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Ieri, 08:502017-04-29 08:50:31
Susanna Petrone

Come diminuire l’impronta ecologica

Alimentazione La scelta della nostra alimentazione ha un influsso diretto sulla nostra impronta ecologica e di conseguenza sulle risorse del nostro Pianeta. Prodotti animali come...

Alimentazione La scelta della nostra alimentazione ha un influsso diretto sulla nostra impronta ecologica e di conseguenza sulle risorse del nostro Pianeta. Prodotti animali come carne, uova e formaggio utilizzano la maggiore quantità di risorse. Cosa possiamo fare? Mangiare meno carne, prediligere la verdura e la frutta di stagione e comprare prodotti locali. L’allevamento di bestiame consuma molte risorse della Terra attraverso i pascoli e la produzione di mangime. In totale l’allevamento impiega il 70% del terreno coltivabile. In Svizzera si mangiano in media annualmente 53 chilogrammi di carne a testa. La carne finisce quindi sul piatto di una persona in media nove volta alla settimana. Se si mangia carne solo tre volte alla settimana invece di nove, si risparmia il 21% della propria impronta ecologica alimentare. Un hamburger vegetariano incide sull’ambiente addirittura fino all’80% in meno di un hamburger di carne macinata. Ricorda: l’allevamento contribuisce inoltre al riscaldamento climatico. È responsabile del 18% dei gas a effetto serra in tutto il mondo.

Abitazione Sia la modalità di costruzione di una casa e i materiali impiegati, sia il consumo di energia per abitarvi influiscono sull’impronta ecologica. Impianti stereo in modalità stand by, abitazioni isolate in maniera inadeguata e automobili inefficienti: ben il 40% dei consumi giornalieri di corrente elettrica va sprecato senza generare alcuna utilità. Cosa puoi fare? Con apparecchi più efficienti e tecnologie all’avanguardia è possibile risolvere questo problema, a beneficio di tutti. Pensa a quanto cibo sprecheresti se, a pranzo, una forchettata di pietanza su tre cadesse sul pavimento. Con l’energia accade esattamente questo: circa un terzo di quanto consumiamo va letteralmente perso perché ci sono apparecchi che continuano a funzionare anche quando nessuno li sta utilizzando. Vai sulla pagina WWF Svizzera e fai il check-up energetico. Ricorda: vivere in modo consapevole è una scelta vantaggiosa per te e per il nostro pianeta.

Mobilità Attraverso un comportamento diverso per quel che riguarda i mezzi di trasporto possiamo ridurre la nostra impronta ecologica: ridurre i tragitti e viaggiare meno. A tale scopo risulta di fondamentale importanza il luogo in cui si abita. Se il posto di lavoro, le attività del tempo libero e i supermercati si trovano in un raggio ravvicinato si percorrono meno chilometri. Ma non tutti vogliono o possono vivere vicino a centri abitati e ben serviti. Quindi? Che fare? Evitate di prendere la macchina nel tempo libero: perché non organizzare una gita in bicicletta? Se possibile fate la spesa vicino a casa, acquistando prodotti biologici, locali e di stagione. Fate attenzione a cosa mangiate: ci sono prodotti che vengono importati dall’estero e che viaggiano in “prima classe” in aereo. Il 66% dei chilometri percorsi in Svizzera è imputabile alla mobilità motorizzata individuale (auto o moto). Quando andate al lavoro, siete sicuri di non poter usare i mezzi pubblici?

Ieri, 08:472017-04-29 08:47:52
Susanna Petrone

La Svizzera è in bancarotta

Sold out: gli scaffali dei supermercati sono vuoti, al distributore è finita la benzina e occhio ai vestiti, non se ne potranno più comprare fino al 2018. No, non è fantascienza. Questa è...

Sold out: gli scaffali dei supermercati sono vuoti, al distributore è finita la benzina e occhio ai vestiti, non se ne potranno più comprare fino al 2018. No, non è fantascienza. Questa è la realtà. Da due giorni (dal 27 aprile), la Svizzera è in bancarotta: ha consumato le risorse che aveva a disposizione per l’intero 2017. In parole povere: ha consumato con otto mesi di anticipo la quota di risorse naturali che sarebbe dovuta bastare per tutto il 2017.
Se tutti vivessero come gli svizzeri, sarebbero necessari più di 3 Pianeti per coprire il nostro fabbisogno di risorse. Ma oramai è da anni che non diamo al nostro Pianeta il tempo necessario per rigenerarsi. L’inquinamento ambientale che produciamo è causato dal consumo generale, dall’alimentazione, dalle abitazioni e dalla mobilità privata. Ma potremmo diminuire facilmente la nostra impronta ecologica, ad esempio riducendo il consumo di carne, usando meno l’aereo, isolando meglio le case, puntando sull’energia rinnovabile e investendo in modo sostenibile il nostro denaro.
Tutti noi lasciamo delle tracce sulla Terra: per mangiare, vestirci, muoverci e abitare abbiamo bisogno di superficie. Senza foreste, nessun tavolo; senza campi da coltivazione e pascoli, nessun prodotto alimentare; senza terreno, nessuna strada e senza acqua, nessuna maglietta. Queste superfici sono risorse che togliamo al nostro Pianeta. In particolare il nostro consumo di petrolio ha un impatto ambientale molto pesante. Il riscaldamento, la fabbricazione di prodotti e l’utilizzo di apparecchi elettronici producono molta CO2 (anidride carbonica). Se viene emessa troppo CO2 nella nostra atmosfera, il nostro clima perde il suo equilibrio.
L’impronta ecologica della Svizzera dimostra quanto sia squilibrato il nostro rapporto con la Terra: l’impronta è troppo grande. Sfruttiamo il nostro Pianeta in maniera eccessiva: l’effettivo delle risorse ittiche sta crollando, perché l’acqua diventa sempre più calda, le foreste tropicali disboscate si riprendono solo dopo molte migliaia di anni e le specie estinte sono perse per sempre. C’è bisogno di cambiare rotta. C’è bisogno di una svolta e questa svolta deve avvenire nelle nostre teste.
Le basi per il calcolo dello Swiss Overshoot Day sono fornite dal «Global Footprint Network», un’organizzazione partner del WWF. L’impronta ecologica dell’umanità nel suo insieme ammonta a 1,5 pianeti all’anno. Se vuoi calcolare la tua impronta ecologica vai su wwf.ch/improntaecologica.

22.4.2017, 14:212017-04-22 14:21:00
@laRegione

Manto peloso e naso fino

Con l’arrivo della primavera l’orso si risveglia dal suo lungo sonno invernale. Fino al 1904 – anno in cui venne ucciso l’ultimo esemplare in Engadina – l’orso era un rappresentante a tutto...

Con l’arrivo della primavera l’orso si risveglia dal suo lungo sonno invernale. Fino al 1904 – anno in cui venne ucciso l’ultimo esemplare in Engadina – l’orso era un rappresentante a tutto tondo del locale regno animale. Dal 2005 in Svizzera migrano regolarmente giovani esemplari provenienti dall’Italia del nord (in particolare dal Trentino), regione in cui la popolazione si è consolidata grazie alla reintroduzione di orsi sloveni. Negli ultimi dieci anni, in Svizzera, è stata provata la presenza di almeno undici orsi. Alcuni hanno suscitato grande scalpore, altri sono rimasti praticamente inosservati. E’ comunque certo che altri orsi valicheranno i confini svizzeri.

Le caratteristiche

L’orso bruno è tra i più rappresentativi predatori del Paese. Appartiene alla stessa famiglia dell’orso polare e del panda. È plantigrado, come l’uomo: quando cammina, l’intero piede calpesta il suolo. Al mondo esistono tre sottospecie di orsi bruni: gli orsi Kodiak vivono in Alaska, gli orsi Grizzly in Nord-America, mentre da noi in Europa, ma anche in Asia, vive l’orso bruno eurasiatico. Quando si rizza in piedi, è grande circa due metri e pesa 180 chili. A seconda delle stagioni, un orso può essere più pesante o più leggero. Il naso dell’orso è molto sensibile e riesce persino a sentire l’odore del cibo ad una distanza di 19 chilometri. L’orso bruno possiede una buona memoria. Infatti si ricorda dei luoghi dove ha lasciato i resti delle prede, tornandovi regolarmente a mangiare. Sebbene l’orso bruno possieda un corpo possente, è molto agile e sportivo. E’ un buon nuotatore e correndo su corte distanze può raggiungere la velocità di un cavallo a galoppo. I giovani sono inoltre degli ottimi arrampicatori. Gli orsi sono animali solitari e non amano farsi vedere. Maschi e femmine si incontrano solo in occasione dell’accoppiamento in maggio e giugno.

Nutrizione

L’orso bruno mangia di tutto (non per niente è onnivoro). Ogni specie di cibo gli è gradita: more, mele, pere, noci, aglio orsino, formiche, cavallette, uova d’uccello, miele, topi, pesci e altro ancora. L’orso bruno non è un buon cacciatore. Solitamente si nutre di carogne, dunque di animali già morti, che, ad esempio, non sono riusciti a sopravvivere al freddo invernale. Sebbene l’orso appartenga alle specie carnivore, mangia poca carne. Il suo cibo è infatti costituito per i tre quarti da vegetali. In autunno deve assumere oltre 20 mila calorie al giorno per superare 

Cosa faccio se incontro un orso?

E’ altamente improbabile, ma non impossibile: se durante un’escursione in montagna ci imbattiamo in un orso, bisogna rispettare queste regole. L’orso è un animale cauto e diffidente e ha più paura lui di noi che viceversa, quindi se non provocato non attaccherebbe mai un essere umano e non si avvicinerebbe a gruppi di escursionisti.

 Quindi: se lo avvistiamo in lontananza (a cento metri ed oltre), allontaniamoci lentamente. Se dobbiamo proseguire nella stessa direzione dell’orso, facciamo attenzione a prendere un’ampia deviazione. Non bisogna disturbare l’orso e una volta lontani, bisogna fare molto rumore per evitare ulteriori incontri. Se però l’orso ha notato la nostra presenza, allora iniziamo a parlare con voce bassa e calma, allontanandoci con cautela, senza mai perderlo di vista (evitate di fissarlo negli occhi, perché potrebbe pensare che volete aggredirlo). Il messaggio che deve passare: sono un essere umano, non sono spaventato, non rappresento un pericolo e sto lasciando il tuo territorio.

 Se invece lo incontriamo a breve distanza - per quanto possa sembrare difficile - bisogna assolutamente mantenere la calma. Non bisogna spaventare questo plantigrado con grida o movimenti bruschi. E’ assolutamente vietato tirargli addosso pietre o pezzi di legno. Deve capire che non siamo aggressivi o minacciosi, ma allo stesso tempo non deve pensare che siamo prede. Per questo motivo: parliamo a voce alta, ma senza urlare spaventati. Torniamo indietro lentamente e ricordiamoci: mai correre, perché potrebbe stimolare il suo istinto predatorio. Se non riusciamo ad evitare un incontro ravvicinato, allora dobbiamo sdraiarci per terra, a pancia in giù con le gambe unite al petto e le mani intrecciate dietro il collo per proteggere le parti vitali. Non muoviamoci (sì, sembra quasi impossibile riuscirci, ma è l’unico modo per non essere percepiti come un pericolo) e aspettiamo diversi minuti, affinché si allontani. Se l’orso vede che ci muoviamo potrebbe tornare indietro. Se vediamo degli orsacchiotti ricordiamo una cosa: non girano mai da soli e la loro mamma di solito è molto agguerrita se pensa che i suoi piccoli siano in pericolo. Un ultimo consiglio: no, niente selfie con l’orso. No, niente foto ravvicinate. E no, non diamogli da mangiare. Non gettiamo resti di cibo nel bosco. L’orso, infatti, potrebbe abbinare la presenza di cibo a quella dell’uomo e perdere così la paura che normalmente lo tiene lontano.

 
15.4.2017, 09:402017-04-15 09:40:10
Susanna Petrone

Il coniglio pasquale ha bisogno d'aiuto

Di stoffa, di cioccolato, di biscotto: i coniglietti pasquali ormai sono onnipresenti. Ma l’originale, la lepre comune, diventa sempre più rara. I suoi effettivi diminuiscono...

Di stoffa, di cioccolato, di biscotto: i coniglietti pasquali ormai sono onnipresenti. Ma l’originale, la lepre comune, diventa sempre più rara. I suoi effettivi diminuiscono in misura massiccia fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando questo animale trovava un habitat ideale all’interno delle regioni agricole. Negli anni 90 vivevano in media 4-5 lepri per cento km2, nel 2010 ne restavano solo 2 o 3. Queste sono le cifre riportate dall’Ufficio federale per l’ambiente. I risultati in Svizzera centrale sono allarmanti: negli ultimi anni, in quattro delle sei aree esaminate nella zona di Lucerna, la lepre è praticamente scomparsa.
Interventi per favorire il ritorno della lepre
In collaborazione con agricoltori, cacciatori, scienziati e autorità, il WWF sta esaminando le possibilità di un ritorno della lepre. “Oggi sappiamo come aiutare questo animale”, afferma Kurt Eichenberger, responsabile regionale WWF Uri e Lucerna. “Quest’anno, come primo passo, siamo alla ricerca di agricoltori innovativi nel cantone di Lucerna e Zugo disposti a seminare i propri cereali in modo più diradato o preparare altrove il maggese fiorito.” In una seconda fase si analizza la situazione della lepre in tutto l’arco prealpino. Un progetto che potrebbe fare scuola e sbarcare anche in Ticino.
Lepri minacciate
Le lepri comuni sono di fatto abitanti della steppa. In Svizzera vivono prevalentemente all’interno di terreni e campi coltivati nella zona dell’Altipiano e, contrariamente ai conigli, non costruiscono una tana. Le lepri riposano all’interno di anfratti naturali o buche superficiali del terreno. Nelle zone di pascolo gli effettivi sono diminuiti in modo particolarmente rilevante, fino ad arrivare ai livelli estremamente bassi di oggi (1,3 lepri in media). Nelle zone coltivate la situazione è leggermente migliore: la media si situa tra i 3,5 e i 5 esemplari con tendenza in leggero aumento. I motivi della scomparsa delle lepri sono molteplici. Il maggior numero di insediamenti, le strade e i sentieri frammentano e riducono gli habitat di questi animali. I nascondigli e le fonti di cibo vario sono diventati rari perché l’agricoltura è ormai fortemente intensiva. Sui pascoli, in particolare, si miete prima e con maggiore frequenza, con conseguenze spesso letali per i giovani leprotti. Inoltre aumentano i predatori delle lepri; fra questi figurano le volpi, i cani e i gatti. La lepre, un tempo diffusa ovunque, oggi è inserita sulla Lista Rossa dei mammiferi minacciati in Svizzera.

15.4.2017, 09:302017-04-15 09:30:43
Susanna Petrone

La Cina ferma il commercio d'avorio

Il 31 marzo è una data storica per la Cina perché segna la fine della prima fase del piano per mettere al bando il commercio di avorio. La China State Forestry Administration ha...

Il 31 marzo è una data storica per la Cina perché segna la fine della prima fase del piano per mettere al bando il commercio di avorio. La China State Forestry Administration ha infatti annunciato che 12 delle 34 fabbriche esistenti che lavorano avorio e 55 dei 143 shop che lo commerciano hanno chiuso i battenti.
Soddisfatto Colman O’Criodain, WWF Policy Manager per la biodiversità:
“La Cina è il più grande mercato d’avorio al mondo, e renderne illegale il commercio rappresenta una grande vittoria per la conservazione degli elefanti. Mantenendo costante questo impegno, dovremmo riuscire a rendere illegale il commercio d’avorio entro la fine dell’anno”. Obiettivo: la riduzione del commercio illegale, che invece sta continuando ad alimentare il bracconaggio all’estero. Il WWF continua a fare pressione anche sugli altri Paesi dove ancora è legale, affinché possano metterlo al bando il più presto possibile”.

8.4.2017, 09:402017-04-08 09:40:46
Susanna Petrone

Un mondo senza api?

Le api: non sono tra gli animali più “carismatici” del mondo, ma pochi sanno quanto siano essenziali per l’ecosistema che ci circonda. Piccole e a volte fastidiose le api - e questo lo sappiamo tutti...

Le api: non sono tra gli animali più “carismatici” del mondo, ma pochi sanno quanto siano essenziali per l’ecosistema che ci circonda. Piccole e a volte fastidiose le api - e questo lo sappiamo tutti - sono delle instancabili lavoratrici: volano impollinando di fiore in fiore, permettendo così il nascere di frutta e verdura. Eppure, da qualche anno a questa parte siamo in allarme rosso: è in corso una moria di api. Molte specie sono a rischio di estinzione e, con loro, è in pericolo la produzione di tanta frutta e verdura. In Cina, nella contea di Sichuan, oramai sono scomparse. Quando arriva la stagione della fioritura, arrivano gli “impollinatori” - migliaia di operai e agricoltori - che salgono sugli alberi e fanno manualmente il lavoro che in natura viene svolto dalle api operose che ci regalano il miele. La sparizione delle api non è casuale: per decenni sono stati utilizzati pesticidi che hanno fatto scomparire le api impollinatrici.
Perché le api muoiono?
In Svizzera la sopravvivenza delle api - sia domestiche che selvatiche - è minacciata ‘come nel resto del mondo’ da diversi fattori: l’agricoltura intensiva riduce la diversità degli habitat e quindi la quantità e la varietà di fiori, sottraendo nutrimento alle api; l’uso eccessivo di pesticidi inquina l’ambiente e avvelena questi instancabili insetti che fragili e indeboliti, non resistono ad altre minacce come i parassiti. Stremate, le api finiscono per morire.
A lanciare l’allarme sono gli apicoltori. Ma in realtà questa è solo la punta dell’iceberg. Sono tanti, infatti, gli insetti che scompaiono lentamente e in silenzio, senza che noi ce ne accorgiamo. E purtroppo ne pagheremo le conseguenze, perché senza il prezioso lavoro che questi animali svolgono in natura viene a mancare un importante anello. Nel mondo tutto è collegato: ogni specie ha una sua funzione nell’ecosistema e la sua scomparsa genera una catena di squilibri.
Soluzioni?
In Cina, per forza di cose, si sono ritrovati a dover impollinare i fiori a mano. Per produrre frutta passano di pianta in pianta, sostituendosi alle api e agli altri insetti scomparsi. Ma non vi sembra assurdo che si arrivi a questo? Pensiamo veramente di poter fare noi il lavoro delle api? La soluzione migliore: proteggere e promuovere la biodiversità, scegliendo l’agricoltura sostenibile, che utilizza meno pesticidi ed è più sensibile ai bisogni delle singole specie. Solo così le api potranno tornare a volare felici, svolgendo tranquille il loro importante lavoro nell’ecosistema.

8.4.2017, 09:202017-04-08 09:20:15
Susanna Petrone

"Balconi di farfalle"

Piante profumate, piante rampicanti, erbe per il tè, erbe aromatiche, piante annuali e biennali di tutte le misure e colori: l’offerta di piante selvatiche indigene è enorme. Scegliendo...

Piante profumate, piante rampicanti, erbe per il tè, erbe aromatiche, piante annuali e biennali di tutte le misure e colori: l’offerta di piante selvatiche indigene è enorme. Scegliendo accuratamente le specie più adatte e curandole diligentemente si può realizzare un piccolo paradiso naturale che attirerà farfalle ed api.
Bisogna solo seguire alcuni piccoli accorgimenti: prestare attenzione all’illuminazione e all’umidità del balcone. La natura offre diverse alternative anche per balconi ombreggiati, si pensi alle felci di diverse specie o al caprifoglio peloso; dotare i terrazzi più grandi con delle piante selvatiche perenni; l’attenzione richiesta dipende da pianta a pianta. Quindi calcolare da subito quanto tempo si vuole dedicare alla cura del proprio balcone.
Anche quest’anno l’Alleanza territorio e biodiversità lancia il concorso “Balconi di farfalle”. Lo scopo del concorso è sensibilizzare e favorire una gestione diversa del verde sui balconi e sulle terrazze delle abitazioni. Lo spazio che in questo modo può essere recuperato per valorizzare le specie indigene può essere importante, inoltre si ottiene il vantaggio di sensibilizzare le persone e di farle familiarizzare con specie di fiori e piante autoctone. Infine, utilizzando come specie “simbolo” della campagna la farfalla si interviene concretamente con piccoli gesti per far ritornare questo piccolo lepidottero in città, luogo nel quale una volta era abbondante ma che negli ultimi decenni ha in parte abbandonato, a causa della riduzione degli spazi verdi, della loro banalizzazione e dell’inquinamento.
Il progetto in breve
Si invitano i cittadini a ornare i propri balconi con specie naturali e indigene che siano in grado di attirare gli insetti utili e le farfalle. I balconi più belli saranno poi premiati. Inoltre, potrà venire realizzata una mostra fotografica sull’evento con in più una parte didattica dedicata all’importanza della biodiversità in ambiente urbano.
Le iscrizioni sono aperte fino al 31 maggio 2017 per tutti i residenti nel Sottoceneri. Partecipare al concorso è facile. Manda un’e-mail con i tuoi dati (nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, localizzazione del giardinetto, se diversa dall’indirizzo di casa, e varietà coltivate) a info@farfalleincitta.ch.
Se desideri ricevere il pieghevole, la cartolina (tagliando) di partecipazione e la bustina con i semi di malva (fiore dell’anno) puoi trovarli al Puntocittà, in via della Posta a Lugano o puoi richiederli via e-mail.

1.4.2017, 09:342017-04-01 09:34:43
@laRegione

Microplastica, un nemico invisibile

Pausa pranzo: ti compri un panino, una bibita in bottiglia e forse anche uno yogurt o del cioccolato. Non ci fai caso, ma tutti questi alimenti sono confezionati in plastica. E...

Pausa pranzo: ti compri un panino, una bibita in bottiglia e forse anche uno yogurt o del cioccolato. Non ci fai caso, ma tutti questi alimenti sono confezionati in plastica. E tutta questa plastica potrebbe mettere in pericolo la sopravvivenza di molti animali marini. Per non parlare del fatto che prima o poi – sempre questa plastica – te la ritroverai nel piatto quando mangerai pesci e crostacei. Infatti, non va trascurato l’impatto delle cosiddette microplastiche (spesse dagli 0,3 agli 0,5 millimetri), anche se sono invisibili a occhio nudo. Da uno studio effettuato dall’Università Gand in Belgio, è emerso che chi consuma regolarmente pesce ingerisce ogni anno 11 mila particelle di plastica. Un esempio: le cozze filtrano circa 20 litri di acqua al giorno. In questo modo ingeriscono anche della microplastica. Una parte viene espulsa, ma, in media ogni mitile contiene piccoli frammenti residui di plastica. Secondo i dati degli studiosi belgi, se non si fermerà l’inquinamento dei mari entro la fine del secolo, le persone che mangiano abitualmente pesce, ingeriranno circa 780 mila pezzi di plastica all’anno.
Queste particelle derivano dalla decomposizione di plastica, pellicole e gommapiuma. Sono presenti anche nei cosmetici e nei detergenti: molti dentifrici, gel doccia, schiuma da barba, rossetti e prodotti per il peeling ne contengono particelle grandi quanto granelli di sabbia, che servono a rafforzare l’effetto detergente, e che finiscono nell’acqua di scarico dopo il risciacquo. Anche durante il lavaggio della biancheria, minuscole fibre sintetiche si disperdono negli scarichi e raggiungono i fiumi e poi il mare.
Nessuno sa che effetto hanno sul nostro organismo, anche perché si tratta di un fenomeno poco studiato. Gran parte della microplastica viene espulsa dal corpo, ma quello che preoccupa gli esperti è il rilascio di PCB (policlorobifenili). Si tratta di una sostanza altamente cancerogena, che viene assorbita già dai pesci che poi, a loro volta, finiranno sulle nostre tavole e quindi nel nostro organismo. L’assunzione prolungata di PCB, anche indiretta, crea danni al fegato e ai tessuti nervosi, e si diffonde in tutti gli organi. In parole povere: è arrivato il momento di agire e di fermare l’uso di microplastica. Grazie ad una serie di campagne delle organizzazioni ambientali, molti produttori di dentifricio hanno iniziato a rinunciare alla microplastica. Ma esistono ancora tanti, troppi prodotti che contengono queste particelle. Le si trovano persino in creme per bambini e prodotti bio.

1.4.2017, 09:222017-04-01 09:22:05
@laRegione

La plastica sta soffocando il mare

Esiste un luogo, ai confini del mondo, dove si è formato un nuovo continente. Ma non è un luogo verde e ospitale. È un luogo fatto di plastica. Parliamo di 2’500 chilometri di...

Esiste un luogo, ai confini del mondo, dove si è formato un nuovo continente. Ma non è un luogo verde e ospitale. È un luogo fatto di plastica. Parliamo di 2’500 chilometri di diametro – suddiviso in due grosse “isole” di rifiuti – concentrati tra il Giappone e le Hawaii. Si tratta di un’area grande quanto il Canada: un tappeto di spazzatura che galleggia nel Pacifico e che tramite i pesci ritorna – in parte – sui nostri piatti.
La plastica è onnipresente nella nostra vita: un cittadino medio ne utilizza oltre 100 chili l’anno. Più del 50% degli imballaggi e articoli monouso è gettato entro l’anno. Quando la plastica non viene smaltita in modo corretto, finisce attraverso i fiumi e le coste in mare con tutto il suo carico di sostanze tossiche. E, purtroppo, fino ad oggi non è stato fatto abbastanza: ogni anno, finiscono in mare 6,4 tonnellate di plastica. In ogni chilometro quadrato di mare galleggiano fino a 46 mila pezzi di plastica (nelle “isole” di plastica fino a 400 mila). Da studi recenti è emerso che il 95% della plastica che si trova in mare proviene da insediamenti terrestri e il restante 5% viene gettato in mare dalle navi.
Per colpa della plastica – che noi usiamo con tanta facilità – ogni anno muoiono un milione di uccelli e oltre 100 mila mammiferi marini (le tartarughe sono in cima alla lista, seguite dai delfini). Gli animali scambiano per cibo i pezzi di plastica colorati, come bottiglie di PET, accendini o sacchetti, ma inghiottendoli rischiano di morire di fame con lo stomaco pieno, di subire lesioni interne o di soffocare. Foche, delfini e tartarughe si impigliano in reti da pesca che vagano alla deriva e annegano. Allo stesso tempo varie sostanze tossiche si accumulano nei mari sotto forma di particelle di microplastiche e fibre sintetiche talmente piccole da confondersi con il plancton. Come se non bastasse, recenti studi hanno dimostrato che lo stesso plancton si nutre di microscopiche fibre sintetiche, morendo soffocato.
Il WWF Svizzera ha avviato – insieme all’università di Basilea – una ricerca sul territorio ed entro l’anno saranno disponibili i dati: poi sapremo quanta plastica è presente nel Reno e nei suoi affluenti. L’idea è quella di scoprire anche la provenienza di questi rifiuti per risolvere il problema alla fonte. WWF Italia e WWF Francia hanno invece avviato un progetto per recuperare la spazzatura dal mare (ogni giorno finiscono nel Mediterraneo 730 tonnellate di spazzatura). C’è ancora tanto da fare. Il mare non può e non deve più essere trattato come una pattumiera.

25.3.2017, 16:142017-03-25 16:14:10
@laRegione

L’acqua, un bene prezioso

Fin dalla nascita la diamo per scontata, basta aprire il rubinetto ed esce: parliamo dell’acqua. Ma questo vale solo per chi ha avuto la fortuna di nascere nel posto giusto: sono un...

Fin dalla nascita la diamo per scontata, basta aprire il rubinetto ed esce: parliamo dell’acqua. Ma questo vale solo per chi ha avuto la fortuna di nascere nel posto giusto: sono un miliardo le persone che non hanno accesso all’acqua potabile. Lo rivela il Consiglio Mondiale dell’Acqua (WWC). Nei seguenti Paesi, più della metà della popolazione non ha accesso all’acqua pulita: Papua Nuova Guinea, ma anche Guinea Equatoriale, Angola, Ciad, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar e Afghanistan.In Svizzera la situazione è cambiata solo negli ultimi decenni. Chi è nato dopo gli anni 80 non può sapere che fino a 60 anni fa non si poteva fare il bagno nei laghi e nei fiumi svizzeri senza preoccupazioni! Oggi le cose sono cambiate.Come ogni anno, il 22 marzo si è celebrata la Giornata mondiale dell’acqua, istituita nel 1992 dall’ONU. Il WWF Svizzera si impegna in vari progetti per preservare i corsi d’acqua allo stato naturale. Obiettivo? Fermare la progressiva cementificazione degli ambienti fluviali svizzeri e mantenere in buono stato i fiumi e le acque più preziose sotto il profilo ecologico. Lo facciamo creando più spazio per i corsi d’acqua, garantendo così più dinamicità ai fiumi svizzeri.

25.3.2017, 16:042017-03-25 16:04:00
@laRegione

La lontra, pescatore con i baffi

La lontra è tornata in Ticino. La sua presenza è stata confermata dal Dipartimento del territorio che ha effettuato una serie di analisi genetiche in alta Val Leventina. Questa è la...

La lontra è tornata in Ticino. La sua presenza è stata confermata dal Dipartimento del territorio che ha effettuato una serie di analisi genetiche in alta Val Leventina. Questa è la seconda testimonianza, dopo la sua estinzione risalente agli anni 60 (nel 2013, a Prato Leventina, fu ritrovato morto un maschio, investito da un’auto). 

Il suo ritorno fa ben sperare. Le lontre sono animali solitari. I territori dei maschi, notevolmente estesi, si sovrappongono con quelli di più femmine che a loro volta condividono l’area con i propri piccoli. In termini di habitat, la lontra è un animale che non si accontenta: necessita di acque pulite e allo stato naturale, che offrano abbondante nutrimento e luoghi in cui nascondersi nella vegetazione delle sponde. 

Una storia triste

130 anni fa le lontre popolavano quasi tutti i corsi d’acqua della Svizzera. Purtroppo – così come avviene oggi nella vicina Austria, che dieci giorni fa ha dato il via libera all’uccisione delle sue lontre – molti pescatori temevano che sottraessero loro i pesci. Per questo motivo fu introdotta una legge per aprire la caccia di questi animali, per eliminarli. Presto il numero di lontre in Svizzera diminuì radicalmente. Quando, nel 1952, la lontra fu messa sotto protezione, si contavano appena 150 esemplari circa. Un numero che diminuì ulteriormente fin quando fu dichiarata estinta. Un’altra causa: secondo i ricercatori, la lontra sparì anche a causa dell’inquinamento nei corsi d’acqua con concime, veleni e scarichi. Fortunatamente, alcuni indizi fanno però pensare che la lontra stia tornando: è stata avvistata nei Cantoni Grigioni, Berna, Ginevra, Vallese e Ticino.

Caratteristiche

La lontra sott’acqua nuota come un delfino: grazie alle membrane presenti tra le dita delle zampe posteriori riesce a spostarsi con rapidità. La lontra è un vero e proprio pescatore… con i baffi: mentre di giorno vede perfettamente sott’acqua, di notte o quando l’acqua è torbida, invece, per scovare i pesci usa i suoi lunghi baffi, chiamati anche vibrisse. Come fa? Questi percepiscono i movimenti dei pesci. Quando si immerge chiude naso e orecchie, potendo così rimanere sott’acqua fino a 8 minuti. Caccia in media 4 ore al giorno. Se fa freddo – di conseguenza ha bisogno di più calorie – non disdegna rane, gamberi di fiume, ratti, topi o uccelli. I piccoli vengono cresciuti dalla femmina. 

 
18.3.2017, 10:402017-03-18 10:40:00
Susanna Petrone

Il rinoceronte è a rischio

Pochi lo sanno, ma i rinoceronti sono comparsi sulla terra circa 40 milioni di anni fa e si sono diffusi in Asia, Africa, Europa e Nord America. Delle 30 specie iniziali ne rimangono solo 5...

Pochi lo sanno, ma i rinoceronti sono comparsi sulla terra circa 40 milioni di anni fa e si sono diffusi in Asia, Africa, Europa e Nord America. Delle 30 specie iniziali ne rimangono solo 5 che vivono in Africa e Asia.
I rinoceronti asiatici sono divisi in tre specie diverse: quello indiano, di Giava e di Sumatra. In totale sono 3’200 rinoceronti che vivono in piccole aree isolate. Del rinoceronte di Giava sono rimasti appena 60 esemplari e rischiano di scomparire per sempre nei prossimi anni. A differenza dei loro parenti africani, che vivono prevalentemente nella savana, i rinoceronti asiatici si rifugiano nelle foreste tropicali. La specie originaria di Sumatra è la più minuta, un esemplare pesa mediamente “solo” 600-900 kg e ad oggi se ne contano appena 250 esemplari circa.
Le specie di rinoceronti africani sono invece due: il rinoceronte nero – che si trova in grave pericolo di estinzione, infatti la situazione è talmente disperata che di due sottospecie del rinoceronte nero rimangono soltanto un paio di esemplari – e il rinoceronte bianco, che invece fortunatamente sta sopravvivendo, soprattutto nelle aree protette. Contrariamente a quanto possa far pensare il nome, la pelle di entrambi è del medesimo colore: grigio. L’apparente diversità di colorazione è dovuta semplicemente al fango in cui sguazzano questi possenti animali, che può essere scuro oppure calcareo, cioè di colore biancastro. Il rinoceronte bianco può raggiungere il ragguardevole peso di 2’700 chili. È la specie che ha sviluppato la forma di vita sociale più complessa: mentre le altre varietà di rinoceronte sono per lo più solitarie, il rinoceronte bianco vive in gruppi che possono raggiungere fino a quattordici elementi.
Gli attuali dati ci fanno capire che a causa della “guerra dei corni” rischiamo di perdere per sempre un animale che esiste da milioni di anni e che, dopo l’elefante, è l’animale terrestre più grande al mondo. Il WWF lavora costantemente per fermare i bracconieri, chiede pene severe nel caso di mancato rispetto della legge sul bracconaggio, fa in modo che le comunità locali vengano coinvolte di più e chiede maggiori controlli al fine di evitare che il corno di rinoceronte, ma anche l’avorio e le carcasse di tigri, riescano ad attraversare i confini. Insieme allo IUCN (The World Conservation Union) lavoriamo attivamente per la conservazione delle popolazioni di rinoceronti rimaste. Ciò include inoltre l’assistenza ai governi nei loro sforzi per proteggere le specie contro il bracconaggio e preservare ciò che resta del loro habitat, favorire la riproduzione in cattività, e la pressione sui Paesi perché vietino qualsiasi commercio dei corni.

18.3.2017, 10:102017-03-18 10:10:00
Susanna Petrone

La guerra dei corni!

Qualche settimana fa, ha fatto il giro del mondo la notizia della morte di Vince, un rinoceronte bianco che si trovava all’interno dello zoo di Thoiry, alle porte di Parigi.Vince non è morto di...

Qualche settimana fa, ha fatto il giro del mondo la notizia della morte di Vince, un rinoceronte bianco che si trovava all’interno dello zoo di Thoiry, alle porte di Parigi.
Vince non è morto di vecchiaia e neanche di malattia. No. È stato ucciso dai bracconieri. Sembra una storia assurda, eppure è quello che hanno fatto pur di impossessarsi del suo corno. Non era mai successo in Europa e nessuno poteva immaginare che i bracconieri arrivassero a tanto. Questi criminali sono disposti a tutto: un corno di rinoceronte può fruttare fino a quarantamila euro sul mercato nero. I maggiori consumatori si trovano in Asia, dove il corno viene venduto come “pozione magica” in grado di “guarire” qualsiasi malanno. In Vietnam, il corno di questo animale è considerato un bene di lusso, in quanto gli si attribuiscono proprietà curative e lo si utilizza come ricostituente contro gli effetti negativi del consumo di alcolici. Si è arrivati addirittura a considerarlo come una preziosa forma di investimento. Inutile dire che il corno di rinoceronte è composto dallo stesso materiale delle nostre unghie e quindi non può guarire nulla.

I numeri
Nel 2016, grazie agli sforzi del WWF, in Sudafrica il numero di rinoceronti morti per mano di bracconieri è calato del 6 per cento.
Ma non è ancora abbastanza. Nel 2016, infatti, si contano ancora 1’054 rinoceronti uccisi. Nel 2007 erano “solo” 13. L’80% di questi animali vive in Sudafrica e un altro 15% si trova fra la Namibia e lo Zimbabwe, dove, da qualche anno a questa parte, i bracconieri hanno iniziato a colpire. Il 90% di questi animali che viveva in Kenya invece ora è sparito. Negli ultimi anni – grazie ai progetti del WWF – la popolazione di rinoceronti africani è aumentata con un tasso di crescita del 7% per il rinoceronte bianco e del 4,8% per il rinoceronte nero. Nonostante il quadro sia drammatico, è ancora possibile sperare. Verso la fine del XIX secolo sembrava che il rinoceronte bianco fosse irrimediabilmente votato all’estinzione, invece oggi se ne contano oltre 14mila esemplari. Anche gli effettivi di rinoceronte nero hanno registrato un discreto aumento rispetto alla metà degli anni 90, passando da 2’400 a oltre 4mila unità. Insieme al network TRAFFIC (Trade Records Analysis of Flora and Fauna in Commerce) combattiamo il commercio illegale di specie, e favoriamo lo spostamento di rinoceronti neri per mantenere stabile la riproduttività delle popolazioni nella zona di KwaZuku-Natad (dove purtroppo il bracconaggio è aumentato del 36%).

18.3.2017, 08:082017-03-18 08:08:56
Matteo Caratti @laRegione

Ogni sabato in famiglia con #gaia #WWF

Cari giovani e cari genitori, l’avete scoperta per la prima volta la scorsa settimana ed è ritornata puntuale anche questo sabato. Anzi, la potrete leggere tutti i sabati. Di...

Cari giovani e cari genitori, l’avete scoperta per la prima volta la scorsa settimana ed è ritornata puntuale anche questo sabato. Anzi, la potrete leggere tutti i sabati.
Di che cosa stiamo parlando? Della nuova pagina #gaia #WWF curata da Susanna Petrone che ‘laRegione’, in collaborazione col WWF, ha deciso di offrirvi settimanalmente. Un’occasione di lettura, di riflessione, forse anche – lo speriamo vivamente – di discussione in famiglia, partendo da realtà vicine e lontane a noi, ma che tutte prima o poi finiscono per interpellarci. La scorsa settimana – non poteva essere altrimenti – siamo partiti col simbolo, il panda. Oggi è la volta di un altro animale a rischio, il rinoceronte. Ma non mancano purtroppo anche le occasioni per riflettere sui rischi per i rospi di casa nostra. Avete idee e proposte? Non esitate a farvi avanti. La missione del WWF, che vuol porre un freno alla distruzione dell’ambiente e costruire un futuro in cui uomo e natura possano vivere in armonia, è vitale per tutti.

11.3.2017, 10:002017-03-11 10:00:42
@laRegione

La deforestazione: una minaccia

Per poter vivere, il panda gigante ha bisogno di tanto bambù. Purtroppo, con la crescente erosione e frammentazione del suo habitat, questo splendido animale rischia letteralmente di...

Per poter vivere, il panda gigante ha bisogno di tanto bambù. Purtroppo, con la crescente erosione e frammentazione del suo habitat, questo splendido animale rischia letteralmente di morire di fame. Il panda, infatti, è molto selettivo nell’alimentazione. Mangia quasi solo bambù. E proprio questa pianta è colpita dalla deforestazione, spesso illegale e finalizzata a creare nuovi insediamenti, strade e terreni coltivabili. Quindi, pezzo dopo pezzo, il panda vede sparire la sua fonte di cibo e il suo spazio vitale. 

In passato i panda, durante i periodi di rifioritura del bambù, potevano trasferirsi in altre zone della Cina. Purtroppo, oggi sono costretti a vivere confinati in piccoli “isolotti” di bosco, dove patiscono la fame e l’isolamento. Migrare è diventato praticamente impossibile, perché li espone al rischio di cadere vittime del traffico. Restando isolati, aumenta anche il rischio di malattie, visto che la riproduzione tra consanguinei li rende più vulnerabili. 

Su pressione del Wwf, si sta muovendo finalmente anche il governo cinese: negli ultimi 35 anni sono state create 67 aree protette per il panda. Inoltre, le varie popolazioni sono state collegate da cosiddetti corridoi verdi, che consentono loro di spostarsi tra una zona e l’altra senza pericolo. Questi corridoi verdi sono importanti e permettono ai panda di riattivare gli scambi genetici essenziali per la conservazione della specie. 

Il Wwf collabora da anni con veterinari di diverse riserve (tra queste c’è quella di Wolong), che si prendono costantemente cura di questa specie. Inoltre si usano le “camera traps”: si tratta di telecamere ad alta tecnologia – collegate fra di loro per via satellitare – che riprendono ogni momento del ciclo biologico dei panda segnalando eventuali pericoli per la loro sopravvivenza.

Molte famiglie della zona spiegavano che era indispensabile tagliare gli alberi e le piante di bambù per poter riscaldare le case e cucinare. Per questo motivo, sono stati avviati diversi progetti. Il Wwf ha promosso un impiego più efficiente delle risorse da parte della popolazione, ha appoggiato e incentivato fonti di reddito sostenibili alternative, come l’ecoturismo e l’apicoltura. Ed infine: molti agricoltori possiedono maiali. Grazie agli escrementi dei maiali viene creato biogas. In parole povere: le famiglie della zona possono vivere senza sottrarre l’habitat al panda.