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Ieri, 09:092017-12-16 09:09:00
Susanna Petrone

Arriva “Green the city”!

Hai tra i 14 e i 25 anni? Ne hai abbastanza del cemento e dell’inquinamento della tua città? Vuoi rendere il posto dove abiti un po’ più verde e vivibile? Allora passa all’azione e...

Hai tra i 14 e i 25 anni? Ne hai abbastanza del cemento e dell’inquinamento della tua città? Vuoi rendere il posto dove abiti un po’ più verde e vivibile? Allora passa all’azione e unisciti a noi: giovani di diverse città ticinesi si sfideranno per aumentare gli spazi naturali tra strade e case, garantendo così la biodiversità urbana. Ma facciamo un passo indietro: le aree cittadine edificate sono in continuo aumento e, di conseguenza, gli spazi naturali e la varietà paesaggistica sono in diminuzione. Ma cosa si può fare per contrastare la cementificazione? Ci sono varie alternative: una di queste è valorizzare gli spazi naturali e – così facendo – favorire la creazione di nicchie per piante ed animali in queste realtà urbane. A livello mondiale questa corrente di pensiero si sta consolidando sempre di più. In Ticino ci sono varie organizzazioni che hanno fatto i primi passi in questa direzione, creando progetti per aumentare la biodiversità in città. Green the city ha un obiettivo: migliorare la vita degli abitanti, aumentando gli spazi verdi.

Grazie ad una collaborazione tra il WWF Svizzera e l’Alleanza Territorio e Biodiversità, è nata l’idea di lanciare una sfida tra giovani, con lo scopo di aumentare gli spazi naturali nelle rispettive città.

Chi sono i protagonisti del progetto “Green the city”?

Gli attori principali saranno ragazze e ragazzi di tutto il Ticino che hanno tra i 14 e i 25 anni.

La sfida: lo scopo del progetto è valorizzare uno spazio pubblico – può essere un muro, un’isola spartitraffico, l’angolo di una piazza – che sia accogliente per piante ed animali, ma che allo stesso tempo dia alla popolazione la possibilità di riappropriarsi di angoli cementificati e di trasformarli in isole verdi. I risultati? La qualità di vita migliora e la città si veste di un abito più green. I giovani, più che sfidarsi, avranno la possibilità di far parte di un progetto ampio a favore della natura e che li stimolerà ad avere un occhio di riguardo nei confronti della propria città. Impareranno a conoscersi tra loro così come a conoscere gli spazi cittadini e i delicati equilibri della natura nella realtà urbana.

Il progetto: i ragazzi verranno seguiti da esperti di giardinaggio, di progettazione urbana e di biologia, che daranno ai giovani consigli e l’opportunità di scambio d’idee. L’obiettivo è ricreare dei luoghi adatti alle nostre piante e animali. Saranno gli stessi giovani a pianificare e poi realizzare il proprio progetto in modo indipendente. 
Due le città coinvolte nel progetto: Lugano e Bellinzona. In queste due realtà urbane, verranno messi a disposizione spazi che possono variare da un’aiuola a un muro e a tanti altri luoghi che potranno rappresentare una sfida, piccola o grande, per elaborare il proprio progetto.

Lo svolgimento: nei mesi di febbraio e marzo verranno organizzate delle giornate per conoscersi, vedere i potenziali luoghi nei quali saranno ambientate le creazioni e scambiarsi varie idee. Ci saranno anche dei work-shop, durante i quali i gruppi di ragazze e ragazzi riceveranno consigli e spunti per realizzare i rispettivi progetti. Tra marzo e aprile verrà dato il via alla realizzazione dei progetti che dovranno essere pronti per il 21 aprile.

La premiazione: nelle settimane a seguire una giuria valuterà il lavoro dei ragazzi e sceglierà il vincitore della prima edizione. La premiazione e la presentazione dei progetti avranno luogo durante il Festival della Natura che si terrà dal 14 al 27 maggio 2018.

9.12.2017, 10:302017-12-09 10:30:00
Susanna Petrone

SOS Artico

In capo al mondo, all’estremo Nord del nostro emisfero, si trova l’Artide. Un continente di neve e ghiacci perenni che si estende intorno al Polo Nord. Il clima è estremamente freddo e le temperature possono...

In capo al mondo, all’estremo Nord del nostro emisfero, si trova l’Artide. Un continente di neve e ghiacci perenni che si estende intorno al Polo Nord. Il clima è estremamente freddo e le temperature possono scendere fino a 50 gradi sotto lo zero. D’inverno regna il buio: il sole rimane perennemente nascosto sotto l’orizzonte e la notte dura mesi e mesi. L’estate è breve ma in cambio fa sempre chiaro, sia di giorno che di notte. L’Artide è uno sterminato mare, molto profondo, coperto da un gigantesco strato di ghiaccio, con la banchisa – spessa anche fino a 10 metri – che galleggia sull’acqua. D’inverno, quando il freddo è più intenso, i ghiacci polari si estendono verso sud mentre d’estate la banchisa si scioglie e si ritira verso nord. Il Mare Artico è circondato dalle ramificazioni settentrionali di Europa, Asia e America. Otto nazioni fanno parte dell’Artide: la Russia, il Canada, la Groenlandia (appartenente alla Danimarca), l’Alaska (che fa parte degli Stati Uniti), le isole norvegesi di Spitzbergen, la Svezia, la Finlandia e l’Islanda. Artide deriva dal greco “arctos”, che significa orso, perché le costellazioni dell’Orsa maggiore e minore si trovano proprio sopra questo continente. Ed infatti, il nome è più che appropriato, visto che l’Artide è la casa dell’orso bianco, detto anche orso polare. È il re indiscusso di questa immensa distesa di ghiaccio: è il più grande predatore esistente sulla terraferma e non ha nemici naturali, fatta eccezione per l’uomo, che, pur vivendo così lontano dall’Artide, con le sue abitudini causa lo scioglimento progressivo dei ghiacci della calotta polare e, di conseguenza, l’orso polare non ha più sufficienti fonti di alimentazione. Fino a 50 anni fa, infatti, l’orso polare aveva un solo nemico: il cacciatore. Oggi è minacciato dal riscaldamento globale, un problema più complesso. Il ghiaccio che si scioglie lo fa morire di fame. Negli ultimi 140 anni nell’Artico le temperature sono aumentate di 3 gradi. I ricercatori temono che entro il 2040 la banchisa sarà presente solo nelle regioni settentrionali della Groenlandia e del Canada. In parole povere: l’orso polare ha sempre meno tempo a disposizione per cacciare e per accumulare uno spesso strato di grasso che lo protegga dal freddo e durante i periodi estivi in cui digiuna: il ghiaccio si ritira prima in primavera e avanza più tardi in autunno. Noi tutti abbiamo già visto la foto di un orso polare ridotto a pelle e ossa. Questo è solo l’inizio se non riduciamo le emissioni di CO2.

 

L’orso polare ha caldo

Gli orsi polari sono in grado di vivere nell’Artide perché si sono adattati perfettamente alla situazione climatica estremamente fredda. Sotto la candida pelliccia sono protetti da uno strato di grasso che isola il loro corpo dalle temperature glaciali. I peli della pelliccia bianco-giallognola sono in realtà trasparenti e appaiono bianchi a causa del riflesso della luce solare sulla neve e sul ghiaccio. I raggi solari penetrano in profondità fino a raggiungere la pelle scura dove il calore viene immagazzinato. Il nome latino dell’orso polare è “Ursus maritimus”, ovvero orso marino, e infatti è un ottimo nuotatore. Riesce a rimanere immerso sott’acqua anche per due minuti tenendo gli occhi aperti e le narici chiuse. L’orso polare è il più grande mammifero carnivoro sulla terraferma. Da adulti, i maschi possono pesare fino a 800 chili, mentre i piccoli alla nascita pesano meno di un chilo e sono grandi come un porcellino d’India. In posizione eretta il maschio è alto 3,5 metri. Le femmine pesano circa la metà dei maschi e sono più piccole. Gli orsi bianchi possono vivere dai 20 ai 35 anni.

Quando nasce un orso polare

È davvero sorprendente come le femmine di orso danno alla luce i loro piccoli. Prima di potersi accoppiare e partorire la femmina deve raggiungere l’età di 4 o 5 anni e il peso di almeno 300 chili, questo per garantire sufficienti riserve di grasso fino al momento della nascita dei piccoli. Tra settembre e ottobre la femmina abbandona la banchisa e si dirige verso l’interno dove in un pendio nevoso scava una grotta. Il cunicolo di accesso è lungo circa un metro e la tana dove partorisce ha un diametro di un metro e mezzo. L’orsa si ritira nella tana, chiude l’accesso con la neve e aspetta che la gravidanza giunga al termine. Durante il mese di dicembre, a volte anche all’inizio di gennaio, partorisce, solitamente, due piccoli di appena 25 cm, ciechi e coperti di pochi peli. La madre riscalda i neonati con il calore del suo fiato e del corpo. Nella tana, la temperatura è di poco sotto lo zero, mentre all’esterno il termometro scende sotto i 40 gradi e imperversano bufere di neve. I piccoli crescono in fretta e a marzo – quando abbandonano per la prima volta la tana – pesano tra i 9 e i 14 chili. Devono essere pronti per il viaggio di ritorno alle regioni costiere. Un viaggio molto faticoso sia per i piccoli che per la madre, che da otto mesi non tocca più né cibo né acqua: è allo stremo delle sue forze. Ha bisogno dunque di mangiare il prima possibile. Cosa che però si sta facendo sempre più difficile, le prime vittime sono loro: madre e cuccioli.

2.12.2017, 09:142017-12-02 09:14:24
Susanna Petrone

Un Natale ecosostenibile

“I regali più belli che possiamo fare ai nostri figli sono un futuro degno di essere vissuto e un pianeta sano”, questo è il pensiero del Wwf Svizzera ed è per questo che nella pagina di oggi...

“I regali più belli che possiamo fare ai nostri figli sono un futuro degno di essere vissuto e un pianeta sano”, questo è il pensiero del Wwf Svizzera ed è per questo che nella pagina di oggi troverete tanti consigli. Parleremo di regali, dell’albero di Natale, di biscotti e di quanto sia importante passare più tempo con le persone che amiamo piuttosto che riempirle di regali. Invece di acquistare e regalare un animale, che ne dici di adottarne uno? Parliamo di un animale che vive nella foresta amazzonica, magari un giaguaro, oppure potresti adottare un panda o persino un rinoceronte, che rischia di finire nelle mani dei bracconieri in Africa. Non solo: sulla nostra pagina web dedicata al Natale, troverai settimana dopo settimana utili consigli per trascorrere le feste all’insegna della sostenibilità. Partecipa alla nostra iniziativa e condividi le tue idee e foto sui social network con l’hashtag #forgenerationstocome. In palio un regalo di Natale firmato Wwf! Vai alla pagina: https://support.wwf.ch/it/natale-sostenibilita

Un albero vero o di plastica?

Abbiamo scelto una serie di consigli per rendere il vostro Natale ancora più speciale.

Il pranzo o la cena:

il periodo natalizio è fatto di tradizioni, molte delle quali sono legate al pranzo o al cenone di Natale. Ma perché non provare a cambiare un po’ le cose? Per una volta si potrebbe provare un cenone vegetariano, o addirittura vegano! Via libera allora al polpettone di quinoa, all’arrosto di seitan o ai cappelletti con ripieno di funghi. Non volete rinunciare a carne, burro e formaggio? Nessun problema! Fate attenzione però che i vostri ingredienti siano locali e di stagione. Non è vero che d’inverno la scelta di frutta e verdura si riduce: zucche, pere, noci, cavolo, kiwi e castagne, sono ingredienti molto versatili e tipicamente invernali.
Attenzione inoltre allo spreco di cibo! Calcola con precisione le quantità di tutti gli ingredienti e cerca delle ricette per riutilizzare gli avanzi. Il 27 dicembre è tipicamente il giorno in cui si fanno fuori tutti i resti, anche questo fa parte della tradizione!

I regali:

un regalo non impacchettato non è un vero regalo. Carte metallizzate, decorazioni e nastrini di plastica sono però difficili da riciclare. Scegli piuttosto carta di giornale, spago, nastri di stoffa, pigne o un rametto di abete. Quello che conta davvero però è all’interno. I regali più sentiti sono sicuramente quelli fatti a mano. Sbizzarrisciti con vasetti di marmellata, biscotti fatti in casa o sferruzza una morbida sciarpa, farai felici i tuoi cari e anche la natura! Perché non regalare un’esperienza? Magari una gita in montagna, un pranzo offerto o una giornata alla spa.

Le decorazioni:

le lucine di Natale creano un’atmosfera talmente romantica che è impossibile rinunciarci. Scegli allora delle lampadine Led ad alto risparmio energetico e accendile solo per un paio d’ore alla sera: in questo modo risparmi energia e te le godi appieno. Hai già provato le lucine con pannello solare incorporato?
L’albero di Natale: vero o di plastica? La plastica non è facile da smaltire, ma se scegli un albero vero, opta per un esemplare coltivato localmente secondo i principi dell’agricoltura biologica. Molti commercianti dopo le feste riprendono gli abeti e si occupano di piantarli e ridargli nuova vita. Oppure il vostro albero potrebbe essere una pianta per casa. Per decorare l’albero preferite materiali naturali come pigne, decorazioni di legno o stoffa. Fate essiccare qualche fetta di arancia o limone per dare un tocco di colore al vostro albero e aggiungete qualche cioccolatino o biscotto, da gustare la mattina del 25 dicembre.

25.11.2017, 09:302017-11-25 09:30:47
Susanna Petrone

Vivere in Groenlandia

Un lamento squarcia all’improvviso il silenzio che regna sovrano nell’Artide. Sola, in un mondo tutto ricoperto di ghiaccio, una piccola foca della Groenlandia è in attesa della madre. La mamma...

Un lamento squarcia all’improvviso il silenzio che regna sovrano nell’Artide. Sola, in un mondo tutto ricoperto di ghiaccio, una piccola foca della Groenlandia è in attesa della madre. La mamma emerge poco dopo dall’acqua gelida che fa capolino da un foro nella distesa ghiacciata. Quando il piccolo la raggiunge, i loro nasi neri si sfiorano per un attimo, per riconoscersi dall’odore (pur riconoscendo anche la voce). Aggrappandosi al ghiaccio, la femmina esce dall’acqua con molta prudenza: al contrario del suo cucciolo dalla pelliccia bianca, il suo manto è grigio, un colore che non la mimetizza e la rende facilmente visibile al suo predatore, l’orso polare. Sarà quindi più sicuro non rimanere a lungo sul ghiaccio, anche perché in acqua fa più caldo. Tempo per giochi e coccole non ce n’è: solo quanto basta per allattare il suo piccolo che deve nutrire più volte al giorno. Il suo latte è molto nutriente e permette al piccolo di crescere di oltre due chili al giorno.

Nascere sul pack

Appena nate, le foche della Groenlandia pesano circa 9 chili e sono lunghe ottanta centimetri. Nascono in primavera, quando migliaia di femmine si riuniscono per partorire sul pack, che, costituito da lastroni di ghiaccio alla deriva, ricopre il mare attorno al Polo Nord e può anche essere molto spesso. Per raggiungere facilmente i cuccioli sul pack, le madri entrano ed escono dall’acqua attraverso un foro che spesso viene utilizzato da più femmine. I piccoli trascorrono le prime settimane di vita sul ghiaccio, muovendosi appena. Rimanendo sempre fermi, sotto di loro si formano delle piccole conche che offrono un po’ di riparo dal vento gelido. Alcune madri invece costruiscono per i piccoli delle cavità nella neve. Se ciò non bastasse, i cuccioli tremano per riscaldarsi. Dopo alcuni minuti la madre s’immerge nuovamente attraverso il foro nel ghiaccio lasciando il suo cucciolo da solo.

Se il piccolo cade nell’acqua gelida la madre lo spinge di nuovo sul ghiaccio perché non è ancora pronto per stare in acqua. Il suo strato di grasso non è sufficientemente spesso per tenerlo al caldo e la sua pelliccia morbida si inzupperebbe subito di acqua. È invece una pelliccia perfetta per vivere sul ghiaccio: essendo chiara, rende i piccoli di foca praticamente invisibili nella neve. I peli non sono bianchi ma trasparenti e cavi, così non ostacolano il calore del sole che arriva direttamente sulla pelle che è scura. Infatti i colori scuri si scaldano più rapidamente alla luce del sole rispetto a quelli chiari.

La dura vita sul pack

La vita di questo piccolo pinnipede è difficile: ad appena trenta giorni dalla sua nascita la madre non si fa più vedere. Abbandona il suo cucciolo – che continuerà a chiamarla ancora per un po’ – perché ormai è abbastanza grande per cavarsela da solo. La giovane foca cambia aspetto: senza il latte della mamma, perde peso e lentamente le cresce la nuova pelliccia, che da bianca diventa chiazzata e di colore grigio-argenteo. Il nuovo manto le permette di mimetizzarsi meglio sott’acqua e il pelo, più corto, è più pratico per nuotare. Dopo aver trascorso ancora qualche giorno sul pack, il piccolo si immerge in acqua. Ora nessuno lo farà tornare indietro sul ghiaccio.

Antenati fuori dall’acqua

Le foche sul ghiaccio sono troppo lente per cacciare, ma non certo in acqua. Questi animali sono dei provetti nuotatori sebbene i loro antenati vivessero sulla terraferma. Certo, parliamo di milioni di anni fa, ma ancora oggi le ossa delle foche testimoniano il loro passato: il loro scheletro assomiglia di più a quello di un cane che non a quello di un pesce. È facile distinguere le zampe anteriori da quelle posteriori. Le lunghe ossa delle dita dei piedi sono collegate tra di loro da lembi di pelle e fungono da pagaia mentre le pinne anteriori funzionano come un timone.

Prendere fiato è pericoloso

Alcune foche possono immergersi per centinaia di metri sotto il livello del mare. A questa profondità è buio e la visibilità è ridotta, ma grazie alle vibrisse, i peli sul muso, riescono a percepire ogni minimo movimento nell’acqua e sono in grado di individuare con precisione i pesci dai loro movimenti. Sott’acqua il battito delle foche rallenta, per consumare meno ossigeno. Alcune specie riescono a immergersi anche per un’ora, ma prima o poi devono riemergere a respirare. Gli orsi polari aspettano proprio questo momento: si appostano accanto ai buchi nel ghiaccio e aspettano fino a quando gli animali spuntano dall’acqua. Le foche sono il cibo preferito degli orsi bianchi. Lo spesso strato di grasso, il cosiddetto “blubber”, le rende un pasto davvero nutriente. Tuttavia, anche sott’acqua ci sono pericoli in agguato: le orche si riuniscono in gruppi per cacciarle. Una volta adulte le foche passano gran parte del tempo in acqua. Addirittura, la maggior parte delle specie si gira sulla schiena per dormire e si lascia semplicemente trasportare dall’acqua. A circa quattro anni sono abbastanza grandi per avere dei piccoli: ritornano sul pack, dopo 11 mesi nascono i cuccioli e il ciclo ricomincia da capo.

18.11.2017, 08:352017-11-18 08:35:10
@laRegione

La Rete Smeraldo

Anche se la natura non si ferma di certo di fronte alle linee di demarcazione tracciate dall’uomo, solitamente la protezione di specie animali e vegetali e dei loro habitat è una questione nazionale ed...

Anche se la natura non si ferma di certo di fronte alle linee di demarcazione tracciate dall’uomo, solitamente la protezione di specie animali e vegetali e dei loro habitat è una questione nazionale ed è limitata dalle frontiere politiche. La Rete Smeraldo costituisce un’eccezione a questa regola. Si tratta infatti di un progetto ambientale a livello europeo, una rete ecologica composta da aree di particolare interesse per la conservazione della natura e ricche di biodiversità. La Rete Smeraldo si prefigge l’obiettivo di proteggere specie animali e vegetali minacciate e preservare i loro biotopi da interventi umani eccessivi. Ma questo non è sufficiente: per rendere veramente efficace la protezione di piante e animali minacciati o in pericolo è necessario mettere in pratica delle azioni per collegare tra loro questi spazi vitali rari, allo scopo di favorire il ricambio genetico ed evitare i molteplici effetti negativi dell’endogamia (riproduzione tra membri dello stesso gruppo genetico).

La Rete Smeraldo è nata in occasione del Comitato permanente della Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa, conosciuta anche come Convenzione di Berna.

A livello europeo la Svizzera ha giocato il ruolo di vero e proprio pioniere, infatti nel 2012 sono state registrate nell’elenco europeo le prime aree protette, tutte e 37 svizzere. Di queste 37 zone particolarmente ricche di biodiversità, 8 si trovano in Ticino. Tra le nostre “perle di biodiversità’’ troviamo il paesaggio palustre del Piano di Magadino, il Monte Generoso e la Valle di Muggio, che con i loro prati secchi costituiscono uno degli ultimi luoghi in Svizzera in cui cresce la Peonia (Paeonia officinalis) allo stato selvatico; troviamo inoltre gli ambienti in continua mutazione delle golene della Maggia e della Tresa, che offrono habitat ad anfibi, rettili, insetti e uccelli, come per esempio il coloratissimo Martin Pescatore.

Inoltre la zona denominata Colombera (che viene presentata in modo più dettagliato nell’articolo di spalla qui sotto) costituisce un importante rifugio per molte specie di anfibi, tra i quali anche la Rana di Lataste (Rana latastei). Questo animale è minacciato a livello europeo, ma sorprendentemente se ne contano moltissimi esemplari nel Mendrisiotto. La Svizzera ha dunque un’importante responsabilità nei confronti di alcune specie animali e vegetali, che, come la Rana di Lataste, sono in pericolo in Europa ma ancora diffuse nel nostro Paese. Risulta quindi evidente l’importanza di una rete europea come la Rete Smeraldo, che si impegna per la salvaguardia di specie animali e vegetali e dei loro spazi vitali.

Rari e protetti

Bianca come la neve, durante la stagione invernale. Bruna come il terreno, durante l’estate: la pernice bianca (Lagopus muta) riesce a sopravvivere anche a meno 50 gradi, adattandosi in modo eccezionale al freddo gelido e alle dure condizioni di vita dell’alta montagna. Vive oltre i 1’800 metri e nidifica fino a 2’800 metri in piccole buche del terreno, sotto le pietre o tra gli arbusti che trova. Prima dell’inverno la pernice cambia abito e indossa un piumaggio candido e più denso. In questo periodo dell’anno anche le dita delle zampe sono ricoperte da piume, in modo che la pernice possa camminare sulla neve con più facilità.

Il tritone crestato (Triturus cristatus) è un anfibio a rischio: durante il periodo degli amori il maschio presenta un’imponente cresta dorsale che lo fa sembrare un piccolo drago. Dorso e fianchi sono di colore da marrone scuro a nero, cosparsi di macchie nere tondeggianti. I lati sono punteggiati di bianco. La femmina invece non ha la cresta. Questo curioso animale può raggiungere una lunghezza totale di 21 cm. I maschi di regola sono più piccoli delle femmine. Come accade per gran parte degli anfibi, il tritone crestato è minacciato soprattutto dalla mutazione e scomparsa degli ambienti in cui vive e si riproduce.

Il picchio rosso mezzano (Dendrocopos medius): questo uccello abita soprattutto nei boschi con vecchie querce e, per quanto riguarda l’habitat, è il rappresentante più specializzato della sua famiglia. Le sue popolazioni – che si trovano soprattutto nel Canton Sciaffusa – sono molto minacciate e la sua specie potrà sopravvivere nel nostro Paese solo se verranno conservati estesi querceti. Al contrario di altri picchi, il picchio rosso mezzano tambureggia solo molto raramente. Marca il territorio attraverso un richiamo che può sembrare un lamento. Ha un becco corto che è ideale per frugare nel legno marcio.

Il Cervo volante (Lucanus cervus L.) è uno dei più grandi coleotteri europei e deve il suo nome alle enormi mandibole a forma di corna di cervo che presentano i maschi. L’habitat di questa specie è rappresentato dai boschi maturi dove si trovano alberi morti e ceppaie marcescenti, indispensabili per lo sviluppo delle larve. Le popolazioni di cervo volante si sono via via ridotte e questo è avvenuto soprattutto nell’Europa settentrionale. Nel Sud delle Alpi, nonostante una diminuzione iniziata negli anni 70, le popolazioni si sono invece mantenute in buono stato, diversamente da quanto accaduto nel Nord delle Alpi e in molti Paesi europei dove le popolazioni di pianura sono scomparse o fortemente minacciate.

11.11.2017, 08:522017-11-11 08:52:56
Susanna Petrone

Colui che "non beve"

Nelle foreste nel Sud-est dell’Australia vive un animale molto particolare: il koala. Fa parte di quegli animali che gli esperti definiscono endemici, cioè, vivono solo in un determinato habitat (l’...

Nelle foreste nel Sud-est dell’Australia vive un animale molto particolare: il koala. Fa parte di quegli animali che gli esperti definiscono endemici, cioè, vivono solo in un determinato habitat (l’Australia ne ha diversi, per esempio il canguro, l’ornitorinco e l’opossum di Leadbeater).

Questi animali notturni trascorrono la maggior parte della loro vita sugli eucalipti. Questi marsupiali si sono adattati perfettamente alla vita sugli alberi. Hanno braccia e gambe forti e le loro zampe sono ideali per arrampicarsi. Posseggono infatti lunghi artigli per aggrapparsi saldamente agli alberi e sono muniti di un pollice per afferrare i rami senza problemi. Il secondo e il terzo dito dei piedi sono uniti e così possono eliminare le zecche, dei parassiti che spesso li attaccano. Contrariamente agli animali arboricoli, i koala non hanno una coda, ma riescono tuttavia a rimanere in perfetto equilibrio. Hanno infatti un posteriore ben imbottito, grazie ai peli particolarmente folti in questa parte del corpo, che permette loro di stare comodamente seduti per ore sulle diramazioni degli alberi. Per questi animali un albero è come una casa: c’è la camera da letto, la sala da pranzo e la camera dei bambini. A seconda del tempo scelgono un posticino al sole, all’ombra o dove soffia un fresco venticello.

I koala si cibano dello stesso albero che usano come casa: l’eucalipto. Possono mangiare ogni giorno fino a un chilo delle sue foglie dure e coriacee, che però non sono molto nutrienti. Per risparmiare energia, passano quindi il tempo a dormire: trascorrono fino a 18 ore al giorno addormentati. Per la maggior parte degli animali, le foglie di eucalipto sono velenose se consumate in grandi quantità. Il koala, invece, grazie ad un particolare batterio dell’intestino cieco, può digerire queste foglie senza problemi. Ma solo di alcuni tipi di eucalipto (complessivamente, se ne contano 600 nel mondo). Per questo motivo, prima di addentare una foglia, il koala l’annusa. Per mangiare la stessa quantità di olio di eucalipto che mangiano i koala, un essere umano dovrebbe mangiare 23 chili di caramelle all’eucalipto al giorno.

Praticamente non hanno bisogno di scendere dall’albero per cercare acqua, visto che assumono sufficienti liquidi con le foglie. In parole povere: non bevono quasi mai ed è da questa caratteristica che deriva il loro nome.
Nella lingua degli aborigeni, la popolazione autoctona dell’Australia, la parola “koala” significa “non bere”.

Koala a rischio estinzione

Nelle foreste di eucalipto dell’Australia oggi vivono ancora alcune centinaia di migliaia di koala (secondo alcuni studi il numero potrebbe persino non superare le 50mila unità). In origine, però, ce n’erano milioni. Poi, purtroppo, sono stati cacciati per la loro pelliccia e il loro numero è diminuito in modo notevole. Da allora alcune cose sono cambiate: i koala sono protetti. Ma rischiano comunque l’estinzione. L’allarme è stato lanciato dai colleghi del WWF Australia, che da anni cercano di salvare le comunità rimaste. Oggi per i koala la perdita dell’habitat rappresenta la principale minaccia. Sebbene siano animali protetti, l’eucalipto, ovvero la loro casa e il loro cibo, non lo è. Gli alberi della foresta vengono abbattuti per fare spazio a case e strade o per ottenere il legno necessario per produrre mobili o carta.

Questi animali dipendono da alcuni tipi di eucalipto ben precisi. Se quindi questi alberi sono pochi, i koala se ne cibano fino all’ultima foglia. Di conseguenza la pianta muore e, rimanendo senza cibo, muoiono anche i koala.
Come se non bastasse, tra le cause principali di morte dei koala ci sono collisioni con auto, malattie e attacchi dei cani. Anche se i koala trascorrono la maggior parte del loro tempo dormendo e mangiando sugli alberi, di tanto in tanto scendono a terra per spostarsi su un altro albero o quando sono alla ricerca di un partner per avere dei piccoli. Se però nelle vicinanze c’è una strada, spesso vengono investiti e uccisi. Lungo la strada dell’Australia del Sud-est si possono vedere cartelli che invitano gli automobilisti a fare attenzione. Ma non basta: sempre secondo gli ultimi studi dei colleghi del WWF, i koala che vivono nelle vicinanze di strade o aree urbane – quindi in una zona dove l’habitat non è integro – sono più fragili. In pratica: si ammalano con più facilità. La distruzione delle foreste di eucalipto ha portato infatti ad un aumento di stress nei koala che ne causa l’indebolimento e aumenta la possibilità di contrarre malattie. Perché, se da una parte abitanti e turisti si rallegrano degli incontri sempre più frequenti con i koala – che vagano per le città –, dall’altra questi buffi animali si ritrovano a dover affrontare traffico e chiasso che li spaventano. Non solo: i koala fanno fatica ad abituarsi al cambiamento di temperature tra erba, asfalto e terreno. La deforestazione rimane il più grande nemico degli animali: è terribile sapere che l’80% dei koala che vivevano lungo la costa del Queensland è scomparso. Se volete dare una mano firmate la petizione del WWF Australia: http://www.wwf.org.au/get-involved/save-koalas.

4.11.2017, 09:552017-11-04 09:55:00
Susanna Petrone

Sulle tracce del giaguaro

Furtivo come un’ombra, si sposta nelle foreste tropicali dell’America centrale e meridionale. Agile, silenzioso, quasi invisibile, il giaguaro può pesare fino a 140 chili ed è il più grande...

Furtivo come un’ombra, si sposta nelle foreste tropicali dell’America centrale e meridionale. Agile, silenzioso, quasi invisibile, il giaguaro può pesare fino a 140 chili ed è il più grande felino del continente sudamericano. Malgrado la sua mole corporea, lo si nota con difficoltà: è infatti un animale timido e, grazie al suo mantello maculato, riesce a mimetizzarsi perfettamente nell’intrico del sottobosco. Perfino gli esploratori e gli studiosi lo incontrano raramente.

Il giaguaro è un animale solitario e per tenere lontani gli intrusi marca con tracce di urina e graffi il proprio territorio. Anche i maschi e le femmine evitano di incontrarsi, tranne nei brevi periodi in cui si accoppiano. Dopo tre mesi di gestazione, la madre partorisce da uno a tre cuccioli, mentre il padre si è già allontanato da molto tempo. Per due anni la madre si occupa da sola dei piccoli che, successivamente, cercano il proprio territorio di caccia.

Il giaguaro non è un cacciatore veloce ma, in compenso, è molto forte. Se non riesce a catturare subito la preda, spesso la lascia fuggire senza inseguirla. Non è abbastanza veloce per rincorrerla: è invece un vero stratega nel tendere agguati. Si avvicina di soppiatto alla preda, con un balzo l’assale alle spalle e, unico tra i felini maggiori, la ghermisce coi denti aguzzi al capo o le spezza le vertebre della nuca. Per questa sua tattica di caccia gli indigeni dell’America lo hanno chiamato “jag war” che significa “cacciatore al volo”. Al termine del suo pasto, della preda non rimane nulla, nemmeno le ossa o gli zoccoli. Caccia di tutto: cervi, capibara, roditori, scimmie e uccelli, ma se ha fame non disdegna nemmeno pesci, tartarughe e caimani.

Praticamente non ha nemici, a parte uno: l’uomo. La distruzione delle foreste costituisce oggi il pericolo maggiore per il giaguaro, che negli ultimi anni ha perso la metà del suo habitat naturale. Interessi economici sottraggono a questa specie le fonti di sostegno alimentare, rinchiudendola in aree che si trasformano in gabbie senza uscita. Un altro pericolo è costituito inoltre dai bracconieri che commercializzano la sua pelliccia. Il suo manto maculato, purtroppo, continua ad essere molto ambito. Basti pensare che fino agli anni settanta venivano cacciati ogni anno circa 15mila giaguari.

Curiosità: la pantera nera dagli occhi gialli sfavillanti è un giaguaro melanico (in pratica, il contrario degli esemplari albini). La si può osservare anche nei leopardi, ma questa mutazione genetica si trova più spesso nei giaguari (circa il 6% della popolazione è colpita dal melanismo).

28.10.2017, 10:002017-10-28 10:00:22
Susanna Petrone

Viaggio negli abissi

Gli abissi marini costituiscono l’habitat più vasto della Terra, ma anche il meno conosciuto.

Ogni volta che una spedizione scientifica scende negli abissi del mare ci si aspetta di incontrare...

Gli abissi marini costituiscono l’habitat più vasto della Terra, ma anche il meno conosciuto.

Ogni volta che una spedizione scientifica scende negli abissi del mare ci si aspetta di incontrare nuove specie bizzarre e sconosciute.
Infatti, gli scienziati non ci deludono mai: tornano sempre con immagini spettacolari dipesci dagli occhi giganti, meduse brillanti e organismi misteriosi che sembrano usciti da un libro di fantascienza.

Gli abissi marini sono poco conosciuti perché a causa dell’estrema pressione e delle temperature basse, nessuna persona può raggiungere gli 11mila metri – la zona più profonda di tutti i mari si trova nella fossa delle Marianne, che tocca 11’034 metri di profondità – senza l’attrezzatura adeguata.

Un’importante spedizione è partita l’anno scorso proprio in questa zona del Pacifico, capitanata dal Noaa (National oceanic and atmospheric administration).
Purtroppo, gli esperti non hanno trovato solo specie nuove: a 5mila metri di profondità hanno trovato persino della spazzatura. Una volta si credeva che in questo misterioso ambiente non ci fosse nessun essere vivente.

Ora sappiamo che non è vero. Anche nelle più buie profondità degli oceani c’è vita. Scopriamo insieme qualche suo abitante.

Un viaggio verso l’oscurità

Ci immergiamo nel mare. Qui l’acqua ha una temperatura gradevole e la luce filtra illuminando l’ambiente. Tra le piante, che crescono rigogliose, vivono e si nascondono pesci variopinti. Continuiamo la nostra discesa verso gli abissi, lasciandoci alle spalle delfini, barriere coralline e tartarughe marine, dritti verso l’oscurità. La maggior parte dei sub si immerge con le bombole d’ossigeno fino a trenta metri. Noi andiamo oltre. Arrivati a 200 metri sotto la superficie del mare è molto buio. Con quel poco di luce che arriva le piante non crescono. Qui vivono meno animali, ma quelli che lo fanno conoscono dei trucchi per mimetizzarsi nella penombra. Il Vitreledonella richardi o polpo di vetro, ad esempio, è praticamente trasparente. Mentre al pesce ascia piace nuotare in su e in giù. Come altri abitanti degli abissi, di notte nuota vicino alla superficie dell’acqua in cerca di cibo per poi di giorno inabissarsi di nuovo. Ma non tutti hanno questa abitudine. Molti animali rimangono in profondità cibandosi delle alghe e degli animali che cadono dall’alto o cacciando altri animali.

Appena raggiungiamo i mille metri sotto il livello del mare notiamo che l’acqua è sempre più fredda. Se più in alto si intravedeva ancora un po’ di luce, ora è decisamente scuro. Ma c’è qualcosa che brilla e scintilla: è una ctenophora. Questa specie di medusa fluttua lentamente nell’oscurità e, quando è esposta alla luce, emana luccichii colorati. Bella ma pericolosa: le meduse hanno lunghi tentacoli che, se sfiorati, spruzzano veleno. Scendendo, la pressione dell’acqua aumenta e senza un sommergibile dalle pareti spesse noi non potremmo raggiungere questi luoghi. Per il pesce blob non è un problema, visto che il suo corpo è costituito in gran parte da acqua e quindi la pressione non può schiacciarlo.

Arrivati a 2mila metri di profondità si può incontrare un capodoglio: è il cetaceo che si immerge più in profondità e più a lungo, rimanendo sott’acqua per oltre due ore. Ama frequentare queste profondità per cacciare i calamari giganti, dei colossi di venti metri di lunghezza. Proseguiamo il nostro viaggio e a circa 5mila metri di profondità scorgiamo delle alte montagne: troviamo una fumarola nera. L’acqua, che penetra nel fondale marino, giunge in prossimità delle camere magmatiche, dove le rocce raggiungono temperature elevatissime. L’acqua viene riscaldata e attraverso delle fessure risale verso il mare. Dato che quest’acqua contiene anche molti minerali, con il tempo si creano dei camini alti alcuni metri chiamati appunto fumarole nere.

Vicino a queste sorgenti di acqua calda vivono i vermi tubicoli giganti, lunghi fino a tre metri, che si nutrono di batteri.

E continua la discesa, sempre più ripida: finiamo in una fossa e scopriamo che sotto i 7mila metri c’è ancora vita. Ci sono i cetrioli di mare. Esseri che setacciano il fondale come un aspirapolvere in cerca di cibo. Anche se sembrano piante, i cetrioli di mare sono animali, proprio come gli anemoni di mare, e filtrano il cibo dall’acqua. Dei ricercatori hanno scoperto un pesce – soprannominato il pesce fantasma – ad addirittura 8’146 metri di profondità.

Ultima fermata oceano

Siamo arrivati sul fondale. E cosa troviamo? Una bombola di gas, spazzatura: forse qualcuno senza pensarci l’ha buttata in mare.

Se non smaltiamo correttamente i rifiuti, molti finiscono proprio sui fondali, come ad esempio la plastica, che soffoca gli animali che la inghiottono (l’80% della spazzatura). Qui termina il nostro viaggio. La testa gira un po’, ma abbiamo incontrato animali di cui non avevamo mai sentito parlare prima. Molti di loro non hanno nemmeno un nome.

Purtroppo, forse alcuni di loro non riusciremo mai a conoscerli perché si estingueranno e spariranno prima che possiamo scoprirli. Per questo motivo vogliamo contribuire a proteggere le profondità del mare: prendiamoci cura del nostro Pianeta.

Curiosità marine

Appena si scende in profondità, diminuisce anche la visibilità. Si può incontrare un pesce appartenente alla famiglia degli Opisthoproctidae. Per poter vedere nella luce fioca, molti animali hanno grandi occhi, che li fanno assomigliare molto a figure uscite da un cartone animato. Gli occhi grandi servono ovviamente a catturare più luce possibile, ma quando si vive a mille metri di profondità, bisogna diventare più ingegnosi. C’è un pesce che sembra pescare, la caratteristica di questo animale è l’esca che gli cresce sulla testa. Illuminandosi, la punta dell’esca attira le prede incuriosite direttamente davanti alla bocca del pesce, sempre pronto ad addentarle. Una specie impressionante di questo sottordine è il caulophryne jordani, meglio conosciuto come il diavolo del mare. Grazie alle sue “antenne” riesce a percepire anche il minimo movimento in acqua.

I misteri

Rimane un mistero: come fanno gli animali a ritrovarsi nel buio per accoppiarsi e avere dei piccoli? I pesci rana usano un trucchetto: non appena un maschio e una femmina si incontrano, il maschio, molto più piccolo, si attacca con i denti alla femmina. In questo modo non dovranno più andare alla ricerca di un partner. Legati per sempre. Un mistero più grande è quello che riguarda alcune tipologie di mollusco dotate di corazza. La pressione dell’acqua, infatti, non dovrebbe permettere di mantenere intatti gusci o corazze. La stragrande maggioranza degli animali che si incontrano a queste profondità ha corpi morbidi, malleabili, per adattarsi alla pressione. Ma esistono dei molluschi – della famiglia delle Vesicomyidae – che invece hanno degli scudi robusti. Non è ancora chiaro come sia possibile che questo guscio riesca a resistere alla pressione.

Il tesoro perduto?

Poiché la roccia delle fumarole nere contiene anche oro, c’è chi vorrebbe cercare questo metallo prezioso anche in fondo al mare. Nessuno sa però con esattezza cosa accadrebbe a questo habitat e ai suoi abitanti. In effetti le fumarole nere sono ancora troppo poco studiate. Il WWF ha deciso di promuovere la creazione di zone protette negli oceani affinché le fumarole nere non vengano distrutte e gli animali che ci abitano non perdano il loro habitat.

21.10.2017, 09:152017-10-21 09:15:00
@laRegione

Alimentazione e climate change

Entro il 2050 la Terra sarà abitata da oltre 9 miliardi di persone e la domanda di cibo continuerà a crescere. Perché sia possibile nutrire tutti senza distruggere il Pianeta e frenare i...

Entro il 2050 la Terra sarà abitata da oltre 9 miliardi di persone e la domanda di cibo continuerà a crescere. Perché sia possibile nutrire tutti senza distruggere il Pianeta e frenare i cambiamenti climatici, dobbiamo rivoluzionare il nostro sistema alimentare.Secondo la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) l’impatto degli allevamenti per la produzione di alimenti di origine animale è responsabile del 18% delle emissioni complessive di gas serra, una quantità maggiore all’intero settore dei trasporti. L’impatto sul clima è provocato principalmente dalle emissioni di due potenti gas serra: il metano (35-40% delle emissioni globali derivanti dall’attività umana) e il monossido di diazoto (65% delle emissioni globali derivanti dall’attività umana) che hanno un potenziale di riscaldamento climatico rispettivamente di 23 volte e di 296 volte quello del CO2. Da non dimenticare le emissioni di ammoniaca che ammontano al 64% delle emissioni globali derivanti dall’attività umana. Le emissioni avvengono per via diretta cioè per respirazione, digestione, letame, urine e per via indiretta cioè per i combustibili fossili usati nella produzione di foraggio, nella trasformazione e nell’uso del suolo (per esempio le deforestazioni per creare pascoli o coltivazioni destinate a foraggio). L’allevamento di bestiame causa il più grande sfruttamento di territorio da parte dell’uomo, il 70% dei terreni agricoli è destinato alle produzioni animali così come il 30% delle terre emerse (superficie equivalente alle foreste mondiali). L’allevamento ha anche un ruolo chiave nell’esaurimento delle risorse idriche e nella perdita di biodiversità. Se si pensa che un bovino ha bisogno circa di 7 kg di cereali per ogni kg di peso, si capisce come il processo sia strutturalmente inefficiente e soprattutto possa considerarsi uno spreco di terreno agricolo a livello mondiale che potrebbe essere destinato all’alimentazione umana. Per il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, l’allevamento animale entra nelle prime priorità di intervento in tema di impatto ambientale (insieme alla produzione di veicoli e dell’acciaio) e auspica un cambio della dieta mondiale che abbandoni i derivati animali. Infine, secondo il World Watch institute, il contributo dei gas serra derivante dai prodotti animali si attesterebbe ben al 51%. L’alimentazione non è da considerare un ambito secondario. Una nostra scelta personale può avere un grande impatto sul cambiamento climatico e sulla vita di miliardi di animali: è una grande opportunità. Basterebbe mangiare meno carne.

di Carlo Gambato, WWF Ticino

 

L’impatto del nostro pranzo

L’impronta ecologica mostra l’impatto che l’uomo ha sull’ambiente con i propri consumi ed è calcolata in superfici che sarebbero necessarie per ripristinare le risorse utilizzate.
Uno stile di vita sostenibile prevede che l’impronta ecologica umana non sia superiore alla capacità biologica, ovvero la possibilità da parte della natura di creare materie prime e smaltire le sostanze nocive da noi prodotte. Se l’impronta ecologica è maggiore della bio-capacità, la Terra è in deficit di risorse. “One planet living lifestyle” rappresenta quindi uno stile di vita che rispetta i limiti naturali dell’unico pianeta di cui disponiamo.

L’attenzione della società sul tema dell’impatto ambientale è spesso direzionata alla volontà di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra prodotte dalla combustione di idrocarburi, in particolare per il riscaldamento degli edifici e per la mobilità.
Suddividendo i consumi relativi all’impronta ecologica individuale scopriamo che un terzo dell’impatto ambientale è però dovuto all’alimentazione. L’allevamento di animali nel mondo è la prima causa di produzione di gas metano (a effetto serra), è motivo della deforestazione per un’agricoltura intensiva per la produzione di mangimi, nonché dell’erosione e acidificazione del suolo. Così i motivi energetici di una scelta consapevole per una diminuzione dei consumi di alimenti di origine animale si ampliano anche ad una visione più etica della vita.

Abbiamo solo un Pianeta e se non affrontiamo la nostra vita con scelte sostenibili, rischiamo di mettere in pericolo quella delle generazioni future. Oggigiorno sono fortunatamente sempre di più le persone che scelgono di divenire vegetariane o vegane. I consigli del WWF per avere un’alimentazione più sostenibile sono i seguenti: privilegia un’alimentazione vegetariana o vegana e considera la carne come uno sfizio da concederti solo una volta ogni tanto. In Svizzera il consumo medio pro capite di carne è di un chilo alla settimana, ossia circa 140 grammi al giorno. I nutrizionisti consigliano però di non superare gli 86 grammi al giorno, ossia meno di una salsiccia o di un cervelat. Se tutti i cittadini elvetici seguissero questo suggerimento, le importazioni di mangimi per animali potrebbero essere ridotte quasi a zero. Acquista prodotti di stagione e locali.

Massimo Mobiglia, presidente del comitato WWF sezione Svizzera italiana.

14.10.2017, 09:302017-10-14 09:30:44
Susanna Petrone

La volpe artica è in pericolo

L’Artide è un immenso habitat che vanta una fauna e una flora davvero uniche. In questa regione vive anche la volpe artica. A causa del cambiamento climatico, tuttavia, nell’estremo nord...

L’Artide è un immenso habitat che vanta una fauna e una flora davvero uniche. In questa regione vive anche la volpe artica. A causa del cambiamento climatico, tuttavia, nell’estremo nord fa sempre più caldo: una grave minaccia per l’eccezionale biodiversità dell’Artide.

Il freddo, però, è essenziale per questo poco conosciuto animale. La volpe artica, infatti, ha una pelliccia particolarmente folta ed è perciò ben attrezzata per vivere tra i ghiacci e la neve. I peli le crescono persino sotto le zampe, e quando si sdraia, essa può avvilupparsi nella propria lunga coda arruffata per proteggersi dal freddo. Due volte all’anno la volpe artica muta pelliccia, e con essa anche il colore. In inverno è bianca come la neve mentre in estate il suo pelo si adatta al paesaggio circostante assumendo tinte che vanno dal grigio al bruno.

Il ghiaccio che si assottiglia, però, sta mettendo a dura prova tutti gli animali dell’Artide. Gli effetti del cambiamento climatico sono particolarmente visibili: gli inverni sono più miti e la primavera arriva in anticipo. Negli ultimi decenni le temperature dell’Artide sono aumentate ad una velocità doppia rispetto al resto del Pianeta. Lo spessore della banchisa, in estate, è la metà rispetto a 30 anni fa. Tutto questo comporta dei profondi mutamenti nell’habitat della volpe artica, minacciata da diversi fattori: in passato le volpi polari venivano cacciate per la loro pelliccia estremamente folta, fino quasi alla loro estinzione. Fortunatamente oggi la loro caccia è stata vietata in molti Paesi ma c’è un altro problema. Dato che sulla Terra fa sempre più caldo, anche l’habitat della volpe cambia. Le volpi rosse, parenti delle volpi polari ma di taglia più grande, sconfinano sempre più a nord scacciando le volpi polari dal loro habitat e rubando le loro prede. Anche altri animali, come gli orsi o i lemming, risentono del cambiamento climatico. Dato che in inverno le volpi polari dipendono dal cibo abbandonato dagli orsi polari, se gli orsi polari scompaiono, per le volpi polari c’è meno da mangiare.

E così parte la difficile ricerca del cibo: i lemming sono le prede privilegiate della volpe artica. Li cattura nella neve. Ma a causa delle temperature che aumentano, le cavità naturali che si creano nel manto nevoso – dove vivono e trovano cibo i piccoli roditori – non si formano più. In inverno, quando il cibo scarseggia, la volpe artica segue l’orso polare nutrendosi dei resti lasciati dal grande cacciatore bianco. Ma scarseggiando questi resti – visto che l’orso polare ha sempre meno tempo a disposizione per cacciare – scarseggia anche il cibo per le volpi artiche. Gli orsi polari sono il simbolo del climate change, ma se non riusciremo ad arrestare o almeno frenare i cambiamenti climatici, allora anche la volpe artica, il gabbiano d’avorio, la foca dalla sella e il narvalo perderanno il loro habitat.

Identikit della volpe polare

La volpe polare, chiamata anche volpe artica, vive in tutto l’emisfero nord del globo terrestre dove l’inverno è glaciale, come in Canada, Alaska, Groenlandia, Islanda, nel nord della Scandinavia e nel nord della Russia. Questo animale è perfettamente adatto alle rigide temperature: in inverno possiede una spessa e calda pelliccia bianca che lo tiene al caldo e lo mimetizza nel paesaggio completamente innevato. La volpe polare può sopravvivere a temperature fino a 60 gradi sotto zero.

Alimentazione
Le volpi polari non sono difficili in fatto di cibo. Poco importa se sono topi, lepri bianche, uccelli, uova, molluschi, ricci di mare o foche morte: a questa volpe piace proprio tutto. Il suo cibo preferito sono i lemming. Non appena ne avvista uno, lo immobilizza balzandogli addosso con un salto. Grazie al suo ottimo udito, riesce addirittura a sentire i lemming che si muovono nei loro corridoi sotterranei sotto la neve. Per catturarli, si tuffa a testa nel manto nevoso. La volpe polare è un animale furbo: spesso segue gli orsi bianchi mentre vanno a caccia. Dato che di solito l’orso bianco mangia unicamente il grasso, la pelle e le interiora delle sue prede, le volpi polari si cibano dei resti. Se in estate riesce a procurarsi cibo in abbondanza, la volpe ne nasconde un po’ nella sua tana o nelle fessure delle rocce, così se in inverno non avrà cibo a sufficienza, potrà contare sulle sue scorte.

Vita sociale
In inverno, quando il freddo è glaciale, le volpi condividono le proprie tane scavate sotto la neve. Poiché in inverno è più difficile trovare cibo che in estate, preferiscono cacciare in gruppo, mentre in estate le volpi polari tornano a vivere nuovamente da sole.

Vita da cuccioli
Nella stagione degli amori, il maschio cerca la femmina e difende il suo territorio con forti latrati e demarcandolo con la propria urina e i propri escrementi. Dopo circa 50-55 giorni, la femmina dà alla luce da cinque a dieci piccoli nella tana o nella fessura di una roccia. Alla nascita sono ciechi e vengono allattati dalla madre a cui il padre porta il cibo.
Dopo due settimane, aprono gli occhi e presto andranno alla scoperta dei dintorni con i genitori. A questo punto anche la madre torna a cacciare: una famiglia di volpi, durante un’estate, divora migliaia di lemming! Quando torna il freddo e i giorni diventano più corti, le piccole volpi lasciano i genitori e si mettono loro stesse alla ricerca di cibo nella tundra che presto sarà ricoperta dalla neve.

7.10.2017, 10:212017-10-07 10:21:09
@laRegione

I mille colori dell’autunno

L’autunno è la stagione ideale per lasciarsi ispirare dai colori: basta fare una breve passeggiata nel bosco per ammirare una sinfonia colorata che lascia senza fiato. Le giornate...

L’autunno è la stagione ideale per lasciarsi ispirare dai colori: basta fare una breve passeggiata nel bosco per ammirare una sinfonia colorata che lascia senza fiato. Le giornate cominciano ad accorciarsi, ma i raggi di sole ancora ci scaldano e illuminano la natura che all’improvviso lascia spazio al giallo, al rosso, al marrone. Ma come mai le foglie cambiano colore? Il colore delle foglie dipende da alcuni pigmenti che si trovano al loro interno, sono loro che riflettono la luce e che le fanno apparire colorate.

Il colore verde dipende dalla clorofilla, la molecola responsabile di trasformare la luce del sole in nutrimento per la pianta. In autunno le ore di sole diminuiscono e le foglie terminano il loro ciclo vitale. Quando la clorofilla diminuisce, viene lasciato spazio ad altri pigmenti, che erano già presenti nelle foglie ma non mostravano le loro tonalità di colore perché “coperti” dalla clorofilla. E così in autunno possiamo approfittare delle tonalità gialle-arancioni dei carotenoidi (gli stessi pigmenti che danno il colore alle carote) e rosso-viola delle antocianine (presenti nei pomodori e nelle ciliegie).
Quando le foglie hanno terminato il loro ciclo e sono morte, i pigmenti colorati si mischiano tutti assieme formando una sorta di “poltiglia colorata” che riflette le tonalità del marrone-grigio. L’autunno è il periodo migliore per raccogliere foglie colorate per trasformarle in un bellissimo bouquet.

Funghi particolari

Arriva l’autunno e nei nostri piatti arrivano con le pappardelle e la polenta anche i funghi. Noi vi presenteremo due funghi un po’ particolari che troviamo sugli alberi e che già in passato sono stati fondamentali. Il Fomes fomentarius, detto anche il “fungo dell’esca” che appartiene alla famiglia delle poliporacee, cresce su tronchi vecchi – soprattutto sulle “ferite” del tronco – oppure su tronchi morti e ha una forma che ricorda lo zoccolo di cavallo con solchi concentrici intercalati da cuscinetti perlopiù di colore grigio cenerino. Questo fungo può vivere fino a 30 anni e presenta rigature che contrassegnano la crescita annuale, ma è impossibile dedurne l’età esatta contando i cuscinetti, poiché in un anno possono avvenire più crescite. Con un diametro del corpo fruttifero compreso tra i 10 e i 50 cm, si tratta di uno dei funghi più imponenti. Il suo habitat? Il Fomes fomentarius è un fungo cosmopolita e comune. Come già detto cresce su alberi vecchi, indeboliti e deperenti. Una volta che l’albero muore, questo fungo è in grado di vivere per anni come saprofita (cioè nutrendosi di legno morto) sui rami o i tronchi degli alberi morti. Come gli altri funghi saprofiti, oltre alla cellulosa, riesce a degradare anche la lignina, un polimero assai complesso. Per chi pensasse che l’albero muore per “colpa” del fungo c’è da dire che colpisce tronchi già danneggiati. In pratica velocizza un meccanismo già in atto. Una volta che l’albero muore può infatti far spazio alla luce del sole e di conseguenza a nuove piantine.

Curiosità: si tratta di un fungo conosciuto sin dall’antichità. Qualche pezzettino è stato persino trovato in una sacca di Ötzi, l’uomo del Similaun, una mummia risalente al 3300 a.C. A quei tempi, infatti, le persone sfruttavano la natura legnosa-stopposa del fungo e lo usavano come esca per accendere il fuoco.

Il Lobaria pulmonaria invece è un lichene a rischio. I licheni sono degli organismi molto particolari. Sono, infatti, composti da due parti distinte: un’alga e un fungo. Le ife – i filamenti del fungo – e le cellule delle alghe vivono associate in una sorta di comunità vivente, detta anche “biocenosi”. Per sopravvivere questo organismo ha bisogno praticamente solo di luce e di umidità. I licheni possono seccare completamente senza per questo subire dei danni ed inoltre sono in grado di sopportare delle variazioni di temperatura enormi, motivi per i quali essi possono sopravvivere in tutte le regioni climatiche della Terra. Al mondo esistono oltre 16mila specie di licheni. In Svizzera se ne conoscono oltre 500 specie, anche se negli ultimi decenni oltre 20 sono estinte e la metà dei licheni presenti è a rischio. La Lobaria pulmonaria prende il nome dai suoi lobi profondamente sinuosi e bollosi come polmoni. È un lichene che può raggiungere le dimensioni di una mano.

Curiosità: ad oggi lo si usa come rimedio contro le malattie polmonari, in particolare la tosse. In Svizzera le aziende devono chiedere un’autorizzazione per poter raccogliere questo fungo. Visto che è un organismo protetto, le aziende produttrici si rivolgono a Paesi dove il lichene non è protetto dalla legge. Colorazione: allo stato umido, presenta un colore verde vivace fino all’olivastro. Secco appare dall’olivastro al marrone.

30.9.2017, 05:002017-09-30 05:00:00
Susanna Petrone

La formica tagliafoglie

Al mondo si conoscono circa 9’600 specie di formiche, ma noi parleremo di una in particolare: la formica tagliafoglie che vive nella foresta pluviale amazzonica. Come tutte le formiche, ha sei...

Al mondo si conoscono circa 9’600 specie di formiche, ma noi parleremo di una in particolare: la formica tagliafoglie che vive nella foresta pluviale amazzonica. Come tutte le formiche, ha sei gambe e il corpo protetto da una corazza. Le formiche tagliafoglie, però, hanno una particolarità: nei loro nidi coltivano funghi. Per un breve periodo, si possono vedere queste formiche volare: si tratta del volo matrimoniale, regina e maschi lasciano il loro nido per accoppiarsi. Dopo l’accoppiamento i maschi muoiono, mentre per la regina inizia il lavoro: fonda una nuova colonia di formiche e inizia a  scavare nel terreno. Dopo circa venti centimetri costruisce una camera, dove deporrà le prima uova, dalle quali usciranno poi le larve. Lei è una regina solitaria: all’inizio è dura perché la regina deve arrangiarsi da sola. Patisce la fame e perde molto peso. Scelto dove insediare la nuova colonia, pianta un pezzettino del fungo che si è portata con sé dal nido dove è nata. Le larve si nutrono del fungo e poi si trasformano in crisalidi, da cui nasceranno le prime formiche. Ed è così che viene dato il via alla sua colonia di formiche: con il passare del tempo viene creato un immenso labirinto di corridoi e camere, che possono arrivare ad accogliere fino a 2 mila formiche. Per liberare il nido dalla terra, le formiche trasportano fuori circa 40 mila chili di terra, tanto quanto un grande autocarro. Per compiere quest’immenso lavoro, questi piccoli insetti fanno ben un miliardo di viaggi. Il risultato è una città sotterranea popolata da milioni di formiche con un solo obiettivo: avere il maggior numero possibile di fratelli, ma soprattutto di sorelle. A prima vista un nido di formiche sembra molto disordinato e caotico ma è solo l’apparenza. Come tutte le formiche, anche questa specie sudamericana è super organizzata e il lavoro viene suddiviso. A seconda della grandezza ogni esemplare si specializza in un determinato compito. Le più anziane si occupano delle attività più pericolose all’esterno del nido e le più giovani rimangono prevalentemente al riparo al suo interno. Le formiche addette al taglio vanno alla ricerca delle foglie migliori e incominciano il lavoro grazie alle loro mandibole taglienti. Per non fare pezzi troppo grandi, incominciano a tagliare e continuano girando in tondo. I piccoli frammenti, che così possono essere trasportati dalle sorelle, vengono marcati da un odore e lasciati cadere al suolo oppure portati a peso lungo il tronco.

Gli abitanti del formicaio

Il formicaio ha tante operaie. Ecco i loro compiti: i frammenti e i pezzi di foglie vengono presi in consegna dalle operaie addette al trasporto che sono in grado di portare un peso 10 volte superiore al loro. Grazie alla marcatura con l’odore è semplice trovare i pezzi destinati alla colonia, che vengono trasportati sulla testa. Per raggiungere il nido seguono una pista appositamente creata, marcata dall’odore, falciata e pulita da formiche tagliafoglie. E poi ci sono le soldatesse: su alcuni frammenti di foglia siedono piccole formiche che proteggono il prezioso bottino da attacchi nemici. Inoltre, delle soldatesse di quasi due cm fanno la guardia alla pista che porta al nido, che può essere lunga anche 250 metri. Hanno lame particolarmente forti e sono più grandi delle altre. Grazie a questo ineccepibile servizio di sicurezza, ogni giorno un chilo di foglie e petali fatti a pezzi giunge alla colonia in tutta sicurezza. Una volta raggiunta la colonia, le foglie vengono consegnate alle piccole operaie che si occupano di sminuzzarle ulteriormente. Poi arriva il turno di formiche operaie, ancora più piccole, che hanno il compito di masticare ciò che rimane delle foglie fino ad ottenerne una poltiglia, che però nessuno mangerà. Servirà invece da terreno fertile per far crescere i funghi. Una squadra di netturbini si occupa di ripulire dall’immondizia le camere e i corridoi. I rifiuti vengono trasportati fuori dal nido e depositati in una discarica, così quando piove la colonia non viene inondata dal pattume. Le addette alla pulizia sono formiche vecchie, che presto moriranno. Una volta fondata, la regina non abbandonerà più la sua colonia, protetta e accudita dalle formiche operaie. Può raggiungere i 4 centimetri di grandezza, venti anni d’età e il suo compito è deporre uova per il resto della sua vita: venti uova al minuto, quasi 30 mila al giorno, oltre 10 milioni all’anno! Le larve vengono allevate dalle baby-sitter, che nutrono i piccoli con il fungo. Sono le formiche giardiniere ad occuparsi dell’orto. Il fungo assomiglia a una grossa spugna biancastra. Oltre a raccoglierne le parti più spesse, le formiche giardiniere sono ricoperte di batteri, che evitano ad esempio la formazione di muffa sul fungo. Gli accessi del nido sono disposti in modo che il fungo e le formiche ricevano sufficiente aria fresca. Quando piove vengono invece chiusi.  Fungo e formiche hanno dunque una dipendenza reciproca e non potrebbero vivere da soli. In biologia questo fenomeno si chiama simbiosi.

Il valore del Mediterraneo: 5,6 bilioni di dollari

Secondo uno studio pubblicato questa settima dal WWF, il valore economico stimato per il Mediterraneo è pari ad almeno 5600 miliardi di dollari americani. L’eccessivo sfruttamento delle risorse minaccia il funzionamento di questi ecosistemi, fondamentale per la vita marina. Dai 46 mila chilometri di coste del Mare Mediterraneo dipende la vita di circa 150 milioni di persone. Il mare ha infatti un ruolo fondamentale per le economie delle singole regioni e per l’interesse generale delle collettività che vi abitano. Lo studio «Reviving The Economy Of The Mediterranean Sea», nato per iniziativa del WWF e del Boston Consulting Group, evidenzia i vantaggi economici che il Mediterraneo è grado di offrire ai Paesi che si affacciano sulle sue rive. Per rendere l’idea: se il Mediterraneo costituisse un’economia a sé, sarebbe la quinta della regione dopo Francia, Italia, Spagna e Turchia.

Per preservare un modello economico sostenibile nell’area mediterranea, lo studio propone sei priorità strategiche basate sugli obiettivi di sostenibilità delle Nazioni Unite. Tra questi rientra l’introduzione di forme di economia neutrali in termini di emissioni di CO2 in grado di adeguarsi al cambiamento climatico, sfruttare le risorse naturali in modo sostenibile, ridurre l’impronta ecologica del turismo di massa e puntare sullo sviluppo sostenibile del turismo e della pesca.

 
 
 
23.9.2017, 08:452017-09-23 08:45:27
Susanna Petrone

I cavallucci marini, pesci particolari!

Anche se il loro nome deriva dalla parola “cavallo”, i cavallucci marini non sono dei cavalli che vivono sott’acqua. È per via della forma della loro testa, simile a quella di...

Anche se il loro nome deriva dalla parola “cavallo”, i cavallucci marini non sono dei cavalli che vivono sott’acqua. È per via della forma della loro testa, simile a quella di un cavallo, che si sono aggiudicati questo particolare nome. Ma allora che animali sono? I cavallucci marini, detti anche ippocampi, sono in tutto e per tutto dei pesci. Osservandoli da vicino, è possibile riconoscerne le branchie, le pinne pettorali e una pinna dorsale proprio come in un normalissimo pesce. Le pinne pettorali, che assomigliano vagamente a delle orecchie, servono a spostarsi verso destra e verso sinistra. Grazie alla pinna dorsale, invece, possono nuotare rimanendo in posizione eretta. Gli ippocampi sono dei pessimi nuotatori e sono estremamente lenti. Alcune specie impiegano un’ora per percorrere un metro! I cavallucci marini vivono in prossimità della costa dove rimangono nascosti nelle praterie marine o tra i coralli. La maggior parte di questi animali vive nella regione indopacifica tra Australia e Giappone, ma si possono trovare anche in Africa, Europa e Sudamerica. Come i camaleonti questi animali possono adattare i propri colori all’ambiente circostante e possono muovere gli occhi in maniera indipendente l’uno dall’altro. Per evitare di essere trasportati via dalla corrente, si aggrappano grazie alla lunga coda prensile alle erbe marine o ai coralli. Per mangiare aspirano plancton e piccoli crostacei con il lungo muso sdentato. Non esiste una sola specie di cavalluccio marino, ma più di 33! Quando due cavallucci marini si incontrano, spesso rimangono insieme per tutta la vita. Iniziano una danza di accoppiamento che può durare giorni. Tra i cavallucci marini non sono le femmine a partorire, bensì i maschi, dotati di un apposito marsupio nel quale la compagna depone le uova. Il maschio feconda le uova nel suo ventre e porta a termine la gravidanza. I piccoli vengono al mondo da 9 a 30 giorni dopo. La maggior parte delle specie partorisce dai 100 ai 300 cuccioli alla volta ma esistono specie che hanno quasi 2’000 piccoli in un colpo solo! Dopo la loro nascita i cavallucci, grandi solo pochi millimetri, devono cavarsela da soli. Gli ippocampi non hanno nemici naturali perché sono troppo liscosi, duri e indigesti. Ciononostante alcune specie sono minacciate a causa dell’uomo: in Asia, infatti, si pensa che i cavallucci marini possano curare malattie e quindi vengono essiccati e poi mangiati. Inoltre, finiscono accidentalmente nelle reti e vengono ributtati in mare una volta morti. Per questo motivo il WWF contribuisce allo sviluppo di nuovi metodi di pesca.


Le alpi e i prati secchi

Le Alpi sono un ambiente di grande importanza naturalistica in cui vivono decine di migliaia di specie di piante e animali, molte delle quali endemiche, ossia si trovano solo qui. Ad esempio, di circa 4’500 specie di piante vascolari delle Alpi, quasi l’8% sono endemiche. L’unicità della flora alpina deriva dalla varietà di habitat presenti e dalle condizioni ambientali esistenti che spingono le specie a evolversi per adattarsi a questi ambienti particolari.
Le Alpi però sono anche la catena montana più densamente popolata ed economicamente sfruttata al mondo. Questo implica una enorme pressione sul territorio e sulla sua biodiversità, tanto che molti ambienti, e molte delle specie che vi vivono, sono sempre più frammentati e in pericolo. Per questo il WWF ha incluso le Alpi fra le sue ecoregioni, cioè quelle regioni particolarmente importanti a livello globale nelle quali concentrare gli sforzi di conservazione. Al loro interno sono poi state identificate delle aree più piccole particolarmente importanti dal punto di vista naturalistico, chiamate “Aree prioritarie di conservazione”. Una di queste gemme preziose è il Sottoceneri.
Per preservare la biodiversità di quest’area, il WWF e il suo partner, l’Alleanza Territorio e Biodiversità, hanno individuato degli ambiti prioritari d’intervento: gli habitat d’acqua dolce, la messa in rete degli ambienti di fondovalle e delle aree urbanizzate, le formazioni forestali ricche di biodiversità e i prati secchi.
Questi ultimi, i prati secchi – conosciuti anche come prati magri – sono poco noti al grande pubblico eppure sono importantissimi. Sono habitat creati da secoli, se non millenni, di utilizzo agricolo tradizionale. Essi ospitano una grande varietà di piante e animali e costituiscono un rifugio per le specie che richiedono spazi aperti e che, in alcuni casi, si sono evolute proprio per adattarsi a questi ambienti.
Purtroppo questi habitat stanno scomparendo dalle Alpi a seguito dell’abbandono delle pratiche agricole tradizionali. Il WWF ha collaborato, insieme ai partner locali, ai contadini e agli enti pubblici, per recuperare e a mantenere alcuni prati secchi situati sulle pendici del Monte Generoso. Questo sforzo contribuirà a preservare la ricchezza ecologica della regione e a mantenere un patrimonio culturale. Questi prati sono tra gli ultimi luoghi in Svizzera dove crescono ancora allo stato selvatico la rara Peonia e l’Asfodelo montano. Questo fine settimana, i volontari del WWF si incontrano per aiutare a gestire uno di questi prati secchi per far sì che anche in futuro vi crescano ancora fiori come la Peonia.

16.9.2017, 05:002017-09-16 05:00:00
Susanna Petrone

Eventi estremi: saranno la norma

Uragani, trombe d’aria, monsoni devastanti: si tratta di fenomeni naturali sempre esistiti, ma che negli ultimi anni sono andati ad intensificarsi. In questi giorni tutti noi abbiamo...

Uragani, trombe d’aria, monsoni devastanti: si tratta di fenomeni naturali sempre esistiti, ma che negli ultimi anni sono andati ad intensificarsi. In questi giorni tutti noi abbiamo visto le immagini che arrivavano da Cuba, dalla Florida, devastate dall’uragano “Irma”. E poi il maltempo che ha colpito la Toscana, spezzando tante vite innocenti. Ad agosto era stata registrata una delle stagioni dei monsoni più devastanti di sempre con oltre 1’300 persone morte a causa delle inondazioni tra India, Nepal e Bangladesh. Si tratta di fenomeni con i quali, in futuro, si dovrà fare i conti sempre più spesso. Sono circa 400 gli eventi estremi ogni anno, quattro volte di più rispetto al 1970.Noi esseri umani ne siamo la causa. Lo confermano gli stessi esperti dell’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), che una settimana fa si sono riuniti in Canada. Bilancio dei vari gruppi di lavoro? Le emissioni di CO2 imputabili all’uomo aumentano continuamente, anno dopo anno. Le approfondite analisi di dati da essi effettuate non lasciano dubbi: la temperatura sul nostro Pianeta si sta alzando, con una velocità inquietante. I cambiamenti climatici che in un lontano passato, prima della comparsa dell’uomo sulla Terra, richiedevano millenni e millenni, ora avvengono nel giro di un secolo. Se la comunità internazionale non adotterà misure incisive, entro pochi decenni la temperatura media salirà di diversi gradi.Le cause del cambiamento climatico. All’origine dei gravi cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo vi è un rafforzamento dell’effetto serra naturale che interessa l’atmosfera terrestre.Gli studiosi dell’IPCC sono concordi nell’affermare che tale rafforzamento, e i conseguenti rapidi innalzamenti delle temperature che hanno caratterizzato l’ultimo secolo, sono riconducibili all’azione dell’uomo. Si tratta di cambiamenti che hanno colpito anche la Svizzera: lo scioglimento dei ghiacciai, minacciosi smottamenti (basti pensare a cosa è successo in Val Bregaglia), un’acuta carenza di neve. Il cambiamento climatico sarà decisivo nel determinare il futuro delle Alpi. Gli stessi studi del WWF Svizzera confermano che lo scioglimento del permafrost, la scomparsa dei ghiacciai e altri cambiamenti nel ciclo delle precipitazioni portano a dei mutamenti dei pericoli naturali: aumento di colate detritiche, valanghe o piene fluviali. Sono necessari nuovi provvedimenti per la tutela della popolazione e delle infrastrutture. Bisogna agire adesso, se vogliamo dare un futuro ai nostri figli.

la tigre in Kazakistan

La Repubblica del Kazakistan ha annunciato dieci giorni fa che riporterà le tigri nei territori in cui si erano estinte, nella regione dell’Ili-Balkhash e ha firmato un accordo con il WWF per la realizzazione di un programma di reintroduzione di questo felino.“Il Kazakistan si sta muovendo lungo il percorso di sviluppo sostenibile. Siamo onorati di essere il primo Paese dell’Asia Centrale a realizzare un progetto di tale importanza e su scala così grande, che non solo riporterà le tigri selvatiche nelle loro terre d’origine, ma proteggerà anche l’impareggiabile ecosistema dell’Ili-Balkhash,” dice Askar Myrzakhmetov, ministro dell’Agricoltura nella Repubblica Kazaka.I programmi di sostegno alla conservazione della tigre sono centrali nel lavoro del WWF. Il progetto del Kazakistan sulle tigri fa parte dell’iniziativa globale TX2 lanciata dal WWF, finalizzata a  raddoppiare il numero di questi grandi felini entro il 2022.Se avrà successo, il Kazakistan sarà il primo Paese al mondo ad aver riportato le tigri selvatiche in un territorio dal quale si erano estinte da quasi mezzo secolo.Il progetto di ricollocamento di questi animali è stato conseguito solo all’interno dei confini nazionali e in quelle aree considerate adatte alla loro sopravvivenza. Il programma di reintroduzione è unico ed irripetibile e per questo richiede importanti interventi di gestione degli habitat fra cui la riforestazione di una vasta area di foresta ripariale, parte integrante dell’habitat delle tigri.

Per prepararsi al ritorno delle tigri, il governo del Kazakistan destinerà una nuova riserva naturale nell’area sud-ovest
dell’Ili-Balkhash dove sarà recuperata la foresta ripariale nei pressi del lago Balkhash.

Altri interventi prevedono la protezione della fauna selvatica e la reintroduzione di importanti prede per la tigre, come il Kulan, un asino selvatico in via di estinzione,  e il cervo di Battriana nativo dell’Asia centrale, ormai estinti in Kazakistan a causa del bracconaggio e della mancanza di spazi idonei.

Reintrodurre le tigri aiuterà anche a proteggere il Lago Balkhash – uno dei maggiori laghi asiatici e importantissima risorsa d’acqua nel bacino del fiume Ili – evitando che possa seguire la stessa sorte del lago d’Aral, formalmente il quarto più grande del mondo, oggi ridotto al 10% della sua grandezza originale.

Ricordiamo che, sin dall’inizio del Ventesimo secolo, le tigri hanno perso oltre il 90% del loro territorio d’origine che includeva l’Asia Centrale.

#forgenerationstocome

Cosa sei disposto a fare per tuo figlio, per la tua sorellina, per un cuginetto, per le generazioni future che verranno dopo di te? Questa è la domanda che il WWF Svizzera pone a tutti con la sua nuova campagna. Noi vogliamo proteggere i ghiacciai, l’oceano, i boschi. Ma per farlo serve che ognuno di noi sia disposto a fare la sua parte.

La bellezza e la ricchezza di vita che caratterizzano il nostro Pianeta sono uniche. Innumerevoli specie fantastiche, alcune delle quali non ancora scoperte, popolano i mari e le foreste tropicali. Il miracolo della vita sulla Terra è reso possibile solo grazie a condizioni climatiche adeguate e gli uomini hanno una grande responsabilità nei confronti del Pianeta che li ospita.

Solo insieme riusciremo a preservare il tesoro più prezioso che abbiamo: il nostro meraviglioso, straordinario Pianeta. Facci sapere con l’hashtag #forgenerationstocome cosa sei disposto a fare. Scrivici su Facebook a WWF Svizzera oppure su Twitter @WWF_Svizzera.

 
 

 

9.9.2017, 09:202017-09-09 09:20:00
Susanna Petrone

Amazzonia, trovate 381 nuove specie

L’Amazzonia: parliamo del più complesso sistema fluviale al mondo. Un sistema che però rischia danni irreversibili a causa delle oltre 420 dighe idroelettriche progettate (circa...

L’Amazzonia: parliamo del più complesso sistema fluviale al mondo. Un sistema che però rischia danni irreversibili a causa delle oltre 420 dighe idroelettriche progettate (circa 140 sono già realizzate o in fase di costruzione). Eppure parliamo di un’area dove ogni due giorni viene scoperta una nuova specie, e che quindi nasconde dei veri e propri “gioielli” di biodiversità ancora inesplorati.

Il bacino dell’Amazzonia, infatti, si estende su una superficie di oltre 6 milioni di chilometri quadrati ed è il sistema fluviale più complesso del globo. Da una parte si vogliono ridurre le emissioni di CO2, dall’altra però le dighe mettono a rischio il naturale movimento dei sedimenti fluviali, che sono una cruciale fonte di sostanze nutritive per la fauna.

Che fare dunque? Bisogna puntare sull’energia alternativa e ridurre i consumi se non si vuole perdere la biodiversità della foresta pluviale dell’Amazzonia.

Un nuovo report di WWF e Mamirauà Institute for Sustainable Development, lanciato da San Paolo del Brasile, rivela che in Amazzonia vengono scoperte nuove specie animali e vegetali alla media di una ogni due giorni, un tasso mai osservato in questo secolo. Tra il 2014 e il 2015 sono ben 381 le nuove specie scoperte: 216 piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi (due dei quali fossili), 19 rettili e un uccello.

Il tasso di scoperta è superiore a quello delle precedenti indagini: nel rapporto WWF 1999-2009 le specie scoperte erano state di 111 all’anno, una ogni tre giorni, mentre quello del 2010-2013 riportava 441 nuove specie scoperte, una ogni 3,3 giorni.

Ricardo Mello, coordinatore del programma WWF-Brazil Amazon, afferma che la vita in questo bioma straordinario è ancora un grande enigma: “Queste scoperte confermano che c’è un’immensa varietà e ricchezza di biodiversità, è il segnale che abbiamo ancora molto da conoscere sull’Amazzonia”. Secondo il WWF i nuovi risultati dovrebbero spingere i responsabili decisionali, sia pubblici che privati, a considerare gli impatti irreversibili causati da progetti su larga scala come le strade, le dighe a scopo idroelettrico, lo sfruttamento minerario. “Questa biodiversità deve essere conosciuta e protetta. Gli studi indicano che il maggior potenziale economico di una regione come l’Amazzonia non può prescindere dal considerare la biodiversità in funzione di un nuovo modello di sviluppo che consideri questo inestimabile patrimonio per la cura delle malattie e per scopi alimentari” conclude Mello.

La foresta incantata

Lo studio presentato dal WWF consolida i risultati di diversi ricercatori che per due anni hanno effettuato controlli presso la foresta pluviale amazzonica. Non solo: è di questi giorni la notizia della sospensione del decreto Temer, che avrebbe messo a rischio la Reserva nacional do Cobre e Associados (Renca) con la costruzione di nuove miniere, zona dove sono state trovate diverse nuove specie animali e vegetali. Il decreto del presidente brasiliano Michel Temer, infatti, prevedeva l’abolizione della riserva naturale di Renca, la più grande area protetta dell’Amazzonia, grande più della Svizzera, per permetterne lo sfruttamento minerario. All’interno della regione, ricca di oro e altri minerali, esistono tra l’altro due riserve indigene. Per il WWF, così come tutti gli ambientalisti del posto, si è trattato di un attacco gravissimo alla natura del Paese. Ma ecco alcune tra le specie più interessanti che sono state scoperte dagli scienziati e che sono documentate nel nuovo report del WWF:
• L’Inia araguaiaensis una nuova specie di delfino di fiume rosa la cui popolazione è valutata in circa 1’000 individui. La specie è purtroppo minacciata dalla costruzione di dighe idroelettriche e dalle attività di agricoltura e allevamento intensivi. I delfini di fiume rosa rivestono un ruolo cruciale nella cultura dell’Amazzonia e sono protagonisti di molti miti e leggende.
• Callicebus miltoni, la scimmia dalla coda di fuoco.
Questa incredibile scimmia che vive nell’Amazzonia meridionale deve il suo nome alla sua coda lunga arancione e brillante. La specie è minacciata dalla deforestazione.
• Lo Zimmerius chicomendesi, un uccello che rende omaggio al grande ambientalista brasiliano Chico Mendes. Individuato dal suo canto fino ad ora sconosciuto dai ricercatori, questo piccolo uccello tropicale deve il suo nome a Francisco Alves Mendes Filho che ha svolto un ruolo chiave nel denunciare gli abusi e la distruzione dell’Amazzonia.
• Il Nystalus obamai, un uccello che prende nome dall’ex presidente americano Barack Obama e che vive in un grande territorio tra Brasile, Perù e Ecuador.
• L’Hypocnemis rondoni un altro uccello che prende il nome dal celebre antropologo ed esploratore Marechal Cândido Rondon. Vive nell’Amazzonia meridionale.
• Il Potamotrygon limai una razza d’acqua dolce con un interessante disegno geometrico sul dorso che vive in alcuni corsi d’acqua dell’Amazzonia
• Il Tolmomyias sucunduri un uccello che si trova nell’Amazzonia meridionale, nella regione di Sucunduri, dove il WWF è impegnato in numerosi progetti di conservazione.

2.9.2017, 10:302017-09-02 10:30:09
Susanna Petrone

Salviamo i nostri fiumi

L’estate 2017 ha spinto migliaia di persone a cercare refrigerio lungo i corsi d’acqua del Canton Ticino evidenziando – una volta in più – quanto sia difficile trovare un equilibrio tra...

L’estate 2017 ha spinto migliaia di persone a cercare refrigerio lungo i corsi d’acqua del Canton Ticino evidenziando – una volta in più – quanto sia difficile trovare un equilibrio tra protezione dell’ambiente ed esigenze dell’uomo. La presenza massiccia di bagnanti ha conseguenze sulla qualità dell’acqua, disturba la vita della fauna acquatica e rende praticamente impossibile la riproduzione degli uccelli tipici di questi ambienti, come il martin pescatore, il corriere piccolo e il piro piro piccolo.

A questo si aggiunge l’inciviltà di una minoranza di persone – purtroppo ancora troppe – che lasciano dietro di sé una scia di rifiuti e di plastica. Il fenomeno del littering preoccupa il WWF per le sue conseguenze a lungo termine. Un sacchetto di plastica, il cui utilizzo medio è di appena 20 minuti, impiega oltre 400 anni in natura per essere smaltito. Le plastiche sono un pericolo per molti animali ma anche per la salute dell’uomo. A causa dei tempi lunghissimi di smaltimento, questi materiali tendono a sbriciolarsi in pezzi sempre più piccoli fino a diventare invisibili. Si parla allora di ‘microplastiche’.

In molti grandi fiumi d’Europa e della Svizzera le concentrazioni di microplastiche sono in aumento. In Italia è l’Università di Bari a trainare la ricerca e la sensibilizzazione su questo problema. Grazie a 54 stazioni di “campionamento” è stato possibile quantificare il fenomeno e i dati sono stupefacenti: una media di 115’000 microframmenti per chilometro quadrato nel Mediterraneo, con punte di 269’000/km2 nel Mar Adriatico. Queste particelle vengono assorbite dai pesci attraverso la catena alimentare. Siccome le plastiche contengono sovente prodotti additivi potenzialmente pericolosi, come metalli pesanti, mangiare pesce ‘plastificato’ non è la migliore delle alimentazioni possibili.
Tutti possono contribuire a risolvere questa emergenza globale, in primo luogo comportandosi in modo responsabile, ma anche partecipando alle giornate di sensibilizzazione come propone da qualche anno il gruppo d’interesse ambiente pulito Igsu (Clean-up Day) o azioni di raccolta rifiuti organizzate dai Comuni. Quest’anno, in occasione del Clean-up Day 2017, verrà organizzato un grande evento di pulizia del fiume Laveggio. Ma tutti i nostri corsi d’acqua dovrebbero essere ripuliti da volontari almeno una volta all’anno. Speriamo quindi nella sensibilità sempre maggiore dei Comuni e delle persone affinché eventi come il Clean-up Day crescano col tempo.

Clean-up Day 2017

Che cosa è il littering e perché bisogna contrastarlo? Il littering è un crescente malcostume che vede i rifiuti gettati o abbandonati con noncuranza nelle aree pubbliche (vie, piazza, sentieri, rive) invece che negli appositi bidoni, cestini o sacchi dell’immondizia. Le spese di pulizia nei comuni e sui trasporti pubblici causate dal littering ammontavano circa 192 milioni di franchi nell’anno 2010. 144 milioni di franchi ricadevano sui Comuni (75%) e quasi 48 milioni sui trasporti pubblici (25%).
La giornata nazionale “Clean-up Day” svizzera è parte integrante del movimento internazionale “Let’s Do it”, lanciato nel 2008 e con l’intento di adoperarsi in operazioni di pulizia contro il littering. A livello mondiale più di 96 Paesi vi partecipano: tra questi anche la Svizzera. Centinaia di persone prenderanno parte in tutto il Paese all’evento. Anche il Ticino farà la sua parte. Per il terzo anno consecutivo il WWF della Svizzera italiana aderisce al “Clean-up Day” 2017 e invita tutti a partecipare di persona alla grande azione di pulizia delle rive del fiume Laveggio e dintorni.

L’evento, organizzato in collaborazione con la Società pescatori del Mendrisiotto, i Cittadini per il territorio del Mendrisiotto, l’Azienda cantonale dei rifiuti, l’Ufficio Caccia e Pesca e la Città di Mendrisio, si terrà sabato 9 settembre con ritrovo alle 9 presso l’entrata delle piscine comunali di Mendrisio. L’attività durerà fino alle 11.30 circa e per i più piccoli ci sarà la possibilità d’immettere una piccola trota fario nel fiume (verrà rilasciato anche un certificato di adozione e immissione). Seguirà una grigliata. Si consiglia d’indossare stivali o scarpe adeguate e, se li avete, di portare un paio di guanti da giardinaggio (diversi guanti e altro materiale necessario verrà distribuito sul posto).
L’area è raggiungibile in 10 minuti a piedi dalla fermata Tilo “Mendrisio-S. Martino”. Attenzione: sconsigliamo di accedere a via S. Martino da via Moree (sbarrata a causa dei lavori di costruzione della nuova strada industriale).

Per ulteriori informazioni potete scrivere alla seguente e-mail: francesco.maggi@wwf.ch o telefonare allo 091 820 60 00 (sede WWF Bellinzona). Vi preghiamo di segnalare la vostra partecipazione entro giovedì 7 settembre ai contatti indicati in modo da poter coordinare al meglio l’attività. Maggiori info sul Clean-up Day: http://www.igsu.ch/it/novit/clean-up-day.

26.8.2017, 08:502017-08-26 08:50:11
Susanna Petrone

Proteggi gli alberi

Le vacanze sono agli sgoccioli e da lunedì si riparte con la scuola: servono pennarelli, matite, quaderni, libri. Nel corso degli ultimi 50 anni il consumo di carta è andato aumentando....

Le vacanze sono agli sgoccioli e da lunedì si riparte con la scuola: servono pennarelli, matite, quaderni, libri. Nel corso degli ultimi 50 anni il consumo di carta è andato aumentando. Fortunatamente, è aumentato anche l’uso di carta riciclata, ma si utilizzano ancora troppe fibre vergini nella produzione della carta. Ecco i consigli del WWF: quando è possibile, meglio puntare solo sulla carta riciclata, oppure utilizzare carta certificata. Non solo: se sono rimaste pagine vuote nei quaderni dell’anno scorso, perché non le usate per prendere appunti, piuttosto che buttarli via? Secondo alcuni studi, in Europa il 38% della carta viene usata per quaderni, materiale d’ufficio e libri; l’11% per stampare i giornali; il 4% per carta tecnica e speciale; il 6% per la carta igienica e il 41% per carta, cartoni e cartoncini da imballaggio. Ricorda: per produrre la carta riciclata non si abbattono alberi e si risparmiano acqua ed energia.
Il WWF intanto si impegna a proteggere le foreste pluviali più importanti al mondo che vanno da quella amazzonica, al Madagascar, ma anche nel Mekong in Vietnam abbiamo diversi progetti. Grazie all’aiuto dei sostenitori, siamo riusciti a portare il governo brasiliano a fermare la costruzione di due mega dighe lungo il Rio delle Amazzone, che avrebbe messo a rischio la biodiversità all’interno della foresta.

L’intelligenza delle piante

Respirano, sentono, sono capaci di comunicare tra di loro e di percepire un pericolo: stiamo parlando delle piante. Secondo il noto neurobiologo Stefano Mancuso hanno 20 sensi e non “vegetano”, ma anzi, sono degli universi tutti da scoprire, che sprizzano vita da tutti i “pori” (stoma, negli alberi).
A differenza di noi esseri umani e di tutti gli organismi animali - che hanno un cervello - le piante usano le radici. Parliamo di connessioni incredibili che possono essere paragonate a internet. Non solo: se si distrugge il 90% delle radici di un albero, può sopravvivere e dare l’allarme, comunicando con le piante vicine. Complessivamente, riescono a monitorare come minimo 15 parametri chimici e fisici e in più hanno i nostri cinque sensi, anche se vedono e sentono in modo diverso da noi. Solo perché immobili, non significa che non riescano ad interagire con le piante che le circondano. Sanno se l’albero vicino è della loro “famiglia” o se appartiene ad un’altra specie. Sanno se si tratta di una pianta con la quale sono in rivalità o se possono aiutarsi a vicenda. Non potendosi spostare, hanno affidato a specie “mobili” alcuni compiti: basti pensare quanti insetti, uccelli o rettili sono attratti dalle sostanze chimiche prodotte per garantire l’impollinazione. Le piante hanno trovato un modo diverso per la riproduzione.
Certo, le piante sono diverse dagli organismi animali: non si spostano e durante l’evoluzione hanno trovato il modo di vivere senza aver bisogno di noi (mentre noi abbiamo bisogno di loro per tante cose). Forse, per certi versi, sono anche più moderne rispetto a noi. Basti pensare alle piante da fiori, apparse sulla terra dopo i mammiferi. Hanno sviluppato strategie di sopravvivenza più sofisticate delle nostre (che se incontriamo un pericolo possiamo fuggire o comunque nasconderci). Non hanno organi singoli e quindi se tagli un ramo non puoi uccidere un albero. I loro organi sono diffusi in tutto il corpo. Sono più sensibili di noi e percepiscono i cambiamenti con largo anticipo. Sanno dove trovare l’acqua, sentono la forza di gravità, aiutano le piante che fanno parte della stessa “famiglia” se in difficoltà. Sanno persino essere competitive tra di loro: quando c’è da accaparrarsi il posto migliore per crescere non conoscono limiti, perché ne va della loro sopravvivenza. E poi il loro tempo trascorre in modo più lento del nostro.
C’è qualcosa di incredibilmente maestoso in un albero, nelle sue foglie, nelle sue radici. Basta solo imparare a vedere meglio.

19.8.2017, 05:002017-08-19 05:00:00
Susanna Petrone

Lo squalo!

Lo squalo: animale mitologico, temuto, ma anche venerato. Questo antico predatore, che esiste da milioni di anni, ha sempre catturato la nostra attenzione. Purtroppo la sua fama non lo protegge: dopo milioni...

Lo squalo: animale mitologico, temuto, ma anche venerato.
Questo antico predatore, che esiste da milioni di anni, ha sempre catturato la nostra attenzione.
Purtroppo la sua fama non lo protegge: dopo milioni di anni, la metà delle oltre 500 specie esistenti, è a rischio estinzione.
Le cause sono da ricercare nel comportamento dell’uomo: pesca intensiva, pesca accidentale, inquinamento dei mari, ma anche la pratica cruenta del “finning”, attraverso la quale lo squalo viene catturato, mutilato delle pinne e poi gettato ancora vivo in mare dove muore soffocato o rimane vittima di altri pesci. Il mercato asiatico paga fino a 500 dollari per mezzo chilo di pinne.
Molti non capiscono che il declino di questo predatore, animale chiave nella catena alimentare dei mari, avrà ripercussioni su tutti. Lo squalo esiste da oltre 150 milioni di anni. Noi in 50 anni siamo riusciti a ridurre alcune specie di squalo del 70% ed in alcuni casi persino del 90%. E perché?

Un animale in pericolo

Ogni anno vengono uccisi in media 50 milioni di squali. Sono tanti, anzi, troppi. Il WWF ha progetti in tutto il mondo, dove si lotta per squali, ma anche razze. Il Mediterraneo è tra le zone più colpite: qui la presenza di questo incredibile animale si è ridotta dell’oltre 95%. In alcuni casi, gli scienziati hanno confermato che venti specie di squali risultano ecologicamente estinte (lo squalo martello ha registrato un record del 99,99%). Il WWF ha avviato una serie di iniziative per ripristinare gli habitat degli squali. L’idea è quella di avere delle zone protette e non inquinate, sperando che gli squali tornino.
I colleghi degli uffici asiatici invece lottano da anni affinché venga fermata la pratica del “finning”, coinvolgendo persino noti volti della tv cinese o sportivi conosciuti a livello mondiale. Grazie a queste diverse iniziative, si è riusciti a ridurre la richiesta di zuppa di pinna di squalo in modo significativo.
Ma un altro problema serio rimane la pesca accidentale di questo prezioso predatore. Ed è sempre il Mediterraneo al centro dell’attenzione degli esperti. secondo uno studio della IUNC (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) nel Mediterraneo sono presenti circa 80 specie diverse di pesci cartilaginei e l’Italia in particolare,  grazie alla sua posizione strategica, ospita 43 specie di squali. Per contro, l’Italia detiene anche il primato, tutto negativo, di avere la più alta percentuale di squali e razze minacciate al mondo. Per questo motivo, anche l’Unione europea ha dato vita al progetto Sharklife, dove i ricercatori dell’Università della Calabria hanno creato un dispositivo che potrebbe salvare la vita agli squali. Si tratta di un cordone speciale, che rivela ai pescatori la presenza di pesci di grossa taglia nelle reti da pesca. I pescatori ricevono immediatamente un avviso via sms. Tutto grazie a questo cavo “intelligente”.
Per il momento si tratta di un prototipo, che a breve dovrebbe poter essere usato dai pescatori del Mediterraneo. Ricordiamoci che gli squali svolgono una funzione di controllo sulle popolazioni di pesci, sia demograficamente che nella disposizione geografica, e riescono a mantenere in stato di salute gli altri organismi.
Recenti studi hanno dimostrato, infine, che razze e mante sono anche in pericolo: secondo gli esperti cinque delle sette specie più a rischio in assoluto sono appunto razze, e ciò si deve purtroppo soprattutto al mercato cinese, che utilizza questi animali a scopi alimentari, ma anche per la preparazione di “farmaci tradizionali”.

12.8.2017, 05:002017-08-12 05:00:00
Susanna Petrone

Arrivano le specie aliene!

Un mese fa l’Unione europea ha inserito dodici nuove varietà nell’elenco delle “specie aliene invasive” (Ias) – dette anche neofite e neozoi –, piante ed animali esotici che riescono ad...

Un mese fa l’Unione europea ha inserito dodici nuove varietà nell’elenco delle “specie aliene invasive” (Ias) – dette anche neofite e neozoi –, piante ed animali esotici che riescono ad adattarsi agli habitat europei danneggiando gli ecosistemi locali. Sulla lista degli “osservati speciali” sono finiti per esempio l’oca egiziana, la pianta dei pappagalli, il cane procione e il topo muschiato.
Secondo il Wwf si sta andando nella direzione giusta e nei prossimi anni sarà necessario un piano d’azione concreto per gestire un fenomeno sempre più preoccupante: la colonizzazione degli habitat locali da parte delle nuove specie è, infatti, la seconda causa di estinzione per la flora e la fauna europee. Il cane procione, in particolare, è un animale sempre più popolare, e per quanto sia simpatico da vedere pochi sanno che è uno dei principali vettori della rabbia in Europa e una grande minaccia ecologica.
Le specie invasive possono avere pesanti ripercussioni sul piano sociale ed economico: l’impatto è di oltre 13 miliardi di franchi annui nella sola zona Ue. La cozza zebra (Dreissena polymorpha), il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), il visone americano (Mustela vison), il giacinto d’acqua (Eichornia crassipes), il poligono del Giappone (Reynoutria japonica) e la panace di Mantegazzi (Heracleum mantegazzianum) causano danni per centinaia di milioni di franchi l’anno. In mancanza di adeguati provvedimenti per eradicare o controllare la diffusione di queste specie, la situazione non potrà che peggiorare ed è praticamente certo che questa tendenza sarà ulteriormente esacerbata dai cambiamenti climatici.
I tassi di crescita delle invasioni biologiche sono esponenziali: il numero di specie aliene è cresciuto negli ultimi 30 anni del 76% in Europa. La crescente diffusione delle specie aliene è generalizzata a livello mondiale senza che ci siano ancora segnali di rallentamento di questa crescita. L’arrivo di molte specie aliene avviene spesso in modo inconsapevole da porti e aeroporti. Ma spesso e volentieri avviene in maniera volontaria: c’è chi commercia con piante ornamentali esotiche e animali da compagnia, così come introduce specie aliene per le attività di pesca. Poi ci sono i cittadini che – una volta che si sono stancati – rilasciano un animale (la testuggine palustre americana ne è un esempio e ha messo a rischio l’esistenza della testuggine palustre europea, conosciuta anche come Emys in Ticino). E poi ci sono animali che fuggono da allevamenti o da zoo. Un problema globale, che dovrà essere controllato.

Il gambero americano

Il gambero americano è una specie molto resistente e aggressiva. Le popolazioni raggiungono importanti densità ed è la specie di gambero attualmente più diffusa d’Europa. Fu importata in Europa per motivi gastronomici e in Svizzera fu immessa deliberatamente in natura nel corso del 20° secolo per compensare le perdite del gambero indigeno (Austropotamobius pallipes) dovute all’afanomicosi (peste del gambero). Presente nel 17% degli specchi d’acqua e nel 15% dei corsi d’acqua svizzeri che contengono gamberi. In Ticino troviamo il gambero americano nei laghi e corsi d’acqua a corrente lenta. Presenza massiccia nel Ceresio dove è arrivato nel 1990 e in alcuni corsi d’acqua associati (canali e tratto finale del Vedeggio, Magliasina, Tresa). Presente in almeno 15 siti nel lago di Lugano (soprattutto golfo di Agno e Ponte Tresa e 6 siti negli immissari e nella Tresa). Nel lago di Varese è presente un’importante popolazione del gambero rosso americano (Procambarus clarkii), specie che implica problemi maggiori rispetto alle altre specie di gambero esotiche (nella lista delle 100 peggiori specie invasive d’Europa).

La cimice marmorizzata

Tutti l’abbiamo vista e in tanti si chiedono da dove arrivi: la cimice marmorizzata è un insetto appartenente al grande gruppo delle cimici. Assomiglia molto alle cimici autoctone (è grigio-marroncina marmorizzata molto simile ad altre specie presenti sul nostro territorio come per esempio la Rhaphigaster nebulosa). Ma questa è originaria dell’Estremo Oriente e si pensa che i primi individui siano stati portati in Europa involontariamente attraverso il commercio. Ufficialmente è stata ritrovata in Europa nel 2007 vicino a Zurigo. In Ticino è stata avvistata per la prima volta nel 2013. L’insetto si è rivelato capace di riprodursi alle nostre latitudini e, in assenza dei nemici naturali in grado di contenerlo, anche di proliferare. In agricoltura negli ultimi anni sono stati segnalati danni alla produzione, soprattutto di frutta e ortaggi.

Il Poligono del Giappone

Se non si conosce questa pianta nemmeno ci si fa caso: eppure il Poligono del Giappone è diventato una vera e propria piaga. Può raggiungere i tre metri di altezza e cresce spesso lungo i corsi d’acqua. Parliamo di una pianta invasiva con una forte capacità riproduttiva. Forma delle popolazioni grandi e dense ed è molto difficile da eliminare.
Minaccia in modo serio la flora indigena e rende instabile il terreno. Infatti in inverno le parti aeree muoiono, esponendo il suolo al pericolo dell’erosione. Per liberarsene bisogna estirpare le piante con tutte le radici.
Se il numero di piante è molto elevato, eseguire sfalci molto frequenti. Non solo: il materiale non va lasciato sul posto, ma messo nei sacchi della spazzatura da smaltire con i rifiuti solidi urbani.
In Svizzera è assolutamente vietato compostare gli scarti, visto che tornerebbe a crescere.

Sorvegliati speciali

Con l’entrata in vigore il 2 agosto del primo aggiornamento del Regolamento Eu 2016/1141 contenente la lista delle specie aliene invasive (Ias) di rilevanza unionale, salgono a 49 le specie aliene invasive pericolose per il territorio europeo. Parliamo del 2% di tutte le specie invasive presenti in Europa. Ecco la lista delle specie invasive che vengono tenute sotto controllo al momento:


Piante

Erba degli alligatori
(Alternanthera philoxeroides)
Pianta dei pappagalli
(Asclepias syriaca)
Baccaris (Baccharis halimifolia)
Cabomba di Carolina
(Cabomba caroliniana)
Il giacinto d’acqua
(Eichhornia crassipes)
Elodea (Elodea nuttallii)
Rabarbaro gigante/cileno
(Gunnera tinctoria)
Panace di Mantegazzi
(Heracleum mantegazzianum)
Golpar (Heracleum persicum)
Heracleum sosnowskyi
Soldinella reniforme
(Hydrocotyle ranunculoides)
Balsamina ghiandolosa
(Impatiens glandulifera)
Peste d’acqua arcuata
(Lagarosiphon major)
Porracchia a fiori grandi
(Ludwigia grandiflora)
Porracchia plepoide
(Ludwigia peploides)
Lysichiton americano
(Lysichiton americanus)
Microstegium vimineum
Millefoglio d’acqua/americano
(Myriophyllum aquaticum)
Foxtail (Myriophyllum heterophyllum)
Partenio (Parthenium hysterophorus)
Penniseto allungato
(Pennisetum setaceum)
Persicaria (Persicaria perfoliata)
Kudzu (Pueraria lobata)  

Invertebrati

Gambero americano
(Orconectes limosus)
Gambero della California
(Pacifastacus leniusculus)
Gambero rosso della Louisiana
(Procambarus clarkii)
Gambero marmorato
(Procambarus fallax f. virginalis)
Gambero virile (Orconectes virilis)
Granchio di Shanghai
(Eriocheir sinensis)
Calabrone asiatico
(Vespa velutina nigrithorax)  

Mammiferi

Cane procione
(Nyctereutes procyonoides)
Coati rosso (Nasua nasua)
Mangusta indiana
(Herpestes javanicus)
Muntjak della Cina (Muntiacus reevesi)
Nutria (Myocastor coypus)
Procione (Procyon lotor)
Scoiattolo di Pallas
(Callosciurus erythraeus)
Scoiattolo grigio nordamericano
(Sciurus carolinensis)
Scoiattolo volpe (Sciurus niger)
Tamia siberiano (Tamias sibiricus)
Topo muschiato (Ondatra zibethicus)  

Pesci

Pseudorasbora (Pseudorasbora parva)
Chinese Sleeper (Percottus glenii)  

Rettili

Testuggine palustre americana
(Trachemys scripta)

Anfibi

Rana toro americana
(Lithobates catesbeianus)  

Uccelli

Gobbo della Giamaica
(Oxyura jamaicensis)
Ibis sacro (Threskiornis aethiopicus)
Oca egiziana (Alopochen aegyptiacus)
Cornacchia indiana (Corvus splendens)

 

5.8.2017, 05:002017-08-05 05:00:00
Susanna Petrone

Coralli a rischio

La sopravvivenza dei coralli è a rischio ed è minacciata soprattutto dall’uomo. Nel 2016 lo sbiancamento della Grande Barriera Corallina australiana è stato superiore al previsto: quasi un terzo dei...

La sopravvivenza dei coralli è a rischio ed è minacciata soprattutto dall’uomo. Nel 2016 lo sbiancamento della Grande Barriera Corallina australiana è stato superiore al previsto: quasi un terzo dei coralli è morto.

Lo sbiancamento peggiore è avvenuto nella zona a nord di Port Douglas, dove si stima la morte del 70% dei coralli presenti in acque poco profonde. E a detta degli gli esperti il trend per il 2017 non è molto diverso. Secondo gli ultimi studi, circa il 60 per cento delle barriere coralline mondiali è fortemente minacciato dall’overfishing, da metodi di pesca devastanti in cui si fa ricorso a cianuro e dinamite, e dal crescente inquinamento ambientale.

Troppi Paesi non proteggono le proprie barriere coralline come dovrebbero, e anzi, costriuiscono porti sempre più grandi e devastanti. I coralli vivono nei mari tropicali che bagnano oltre cento nazioni della terra. Per i banchi corallini il surriscaldamento globale rappresenta la minaccia più seria di sempre. A causa del consumo sempre crescente di prodotti derivati dal petrolio, l’uomo continua ad immettere nell’atmosfera un’eccessiva quantità di CO2. L’acqua dei mari dove vivono i coralli ha una temperatura media tra i 18 e i 20 gradi. Se la temperatura aumenta anche solo di poco, i coralli muoiono e, lentamente, si estinguono. Il WWF Svizzera al momento è impegnato nella protezione della Barriera Corallina del Belize e sostiene i colleghi in Australia. Nella zona meridionale, infatti, è stato osservato un recupero della barriera.

Bialowieza è salva

Arriva il plauso del WWF alla decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea di fermare il taglio del legname nella foresta di Bialowieza, in Polonia, uno dei patrimoni mondiali dell’UNESCO che custodisce, tra le tante specie, il bisonte europeo.

“Si tratta di una grande novità per quest’importante area forestale e per le comunità che ne dipendono – ha dichiarato Dariusz Gatlowski, Biodiversity Specialist del WWF Polonia –. Ordinando al governo polacco di fermare ogni attività di taglio, la Corte riconosce che tali azioni provocano danni gravi e irreparabili a questo sito inestimabile. Bialowieza deve essere protetta a beneficio delle generazioni future. Ora ci aspettiamo che il governo aderisca immediatamente all’ordine della Corte e fermi la distruzione della foresta di pianura meglio conservata d’Europa”.

La Corte di giustizia chiede di sospendere le attività di taglio salvo le situazioni che minacciano la sicurezza pubblica. In pratica, ciò significa non solo la sospensione dell’esecuzione della decisione del ministro dell’Ambiente polacco Jan Szyszko, adottata dal marzo del 2016, che consentiva un maggiore sfruttamento nel distretto boschivo di Bialowieza, ma anche un divieto di eliminare gli alberi più vecchi dalle altre parti del foresta. Il divieto rimarrà in vigore fino alla conclusione definitiva del caso presso la Corte UE.

La Corte ha basato la propria decisione sulle cosiddette misure provvisorie. Questo è uno strumento giuridico straordinario che sospende un’attività  con effetto immediato. La Corte la adotta molto raramente, solo nei casi in cui le attività in corso giudicate dannose possano causare danni gravi e irreparabili.

“La decisione della Corte di giustizia Europea conferma ciò che la Commissione europea, l’UNESCO, la maggior parte della comunità scientifica e il WWF hanno già sottolineato: la minaccia per questo habitat e le sue specie protette è la deforestazione e non un qualche insetto delle cortecce. Ora bisogna fermare ogni attività di taglio prima che si facciano ulteriori danni” – ha concluso Gatlowski. 

Questa foresta ospita il bisonte europeo. Si tratta del più grande mammifero terrestre d’Europa. Si era estinto dopo la Prima guerra mondiale, ma gradualmente si è cercato di reintrodurre in natura questa specie grazie agli esemplari che si trovavano nei vari zoo d’Europa. Complessivamente sono circa 4’000 gli esemplari di bisonte europeo, ma solo nella foresta di Bialowieza vivono completamente allo stato selvatico.

Piccoli grandi eroi

Gli eroi della settimana sono questi bambini di Sciacca, in provincia di Agrigento in Sicilia, che hanno scoperto nei pressi di uno stabilimento un nido di tartaruga “Caretta caretta”.

La scoperta è avvenuta a seguito di una mareggiata che ha scoperchiato il nido e messo alla luce le uova. 

Immediatamente sono stati avvisati i volontari del WWF, che insieme agli operatori del Progetto europeo Euroturtles, si sono messi al lavoro per realizzare la “traslocazione” delle uova, secondo le rigide linee guida previste in questi casi. Le uova prelevate sono state poste in ordine di ritrovamento nelle cassette e spostate a poche decine di metri in un punto già noto per via dei nidi degli scorsi anni, a distanza di sicurezza dal mare.

Ora bisognerà attendere per sapere se le uova si sono salvate o l’immersione in acqua le ha danneggiate.