Editoriale

13.2.2017, 10:002017-02-13 10:00:25
Aldo Bertagni @laRegione

Inversione di tendenza

Sono rimasti fuori, nel senso che non cambia nulla, solo i tagli alle cure a domicilio. Sul resto (Riforma III delle imprese compresa in votazione federale) la maggioranza dei ticinesi ha...

Sono rimasti fuori, nel senso che non cambia nulla, solo i tagli alle cure a domicilio. Sul resto (Riforma III delle imprese compresa in votazione federale) la maggioranza dei ticinesi ha riconosciuto le scelte e la bontà della politica finanziaria sin qui condotta dalla maggioranza governativa e dal Consiglio di Stato. Non era scontato, non lo era davvero, se si considera che ieri il popolo ha detto sì anche alla revisione della Laps, ovvero dell’armonizzazione delle prestazioni sociali vero “gioiello” del Canton Ticino, in questo campo; un ridimensionamento pesante ma non fondamentale. Però è pur sempre un cambiamento di rotta dopo anni di difesa – quasi a oltranza – della socialità garantita dallo Stato. L’approvazione è stata trasversale, ma si è fatta notare soprattutto nelle zone periferiche e questo è un dato che merita attenta riflessione perché è proprio in queste realtà che si lamenta al contempo isolamento e abbandono (vedi la forte protesta contro il ridimensionamento dei servizi federali). Un governo più forte, dunque, quello uscito ieri dalle urne che certo si rinfranca nella strategia adottata: risanamento delle finanze cantonali entro la fine della legislatura, costi quel che costi. Una prova di maturità, come dicono oggi i vincitori, o piuttosto una confusione data da paure e proteste spesso riversate nell’urna? Chissà. Certo è che il Consiglio di Stato può tirare il fiato e incassare un risultato assolutamente non scontato. Cosa ne farà? Serviranno, le conferme di ieri, a rafforzare la convinzione sulla bontà delle scelte sin qui fatte senza andare oltre o stimoleranno a osare qualcosa in più? Lo vedremo presto, anche perché siamo quasi a metà legislatura e non resta molto altro tempo per le scelte che contano. Il voto di ieri, senza dubbio, permette anche alla maggioranza parlamentare – spesso incerta per le bizze di questo o quello – di consolidare le proprie convinzioni e la necessità di non perdersi in giochi di bottega. Detta altrimenti, la parte prevalente del popolo ha lanciato a Plr, Ppd e Lega un messaggio chiaro: proseguite sul percorso iniziato senza dividervi per interessi di parte. E se proprio vogliamo tagliare il capello in quattro, si può aggiungere che quella di ieri è anche la vittoria dei leghisti “moderati”; quelli che rispettano i patti. Cosa poi tutto ciò possa voler dire sul piano elettorale, nel 2019, beh sarà interessante andarlo a vedere. Non ultimo, la riflessione s’impone in casa del fronte rosso-verde che tanto aveva scommesso su questi referendum. Ne porta a casa uno solo e perde il principale. Si conferma la crisi di una realtà politica che anche nel resto d’Europa – se può consolare – fatica non poco a comunicare con gli elettori; di più, ad entrarvi in sintonia. Eppure le differenze sociali, le disuguaglianze sono tornate di grande attualità a tutte le latitudini. Lo si vede e lo si sente tutti i giorni, anche nelle varie forme di protesta che però – almeno in Canton Ticino – non confluiscono quasi mai sotto gli striscioni della sinistra o dei Verdi. Ieri i vertici del Ps si sono dichiarati comunque soddisfatti. Il sospetto è che non possano dire altrimenti. Sullo sfondo, infatti, c’è una tensione interna che dura da tempo – ma che sin qui è rimasta sottotraccia – e che da oggi rischia di esplodere. Perché quando si perde, la colpa è di tutti e di nessuno. E volano gli stracci. Il vero problema non è tanto gestire i conflitti che a sinistra hanno sempre rappresentato la normalità, quanto piuttosto trovare una “linea” capace di rimettere la sinistra alla guida di ceto medio e fasce più deboli.

12.1.2017, 10:112017-01-12 10:11:22
Aldo Bertagni @laRegione

Il paradosso ticinese

Viviamo nell’epoca della post-verità, ovvero della “verità su misura” che ognuno di noi si confeziona sulla base di emozioni e pregiudizi. Un terreno fertilissimo per la politica (Donald Trump è...

Viviamo nell’epoca della post-verità, ovvero della “verità su misura” che ognuno di noi si confeziona sulla base di emozioni e pregiudizi. Un terreno fertilissimo per la politica (Donald Trump è stato l’ultimo e più clamoroso esempio) perché se tutti hanno ragione, nessuno ce l’ha e dunque si può dire e fare di tutto e di più. Come accanirsi sul bilancio di gestione del Canton Ticino, da anni sottoposto a un vero e proprio “stress test” da quei partiti convinti che sul “risparmismo” si guadagnano punti elettorali. Teoria tutta da dimostrare – anzi, dati i risultati delle ultime elezioni cantonali si direbbe il contrario – ma pur sempre in auge perché vincente resta il linguaggio che la supporta (le famose mani in tasca ai contribuenti). Ed è quello che capita puntualmente ogni anno, il Preventivo. Il 2017 resterà però negli annali come il miglior paradosso della politica ticinese. Breve riassunto. Conti figli di una severa manovra finanziaria (tagli e risparmi per 200 milioni) approvata lo scorso settembre dalla maggioranza parlamentare, si presentano a dicembre con un disavanzo di 33,7 milioni: il più basso degli ultimi vent’anni. Bocciati per tattica politica, vuoi perché svuotati di contenuto (avevano già deciso tutto a settembre), vuoi perché si vuole mettere la Lega con le spalle al muro. Il Preventivo di quest’anno torna in Commissione della gestione e la Lega, è notizia di martedì scorso, chiede ulteriori risparmi (alla voce beni e servizi); contrari gli altri, se ne esce con la proposta di tagliare comunque altri 20 milioni, ma a discrezione del Consiglio di Stato, entro il prossimo aprile. Dove e perché? Non è affar loro. Si fa cenno alla sempre buona “revisione dei compiti dello Stato”, formuletta felice perché carica di buone intenzioni senza nessun riscontro concreto. A fine mese il Preventivo tornerà in aula col rischio di una seconda bocciatura, questa volta per colpa della Lega che da un lato cova la vendetta e dall’altro ha bisogno di profilarsi maggiormente per non diventare a tutti gli effetti il partito del potere. In sintesi, i conti dello Stato sono solo un pretesto – e dati i numeri non potrebbe essere altrimenti – per alimentare post-verità, o anche tattiche alla fine della fiera trite e ritrite, che ricordano una politica considerata superata. A parole. In un contesto come quello appena descritto, fanno notizia i dati sulla disoccupazione ticinese considerati bassi se riferiti solo alle cifre della Seco, preoccupanti se inseriti in un quadro più ampio che considera flessibilità e precarietà del lavoro. I senza lavoro iscritti agli Uffici regionali di collocamento (con o senza indennità) si aggirano sulle 6’500 unità. Se a questi aggiungiamo chi è occupato temporaneamente o svolge programmi occupazionali, si raggiungono i 9’000 casi, ovvero il 5% della popolazione. Il lavoro tiene, ma peggiora in qualità professionale e redditizia (vedi crescita della sottoccupazione) con conseguente peggioramento delle condizioni di vita. E la politica cantonale che fa? Per risparmiare taglia ancora, come già in passato, le prestazioni sociali (assegni per i figli, per le famiglie, le cure a domicilio). Risparmi, come detto all’inizio, poco comprensibili perché inseriti nella logica del post-fattuale; coi fatti veri c’hanno poco a che fare. Perché sarà senz’altro un bene avere lo Stato in buona salute finanziaria, ma non è il caso che i suoi cittadini – per raggiungere lo scopo – nel frattempo vivano in maggior precarietà finanziaria e culturale. Cui prodest, dunque? P.S. – È singolare che anche la Lega oggi sia schierata sul fronte risparmista, quando in passato Giuliano Bignasca ha sempre gridato ai quattro venti che il debito pubblico è l’ultimo dei problemi. Precursori della post-verità.

"Kubi" di Flavio Stroppini e Monica De Benedictis

Partecipa al nostro concorso e vinci 2 biglietti per lo spettacolo che si terrà il 19 gennaio alle ore 20.45 al Teatro Sociale di Bellinzona. Invia un Sms al numero 434 con parola chiave LR KUBI.
24.12.2016, 10:002016-12-24 10:00:00
Matteo Caratti @laRegione

Al sodo della vita

Da sempre il Natale è un’occasione (rara) per fermarci un attimo. Oggi decisamente più di ieri, vista la crescente frenesia che ci circonda e ci sollecita in ogni momento attraverso la dilagante e...

Da sempre il Natale è un’occasione (rara) per fermarci un attimo. Oggi decisamente più di ieri, vista la crescente frenesia che ci circonda e ci sollecita in ogni momento attraverso la dilagante e imperante digitalizzazione.
I ritmi risultano talmente forsennati che stanno facendosi largo nuove tendenze: staccare la spina, ‘spegnere’ il telefonino, recuperare tempi morti da dedicare a se stessi, al dialogo con chi ti sta a cuore e persino al dolce far niente. Insomma: si tratta di un’occasione privilegiata per ritrovare un pochino se stessi e gli altri.
Lo scorso anno, ricordando l’invito natalizio di papa Francesco, avevamo insistito sull’importanza della convivialità. Un momento di certo importante per la comunità dei credenti, poiché quel gesto ‘del prendetene e mangiatene tutti’ ha per i cristiani un significato alto.
Ricordate? Nella sua ben nota concretezza (saggia) Francesco aveva detto che ‘una famiglia che non mangia quasi mai assieme, o in cui a tavola non si parla, ma si guarda la televisione, o lo smartphone, è una famiglia poco famiglia. Quando i figli a tavola sono attaccati al computer, al telefonino, e non si ascoltano fra loro, questo non è famiglia, è un pensionato’. Frase che era suonata come un’esortazione rivolta a tutti credenti e non, ovviamente da non fare propria solo vicino al presepe o sotto l’albero. A maggior ragione quando ci sono adolescenti in famiglia e a tavola. La festa delle feste è quindi una buona, anzi buonissima occasione, per ricordare loro che, sedendosi a tavola, hanno sulla sedia che sta loro accanto, o nella persona che sta loro di fronte, un interlocutore da preferire ai vari bip-bip che arrivano da fuori sul telefonino e su altri aggeggi pulsanti. Per non dire che – semplice questione di rispetto – c’è chi in famiglia ha dedicato parte del suo tempo a preparare il pasto…
Attenzione: dallo scorso anno a oggi, abbiamo imparato ancora qualcosa in più. Ce n’è sempre una nuova. Che non solo le tecnologie occupano parecchio del nostro tempo. Ma che determinate notizie false, promosse ad arte sui social e poi rilanciate dagli utenti (perché considerate dal singolo eccezionali e particolarmente interessanti), stanno raggiungendoci come fossero il nuovo verbo elettronico e rischiano di condizionare le nostre scelte.
Una di queste – come noto – è stata quella ormai famigerata del presunto appoggio del papa a Trump. Notizia vera? Nossignori, clamorosa viralissima bufala. Ma, ahinoi!, supercliccata, perché lanciata e rilanciata (molto accuratamente e astutamente) da chi l’ha creata con la complicità inconsapevole di milioni di lettori/navigatori, per poi essere, a conti fatti e urne chiuse, sospettata di aver persino influenzato parte dell’elettorato cattolico durante l’ultima sfida elettorale americana.
Ecco perché l’invito del papa lanciato lo scorso anno a mangiare assieme (il più possibile sconnessi dalla rete) parlandosi e l’uso improprio di una frase mai pronunciata da lui (e nemmeno lontanamente pensata osiamo supporre), dovrebbero spingerci a riflettere sull’importanza di vivere nel mondo reale e farci capire cosa sono le cose veramente importanti: andando al sodo della vita, limitando il più possibile i rumori di fondo e le distrazioni inutili (o persino malevole e perniciose). Ripartendo, ad esempio, dal dialogo con chi ci sta accanto e apprezzando ciò che è davvero vero. Vero, autentico, genuino: umano!
Buone feste, cari lettori!

5.12.2016, 09:582016-12-05 09:58:28
Matteo Caratti @laRegione

‘Il silenzio è un altro silenzio’

C’è un’immagine, affrescata da Giovanni Orelli, ne ‘L’anno della valanga’ che mi è tornata in mente in queste ore. Quella del dialogo fra il vecchio e il giovane. Lassù in valle...

C’è un’immagine, affrescata da Giovanni Orelli, ne ‘L’anno della valanga’ che mi è tornata in mente in queste ore. Quella del dialogo fra il vecchio e il giovane. Lassù in valle il momento è grave: si deve decidere se lasciarla o meno. La valanga si fa sempre più minacciosa. ‘Una valanga di primavera non è roba da scherzare’. Arriva dunque l’ordine da Bellinzona: bisogna evacuare. Gli abitanti si riuniscono in assemblea e ascoltano le indicazioni del gendarme che veste per l’occasione la divisa della festa. Il paese si spacca in due partiti, ‘dapprima sotto sotto, poi ferocemente avversi’. Il vecchio si rivolge ai convallerani. Il momento è grave, persino ‘il silenzio è un altro silenzio’, il suo corpo ‘nella posizione che ha in chiesa quando si è al Vangelo’. L’anziano – che, se fosse al posto dei giovani, forse ragionerebbe come loro – come tanti altri vecchi, non vuole lasciare la valle ‘la nostra casa, i nostri prati, i luoghi, i nostri morti’. Sa bene che i tempi sono cambiati: lui era stato abituato a ‘ubbidire e filar diritto’ di fronte ai suoi vecchi, a fare come le nostre umili donne ‘use fin da presto ad abbassare il capo a quello che la vita manda’, a ‘sopportare in silenzio senza bastardare il passato e la fede’. Il vecchio è cosciente che dalla valle c’è già chi negli anni passati è andato via a vendere ‘quattro castagne’ alla gente all’uscita dai teatri. Ma poi tanti sono tornati, uno persino dall’America ‘che incensava’. E alla domanda sul perché fosse tornato ‘a star male’ disse: ‘Sono tornato perché là nevica’. E giù neve: anche là. Al dire del vecchio, puntuale replica il giovane: ‘Sappiamo già come vanno le cose: restate attaccati alla vostra bella terra, al vostro nobile lavoro, come i padri che fondarono e fecero forte la patria, noi siamo qui per aiutarvi. Aiutarci una bella merda, per cui a furia di promesse (…) mai mantenute, mi domando se siamo uomini o tolle da petrolio…’. E poi: ‘Quella di farmi star qui per i begli occhi dei politicanti, che non vogliono, dicono loro, veder morire le nostre belle valli, i nostri bravi contadini, pei ricconi che le domeniche d’agosto vengon su a buttar giù la loro pancia in mezzo all’erba, dei nostri prati mondati, insieme con le loro vacche ossigenate (...), questa proprio no’. In questa parte del dialogo affiora tutta la tensione respirabile allo storico bivio: radici, tradizioni, memoria, da una parte; cambiamento, rottura, voglia di modernità, dall’altra. Una tensione che non è solo fotografia di un passato remoto, ma è anche percezione della vita che scorre e che – l’altroieri come ai giorni nostri – torna a riproporre bivi e crocevia. Le valanghe incombenti non sono solo quelle pericolose per la troppa ‘fioca’ sui pendii. Di valanghe ne sono scese tante altre anche dopo la pubblicazione del romanzo e altre incombono. Tante altre, che forse nemmeno più osiamo alzare lo sguardo. Sul nostro cammino tiriamo dritto, incrociamo le dita, che ci vada bene. Anche perché il gendarme – che viene a leggere l’invito del governo a chiederci di lasciare la valle – non c’è più. E non c’è nemmeno più una comunità così unita, capace di riunirsi a dibattere e decidere. Il bivio, tratteggiato in un romanzo del 1965, merita quindi di essere apprezzato per la sua capacità di evidenziare valori che – pur passando generazioni ed epoche – mantengono tutta la loro centralità. Sono le questioni di fondo dell’uman genere. Resto, vado, cambio, torno, riparto. Vita, morte. Un esercizio di rilettura che – aggiungo – andrebbe fatto, pensando anche oltre i confini del nostro fazzoletto di terra cantonale. I nostri avi, figli della civiltà contadina e alpestre al tramonto sotto la neve, sono stati anche gente con la valigia in mano. Partivano. Fra forti nostalgie e forti speranze. Come chi oggi da noi bussa.

26.9.2016, 10:292016-09-26 10:29:44
Aldo Bertagni @laRegione

Se la paura batte la penuria

“Al posto della comunanza indotta dalla penuria subentra la comunanza indotta dalla paura”. Detta altrimenti, viviamo un’epoca sociale in cui “la solidarietà della paura nasce e diventa...

“Al posto della comunanza indotta dalla penuria subentra la comunanza indotta dalla paura”. Detta altrimenti, viviamo un’epoca sociale in cui “la solidarietà della paura nasce e diventa una forza della politica”. Lo scriveva ben trent’anni fa (‘La società del rischio’) Ulrich Beck, sociologo tedesco scomparso all’inizio dello scorso anno, e spiega bene, a nostro giudizio, quanto sta capitando da alcuni anni a questa parte in Canton Ticino ogni qualvolta si è chiamati a votare sugli stranieri e in particolare sul lavoro della manodopera estera, nello specifico frontaliera (che lavora qui e abita in Italia). Quella di ieri, poi, con ‘Prima i nostri’ è prova provata che la paura è ormai piattaforma di lotta e di governo per chi – come la destra ticinese – intende gestire il potere indisturbato grazie ai consensi generati, appunto, da una falsa percezione. Prova provata perché se davvero è tanta la preoccupazione per l’invasione della manodopera estera, altrettanto forte dovrebbe essere la risposta per combattere la causa di una simile situazione. Quella vera, beninteso, vale a dire l’incontrollata ed estesa flessibilità occupazionale che impone un ‘quando’ e ‘quanto’ a seconda delle bizze del mercato. Quando lavorare e per quanti soldi sono ormai in Ticino come altrove variabili quotidiane e incontrollate (dai salariati). È vero. La maggioranza dei ticinesi vuole si faccia di più e di meglio anche contro il dumping salariale, ma senza interferire nelle regole della contrattazione, ovvero nella contesa fra partner sociali come invece chiedeva l’iniziativa dell’MpS. Come dire, l’invasione dei lavoratori stranieri è un’emergenza e va trattata di conseguenza, mentre le condizioni di lavoro – dei residenti e degli stessi stranieri – certo ci preoccupano ma possono restare nel solco della normalità. Questo ha detto la maggioranza accogliendo il controprogetto all’iniziativa ‘Basta con il dumping’ e questo vuole la stessa maggioranza approvando l’iniziativa democentrista ‘Prima i nostri’ che manifesta sì la paura, ma non risolve il problema. Lo si sapeva prima e non è cambiato oggi. Non lo risolve perché la legislazione sul lavoro è di competenza federale, come ogni prescrizione di politica estera. Ora si farà un ‘gruppo di lavoro’ allargato anche agli iniziativisti e molto probabilmente si finirà nello stesso tunnel dove è caduto l’articolo 121a della Costituzione federale dopo il sì popolare del 2014 all’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Solo settimana scorsa il Consiglio nazionale ha approvato un’ipotesi di progetto che già non piace agli iniziativisti e non si sa come la prenderà l’Unione europea. ‘Prima i nostri’ è uno slogan efficace, peccato però che l’efficacia in questo caso sia necessaria solo a generare la ‘comunanza della paura’ mentre si è ben lontani dal constatare una comunanza data dalla penuria di lavoro, denaro, opportunità sociali e culturali. Sarà anche perché giocare tutto sulla diversità nazionale costa meno (socialmente parlando) che battersela sulla differenza fra ceti. Meglio dunque continuare a chiudere gli occhi e mandare segnali (a Berna) che confermano, volta per volta, lo smarrimento diffuso. Al contempo, va pur detto, col voto di ieri s’intravede anche la volontà di rimettere al centro della discussione il vero nodo, checché se ne dica, delle contraddizioni sociali: le regole del mondo del lavoro. Evitando però di allargare il ‘conflitto’ che resta così individualizzato, cosa del singolo. E lo Stato sta quasi alla finestra. Finché scarseggia la comunanza della penuria...

Un giorno di spesa in collaborazione con Denner Paradiso!

Oggi, lunedì 26 e domani, martedì 27 settembre dalle 9.00 alle 14.00 vieni a trovarci al Denner di Paradiso e partecipa al nostro concorso. In palio un buono acquisto di CHF 200.-.
30.7.2016, 10:302016-07-30 10:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Le pietre dell’antico muro

Cari lettori, quest’anno è davvero dura trovare ispirazione e parole giuste per una riflessione in occasione del Primo di Agosto. Si può scrivere tutto quello che si vuole, ma sai già che...

Cari lettori, quest’anno è davvero dura trovare ispirazione e parole giuste per una riflessione in occasione del Primo di Agosto. Si può scrivere tutto quello che si vuole, ma sai già che chi ti legge ha ben incise nella propria mente le terribili immagini delle ultime stragi. E sempre più spesso si chiede: ‘Ma cosa deve ancora succedere?’, ‘Cosa ci riserverà il domani?’. Così è, poiché, senza sosta, puntualmente, mentre scorrono le settimane, ci raggiungono notizie sconvolgenti da Paesi che ben conosciamo, che ci circondano. Paesi amici. Vorremmo pensare ad altro, vorremmo tanto voltare pagina, ma è difficile. Quasi impossibile. Vorremmo anche capire meglio cosa sta succedendo, ma anche questo non è facile.
Dovremmo dunque festeggiare? Certo che lo dobbiamo fare, anzi: a maggior ragione! E dobbiamo farlo cogliendo al balzo proprio anche le brutte notizie per alimentare la nostra presa di coscienza per la fortuna regalataci dal modello elvetico. Spesso per abitudine diamo per scontate tante cose, che però scontate non sono, perché sono costate lotte e sacrifici alle generazioni che ci hanno preceduto. Conquiste che noi, oggi, nel nuovo millennio troviamo lì bell’e pronte e stentiamo ad accorgerci della grande fortuna di poterle avere. Prendiamo ad esempio la scuola pubblica dell’obbligo: siamo maggiormente disposti a criticarla o a riconoscerne il valore? Di questi tempi è decisamente più forte il primo sentimento di critica, a tratti anche feroce e superficiale. Si sdogana l’equazione docenti = demotivati ecc. Meglio sarebbe invece puntare su di una critica costruttiva, per non correre il rischio di buttar via il bambino con l’acqua sporca. Ma, molto probabilmente, ci accorgeremo del valore di questo tesoro solo quando – speriamo non avvenga mai – la scuola pubblica – che dietro di sé ha un forte ideale di democrazia – dovesse venir seriamente indebolita. E allora saremo tutti (o quasi) pronti a dire ‘peccato che la nostra scuola è così mal ridotta, una volta sì che funzionava…’. Questo singolo esempio per dire che mai vorremmo che il nostro modello di convivenza pacifica fra persone che parlano lingue diverse, che hanno abitudini culturali e persino pratiche religiose differenti, venga seriamente compromesso. Mai vorremmo, a maggior ragione, che questo modello fosse fatto saltare in aria da qualcuno che viene da fuori. Ma, per non permettere che le crepe finiscano per compromettere la statica nella costruzione del nostro antico muro, dobbiamo essere coscienti dell’alto valore del nostro modello di convivenza politica e sociale e di ogni sua singola pietra. Il che significa non lasciarsi trascinare in sterili polemiche politiche, non permettere che tensioni religiose degenerino, o, peggio ancora, che tensioni politiche si trasformino in attriti rivolti a comunità religiose e a minoranze. Il che significa saper misurare con la ragione le reazioni invece che cedere all’istinto. Per questo però ci vuole – e il nostro lo è! – uno Stato che funzioni, che sappia rassicurare i cittadini; ci vuole anche – e la nostra lo è? – una politica responsabile capace di andare subito al dunque nelle emergenze. Per questo ci vogliono – lo siamo? – cittadini saggi (che non dimenticano la storia e guardano lontano). Nei secoli chi ha abitato le nostre terre, osservando ciò che stava succedendo appena fuori dai confini elvetici, ne ha viste di tutti i colori. Nel Novecento poi… Anche questo è un momento grave, nel quale ciascuno è chiamato a fare responsabilmente la propria parte. Tenendo conto che la pace e la convivenza pacifica nel rispetto delle differenze reciproche sono valori collaudati e preziosi, di cui prendersi cura. Valori che vanno continuamente ricercati e coltivati, soprattutto nelle avversità. Viva la Svizzera! E ciò che rappresenta!

27.7.2016, 10:192016-07-27 10:19:15
Matteo Caratti @laRegione

Un punto di non ritorno

Nizza, la Baviera e ora di nuovo la Francia. Carneficine a non finire, che quasi quasi se ne perde il conto. Segnano un punto di non ritorno. Una cesura netta fra chi ha creduto che fosse...

Nizza, la Baviera e ora di nuovo la Francia. Carneficine a non finire, che quasi quasi se ne perde il conto. Segnano un punto di non ritorno. Una cesura netta fra chi ha creduto che fosse necessario tenere fede ai valori alti dell’accoglienza e della solidarietà verso chi è molto meno fortunato, chi è perseguitato nel proprio Paese, e chi non ha mai creduto in questa dimensione e va ripetendo: ‘Vedete che avevamo ragione? Le frontiere vanno blindate!’. I recenti e reiterati atti di barbarie avevano sinora colpito comunità (in particolare quella francese, belga e germanica) nelle proprie attività quotidiane e soprattutto laiche. Gli attentati erano costati la vita a famiglie che stavano passeggiando lungo il mare, ferito giovani che stavano assistendo a un concerto e, prima ancora, crivellato vignettisti in una redazione, massacrato spettatori durante uno spettacolo, viaggiatori nella metro, clienti in un negozio ebraico. Ora è stato sgozzato un sacerdote e sono stati feriti dei credenti in un luogo di culto. Una reiterazione e una scelta che fa balzare in primo piano – senza né se, né ma – il tema della sicurezza quale priorità n. 1, a scapito di libertà e diritti anche loro brutalmente feriti dai fanatici. Una sicurezza rincorsa dai Paesi europei (chissà se un giorno riagguantata?) dando più poteri a servizi segreti e organi inquirenti nel monitorare, intercettare e fermare preventivamente potenziali autori di attentati. Libertà e diritti da rivedere, però, anche per chi bussa alle nostre porte domandando aiuto. Per chiedere asilo (ma non solo, anche lavoro), in taluni casi già sapendo di non poterne aver diritto. La stretta che ora seguirà, e che avvertiremo già a partire dai prossimi giorni nei Paesi che ci circondano e di riflesso anche in Svizzera, sarà senza precedenti. Perché non si può chiedere accoglienza e tradire, colpire alle spalle, uccidere chi ti ha aperto le porte per minarne il sistema. Non mancherà anche chi chiederà di tenere in carcere a vita questi criminali e di bloccare tutti i nuovi arrivi. Di chiudere le frontiere e cercare di smaltire le richieste pendenti. Sì perché, se non riusciamo a tenere a bada le teste calde e i criminali già presenti sul territorio, figuriamoci se possiamo permetterci di accatastare altre richieste e altri arrivi, che possono malauguratamente ancora celare persone pronte a diventare uomini dell’Isis. In parole povere: visto quanto successo, ci troviamo costretti a far valere il principio ‘a mali estremi, estremi rimedi’. Scelta obbligata che avrà come conseguenza che chi davvero soffre e ha diritto all’asilo lo otterrà, forse..., ma con estrema difficoltà. C’è poi un secondo motivo di politica interna che porterà pure a un nuovo giro di vite. Bisogna assolutamente evitare che qualche cittadino, preso dal panico, inizi a farsi giustizia da sé. Questa deriva, tipica di momenti molto gravi come quelli che stiamo vivendo, non va sottovalutata. Le stragi si susseguono a ritmo sostenuto e hanno obiettivi sempre nuovi. Ciò ci destabilizza, ci fa perdere i punti di riferimento. E quando non si ha più fiducia nello Stato, perché si dimostra incapace di arginare una situazione del tutto nuova, che probabilmente nessuno saprebbe gestire, si fanno largo le spedizioni punitive. Pane per i denti di una certa estrema destra nostalgica, che non può non far venire i brividi. Per questo è importante accelerare, e di molto, le pratiche pendenti, non permettere a chi qui arriva di poter vagare per il Paese, coordinare i rientri di chi non ha diritto all’asilo per evitare che si creino sacche di povertà e devianza, lasciare in prigione chi è stato condannato per la sua militanza nell’Isis ed essere più prudenti che mai.

16.7.2016, 08:262016-07-16 08:26:50
Matteo Caratti @laRegione

Allons enfants...

È la foto del piccolo corpo, coperto dal telo termico, steso sul catrame della Promenade des Anglais con accanto una bambola, che mi resterà impressa nella memoria quando ripenserò alla strage del 14...

È la foto del piccolo corpo, coperto dal telo termico, steso sul catrame della Promenade des Anglais con accanto una bambola, che mi resterà impressa nella memoria quando ripenserò alla strage del 14 juillet di Nizza. Uno scatto che, per vederlo sui siti, vieni prima avvertito che potrebbe urtare la sensibilità. Un’immagine che simboleggia profondamente tante cose. Prima fra tutte, la strage degli innocenti che segna un prima e un dopo. Per la Francia e per tutti noi. Fra i morti si contano dieci giovani, perché la mano e la mente assassine hanno voluto uccidere in un momento di festa in cui le famiglie stavano ammirando i fuochi d’artificio sparati per la festa nazionale mentre passeggiavano lungo il mare.
Ad essere colpita non è stata questa volta una redazione, come fu il caso di ‘Charlie Hebdo’, e neppure un luogo di spettacolo frequentato da adulti, come fu il caso del Bataclan. No, questa volta nel mirino degli estremisti è finita la spensierata adunata di tanti turisti (fra i quali ci sono almeno due vittime svizzere: la signora Casanova e un bambino) e tanti francesi, mamme, papà e figli, usciti di casa a festeggiare. Ecco l’ulteriore scioccante forza di quest’attentato terroristico: il venirci a dire ‘nulla e nessuno è più al sicuro’. Allo stesso tempo in queste ore Nizza è Parigi, perché la mattanza del Tir scagliato sulla folla rientra nella stessa assurda, diabolica e perversa logica, persino aumentata, degli attentati parigini. Anzi, Nizza ferita al cuore è lì a dimostrare che, mentre si stava abbassando la guardia, perché il tempo aiuta per fortuna a relativizzare, perché gli Europei erano filati lisci (tanto che Hollande aveva appena annunciato la sospensione dello stato d’emergenza più volte prorogato), ebbene, proprio in quel momento, l’artiglio del terrorismo è riuscito a scarnificare di nuovo. E lo ha fatto nel modo più incontrollabile, scagliando un Tir sulla gente in una sera di allegria. Non si possono controllare tutti i veicoli e, a questo punto, tanti mezzi civili possono sostituire un kalashnikov. Quella foto del corpicino con accanto la bambola segna un nuovo spartiacque: fra come eravamo e come stiamo diventando, schiacciati dentro un modello di vita e di società molto meno disposto a privilegiare le libertà rispetto alla sicurezza. Da subito Hollande ha ripristinato lo stato d’emergenza, polizia e servizi segreti saranno ancor più messi sotto pressione, i raid francesi in Siria si intensificheranno. È essere fin troppo facili profeti dire che nell’escalation non mancheranno altri tentativi di esportare da noi terrore e guerra. È la spirale infernale voluta dai signori del terrorismo, manipolatori di menti organizzate e anche di schegge impazzite in un gioco di potere geopolitico di portata planetaria.
Su un punto è vitale non cedere ora, ma anche dopo: la fedeltà ai principi democratici che lungo la ‘Promenade’ e in tutte le piazze di Francia si stavano festeggiando. Libertà, eguaglianza e fratellanza. Valori ai quali non dobbiamo rinunciare, barricandoci dentro uno stato di polizia, cintato da leggi speciali. Perché noi siamo quei valori. Non mancherà chi le chiederà, non mancherà anche chi trarrà politicamente parlando maggiore forza alle urne proprio da questi attentati. Lo scopo dei terroristi, non dimentichiamolo mai, è quello di farci mettere gli uni contro gli altri. Come se la Bastiglia – e quello che ne è seguito quale grande respiro di libertà e di diritti democratici nei secoli, non solo per l’Europa ma per il mondo intero – fosse stata presa per niente. Non è così, ma dovremo impegnarci a dimostrarlo. Sotto quel Tir, dove sono morti anche nostri compatrioti, alle cui famiglie formuliamo le nostre condoglianze, la nostra cultura politica e il nostro modo di vivere LIBERI non devono morire. Allons enfants…

25.6.2016, 09:302016-06-25 09:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Il baby e la bambina

La fantapolitica è realtà, l’incubo di Cameron pure. La Brexit è passata e ora trascina con sé due grandi incognite.La prima, più immediata e subito avvertita, è l’incertezza, che ha fatto...

La fantapolitica è realtà, l’incubo di Cameron pure. La Brexit è passata e ora trascina con sé due grandi incognite.
La prima, più immediata e subito avvertita, è l’incertezza, che ha fatto pesantemente ballare i mercati finanziari, salire gli investimenti nell’oro bene rifugio, flettere il costo del petrolio e, naturalmente, indebolire sterlina ed euro.
Fino a quando? Fino a quando non sarà messa alla prova la seconda, ben più grande incognita, chiamata tenuta dell’Unione europea. È su questo delicatissimo fronte che si sta giocando la scommessa più grande. Perché ad allontanarsi dall’Unione è stata una nazione che pur non avendo partecipato alla sua fondazione, ha comunque avuto e ha un peso economico e politico-strategico determinante, che è stata capace non da ultimo di assicurare e garantire un legame privilegiato fra Europa e Stati Uniti. Un Paese che ha storicamente dato un contributo essenziale alla riconquista della pace nel nostro continente unitamente alla Francia e agli alleati.
Ora che il Regno Unito si è auto-isolato, già a poche ore dalla proclamazione del risultato del voto, alcuni leader populisti europei hanno iniziato a chiedere a gran voce di imitare gli inglesi anche nei loro Paesi: ovvero di indire un referendum analogo, per dare la parola ai cittadini preoccupati da una coriacea crisi economica e dall’arrivo dei migranti. Benzina sul fuoco acceso da Londra.
Non vi è dunque chi non veda, in questa mossa (che potrebbe ispirare una quarantina di partiti europei e dare il via a una trentina di referendum), già rivendicata dalla Le Pen in Francia, tanto per fare un esempio, la minaccia maggiore per l’unità europea. Sarà anche per questo che alcuni leader europei hanno già premuto sull’idrante, cercando di spegnere l’incendio e difendendo l’idea-madre dell’Unione europea, che deve continuare a (r)esistere cambiando: cambiando almeno un po’.
Sullo sfondo c’è comunque una sfida epocale, che è la stessa sopravvivenza dell’Unione europea. Istituzione costruita pezzo per pezzo, non scordiamocelo, per salvaguardare la pace, l’unità e la prosperità del continente. Valori altissimi. Valori che i padri dell’Europa avevano ben presenti, perché, insieme ai loro popoli, uscivano da due guerre mondiali. Macerie e milioni e milioni di morti. Se qualcuno arriva dunque a riscomodare il loro spirito – quello degli italiani De Gasperi e Spinelli, del francese Monnet, del tedesco Adenauer, del francese Schuman – è perché le generazioni passano, gli ideali che furono scintilla sbiadiscono e i nuovi e crescenti populismi stanno ricominciando a ruggire e a pigiare sul gas dei nazionalismi. Questi ultimi potrebbero portare a nuove divisioni fra Stati, chiamate – per farle apparire convenienti – autonomie. Ma nei fatti finiremo per indebolirci tutti e divenire potenziali prede di chi ha pesanti interessi economici o geopolitici. L’orso russo ad esempio.
Il pericolo maggiore della Brexit, superato questo grave momento di incertezza dei mercati, è quindi quello dell’effetto domino. Un eurodomino che si sa come parte, ma non si sa dove finisce. Se frammentazione sarà, significherà altre tensioni, incomprensioni e il rischio che i pezzi del puzzle europeo disfatto diventino soggetti di altre influenze geopolitiche. Il baby inglese ha scelto la doccia fredda. Noi, sull’isola elvetica, molto lucidamente ci auguriamo che gli altri Paesi europei non lo seguano e, insieme all’acqua, non buttino a loro volta a mare il bambino. O meglio la bambina: una bambina fragile, pasticciona, alle prese con grossi problemi, ma una bambina di pace e sicurezza. E scusate se è poco.

6.6.2016, 09:312016-06-06 09:31:33
Aldo Bertagni @laRegione

Vincono la politica e senso dello Stato

Un voto popolare importante e per certi aspetti imprevedibile. Non tanto per il risultato in sé, quanto piuttosto per il clima degli ultimi mesi, anzi anni, che induceva a...

Un voto popolare importante e per certi aspetti imprevedibile. Non tanto per il risultato in sé, quanto piuttosto per il clima degli ultimi mesi, anzi anni, che induceva a credere altro. C’era il forte sospetto, detta fuori dai denti, che i ticinesi non credessero più alla politica e, di conseguenza, al servizio pubblico. E invece non è così. Ce lo dice la solida maggioranza di no (54,6%) espressa contro la riforma della legge che regola l’Ente ospedaliero cantonale, vale a dire contro una privatizzazione strisciante – si voleva iniziare con la costituzione di società anonime – di alcune prestazioni pubbliche essenziali, approfittando del fatto che oggi le cliniche private (se riconosciute) sono comunque finanziate dallo Stato. Il che non vuol dire obbligatoriamente indebolire l’ospedalizzazione pubblica come si voleva fare con una revisione legislativa almeno poco trasparente, se non proprio completamente sbagliata. La difesa del servizio pubblico, ancora una volta, è stata massiccia nel Sopraceneri (vedi Bellinzona e Locarno), raccogliendo tuttavia ampi consensi anche nel Luganese e nel Mendrisiotto. Un voto importante, si diceva, se considerato anche quello espresso sull’iniziativa ‘Giù le mani dagli ospedali’ promossa dall’MpS; iniziativa bocciata dal popolo (51,3% i no) forse perché considerata eccessivamente ‘conservativa’ e questo la dice lunga sulla maturità dei no espressi invece per la riforma Eoc: non si sono difesi gli ospedali cantonali solo per un principio ideologico, ma perché consapevoli che c’erano di mezzo il futuro e l’ottima qualità praticata nelle strutture pubbliche. Un voto imprevedibile, si diceva, perché il fronte dell’opposizione alle privatizzazioni con gli anni s’è parecchio assottigliato. Prova ne sia che contro la riforma dell’Eoc s’erano schierati solo Ps, MpS e i sindacati di sinistra, oltre – va detto – alcuni esponenti politici, a titolo personale, degli altri fronti. La popolazione è decisamente più vicina ai servizi dello Stato che non la maggioranza del Gran Consiglio e del Consiglio di Stato. Una lezione, soprattutto per il direttore del Dss, che non può essere ignorata. Ancora un piccolo appunto. Ieri non ha perso l’Ente ospedaliero – come s’è udito da qualcuno – ma la politica che lo vuole smantellare. Sorprendente anche l’esito della votazione sulla ‘tassa di collegamento’ portata in referendum dalle forze economiche. La maggioranza dei ticinesi (50,7%) ha detto sì a un presunto balzello perché ritenuto strumento adeguato per combattere il traffico veicolare. Detta altrimenti, un bene superiore – proprio dell’intera collettività – prevale sugli interessi personali (o corporativi) come dovrebbe sempre essere in ogni società che si dice liberale. Poi si può discutere se il santo vale la candela, ma il principio non cambia. Vince il direttore del Dipartimento del territorio, ma vince soprattutto il senso civico di chi considera il proprio impegno finanziario (piccolo o grande, poco importa) come contributo essenziale alla crescita equilibrata e vivibile della comunità d’appartenenza. Perché questo vuol dire pagare le tasse o le imposte, e non altro. Senza paletti ideologici, senza pregiudizi, senza forzature; si discuta sul quantum, ma non sul principio. Altrimenti è il caos. La maggioranza dei cittadini l’ha capito. Ultima considerazione per l’iniziativa Vpod sulla scuola media: la bocciatura era scontata (per diversi motivi che esulano dal tema in oggetto), tanto valeva ritirarla. Non vorremmo che quel no (58%) venisse ora ‘usato’ da chi sulla scuola ha qualche conto da regolare…

3.6.2016, 10:342016-06-03 10:34:41
Matteo Caratti @laRegione

L’Europa di Pollegio

AlpTransit il giorno dopo. A giudicare dalle reazioni dei mass media nazionali e internazionali, la Svizzera ha giocato bene le sue carte. Il sorriso, l’entusiasmo e persino la commozione della...

AlpTransit il giorno dopo. A giudicare dalle reazioni dei mass media nazionali e internazionali, la Svizzera ha giocato bene le sue carte. Il sorriso, l’entusiasmo e persino la commozione della consigliera federale Doris Leuthard hanno trasmesso un’immagine di positività e di freschezza. Molto opportuna anche la scelta di invitare i vertici dei governi dei Paesi che ci stanno attorno, che ci hanno fatto ben capire un paio di cosucce. La prima cosa – diciamolo pure senza tanti giri di parole – è che avere come premier la cancelliera Angela Merkel, oppure un presidente del Consiglio Matteo Renzi, non è la stessa cosa. La Cancelliera – vielen Dank! – si è presa tutto il tempo necessario per offrire a noi svizzeri una presenza di peso, tanto che anche quando è intervenuta a Pollegio è andata ben oltre le lodi di circostanza. Ha fatto delle promesse e ha preso impegni concreti, richiamando al suo dovere il proprio ministro – nel dare al cuore (AlpTransit) l’aorta (la continuazione a nord del tracciato) – assicurando l’impegno tedesco per costruire uno sbocco utile a nord. Il secondo (Renzi) – che appare sì sulla foto ufficiale accanto a Merkel, Hollande e Schneider-Ammann – ha pure lui rilasciato alcune dichiarazioncine alla stampa (Ssr) una volta salito sul treno. Ma, quando c’era da pronunciare il discorso ufficiale, dov’era finito? Sparito, dopo aver ceduto il testimone al suo subalterno, l’ennesimo ministro dei Trasporti italiano da quando si parla di AlpTransit. Bravo Del Rio, però… Ben sappiamo quanto corta sia la vita media politica di un ministro nella vicina Repubblica. E, ancor più, ben sappiamo cosa è successo, anzi cosa non è successo, guardando anche solo al pasticcio della Stabio-Arcisate. Insomma, l’uscita dai festeggiamenti di Renzi, subito dopo i flash di rito, non è piaciuta e non promette bene. Un messaggio forte, più politico, è giunto poi dal presidente Hollande. Già solo vederlo accanto alla Merkel è sempre un segnale positivo (la più importante coppia europea tiene). Sentirlo poi richiamare i valori fondanti dell’unità europea e dirsi preoccupato per la possibile uscita di scena dell’Inghilterra, permette a noi, che non siamo della partita, di cogliere quanto sia, per certi aspetti, grave il momento europeo che stiamo vivendo. Già perché, possiamo costruire ponti o scavare gallerie sotto il Gottardo o sotto la Manica, per amor di economia e per unire culture diverse, continenti o isole, ma non dobbiamo mai perdere di vista il perché di certe scelte fondanti. Sentire citare il Brexit a Pollegio ci fa dire che (purtroppo) gli errori compiuti nella maturità di un grande progetto e gli anni che passano, fanno perdere di vista le vere ragioni di vita dell’Europa comunitaria: davanti alle macerie fumanti della Seconda Guerra, creare istituzioni forti, capaci di difendere la pace nel continente. Ragioni alle quali si sono poi aggiunte esigenze di carattere economico con la creazione del grande mercato, con la sua moneta unica, che ha scombussolato equilibri e posizioni consolidate. Un mercato al quale, proprio noi Svizzeri con AlpTransit, attenzione bene, desideriamo dare un contributo particolare: elvetico-logistico-ingegneristico. La lezione di Pollegio di Merkel e Hollande deve servirci a riflettere anche su questi aspetti. Anche se abbiamo deciso – e sarà ancora così per molti e molti anni – di non entrate assolutamente nell’Ue. Che è comunque il pezzo principale di un continente al quale apparteniamo. Non da ultimo, anzi per cominciare: culturalmente.

1.6.2016, 19:452016-06-01 19:45:52
Matteo Caratti @laRegione

Prosit AlpTransit!

Bella questa Svizzera! E bella quest’opera così concreta (anche se è un ‘cuore battente ancora privo di aorta’, come ha detto Angela Merkel) in mezzo ad un’Europa in affanno. Un’Europa che attende...

Bella questa Svizzera! E bella quest’opera così concreta (anche se è un ‘cuore battente ancora privo di aorta’, come ha detto Angela Merkel) in mezzo ad un’Europa in affanno. Un’Europa che attende persino di sapere se l’Inghilterra (co-genitrice di un altro tunnel, quello sotto la Manica) resterà nella squadra o sbatterà la porta. Ma, guardando i festeggiamenti per Alp-Transit (molto svizzeri, fra acrobati-minatori, caproni indiavolati e tante comparse popolari), con i grandi di mezz’Europa sul primo treno (e un Renzi troppo frettoloso!), mi sono tornate in mente le immagini di quando – ero ragazzino – venne tagliato il nastro del traforo autostradale. Ricordi di discorsi di politici (allora dal sapore più patriottico), volti di invitati esteri, carovane di bus e utilitarie pronte a varcare la galleria. Allora, come ieri, vennero pronunciate parole di lode per quello sforzo immane, costato anche in quel caso la vita ad alcuni minatori, per collegare il Sud della Svizzera al resto del Paese. Il progresso ci permise finalmente di non dover più attendere, durante l’inverno, ore e ore per caricare l’auto sul treno navetta e non essere più obbligati d’estate a salire la Leventina incolonnati, a passo d’uomo. La nuova via liberò la cantonale dall’incessante traffico di turisti di passaggio, talmente denso che in alcuni nostri paesi aveva reso inutilizzabili i passaggi pedonali. Galleria e autostrada decretarono in poco tempo – ecco uno dei rovesci della medaglia – la chiusura di motel, benzinai e piccoli commerci che lungo le cantonali fiorivano grazie ai turisti di passaggio.
Raccontare oggi di questi cambiamenti ai nostri figli, dire loro che in quel punto del Ceneri o dopo Osogna ci si tuffava in autostrada, è come parlare loro del mesozoico. Ma era solo ieri! Oggi si festeggia un tunnel da record del mondo con i treni sfreccianti a poco meno di 200 km/h. Oggi è un altro mondo. La nostra è, in ogni caso, la generazione che ha vissuto i cambiamenti, che conobbe il prima e il dopo, e che avrà il privilegio di vivere in parte anche quelli generati da AlpTransit. E, magari, anche quelli non solo virtuosi del prossimo raddoppio della galleria autostradale del Gottardo. Da subito, mentre applaudiamo giustamente orgogliosi, è quindi bene dircelo: anche il Ticino, ancora una volta, non sarà più lo stesso. Le vie di transito stravolgono/ridisegnano da sempre il territorio. AlpTransit farà esplodere le nostre contraddizioni, in bilico fra apertura e chiusura. Avvicinerà tra qualche anno le distanze all’interno del cantone e accorcerà ancor più le distanze col resto del Paese (Zurigo in primis) e la Lombardia. Quale sarà allora la contraddizione? Che ci sarà chi sarà in grado di cogliere quelle opportunità, grazie a una formazione (linguistica e tecnica) di livello, e ci sarà chi – com’è avvenuto sempre più in questi anni – si abbandonerà alle lamentazioni, perché ‘si stava meglio quando si stava peggio’. Come quando si avevano le colonne sulla cantonale, ma anche le pompe di benzina e i motel che tiravano. Lo sappiamo bene: le opportunità non sono mai a senso unico. Se non saremo (anche) noi capaci a saperle cogliere, sarà chi sta peggio di noi a rispondere presente. Prepariamo quindi i nostri figli a un domani, sempre più presente, con una concorrenza ancor più agguerrita. Prepariamoli ad affrontarlo proprio come lo si è fatto con AlpTransit: con l’apertura intelligente per vincere le nuove scommesse, non erigendo vecchie frontiere o muri fisici e nella propria testa. Con lo spirito dei pionieri che brindano alla nuova avventura e all’avvenire. Uno spirito forte che a Pollegio c’era. Sta quindi a noi, solo a noi, decidere di salire per davvero, con le carte in regola, sul convoglio che passa, evitando così di ritrovarci ai margini dei nuovi binari. Prosit AlpTransit!

1.6.2016, 10:212016-06-01 10:21:47
Aldo Bertagni @laRegione

La sfida è nel viaggio

Il Gottardo fra qualche mese ci collegherà più velocemente al mondo, a partire dal resto della Confederazione, ma l’inaugurazione del nuovo secolo ferroviario è rinviata di quattro anni, al 2020...

Il Gottardo fra qualche mese ci collegherà più velocemente al mondo, a partire dal resto della Confederazione, ma l’inaugurazione del nuovo secolo ferroviario è rinviata di quattro anni, al 2020 quando sarà accessibile anche la galleria di base del Ceneri. Solo allora il Canton Ticino si sveglierà aprendo gli occhi su un’unica e grande città, attorniata da valli e montagne. Se è vero come è vero che in soli 13 minuti Bellinzona sarà collegata a Lugano, da stazione a stazione e dunque da centro a centro città. Mentre per unire i due laghi ticinesi (Ceresio e Verbano) basteranno 23 minuti. Una fitta e cadenzata rete ferroviaria – coi treni Tilo – unirà i quartieri ticinesi e la Città Ticino al resto della Svizzera. Ce lo siamo detti e scritti più volte, ma temiamo che la maggior parte dei cittadini non abbia ancora avuto occasione di rifletterci abbastanza, di comprendere davvero la portata del cambiamento alle porte. Che è già l’oggi, perché quattro anni bastano appena a far campagna elettorale, per dire. A illudere e illudersi, che magari nulla cambia. E invece no, questa volta muterà davvero l’intero panorama socio-economico di un Cantone poco propenso alle novità. Già per il sol fatto che lavorare sulle rive del Ceresio e abitare sotto i castelli bellinzonesi, o sulle colline del Verbano, non sarà più cosa complicata. Anzi. In tredici – o anche ventitré – minuti non si riesce manco a leggere un giornale. È giusto il tempo per un caffè. La ferrovia, come in passato, aprirà varchi là dove l’uomo fatica ad avventurarsi. Per timore e inesperienza. È stato così nel 1882, con la prima galleria ferroviaria del Gottardo, quando il Ticino abbandonò un isolamento fatto di miserie e solitudine; sarà così dopo il 2020, quando il Ceneri finirà d’essere quella vera frontiera che separa due ‘culture’ ancor prima che due popoli. Recandosi più spesso Sopra e Sotto, si potrà finalmente scoprire che il Canton Ticino ha senso, è paradigma federalista, proprio perché capace di tenere insieme (sino ad oggi in modo traballante) cittadini altrimenti orgogliosi della propria identità locale. Anzi, particolare. Sarà dunque la ferrovia, col tempo, a unire ciò che l’uomo – più che la natura – ha diviso: ad aggregare Comuni altrimenti disgregati, a far conoscere abitudini simili eppure diverse e qui starà la scommessa. Quale sarà l’anima della futura Città Ticino? Guarderà ancora più al Sud, verso l’agitato, appassionato eppure incerto Mediterraneo o volgerà lo sguardo al Nord, dove il riformismo ha fatto la storia della modernità? O sarà qualcosa d’altro, un crogiolo, un meticciato di culture e saperi, capace di cogliere quanto di buono e di bello l’altrove sa offrire, a partire dai propri specifici localismi per poi spaziare alle diversità contraddittorie, proprie delle frontiere? Se è vero che accorciare il tempo significa in qualche modo abbreviare la vita, tanto vale moltiplicarla. Perché alla fine la vera – e sopportabile – identità è quella che sa riprodursi, come l’araba fenice, volta per volta, consumando e consumandosi in gesti di generosità. Inconsapevolmente verso sé stessi, nel mentre volgiamo lo sguardo agli altri. Qualsiasi treno si voglia prendere, poco importa. Perché il viaggio è più importante della meta. Ed è forse questo il fine ultimo, il vero messaggio di Alp-Transit, che la maggioranza dei ticinesi dovrebbe far proprio. Comunque vada sul quel treno si deve salire, con tutta l’intelligenza e le capacità che siamo capaci di avere e dare. Con tutto il coraggio che serve per dire: eccoci qua, ci siamo. Da protagonisti.

30.4.2016, 10:302016-04-30 10:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Il lavoro che cambia

Il primo maggio sta tornando un’occasione privilegiata per riflettere sul lavoro. È normale che sia così, visto che quello buono sta diventando sempre più merce preziosa. Chi ce l’ha se lo tiene ben...

Il primo maggio sta tornando un’occasione privilegiata per riflettere sul lavoro. È normale che sia così, visto che quello buono sta diventando sempre più merce preziosa. Chi ce l’ha se lo tiene ben stretto e, rispetto alla generazione passata, non è più così scontato trovarlo interessante e sotto casa. Sul banco degli imputati ci sono i mercati sempre più aperti, che generano maggior concorrenza. Anche la sua deregolamentazione è un dato di fatto, tanto che in diversi settori sono venuti meno i contratti collettivi. Allo stesso tempo l’asticella si alza e sono richieste sempre più competenze ed esperienza. Chi guarda da fuori, con tutto sommato tassi di disoccupazione contenuti, è pronto a dire che qui ci stiamo lamentando pur essendo dei privilegiati. Ma intanto i salari sono fermi e i ritmi aumentano.
Accanto a questi elementi di carattere sindacale, ce n’è un altro, meno dibattuto il 1° di maggio, ma che merita un’ampia riflessione. È quello dell’effetto delle tecnologie sul mondo del lavoro. Quanto stanno modificando le nostre abitudini? Moltissimo: senza esagerare, siamo alla rivoluzione. Lo possiamo dire con cognizione di causa, guardando a quanto succede nel nostro ambito, quello dei mass media. La tivù al centro del salotto, che vedeva tutta la famiglia riunita a seguire lo stesso programma, è stata sostituita da singoli consumatori di prodotti registrati o scaricati, e visti dai diversi componenti dello stesso nucleo, disseminati per casa: chi in camera col portatile, chi in cucina con un iPad, chi invece concentrato sullo schermo del telefonino. Che senso ha allora produrre un palinsesto ancora concepito in modo diciamo classico? Se cambia il nostro modo di fruire la tv, cambierà anche la tv, e con essa cambieranno le offerte dei cinema, come stiamo cambiando anche noi della carta stampata e digitale per raggiungere i fruitori/consumatori di informazione su vettori sempre più diversificati. Un altro esempio? Dal modo classico di fare la spesa, recandosi fisicamente in negozio, si stanno affermando i metodi di ordinazione online. Zalando tanto per fare un nome. Cosa significa un simile cambiamento di abitudini per chi lavora in un negozio tradizionale? Brividi e punti interrogativi, scommesse sul domani tutte da rischiare e poi chissà... Anche il settore dei trasporti, con le vetture capaci di spostarsi senza conducente, subirà mutamenti radicali. Per non parlare dei nuovi orizzonti segnati dall’intelligenza artificiale. Robotizzazione e dintorni.
Ecco, bastano questi pochi esempi molto concreti, che tocchiamo tutti con mano quotidianamente o che iniziamo a intravedere, per renderci conto di come tante professioni vengano modificate/stravolte a causa dell’affermazione delle tecnologie. Grandi sfide per chi traghetta. Cioè tutti. Quindi, per non trovarci presto a fare delle battaglie di retroguardia, perché il mondo sta, volenti o nolenti, andando in una determinata direzione, dettata dal mercato (che siamo noi a indirizzare con le nostre scelte e ogni clic che facciamo), perché non fermare un attimo il tempo e chinarci in modo approfondito sulle nuove tendenze? Nuove tendenze che significano nuovi modi di lavorare e, andando a ritroso, anche nuovi modi di formarsi? Insomma, quali rivoluzioni, per usare il termine giusto, attendono il mondo della formazione e del lavoro?
Questo – la buttiamo lì – potrebbe essere un ambito molto importante, a cui il Dfe e il Decs potrebbero dare un contributo fondamentale: identificare le tendenze del futuro prossimo, andandoci incontro come ente pubblico. E poi decidere, se e come creare le condizioni per attrarre talune novità e con esse offrire nuovi e solidi orizzonti professionali a chi qui studia e lavora.

19.4.2016, 09:402016-04-19 09:40:47
Aldo Bertagni @laRegione

Le Alpi, il Gottardo e la città diffusa

“La montagna ‘unisce ciò che sembra separare’, come affermò lo scrittore Carl Spitteler a proposito del Gottardo, in un’opera che gli era stata commissionata a fine Ottocento...

“La montagna ‘unisce ciò che sembra separare’, come affermò lo scrittore Carl Spitteler a proposito del Gottardo, in un’opera che gli era stata commissionata a fine Ottocento dalla Compagnia ferroviaria”. Ce lo ricorda Marco Marcacci in un illuminante contributo nell’appena pubblicato ‘Frontiere e coesione’ dello stesso autore con Oscar Mazzoleni e Remigio Ratti (Armando Dadò Editore). Il Gottardo, dunque come asse di collegamento ma anche zona d’osmosi, dove tutto passa e muta; si contamina e unisce a prescindere dalle lingue, dalla storia e dalle tradizioni. Le Alpi mediatrici di conflitti e dunque ‘enti’ di coesione elvetica tra lo stesso universo alpino e la realtà urbana. È questa la sfida che si rinnova con l’apertura della galleria di base del Gottardo che ben presto collegherà Bellinzona a Zurigo in soli 90 minuti. Ha ragione Paolo Beltraminelli, presidente del Consiglio di Stato, quando dice che “saremo [col nuovo tunnel ferroviario, ndr] parte sostanziale della regione di Zurigo”. Che vuol dire, realtà suburbana tutta da definire. Non è una cosa da poco. Non serve essere visionari per immaginare le profonde trasformazioni urbane che coinvolgeranno la Svizzera e l’intera Europa nei prossimi dieci, vent’anni. Il rapporto fra realtà urbana e periferia – in una società, per dirla con Bauman, dove già oggi tutto il mondo è in una città e le stesse città sono un solo mondo – sarà un processo continuo, conflittuale e dinamico. Citando ancora Beltraminelli, il Canton Ticino nei prossimi anni “sarà parte integrante della Svizzera nella quotidianità”. E non avremo più alibi, ha aggiunto. Perché non saremo più, nei fatti, alla periferia dell’impero. Vivremo una giornata che potrà esser fatta di un lavoro a Zurigo, una residenza primaria a Bellinzona e una serata con gli amici a Lucerna. Senza pensarci due volte. Lo spazio urbano che orbita attorno alla Limmat, detta altrimenti, sarà il nostro spazio fisico e (soprattutto) mentale; contenitore unico della nostra vita giornaliera. Per non parlare del Canton Ticino che a quel punto (venti minuti in treno fra Locarno e Lugano!) potrebbe assumere le sembianze di un grande e unico quartiere (valli comprese). Con la nuova trasversale ferroviaria alpina, per dirla tutta, salteranno le frontiere interne che ci separano, nei fatti e nelle menti, dal resto della Confederazione. Sarà questa la nostra vera ‘libera circolazione’ delle persone, in uno scenario tutto da inventare.

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