Corsivi

Ieri, 08:302017-09-23 08:30:22
Stefano Guerra @laRegione

La parola ‘reset’ e la realtà

‘Ripresa automatica’ del diritto europeo, ‘accordo quadro istituzionale’, ‘giudici stranieri’. Ha ragione il neo ministro degli Esteri Ignazio Cassis quando dice che sono parole «...

‘Ripresa automatica’ del diritto europeo, ‘accordo quadro istituzionale’, ‘giudici stranieri’. Ha ragione il neo ministro degli Esteri Ignazio Cassis quando dice che sono parole «avvelenate». Prima di tutto perché sono fuorvianti. Prendiamo il diritto europeo: verrebbe recepito in modo dinamico, mica automatico, ogni modifica di un accordo bilaterale continuerebbe a essere oggetto di una decisione da parte della Svizzera, nel pieno rispetto del suo processo legislativo, eventuale ricorso a referendum incluso.

Ma queste parole sono, soprattutto, avvelenate politicamente. Ne sa qualcosa Didier Burkhalter: negli ultimi anni il ministro degli Esteri uscente ha sbandierato un fumoso ‘accordo quadro’, senza mai riuscire a spiegare in che modo questo potesse rilanciare le malridotte relazioni bilaterali tra Svizzera e Unione europea. L’Udc ha così avuto buon gioco nel denunciare “l’adesione strisciante all’Ue”: ha dapprima lanciato l’iniziativa contro i giudici stranieri, poi con l’Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente ne ha messa in cantiere un’altra contro la libera circolazione.

Dunque Ignazio Cassis fa bene a dire che è ora di cambiare registro: di parlare di ‘regolamentazione’ anziché di ‘accordo quadro’, per esempio. Ma se, come ha ricordato nella sua prima conferenza stampa da consigliere federale eletto, «le parole plasmano la realtà», allora lo stesso vale per quelle pronunciate al riparo da microfoni e taccuini. In un’audizione davanti al gruppo parlamentare Udc, tanto per dirne una. Cassis ora può pure affermare che non si sente in obbligo nei confronti dell’Udc e che rappresenta anche coloro che non lo hanno eletto. Il fatto è che, appunto, ovunque vengano pronunciate, le parole plasmano la realtà. E la realtà è che adesso l’Udc già ricorda al ticinese che può realizzare quanto proposto durante le audizioni alla vigilia dell’elezione: “Premere il bottone ‘reset’, rinunciare ad attuare automaticamente il diritto europeo, rifiutare giudici stranieri e clausola ghigliottina”.

Non succederà nulla di tutto questo. L’idea del ‘reset’ tanto piaciuta all’Udc è destinata a concretizzarsi in correzioni di natura semantica, o poco più. Cassis si appresta infatti a calcare un terreno che, seppur accidentato, resta solido. Sulla via bilaterale si è persino registrato qualche passo avanti da quando il Parlamento ha varato una legge eurocompatibile per attuare l’iniziativa Udc ‘contro l’immigrazione di massa’: in luglio è stato attualizzato l’accordo sugli ostacoli tecnici al commercio, ed è vicina la firma di quello per collegare i rispettivi sistemi di scambio di quote di emissioni. A lungo fermi, i dossier (alcuni, almeno) verranno verosimilmente sbloccati a poco a poco: il clima tra Berna e Bruxelles sta tornando al sereno, e tale dovrebbe restare fino al prossimo temporale (la votazione sull’iniziativa Udc contro i giudici stranieri?).

Il nuovo capo della diplomazia elvetica, inoltre, si muoverà in un solco già tracciato. Venerdì il Consiglio federale deciderà – senza Cassis – cosa mettere sul piatto da offrire al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, atteso in Svizzera il 23 novembre (visita non ancora confermata). Non si vede come Cassis, che entrerà in carica il 1° novembre, possa stravolgere quanto sarà magari stato deciso nel frattempo.
Ma non c’è solo l’Ue. Le difficili relazioni con l’Italia in ambito fiscale, il budget della cooperazione allo sviluppo, costantemente nel mirino dell’Udc e dello stesso Plr, la conduzione di un dipartimento complesso, dove negli ultimi anni si sono diffusi incertezza e malcontento tra il personale: il lavoro certo non mancherà al ticinese neo ministro degli Esteri.

Ieri, 05:402017-09-23 05:40:14
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

22.9.2017, 08:302017-09-22 08:30:22
Daniela Carugati @laRegione

I confini ai tempi di Schengen

È una storia davvero al... confine quella di Lisa Bosia Mirra. A ben vedere, in effetti, è lì al confine (o ai confini) dell’Europa che si consuma da tempo il dramma dei migranti. È alla...

È una storia davvero al... confine quella di Lisa Bosia Mirra. A ben vedere, in effetti, è lì al confine (o ai confini) dell’Europa che si consuma da tempo il dramma dei migranti. È alla linea di demarcazione a sud del nostro Paese che l’estate scorsa ci siamo accorti che il fenomeno dei flussi migratori riguarda anche noi. Ed è sempre alle frontiere di Schengen che è appeso pure il destino (giudiziario) della co-fondatrice di Firdaus (nonché deputata del Partito socialista). Può sembrare paradossale, ma se il verdetto del giudice della Pretura penale (Siro Quadri) seguirà la linea difensiva della 43enne (a favore del proscioglimento da tutte le accuse), Lisa Bosia Mirra dovrà essere grata all’accordo di Schengen e al suo inaspettato... ‘umanesimo’. Il legale della deputata non ha avuto esitazioni: Schengen distingue tra frontiere esterne e interne. Insomma, aver aiutato dei cittadini eritrei e siriani ad andare a nord, attraversando i valichi con l’Italia e la Germania «non configura i reati di entrata, rispettivamente partenza, illegali». Per suffragare questa tesi è stata presentata anche la perizia di una esperta dell’Università di Lucerna.

Del resto, mai come ieri in aula (quella del Tribunale penale federale; la Pretura era troppo angusta) si è capito che il confine fra legalità e illegalità quando c’è di mezzo uno slancio umanitario è sottile. La legge è legge, ha fatto capire in modo netto la procuratrice pubblica. E vale anche per persone come Lisa Bosia Mirra. Che ha funto da ‘staffetta’; che ha fatto da «regista» nei nove episodi contestati (e valsi un decreto e una condanna, confermati). Ergo, non è una questione di buone azioni. Qui per l’accusa non può esserci che una lettura giuridica dei fatti (peraltro non contestati dall’imputata). Non c’è spazio per altre valutazioni: «Questo non è un processo politico ma penale», si è scandito. Come dire che i casi umanitari sono altri («e non è quello che ci occupa»). La procuratrice è riuscita, in altre parole, a ribaltare la prospettiva. Lisa Bosia Mirra, ha rimproverato, non ha aiutato i migranti («Non è così che si fa»). Semmai li ha esposti a dei rischi, lasciandoli senza soldi, in un territorio sconosciuto e con delle difficoltà a farsi capire. Verrebbe da pensare che i passatori locali, e ancor più i trafficanti internazionali, sono un’altra cosa. Che è lì che bisogna concentrare gli sforzi per contrastare sfruttamento e violenze (le stesse di cui portavano i segni pure i migranti incrociati a Como). Ma, appunto, alla norma non si sfugge. E al rispetto della legalità non si deroga. ‘Dura lex, sed lex’, ha detto qualcuno. Alla Pretura penale ora (l’ardua) sentenza.

22.9.2017, 05:402017-09-22 05:40:10
@laRegione

La vignetta di Lulo tognola...

La vignetta di Lulo tognola

La vignetta di Lulo tognola

21.9.2017, 08:302017-09-21 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Fumata bianca per ‘il fabbro’

Ieri ore 9 e 15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più chance di venir eletto al...

Ieri ore 9 e 15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più chance di venir eletto al posto di Didier Burkhalter, ce l’ha fatta al secondo scrutinio! Entrato papa è uscito per direttissima consigliere federale. Un momento storico ed emozionante per la Svizzera, soprattutto per quella di lingua italiana. Quasi vent’anni di anticamera sono tanti. Nell’aria a Berna e a Bellinzona si respira voglia di festa. Festa per una Svizzera in qualche modo più colorata, più bella, più rivolta al Sud. Niente da fare per i due rampanti romandi. La ‘formula magica’ di governo resta di tre latini, ma uno indossa finalmente di nuovo la maglia rosso-blu.

Per il neoeletto la campagna è stata di quelle dure ed estenuanti, visto che, appena ritiratosi Burkhalter, il suo nome ha iniziato a circolare quale possibile successore. Quindi molto prima che il Plrt decidesse di candidarlo a inizio agosto a Lattecaldo. Da sempre in testa nei pronostici, per lui le cose si sono un tantino complicate quando, strada facendo, è apparsa la figura del ginevrino Pierre Maudet, determinato, giovane e fresco, finito a sorpresa sul famoso ‘tricket’. Un esterno al Palazzo e un concorrente che ha dato del filo da torcere al ticinese, in quanto in parte alternativo al profilo di Cassis, e perché rappresentante di una Romandia che ha fatto quadrato attorno ai suoi due candidati, rivelandosi molto parca nel far regali e sconti ai cugini della minoranza svizzero-italiana.

Ma al di là delle caratteristiche dei due combattivi avversari e al di là di una grande dose di fortuna nell’allineamento dei pianeti (politico-partitici) sopra Palazzo federale, Ignazio Cassis ha in definitiva saputo maggiormente convincere, soprattutto perché uomo di esperienza sotto la cupola federale e perché capace di mediazione, non da ultimo nei panni di capogruppo. Ruolo che gli è valso molti appoggi e molte simpatie, grazie ai contatti ravvicinati e personali. Lo si è sentito anche nel suo discorso di accettazione: Cassis è uomo di concordanza. Non a caso, crediamo, nelle sue prime parole ha sottolineato parecchio il grande rispetto per l’altrui opinione, citando anche Rosa Luxemburg. Inoltre, a lui sono andati i favori di una buona parte dei deputati svizzero-tedeschi, convinti per ragioni istituzionali – e di ciò siamo loro grati – che fosse giunto il momento di votare ‘l’Ig-nazio’, come lo chiamano parecchi di loro, e non di metterci di nuovo un terzo romando, facendoci rifare l’ennesimo esercizio alibi del dopo Flavio Cotti.

E ora cosa saprà dare quest’elezione alla Svizzera? La presenza di un ministro italofono servirà a farla brillare maggiormente per un’autentica sensibilità verso le minoranze che la compongono. L’elezione di Cassis – che si è definito un fabbro per unire di più il nostro Paese – dimostra nei fatti che non si tratta di semplici proclami. Riuscire a riportare i colori dell’italianità in governo – dopo numerosi tentativi andati a vuoto e dopo quasi un ventennio di assenza dall’esecutivo federale – è la conferma che le parole e i paragrafi della Costituzione federale pesano e hanno un senso profondo. Un fatto che ci piace oltremodo sottolineare. Il che non deve indurci ora a credere qui a Sud delle Alpi di avere a Berna un terzo consigliere agli Stati. Cassis è e dovrà essere un ministro che rappresenta la Svizzera tutta. Anche quindi, ma non solo, quella di lingua italiana.

Al neoeletto, dopo i meritati festeggiamenti, i colpi di cannone, gli scampanii e i bagni di folla, auguriamo in alto i cuori e buon lavoro a Berna. Che quella poltrona abbia atteso per così tanti anni, pone senz’ombra di dubbio sulle sue spalle una responsabilità tutta speciale.

21.9.2017, 05:412017-09-21 05:41:13
@laRegione

Le vignetta di Lulo Tognola | ...

Le vignetta di Lulo Tognola | 2

Le vignetta di Lulo Tognola | 2

21.9.2017, 05:402017-09-21 05:40:43
@laRegione

Le vignetta di Lulo Tognola | ...

Le vignetta di Lulo Tognola | 1

Le vignetta di Lulo Tognola | 1

20.9.2017, 13:142017-09-20 13:14:00
Roberto Antonini

L’occasione persa da San Suu Kyi

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’...

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’icona mondiale della lotta non violenta rompesse il silenzio per denunciare la repressione della minoranza Rohingya. La leader di fatto del governo birmano si è vista poi rovesciare addosso una valanga di accuse di ignavia e ipocrisia.
Ieri, finalmente, ha parlato. Ma limitandosi, in sostanza, a dire che vi è un problema, che non pochi musulmani hanno abbandonato il Paese, che si indagherà, e – maldestra – ha voluto rassicurare: “La metà dei villaggi rohingya sono intatti”, lasciando così capire che l’altra metà sarebbe stata distrutta.

Aung San Suu Kyi si era limitata finora – in una telefonata al presidente turco Erdogan – a stigmatizzare le presunte “fake news”, negando che nel Rakhine, la provincia occidentale del Paese dove vive quell’etnia musulmana, vi fosse in atto una spietata pulizia etnica.
Non vi è dubbio che quell’“iceberg di disinformazione” stigmatizzato dalla leader birmana sia una realtà: il vicepremier turco nel denunciare il massacro antimusulmano ha twittato quattro fotografie di presunte vittime del pogrom, che in realtà ritraggono cadaveri galleggianti di passeggeri di un ferry naufragato lo scorso anno, o incidenti etnici in... Indonesia 13 anni fa.

Non vi è neppure dubbio che tra i Paesi che oggi puntano il dito contro i militari birmani vi siano nazioni musulmane (dalla Malesia, al Pakistan) ben poco esemplari nei confronti delle loro minoranze religiose. E corrisponde pure a verità che a scatenare l’ondata repressiva è stata la serie di attacchi mortali lanciati dagli indipendentisti dell’Arsa, foraggiati dagli ineffabili sauditi, contro posti di polizia nella fascia di frontiera.
Tutto vero. Ma altrettanto reale è l’esodo massiccio di civili a cui sono stati incendiati o rasi al suolo i villaggi e che affollano ora in Bangladesh quello che è divenuto in tempo record uno dei campi profughi più grandi del mondo.

L’ennesima tragedia di un mondo in cui i diritti umani, dopo l’illusione seguita alla caduta del muro di Berlino (il politologo Francis Fukuyama aveva predetto il trionfo storico delle democrazie liberali), sono considerati palesemente a geometria variabile.
Aung San Suu Kyi forse intimorita dai militari, ha in pochi giorni perso quella credibilità e quel carisma che distinguono un leader morale da un semplice dirigente politico. La battaglia per i diritti umani ha subìto negli ultimi anni pesanti arretramenti. Vi è sempre una buona scusa per giustificare violazioni dei diritti più elementari: gli Usa con Guantanamo e le uccisioni mirate; Assad e i massacri di oppositori; Putin e il suo neoimperialismo omicida; Cuba e l’ormai sessantennale assenza di diritti civili e politici; la Cina e il primato delle esecuzioni capitali; la brutale Arabia Saudita che si schermisce invocando la difesa dell’ortodossia sunnita; l’Egitto che fronteggia il pericolo islamista a colpi di condanne a morte.

Paesi molto diversi ma che non citiamo a caso: sono quelli che non aderiscono alla Corte penale internazionale. Come dire che avocano a sé il principio dell’immunità. Il caso della Birmania è dunque emblematico di una comunità internazionale priva di veri leader, che si è messa su un piano inclinato. La persona che forse più di qualsiasi altra incarnava principi universalistici ha perso la storica occasione di lanciare un segnale al suo Paese e al mondo: i diritti umani sono semplicemente imprescindibili.

20.9.2017, 11:192017-09-20 11:19:00
Matteo Caratti @laRegione

Per Cassis ‘il fabbro’, fumata bianca

20 settembre 2017 ore 9.15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più...

20 settembre 2017 ore 9.15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più chance di venir eletto al posto di Didier Burkhalter, ce l’ha fatta al secondo scrutinio! Entrato papa è uscito per direttissima consigliere federale. Un momento storico ed emozionante per la Svizzera, soprattutto per quella di lingua italiana. Quasi vent’anni di anticamera sono tanti. Nell’aria a Berna e a Bellinzona (giustamente) si respira oggi voglia di festa. Festa per una Svizzera in qualche modo più colorata, più bella, più rivolta al Sud. Niente da fare per i due rampanti romandi. La ‘formula magica’ di governo resta di tre latini, ma uno indossa finalmente di nuovo la maglia rosso-blu.

Per il neo-eletto la campagna è stata di quelle dure e estenuanti, visto che, appena ritiratosi il ministro romando, il suo nome ha iniziato a circolare quale possibile successore. Quindi molto prima che il Plrt decidesse di candidarlo a inizio agosto in quel di Lattecaldo. Da sempre in testa nei pronostici, per lui le cose si sono un tantino complicate quando, strada facendo, è apparsa la figura del ginevrino Pierre Maudet, determinato, giovane e fresco, finito a sorpresa sul famoso ‘tricket’. Un esterno al Palazzo e un concorrente che ha dato del filo da torcere al ticinese, in quanto in parte alternativo al profilo di Cassis, e perché rappresentante di una Romandia che ha fatto quadrato attorno ai suoi due candidati, rivelandosi molto parca nel far regali e sconti ai cugini della minoranza svizzero-italiana.

Ma al di là delle caratteristiche dei due combattivi avversari e al di là di una grande dose di fortuna nell’allineamento dei pianeti (politico-partitici) sopra Palazzo federale, Ignazio Cassis ha in definitiva saputo maggiormente convincere, soprattutto perché uomo di esperienza sotto la cupola federale e perché capace di mediazione, non da ultimo nei panni di capogruppo. Ruolo che gli è valso molti appoggi e molte simpatie, grazie ai contatti ravvicinati e personali. Lo si è sentito anche nel suo discorso di accettazione: Cassis è uomo di concordanza. Non a caso, crediamo, nelle sue prime parole, ha sottolineato parecchio il grande rispetto per l’altrui opinione, citando anche Rosa Luxemburg. Inoltre, a lui sono andati i favori di una buona parte dei deputati svizzero-tedeschi, convinti per ragioni istituzionali – e di questo siamo loro grati ­– che fosse giunto il momento di votare ‘l’Ig-nazio’, come lo chiamano parecchi di loro, e non di metterci di nuovo un terzo romando, facendoci rifare l’ennesimo esercizio alibi del dopo Flavio Cotti.

E ora cosa saprà dare quest’elezione alla Svizzera? Come abbiamo già avuto modo di scrivere la presenza di un ministro italofono servirà a farla brillare maggiormente per un’autentica sensibilità  verso le minoranze che la compongono. L’elezione di Cassis – che si è definito un fabbro per l’unità del nostro Paese ­– dimostra nei fatti che non si tratta di semplici proclami. Riuscire a riportare i colori dell’italianità in Governo – dopo numerosi tentativi andati a vuoto e dopo quasi un ventennio di assenza dall’esecutivo federale – è la conferma che le parole e i paragrafi della Costituzione federale pesano e hanno un senso profondo. Un fatto che ci piace oltremodo sottolineare. Il che non deve indurci ora a credere qui a Sud della Alpi di avere a Berna un terzo consigliere agli Stati. Cassis è e dovrà essere un ministro che rappresenta  la Svizzera tutta. Anche quindi, ma non solo,  quella di lingua italiana.

Al neo-eletto, dopo i meritati festeggiamenti, i famosi colpi di cannone, gli scampanii e il bagno di folla all’arrivo in Ticino, auguriamo in alto i cuori e buon lavoro in quel di Berna. Che quella poltrona abbia atteso per così tanti anni, pone senz’ombra di dubbio sulle sue spalle una responsabilità tutta speciale.

20.9.2017, 05:402017-09-20 05:40:34
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

19.9.2017, 08:352017-09-19 08:35:49
Moreno Invernizzi @laRegione

Ottant’anni di emozioni

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi....

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi. Perché da quel 19 settembre 1937 a oggi il club ha saputo mantenersi sulla breccia di un’élite sempre più esigente. A volte zoppicando un po’, è vero, ma è pur sempre riuscito a restare nel giro delle grandi squadre.
Ottant’anni di gioie e dolori, di alti e di bassi. E soprattutto ottant’anni di volti che hanno contribuito a scrivere la storia del club leventinese.

Ottant’anni di emozioni, di gioie e dolori. Di successi (su tutti il doppio trionfo in Continental Cup) e delusioni. Perché anche quelle, piaccia o meno, fanno parte pure loro della storia. Ma soprattutto ottant’anni di aneddoti. Come quello del presidente Filippo Lombardi, che ricorda, come fosse stato ieri, i suoi primi anni sulle gradinate della Valascia. «Andavo ancora alle medie quando mia zia, che abitava a Bellinzona, mi portava a vedere le partite col suo maggiolino. Erano i primi anni Settanta: allora la pista non era ancora coperta e per trovare posto sugli spalti si risaliva su per la montagna all’infinito. E non di rado capitava che le partite si dilatassero all’infinito perché interrotte ogni dieci minuti per pulire la pista dalla neve caduta nel frattempo...».
Poi, nel 1979 per l’Ambrì inizia l’“era moderna”: la Valascia finalmente ha un tetto... «Un cambiamento epocale! Da anni si percepiva l’indispensabilità di questo tassello per fare il grande passo. E così è in effetti stato: per la società era un po’ come entrare definitivamente nel giro delle grandi, lasciandosi alle spalle una volta per tutte l’etichetta dei dilettanti affacciatisi un po’ per caso alla ribalta della Lna. Anche se, per il tifoso di allora, non più vedere il cielo sopra la testa, portava con sé un po’ di malinconia, ma... non più prendersi l’acqua o la neve addosso era indubbiamente un vantaggio per tutti!».
La copertura della pista ha rappresentato una sorta di punto di non ritorno pure dal profilo sportivo: «Ha segnato l’inizio di quello che reputo sia stato (sinora) il periodo più fausto della società. Solo creando infrastrutture adeguate ai tempi è stato possibile fare il salto di qualità, e questo è un concetto che si ripresenta anche oggi, discutendo della nuova Valascia: per restare nel giro delle grandi, delle squadre che contano, è imprescindibile la realizzazione della nuova pista, in modo da poter rimanere una piazza appetibile (per giocatori e sponsor)».

Prima di pensare al futuro, c’è però un presente tutto da vivere... «Un presente che scaturisce da anni assai delicati. Appena eletto presidente avevo tirato subito il campanello d’allarme e cercato di invertire la tendenza di un club che lamentava un deficit strutturale dell’ordine di due milioni a stagione. Un passo alla volta, ci stiamo avvicinando alla meta».

Cosa significano questi ottant’anni per Lombardi? «Rappresentano una storia incredibile di attaccamento di una regione a una sua bandiera, una sua identità. E per regione intendo tutto il Ticino, visto che per decenni l’Ambrì ha rappresentato la bandiera del Ticino oltre San Gottardo nello sport, e non solo nell’hockey. Questo attaccamento ha permesso alla società di arrivare fino al traguardo degli 80 anni, sottraendosi alle regole della logica del mercato, della demografia e non da ultimo delle finanze... In questo senso, è un traguardo straordinario, unico. Al contempo, è la riprova che l’Ambrì non è fenomeno effimero, ma una realtà duratura. Il fatto che siamo qui a pianificare i prossimi di 80 anni – perché con la realizzazione della nuova pista ci assicureremo un avvenire altrettanto lungo – non fa che ribadire la volontà di voler costruire un futuro altrettanto lungo poggiando su solide basi». Cosa si sente di augurare il presidente alla sua società? «Una stagione di felicità, dentro e fuori dal ghiaccio. Non mi aspetto di vedere un Ambrì campione, ma sicuramente una squadra grintosa come quella applaudita sabato contro il Langnau». Qual è invece il regalo che si sente di poter fare alla società? «Credo di averne fatto uno trovando la gente giusta per la rinascita a cui stiamo assistendo. Un altro regalo spero di aggiungerlo a breve, portando a buon fine le trattative per la nuova pista, cosa che, contrariamente a quanto taluni possano pensare, non è affatto cosa semplice».

Quali sono le date più significative della storia biancoblù per Lombardi? «Prima della mia presidenza sicuramente l’anno della finale (1998/’99). Da presidente... beh, questo! Che è anche quello più cruciale direi. È vero che nel 2014 ci eravamo qualificati per i playoff, ma una volta raggiunto l’obiettivo, la squadra si è rilassata e ha chiuso la stagione in netto calando. E francamente, trovo sia meglio arrivare a un passo dal tuo obiettivo ma lottare fino alla fine, che arrivarci e poi uscire di scena in modo opaco».

19.9.2017, 08:152017-09-19 08:15:00
Aldo Bertagni @laRegione

Una riforma spia di debolezza

Una riforma fiscale di pesante digestione accompagnata, non a caso, da un blando digestivo. È il “pacchetto” presentato ieri dal Consiglio di Stato e approvato dallo stesso all’unanimità...

Una riforma fiscale di pesante digestione accompagnata, non a caso, da un blando digestivo. È il “pacchetto” presentato ieri dal Consiglio di Stato e approvato dallo stesso all’unanimità, “ministro” socialista compreso che, perché presidente del governo, ieri ha avvertito la necessità di fare alcune puntualizzazioni. Anche personali, ma la sostanza non cambia. Dicevamo una riforma pesante perché impopolare: riduce (un punto per mille in due anni) l’aliquota d’imposta sulla sostanza (la ricchezza) dei contribuenti milionari qui residenti, con un costo – minori entrate – di 15 milioni annui per le casse cantonali e 11,5 per quelle comunali. Una misura che coinvolgerà circa 7’000 contribuenti, ovvero il 20 per cento di coloro che hanno pagato nel 2012 – è l’ultimo dato certo – l’imposta sulla sostanza, sul patrimonio.

L’intero pacchetto fiscale e sociale presentato ieri dal governo è stato costruito su questo pilastro: ridurre l’imposizione dei milionari qui residenti perché altrimenti – l’ha detto ieri a chiare lettere Christian Vitta, direttore del Dfe e lo si legge nel messaggio governativo – questi scappano altrove, anche perché il Canton Ticino in questo specifico segmento è agli ultimi scalini della classifica svizzera, il più fiscalmente esigente verso chi molto ha guadagnato o ereditato.

E non a torto, per almeno due motivi. Il primo è di carattere generale. In ogni Stato democratico, che basa cioè la propria ricchezza sui contributi prelevati ai cittadini, la tassazione è progressiva e penalizza maggiormente chi più ha. Per un motivo semplice: non bastano capacità e creatività individuali per accumulare ricchezza, servono anche non poche condizioni generali (infrastrutture nel sottosuolo, strade adeguate, territorio all’altezza, sicurezza sociale, solo per citarne alcune) garantite dallo Stato in cui si opera e queste costano parecchio. Non è un caso se nei Paesi anglosassoni molti ricchi imprenditori decidono, in tarda età, di restituire parte del proprio patrimonio all’intera comunità tramite fondazioni o simili. Perché certo la ricchezza non è il diavolo (non più da un pezzo…), ma neanche un dono portato dalla cicogna. Il secondo motivo ha a che fare con la situazione particolare del Canton Ticino, regione di minoranza e di frontiera e dunque più esposta alle insidie del mercato nazionale e internazionale. O questo argomento diventa buono solo quando si bussa a Palazzo federale?

La riforma si attribuisce anche i termine “sociale” perché prevede un potenziamento delle strutture di accoglienza dei bambini in età prescolare e scolare, ma soprattutto – vera innovazione – l’assegno parentale, ovvero 3’500 franchi una tantum per ogni figlio che nascerà a partire dal prossimo anno ai genitori qui residenti con un reddito lordo familiare non superiore ai 140’000 franchi. Si prevedono circa duemila casi all’anno. Un incentivo alla natalità che farà felice chi già sta pensando di mettere su famiglia, ma non aiuta certo chi di figli già ne ha parecchi e fatica a mantenerli. Per questi ultimi, si dice, già sono previste misure di sostegno. Peraltro recentemente ristrette. E allora questa nuova “invenzione” a cosa serve se non a digerire un po’ meglio la ricetta fiscale? Perché mai, altrimenti, si sarebbe deciso di inserirla in questo pacchetto? Tanto vale dirlo senza falsi pudori. Abbiamo bisogno dei settemila milionari qui residenti perché la gallina dalle uova d’oro – le banche – s’è dimagrita parecchio. E anche perché la qualità di lavoro e reddito fatica a decollare. Tutto il resto è aria fritta o quasi.

19.9.2017, 05:402017-09-19 05:40:27
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

18.9.2017, 09:002017-09-18 09:00:28
Andrea Manna @laRegione

Ora basta tergiversare: inchiesta parlamentare o amministrativa

Prima di studiare e suggerire al Consiglio di Stato misure procedurali affinché in seno all’Amministrazione cantonale non si ripetano, nella...

Prima di studiare e suggerire al Consiglio di Stato misure procedurali affinché in seno all’Amministrazione cantonale non si ripetano, nella gestione dei mandati pubblici, casi deplorevoli come quello dell’Argo 1, il parlamento dovrebbe conoscere, o cercare di conoscere, tutti i fatti, retroscena compresi, legati all’incarico attribuito a suo tempo dal Dss, il Dipartimento sanità e socialità, alla ditta di sicurezza di Cadenazzo. Purtroppo sta avvenendo quanto paventavamo su queste colonne solo un paio di mesi fa: altre ombre si allungano sull’incarico diretto – milionario e privo della necessaria risoluzione governativa – alla ditta di sicurezza di Cadenazzo per un compito assai sensibile: la sorveglianza di centri d’accoglienza per asilanti. La recentissima rivelazione della Rsi sulla cena o le due cene offerte dal titolare della Argo 1 all’allora capogruppo del Ppd, oggi presidente cantonale del partito, e alla sua compagna, che al Dss guida il Servizio richiedenti l’asilo, è quindi un motivo (un ulteriore motivo) più che sufficiente per indurre la Commissione della gestione del Gran Consiglio a compiere un passo altamente opportuno. Quello di proporre al Legislativo la costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Di una commissione con maggiori poteri di quelli di cui ha goduto la ‘Vigilanza’, la sottocommissione della Gestione che ha ricostruito l’iter del controverso mandato.

Se poi la Gestione dovesse tentennare, toccherebbe al governo, riteniamo, muoversi. Aprendo un’inchiesta amministrativa.

Gli accertamenti svolti dalla ‘Vigilanza’ potrebbero infatti non bastare per avere un quadro completo della situazione e capire fra l’altro se – ai vari livelli del Dss e di qualche altro Dipartimento – ci siano le persone giuste al posto giusto. Nell’affaire Argo 1 sorprende e preoccupa la leggerezza dei comportamenti di alcuni funzionari e di alcuni politici, peraltro attivi da tempo nei rispettivi ambiti. Sorprende e preoccupa la loro incapacità di cogliere la differenza tra ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Sorprende e preoccupa che un mandato sia stato gestito per anni senza l’avallo del Consiglio di Stato. Evidentemente certi episodi, anche con risvolti penali, accaduti in un passato neppure tanto lontano in settori dell’Amministrazione non hanno insegnato nulla.

Questa brutta storia del mandato alla Argo 1 è venuta alla luce solo dopo l’arresto del titolare e di un dipendente dell’agenzia di sicurezza. Ma non si può e non si deve pretendere che sia ogni volta la magistratura a far emergere magagne amministrative e politiche. I partiti si assumano pertanto le proprie responsabilità e agiscano di conseguenza, mettendo al bando inciuci. Dunque scelgano. Decidano. Il che, con riferimento al dossier Argo 1, significa istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta o avvio di un’inchiesta amministrativa. I cittadini sollecitano chiarezza. Per ridare alle istituzioni credibilità – quella credibilità che il caso in questione ha offuscato non poco – Gran Consiglio e governo non possono più tergiversare. Serve una salutare lezione di civica.

18.9.2017, 08:362017-09-18 08:36:02
Matteo Caratti @laRegione

Due cenette di troppo

Durante il fine settimana siamo rimasti letteralmente di stucco: abbiamo sentito un presidente di partito, politico e parlamentare navigato, ammettere che una fattura di 150 franchi per due cene (...

Durante il fine settimana siamo rimasti letteralmente di stucco: abbiamo sentito un presidente di partito, politico e parlamentare navigato, ammettere che una fattura di 150 franchi per due cene (da lui consumate con la compagna che si occupa per il Cantone di rifugiati) è stata effettivamente pagata da una ditta privata, che si occupa pure lei di rifugiati. Si ricorderà, per inciso, che quella ditta (Argo 1) ha beneficiato qualche tempo prima di un mandato diretto da parte del Cantone, mandato poi proseguito (in violazione delle leggi) senza pubblico concorso per diversi anni. Ebbene, a lasciarci allibiti è il fatto che il politico, con la cena offerta in quel di Bormio, non si accorga che la questione è grave. E a più livelli. Gli rinfreschiamo quindi la memoria.

Esiste, a nostro modesto parere, innanzitutto un problema politico, perché quel tale che ha beneficiato, al secolo Dadò Fiorenzo, è un deputato (e al momento della cena era pure capogruppo in parlamento) e quindi politico di spicco, che rappresenta uno dei poteri dello Stato, quello legislativo, chiamato, se del caso, anche a indagare su simili fattispecie. Un ‘problema’ doppiamente politico, visto che a dare a suo tempo il mandato diretto ad Argo 1 è stato il consigliere di Stato del medesimo partito, finito nelle sabbie mobili della polemica per non aver avvertito i colleghi di governo del mandato diretto milionario, quando questo si è tranquillamente protratto per anni.

C’è poi, sempre a nostro modesto parere, un problema amministrativo, perché speriamo che in questo Paese i cittadini osino ancora indignarsi se ai funzionari vengono riservati soggiorni e offerte cene. I funzionari sono chiamati a fare l’interesse generale, a spendere nel miglior modo possibile i denari che noi affidiamo loro pagando le tasse, non ad accettare regalie da parte di persone che hanno interesse a farle. Ad Argo 1 non verrebbe mai in mente di offrire nemmeno un caffè al comune cittadino che in questo momento sta leggendo questo commento, mentre alla funzionaria che si occupa di rifugiati e al di lei compagno, il signor Dadò (capogruppo Ppd della stessa squadra di Beltramimelli), sì.

Non c’è bisogno di spiegarne il perché: i lettori e gli elettori tanto tonti non sono. Lo hanno già capito benissimo ancor prima di aver visto/sentito l’arrampicata sui vetri di Dadò e del suo vice (debolissimo) Marco Passalia che ci rideva quasi su declassando il caso. Ma per favore… lasciate stare i campanili da rimettere al centro del villaggio. Al centro del villaggio ci sta un sacrosanto principio: queste triangolazioni da ‘agenzia viaggi’ con cenette non devono esistere. Punto.

Poi ci si chiede come mai la politica abbia perso credibilità e come mai certa politica (leghista in particolare) abbia gioco facile nel tiro al piccione. Perché si trova servite su di un piatto d’argento simili arrampicate. Se Dadò deciderà di rimanere al suo posto, dovrà mettere in conto che questa vicenda lo ha trasformato in un’anatra zoppa. D’ora innanzi impossibile per lui fare una polemica. Ogni volta gli sarà ricordato il caso della cena offerta (lo ripetiamo) da uno che aveva comunque interesse a ingraziarsi una certa cordata politica/amministrativa. Glielo potrà abbastanza agilmente ricordare persino quel Caverzasio che ha appena lasciato il Cda dell’Eoc, mantenendo stretta la carica di capogruppo, per evitare che lo chiamassero a chiarire maggiormente la sua posizione. Il che è tutto dire.

Concludendo: il problema lo ripetiamo è di credibilità delle istituzioni. Quindi parlamento e governo dicano finalmente ai cittadini se un simile andazzo è tollerabile nell’amministrazione. Basta cincischiare! E la procura spieghi perché per la funzionaria non c’è un reato penale.

18.9.2017, 05:402017-09-18 05:40:42
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

16.9.2017, 08:262017-09-16 08:26:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Tutti imprenditori di sé stessi

‘Crowd work’, ‘Gig economy’ e ‘Sharing economy’. Sono tutte espressioni che stanno entrando con forza nel linguaggio comune e indicano i nuovi modelli di lavoro e di organizzazione...

‘Crowd work’, ‘Gig economy’ e ‘Sharing economy’. Sono tutte espressioni che stanno entrando con forza nel linguaggio comune e indicano i nuovi modelli di lavoro e di organizzazione aziendale che stanno emergendo negli ultimi anni e che come dimostra un recente studio del sindacato Syndicom non risparmia nemmeno la Svizzera.

Sono un milione le persone che integrano il proprio reddito attraverso una piattaforma digitale (crowd work), ovvero attraverso un impiego atipico molto temporaneo e trovato grazie a un’applicazione elettronica. Gli autisti di Uber sono il caso più emblematico. Si va dall’impiego come giardiniere per mezza giornata destinato allo studente bisognoso di un centinaio di franchi, all’ingaggio per qualche mese, magari per un progetto informatico internazionale, che fa gola al neo ingegnere desideroso di mettersi alla prova. In tutti i casi si tratta di un’accelerazione – e con l’arrivo sul mercato del lavoro delle nuove generazioni sarà sempre più evidente – di quel processo di disintermediazione in atto da qualche anno grazie alla digitalizzazione dell’economia e che mira a rendere ogni lavoratore imprenditore di se stesso o qualcosa di simile, accollandogli di fatto il rischio d’impresa e facendo evaporare qualsiasi tutela sociale e contributiva.

Con le piattaforme di ‘crowd work’, infatti, si disintermediano i rapporti, lo spazio e i tempi di lavoro. In poche parole si tenderà a superare l’attuale organizzazione d’impresa (ancora per certi versi di stampo ‘fordista’) e il dualismo tra lavoro precario e stabile eliminando quest’ultimo. Le parole del Ceo di Crowdflower.com, Lukas Biewald, sono eloquenti: “Prima dell’avvento di internet, sarebbe stato praticamente impossibile trovare qualcuno disponibile a lavorare per te dieci minuti per essere poi subito licenziato. Ma grazie a queste tecnologie ora si può effettivamente trovare qualcuno, corrispondergli un compenso irrisorio per poi sbarazzarsene non appena non se ne ha più bisogno”. Da notare che Crowdflower, basata a San Francisco, in California opera nel campo dell’intelligenza artificiale. Non stiamo parlando di reclutatori di manodopera poco qualificata destinata a pulire i vetri di una delle fantasmagoriche sedi di multinazionali della Silicon Valley.

Sempre più figure professionali in futuro si troveranno in un limbo tra lavoro autonomo e subordinato con effetti non indifferenti anche sui sistemi di finanziamento dello stato sociale. Un autista di Uber, per esempio, è un vero freelance oppure dipende da un algoritmo che gli dice quante corse fare, come deve comportarsi con un cliente e quale tragitto fare per essere più redditizio? In che modo deve contribuire al suo futuro pensionistico? Per non parlare delle coperture assicurative in caso di incidente.

Gli interrogativi su questa tipologia di occupazione sono tanti e la legislazione, non solo in Svizzera, dovrà essere adeguata alle mutate condizioni sociali e all’evoluzione tecnologica. Ma un dubbio rimane: non è che la digitalizzazione è solo un modo molto sofisticato per ridurre il costo del lavoro, abbassare i redditi ed eliminare le tutele sociali?

16.9.2017, 05:402017-09-16 05:40:15
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

15.9.2017, 09:002017-09-15 09:00:29
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano...

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano la nostra epoca, l’imporsi delle “piccole patrie” nel discorso pubblico, con forza e astio crescenti. Un sottogenere di quella “retrotopia” su cui ha ragionato anche Zygmunt Bauman verso la fine dei suoi giorni.

Oggi, il caso catalano raffigura, nella variante identitaria, il diffuso conflitto tra poteri statali sempre meno riconosciuti nella loro legittimità, e una pretesa sovranità alternativa: sovranità “del popolo”, nelle parole dei populisti (di destra o sinistra che siano); o “delle nazioni”, nelle rivendicazioni dei sovranisti.

Naturalmente, vi sono specificità della questione catalana che suggeriscono prudenza nel parlarne. Diciamo che tra la rivendicazione di una indipendenza risalente a tre secoli fa, una astorica rigidità che sembra impedire a Madrid di “entrare in argomento” senza pregiudizi politici e ideologici; tra il retaggio della guerra civile e della dittatura franchista, e il non trascurabile particolare che la Catalogna con meno di un quinto della popolazione spagnola produce un quinto della ricchezza nazionale, tutto ciò considerato, distinguere tra capziosità e fondatezza degli argomenti dei due fronti è ben arduo.
Ma vi sono delle costanti che fanno della vicenda catalana un caso di scuola per ragionare sulle forme e l’estensione del ritorno in auge delle piccole patrie e dell’identitarsimo che vi è connaturato. Un fenomeno che spesso viene comprensivamente diagnosticato come “reazione alla globalizzazione”.

Può darsi che lo sia: in un mondo in cui i poteri economico-finanziari sovranazionali hanno ridotto in macerie sovranità statali, cancellato orizzonti ideali, imposto, molto semplicemente, la legge del più forte, in un mondo del genere, la riscoperta di radici etniche, culturali, politiche sarebbe la sola risorsa a cui votarsi per non venirne travolti.
Di qui la corsa a tracciare nuovi confini, a riesumarne o inventarne di vecchi, a identificare se stessi (comunità o nazioni) non in relazione ma in opposizione agli altri, tanto più se portatori di culture diverse, ma anche se ancora se ne condivide la cittadinanza. Nel caso poi delle ambizioni micronazionaliste, l’autodeterminazione dei popoli viene esposta come principio di cui è praticamente impossibile contestare la nobiltà.

Eppure un dubbio resta. Viene cioè da chiedersi se questa frammentazione identitaria non sia in fin dei conti funzionale alla surroga dei grandi orizzonti ideali (e di un ormai spossato sistema di norme e istituzioni che ne riflettevano l’universalismo) da parte di un mercatismo senza volto né limiti.

L’ultimo simulacro di edificio istituzionale virtuoso, fondato su una pluralità di esperienze storiche e sulla dialettica delle loro culture era quell’Europa al cui interno, si diceva, le sovranità avrebbero perso il significato di reciproca esclusione, e il potenziale distruttivo che ne ha insanguinato la storia per secoli. Oggi, anche la crisi di quell’Europa libera tossine che ne accelerano la fine scritta sui confini che, uno alla volta, si richiudono o si inventano. Il signor Globalizzazione si starà fregando le mani.

15.9.2017, 08:302017-09-15 08:30:40
Monica Piffaretti

Un paese senza eroi

Non lo nascondo: preferivo Laura Sadis.Prima di tutto perché molto capace; poi perché donna; poi ancora perché, pur se ticinese, non sarebbe stata sostenuta a spada così tratta dall’Udc; e, infine,...

Non lo nascondo: preferivo Laura Sadis.
Prima di tutto perché molto capace; poi perché donna; poi ancora perché, pur se ticinese, non sarebbe stata sostenuta a spada così tratta dall’Udc; e, infine, perché ho spesso condiviso la sua linea politica di equilibrio al Nazionale e in governo. Ma tant’è: due minuti dopo il fischio iniziale della partita per il dopo Burkhalter, con due dribblate, è tornata in panchina. Ignazio Cassis, area centro-destra, è quindi diventato il candidato unico del Plrt. Lui dopo Flavio Cotti? Ho così iniziato a cercare di conoscerlo meglio, seguendo la campagna sui media.
Devo dire che il nodo del suo forte legame professionale con le casse malati mi ha dato fastidio. Parecchio. Mi piacciono le personalità politiche indipendenti. Più lo sono più le stimo, al di là del fatto che abbiano o no una visione politica vicina alla mia. Insomma, mi piace chi gioca libero. Chi sa sorprendere, non bela col gregge e non ubbidisce a eminenze grigie. Ho però (quasi subito) dovuto ammettere che la ‘questione cassamalatara’ era già stata metabolizzata da tempo, essendo Cassis sperimentato capogruppo liberale alle Camere.
C’è stato poi il capitolo della doppia cittadinanza che avrebbe fatto bene a non abbandonare (anche perché oggi tanti sono gli svizzeri binazionali), ma ho ritenuto la questione piuttosto personale: una decisione che spetta al singolo che ha una sua storia familiare e che ambisce alla poltrona di ministro sotto una precisa bandiera nazionale. Ho poi sentito che Cassis è per la liberalizzazione della cocaina. Per una che è anche contraria alla liberalizzazione della canapa… Ma, mettendo ogni cosa sulla bilancia, mi auguro che il ticinese si aggiudichi lo sprint finale perché ho apprezzato (tanto) la sua genuinità nell’intervista che ha rilasciato ieri proprio a questo giornale. C’è molto nelle sue risposte. C’è un’umanità che va oltre le posizioni politiche che – devo ammettere – mi ha colpito.
Altri uomini politici – i cosiddetti ‘Alphatier’, cioè quelli dominanti che entrano in politica come pugili sul ring e che sentono il potere sotto i polpastrelli come un chitarrista le corde – mai avrebbero mostrato il lato umano che Cassis ha svelato. La solitudine del candidato; la modestia molto elvetica (e speriamo che tale rimanga) dei mezzi nell’approcciare la campagna; il fastidio nel trovarsi certi giornalisti in casa (persino accanto al divano divenuto oggetto di analisi); la sua ammissione ‘Sì, la tensione interiore non te la porta via nessuno’. Ve li sareste immaginati Blocher o Couchepin fare tali confessioni? Due ex che tirano ancora qualche cordina… Ecco, in questo mi è piaciuto molto: nella capacità di essere se stesso. Senza indossare i panni del mattatore a cui tutto riesce senza fatica. No, nelle risposte date, egli indossa quelli dell’uomo che, per compensare lo stress mentale e fisico che da settimane sente gravare sulle spalle, fa jogging; che sotto i riflettori (romandi) ha avuto anche momenti no. Certo, queste non sono considerazioni di natura squisitamente politica. Tratteggiano però un certo carattere in grado di far squadra (e concordanza). I deputati soppeseranno ben altro (temi, tattiche, vantaggi partitici/personali…) prima di votare. In politica non si regala niente. Ma mi piace comunque evidenziarle. Perché, che diavolo, un po’ di umanità (autentica, che non profuma di plastica e non è pilotata dagli esperti di marketing) – a sinistra come a destra – davvero non guasta. In bocca al lupo, quindi! Una Svizzera, con un italofono nel cockpit federale non sarà la fine del mondo, che andrà avanti per la sua strada (oggi piuttosto impervia). Però sarà una patria che mette in mostra il suo grande rispetto per le minoranze. E poi, come dice la celebre frase di Brecht, ‘Beato quel paese che non ha bisogno di eroi’. Appunto.