cui noi umani siamo sprovvisti. Queste sacche vocali – cavità ben distinte dai polmoni situate subito sotto la pelle e che il gorilla può riempire d’aria a suo piacimento – fungono da vere e proprie casse di risonanza. Oltre al fatto di impressionare gli avversari e di sedurre le femmine, tale pratica consente anche di comunicare. I gorilla non fanno eccezione alla regola. Come le altre scimmie antropomorfe, essi fabbricano dei nidi per la siesta o per la notte servendosi di rami e foglie. Le abitudini cambiano a seconda dei gruppi: alcuni dormono sempre a terra, mentre altri prediligono riposarsi tra i rami degli alberi. A volte le femmine sistemano il loro nido ad addirittura 20 m dal suolo.

Il gorilla di montagna è in pericolo

Oltre la metà dei circa 780 gorilla di montagna ancora esistenti al mondo vive nel Parco nazionale di Virunga. Il parco deve il suo nome alla catena vulcanica di Virunga, una formazione montuosa coperta da una fitta vegetazione tropicale che si estende dal Congo al Ruanda, fino a raggiungere l’Uganda. Su queste vette e all’interno del Parco nazionale di Bwindi vivono gli ultimi gorilla di montagna. È l’unica specie di gorilla che vive a una simile altitudine (2000-4000 metri sopra il livello del mare) ed è dotato di un pelo setoso e lungo, soprattutto sulle braccia, che lo protegge dalle temperature rigide. Di tutti i gorilla è quello che si è meglio adattato a vivere a terra, dove trascorre la maggior parte del proprio tempo; la sua corporatura massiccia, infatti, non gli facilita l’arrampicata sugli alberi.

Il territorio di un gruppo si estende fino a 30 chilometri quadrati. Per procurarsi il cibo i gorilla coprono ogni giorno distanze da 500 a 1000 metri. Si tratta di animali erbivori che hanno una predilezione particolare per il cuore del sedano selvatico e per i giovani bambù.

E per quanto siano ammirati - e anche studiati - nello scorso secolo i gorilla di montagna sono stati quasi completamente sterminati, inoltre si è sacrificato gran parte del loro habitat naturale per ottenere legname e bambù. Molti primati sono morti di malattie contratte a causa del contatto con l’uomo - infatti chi li studia deve mantenere una certa distanza ed indossare mascherine - altri sono caduti vittima dei bracconieri. Non va dimenticato che il commercio di gorilla, sia morti che vivi, è sempre stato molto florido. I gorilla vengono uccisi per la loro carne, per strappare i piccoli alle madri, per commerciare teste e mani come trofei o per eliminare dei concorrenti alimentari.
Il WWF da anni collabora con le autorità responsabili dei parchi, le organizzazioni ambientaliste e gli istituti di ricerca locali. Le preziose scimmie antropomorfe vengono monitorate con metodo scientifico e protette efficacemente grazie al sostegno delle autorità dei parchi. Anche la popolazione locale è coinvolta nel progetto. La densità demografica attorno alle aree protette è molto elevata e la maggior parte degli abitanti dipende dai parchi per le materie prime e l’acqua. Il WWF si impegna a sensibilizzare la popolazione sull’importanza dei parchi naturali, creando al contempo nuove fonti di reddito grazie al turismo sostenibile. Purtroppo, vista la situazione politica del Congo, non è ancora chiaro il futuro di questi esseri incredibili.

8.7.2017, 05:002017-07-08 05:00:00
Susanna Petrone

I delfini, predatori intelligenti

Per l’uomo i delfini sono animali molto particolari. Sono innumerevoli le storie che vengono raccontate su di loro: sono conosciuti, infatti, per essere degli animali socievoli,...

Per l’uomo i delfini sono animali molto particolari. Sono innumerevoli le storie che vengono raccontate su di loro: sono conosciuti, infatti, per essere degli animali socievoli, pronti ad aiutare. Vi sono stati delfini che hanno salvato vite umane. Gli esseri umani rimangono incantati dai delfini, desiderando di nuotare in loro compagnia o almeno poterli osservare muoversi in acqua. Da secoli e - in tutto il mondo - l’uomo ha sempre avuto un legame speciale con i delfini. Fin dai tempi passati, erano oggetto di adorazione, e un’antica città greca era stata addirittura chiamata con il loro nome: Delfi. Purtroppo, oggi l’uomo non ha più lo stesso rispetto per questi intelligenti animali. I delfini vengono infatti cacciati e venduti ai delfinari, dove sono costretti a vivere nello spazio ristretto di piscine. Come se non bastasse: spesso rimangono imprigionati nelle reti dei pescatori e il loro habitat, le acque marine e i grandi fiumi, vengono inquinati sempre di più. Se ne conoscono oltre 30 specie, con taglie diverse e habitat differenti. C’è chi preferisce vivere nelle acque costiere e chi vive in alto mare. Le specie più diffuse le troviamo nel Mediterraneo (come il tursiope troncato, il delfino a naso di bottiglia, il delfino comune o la stenella striata). Fino a 60 anni fa se si parlava di delfino tutti pensavano al Mediterraneo. Ma la situazione è cambiata: il loro numero si è ridotto tantissimo. Il delfino comune, per esempio, si chiama così perché una volta era molto diffuso. Oggi invece è una specie in via d’estinzione.

Socievoli e giocherelloni

I delfini sono socievoli e vivono in gruppi più o meno numerosi. Si tratta di vere e proprie famiglie, guidate da una femmina. I delfini sono dei mammiferi e quindi partoriscono i loro piccoli sott’acqua.

Al momento della nascita, due o tre delfini del gruppo sorvegliano la femmina poiché il sangue perso durante il parto potrebbe attirare gli squali. Dopo la nascita, il piccolo viene allattato dalla madre, sempre sott’acqua. Il cucciolo riesce a fare solo una o due poppate per volta e poi deve emergere per respirare. All’inizio i piccoli delfini rimangono presso la madre anche se sono dei nuotatori agili e veloci sin dalla nascita.

Il delfino comune deve emergere in superficie per respirare ogni 4/5 minuti. Il tursiope troncato invece riesce a rimanere sott’acqua anche un quarto d’ora. Non solo: riesce ad immergersi fino a 500 metri e nuota dai 60 ai 100 chilometri al giorno. I delfini del Mediterraneo si nutrono soprattutto di pesci e di altri animali marini più piccoli, ad esempio di seppie.

Quando cacciano comunicano tra di loro grazie a suoni molto acuti. Infatti nel mare profondo non c’è abbastanza luce per vedere, quindi hanno trovato una soluzione diversa: emettono suoni, che però noi esseri umani riusciamo a malapena a sentire. Sott’acqua i delfini emettono dei suoni che, quando incontrano e sbattono contro un banco di pesci o una roccia, tornano indietro. In parole povere: usano gli ultrasuoni per comunicare e per orientarsi meglio (anche se sono in grado di mettere a fuoco oggetti o animali).

 
 
1.7.2017, 05:002017-07-01 05:00:00
@laRegione

La lince iberica, un felino a rischio

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare del...

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare del tempo il suo spazio vitale si è ridotto drasticamente e oggi la troviamo solo in alcune piccole aree dell’Andalusia. Nel 2002 – a seguito di un censimento nazionale – scattò l’allarme: si contavano meno di cento esemplari in tutta la Spagna (mentre in Portogallo fu dichiarata estinta). Il WWF si diede subito da fare e in 15 anni si è riusciti ad arrivare a 400 unità. L’anno scorso sono nati altri 34 cuccioli e solo qualche settimana fa è stata segnalata l’ennesima cucciolata. La popolazione è in costante crescita, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Il progetto

Da diversi anni la lince iberica viene seguita passo dopo passo da esperti. Sono tante le foto-trappole posizionate per monitorare gli spostamenti delle linci. Il loro monitoraggio è così dettagliato - dicono i colleghi del WWF Spagna - che chi lavora al progetto conosce per nome ogni singola lince catalogata sul territorio.Non solo: per evitare che bracconieri caccino la lince, molti esemplari sono muniti di un collare che segnala la loro posizione. Negli ultimi anni diversi bracconieri sono stati fermati e denunciati proprio grazie a questi collari.

I piccoli

Il periodo di gestazione di una femmina dura di norma circa due mesi: i piccoli (di solito sono 2 o 3, del peso di 250 grammi) nascono tra marzo e settembre.

Dopo circa dieci mesi sono indipendenti, ma spesso e volentieri restano con la madre fino a 20 mesi.

In natura vive al massimo 13 anni.

 

Sull’orlo dell’estinzione

Sono tre i motivi che hanno portato sull’orlo dell’estinzione questo magnifico felino. Il primo fattore: la diminuzione dei conigli, preda principale della lince iberica (costituisce praticamente l’98% della sua dieta). Diverse epidemie avevano falciato la popolazione di conigli, con degli impatti negativi sulla popolazione della lince. Basti pensare che un maschio deve mangiare almeno un coniglio al giorno, mentre una femmina ne deve catturare almeno tre se vuole sfamare sé e i suoi piccoli. Il secondo fattore è la perdita dell’habitat. Quelle che una volta erano le aree naturali perfette per le linci, oggi sono zone frammentate da strade, dighe e ferrovie. Secondo gli esperti, l’80% della popolazione è scomparsa per questo motivo. E poi ci sono i bracconieri, che uccidono la lince per portarsi a casa come trofeo la sua pelliccia.

 

Il felino dei boschi svizzeri

 

In tutto il mondo vivono quattro specie di linci: quella eurasiatica (presente in Svizzera), la lince pardina – meglio conosciuta come lince iberica –, la lince rossa (la più piccola della specie) e la lince canadese. La lince eurasiatica è la più grande della sua specie ed ha una pelliccia maculata che le permette di mimetizzarsi. In Europa la troviamo in Svizzera, ma la popolazione più grande si trova in Scandinavia. Come per la lince iberica, anche quella eurasiatica non se l’è passata bene: in Europa centrale fu praticamente sterminata. Poi, tra il 1971 e il 1975, in Svizzera sono state ufficialmente introdotte dieci linci. Gli esemplari sono stati messi in libertà nel Giura e sulle Alpi, tutti territori adatti alla lince. Ma nonostante gli sforzi, ad oggi la sua scarsa presenza nel territorio alpino non ne garantisce la sopravvivenza: gli esemplari effettivi scarseggiano e fiumi, montagne imponenti, autostrade e regioni densamente popolate rappresentano ostacoli insormontabili che impediscono alla lince di spingersi in nuovi territori. Una cosa è certa: la lince avrà qualche speranza di sopravvivere a lungo in Europa centrale solo se si riuscirà a permettere a qualche esemplare di raggrupparsi in popolazioni e se si fermeranno i bracconieri. La lince infatti è un animale protetto, ma resta comunque un trofeo ambito tra i cacciatori di frode.

Il territorio

Le linci sono animali solitari. La grandezza del territorio dipende dal paesaggio, dalle prede e dal numero di linci che sono in zona. Il predatore demarca il suo spazio con l’urina o lascia tracce di artigli sugli alberi.

La femmina tollera maschi sul suo territorio solo durante il periodo di accoppiamento, che va da febbraio ad aprile. All’inizio dell’estate nascono poi i cuccioli. I piccoli alla nascita sono ciechi e a dieci mesi devono lasciare la madre. Se troppo deboli, non supereranno l’anno di vita.

L’importanza della lince

Dopo l’estinzione della lince, molti animali selvatici si ritrovarono senza più nemici naturali. Con il passare del tempo l’elevata densità di selvaggina ha portato, nelle zone di rifugio e di alimentazione più battute, a ingenti danni da scortecciamento nei boschi giovani. Dal ritorno della lince questo fenomeno è nettamente diminuito poiché la popolazione di ungulati è costretta a distribuirsi meglio nel proprio habitat. Non solo: caprioli e camosci diventano più prudenti se una lince caccia per molto tempo nello stesso territorio. Inoltre è diminuito il rischio di trasmissione di parassiti e di malattie della selvaggina.



 
1.7.2017, 05:002017-07-01 05:00:00
@laRegione

La lince iberica, un felino a rischio!

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare...

 

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare del tempo il suo spazio vitale si è ridotto drasticamente e oggi la troviamo solo in alcune piccole aree dell’Andalusia. Nel 2002 – a seguito di un censimento nazionale – scattò l’allarme: si contavano meno di cento esemplari in tutta la Spagna (mentre in Portogallo fu dichiarata estinta). Il WWF si diede subito da fare e in 15 anni si è riusciti ad arrivare a 400 unità. L’anno scorso sono nati altri 34 cuccioli e solo qualche settimana fa è stata segnalata l’ennesima cucciolata. La popolazione è in costante crescita, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Il progetto

Da diversi anni la lince iberica viene seguita passo dopo passo da esperti. Sono tante le foto-trappole posizionate per monitorare gli spostamenti delle linci. Il loro monitoraggio è così dettagliato - dicono i colleghi del WWF Spagna - che chi lavora al progetto conosce per nome ogni singola lince catalogata sul territorio.Non solo: per evitare che bracconieri caccino la lince, molti esemplari sono muniti di un collare che segnala la loro posizione. Negli ultimi anni diversi bracconieri sono stati fermati e denunciati proprio grazie a questi collari.

I piccoli

Il periodo di gestazione di una femmina dura di norma circa due mesi: i piccoli (di solito sono 2 o 3, del peso di 250 grammi) nascono tra marzo e settembre.

Dopo circa dieci mesi sono indipendenti, ma spesso e volentieri restano con la madre fino a 20 mesi.

In natura vive al massimo 13 anni.

 

Sull’orlo dell’estinzione

Sono tre i motivi che hanno portato sull’orlo dell’estinzione questo magnifico felino. Il primo fattore: la diminuzione dei conigli, preda principale della lince iberica (costituisce praticamente l’98% della sua dieta). Diverse epidemie avevano falciato la popolazione di conigli, con degli impatti negativi sulla popolazione della lince. Basti pensare che un maschio deve mangiare almeno un coniglio al giorno, mentre una femmina ne deve catturare almeno tre se vuole sfamare sé e i suoi piccoli. Il secondo fattore è la perdita dell’habitat. Quelle che una volta erano le aree naturali perfette per le linci, oggi sono zone frammentate da strade, dighe e ferrovie. Secondo gli esperti, l’80% della popolazione è scomparsa per questo motivo. E poi ci sono i bracconieri, che uccidono la lince per portarsi a casa come trofeo la sua pelliccia.

 


Il felino dei boschi svizzeri
 


In tutto il mondo vivono quattro specie di linci: quella eurasiatica (presente in Svizzera), la lince pardina – meglio conosciuta come lince iberica –, la lince rossa (la più piccola della specie) e la lince canadese. La lince eurasiatica è la più grande della sua specie ed ha una pelliccia maculata che le permette di mimetizzarsi. In Europa la troviamo in Svizzera, ma la popolazione più grande si trova in Scandinavia. Come per la lince iberica, anche quella eurasiatica non se l’è passata bene: in Europa centrale fu praticamente sterminata. Poi, tra il 1971 e il 1975, in Svizzera sono state ufficialmente introdotte dieci linci. Gli esemplari sono stati messi in libertà nel Giura e sulle Alpi, tutti territori adatti alla lince. Ma nonostante gli sforzi, ad oggi la sua scarsa presenza nel territorio alpino non ne garantisce la sopravvivenza: gli esemplari effettivi scarseggiano e fiumi, montagne imponenti, autostrade e regioni densamente popolate rappresentano ostacoli insormontabili che impediscono alla lince di spingersi in nuovi territori. Una cosa è certa: la lince avrà qualche speranza di sopravvivere a lungo in Europa centrale solo se si riuscirà a permettere a qualche esemplare di raggrupparsi in popolazioni e se si fermeranno i bracconieri. La lince infatti è un animale protetto, ma resta comunque un trofeo ambito tra i cacciatori di frode.

Il territorio
Le linci sono animali solitari. La grandezza del territorio dipende dal paesaggio, dalle prede e dal numero di linci che sono in zona. Il predatore demarca il suo spazio con l’urina o lascia tracce di artigli sugli alberi.

La femmina tollera maschi sul suo territorio solo durante il periodo di accoppiamento, che va da febbraio ad aprile. All’inizio dell’estate nascono poi i cuccioli. I piccoli alla nascita sono ciechi e a dieci mesi devono lasciare la madre. Se troppo deboli, non supereranno l’anno di vita.

L’importanza della lince
Dopo l’estinzione della lince, molti animali selvatici si ritrovarono senza più nemici naturali. Con il passare del tempo l’elevata densità di selvaggina ha portato, nelle zone di rifugio e di alimentazione più battute, a ingenti danni da scortecciamento nei boschi giovani. Dal ritorno della lince questo fenomeno è nettamente diminuito poiché la popolazione di ungulati è costretta a distribuirsi meglio nel proprio habitat. Non solo: caprioli e camosci diventano più prudenti se una lince caccia per molto tempo nello stesso territorio. Inoltre è diminuito il rischio di trasmissione di parassiti e di malattie della selvaggina.

 

24.6.2017, 05:002017-06-24 05:00:00
Susanna Petrone

Il Madagascar, un paradiso in terra

Esiste un luogo nel mondo, che è così speciale, così ricco di biodiversità, che non lo si potrebbe paragonare al paradiso: il Madagascar. Questa splendida isola fa parte delle...

Esiste un luogo nel mondo, che è così speciale, così ricco di biodiversità, che non lo si potrebbe paragonare al paradiso: il Madagascar. Questa splendida isola fa parte delle cosiddette “isole antiche” e - secondo recenti studi - si sarebbe separata dall’Africa circa 165 milioni di anni fa, facendone un luogo particolare ed isolato, con un patrimonio vegetale ed animale unico al mondo.

Basti pensare che ben l’80% di tutte le piante che conosciamo (tra cui 4 mila specie arboree), così come la metà di tutti gli uccelli, il 90% dei rettili (ogni zona dell’isola ha il “suo” camaleonte) e anfibi e tutti i mammiferi - come ad esempio i lemuri - che sono presenti con oltre 200 specie diverse - sono endemici. In parole povere: esistono solo sull’isola Madagascar. E tra gli alberi? Il mitico baobab è conosciuto ovunque nel mondo. Quindi è devastante sapere che oggi solo il 10% del territorio è ricoperto dalla vegetazione originaria. Quello che una volta era il paradiso in terra, oggi rischia di scomparire per sempre. L’estrema povertà della popolazione ha portato allo sfruttamento eccessivo del territorio. Lì dove una volta c’erano boschi fittissimi, oggi si trova solo desolazione. 

Per questo motivo il WWF Madagascar si impegna giorno dopo giorno per salvaguardare questo incredibile patrimonio. Gli obiettivi? Protezione della foresta, rimboschimento e lotta contro la povertà. L’ultimo punto è essenziale per capire questa terra. Molte comunità sono così povere, che praticamente non hanno altra via d’uscita che tagliare illegalmente alberi per poter riscaldare le proprie case. Ogni anno vengono piantati migliaia di alberi e si sostengono progetti alternativi per dare alle famiglie locali una possibilità. Il WWF Madagascar, infatti, sostiene il progetto dell’associazione non governativa Barefoot College (letteralmente: l’università dei piedi scalzi). Si tratta di un’idea nata 45 anni fa in India e che ad oggi opera in 80 Paesi nel mondo. Cosa si fa in questa università? Si trasformano donne in “ingegneri” del solare. Le chiamano “Solar Grandmothers” (nonne solari)e spesso sono analfabete, arrivano da villaggi sperduti e poveri e quasi sempre non hanno mai viaggiato. Ora, grazie al sostegno del WWF, anche il Madagascar ha le sue “Solar Grandmothers”: donne che dopo sei mesi di studi - fatti di gesti e disegni - sanno costruire, installare e far funzionare delle lampade collegate a un pannello solare. Un lusso per tante comunità del mondo. Ora tanti piccoli studenti potranno fare i compiti o studiare anche quando fuori fa buio.

10.6.2017, 05:002017-06-10 05:00:00
laRegione Ticino

La vipera, il serpente

C’è chi la teme e chi al solo pensiero prova un vero e proprio disgusto: la vipera aspis, chiamata anche semplicemente aspide. Vive sulle nostre Alpi e sebbene sia protetta come tutti gli altri...

C’è chi la teme e chi al solo pensiero prova un vero e proprio disgusto: la vipera aspis, chiamata anche semplicemente aspide. Vive sulle nostre Alpi e sebbene sia protetta come tutti gli altri rettili, è sempre più rara. Attorno a questo serpente sono nate leggende di ogni tipo, come se fosse il nemico numero uno dell’uomo. Eppure la vipera non è aggressiva come viene descritta. Anzi: è un serpente timido, che al minimo rumore si allontana. Se la vipera attacca, lo fa solo se viene calpestata, catturata o messa alle strette. Quindi, regola numero uno: se vedete una vipera, restate calmi. Sarà lei ad allontanarsi il prima possibile da voi.

La vipera aspis è più piccola di quanto si possa pensare. I maschi hanno un corpo più lungo e sottile rispetto alle femmine. Alla nascita misurano circa venti centimetri. Non smettono mai di crescere e raramente superano i settanta centimetri di lunghezza. Le vipere non sono tutte uguali: la loro pelle, ricoperta di piccole squame, può essere di colore marrone, grigio, rossiccio o in alcuni casi persino nero. In quanto serpente, cambia la pelle in una volta sola. Quando la nuova pelle è pronta, la vipera sfrega il suo corpo contro una superficie ruvida e la vecchia pelle si sfila come un calzino. Non hanno gambe, ma riescono comunque a muoversi velocemente. Tutti noi abbiamo presente il loro movimento a “s”. Hanno molte ossa e sono flessibili grazie alle vertebre. Se la nostra colonna vertebrale è composta da 34 vertebre, i serpenti ne hanno un numero cinque volte superiore.

In Svizzera esistono due specie di serpenti velenosi: la vipera e il marasso. Il loro veleno è conservato in una sacca, da cui viene espulso grazie a un muscolo speciale. Quando una vipera va a caccia, il veleno passa attraverso i denti veleniferi cavi e iniettato nel corpo della preda. Poi aspetta che il veleno faccia il suo effetto. Per l’essere umano la vipera non è così pericolosa come si potrebbe pensare (lo è però per i bambini che pesano meno di un adulto e quindi il veleno ha un altro effetto sul loro corpo). La regola è sempre la stessa: quando andate in montagna, fate attenzione a dove mettete i piedi. Non spostate sassi grossi, il serpente potrebbe essere nascosto lì sotto. Attenzione ai cespugli vicino alla riva dei fiumi. Se vi capita di vederne una, allora non fate movimenti bruschi. Non toccatela. Se si viene morsi bisogna mantenere la calma (difficile a dirsi, ma è importante), recarsi il prima possibile da un medico. Se possibile, la ferita va disinfettata e bisogna evitare sforzi e bere molto.

10.6.2017, 05:002017-06-10 05:00:00
Susanna Petrone

Gli oceani hanno caldo

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani che è stata celebrata l’8 giugno il WWF ricorda la drammatica situazione degli oceani e dei mari del mondo: questi splendidi ecosistemi sono...

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani che è stata celebrata l’8 giugno il WWF ricorda la drammatica situazione degli oceani e dei mari del mondo: questi splendidi ecosistemi sono messi a dura prova a causa dei cambiamenti climatici. Tra le conseguenze globali dell’aumento di CO2 nell’ atmosfera c’è infatti un impatto diretto sugli oceani, la porzione “blu” del pianeta che a sua volta svolge un ruolo cruciale nella stessa regolazione del clima. I mari e gli oceani assorbono mille volte più calore dell’atmosfera. Ad oggi hanno trattenuto il 90% dell’energia in più dovuta all’incremento dei gas serra. Non solo: l’80% degli stock ittici sfruttati commercialmente è soggetto a pesca eccessiva o è da essa minacciato. Il 40% di tutti gli esseri viventi marini catturati viene inoltre considerato pesca accidentale e viene rigettato in mare, morto o moribondo. Anche gli allevamenti minacciano la vita nei mari e negli oceani: il pesce allevato, infatti, viene generalmente nutrito con olio o farina di pesce. Se non verranno prese misure a riguardo, sarà a rischio il lavoro di 800 milioni di persone nel mondo.

Infine: la vita di milioni di persone che vivono lungo le coste sarà influenzata a causa dell’innalzamento dei mari (città come Tokyo e Singapore potrebbero essere interamente sommerse).

Ma torniamo agli oceani: un terzo del calore prodotto dagli esseri umani è penetrato fino a una profondità superiore a 700 metri: questo potrebbe soffocare la vita delle creature marine entro 20 anni secondo un recente studio del National Center for Atmospheric Research. In più gli oceani e i mari assorbono circa il 30 % della CO2 che le attività umane emettono nell’atmosfera (per esempio bruciando i combustibili fossili) e questo provoca l’acidificazione degli oceani: dall’inizio dell’era industriale, l’acidità degli oceani è aumentata del 26% e circa la metà delle barriere coralline è andato completamente perso. Se non freniamo il riscaldamento globale, l’altra metà andrà persa entro il 2050.  Lo stesso Mediterraneo è in forte declino: un triste indicatore è la grande diffusione delle meduse. Mentre prima si registravano picchi di presenza di meduse ogni 10-15 anni, oggi abbiamo cadenze annuali.

Cosa possiamo fare noi? Ricorda: acquistando pesci d’allevamento bio si ha la garanzia che il mangime sia stato ottenuto da fonti sostenibili e l’allevamento e densità di occupazione siano rispettose degli animali. Non solo: negli allevamenti bio è vietato l’utilizzo di antibiotici. Scarica l’App del WWF che contiene la guida completa. Lì troverai ogni tipo di pesce con i vari consigli se può essere acquistato o meno. La guida completa si trova anche sul sito wwf.ch.

3.6.2017, 05:002017-06-03 05:00:00
Susanna Petrone

La vita nel bosco

Il suolo: è da lì che nasce tutto. Chi non si ricorda delle passeggiate nei boschi, degli odori di quel terreno, delle foglie, dei sassi che nascondono tanti piccoli animali? Il suolo ha un odore tutto...

Il suolo: è da lì che nasce tutto. Chi non si ricorda delle passeggiate nei boschi, degli odori di quel terreno, delle foglie, dei sassi che nascondono tanti piccoli animali? Il suolo ha un odore tutto suo, che cambia con le stagioni, con il sole, con la pioggia. Il terreno brulica di vita e contiene più abitanti delle nostre città più grandi. Ma quanti animali conosci del suolo?

La forbicina

Certamente conoscerai la forbicina. Oppure no? Devi infatti sapere che esistono 1’300 differenti specie, ma in Svizzera ne vivono appena sette. Se la si guarda attentamente, si noterà sul suo dorso un minuscolo scudo che in epoche remote costituiva le ali. Ancora oggi riesce a volare, anche se non proprio benissimo. Questo insetto ha un istinto incredibile. In primavera e in autunno la femmina depone nel terreno tra le 20 e le 40 uova. Per essere sicura che non perdano umidità, lecca a intervalli regolari il terreno. Non solo: se qualcuno sposta le uova, la femmina le cerca e le rimette al loro posto. Una volta nati, i piccoli vengono curati dalla madre, che li nutre con vegetali sminuzzati. Solo dopo sei mesi abbandoneranno il nido. Ma non andranno lontani. Alle forbicine, infatti, piace vivere vicine, per proteggersi meglio da pericoli esterni.

L’acaro

L’acaro viene ingiustamente snobbato. Eppure è essenziale per il bosco. Pensa che su una superficie pari all’impronta di una scarpa ne vivono all’incirca 10 mila. Sono grandi quanto lo spessore di un’unghia, hanno otto zampe e sono voraci. Alcune specie si nutrono di insetti, altre invece solo di piante morte. Non si conoscono tutte le specie di acari e purtroppo non godono di una gran considerazione da parte dell’uomo. Negli anni ha imparato a “scroccare” passaggi gratis: si attacca ai geotrupi che si avvicinano allo sterco. L’acaro aspetta e una volta che un coleottero si posa, lui salta su.

I coleotteri

Esistono innumerevoli specie di coleotteri: ne sono note circa 350mila. Le loro elitre, dalle tonalità cangianti, sono il biglietto da visita della loro famiglia. Nel geotrupe sono di un nero brillante. Sono costituite da chitina, una sostanza chimica leggera, elastica e soprattutto impermeabile. Attratti dallo sterco, i geotrupi vi scavano gallerie e vi depongono le uova. Il bostrico è un vero flagello per il bosco. Attacca la corteccia, causando danni ingenti. Ma è anche utile: trasforma il legno in fertile humus. Il ciclo biologico non potrebbe esistere senza loro che creano humus.

 
3.6.2017, 05:002017-06-03 05:00:00
Susanna Petrone

La talpa, un ingegnere

Tutti la conoscono, ma pochi l’hanno vista dal vivo: la talpa. Questo mammifero solitario è un vero e proprio artista delle gallerie, che possono raggiungere i 200 metri di lunghezza. Le servono...

Tutti la conoscono, ma pochi l’hanno vista dal vivo: la talpa. Questo mammifero solitario è un vero e proprio artista delle gallerie, che possono raggiungere i 200 metri di lunghezza. Le servono per proteggersi e per raggiungere le varie “camere” dove trascorre quasi tutta la giornata. Ha una “stanza” per dormire, una per i suoi cuccioli e un’altra le serve per conservare le provviste. Ovviamente, tutta quella terra deve finire da qualche parte e quindi sbuca regolarmente in superficie per depositare gli “scarti” del suo lavoro. Ecco perché vediamo tutte quelle piccole montagne di terra sui prati dove vive una talpa. Questo animale ha delle zampe anteriori molto forti e grandi con sei dita. Le servono per scavare e con le sue zampe riesce a spostare mucchi di terra venti volte più pesanti del suo peso corporeo (circa 140 grammi). In pratica è come se noi potessimo sollevare con le braccia un cavallo. Non solo: riesce a scavare sette metri di galleria in un’ora. Questo mammifero lo si può osservare un po’ ovunque in Svizzera, ma solo dove il terreno è buono e non sopra i 1’900 metri. 

Ma la talpa ci vede?

Le talpe – e questo lo sanno tutti – non hanno una buona vista. I loro piccoli occhi servono esclusivamente per distinguere il chiaro dallo scuro.

Sono animali molto solitari e nelle loro gallerie passano tutto il tempo a scavare. Si incontrano solo in questo periodo dell’anno, in primavera, per l’accoppiamento. Un mese dopo nascono nel nido circa cinque cuccioli. Sono piccolissimi, non più grandi di un fagiolo e non hanno peli. I cuccioli apriranno gli occhi solo tre settimane dopo la loro nascita.

Un cacciatore particolare

Non avrà una vista eccezionale, ma in compenso la talpa ha un manto peloso che funge da radar. Riesce a percepire ogni singola vibrazione nel terreno proprio grazie alle sue vibrisse, i peli molto sensibili presenti in particolare sulla coda e sul muso. Ha inoltre un ottimo olfatto e un udito impeccabile. Sono tutti sensi che le servono per mangiare insetti e vermi.I lombrichi sono praticamente la sua passione. Ogni giorno ne mangia l’equivalente del suo peso (quanta pasta dovresti mangiare tu ogni giorno?).I vermi li preferisce freschi, non morti, quindi – beh, non è il massimo dell’eleganza, ma è così che fa la talpa – stacca loro la testa e li mette nella sua dispensa. In questo modo il verme rimane in vita, ma non può andare da nessuna parte. Il suo mantello è composto di 200 peli per ogni millimetro quadrato.

27.5.2017, 05:002017-05-27 05:00:00
Susanna Petrone

Rinaturare i corsi d’acqua

Spesso non ci rendiamo conto di quanto la nostra sopravvivenza sia legata alla biodiversità. Insetti, anfibi, uccellini, pesci e farfalle: questa è la biodiversità che ci circonda, ma che...

Spesso non ci rendiamo conto di quanto la nostra sopravvivenza sia legata alla biodiversità. Insetti, anfibi, uccellini, pesci e farfalle: questa è la biodiversità che ci circonda, ma che spesso non osserviamo con cura.

In occasione della Giornata mondiale della biodiversità, celebrata il 22 maggio, va ricordato che al mondo esistono oltre un milione e 700 mila specie (ma si ipotizza che in realtà siano oltre 10 milioni). In Svizzera, le “culle” della biodiversità le troviamo nei paesaggi fluviali naturali, che sono tra gli ambienti più belli e vivi. Purtroppo il 90% dei mosaici di ambienti creati dai fiumi liberi sono scomparsi.

Anche in Ticino la situazione è critica. Dopo secoli di bonifiche e decenni di urbanizzazione e sfruttamento idroelettrico, dei maestosi corsi d’acqua e dei loro abitanti rimane ben poco.

Francesco Maggi, responsabile del WWF Svizzera italiana, ci racconta di alcuni progetti, che hanno salvato vere e proprie perle del Ticino: «Dopo decenni di lotte, ambientalisti e pescatori, uniti, hanno ottenuto un successo significativo: il piano cantonale di risanamento dei corsi d’acqua».

Gli impatti di questa decisione si vedranno solo tra qualche anno, ma il WWF è già al lavoro per approfondire e migliorare i primi importanti progetti. Ad esempio il nuovo Ritom, che permetterà di risanare il fiume Ticino tra Airolo e Rodi, e il grande progetto di rinaturazione Saleggi-Boschetti, che cambierà il volto del fiume Ticino tra Bellinzona e Gudo, creando anche preziose aree di svago per la popolazione.

Negli ultimi venti anni sono partiti diversi progetti “pilota”, come la rinaturazione del delta del Cassarate a Lugano, utili per sensibilizzare la popolazione e dimostrare che questo nuovo approccio verso i corsi d’acqua migliora il nostro ambiente ma garantisce nel contempo la necessaria sicurezza idraulica.

Tra i progetti promossi e sostenuti finanziariamente dal WWF citiamo la rinaturazione del delta del fiume Ticino alle Bolle di Magadino, la rimessa a cielo aperto dei canali Comelina (Camorino), Restabbio (Muzzano) e Brusada (Origlio) e la rinaturazione del Balma a Lodrino.

A livello di bacino fluviale il WWF sta promuovendo la messa in rete dei reticoli del Medio e Basso Vedeggio e del Laveggio e Gaggiolo, dove diversi progetti di rivitalizzazione e di rimozione degli ostacoli alla migrazione sono in corso o pianificati. Il WWF cerca sempre di ottenere il massimo beneficio per la natura senza penalizzare l’area agricola e se non è possibile è prevista una compensazione.

27.5.2017, 05:002017-05-27 05:00:00
Susanna Petrone

Il dinosauro degli oceani

La tartaruga marina è una creatura ancestrale dei mari che viveva già ai tempi dei dinosauri. Popola la terra da oltre 200 milioni di anni ed è sopravvissuta a mutamenti ecologici estremi di ogni...

La tartaruga marina è una creatura ancestrale dei mari che viveva già ai tempi dei dinosauri. Popola la terra da oltre 200 milioni di anni ed è sopravvissuta a mutamenti ecologici estremi di ogni tipo. Oggi, paradossalmente, è tra gli esseri più fragili del Pianeta: tutte e sette le specie esistenti sono a rischio estinzione.

I pericoli

Chi riesce a uscire dall’uovo (e a sopravvivere) deve fare i conti con la pesca, il turismo, l’inquinamento ambientale e i cambiamenti climatici. Ogni anno, oltre 250 mila tartarughe perdono la vita dopo essere finite nelle reti dei pescatori come pesca accidentale, altre 60 mila muoiono soffocate inghiottendo sacchetti di plastica. I loro luoghi di nidificazione stanno sparendo, per far posto ad alberghi per turisti e a causa dell’inquinamento luminoso, tante non riescono nemmeno a raggiungere il mare.

L’impegno

Questi splendidi animali sono stati celebrati il 23 maggio, in concomitanza con l’inizio del periodo di riproduzione degli esemplari dell’emisfero settentrionale. Il WWF da anni si mobilita per la tutela di questi docili rettili. Il drammatico calo delle loro popolazioni deve cessare. Su mille uova, solo una tartaruga arriva all’età adulta. Per questo motivo siamo impegnati sin dalla schiusa delle uova, passando alla migrazione attraverso aree di alimentazione e di riproduzione, fino al ritorno alla spiaggia in cui ciascuna tartaruga è nata.

Sensibilizziamo le comunità locali, sviluppando un turismo ecologico. La loro carne viene considerata una prelibatezza in alcune aree della terra e tanti esemplari finiscono nelle mani di cacciatori di frodo che vendono souvenir (pettini, gioielli etc.) prodotti con il guscio delle tartarughe. In Pakistan formiamo pescatori del posto, che liberano gli animali rimasti impigliati nella spazzatura (vedi video, ndr) e finanziamo centri di recupero in tutto il mondo (in alcuni centri si possono effettuare interventi chirurgici).

I cambiamenti climatici

Le tartarughe marine prediligono acque calde e tropicali. Ma con l’aumento delle temperature, la loro vita è a rischio.

Il sesso delle tartarughe marine, infatti, dipende dalla temperatura: se è superiore ai 30 gradi, allora nasceranno quasi esclusivamente femmine; mentre sotto i 28 gradi, nascono quasi esclusivamente maschi. A causa dei cambiamenti climatici, la situazione sta cambiando drasticamente e il numero di femmine supera di gran lunga quello dei maschi. Tra gli esemplari che nuotano ancora  oggi negli oceani, alcuni hanno attraversato l’intero Novecento. Chissà quanti di quelli nati oggi potranno vivere così a lungo.

 

 

20.5.2017, 05:252017-05-20 05:25:00
Susanna Petrone

L’animale più grande al mondo

L’elefante, il più grande animale terrestre al mondo, è nel mirino dei bracconieri da molto: si stima che negli ultimi dieci anni, il commercio illegale d’avorio di elefanti africani...

L’elefante, il più grande animale terrestre al mondo, è nel mirino dei bracconieri da molto: si stima che negli ultimi dieci anni, il commercio illegale d’avorio di elefanti africani sia costato la vita a oltre 150 mila esemplari (circa 40 al giorno), alimentando tra le altre cose anche il traffico di droga e armi a livello globale. Certo, si registrano anche segnali positivi: proprio in questi giorni l’Ue ha chiesto agli Stati membri di mettere completamente al bando il commercio d’avorio e di investire nella formazione delle forze di polizia, che effettuano i controlli alle frontiere o negli aeroporti. Ma secondo gli ultimi dati, in Africa sopravvivono circa 420 mila elefanti (in Asia non più di 30 mila). Non sono molti. Basti pensare che nell’800 se ne contavano in tutto il continente oltre un milione. In parole povere: noi esseri umani siamo riusciti a diminuire la popolazione di elefanti del 90% in soli due secoli. Se continuiamo di questo passo, fra meno di venti anni, il più grande animale terrestre al mondo sarà estinto.

Chi è?

Già milioni di anni fa il nostro pianeta era abitato da animali simili agli elefanti, che facevano parte dei Proboscidati. Solo due rappresentanti di questi animali antichi sono sopravvissuti: l’elefante africano e l’elefante asiatico (il suo cugino più piccolo). I primi hanno delle zanne d’avorio che possono raggiungere i 2-3 metri di lunghezza. Quelli asiatici, invece, sono più piccoli e solo i maschi hanno le zanne. Gli elefanti africani vivono nelle foreste e savane sub-sahariane, mentre i cugini asiatici si possono trovare in tutta l’Asia Meridionale, dall’Iran, alla Cina, fino all’Indonesia.

Negli ultimi anni il bracconaggio ha raggiunto livelli mai visti prima. Ogni anno vengono massacrati circa 20 mila elefanti africani. E la tendenza, purtroppo, è in crescita.

Come proteggere il giardino dagli elefanti

La sopravvivenza dell’elefante è a rischio a causa del commercio d’avorio e della distruzione dell’habitat naturale. L’elefante africano presenta due sottospecie: quello della savana e quello della foresta tropicale.

L’elefante della foresta (Loxodonta africana cyclotis) vive in comunità più piccole (3-6 individui) rispetto agli elefanti della savana (Loxodonta africana africana) i cui gruppi familiari vanno dai 12 ai 70 esemplari. A capo dei clan c’è una femmina. Nella savana è inoltre possibile vedere branchi di elefanti composti da diverse migliaia di esemplari.

Per fermare il traffico illegale d’avorio, nel 1976 il WWF e l’IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) hanno istituito l’organizzazione TRAFFIC, con l’obiettivo di smascherare il traffico illegale di specie minacciate, combatterlo e arginarlo per quanto possibile. Vengono raccolti dati e si fanno pressioni sui vari Stati, affinché venga vietato il commercio d’avorio. Una battaglia importante è stata vinta negli scorsi mesi (ne avevamo già parlato su LaRegione) quando la Cina ha dato il via alla chiusura di negozi che vendono prodotti in avorio. Secondo la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie (CITES), 173 Paesi si impegnano ad attuare severi controlli sul commercio internazionale di oltre 30 mila specie animali e vegetali. Solo due anni fa, presso l’aeroporto di Zurigo, furono sequestrati 262 chili di avorio. Il WWF sostiene i guardiacaccia africani, che seguono vari corsi di formazione e ai quali vengono messi a disposizioni strumenti tecnici per lavorare. Ricordiamo che ogni anno centinaia di “ranger” muoiono per mano di bracconieri. Sono gli eroi che nessuno vede e che ogni giorno mettono a rischio la propria vita.

Tensioni con gli umani

Nonostante la maggiore tolleranza nei confronti degli elefanti, i conflitti tra uomo e animali perdurano. Quando i branchi di elefanti hanno fame, nulla riesce a fermare i possenti quadrupedi, né i recinti elettrificati attorno alle coltivazioni né i fuochi d’artificio impiegati dai contadini per spaventare gli elefanti. E così si arriva a vittime tra la popolazione, nella quale cresce anche il risentimento. Ma grazie a una serie di ricerche si è scoperto il punto debole degli elefanti: il cibo piccante! Il peperoncino si è rivelato un mezzo intimidatorio molto efficace. Grazie ad un progetto sostenuto dal WWF, in alcune zone sono state avviate delle piantagioni di peperoncino che tengono lontani i pachidermi dai campi coltivati.

Clicca qui e ascolta il barrito dell'elefante!

 

 
13.5.2017, 16:062017-05-13 16:06:00
Susanna Petrone

A tu per tu con il pipistrello

Siete pronti per conoscere i pipistrelli? Muniti di torce e speciali rilevatori di ultrasuoni – i famosi “bat-detector” – andremo alla scoperta di questi mammiferi volanti nei loro...

Siete pronti per conoscere i pipistrelli? Muniti di torce e speciali rilevatori di ultrasuoni – i famosi “bat-detector” – andremo alla scoperta di questi mammiferi volanti nei loro ambienti di caccia.

Il programma prevede l’osservazione dei pipistrelli che cacciano attorno al laghetto di Muzzano. Sarà un modo per avvicinarsi a questo bellissimo, ma anche poco conosciuto, animale che è attivo soprattutto quando noi tutti dormiamo. Nell’immaginario collettivo qualche volta fa ancora paura, (e c’è ancora chi crede che si attacchi ai capelli…). Ma durante questo evento avremo la possibilità di ricrederci e di scoprire quante difficoltà deve superare il pipistrello nel mondo odierno.

Caratteristiche

I pipistrelli hanno un udito molto sviluppato, tanto che si servono delle orecchie più o meno come noi ci serviamo degli occhi. Questi animali emettono molti impulsi sonori al secondo attraverso il naso o la bocca, così acuti che noi non riusciamo a sentirli. I suoni rimbalzano contro gli oggetti e le creature che si trovano nelle vicinanze e producono un’eco, sulla base della quale i pipistrelli calcolano la distanza che li separa da ciò che li circonda. Riescono a capire anche quanto sono grandi gli oggetti, che forma hanno, com’è la loro superficie. È così che appurano se nella facciata di un edificio sono presenti fessure, se la corteccia di un albero è liscia o ruvida o se sopra vi è posato un insetto.

I pericoli

A causa dell’urbanizzazione eccessiva questo splendido animale rischia di scomparire: l’inquinamento acustico e luminoso prodotti dalle nostre città allontanano i pipistrelli, che oramai hanno perso quasi tutti i corridoi naturali a loro disposizione per cacciare. Come se non bastasse, a causa dell’uso eccessivo di pesticidi, vengono a mancare gli insetti di cui si ciba questo mammifero (avremmo meno zanzare). Ma anche i cambiamenti climatici mettono a dura prova la vita dei pipistrelli: in Australia muoiono letteralmente di caldo a causa delle temperature elevate raggiunte dal suolo.

Se vuoi saperne di più, “armati” di scarpe comode ed eventualmente torcia elettrica. L’evento si terrà venerdì 19 maggio, dalle 20.30 alle 21.45. Punto di incontro: Lago di Muzzano – ritrovo davanti all’aula sull’acqua di Pro Natura Ticino. Per iscriversi bisogna andare sulla pagina del Festival della natura, visto che il numero di partecipanti è limitato a 25 persone. Per ulteriori informazioni chiamate il Centro protezione chirotteri Ticino di Semione - Marzia Mattei.

13.5.2017, 16:012017-05-13 16:01:00
Susanna Petrone

Arriva il Festival della natura

Pipistrelli, api, riserve naturali: è in arrivo il lungo weekend del Festival della natura. Dal 18 al 21 maggio verranno organizzati in tutta la Svizzera ben 750 eventi (34 in Ticino)....

Pipistrelli, api, riserve naturali: è in arrivo il lungo weekend del Festival della natura. Dal 18 al 21 maggio verranno organizzati in tutta la Svizzera ben 750 eventi (34 in Ticino). Le manifestazioni saranno dedicate alla natura, alla diversità delle specie e all’ecologia.

Vivere la natura, scoprire la biodiversità, da Bellinzona a Ginevra, da Basilea a Mendrisio. Un ricco programma, caleidoscopico come la natura svizzera: eventi, escursioni, mostre, stand informativi e passeggiate organizzati da enti e specialisti che si occupano di natura, fauna, flora, ma anche di turismo e di tutela del paesaggio. Insomma: un weekend tutto da scoprire, da grandi e piccini. La prima edizione del Festival della natura si è tenuta l’anno scorso, attirando migliaia di appassionati. 

Ma come nasce il festival? Ogni anno, il 22 maggio, si festeggia la Giornata mondiale della biodiversità per celebrare l’adozione della Convenzione ONU sulla Diversità Biologica. La Giornata è dedicata alla difesa e alla tutela delle varie specie. Al mondo esistono complessivamente almeno tre milioni di specie diverse. Circa 50mila di esse sono presenti nel nostro Paese. Tra queste vi sono: 111 specie di mammiferi, oltre 400 specie di uccelli, 16mila specie di insetti e circa 4mila specie vegetali.

Circa il 40% dei mammiferi e degli uccelli che vivono in Svizzera è considerato minacciato, mentre ben il 75% dei rettili è a rischio estinzione! Scopri su www.festivaldellanatura.ch tutti gli eventi e come puoi aiutare la fauna locale.

6.5.2017, 17:242017-05-06 17:24:00
Susanna Petrone

Il WWF premia il progetto “Sole per gli inquilini”

L’energia solare è pulita e sempre più conveniente. Purtroppo spesso c’è chi ci scrive: “Io vivo in affitto e non posso investire in questa tecnologia, anche...

L’energia solare è pulita e sempre più conveniente. Purtroppo spesso c’è chi ci scrive: “Io vivo in affitto e non posso investire in questa tecnologia, anche se lo volessi”. Risultato? I tetti dei palazzi rimangono desolatamente inutilizzati.

Ma le cose potrebbero cambiare se i proprietari di immobili prendessero ad esempio l’innovativo progetto promosso da Alloggi Ticino, l’immobiliare con sede a Bioggio, in collaborazione con la ditta Elettricità Bronz SA di Gordola. Per promuovere l’uso delle energie rinnovabili, ha deciso di installare un impianto fotovoltaico sul tetto del loro palazzo in via Ronco a Novazzano e vendere la corrente elettrica prodotta direttamente agli inquilini dei 52 appartamenti.

Quest’ultimi, oltre a beneficiare di energia pulita prodotta in loco, pagano all’immobiliare una tariffa vantaggiosa rispetto al prezzo praticato dall’azienda distributrice locale.

Nel corso del primo anno di funzionamento l’impianto ha prodotto 102’507 kWh di corrente elettrica. Il 64% della produzione è stato consumato direttamente dagli inquilini. L’elevato grado di autoconsumo permette di produrre energia solare a costi decisamente vantaggiosi. Non solo gli inquilini, ma pure Alloggi Ticino guadagnerà con questa operazione in quanto l’impianto, dopo essere stato completamente ammortizzato, continuerà a produrre energia gratis per molti anni. Per questo motivo l’esperienza acquisita a Novazzano verrà presto utilizzata per dotare di impianti fotovoltaici altri palazzi di loro proprietà.

L’idea è subito piaciuta molto al WWF, che ha deciso di attribuire il Riconoscimento ‘Il sole sul tetto 2017’ ad Alloggi Ticino e Elettricità Bronz SA. L’obiettivo del WWF è quello di far conoscere questo progetto pilota a livello cantonale e nazionale con la speranza che sia presto replicato anche da altri proprietari di immobili. Il potenziale è enorme. Se siete degli inquilini chiedete al vostro proprietario di poter usufruire di energia solare e costi competitivi.

La cerimonia di consegna del riconoscimento è pubblica.

Se siete curiosi e volete saperne di più su questo progetto venite oggi pomeriggio, sabato 6 maggio, in via Ronco 1 a Novazzano alle ore 15.00. Dopo la presentazione del progetto ci sarà modo di visitare gli impianti e terminare con un piccolo aperitivo. Vi aspettiamo!