Corsivi

Oggi, 10:402017-01-18 10:40:40
Aldo Bertagni @laRegione

Se la Chiesa si fa ascolto

Noi siamo anche la nostra libertà. Dirlo oggi, alla fine del pensiero moderno (illuminista), appare persino scontato. Ma non è così. Prendiamo la Chiesa cristiana. Ci ha impiegato secoli per...

Noi siamo anche la nostra libertà. Dirlo oggi, alla fine del pensiero moderno (illuminista), appare persino scontato. Ma non è così. Prendiamo la Chiesa cristiana. Ci ha impiegato secoli per considerare il libero arbitrio vera espressione di fede; consapevolezza genuina del messaggio religioso. Poi negli ultimi anni il succedersi dei fatti e degli uomini ha quasi spalancato il portone che conduce verso la maturità. Ed era ora, direbbe qualcuno. L’ultima scelta della Diocesi di Lugano per combattere la pedofilia nel clero s’inserisce in questo contesto; nella volontà di “ascoltare le ferite” e dunque la Chiesa ticinese “si fa” ascolto e al contempo rinuncia alle esigenze imposte dall’universalità. Non più il principio, ma l’uomo. Non più la verità che svetta sopra la miseria umana (clericale compresa, per quanto nel caso specifico patologica e criminale), ma il confronto diretto col dolore di chi s’è fidato ed è stato tradito. Non sappiamo – e forse non lo sapremo mai – quante sono e quante sono state le vittime di pedofilia agita da operatori ecclesiali, finalmente però anche la Chiesa locale esce allo scoperto, non si nasconde più, e riconosce nelle vittime i propri errori. Non è cosa scontata – per quanto sarebbe difficile continuare a tacere – in tempi di assolutismo religioso, di immolazioni, di supremazia dell’assoluto che anche da noi, in Occidente, tornino nostro malgrado a far capolino, con drammatica violenza. Ed è anche per questo che la scelta della Diocesi luganese acquista oggi un significato importante. Si dirà, alla buonora. Andava fatto prima. Ed è vero. La vasta campagna d’informazione e d’ascolto lanciata ieri avrebbe dovuto scattare sin dalle notizie del primo caso palesato in Ticino, anche perché la Curia romana già con papa Benedetto XVI aveva chiesto e proposto un severo giro di vite al fenomeno dilagante della pedofilia nel clero. Dunque ci sarebbero state le premesse, poi negli anni rafforzate anche dalla Conferenza dei vescovi svizzeri che già si è mossa a livello nazionale con una specifica commissione d’esperti. E però, l’ha ricordato ieri mattina mons. Lazzeri che è vescovo di Lugano da soli tre anni, c’è voluto tempo. Perché la Chiesa locale, si sa, macina meno acqua. Oggi, finalmente, si ridà dignità a chi troppo a lungo è stato vittima due volte: perché sessualmente abusato e magari perché “inadeguato”, persino colpevole in cuor suo, di aver turbato – lui, la vittima! – l’ordine prestabilito. Come se il prete non avesse un corpo, appunto, da saper gestire. Come se l’uomo che veste i paramenti sacri non provasse emozioni da equilibrare ed elaborare nella volontaria rinuncia. Che poi il celibato si giustifichi, è ancora un altro discorso. Come è vero che a fronte dei colpevoli c’è un intero mondo di preti allibito da tanta miseria e violenza agita da chi veste gli stessi abiti sacri. Un passo che andava fatto, dunque, e meglio tardi che mai. Un passo che riconosce con chiarezza – senza se e senza ma – alla comunità e alle sue leggi il sacrosanto diritto di giudicare tutti gli uomini colpevoli di reati, a prescindere dal loro stato e dalla loro condizione. Perché è nello Stato che la responsabilità individuale si coniuga con la libertà (e dunque il giudizio). La Chiesa dovrebbe tornare ad essere soprattutto ascolto e misericordia; conforto delle anime smarrite e perse, con la forza di chi non teme lo sbaglio e sa porvi rimedio. Con quell’umiltà e disponibilità più volte evocate da papa Francesco.

Recital del pianista Mikhail Pletnev

Partecipa al nostro concorso e vinci 2 biglietti per il concerto che si terrà il 27 gennaio alle ore 20.30 al Cinema Teatro di Chiasso. Invia un Sms al numero 434 con parola chiave LR RECITAL.
Oggi, 05:402017-01-18 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

Billy Elliot - Il musical

Partecipa al nostro concorso e vinci 2 biglietti per lo spettacolo che si terrà il 21 febbraio alle ore 20.30 al Palazzo Congressi di Lugano. Invia un Sms al numero 434 con parola chiave LR BILLY.
Ieri, 10:002017-01-17 10:00:49
Roberto Antonini

Caos e venti di guerra (fredda?)

Altro che ‘smooth transition’, la tradizionale transizione morbida. A Washington acredine e rappresaglie hanno raggiunto l’acme. A Pechino il governativo ‘Global Times’ ventila...

Altro che ‘smooth transition’, la tradizionale transizione morbida. A Washington acredine e rappresaglie hanno raggiunto l’acme. A Pechino il governativo ‘Global Times’ ventila addirittura la prospettiva di una guerra con gli Usa nel Mar del Sud della Cina, mentre alla frontiera russo-polacca stanno convergendo unità Nato. A una settimana dall’insediamento del 45esimo presidente, a regnare è lo scompiglio. Il presidente uscente sta moltiplicando i ‘last-minute regolatory acts’, misure d’emergenza per impedire che vengano smantellate le conquiste sociali e ambientali: ne ha già firmati 571 e non intende fermarsi. Quanto al Congresso, in una corsa contro il tempo, attrezza il patibolo della più importante riforma dell’era Obama, quella sanitaria, il tanto odiato ‘affordable care act’. E Trump, a colpi di tweet e senza soluzione di continuità, accumula le staffilate contro il suo predecessore, i suoi avversari, leader stranieri come Angela Merkel, la stampa (con una virulenza tale da suscitare l’inattesa critica della sua alleata FoxTV) e quei servizi segreti rei di aver smascherato il ruolo svolto dietro le quinte dai russi. Sul tavolo, oltre tutto, quel rapporto controverso sul presunto dossier (‘kompromat’ specialità russa in salsa Kgb ora Fsb) grazie al quale Putin ricatterebbe il magnate assumendo le redini della politica estera Usa. Spazzatura o verità? Impossibile saperlo, anche se un’inchiesta del ‘Washing-ton Post’ smentisce Trump e rivela suoi legami regolari con Mosca. Come se non bastasse James Comey, il capo dell’Fbi, è sotto inchiesta per la sua singolare decisione di pubblicare in piena dirittura d’arrivo della campagna elettorale le e-mail private di Hillary Clinton. Anche la formazione dell’esecutivo più elitario della storia (i 17 top del gabinetto hanno una ricchezza equivalente a quella di oltre 50 milioni di americani) si presenta all’insegna della cacofonia e della confusione: il futuro capo del Pentagono James Mattis punta il dito contro Putin che mirerebbe a seminare divisione all’interno della Nato: posizione che contrasta con quella filorussa di Trump e di Rex Tillerson, ministro degli Esteri il quale, preannunciando un rafforzamento della flotta al largo della Cina, ha provocato un sisma diplomatico di forte magnitudo. Negli ultimi anni (non intervenendo in Siria e disimpegnandosi da Iraq e Afghanistan) l’America aveva di fatto seguito una linea diplomatica cauta. Un’escalation della tensione improvvisa era dunque inattesa. Obama può vantare un bilancio invidiabile: disoccupazione dimezzata, protezione dell’ambiente rafforzata, la fine della tortura, intese con Iran e Cuba. Anche la vittoria di Trump è da registrare, in negativo però, a bilancio: perché a tifare per il Tycoon non ci sono state solo le ricche cotonate texane o gli ultras di Dio della Bible Belt, ma pure la working class bianca che si è sentita trascurata e tradita. Oggi, lacerata, la ‘nazione indispensabile’ è sprofondata nel caos, e tutti rischiano di pagarne le conseguenze.

Ieri, 09:202017-01-17 09:20:44
Christian Solari @laRegione

La razionalità nell’inevitabile

C’è una frase, forse più di altre, che riassume quale tipo di persona sia Doug Shedden. È l’esortazione un po’ prematura a vincere qualunque cosa pronunciata a inizio settembre, all...

C’è una frase, forse più di altre, che riassume quale tipo di persona sia Doug Shedden. È l’esortazione un po’ prematura a vincere qualunque cosa pronunciata a inizio settembre, all’inaugurazione ufficiale della stagione. «Abbiamo quattro possibilità per farlo» dice, alludendo a campionato, Champions, Spengler e Coppa Svizzera, «Con una squadra che sulla carta è cresciuta, ha della profondità, e a livello di portieri non ha nulla da invidiare a nessuno». Invece quel progetto è destinato a rimanere tale, con il cinquantacinquenne tecnico dell’Ontario che si fa scaraventare fuori dal treno in corsa. Non solo perché non appare più in grado di raggiungere i suoi obiettivi: bensì anche perché, come spesso capita quando il messaggio non passa più, o non passa più completamente, non dà l’impressione di aver la situazione sotto controllo. Lui che, sfruttando pure la sua irruente energia da ‘rocker’ magari un po’ in là con gli anni, non più di dodici mesi fa compiva il miracolo, rianimando un gruppo che sembrava perdersi nell’hockey eccessivamente dogmatico di Patrick Fischer, portandolo fino a un passettino dal titolo. Cambiando così radicalmente il clima nei corridoi di una Resega che alle delusioni cocenti pareva ormai essersi assuefatta. Da quel mese d’aprile, però, ne sono successe di cose. Mentre tra un mugugno e l’altro l’immagine pubblica di Shedden comincia a sbiadire. E, se è vero – com’è vero – che un allenatore non deve per forza risultare simpatico a tutti, è altrettanto scontato che il suo principale compito sia tirar fuori il meglio da quello che ha a disposizione. Il punto è che nell’ultimo periodo a Shedden non sembra riuscire né l’uno, né l’altro. Con un gruppo che, non dimentichiamolo, da quando è rientrato un Lapierre da lui stesso fortemente voluto, è tornato sostanzialmente quello che aveva conteso al Berna l’ultimo titolo, tolto quel Fredrik Pettersson che nel frattempo s’è dato alla macchia. Dopo aver evitato il naufragio a dicembre (anche perché, e la spiegazione di Vicky Mantegazza è convincente, la società glielo doveva), Shedden e il fedele Pat Curcio diventano vittime della seconda onda anomala. Ma, se anche così non fosse successo – lo dicevano i segnali, mentre ora lo confessa pure la dirigenza –, sarebbero saltati comunque a inverno concluso: contratto o no, era solo questione di tempo. E giocare d’anticipo, decidendo prima, che la strada da percorrere non sarebbe più stata la stessa, è pure l’unica via percorribile per arrivare alla nuova stagione con le basi di un nuovo progetto cementate in testa. Progetto tagliato su misura per un nuovo allenatore (l’ennesimo) il cui ingaggio è frutto di una scelta ponderata, poiché ragionata con largo anticipo. In tutto questo c’è però almeno una nota stonata, nel lunedì di pulizia, ed è il ‘mea culpa’ di Roland Habisreutinger. Quando il ‘diesse’ bianconero dice di assumersi le sue responsabilità («non fossi andato in congedo in Alaska, in qualche modo avrei potuto magari influenzare qualche scelta» dice, tornando con il pensiero all’estate), ma di volerlo fare unicamente davanti al Cda, non alla stampa. Dimenticando però qual è il ruolo dei media, e cioè informare il pubblico. E di conseguenza i tifosi. Ora che a bordo c’è Greg Ireland, redivivo coach canadese che cinque anni fa tolse il Lugano d’impiccio, salvandolo in quattro mosse nella nausea dei playout, la situazione non muta di una virgola. Idealmente, quella del canadese dal nome fin troppo europeo è una missione a termine, pur se solo la storia ci dirà come finirà davvero. Una missione, però, di fondamentale importanza. Non è un caso, infatti, se il suo arrivo è stato piazzato alla vigilia di due sfide capitali come quelle contro Ginevra (oggi) e Kloten . E se, come raccontano le statistiche, cambiare allenatore in corsa alla lunga non dà poi tutti questi benefici, gli stessi numeri dicono che, spesso, quando in panchina c’è un volto nuovo, effettivamente un effetto ‘scossa’ ci può essere. Ed è proprio ciò su cui contano i vertici del Lugano, dieci partite prima che si inizi a giocare a hockey sul serio.

Ieri, 08:422017-01-17 08:42:14
Erminio Ferrari @laRegione

Questo presidente non è ‘normale’

Forse neppure Vladimir Putin pretendeva tanto. L’attacco ad Angela Merkel, il sostegno incondizionato alla Brexit, la dichiarazione di obsolescenza della Nato, sono andate oltre...

Forse neppure Vladimir Putin pretendeva tanto. L’attacco ad Angela Merkel, il sostegno incondizionato alla Brexit, la dichiarazione di obsolescenza della Nato, sono andate oltre la generica insofferenza espressa da Donald Trump verso tutto ciò che è “vecchio” nelle relazioni internazionali e la professione di stima di cui il presidente russo è beneficiario. È bene tenerlo presente, perché nel confronto tra potenze, più della “simpatia” conta la forza. E chi ne sta accumulando negli scenari internazionali di maggior frizione è appunto Putin, a dispetto di un quadro economico e sociale interno in costante degrado. Dunque non sono oziose le domande sulla ratio delle dichiarazioni di Trump. Se cioè sono espliciti i suoi bersagli, non così chiaro è l’obiettivo, o meglio: la consapevolezza dell’esito delle sue sparate. La lode della Brexit potrebbe avere una spiegazione immediata: offrire a Londra una sponda, un mercato, crescendo le tensioni con l’Unione europea e rischiando i prodotti del Regno Unito di vedersi pregiudicata la libera commercializzazione oltre Manica. Per averne in cambio una rinnovata lealtà (peraltro mai messa in discussione) e fungere da esempio “virtuoso” agli occhi dei nazionalisti che in almeno tre Paesi (Olanda, Francia, Germania, e magari quattro con l’Italia) affronteranno la prova elettorale cavalcando l’antieuropeismo. Ne discende che l’attacco a Merkel – solo pretestuosamente a riguardo dei migranti – sembra diretto al fulcro stesso dell’intera costruzione europea. Impegnata in una lunghissima campagna elettorale appena cominciata, la cancelliera non potrà permettersi errori. Indurla a compierne sarebbe un successo per chi vuole indebolire lei e di conseguenza l’Europa nei confronti soprattutto di Mosca, essendo al riguardo quella di Merkel la voce più considerata (se non la sola) dal Cremlino. Quanto alla Nato, quelle di Trump sembrano più parole in libertà che l’anticipo di un piano già organizzato in progetto. Non solo perché la Nato è l’etichetta sotto la quale gli Usa dispongono in Europa di libertà di movimento militare senza paragoni nel resto del mondo, ma anche perché è stata l’adesione all’Alleanza, prima e ben più di quella all’Unione europea ad aver certificato il passaggio al blocco atlantico dei Paesi dell’ex patto di Varsavia, orgoglio e vanto di molti dei neocon richiamati in servizio da Trump medesimo. Perché Trump lo fa? Per ingraziarsi Putin. Ma la risposta è insufficiente. Le affinità tra i due possono, per ipotesi, anche arrivare all’identità. Salvo su un elemento decisivo: che, a differenza del primo, il secondo non deve rendere conto a nessuno, parlamento, opinione pubblica, né (per ciò che appare) apparato militare. E questo gli assicura un vantaggio tattico incolmabile. Perché, di nuovo, Trump lo fa, mettendosi contro il proprio apparato di intelligence, gli alleati dell’intero dopoguerra, una parte non trascurabile della propria opinione pubblica e del Congresso che pure controlla? Perché, paradossalmente, è sbagliata la domanda se ha ragione il ‘Guardian’, secondo cui un presidente “normale” non reggerebbe a un cumulo tale di contraddizioni (e non stiamo a elencare quelle di politica domestica), mentre Trump non lo è. Non è tranquillizzante, no. Ma forse è da qui che bisogna ripartire. 

Ieri, 05:402017-01-17 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

16.1.2017, 10:002017-01-16 10:00:32
Matteo Caratti @laRegione

Elvezia e il gigante

Eccoci nel pieno della visita di Stato superblindata del presidente cinese Xi Jinping oggi a colloquio con i consiglieri federali e, da domani – è una prima – ospite al Forum economico mondiale di...

Eccoci nel pieno della visita di Stato superblindata del presidente cinese Xi Jinping oggi a colloquio con i consiglieri federali e, da domani – è una prima – ospite al Forum economico mondiale di Davos. Prima del suo arrivo, la stampa ha ricordato la precedente visita ufficiale del presidente cinese Jiang Zemin nel 1999, quando, poco ci mancò, che finisse con la rottura delle relazioni fra Cina e Svizzera. Questo a causa dell’incapacità di Berna di evitare – proprio mentre accoglieva l’ospite sulla Piazza federale – che fosse raggiunto da fischi e urla di manifestanti saliti sui tetti degli immobili circostanti. Non fosse bastato ciò, anche alcune parole pronunciate in un momento ufficiale (la cena) dalla allora presidente della Confederazione Ruth Dreifuss a favore dei diritti umani, andarono talmente di traverso a Zemin, che solo un ‘magico’ intervento di Adolf Ogi (che gli offrì un cristallo), evitò il peggio. A causa di quei momenti molto imbarazzanti è chiaro che oggi tutto debba andare liscio come l’olio. Il presidente cinese è e resta una personalità fra le più corteggiate al mondo, visti i grossi interessi che può muovere. Inoltre, di questi tempi, dopo le affermazioni pro chiusura e marcatamente protezionistiche di Trump, potrebbe risultare ancor più interessante sul fronte del libero scambio. Per questo, alla luce degli strategici rapporti economici fra Svizzera e Cina, anche il nostro Paese sta facendo di tutto per tenerselo buono. Ha quindi deciso di accoglierlo in una Berna blindata, nella quale: uno, il diritto di manifestare per la questione tibetana è stato limitato (accordato, ma lontano dall’ospite e guai se in sua presenza dovesse manifestarsi qualche dissenso); due, non sono previsti contatti con la popolazione, né momenti di scambio libero con la stampa; tre, pare che una petizione al suo indirizzo, accompagnata da una raccolta di firme, gli verrà consegnata via canali diplomatici. La regia è di quelle controllatissime. E fa storcere il naso a chi ha a cuore il rispetto dei diritti fondamentali dell’Uomo, vista la storia di abusi e violazioni di tanti diritti fondamentali continuata nella Cina delle libertà economiche. D’altra parte c’è chi molto pragmaticamente afferma che senza interessi (strategici per un Paese e di bottega per aziende e privati) alla base dei nostri rapporti bilaterali, non ci sarebbe neppure l’opportunità di sensibilizzare sui diritti umani. Che cosa dirà dunque oggi il nostro governo a Xi Jinping? È comprensibile che a prevalere siano i rapporti di interesse, ma quali sono i limiti nel fare affari? I limiti di uno Stato democratico come la Svizzera, anche depositario delle convenzioni internazionali? La questione, lo si voglia o no, resta il convitato di pietra. Non vorremmo che, ricordando i brividi di 18 anni fa e visto il maxi-mercato cinese, quanto a diritti umani l’amnesia di Leuthard e Co. sia totale. Dietro sorrisi e strette di mano fra il gigante giallo e la piccola Elvezia ci sono interessi miliardari. Ma anche minoranze e cittadini imbavagliati e perseguitati.

16.1.2017, 05:402017-01-16 05:40:50
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

14.1.2017, 10:302017-01-14 10:30:00
Andrea Manna @laRegione

Giustizia, ancora rumore di forbici

Quello di Michele Foletti è un formidabile assist, o potrebbe rivelarsi tale, a chi invoca ulteriori tagli nello Stato: vedi la recente richiesta al governo, avanzata da Lega, Ppd...

Quello di Michele Foletti è un formidabile assist, o potrebbe rivelarsi tale, a chi invoca ulteriori tagli nello Stato: vedi la recente richiesta al governo, avanzata da Lega, Ppd e Plr, di elaborare una manovra di rientro bis, stavolta da venti milioni di franchi. “A mio parere il procuratore pubblico Nicola Corti (dimissionario, ndr) non va sostituito: anche il settore della Giustizia va razionalizzato”, ha dichiarato il deputato leghista intervenendo l’altra sera al Comitato cantonale liberale radicale dove si è pure dibattuto dei tre referendum promossi dalla sinistra su cui i cittadini si pronunceranno il 12 febbraio, incluso quello che si oppone alla riduzione, già decisa dal Gran Consiglio, da quattro a tre del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi.
Come leggere le parole di Foletti, esponente di primo piano e di lungo corso del movimento? Un’uscita estemporanea, la sua, oppure una proposta indirizzata al proprio gruppo parlamentare e a uno dei due consiglieri di Stato della Lega, e meglio a Norman Gobbi, ministro della giustizia, affinché la formalizzino nero su bianco? Sta di fatto che la mannaia rischia di abbattersi nuovamente su uno dei poteri dello Stato, il potere giudiziario, sempre più sollecitato, su tutti i fronti: penale, civile e amministrativo. Come sostiene il presidente del Consiglio della magistratura (cfr. pagina 3), un cantone di frontiera e sede di una piazza finanziaria non può permettersi, soprattutto oggi, di rinunciare anche a un solo procuratore. Le inchieste si allungherebbero: “Un invito a nozze per chi delinque”, avverte il giudice Werner Walser. Se poi ragioniamo in termini meramente finanziari, l’incidenza dello stipendio di un magistrato su manovre di rientro milionarie è praticamente irrilevante. Ma alla ‘causa risparmista’ tutto può servire. Anche se a farne le spese è la qualità di un servizio pubblico.
Sia chiaro, nulla è ancora stato stabilito riguardo alla sostituzione di Corti, intanto però l’esternazione di Foletti ha innescato la discussione. Ad appesantire il clima ha senz’altro contribuito la lettera recapitata qualche giorno prima di Natale al Gran Consiglio, autorità di nomina delle toghe, con la quale Corti annuncia l’uscita dal Palazzo di giustizia, dove in quota Ps è entrato sei anni fa. Una missiva, di cui il procuratore generale è venuto a conoscenza giovedì dai media, dai toni duri, a tratti confusa, che insinua dubbi su indipendenza e autonomia della magistratura. Condivisibile allora la richiesta che il capogruppo dei popolari democratici Fiorenzo Dadò intende fare all’Ufficio presidenziale del parlamento: quella di convocare il pp Corti. Il ‘j’accuse’ del procuratore dimissionario impone chiarezza. In tempi brevi.
Servono infatti punti fermi. L’allestimento del progetto di riforma ‘Giustizia 2018’ – voluto da Gobbi per “modernizzare” il sistema giudiziario ticinese, rendendolo “più efficace ed efficiente” e che si prefigge pure di riorganizzare il Ministero pubblico – a quale stadio si trova? Così come dovrebbe darsi una mossa, uscendo finalmente con indicazioni concrete, la commissione designata dal Gran Consiglio al proprio interno nell’estate del 2015, e attualmente coordinata da Sabrina Aldi (Lega), perché suggerisca una procedura di elezione dei magistrati in grado di assicurare alla Giustizia i profili migliori. E sarebbe anche ora di dar vita a una commissione parlamentare della giustizia: una commissione ad hoc, che funga da costante e competente interlocutrice della magistratura per questioni organizzative e modifiche legislative. In assenza di questi e altri punti fermi, le misure di risparmio concernenti il Palazzo di giustizia continueranno a essere frutto di improvvisazione.

14.1.2017, 05:402017-01-14 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

13.1.2017, 11:112017-01-13 11:11:26
Silvano Toppi

Paradossi democratici

Politicamente stiamo nutrendoci di paradossi. Si parte da presupposti anche validi, poi si arriva a conclusioni che contrastano con il senso comune o sono contraddittorie. Avesse ragione quel...

Politicamente stiamo nutrendoci di paradossi. Si parte da presupposti anche validi, poi si arriva a conclusioni che contrastano con il senso comune o sono contraddittorie. Avesse ragione quel celebrato moralista francese secondo il quale il paradosso è la cattiveria degli uomini che hanno troppo spirito, avremmo almeno lo spirito. Ma non è così. Tra le grandi virtù dell’economia svizzera c’è quella di essere aperta al mondo. Il suo commercio estero muove il 70 per cento dell’attività economica. Il Paese ha fatto del libero scambio una necessità di sopravvivenza. Non conosce ostacoli neppure agli scambi di capitali. Per gli uomini, anche solo europei e lavoratori, è un po’ diverso. Da liberoscambisti si diventa solipsisti. Si impiegano tre anni per trovare un metodo che applichi il principio ‘prima i nostri’, legittimo e persino di buon senso per il comune cittadino. Qui fioccano paradossi. Dapprima ci si accorge che se poni dei limiti devi darti delle regole. Per capire perché tu imprenditore assumi un lavoratore straniero e non uno svizzero. E incappi in questionari, controlli e nella vituperata burocrazia, bestia nera e flagello delle aziende. Si alleggerisce il metodo (gli imprenditori dovranno dare precedenza ai ‘nostri’ ma non giustificarsi se non assumono un candidato selezionato dai servizi), ma burocrazia rimane (comunicare la procedura ai servizi). Contemporaneamente capita che se non si concede la libera circolazione delle persone alla Croazia, si esclude la Svizzera da un programma europeo di ricerca miliardario, con grave danno per scienza ed economia nazionali. E quindi, mentre la si sta limitando, si estende la libera circolazione in nome del futuro della sacrosanta economia. Non è comunque finita qui. Due iniziative e un controprogetto che ha ancora due varianti ci riporteranno al nastro di partenza. Il paradosso è democratico. Non si è mai rilevato un paradosso più grosso, tragicomico se non rivelasse una schizofrenia che tende ad essere caratteristica politico-economica, anche a livello cantonale. Domanda mai posta: i cosiddetti manager o Ceo rientreranno o no nelle procedure adottate dalle due Camere per dar priorità ai ‘nostri’? Nostri molto più importanti. Non per ‘dumping salariale’ ovviamente, ma per quella giusta precedenza agli svizzeri e soprattutto alla conclamata difesa della identità svizzera, patriottica, sovrana, politica, economica. Un tempo per arrivare a quei posti dovevi essere svizzero, meglio se tedesco, con curricolo preciso: università svizzera, alto grado nell’esercito, preferibilmente membro più o meno attivo del Plr. Oggi, tanto per dire, abbiamo un franco-ivoriano alla testa di una delle due maggiori banche, succeduto a sua volta ad un americano; dopo un germanico, un austriaco, un belga, abbiamo un germanico-americano alla testa della multinazionale svizzera per eccellenza; nientemeno che un germanico è posto al vertice della più importante associazione dei banchieri svizzeri, l’Asb. Ci sarebbero tanti altri esempi, persino per medie imprese, che si potrebbero aggiungere. Quindi: o a certi livelli siamo scassati e impoveriti e rassegnati a perdere identità e ‘governance’, ed è grave; o i manager non sono classificabili come lavoratori, ed è ingiusto; oppure l’economia globalizzata si fa un baffo… del parlamento svizzero e dei suoi paradossi democratici.

13.1.2017, 05:402017-01-13 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

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12.1.2017, 10:112017-01-12 10:11:22
Aldo Bertagni @laRegione

Il paradosso ticinese

Viviamo nell’epoca della post-verità, ovvero della “verità su misura” che ognuno di noi si confeziona sulla base di emozioni e pregiudizi. Un terreno fertilissimo per la politica (Donald Trump è...

Viviamo nell’epoca della post-verità, ovvero della “verità su misura” che ognuno di noi si confeziona sulla base di emozioni e pregiudizi. Un terreno fertilissimo per la politica (Donald Trump è stato l’ultimo e più clamoroso esempio) perché se tutti hanno ragione, nessuno ce l’ha e dunque si può dire e fare di tutto e di più. Come accanirsi sul bilancio di gestione del Canton Ticino, da anni sottoposto a un vero e proprio “stress test” da quei partiti convinti che sul “risparmismo” si guadagnano punti elettorali. Teoria tutta da dimostrare – anzi, dati i risultati delle ultime elezioni cantonali si direbbe il contrario – ma pur sempre in auge perché vincente resta il linguaggio che la supporta (le famose mani in tasca ai contribuenti). Ed è quello che capita puntualmente ogni anno, il Preventivo. Il 2017 resterà però negli annali come il miglior paradosso della politica ticinese. Breve riassunto. Conti figli di una severa manovra finanziaria (tagli e risparmi per 200 milioni) approvata lo scorso settembre dalla maggioranza parlamentare, si presentano a dicembre con un disavanzo di 33,7 milioni: il più basso degli ultimi vent’anni. Bocciati per tattica politica, vuoi perché svuotati di contenuto (avevano già deciso tutto a settembre), vuoi perché si vuole mettere la Lega con le spalle al muro. Il Preventivo di quest’anno torna in Commissione della gestione e la Lega, è notizia di martedì scorso, chiede ulteriori risparmi (alla voce beni e servizi); contrari gli altri, se ne esce con la proposta di tagliare comunque altri 20 milioni, ma a discrezione del Consiglio di Stato, entro il prossimo aprile. Dove e perché? Non è affar loro. Si fa cenno alla sempre buona “revisione dei compiti dello Stato”, formuletta felice perché carica di buone intenzioni senza nessun riscontro concreto. A fine mese il Preventivo tornerà in aula col rischio di una seconda bocciatura, questa volta per colpa della Lega che da un lato cova la vendetta e dall’altro ha bisogno di profilarsi maggiormente per non diventare a tutti gli effetti il partito del potere. In sintesi, i conti dello Stato sono solo un pretesto – e dati i numeri non potrebbe essere altrimenti – per alimentare post-verità, o anche tattiche alla fine della fiera trite e ritrite, che ricordano una politica considerata superata. A parole. In un contesto come quello appena descritto, fanno notizia i dati sulla disoccupazione ticinese considerati bassi se riferiti solo alle cifre della Seco, preoccupanti se inseriti in un quadro più ampio che considera flessibilità e precarietà del lavoro. I senza lavoro iscritti agli Uffici regionali di collocamento (con o senza indennità) si aggirano sulle 6’500 unità. Se a questi aggiungiamo chi è occupato temporaneamente o svolge programmi occupazionali, si raggiungono i 9’000 casi, ovvero il 5% della popolazione. Il lavoro tiene, ma peggiora in qualità professionale e redditizia (vedi crescita della sottoccupazione) con conseguente peggioramento delle condizioni di vita. E la politica cantonale che fa? Per risparmiare taglia ancora, come già in passato, le prestazioni sociali (assegni per i figli, per le famiglie, le cure a domicilio). Risparmi, come detto all’inizio, poco comprensibili perché inseriti nella logica del post-fattuale; coi fatti veri c’hanno poco a che fare. Perché sarà senz’altro un bene avere lo Stato in buona salute finanziaria, ma non è il caso che i suoi cittadini – per raggiungere lo scopo – nel frattempo vivano in maggior precarietà finanziaria e culturale. Cui prodest, dunque? P.S. – È singolare che anche la Lega oggi sia schierata sul fronte risparmista, quando in passato Giuliano Bignasca ha sempre gridato ai quattro venti che il debito pubblico è l’ultimo dei problemi. Precursori della post-verità.

"Kubi" di Flavio Stroppini e Monica De Benedictis

Partecipa al nostro concorso e vinci 2 biglietti per lo spettacolo che si terrà il 19 gennaio alle ore 20.45 al Teatro Sociale di Bellinzona. Invia un Sms al numero 434 con parola chiave LR KUBI.
12.1.2017, 05:402017-01-12 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

11.1.2017, 10:002017-01-11 10:00:01
Matteo Caratti @laRegione

La linea di Strasburgo

La bocciatura a Strasburgo del ricorso di due genitori musulmani, che a Basilea avevano rifiutato di lasciar partecipare le loro figlie alle lezioni obbligatorie miste di nuoto previste nel...

La bocciatura a Strasburgo del ricorso di due genitori musulmani, che a Basilea avevano rifiutato di lasciar partecipare le loro figlie alle lezioni obbligatorie miste di nuoto previste nel normale corso di scuola elementare, ha una portata che va oltre quella della singola decisione. Al di là della singola condanna (che di per sé è poca cosa, trattandosi di una semplice multa), conta piuttosto il fatto che a emettere il giudizio di conferma delle istanze cantonali e federali elvetiche è ora la Corte europea dei diritti dell’uomo, per la quale non c’è stata violazione delle libertà di coscienza e di culto. Molto, ma molto concretamente (mettendo le questioni più formali un po’ da parte) ciò significa che le autorità scolastiche hanno il diritto – ma a questo punto anche il dovere – di fare rispettare l’obbligo per i bambini di seguire integralmente ciò che è previsto in un normale percorso di scolarizzazione: indipendentemente dalle convinzioni religiose (anche contrarie) dei genitori. Percorso dal quale – aspetto centrale! – dipende anche il successo della loro integrazione. Parola usata, abusata e spesso invocata – l’integrazione – che deve prevalere sull’interesse privato dei genitori, che chiedevano la dispensa per le figlie per ragioni di culto. In questo caso, come in quello del bimbo che aveva rifiutato di dare la mano in segno di saluto alla maestra (perché femmina!) sempre alle Elementari, non ci si può quindi appellare alla libertà religiosa. Questa decisione che tocca la scuola pubblica (ma potrebbe non essere la medesima se la scuola fosse privata di connotazione religiosa) evidenzia l’importanza e la valenza della scuola statale. Di una scuola di tutti e per tutti, che deve assolvere al delicato compito di formare persone destinate a vivere e convivere in una società laica, e che permetta a tutti indistintamente dal proprio credo di vivere in una società multiculturale senza sentirsi discriminati. La scuola dunque come palestra anche di convenzioni maturate qui da noi e fondate sulla nostra cultura e sulla nostra tradizione: una scuola che non deve rinunciare, per esempio, a fare il presepe o l’albero di Natale se lo ha fatto per anni; che deve continuare a dare lezioni di ginnastica e di nuoto a tutti, se lo ha fatto sin qui; che deve avere docenti che danno la mano agli allievi, se così vuole la tradizione. Una scuola che sa trasmettere nozioni e cultura del posto nel quale, chi viene da fuori, chiede di essere accolto. E deve quindi essere chi arriva il primo che ha interesse a integrarsi, conoscendo e accettando regole, usi e costumi della comunità nella quale è approdato. Poi, chiariti questi elementari principi di convivenza, ci sarà tempo per fare passi di avvicinamento nella direzione della conoscenza reciproca dell’altro. Passi che però diventa difficile compiere se già sin da ragazzi per certe esperienze ci si chiama fuori, chiedendo trattamenti speciali. Ben vengano dunque Strasburgo e la Convenzione dei diritti dell’uomo per ribadire che su principi e valori cardine non si transige.

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