Corsivi

Oggi, 08:352017-04-24 08:35:00
Roberto Antonini

Un messaggio da Parigi

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la...

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la sinistra socialista. Non era mai successo nella storia della Repubblica.
A contendersi la poltrona all’Eliseo nel ballottaggio del prossimo 7 maggio, saranno dunque Emmanuel Macron arrivato in testa al primo turno, giovane e ambizioso tecnocrate che rivendica il superamento delle tradizionali contrapposizioni politiche; e la leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen. Entrambi autoproclamatisi candidati anti-sistema. Entrambi tuttavia espressione di quella stessa casta politica sempre più osteggiata dalla popolazione: Macron per anni consigliere di François Hollande e in seguito suo ministro dell’Economia; Marine Le Pen appartenente alla ricca dinastia che ha fatto e continuerà a fare la storia della destra più radicale, invischiata – nel più classico stile della vecchia politica – in una vicenda di frode.

La fine dell’alternanza destra-sinistra fa del 23 aprile una data cardine nella vita politica del Paese, ma il terremoto al quale abbiamo assistito non è necessariamente di una magnitudo devastante. Il ballottaggio, stando ai sondaggi, dovrebbe in effetti consacrare, in modo netto, il successo dell’ex ministro di Hollande.

Le consegne di voto non si sono fatte attendere: con l’eccezione di un imbronciato Jean-Luc Mélenchon, capofila della sinistra radicale in spettacolare crescita e che ha sfiorato il colpaccio, tutti i principali leader politici non hanno posto tempo di mezzo dando una chiara consegna per il 7 maggio: votare Macron per bloccare l’estremismo frontista.
Tra i primi ad esprimersi François Fillon, giunto terzo, e le cui vicende giudiziarie hanno compromesso una vittoria che pareva certa: ha messo in guardia i francesi contro l’estremismo, le derive intolleranti e violente del partito di Marine Le Pen. Il Fronte Nazionale porterebbe la Francia alla catastrofe, ha ammonito Alain Juppé, mentre secondo Benoît Hamon, candidato di un partito socialista ormai ridotto al lumicino, con Marine Le Pen il Paese rischierebbe la guerra civile.

Ma se l’unità del fronte repubblicano sotto la bandiera del “tutto, salvo Le Pen” non ha tardato a manifestarsi, questa tornata elettorale suggella di fatto alcune profonde spaccature ideologiche e sociali. Una lettura a caldo dei risultati ottenuti dalle diverse formazioni consente in effetti di individuare faglie trasversali ai partiti su temi quali la globalizzazione, il libero mercato, il ruolo dello Stato, le pensioni, l’immigrazione, il protezionismo. Trasversali a tal punto che appaiono similitudini tra i programmi dei fronti più estremi, a destra e a sinistra.

L’Europa in particolare esce certamente rafforzata dalla vittoria di Macron, ma gli europeisti non possono sicuramente pasteggiare a champagne. Gli elettori della seconda potenza continentale hanno manifestato, con un voto estremamente frammentato (quattro candidati che hanno ottenuto ognuno percentuali attorno al 20%) una forte inquietudine sul futuro del Paese e dell’Ue: antieuropeisti (Le Pen e Mélenchon) e proeuropeisti (Macron e Fillon) si sono divisi in parti quasi eguali i consensi dell’elettorato.

A Bruxelles e Berlino si può certamente tirare un sospiro di sollievo, ma sarebbe irresponsabile non sentire il campanello d’allarme suonato da una Francia inquieta e disorientata che in giugno sarà impegnata, con le legislative, nel proibitivo compito di fornire una maggioranza politica al nuovo inquilino dell’Eliseo.

Oggi, 05:402017-04-24 05:40:41
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

22.4.2017, 08:352017-04-22 08:35:49
Erminio Ferrari @laRegione

L’emergenza nelle urne francesi

In una cornice resa drammatica dalla sanguinosa “dichiarazione di voto” dell’Isis, quattro candidati alla presidenza della repubblica francese si tallonano nei sondaggi in percentuali...

In una cornice resa drammatica dalla sanguinosa “dichiarazione di voto” dell’Isis, quattro candidati alla presidenza della repubblica francese si tallonano nei sondaggi in percentuali talmente vicine da rendere dubbio ogni pronostico.
Quattro aspiranti presidenti che si pretendono in discontinuità con il sistema consolidato di alternanza destra/sinistra all’Eliseo: Marine Le Pen, Emmanuel Macron, François Fillon, Jean-Luc Mélenchon, per limitarci a loro e alle loro vicissitudini, sono l’immagine abbastanza fedele della mutazione della rappresentanza politica in Francia e, per esteso, in tutte le nostre società.
Poi, si sa, l’immagine è una cosa, la sostanza un’altra. Ma prendiamola per buona, se non altro perché i segni di una rottura con la consuetudine sono stati evidenti sin dall’inizio della campagna. A partire dalla rassegnata rinuncia del presidente in carica François Hollande a ricandidarsi per un secondo mandato a cui avrebbe avuto pur diritto. Una sorta di autoinferto contrappasso per chi, battendolo, impedì a sua volta a Nicolas Sarkozy di bissare il turno presidenziale.
Letta retrospettivamente, la rinuncia di Hollande è stata la spia più certa della crisi socialista. Crisi di cui sono state espressione e insieme vittima dapprima le ambizioni di Manuel Valls, penalizzato, oltre che da se stesso, anche da una forzosa lealtà nei confronti del presidente, che lo ha costretto a ritardare la candidatura ufficiale fino alla rinuncia di Hollande; e poi la sorte di quel Benoît Hamon superfluo vincitore delle primarie socialiste. Superfluo, poveretto, poiché della sua investitura i primi a non curarsi sono stati i dirigenti del partito, quelli che avrebbero dovuto impegnarsi per lui.
Crisi, e veniamo al punto, da cui è invece stato beneficiato Macron, lesto a lasciare il governo socialista (dove occupava il Ministero dell’economia) per metter su En Marche!, il non-partito modellato su di sé, senz’altro scopo che di portarlo all’Eliseo. In questo senso, Macron è l’espressione lampante della post-politica nella sua variante francese. Mai passato al vaglio di una elezione, populista non meno di un Trump o di una Le Pen (che pure un partito ce l’ha) nel volersi liberare degli “strati intermedi”, svincolato da liturgie e strategie partitiche nel rivolgersi direttamente agli elettori come ai consumatori nel quadro di una campagna pubblicitaria. Vagamente europeista, vagamente “né di destra, né di sinistra” (che di solito vuol dire di destra). Vagamente outsider, se così si può dire di chi è stato ministro e le ossa se le è fatte nelle banche che contano e nelle istituzioni su cui poggia la repubblica.
Su di lui si sono spostate non poche dichiarazioni di voto di dirigenti del Ps, una sconfessione plateale di Hamon. La figura del (non)candidato ufficiale socialista potrebbe essere associata a quella di un Jeremy Corbyn che guiderà il Labour britannico almeno fino alle legislative anticipate dell’8 giugno per volontà degli iscritti, ma inviso alla rappresentanza parlamentare dello stesso partito. Hamon neppure quello: il partito lo ha già scaricato prima ancora dell’apertura dei seggi. Ha osato proporre un reddito base universale.
Altro candidato di fatto senza partito è Fillon. Alle primarie dei Républicains ha battuto gente del calibro di Alain Juppé e Nicolas Sarkozy. Tradizionalista cattolico, thatcheriano in economia, residente in un castello, autocelebratosi come l’uomo retto che da tempo la Francia attendeva, ha preteso troppo da sé e dagli elettori. Soprattutto che gli credessero.
La sua corsa si è fermata davanti alle rivelazioni “Penelopegate”: dal nome della moglie che non l’attendeva tessendo la tela, ma fingendo di lavorare per lui come collaboratrice parlamentare, lautamente stipendiata dalle casse pubbliche. Lo stesso i figli. Per non dire dei “contributi” di ricchissimi amici, e neppure tutti presentabili. “Credo che i sondaggi esprimano più un’emozione che una realtà politica”, ha detto per tenersi su. Ma il partito, ormai nel panico, gli ha fatto il vuoto attorno. I sorrisi di circostanza rivoltigli in chiusura di campagna da Juppé e Sarkozy mostravano i denti stretti. E, a parte che i francesi detestano la terminologia anglofona, non era esattamente un endorsement.
Passatista (secondo gli avversari) e insieme proiettato in un improbabile futuro, Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise, veste da trotzkista in carne e ossa, ma anche in ologramma, come ha fatto in diverse occasioni, tenendo un comizio in una città, e apparendo simultaneamente in una o diverse altre. Reclama la parte di “diverso”, fuori dai giochi di potere, ma è pur stato ministro e anche lui campa di politica da una vita. Chi aveva pronosticato per lui il ruolo di mera comparsa si è però sbagliato. Mélenchon è andato via via crescendo nei favori dell’elettorato, con un programma che assomma l’accorciamento dell’orario di lavoro, della vita lavorativa, a un aumento dei salari minimi. Vuole l’uscita dal nucleare e dalla Nato, e la rimessa in discussione della forma di adesione all’Unione europea.
Più prudente sulla questione migranti, e lo si può capire, se si dà retta alle analisi dei flussi elettorali secondo cui il voto operaio è passato all’estrema destra anche per le parti (le loro, sembrerebbe) che essa ha preso in questa guerra tra poveri.
L’abbiamo nominata, infine: l’estrema destra di Marine Le Pen è stata fino a poche settimane fa l’oggetto più dibattuto, l’orizzonte sul quale misurare le sorti non più soltanto della Francia, ma dell’Europa. Se è riuscita la Brexit, se Trump si è preso la Casa Bianca, vuoi che la figlia redenta (ma non troppo) del vecchio fascistone Jean-Marie non abbia possibilità di fare il colpaccio?
Lo si diceva fino a poche settimane fa, appunto, prima che Macron lustrasse la propria stella e che quella di Mélenchon reclamasse spazio. Poi la sua parabola ascendente ha invertito la rotta. Forse anche per la storia delle false assunzioni all’Europarlamento dove siede da un pezzo e riscuote una più che buona paga, ricorrendo all’immunità per proteggersi dai procedimenti giudiziari (lei che si vorrebbe la bandiera anti-sistema...).
Non si è scoraggiata. Al contrario, la sua retorica si è rinvigorita. La posata Le Pen presidenziale ha ceduto il posto a quella da trincea: fuori dall’Europa, frontiere chiuse ai migranti e soprattutto lotta senza quartiere all’islam, argomento che premia sempre. E che ogni proiettile sparato dal kalashnikov di un invasato islamista rafforza. Non è facile essere una Le Pen, disse Jean Marie alle figlie, ma quella che vi riesce ne sarà ripagata: magari con il passaggio al secondo turno, come riuscì appunto al babbo. Allora, era il 2002, il “fronte repubblicano” insorse ed elesse Chirac. Quindici anni e molti più attentati dopo ci risiamo.

22.4.2017, 05:402017-04-22 05:40:16
@laRegione

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La vignetta di Lulo Tognola

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21.4.2017, 08:302017-04-21 08:30:14
Paolo Ascierto @laRegione

Altro che civica

Non è certo una lezione di civica. L’ennesimo colpo di scena sulla strada di ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ trasforma infatti l’iniziativa popolare voluta per avvicinare gli...

Non è certo una lezione di civica. L’ennesimo colpo di scena sulla strada di ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ trasforma infatti l’iniziativa popolare voluta per avvicinare gli allievi ticinesi alla gestione della cosa pubblica in una querelle davvero poco educativa. Una querelle trascinata negli ultimi anni dai proponenti che tre giorni fa hanno inaspettatamente deciso di alzare ulteriormente la posta in gioco. Rischiando così di far saltare quel compromesso maturato a Palazzo e grazie al quale si applicherebbe il testo generico nella quasi totalità. Una mossa tanto a sorpresa quanto azzardata. E che non ha mancato di sollevare interrogativi: gli iniziativisti hanno le idee chiare? Oppure puntano a trarre un qualche tornaconto da un infinito tira e molla che poco o nulla ha a che fare con l’insegnamento e il rispetto della civica?
Dubbi legittimi. D’altronde ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ non nasce sotto una buona stella. Si è nel 2013 e per raccogliere in tempo utile le settemila sottoscrizioni necessarie alla riuscita dell’iniziativa, il primo firmatario Alberto Siccardi e gli altri proponenti hanno cercato raccoglitori di firme a pagamento. Nulla di illegale nella strategia che, per altro, l’imprenditore sceglierà pure in altre battaglie politiche. Ma tale maniera di procedere stona con il nobile obiettivo – l’educazione alla cittadinanza – dell’iniziativa popolare. Tant’è. Alla fine contano i numeri. E quelli necessari a decretarne la riuscita vengono raggiunti e ampiamente superati: saranno oltre diecimila le persone a sostenere la proposta di Siccardi. Numeri importanti che forse – e a torto – finiscono con il mettere i buoi davanti al carro della politica. La quale, decretata la ricevibilità da parte del Gran Consiglio, passa senza se e senza ma alla fase due: l’applicazione di un’iniziativa che ancora non è stata votata dal popolo. Non stupisce dunque che negli ultimi due anni le si provino tutte per mettere in pratica un’idea che si scontra con la realtà: mancano sia lo spazio, sia i soldi per una nuova materia alle Medie e alle Medie superiori. Poco conta. Riunione dopo riunione, trattativa dopo trattativa, la Commissione scolastica del Gran Consiglio si impegna a fondo per sbrogliare la matassa, coinvolgendo iniziativisti, docenti, Dipartimento educazione cultura e sport (Decs) e più in generale tutte le parti toccate dalla proposta Siccardi.
In marzo di quest’anno il cubo di Rubik pare infine risolto: si suggerisce di applicare l’iniziativa con una materia a sé stante alle Medie e con una nota in civica nei licei e alla Commercio, dove l’educazione alla cittadinanza verrebbe impartita in altre discipline. Un compromesso ragionevole, quasi a costo zero e che, dopo quattro anni di stallo, sembra finalmente sbloccare la situazione. I partiti, tutti i partiti, dicono sì. Il Decs dice sì. I rappresentanti dei docenti dicono sì. Di nuovo: poco conta. Gli iniziativisti in una prima fase tendono la mano. Poi ci ripensano, la ritraggono e la mutano in uno schiaffo. Che i parlamentari incassano assieme alla controproposta di Siccardi: anche nei licei ci vuole una materia a sé stante. E sebbene la via, come confermato per altro ieri su queste colonne dal capo dell’Ufficio dell’insegnamento medio superiore, non sia praticabile, Siccardi va avanti. L’auspicio è dunque che, forte del sostegno di tutti gli schieramenti politici, pure la Scolastica si armi di coraggio e decida di tirare dritto, portando al più presto in Gran Consiglio una partita tattica e che si è protratta fin troppo a lungo. Se del caso poi, su eventuali reclami, veti e lamentele varie si esprimeranno più in là i tribunali. Sarebbe in ogni caso una lezione di civica.

21.4.2017, 05:412017-04-21 05:41:13
@laRegione

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La vignetta di Lulo Tognola

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20.4.2017, 08:302017-04-20 08:30:41
Sabrina Melchionda @laRegione

Ma conta solo il viaggio

C’è stata scritta pure una canzone, “Uno su mille ce la fa”. Vale nella vita “normale” come nello sport. Che poi è vita, tanto da esserne definito una scuola. Poi c’è scuola e scuola: quella...

C’è stata scritta pure una canzone, “Uno su mille ce la fa”. Vale nella vita “normale” come nello sport. Che poi è vita, tanto da esserne definito una scuola. Poi c’è scuola e scuola: quella inclusiva, che mira a trasmettere nozioni di base a tutti; e le superiori su su fino al grado universitario. Scuole d’élite, scelte (così dovrebbe) da giovani dotati di talento, curiosità, passione, determinazione e spirito di sacrificio, nonché dalla voglia di provare a farsi strada. Nella vita, come nella sua scuola, “Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita”. Dura e, man mano che si sale, riservata a pochi, sempre meno. Se Gianni Morandi canta che “devi contare solo su di te”, nello sport – ma vale anche per la musica, l’arte o gli stessi studi – un tassello si rivela fondamentale: la famiglia. Per l’arco del giovane che vuole eccellere nella propria disciplina e, perché no, diventarne primattore ben oltre il giardino di casa, la freccia in più è il nido dal quale spiccherà il volo nel mondo. Un vero atout, quando i genitori dell’“uccellino” sanno sostenerlo e spronarlo a volare, non spingerlo a farlo meglio di tutti.
Il confine è molto sottile ed è piena la storia di talenti persisi per strada, anche a causa di un papà o una mamma che hanno travestito le loro mire da sogni dei propri figli. Poi ci sono le storie dei figli che, battito d’ali dopo battito, sanno volare più veloci, più lontano, più a lungo, più rapidi, più agili, più forti, più coordinati, più in alto. Riescono grazie ai loro sforzi e capacità, ma ai risultati contribuisce in modo determinante la famiglia, che del suo ci mette affetto, ma anche soldi e tempo (per informazioni: chiedere alle mamme che si trasformano in taxi per portare i figli ad allenamenti e gare). Un investimento più o meno importante a dipendenza della disciplina (ci sono federazioni e società che si assumono gran parte dei costi per istruttori, campi d’allenamento, trasferte per competizioni; altre che lasciano gli oneri sulle spalle della famiglia); in uno sport individuale spesso maggiore rispetto a quello di squadra.
Oggi raccontiamo le storie di quattro allievi di quella scuola di vita che è lo sport. Quattro atleti d’élite il cui impegno ha contagiato la famiglia. La strada che può portare alla gloria, che poi ognuno declina per sé, impone riflessioni travalicanti il sogno di un figlio. C’è da far di conto (letteralmente), ci sono difficili scelte da prendere a volte in giovanissima età (partire da casa per allenarsi; smettere o posticipare la formazione). Per quanto caro possa essere, il sogno può diventare un viaggio da affrontare insieme, esperienza oltre lo sport. Un percorso dove il risultato è la conseguenza, non il fine.
Quando tutti i pezzi stanno al loro posto – i figli sognano; i genitori non li ostacolano, badando a non far perdere loro di vista i punti di riferimento della vita, quella “normale” – comunque sarà andata, se sarà cioè il proprio figlio a essere l’uno su mille o no e per quanto dura sarà stata la salita, la strada sarà valsa la pena. E l’investimento, alla famiglia, tornerà in forma di un’altra ricchezza, che non ha prezzo: nella gioia di aver condiviso momenti unici e avere aiutato l’uccellino a lasciare il nido; in un volo in cui il successo sorride a chi sa guardare alla Luna, coi piedi ben piantati a terra.

20.4.2017, 05:402017-04-20 05:40:25
@laRegione

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19.4.2017, 08:502017-04-19 08:50:11
Simonetta Caratti @laRegione

Sant'Anna e silenzi imbarazzanti

Quasi tre anni fa la signora Maddalena, 67enne, entrava in una sala operatoria alla clinica Sant’Anna di Lugano per togliere un tumore dietro il capezzolo, risvegliandosi senza...

Quasi tre anni fa la signora Maddalena, 67enne, entrava in una sala operatoria alla clinica Sant’Anna di Lugano per togliere un tumore dietro il capezzolo, risvegliandosi senza entrambi i seni. «È stato uno shock, il medico disse che il tumore era più radicato e aveva dovuto toglierli entrambi», ci raccontò la vittima. Dopo quattro mesi di menzogne e dopo la segnalazione della donna alle autorità sanitarie, il chirurgo (il dottor Piercarlo Rey) ammise finalmente che in sala operatoria c’era stato un errore e aveva operato la paziente sbagliata.

Quando, due anni fa, abbiamo raccontato questo grave errore, la signora Maddalena (non è il suo nome vero ma è noto alla redazione) ci aveva confidato che a farle più male erano state le menzogne del medico, dei sanitari, della direzione della clinica. Ci disse: “Avrei potuto accettare un errore, tutti possono sbagliare, ma non le menzogne: molti sapevano, ma nessuno mi disse la verità. Mi sono sentita impotente e raggirata”. Questo disagio spinse la donna a confidare al nostro giornale la sua storia di malasanità per evitare – ci disse – il medesimo calvario ad altri.

Sono passati quasi tre anni, proviamo a tirare le somme: la denuncia della signora Maddalena è servita? Altri pazienti, vittima di gravi errori, potrebbero trovarsi intrappolati in un simile clima di omertosi silenzi?

Noi pensiamo di sì, pur sperando di sbagliare. E vi spieghiamo perché.

Qualche settimana fa la Procura ha deciso un decreto di accusa per il dottor Rey per lesioni colpose gravi e falsità in documenti. Le lesioni colpose gravi sono un reato perseguibile d’ufficio. Significa che chi sapeva (erano alcuni in clinica) doveva segnalare il caso alla Procura. Ciò non è stato fatto. Ci auguriamo che qualcuno abbia rimproverato alla struttura questa mancanza. Altrimenti potrebbe planare il dubbio che ciascuno può fare come vuole.

Il legale della vittima, l’avvocato Mario Branda, aveva subito messo il dito nella piaga. Nel 2014, disse in un’intervista alla ‘Regione’: «La clinica non ha denunciato il reato e questo è grave». L’articolo 68 della legge sanitaria recita che «chiunque esercita una professione sanitaria (...) ha l’obbligo di informare il Ministero pubblico di ogni caso di malattia, di lesione o di morte per causa certa o sospetta di reato venuto a conoscenza nell’esercizio della professione». Le lesioni gravi sono un reato e il caso andava segnalato.

A tre anni di distanza sappiamo che la clinica non l’ha fatto. Ci chiediamo: come fa un paziente, se il medico mente e la clinica lo asseconda, a capire di essere vittima di un errore? Come mai una struttura sanitaria preferisce il silenzio alla trasparenza?
I motivi possono essere diversi, ma ci siamo dati qualche risposta. L’immagine è vitale per qualsiasi struttura sanitaria: segnalare un erroraccio in sala operatoria può forse allarmare (e allontanare) potenziali clienti-pazienti. C’è poi il rischio di finire con una certa regolarità sui media accostati ad un caso di malasanità. Una brutta pubblicità che fa male al business.

Malgrado ciò, in sanità, c’è comunque chi privilegia la massima trasparenza dimostrando responsabilità. E c’è chi invece opta per la via del risarcimento: se va bene, si tiene tutto in casa, pagando il paziente (e anche il suo silenzio).

Ma tutto ciò è nell’interesse pubblico di una buona sanità? A noi non sembra. Ciascuno di noi, un giorno o l’altro, potrebbe trovarsi al posto della signora Maddalena, vittima due volte. La sua denuncia, da questo punto di vista, ci sembra servita a poco.

19.4.2017, 05:402017-04-19 05:40:00
@laRegione

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18.4.2017, 07:162017-04-18 07:16:28
Aldo Sofia

Super-Erdogan, nuove apprensioni

Adesso ‘sultano’ lo è davvero. Ha i pieni poteri. Esecutivo, legislativo, giudiziario. Le leve del comando sono tutte nelle sue mani, e il controllo delle forze armate è diventato...

Adesso ‘sultano’ lo è davvero. Ha i pieni poteri. Esecutivo, legislativo, giudiziario. Le leve del comando sono tutte nelle sue mani, e il controllo delle forze armate è diventato ancora più saldo dopo il ‘presunto golpe’ del luglio scorso. Un sultano, Recep Tayyip Erdogan, non proprio amato, se il referendum è tutto tranne che il plebiscito da lui agognato, se una prona Commissione elettorale ha accettato di violare la legge pur di assicurargli il risicato margine che gli consegna la vittoria, se l’Osce boccia la votazione per brogli manifesti e condizioni di voto inappropriate, e se la metà della Turchia boccia la sua volontà di potenza, praticamente imposta dopo dieci mesi di sfacciate e massicce iniziative di stampo dittatoriale.

È infatti retorico interrogarsi sulla validità di una consultazione a cui si è approdati dopo l’arresto di quarantamila persone i cui processi sono ancora senza sentenza, il brutale licenziamento di centomila dipendenti pubblici (fra cui non pochi magistrati), le lunghe liste di proscrizione per i veri o presunti simpatizzanti del rivale e nemico Fethullah Gülen, la chiusura per lo stesso motivo di scuole e università, lo stretto bavaglio alla stampa indipendente, gli oppositori frequentemente minacciati e spesso incarcerati, gli insultanti attacchi a puri fini nazionalistici contro le democrazie europee definite «naziste» per aver impedito una propaganda intollerabilmente faziosa sul proprio territorio, e uno spazio televisivo occupato quasi al cento per cento dai pretoriani del regime.

Dunque, una pesantissima cappa di repressione e pressioni, che non ha impedito a una parte probabilmente maggioritaria di esprimere coraggiosamente la propria opposizione alle ossessioni di potenza e alla deriva illiberale dell’uomo che pretenderebbe di essere un ‘nuovo Atatürk’, ma che invece della laicità dello Stato vorrebbe imporre la supremazia musulmana in nome di un ipotetico e ritrovato primato ottomano.

Le tiepide, se non gelide reazioni all’estero non possono in realtà nascondere l’imbarazzo di quella parte di comunità internazionale che ha fin qui considerato ‘indispensabile’ il legame con il neo-sultano. Si tratti dell’Unione europea, che ancor più difficilmente potrà ora spalancargli le porte dell’Ue ma che lo ha riempito di miliardi pur di consegnargli vergognosamente le chiavi del problema dei profughi siriani, della Nato di cui Ankara è bastione traballante e incoerente sulla linea orientale (la stessa Alleanza atlantica che l’ondivago Trump oggi giudica «non obsoleta»), e persino della Russia, con Putin che ha dovuto imporre la ritirata dell’esercito di Erdogan che nel Nord della Siria avrebbe voluto far piazza pulita anche delle formazioni curde in prima fila nella guerra contro lo Stato Islamico.
Cosa fare di questa Turchia lacerata e fertile terreno del terrorismo jihadista, come non abbandonare a sé stessa la parte del Paese che ha avuto l’ardire di negarsi ai superpoteri del presidente, come privare quest’ultimo del suo potere ricattatorio sul tema dei rifugiati. Sono questi i dilemmi di Occidente e Russia. I vari tentativi (di Washington e di Mosca) di servirsi di Erdogan in una serie di alleanze e contro-alleanze non hanno prodotto nulla di utile, date anche le sue repentine svolte politiche. E ora, i superpoteri del satrapo di Ankara promettono anche di peggio.

18.4.2017, 05:552017-04-18 05:55:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

15.4.2017, 08:442017-04-15 08:44:00
Erminio Ferrari @laRegione

La madre di tutte le guerre

L’aveva detto e lo ha fatto. “Nessuno potrà più sfidare gli Stati Uniti senza subirne le conseguenze”. Ma della esibita volontà di potenza di Donald Trump sono soprattutto il contenuto di...

L’aveva detto e lo ha fatto. “Nessuno potrà più sfidare gli Stati Uniti senza subirne le conseguenze”. Ma della esibita volontà di potenza di Donald Trump sono soprattutto il contenuto di millanteria e la pretestuosità della “sfida” a dover preoccupare. È difficile non vedere nel raid missilistico sulla Siria e sul lancio della superbomba in Afghanistan il petto gonfio del bullo, piuttosto che un cambio di strategia (che richiederebbe, appunto, l’esistenza di una strategia). Anche in termini di risultati, infatti, l’uno e l’altro non sembrano aver prodotto un granché: il regime di Assad è stato appena scalfito dalla pioggia di Tomahawk seguiti al bombardamento chimico su Kahn Sheikhun; mentre i danni causati all’Isis dalla “Madre di tutte le bombe” restano da verificare. Secondo l’ultimo bilancio, un ordigno di dieci tonnellate di esplosivo e dal costo stratosferico ha fatto meno morti di quelli provocati a Nizza da un terrorista low cost alla guida di un camion. In questo senso, lo “straordinario successo” vantato da Trump è l’equivalente speculare dei “successi” vantati dall’Isis per ogni pugnalata inferta da un invasato in una città della nostra parte di mondo: propaganda.
Ma non è solo questo. Gli analisti hanno parlato di “segnale” alla Russia, alla Cina, alla Corea del Nord, al mondo. Ammesso che lo sia, bisogna chiedersi quale è il suo contenuto. Forse l’annuncio del ritorno di un’America (più vagheggiata che reale) che associa potenza militare e mezzi diplomatici per governare il mondo e determinare gli esiti delle crisi regionali? Niente autorizza a dare credito a questa ipotesi: non le contraddizioni del discorso pubblico di Trump, né le conflittuali attitudini dei suoi collaboratori più stretti. Se possibile, la rozzezza di Trump supera il provincialismo di Bush junior e persino l’arroganza di Ronald Reagan, che pure agivano in condizioni più favorevoli agli Usa. George W. reagì all’attacco dell’11 settembre provocando uno dei più grandi disastri strategici della nostra epoca. Reagan – al quale sembra ispirarsi Trump secondo chi individua nella sua accelerazione bellicista la volontà di “vedere” il bluff russo – cercò e vinse il confronto con Mosca, ma solo grazie a un declino dell’Urss già in corso e alla drammatica svista di un Mikhail Gorbaciov che “si era fidato”.
Il mondo a cui oggi Trump mostra i muscoli non è più lo stesso. Non è detto che se ne renda conto, abituato com’è ad affermarsi nel business truccando le carte. A Mosca governa un Putin determinato a riscattare proprio ciò che Gorbaciov perse (e poco conta che sia a capo di una potenza con le pezze al sedere, se il confronto è militare). Mentre la Cina non solo detiene una fetta enorme del debito estero Usa, ma ha esteso il proprio controllo su mari che sono il crocevia dei più ricchi commerci mondiali, “si è presa” la parte fertile dell’Africa, e dove pone piede non lo sposta, qualsiasi bandiera battano le portaerei che vi si avvicinano.
Se lo scenario è questo, ogni mossa di Trump non può che concorrere a destabilizzarlo. Gli autocrati che la sua propaganda dice di voler ridurre all’impotenza, Kim Jong Un per primo, saranno ben lieti di essere all’opera con lui.

15.4.2017, 08:352017-04-15 08:35:17
Christian Solari @laRegione

La vera partita comincia ora

C’è un altra partita, dopo Langenthal. E non solo non è meno importante, ma non è neppure meno scontata. Perché in ballo c’è il futuro dell’Ambrì a medio e lungo termine. Dopo che Paolo...

C’è un altra partita, dopo Langenthal. E non solo non è meno importante, ma non è neppure meno scontata. Perché in ballo c’è il futuro dell’Ambrì a medio e lungo termine. Dopo che Paolo Duca e i suoi compagni, piuttosto speditamente è vero – pur, se ribadiamolo (a mo’ di monito): quel quattro a zero nello spareggio risulta più enfatico di quanto in verità lo sia stato – turano la falla del qui e ora, traghettando in porto la nave prima che rischi sul serio di andare alla deriva. Ciò non toglie però che, salvezza o no, là fuori il mare resta di quelli grossi. Ragion per cui sarebbe meglio corazzarsi.
Il pericolo scampato per la terza volta in sette primavere, dopo quelle del 2011 (contro un Visp sconfitto in cinque partite) e dell’anno dopo (di nuovo contro il Langenthal, in quel caso battuto in cinque mosse) non deve alimentare false speranze. Con ragionamenti del tipo ‘tanto in un modo o nell’altro ce la si fa’. Infatti, anche solo statisticamente parlando, se di nuovo il capitolo si chiude con il più classico tra i lieto fine, non significa che debba per forza sempre andare così. Quindi lo si prenda come l’ennesimo segnale di allerta da non ignorare. E v’è da credere che l’Ambrì non lo ignorerà. Tuttavia, il vero punto è un altro. Siccome l’Ambrì è arrivato alla salvezza matematica solo l’altroieri, quando tutti gli altri hanno sostanzialmente già fatto il grosso degli acquisti, sul fronte del mercato la nuova commissione tecnica che si appresta a vedere la luce (dando per scontate sia quella, sia la partenza del ‘diesse’ Ivano Zanatta, su cui nessuno si vuole ancora esporre, ad appena trentasei ore dal termine della stagione) non ha, ahilei, alcun diritto all’errore. Dopo gli ingaggi dell’ex Langnau Chiriaev, che rimpiazza Kamber, e del bernese Marco Müller, saranno anche poche le operazioni da fare, visti i contratti in essere, ma quei pochi arrivi stavolta non vanno minimamente sbagliati.
E se fosse tabula rasa?
A cominciare da quello degli stranieri. Specialmente se – come pare debba essere il caso – l’Ambrì decidesse sul serio di fare tabula rasa, ripartendo da un quartetto d’importazione nuovo di zecca. Con magari anche un portiere da affiancare a quel Gauthier Descloux che, pur con le sue indiscutibili qualità, deve ancora dare prova di saper gestire un’intera stagione da titolare.
Pur dando prova di grande ottimismo, appare comunque difficile sperare che la nuova stagione possa davvero essere quella del rilancio. Per il poco tempo a disposizione – appunto – ma specialmente perché mancano i soldi. Quelli, per capirci, necessari per far sì che in Leventina si possa davvero puntare al salto di qualità che la dirigenza, ma soprattutto i tifosi, auspica. Ben consci che, come giustamente ricorda a ogni piè sospinto il presidente Lombardi, solo la realizzazione del progetto più ambizioso di tutti – quello del nuovo stadio – possa garantire un futuro più tranquillo sul serio. Poi sarà vero che la realtà di Ambrì non è paragonabile a quelle di due città come Zugo e Bienne, ma intanto da quando è sorta la Tissot Arena nel Seeland hanno a disposizione tre milioni da spendere in più. Per comprare gli Hiller e i Forster, tanto per fare due nomi. I quali, però, non sono attratti solo dai soldi, ma pure dal comfort e, soprattutto, dalle ambizioni più o meno alte che solo un progetto dalle basi solide può avere.
Soltanto il futuro dirà
La stagione andata agli archivi in Leventina non è però segnata unicamente dagli insuccessi, in gran parte generati dall’innesto nel preseason di gente dal curriculum di Guggisberg e D’Agostini, su cui tutti credevano di poter fare grandissimo affidamento e, invece, in fin dei conti hanno semplicemente deluso. Tra gli aspetti senz’altro più positivi c’è l’indiscutibile crescita dei giovani, le cui virtù sono state addirittura esaltate dal finale di stagione, dato che Trisconi, Stucki e Hrabec si sono persino trasformati in trascinatori nello spareggio che s’è chiuso due giorni fa. Un conto, però, è il Langenthal, un altro è il Berna oppure lo Zurigo. Soltanto il futuro, quindi, dirà quanto l’Ambrì potrà fare pieno affidamento sui talenti in arrivo da Biasca. Questo senza però dimenticare che quella dei Rockets è una piattaforma di interscambio, non una specie di bancomat a cui attingere quando non ci sono risorse a disposizione. In altre parole, Luca Cereda dovrà poter contare su uno zoccolo di giovani di talento vero, così da poter legittimamente puntare a formare i campioni di domani. Tanto per l’Ambrì, quanto per il Lugano.

15.4.2017, 05:402017-04-15 05:40:31
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

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