Corsivi

Oggi, 08:152017-07-25 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Valori da lucidare

Di tanto in tanto vale la pena ridircelo: ‘Evviva la democrazia!’. Già, perché anche da noi non mancano gli ignoranti che al primo problema irrisolto si dicono certi che… ‘ah se ci fosse un uomo forte...

Di tanto in tanto vale la pena ridircelo: ‘Evviva la democrazia!’. Già, perché anche da noi non mancano gli ignoranti che al primo problema irrisolto si dicono certi che… ‘ah se ci fosse un uomo forte certe cose andrebbero altrimenti’. Ci penserebbe lui a fare ordine e via discorrendo. Diciamoci quindi che la democrazia e la separazione dei poteri sono valori altissimi che vanno difesi senza tentennamenti, giorno per giorno.

Ascoltando le notizie di questi giorni, provenienti da Polonia e Turchia, qualche brivido lo si avverte. Per fortuna a Varsavia il presidente Andrzej Duda ha per ora bloccato una riforma appena benedetta dal senato, che mina proprio al cuore la separazione dei poteri. La riforma attribuisce infatti al governo il controllo della Corte suprema e del sistema giudiziario, limitando l’autonomia dei giudici. Fa male – e risulta oltremodo incomprensibile – che a questo si sia giunti proprio in un Paese che per anni ha conosciuto la morsa del comunismo sovietico. In certi Paesi (pensiamo all’Italia) proprio l’esperienza della dittatura è stata talmente marcante che quando alla fine della Seconda guerra mondiale la popolazione ha spedito a casa i Savoia ha scelto la forma repubblicana, istituendo un sistema democratico tutto sommato forte perché debole. Nel senso che il parlamento, col voto di sfiducia, memore della brutta parentesi del cavalier Benito, ha introdotto in ogni momento la facoltà di destituire l’esecutivo. Non per nulla (anche per questo) i governi italiani hanno vita breve. Lunga vita quindi alla separazione dei poteri che permette a ciascuno di controllare l’altro nel rispetto delle reciproche prerogative. Di controllarlo e non di primeggiare o peggio ancora di sottometterlo.

E da Varsavia andiamo ad Ankara. A destare ancora più gravi preoccupazioni da oltre un anno è infatti la Turchia degli arresti di massa e delle purghe in vari ambiti sospetti al regime. Si parla di ben 50mila arresti. Emblematici il botta e risposta della scorsa settimana fra Berlino e la capitale turca, l’imprigionamento dei difensori dei diritti umani e, non da ultimo, quello dei giornalisti di testate critiche che ancora osano. Ancora una volta siamo al drammatico annullamento del principio della separazione dei poteri, a maggior ragione dopo le riforme fatte adottare da Erdogan, perché quello che vuole e dice il presidente è legge. Mentre promulgare le leggi deve rimanere prerogativa del parlamento. E perché tutto quello che desidera il presidente equivale a una sentenza, ma le sentenze le pronunciano i tribunali. Come ha scritto sulle nostre colonne il responsabile di Amnesty difendere i diritti umani in Turchia è diventato reato. Tragico e triste.

Rendiamoci conto che questi fatti di cronaca e relative discese agli inferi dei sistemi politici vigenti avvengono non così lontano dalle nostre fron­tiere. Ecco perché vale la pena rilucidare il valore e le opportunità che ci offre una democrazia matura come la nostra. Materia non solo per il Primo agosto.

Oggi, 05:402017-07-25 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

Ieri, 08:152017-07-24 08:15:00
Roberto Antonini

Israele, la deriva e la violenza

L’ennesima escalation di un conflitto che accompagna la storia stessa dello Stato di Israele: diversi giorni fa la decisione del governo Netanyahu di installare dei metal detector per...

L’ennesima escalation di un conflitto che accompagna la storia stessa dello Stato di Israele: diversi giorni fa la decisione del governo Netanyahu di installare dei metal detector per accedere alla moschea Al-Aqsa, sulla spianata delle moschee (area contesa che nella tradizione religiosa ebraica corrisponde al Monte del Tempio, ma che è internazionalmente riconosciuta come appartenente ai palestinesi), ha innescato un’inquietante spirale di violenza e di repressione.

Non è ovviamente la prima volta che la tensione tra israeliani e palestinesi esplode con la sua lunga scia di morti e feriti. Ma se la prima Intifada del 1987 sfociò una manciata di anni più tardi negli storici accordi di Oslo, questa rischia solo di spazzar via le ultime residue speranze di un dialogo possibile. Anche perché con il passare degli anni, e in assenza di un contesto internazionale di contrappesi diplomatici, il governo di Tel Aviv si è spostato su posizioni viepiù oltranziste, mentre sul fronte palestinese è venuta a mancare una leadership credibile, capace di imporsi sulla scena regionale, dove la solidarietà araba appare sempre di più per quello che in fondo è sempre stata: un simulacro dove si annidano ipocrisie, rivalità, odi.

La ricorrenza della guerra dei sei giorni, che sancì, 50 anni fa, l’emancipazione dello Stato di Israele, è stata lo scorso mese occasione di celebrazioni e riflessioni: la vittoria del Davide ebraico contro il Golia arabo fu un avvenimento storico di grande portata. Segnò anche il momento in cui il piccolo Stato, democratico in un contesto di regimi autocratici, si guadagnò ammirazione e stima in Occidente.

Mezzo secolo più tardi, Israele fornisce di sé un’immagine ribaltata: un paese guidato dalla forza, non dalla morale che, nelle parole del grande storico del fascismo Zeev Sternhell, ha quale reale obiettivo la conquista pura e semplice delle terre che il mancato rispetto della legge internazionale (le risoluzioni Onu 242 e 338, che potremmo riassumere nella formula “pace in cambio di territori”) e l’afflusso continuo di coloni (350mila circa) stanno trasformando in territori ebraici.

Il nodo gordiano della questione israelo-palestinese, si è detto per anni, è che sono in lotta due diritti. Entrambi legittimi. Un’affermazione che rimane ancor oggi vera.

Eppure non si può non notare quanto i rapporti di forza siano oggi totalmente sbilanciati. Una situazione sulla quale Benjamin Netanyahu ha costruito una politica che anche gli israeliani moderati e molti ebrei della diaspora considerano oltranzista e bellicista. Nella sua offensiva politica col pugno di ferro il premier ha stilato una lista di nemici: dall’Unione europea fino al miliardario ungherese George Soros, ebreo sopravvissuto all’Olocausto, denunciato dallo stesso Netanyahu durante il suo recente incontro con il controverso presidente magiaro Victor Orban. L’imperdonabile colpa di Soros? Quella di sostenere i movimenti pacifisti israeliani e di opporsi alle derive autoritarie sia in Israele sia in Ungheria.

Insomma, lo Stato ebraico formato Benjamin Netanyahu è agli antipodi del paese che si difese coraggiosamente cinquant’anni fa: il tentativo in atto da un paio di anni di modificare la legge per fare di Israele lo ‘Stato degli ebrei’ (relegando gli arabi israeliani a cittadini di seconda categoria) è la conferma di una deriva politica e ideologica che fa da sfondo alle violenze di questi giorni a Gerusalemme Est e in altre città della Cisgiordania.

Ieri, 05:402017-07-24 05:40:00
@laRegione

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22.7.2017, 05:552017-07-22 05:55:00
Matteo Caratti @laRegione

Val Rivera: risveglio col botto, prima che canti il gallo

Viviamo in un paese previdente e fortunato. Da noi non cadono i ponti. A volte dalle montagne – e ci mancherebbe altro che non succedesse – cadono i massi...

Viviamo in un paese previdente e fortunato. Da noi non cadono i ponti. A volte dalle montagne – e ci mancherebbe altro che non succedesse – cadono i massi calamitati a valle dalla forza di gravità. Ma, essendo il nostro un paese previdente, noi i massi in agguato li monitoriamo e a volte possiamo anche decidere quando farli scendere a valle.


È quello che succederà domenica mattina all’alba, quando alcuni massi pericolanti sopra Cresciano, tenuti d’occhio ormai da una quarantina d’anni, verranno fatti brillare e rotolare a valle e, si spera, raccolti in apposite reti di contenimento. Inutile dire che lo sforzo economico delle Ferrovie federali, che appena sotto la roccia pericolante gestiscono la linea del Gottardo, è notevole per un’operazione a loro favore, ma anche nostro, perché nessuno vorrebbe che ci scappasse prima o poi il morto... Giusto dunque procedere al brillamento e giusto pure ringraziare le Ffs per l’intervento.

Peccato, però, che la popolazione della Riviera debba venire a conoscenza del mega botto, che risveglierà l’intera valle domenica mattina verso le 5, dando la sveglia anche ai galli nei pollai, pressoché all’ultimo momento. È peccato che i diretti interessati e l’autorità politica della zona siano stati informati compiutamente soltanto nella serata pubblica di giovedì, organizzata solo per una ventina di anime che vivono nella zona rossa. Se le Ffs si fossero mosse con un briciolo di anticipo, coinvolgendo il comune, avrebbero potuto garantire un’informazione migliore e più capillare.

Va bene che siamo in luglio, va bene che le valli si spopolano e che chi abita in Riviera è ‘abituato’ alle esplosioni delle mine nelle cave, ma non mancherà chi si spaventerà per il boato delle 5 del mattino in una calda domenica estiva. E chi è assente? Qualche raccomandazione c’è infatti anche per chi è altrove, come ad esempio lasciare rigorosamente aperte le finestre di casa nel raggio più toccato o le tapparelle e le persiane (laddove presenti) chiuse. Insomma, dopo ben quarant’anni di monitoraggi e nell’attesa di udire il boom, ciò che non si è udito a sufficienza è un’informazione a tutta la popolazione della regione con un invio a tutti i fuochi della valle.

Che poi il sindaco De Rosa abbia preso la palla al balzo per reclamare anche la messa in galleria della linea, ci sta. Lo dovrebbero dire e ribadire ogni volta che si presenta l’occasione anche altri sindaci (come lo ha fatto quello di Bellinzona), considerate le merci pericolose che circolano sui binari e attraversano i nostri centri abitati. Ma questo è un altro (spinoso) problema. Intanto buona domenica (mattina)!

22.7.2017, 05:402017-07-22 05:40:31
@laRegione

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21.7.2017, 09:362017-07-21 09:36:09
Alfonso Reggiani @laRegione

Finanze a Lugano fra debiti e gioielli di famiglia

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si...

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si avvicina. Quantomeno per la gestione corrente, anche se il pareggio dei conti non è ancora strutturale. In altre parole, è stato ottenuto grazie a fattori esterni e imprevedibili che probabilmente non si ripeteranno, come ha rilevato nell’intervista che proponiamo oggi (cfr. pagina 2) il titolare del Dicastero finanze cittadine Michele Foletti che invita i colleghi di Municipio, il legislativo e l’Amministrazione pubblica a mantenere anche in futuro la disciplina finanziaria. Perciò, le misure di risparmio introdotte nel 2013 con la manovra di rientro dalle cifre rosse devono rimanere in vigore. Non c’è alternativa. Resta però il grosso problema rappresentato da quel miliardo di franchi di debiti accumulato con le banche che è stato finora solo leggermente contenuto. Un problema sottolineato pure dal rating di Moody’s che prima o poi andrà affrontato di petto dalla politica cittadina. E sarà meglio non ritardare troppo l’approfondimento di questa questione particolarmente spinosa a livello politico. Sì, perché i segnali e gli orientamenti che giungono dalla Banca centrale europea parlano senza troppi giri di parole di un aumento del costo del denaro (cfr. nostro commento, mercoledì, di Generoso Chiaradonna). E i tassi d’interesse sono inevitabilmente destinati a salire progressivamente anche alle nostre latitudini, se non quest’anno, nel 2018. Con preannunciate pesanti ripercussioni per chi, come la Città, ha poco meno di un miliardo di debiti. Del resto, anche l’esecutivo è ben consapevole di questo fattore critico. Infatti, riconosce che l’obiettivo di diminuire l’indebitamento in maniera importante non è stato raggiunto. Ma un conto è riconoscerlo, un altro è formulare proposte concrete e dibattere, magari anche pubblicamente, su quale strada intraprendere per uscire dal guado. Sì, perché di soluzioni a disposizione non ce ne sono poi così tante. Da una parte, si potrebbe intervenire a livello di imposizione fiscale. Tuttavia, non paiono esserci i presupposti politici nemmeno per un’entrata in materia su un eventuale aumento del moltiplicatore d’imposta, dopo il balzo di 10 punti dal 70 all’80 per cento di quattro anni fa, malgrado tale incremento non abbia provocato l’atteso fuggi fuggi di contribuenti facoltosi né di aziende. E allora rimangono i cosiddetti gioielli di famiglia da mettere in vendita. Parliamo di immobili di valore, oppure, per tagliare una volta per tutte la testa al toro, di Ail Sa o di Verzasca Sa. Il capodicastero Finanze ne accenna brevemente nell’intervista. La prima società, valutata attorno ai 700 milioni di franchi, è la classica gallina dalle uova d’oro ma ci sarebbe tutta una serie di conseguenze da approfondire, a cominciare dalla rinuncia al consistente dividendo annuale. Anche la cessione dell’altra società, di cui la Città detiene i 2/3 della quota azionaria (il resto è del Cantone), non pare un’operazione così facile da intraprendere, per ragioni tecniche e politiche. Insomma, la locomotiva economica luganese non ha ripreso a correre come faceva fino al 2012, non può più permettersi investimenti attorno ai 100 milioni di franchi all’anno ma sta tenendo una velocità di crociera economicamente sostenibile. E cerca di individuare altri settori economici su cui puntare dopo il crollo del gettito proveniente dal settore bancario. L’orizzonte è meno nebuloso anche se i frutti non si potranno gustare tanto presto.

21.7.2017, 08:352017-07-21 08:35:22
Alfonso Reggiani @laRegione

Lugano fra debiti e gioielli di famiglia

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si avvicina....

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si avvicina. Quantomeno per la gestione corrente, anche se il pareggio dei conti non è ancora strutturale. In altre parole, è stato ottenuto grazie a fattori esterni e imprevedibili che probabilmente non si ripeteranno, come ha rilevato nell’intervista che proponiamo oggi (cfr. pagina 2) il titolare del Dicastero finanze cittadine Michele Foletti che invita i colleghi di Municipio, il legislativo e l’Amministrazione pubblica a mantenere anche in futuro la disciplina finanziaria. Perciò, le misure di risparmio introdotte nel 2013 con la manovra di rientro dalle cifre rosse devono rimanere in vigore. Non c’è alternativa. Resta però il grosso problema rappresentato da quel miliardo di franchi di debiti accumulato con le banche che è stato finora solo leggermente contenuto.

Un problema sottolineato pure dal rating di Moody’s che prima o poi andrà affrontato di petto dalla politica cittadina. E sarà meglio non ritardare troppo l’approfondimento di questa questione particolarmente spinosa a livello politico. Sì, perché i segnali e gli orientamenti che giungono dalla Banca centrale europea parlano senza troppi giri di parole di un aumento del costo del denaro (cfr. nostro commento, mercoledì, di Generoso Chiaradonna). E i tassi d’interesse sono inevitabilmente destinati a salire progressivamente anche alle nostre latitudini, se non quest’anno, nel 2018. Con preannunciate pesanti ripercussioni per chi, come la Città, ha poco meno di un miliardo di debiti. Del resto, anche l’esecutivo è ben consapevole di questo fattore critico. Infatti, riconosce che l’obiettivo di diminuire l’indebitamento in maniera importante non è stato raggiunto. Ma un conto è riconoscerlo, un altro è formulare proposte concrete e dibattere, magari anche pubblicamente, su quale strada intraprendere per uscire dal guado.

Sì, perché di soluzioni a disposizione non ce ne sono poi così tante. Da una parte, si potrebbe intervenire a livello di imposizione fiscale. Tuttavia, non paiono esserci i presupposti politici nemmeno per un’entrata in materia su un eventuale aumento del moltiplicatore d’imposta, dopo il balzo di 10 punti dal 70 all’80 per cento di quattro anni fa, malgrado tale incremento non abbia provocato l’atteso fuggi fuggi di contribuenti facoltosi né di aziende. E allora rimangono i cosiddetti gioielli di famiglia da mettere in vendita. Parliamo di immobili di valore, oppure, per tagliare una volta per tutte la testa al toro, di Ail Sa o di Verzasca Sa. Il capodicastero Finanze ne accenna brevemente nell’intervista. La prima società, valutata attorno ai 700 milioni di franchi, è la classica gallina dalle uova d’oro ma ci sarebbe tutta una serie di conseguenze da approfondire, a cominciare dalla rinuncia al consistente dividendo annuale. Anche la cessione dell’altra società, di cui la Città detiene i 2/3 della quota azionaria (il resto è del Cantone), non pare un’operazione così facile da intraprendere, per ragioni tecniche e politiche.

Insomma, la locomotiva economica luganese non ha ripreso a correre come faceva fino al 2012, non può più permettersi investimenti attorno ai 100 milioni di franchi all’anno ma sta tenendo una velocità di crociera economicamente sostenibile. E cerca di individuare altri settori economici su cui puntare dopo il crollo del gettito proveniente dal settore bancario. L’orizzonte è meno nebuloso anche se i frutti non si potranno gustare tanto presto.

21.7.2017, 05:402017-07-21 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

20.7.2017, 08:402017-07-20 08:40:24
Aldo Bertagni @laRegione

Il peso delle parole

Le parole non costano nulla e ognuno di noi ne possiede un gran numero “ma ci sono giorni in cui contano solo le parole giuste, e chi le trova può decidere che cosa succederà da quel momento in poi...

Le parole non costano nulla e ognuno di noi ne possiede un gran numero “ma ci sono giorni in cui contano solo le parole giuste, e chi le trova può decidere che cosa succederà da quel momento in poi”. Così Mark Thompson, già direttore generale della Bbc e oggi amministratore delegato del ‘New York Times’, nel suo recente “La fine del dibattito pubblico” (Feltrinelli). Perché le parole possono trasformarsi in suadenti sirene. Prendete “Prima i nostri”. Esclamazione potente, in tempi come gli attuali, tanto quanto l’altra fortunata declinazione “Padroni a casa nostra”. Slogan, frasi fatte, parole tanto accattivanti quanto retoriche (e dunque miranti al cuore più che alla mente di chi le ascolta). Parole pesanti che possono decidere cosa succederà da quel momento. Come sta capitando, appunto, in Canton Ticino. Il gruppo dirigente dell’Udc cantonale accusa il Consiglio di Stato di scarso coraggio perché colpevole di ricordare come funziona la nostra democrazia istituzionale. In particolare, il governo ha recentemente respinto quasi tutte le proposte della commissione parlamentare che ha lavorato sull’applicazione dell’iniziativa popolare “Prima i nostri”, ovvero prima il lavoro a chi risiede in Svizzera.

Il governo ticinese non entra quasi mai nel merito delle proposte, non prende in considerazione il contenuto, si limita alla forma. Che non è cosa da poco. Detta in breve, quanto propone la commissione parlamentare non rispetta il diritto superiore, vale a dire le leggi federali. Perché il diritto, in Svizzera come altrove, funziona così: l’ente più piccolo deve adeguare le proprie leggi a quelle decise in un ambito più grande. I Comuni alla legislazione cantonale e i Cantoni a quella federale. Nel caso in questione poi – tutto ciò che gira attorno alla libertà professionale – va pure preso in considerazione l’accordo internazionale stipulato sulla libera circolazione fra Svizzera e Unione europea. Piaccia o meno. È come la botte piena e la moglie ubriaca: o una o l’altra, o la libertà di decidere cosa fare in casa propria o la libertà di circolazione sul lavoro come su altre materie (i capitali, i trasporti, i servizi). Libertà stabilite da un accordo internazionale che sovrasta tutte le legislazioni cantonali.

Per noi il diritto superiore, dicono i democentristi ticinesi, è l’approvazione popolare dell’articolo 121a inserito nella Costituzione elvetica grazie all’iniziativa contro l’immigrazione di massa. E più in alto della Costituzione cosa può esserci? Ah, le parole “giuste”. La retorica. In verità la maggioranza del popolo svizzero ha approvato un principio, la cui applicazione necessita di una legge, e a volte capita (ne sanno qualcosa gli iniziativisti delle Alpi) che il legislatore decida di non seguire alla lettera il principio costituzionale sancito dal verdetto popolare, come in questo caso. La legge varata dalle Camere federali non prevede l’esplicita precedenza all’occupazione residente, ma solo l’obbligo di segnalazione agli uffici regionali competenti dei posti vacanti. Va contro il verdetto del “sovrano”? Può darsi, ma allora si doveva promuovere un referendum per abolire la legge sopraccitata. Altra alternativa, disdire l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Ue e infatti, a quanto pare, l’Udc avrebbe intenzione di lanciare presto un’iniziativa popolare tesa a questo scopo. È questa la strada corretta, non certo quella di costringere il Canton Ticino a interpretare il diritto secondo la convenienza del momento. Il governo è coerente – una volta tanto, ci viene da aggiungere – e lo scrive. Lo sarà anche il parlamento?

20.7.2017, 08:352017-07-20 08:35:00
Matteo Caratti @laRegione

Real pargoli e protocolli, noi stiamo con Giorgino!

Ci sono tanti modi di dare una notizia. Spesso anche a dipendenza del punto di vista in cui si pone colui che la riferisce. Eccovi un esempio molto eloquente di...

Ci sono tanti modi di dare una notizia. Spesso anche a dipendenza del punto di vista in cui si pone colui che la riferisce. Eccovi un esempio molto eloquente di questa settimana: le smorfie poco regali e i capricci del principino George, terzo in linea di successione al trono britannico. Un principino fin qui piuttosto recalcitrante al protocollo e, in occasione del viaggio a Varsavia dei genitori, rimproverato sotto i riflettori da papà William per il suo comportamento.

Ovviamente, il siparietto durante la cerimonia ufficiale di accoglienza non è passato inosservato sulla stampa del Regno. Un’immagine in particolare ha fatto il giro del Paese di bisnonna Elisabetta e anche al di qua della Manica. Quella nella quale il piccolo Windsor, 4 anni, camicia a scacchi, pantaloncini corti e scarpe di vernice nera, viene sorpreso a fare le boccacce, mentre il padre piegato verso di lui lo richiama ai codici del cerimoniale. I tabloid non esitano a ribattezzare l’infante ‘Sua Timidezza Reale’ e rigirano il coltello nella piaga, mettendo in evidenza l’atteggiamento ‘disinvolto’ della piccola Charlotte: tranquilla e con un accenno di sorriso, nel suo vestitino rosso e bianco, in braccio a mamma Kate.

Ebbene: la stessa notizia la potremmo però anche raccontare da una prospettiva del tutto diversa. Quella del piccolo George costretto suo malgrado a indossare una camicia con le maniche lunghe sotto il sole cocente di metà luglio, mentre chi non ha nelle vene sangue blu come il suo, se ne sta beatamente a mollo in qualche piscina o gioca spensieratamente alla sabbia con gli amici in riva al mare.

Vista e raccontata la scena da quest’altra prospettiva ecco che sono i duchi di Cambridge a rimediare una pessima figura. Sì, proprio loro e non il povero Giorgino, che a quattro anni si deve sorbire, per giorni e giorni, un protocollo senza senso per chiunque abbia la sua età e forse anche qualche anno in più.

Ammettiamo che vista da fuori – nel nostro caso da questa nostra piccola e fortunata Repubblica che non ha nulla da spartire con casa Windsor – la scena appena descritta risulta semplicemente incomprensibile. Ci verrebbe voglia di ‘liberare’ il povero principino, suggerendo a chi lo ha messo al mondo che certi tour de force, sempre che abbiano ancora senso, sono fatti per gli adulti. Ci verrebbe anche voglia di rinfrescare la memoria del probabile prossimo re d’Inghilterra: ‘Ma come, sua Altezza? Non si ricorda della tristezza che ha certamente afflitto anche la sua persona nel venir sottoposto a simili rituali da ragazzino?’. E la duchessa, non si ricorda forse anche lei della sua infanzia, speriamo spensierata, lontana da regole e disciplina assurde, visto che nelle sue vene scorre sangue del medesimo colore di noi comuni mortali?

Insomma, quello che alla fin fine conta – ossia il rispetto nei confronti dei bimbi – è telegraficamente descritto sulla copertina di un libro dedicato all’infanzia che – se non vado errato – è intitolato così: ‘I bambini devono essere felici. Non farci felici.’

20.7.2017, 05:402017-07-20 05:40:42
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

19.7.2017, 08:152017-07-19 08:15:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Immobiliare al giro di boa

Il costo del denaro in Svizzera continua a rimanere a livelli storicamente bassi. Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 la curva dei tassi d’interesse ipotecari, per esempio, si è...

Il costo del denaro in Svizzera continua a rimanere a livelli storicamente bassi. Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 la curva dei tassi d’interesse ipotecari, per esempio, si è appiattita sempre più fino a sfiorare (e in alcuni casi superandolo al ribasso) l’uno per cento per scadenze a un anno. Una situazione che però non è destinata a durare ancora a lungo. Si è – per usare una metafora – se non all’ultimo, almeno al penultimo giro di giostra.

I tempi per una normalizzazione della politica monetaria, almeno nell’Eurozona, stanno maturando. Per la fine dell’anno, infatti, molti esperti si attendono che la Banca centrale europea annuncerà un abbandono graduale del programma di acquisto di titoli del debito pubblico e privato meglio noto come Quantitative easing. Da quel momento dovremmo assistere a un graduale aumento del costo del denaro che rimarrebbe comunque ancora a prezzi da discount, se paragonato a quello della fine del decennio scorso. A questo punto anche gli interessi ipotecari – non solo in euro – potrebbero incominciare a risalire. Una prova è data dalle dichiarazioni di fine giugno del presidente della Bce Mario Draghi in merito agli sviluppi positivi della dinamica economica nell’Eurozona che hanno fatto sì che i tassi d’interesse siano risaliti leggermente.

Per rimanere invece alla Svizzera, l’ultimo decennio, caratterizzato da tassi ipotecari estremamente bassi, ha conosciuto un fervore edilizio senza precedenti. Promotori immobiliari, impresari e anche famiglie attratte dal sogno della casetta di proprietà hanno alimentato una domanda molto forte che negli ultimi trimestri si sta lentamente affievolendo, tanto è vero che il tasso di sfitto e di abitazioni vuote in alcune regioni sta di nuovo aumentando. È un ulteriore segnale che la festa sta per finire e che si è al giro di boa.

L’atterraggio, stando all’ultimo monitoraggio immobiliare del Credit Suisse, non dovrebbe però essere né brusco, né troppo traumatico. Gli attori del settore si sono resi conto per tempo che valori troppo elevati dei prezzi immobiliari in combinazione con l’inasprimento dei requisiti di finanziamento avrebbero fatto diminuire la domanda e hanno quindi adeguato di conseguenza l’offerta. Non dappertutto, però. Tassi ipotecari così bassi potrebbero incentivare i ‘ritardatari’ (soprattutto tra i promotori immobiliari e gli investitori istituzionali alla ricerca di rendimenti positivi) a salire per ultimi su un treno che sta rallentando, con il rischio di trovarsi tra le mani oggetti invenduti o sfitti.

Alcuni segnali in tal senso ci sono anche in Ticino, dove l’unica regione – stando sempre all’ultimo studio del Credit Suisse dello scorso marzo – a conoscere un aumento dell’offerta abitativa nei prossimi anni sarà quella del Bellinzonese. Qualcuno ha denominato questo fenomeno ‘effetto AlpTransit’ legandolo all’apertura della galleria del San Gottardo e in particolare a quella prossima ventura del Monte Ceneri che dovrebbe accorciare le distanze tra Sopra e Sottoceneri. Da qui il fermento edilizio abbastanza evidente che sta contagiando la nuova Bellinzona, in cui prezzi più bassi di case e appartamenti rispetto agli altri agglomerati urbani – per ora, almeno – dovrebbero sospingere coloro che non possono più ambire a una casa di proprietà o in affitto sulle rive del Ceresio a spostarsi nella capitale cantonale. Sperando che ciò non sia solo l’ultima fiammata speculativa prima del grande gelo.

19.7.2017, 05:402017-07-19 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

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18.7.2017, 08:052017-07-18 08:05:00
Matteo Caratti @laRegione

Corriere del Ticino e Giornale del Popolo, se la Curia divorzia…

La notizia di un divorzio, coi suoi perché e per come spesso conditi da qualche umana curiosità, fa quasi sempre discutere. Di certo lo sta...

La notizia di un divorzio, coi suoi perché e per come spesso conditi da qualche umana curiosità, fa quasi sempre discutere. Di certo lo sta facendo – e parecchio – la separazione annunciata fra il ‘Corriere del Ticino’ e il ‘Giornale del Popolo’.

Eppure il matrimonio sembrava promettere bene: celebrato quasi quattordici anni fa, venne persino benedetto da monsignor Pier Giacomo Grampa, il vescovo che non voleva passare alla storia per essere colui che avrebbe affossato il GdP.

L’interesse a convolare a nozze sicure era allora di entrambe le testate: così facendo il foglio di Muzzano per tanti anni si è assicurato il primato di lettori (e relativa fetta di pubblicità), perché, sommati i suoi con quelli del GdP, l’ambita vetta era indiscutibilmente sua; la testata del Vescovo, da parte sua, dopo anni di turbolenze (finite anche in Procura e quasi quasi all’ufficio fallimenti se non fosse stato per i milioni spesi nel suo salvataggio dal CdT), aveva invece potuto legarsi a un foglio capace di aiutarla economicamente e giornalisticamente. Ma, si sa, anche i migliori matrimoni possono andare in crisi e gli ex coniugi andarsene ognuno per la propria strada sbattendo più o meno forte la porta a seconda dei casi. Insomma, dal prossimo dicembre andrà per la maggiore il motto ‘meglio soli che…’.

0Difficile dire a cosa e dove porterà la strada in solitaria indicata ieri dalla Curia che – monsignor Lazzeri dixit – vuole scegliersi da sola la dieta per far sopravvivere lo storico giornale. Difficile dirlo, perché oggi sono i gruppi editoriali a farla da padroni in un mercato in profonda trasformazione. Gruppi composti da testate a pagamento, testate gratuite, settimanali, siti online, radio e tv private blindate dalla sempre ‘benedetta’ quota parte del canone.

Così è perché dall’altra parte – cioè la parte di chi consuma informazione (gratuita e/o a pagamento) e di chi fa le inserzioni – le esigenze sono cambiate. Si cercano prodotti giornalistici capaci di informare il lettore minuto per minuto sul telefonino, attraverso i siti, le app, e anche per mezzo dei social (utilizzando approcci e linguaggi diversificati). Anche il ‘vecchio’ giornale cartaceo si sta giocoforza trasformando, cercando da un lato di difendere la sua capacità di informare fornendo notizie, chiavi di lettura e approfondimenti sui temi principali una volta al giorno e, dall’altro, appoggiandosi sul sito (per noi: www.laregione.ch) e sui social anche per aprire un canale online di informazione e di dialogo costante coi propri lettori e con chiunque sia interessato ad approfondire determinati temi (magari digitando anche un semplice hashtag).

Cambiamento nel cambiamento è poi anche quello relativo alla nostra capacità di saper intercettare temi non solo provenienti quasi esclusivamente dall’ambito istituzionale, ma di trattare pure argomenti segnalati o maturati nella società civile.

Per noi giornalisti, in questo periodo di rivoluzioni copernicane, gli sforzi di adattamento sono notevoli e lo sono/saranno di certo ancora di più per chi, come il GdP, desidera ora camminare con le proprie gambe. Ma non c’è alternativa. Stare fermi significa (più prima che poi) essere condannati a morte. Anche se, comunque sia, a una domanda centrale di tutto questo bailamme multimediale nessuno ha saputo dare ancora una risposta. Eccola qui: ma chi consuma informazione, a maggior ragione se pregiata, è disposto a pagare il giusto prezzo?

18.7.2017, 05:402017-07-18 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

17.7.2017, 08:552017-07-17 08:55:00
Marzio Mellini @laRegione

Come fosse sempre la prima volta

L’emozione non è ai livelli di guardia, come in altre finali, più palpitanti e incerte. Ma solo per un attimo, quello che serve per fare astrazione dai sentimenti scossi per rendersi...

L’emozione non è ai livelli di guardia, come in altre finali, più palpitanti e incerte. Ma solo per un attimo, quello che serve per fare astrazione dai sentimenti scossi per rendersi conto della portata di un’impresa al limite dell’impossibile. O meglio, al limite del paradosso, in contrasto con le regole dello sport: meno gioca, più vince. Illogico. Per gli altri, non per Roger Federer. È venuta un po’ meno l’incertezza, senza però scalfire la portata di un trionfo che arricchisce di un ulteriore capitolo memorabile la storia di una disciplina che Roger non smette di riscrivere, divertendosi a stravolgerne sempre i contenuti.

La sua è una storia infinita. È fatta di gioie e dolori – con le prime chiaramente predominanti – e di una serie di perle di rara bellezza, la cui collezione non è ancora stata completata. Il tempo si è fermato? Non è così. Gli anni passano. Il tempo corre, veloce, per Federer come per gli altri. La differenza – sostanziale – sta nella gestione dello stesso, dei suoi spazi, degli intervalli tra un appuntamento e l’altro, tra una vittoria di portata storica e una delusione cocente.

Il tennis è una questione mentale e atletica, oltre che tecnica. L’equilibrio è fondamentale, sia che si tratti di emozioni, sia che si parli di condizione fisica.

Federer dalla sua ha una perfetta gestione del fisico. La base sulla quale edificare il proprio successo è solida. Quando si è accorto di averne abusato, ha detto basta. Si è chiamato fuori, si è concesso una pausa per riposare e per ragionare in termini diversi, quelli di papà e marito. Uomo normale, restituito a una dimensione privata che in passato ha dovuto trascurare, per ritrovare gli stimoli e la salute, armi con cui riprendere la lotta. Più forte di prima, è non è la classica frase fatta. È la realtà. Non a caso, l’unico che sembra reggere il colpo è Rafa Nadal, a sua volta costretto a rimettersi in gioco e in discussione, per restare aggrappato al tennis ai massimi livelli.

A giudicare dall’esempio dei loro illustrissimi colleghi, Djokovic e Murray farebbero bene a pensare a qualcosa di simile. Nervi a fior di pelle, controprestazioni e acciacchi sono segnali chiarissimi. Chi li ha saputi ascoltare, oggi vince ancora, facendo gli sberleffi all’anagrafe.

È una questione di equilibrio. A una certa età, dopo anni di trionfi e con le motivazioni in leggero calando, può ancora fare la differenza. La prova è lì, in splendida forma, in tutta la sua eleganza. Risponde al nome di Roger Federer, uno che non ha smesso di commuoversi, come se fosse sempre la prima volta.

17.7.2017, 05:402017-07-17 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

15.7.2017, 08:302017-07-15 08:30:19
Marzio Mellini @laRegione

Così forte che lo si dà per scontato

L’anno scorso per la prima volta aveva fallito l’accesso a una semifinale Slam, obiettivo altrimenti sempre centrato. Di lesa maestà si macchiò quel Milos Raonic, al cospetto...

L’anno scorso per la prima volta aveva fallito l’accesso a una semifinale Slam, obiettivo altrimenti sempre centrato. Di lesa maestà si macchiò quel Milos Raonic, al cospetto del quale il torto è stato riparato mercoledì nei quarti, senza tanti complimenti. Giusto per rimettere il campanile al centro del villaggio del tennis, scosso dall’offesa del canadese.
A proposito di cose da sistemare, ecco l’undicesima finale a Wimbledon della carriera, la possibilità di tornare a trionfare anche nel giardino di casa a cinque anni dall’ultima volta. Un’eternità, in termini sportivi, a maggior ragione per uno abituato a collezionare perle con una certa frequenza.

Correva l’anno 2012, quello dello Slam numero 17, per troppo tempo rimasto l’ultimo. Poi arrivarono gli Australian Open, qualche mese fa, a spezzare l’incantesimo di quel 18esimo titolo “major” talmente inseguito da sembrare irraggiungibile.

Ora la quota da toccare è 19, più su dell’assillo scacciato a Melbourne in gennaio. Dalla testa, più che dal braccio, per quanto meno saldo del solito. Si tende a darla per scontata, tanto è favorito e forte l’unico al mondo che possa permettersi di tornare più forte di prima dopo sei mesi lontano da riflettori e – almeno per un po’ – campi, nell’anno del trentaseiesimo compleanno (classe 1981, giova ricordarlo). Uno sportivo che non ha una spiegazione, se non proprio nella sua unicità, alle prese con una concorrenza che non è alla sua altezza (vale per quasi tutti, e quel “quasi” con maggiore sfacciataggine lo potremmo anche levare), o si è rovinata la salute per stare al passo e insidiarne la supremazia (ogni riferimento a Nadal, Djokovic e Murray è assolutamente non casuale).
Signori, di scontato nello sport d’élite non c’è nulla. La tentazione di farne quasi a priori il Re di Wimbledon (posto che l’incoronazione gli spetta di diritto a prescindere da eventuali futuri successi) è legittima, ma nulla è scontato. Né regalato, tantomeno dovuto. Il successo va guadagnato, anche da parte di chi scatta con un paio di lunghezze di vantaggio, per talento e contenuti tecnici. La chiamammo investitura divina, ci sentiamo di rispolverare il concetto.

I favori del pronostico vanno tutti nella medesima direzione, quella dell’ottava vittoria a Londra di Roger Federer. Nascono da una serie di considerazioni che lasciano poco spazio alle sorprese, è innegabile: ha già vinto sette volte, sono tutti con lui, votati a una causa trasversale che trascende il concetto di tifo; non ha concesso un set in sei partite, Cilic (suo avversario domenica in finale) non è una prima firma; e via di certezze spese per corroborare una tesi che per lo più diventa assioma.

Tant’è, Federer fa rima con vittoria, altrimenti non saremmo tutti lì, in attesa dell’ennesima consacrazione, che si tende a dare per scontata, una questione di tempo. Solo lui, per quello che fa e per come lo fa, alimenta speculazioni del genere, induce a banalizzare un successo in semifinale. Se lo merita, dai. Se lo è guadagnato. Nel suo interesse, e in quello di chi lo venera, fare in modo che si continui a ragionare così.

15.7.2017, 05:402017-07-15 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

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