Corsivi

27.5.2017, 08:552017-05-27 08:55:00
Dino Stevanovic @laRegione

Fra sicurezza e libertà

“A Lugano non verranno più ospiti internazionali”. Nel post Bello Figo i social network sono stati la valvola di sfogo di paure irrazionali al limite della fantascienza, se non oltre. E fin qui...

“A Lugano non verranno più ospiti internazionali”. Nel post Bello Figo i social network sono stati la valvola di sfogo di paure irrazionali al limite della fantascienza, se non oltre. E fin qui, nulla di nuovo all’orizzonte. Tuttavia, l’ampio sdegno che ha accompagnato la decisione di annullare la serata del rapper di origini ghanesi – che avrebbe dovuto esibirsi due settimane fa alla discoteca Wknd –, qualche elemento nuovo di riflessione ce lo porta. Odioso e offensivo o brillante e ironico a seconda della parrocchia che si frequenta, il 24enne di Parma ha attirato l’attenzione grazie a testi discutibili e che fanno discutere. Una chiara volontà di creare polemica, di far parlare di sé dirà qualcuno, ma non un atto che potesse in qualche modo mettere a rischio la sicurezza del pubblico che avrebbe partecipato alla serata incriminata. Eppure – in seguito alle minacce di un paio di giovani con simpatie neonaziste –, proprio per garantire questa sicurezza la serata è stata annullata. La discoteca avrebbe dovuto sobbarcarsi costi troppo elevati per scongiurare la possibilità di un pericolo che non aveva causato. Il Wknd si è trovato così sotto una pressione finanziaria quindi, che unita a quella morale, ha fatto prendere la tanto discussa decisione di non tenere l’evento previsto. Come mai un epilogo che sembrava l’unico ragionevolmente possibile – in un contesto in cui non si poteva presumere che dietro ai minacciosi volantini non vi fosse un nutrito e agguerrito gruppo di skinhead –, ha scatenato un malcontento così elevato? Cosa si cela dietro i commenti anche pesanti su Facebook, gli atti – in Consiglio comunale e Gran Consiglio – stesi con grande rapidità? La questione a nostro modo di vedere ha due importanti risvolti, uno socioculturale e un altro prettamente politico.

C’è in primo luogo un forte desiderio di preservare l’espressione artistica, di qualsiasi segno essa sia. Non è la volontà di stare dalla parte di Bello Figo, inutile girarci attorno: la stragrande maggioranza di noi non sapeva neanche chi fosse. È ciò che rappresenta – seppur male se non addirittura abusivamente, per molti – che si desidera tutelare, ossia la sua libertà artistica. Questa non può e non deve coincidere in alcun modo con la libertà d’espressione di cui ciascuno di noi deve godere. L’arte per sua stessa natura deve provocare, ha l’obbligo di farci riflettere, di scuotere le coscienze e anche di scandalizzarci. Un’espressione artistica che lascia indifferenti non può dirsi compiuta perché non contribuisce all’evoluzione della società. E proprio qui entra in gioco il valore politico dell’affaire Bello Figo. Che la sicurezza sia tra le massime priorità dell’autorità è sacrosanto, ma che Polizia comunale e cantonale non siano riuscite a garantire il regolare svolgimento della serata deve far riflettere. Lugano è ormai una grande città, la nona in Svizzera, che si è dotata recentemente di un polo culturale di valore. Il Lac, come d’altronde una delle numerose manifestazioni culturali – pubbliche o private che siano – che hanno luogo in riva al Ceresio, potrebbe in futuro porre lo stesso problema palesatosi poche settimane fa. Come reagirebbero in tal caso le forze dell’ordine?

Se la libertà artistica, perlomeno nel mondo delle discoteche luganesi, non sembrerebbe essere messa in discussione (cfr. l’articolo a pagina 13) – e già questa è una buona notizia –, qualche interrogativo in più lo pone l’operato di chi deve non solo garantire l’incolumità della popolazione ma anche il pieno funzionamento di una società democratica, basata sul rispetto della diversità.

27.5.2017, 08:252017-05-27 08:25:00
Aldo Bertagni @laRegione

La parabola del buon fungo

Quasi una parabola. Che bene ci racconta questi tempi politicamente incerti, dove alcuni contenuti trovano un’immediata e forte eco, per poi declinare dolcemente sino all’abbandono se non all...

Quasi una parabola. Che bene ci racconta questi tempi politicamente incerti, dove alcuni contenuti trovano un’immediata e forte eco, per poi declinare dolcemente sino all’abbandono se non all’oblio. E ci resta nella memoria quel senso di piacevole leggerezza, dove tutto scorre senza nulla ferire. Per quanto, magari, bene sarebbe ogni tanto risolverli i problemi. Perché altrimenti prima o poi qualcuno paga il fio. Già, ma chi se l’assume la responsabilità? Meglio, molto meglio far scorrere fiumi di parole attizzando i sentimenti. Poi vada come vada. Spesso in nulla.

E così capita con la controversa – che ha animato come non mai a suo tempo i social – raccolta dei funghi col patentino targato Ticino. Una storia che dura da anni e che ha ottenuto consensi parlamentari “sottoscritti da esponenti di tutti i partiti” come ricorda il Consiglio di Stato che ieri ha deciso di ritirare lo specifico messaggio a tre minuti a mezzanotte, ovvero tre giorni prima del previsto dibattito in Gran Consiglio dove – e qui sta il finale mesto – il progetto sarebbe stato impallinato dalla maggioranza, bocciato perché “l’obiettivo posto dalle nuove norme è già raggiunto attraverso il quadro legislativo attuale”, come scrive il rapporto di maggioranza della Commissione della legislazione. Insomma, s’è discusso, criticato, scritto e persino litigato per nulla. O quasi. Perché il “bene naturale” (il fungo ticinese) che il patentino previsto intendeva difendere dalle mani ingorde è già sufficientemente difeso dalle attuali leggi. Così almeno scrive la maggioranza commissionale che rappresenta buona parte del Gran Consiglio. Il governo voleva introdurre i tesserini con dei contingenti così da proteggere “le aree più sensibili del cantone dall’eccessivo afflusso di cercatori di funghi, provenienti soprattutto da oltre confine”, ricordava ieri il Consiglio di Stato. Una buona cosa, visto che dalla consultazione pubblica sono emersi solo giudizi positivi. Una soluzione – si ricorda quasi a giustificarsi – simile a quanto già applicato anche all’estero, in particolare in varie regioni italiane. Come dire, non siamo certo gli unici a voler proteggere i nostri funghi.

Riassumiamo. Numerosi atti parlamentari già dal 2011, un progetto che sembra piacere a tutti, un coro di consensi sui social e sui media in generale, tutti lì a parlarne solo bene e la maggioranza della Commissione della legislazione che fa? Va controcorrente. Il governo constata e invece che lasciare l’ultima parola al parlamento, come si dovrebbe in queste circostanze, ritira il suo messaggio e “non gioca più”. E lo scrive a chiare lettere, sempre nella nota diramata ieri: “Il Consiglio di Stato, dopo questa presa di posizione ritiene pertanto evaso il tema”. Evaso, archiviato o anche – perché no – fuggito.

Lo si diceva all’inizio. Quasi una parabola. Quasi, perché la morale non c’è. Bene ci racconta, invece, il metodo già sperimentato, sempre in Ticino, anche per altri (presunti) problemi. Salvo poi scoprire che poco o nulla si può fare. Però se n’è parlato e tanto basta. O così pare.

27.5.2017, 05:402017-05-27 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

26.5.2017, 07:452017-05-26 07:45:00
Aldo Sofia

Donald Trump delude i suoi fan

Donald Trump delude i “trumpiani”. Che fanno sempre più fatica a riconoscere il loro eroe, alla sua prima uscita sulla scena internazionale. Il più islamofobico dei candidati, che da...

Donald Trump delude i “trumpiani”. Che fanno sempre più fatica a riconoscere il loro eroe, alla sua prima uscita sulla scena internazionale. Il più islamofobico dei candidati, che da presidente debutta in Arabia Saudita, riempiendola di armi per oltre cento miliardi di dollari (che alla fine diventeranno più di trecento).

Certo, un ottimo affare per l’industria militare americana, ma anche una discutibile, pericolosa scelta di campo: in favore dei sauditi, noti per essere stati i più solerti sostenitori e finanziatori del fondamentalismo che ha fatto da incubatrice al fenomeno jihadista; e dichiaratamente ostile all’Iran che vota per l’apertura all’Occidente, e che sul terreno siriano sacrifica i suoi “martiri” nella guerra allo Stato islamico. Nulla che possa piacere a Vladimir Putin (l’altro leader mondiale tanto stimato dagli anti-sistema occidentali), che contro ogni previsione si ritrova con un interlocutore inaffidabile, avvelenatosi con le sue stesse mani da uno scandalo, il “Russiagate”, foriero di molti guai.

Né le cose vanno meglio sul fronte del proclamato riformismo sociale, che gli illusi elettori di Trump (classe operaia, classe media impoverita) davano per certo da parte di un’amministrazione infarcita di miliardari che sono grandi esponenti dell’establishment violentemente denunciato in campagna elettorale, e che rappresentano un padronato pieno di squali, sicuri, loro sì, di poter contare su massicce riduzioni di imposte. Così, per ora, l’unica misura concreta è la cancellazione dell’Obamacare, con una proposta che entro la fine del decennio rischia di lasciare senza assicurazione medica ventidue milioni di americani. Aggiungiamoci i licenziamenti annunciati da Ford, che tutti davano sottomessa al ricatto di The Donald. E si potrebbero aggiungere la paralisi nella costruzione del “muro” anti-immigrazione per bloccare i messicani “ladri e stupratori”; oppure, tornando all’“amico” Putin, le dichiarazioni ufficiali che condannano non solo l’annessione russa della Crimea, ma addirittura gli interventi del Cremlino in Georgia e Ossezia.

Per non parlare del voltafaccia su Assad, il sanguinario dittatore di Damasco, prima promosso come l’indispensabile baluardo contro il terrorismo islamico e poi bombardato per l’uso presunto di armi chimiche, e diventato “principale ostacolo” a qualsiasi progetto pacificatore.

Il nordcoreano Kim Jong-un e la sua minaccia nucleare? “Sarei onorato di incontrarlo”, dice il capo della Casa Bianca dopo aver prospettato il primo bombardamento statunitense dopo la lontana guerra fra le due Coree. La concorrenza sleale della Cina? Si è ancora in attesa delle contromisure che devono punirla per l’invasione delle sue esportazioni: l’esitazione del tycoon non dipenderà anche dal fatto che Pechino è gran creditore dei titoli di stato americani?

E gli accordi di Parigi sul clima, da cancellare? Sembra che anche papa Francesco, insieme a qualche avveduto consigliere, abbia insinuato il dubbio nel presidente: per soddisfare la lobby del carbone ci vorranno diversi anni, mentre anche dal mondo produttivo si alza la voce di chi sa bene che il motore del futuro sarà la green-economy.

E si potrebbe continuare. Certo, rimane l’annullamento dei trattati commerciali internazionali (che già erano nel mirino dei democratici nonché sepolti in Europa), e restano le mani libere lasciate a Israele anche in fatto di nuovi insediamenti. Una coerenza che sembra il miglior viatico per un altro disastro.

26.5.2017, 05:402017-05-26 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

24.5.2017, 08:352017-05-24 08:35:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Una fotografia più precisa

Da tempo si fa un gran parlare, sopratutto a Sud del San Gottardo, dei dati sulla disoccupazione e della loro validità ai fini della fotografia reale di un fenomeno complesso tanto che ci...

Da tempo si fa un gran parlare, sopratutto a Sud del San Gottardo, dei dati sulla disoccupazione e della loro validità ai fini della fotografia reale di un fenomeno complesso tanto che ci si è divisi in due ‘partiti’: i seguaci delle cifre diffuse dalla Seco (Segreteria di Stato per l’economia) e quelli adepti dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro). Da ormai più di 25 anni (dal 1991) l’Ufficio federale di statistica pubblica, prima a cadenza annuale, dal 2010 a cadenza trimestrale, la rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera, meglio conosciuta con l’acronimo di Rifos.

Ebbene, questa statistica ha l’obiettivo di fornire dati sulla struttura della popolazione attiva e sul comportamento in materia di attività professionale. La rigorosa applicazione delle definizioni internazionali permette di confrontare i dati nazionali con quelli dei Paesi Ocse o dell’Unione europea. Rispetto all’indagine Ilo ha il pregio di sondare un campione molto ampio: 126mila interviste ogni anno che danno una fotografia la più completa e rigorosa possibile. Si indagano, per esempio, oltre all’attività professionale, anche le ragioni dell’inattività (pensione, formazione eccetera) Stando all’ultima rilevazione il numero degli occupati in Svizzera è aumentato dello 0,6% nel primo trimestre 2017 rispetto a un anno prima, toccando quota 4,965 milioni. Il numero degli uomini occupati è salito dello 0,7%, quello delle donne dello 0,4%. In termini di equivalenti a tempo pieno (Etp), l’aumento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente ha raggiunto lo 0,5% (uomini: +0,3%; donne: +0,7%).
Stando ai dati dell’Ust il numero di lavoratori stranieri è cresciuto dell’1,4% e quello dei lavoratori svizzeri dello 0,2%. La manodopera estera è aumentata maggiormente tra i frontalieri (permesso G: +3,2%), seguiti dai titolari di un permesso di domicilio (permesso C: +1,7%). In calo, invece, il numero di occupati con un permesso di dimora (permesso B o L in Svizzera da dodici mesi o più: -0,4%) e quello dei titolari di un’autorizzazione di breve durata (permesso L, in Svizzera da meno di dodici mesi: -3,6%).
Sempre nel primo trimestre 2017 in Svizzera risultavano disoccupate 256mila persone secondo la definizione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), 2mila in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una cifra corrispondente al 5,3% della popolazione attiva, una percentuale identica a quella del primo trimestre 2016.
Corretto secondo le variazioni stagionali, il tasso di disoccupazione è leggermente aumentato rispetto al trimestre precedente (dal 4,8 al 5%), dopo essere diminuito molto lievemente tra il terzo e il quarto trimestre 2016.
Il tasso di disoccupazione giovanile (dai 15 ai 24 anni), sempre ai sensi dell’Ilo, è diminuito dall’8,4% al 7,9%. È per contro leggermente aumentato nella fascia di età compresa tra i 25 e i 49 anni (dal 5,4 al 5,5%) ed è rimasto stabile in quella tra i 50 e i 64 anni (al 4,2%).
Il tasso si è leggermente contratto tra gli uomini (dal 5,5 al 5,4%) ed è rimasto invariato tra le donne (al 5,2%). Tra gli svizzeri il tasso di disoccupazione è rimasto fisso al 3,7%, mentre è diminuito tra le persone di nazionalità straniera (dal 10 al 9,7%).
Da un anno all’altro il numero dei disoccupati di lunga durata ai sensi dell’Ilo (un anno o più) si è ridotto da 104mila a 95mila. Rispetto al totale dei disoccupati, anche la quota di quelli di lunga durata è diminuita, passando dal 40,2 al 37%. La durata mediana di disoccupazione si è abbreviata da 243 a 189 giorni.
Infine, nel primo trimestre i lavoratori a tempo parziale erano 1,694 milioni (+19mila). Di questi, 354mila erano sottoccupati, ovvero avrebbero voluto lavorare di più ed erano disponibili a farlo sul breve termine. Il tasso di sottoccupazione era del 7,3%, in aumento rispetto a quello dello stesso periodo dell’anno precedente (7%).

24.5.2017, 08:302017-05-24 08:30:53
Erminio Ferrari @laRegione

La ‘profezia’ di Jihadi John

Quando “Jihadi John” avvertì i Paesi occidentali che “presto” il disgusto per le teste mozzate nei deserti siroiracheni sarebbe stato sostituito dal pianto per i morti “sotto casa”, la...

Quando “Jihadi John” avvertì i Paesi occidentali che “presto” il disgusto per le teste mozzate nei deserti siroiracheni sarebbe stato sostituito dal pianto per i morti “sotto casa”, la sua parve a molti una millanteria. In realtà la minaccia del tagliagole di provenienza britannica annunciava – non sappiamo con quale grado di consapevolezza – lo scenario che da tempo si sta avverando e che la strage di Manchester sembra una volta in più confermare. E sono diversi gli elementi che concorrono alla sua comprensione.

Uno, di natura “strategica”, è la rotta dell’Isis nei territori in cui aveva insediato il proprio dominio. Da mesi, i combattenti del Califfato subiscono sconfitte e perdite. I fronti, tra Mosul e Raqqa, cedono (seppure non con la facilità pretesa dalla propaganda delle diverse coalizioni), e chi non muore fugge, portando comunque con sé la “missione” per la quale era partito. Spostandosi verso nuovi campi di battaglia nelle terre dell’Islam, o, nel caso dei combattenti giuntivi dall’Europa, tentando un non facile rimpatrio nelle terre dei “crociati”. Per questo – come è stato accertato per recenti episodi di terrorismo – si parla di foreign fighters di ritorno. Temibili per la formazione militare ricevuta e per la consuetudine con la crudeltà a cui le guerre addestrano.
Oltre che su queste “brigate”, l’Isis fa affidamento su un informe esercito di individui più o meno isolati o organizzati in cellule, ai quali è stato ordinato di non partire, ma di fare delle proprie città, dei propri quartieri il fronte del loro jihad. Una mossa strategicamente accorta, poiché alleggerisce l’organizzazione dagli oneri di inquadramento e mantenimento dei combattenti, e si giova della loro diffusione pulviscolare in un ambiente considerato “nemico” ma pur sempre familiare. Ciò che rende difficilmente individuabili i potenziali terroristi, e ugualmente problematico fermarli “prima”, sulla base di una mera affiliazione ideologica.

A tutti costoro, gli strateghi del jihad hanno inviato disposizioni per agire con ogni mezzo, meglio se non individuabile come arma, si pensi a un’auto o a un coltello da cucina. O a un ordigno pur rudimentale, come sembra essere stato il caso di Manchester. Ovunque, ma soprattutto nei luoghi di più frequente affollamento: stazioni, stadi, sale da concerto, mercati. Una sorta di esternalizzazione del rischio, su cui è facile apporre una rivendicazione a costo zero, ma dal riflesso propagandistico straordinario.

Ma questo elemento nuovo, benché già noto agli analisti più attenti, non si esaurisce in sé. Secondo alcuni osservatori è infatti in corso un confronto a distanza (pericolosamente ravvicinata in Siria, meno altrove) tra Isis e al Qaida per assicurarsi la leadership ideologica ma anche operativa della galassia jihadista internazionale. La distinzione che comunemente si operava tra le due sigle – più “territoriale” la prima, programmaticamente deterritorializzata la seconda – sembra essere venuta meno e la battaglia per appropriarsi dello scettro più aspra. Soltanto una decina di giorni fa, Hamza Bin Laden, figlio di Osama, ha esortato i “credenti” a colpire le città dei “crociati”, utilizzando lo stesso vocabolario della concorrenza dell’Isis. Il che, temono le intelligence, potrebbe condurre a una escalation di attacchi. E di vittime.

Che l’attentato di Manchester rientri in questo scenario non è del tutto certo, ma proprio l’incertezza, l’opacità, il velleitarismo servono la causa di chi vi ha già impresso il proprio marchio. Dovremo farvi i conti a lungo.

24.5.2017, 05:402017-05-24 05:40:24
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

23.5.2017, 08:302017-05-23 08:30:48
Matteo Caratti @laRegione

Gottardo, Verzasca... e Mogno

Non c’è alcun dubbio: Giovanni Lombardi è da annoverare fra le più grandi personalità che la Svizzera italiana ha saputo esprimere nel dopoguerra. In lui si sommavano qualità eccezionali...

Non c’è alcun dubbio: Giovanni Lombardi è da annoverare fra le più grandi personalità che la Svizzera italiana ha saputo esprimere nel dopoguerra. In lui si sommavano qualità eccezionali. Personalità carismatica, riflessiva e dotata di un’intelligenza e una cultura straordinarie, Lombardi è stato capace di segnare la sua epoca. Di segnarla nel vero senso della parola. In Ticino sarà ricordato in particolare per due sue creature: la prima, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, è la diga della Verzasca e, subito dopo fra la metà degli anni Sessanta e Ottanta, la galleria autostradale del San Gottardo. Opere ingegneristiche che hanno marcato e trasformato profondamente il nostro territorio, favorendo il progresso economico e il benessere. Basti pensare al significato per un cantone arretrato come lo era il Ticino prima che fiorissero la piazza finanziaria e il terziario, della possibilità divenuta realtà di poter sfruttare l’oro bianco delle Alpi e di varcare il San Gottardo con l’automobile senza più fermarsi ad Airolo per il trasbordo sul treno navetta.

Noi, che abbiamo brindato all’AlpTransit, abbiamo quasi dimenticato i tempi quando il Ticino era collegato via strada col resto del Paese solo nei mesi estivi! Il riconoscimento delle straordinarie capacità tecniche e delle visioni dell’ingegner Lombardi in patria – una volta tanto sconfessando il motto che nessuno sia mai profeta in terra natia – fu evidente già nel corso della prima parte della sua carriera. Ma Lombardi operò tantissimo anche in molte altre parti del mondo: ponti, dighe e gallerie in oltre 60 altri Paesi sono stati da lui progettati. Per questo, ci e gli fa onore che, in un’intervista di qualche anno fa a ‘laRegione’ per la presentazione del volume a lui dedicato, non esitò a definire la (sua) diga della Verzasca e la (sua) galleria del Gottardo ‘i miei capolavori’. Capolavori che gli sopravvivono, adattandosi alle esigenze del nuovo millennio.

Concludiamo con un simpatico aneddoto ripescato fra i nostri articoli di oltre dieci anni fa, che ricorda un incontro fra Lombardi e Mario Botta (che oggi ha definito l’ingegnere scomparso ‘un visionario realista, legato al suo territorio, una delle menti pensanti più interessanti a livello svizzero e non solo’). L’aneddoto ci riporta al progetto della chiesa di Mogno. Ecco cosa ci disse Lombardi nel 2005: ‘Quando Mario Botta è venuto in ufficio a presentare il primo progetto della chiesa di Mogno, chiedendomi se avessi voluto collaborare risposi: ‘No, no, no... non collaboro. Però, quando lei sarà in galera (si riferiva a Botta, ndr), verrò a portarle le arance’.
E lui: ‘Ma perché, ma come?!’.
‘Vede – risposi io – col tetto convesso così, e la porta proprio davanti, la neve può scivolare in testa a qualcuno rischiando d’ammazzarlo’.

E come andò a finire? chiese il collega che lo intervistava: ‘Botta disse: già, a questo non avevo pensato’! Così ridisegnò l’accesso alla chiesa’. Insomma, anche a Mogno c’è lo zampino dell’ing. Lombardi!

23.5.2017, 05:402017-05-23 05:40:23
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

22.5.2017, 08:352017-05-22 08:35:00
Paolo Ascierto @laRegione

Lega, se due è meglio che uno

Sacrificando il ‘fetido balzello’ sull’altare del successo e del pragmatismo politico, la Lega si è irrimediabilmente spaccata? Forse. E si è indebolita? Non sembrerebbe. Al contrario:...

Sacrificando il ‘fetido balzello’ sull’altare del successo e del pragmatismo politico, la Lega si è irrimediabilmente spaccata? Forse. E si è indebolita? Non sembrerebbe. Al contrario: le divisioni interne al movimento di via Monte Boglia – divisioni palesatesi in questi ultimi mesi e culminate con il voto sulla tassa cantonale sul sacco – lasciano semmai intravedere un rafforzamento del partito. Partito che negli ultimi mesi ha mostrato forti contraddizioni, chiedendo infine al popolo di trovare una sintesi. Con un risultato chiaro: ieri ha vinto sia a livello cantonale, sia nella sua roccaforte. O perlomeno non ha perso né a Bellinzona, né a Lugano.

A conti fatti chi ha imbucato nell’urna un sì alla normativa – normativa che introdurrà una tassa di base e un sacco colorato per la gestione dei rifiuti – ha infatti portato acqua al mulino del consigliere di Stato Claudio Zali. Zali che bissa così il successo ambientale ottenuto un annetto fa con la tassa di collegamento. Lo bissa con una proposta di legge nata anni fa da un atto parlamentare del collega in governo Manuele Bertoli e che, anche grazie alla mediazione del deputato liberale radicale Giorgio Galusero, ha convinto prima il Gran Consiglio e poi sei ticinesi su dieci. E poco conta se per ottenerlo, questo successo, si è infranto il tabù leghista del ‘mai il fetido balzello’. Poco conta se quel tabù veniva ricordato ancora ieri in prima pagina sul ‘Mattino’. Ciò che conta è che agli occhi della maggioranza dei votanti il ‘ministro che fa’ ha trovato una soluzione a un rebus irrisolto da oltre vent’anni. E poi, a proposito di tabù, in via Monte Boglia erano già caduti quello dei radar, combattuti per anni e poi utilizzati da Norman Gobbi, e quello degli ottanta all’ora in autostrada, sfidati a due riprese dalla carovana delle libertà ma infine benedetti dallo stesso Zali.

Un tabù infranto in più o uno in meno al momento non sembra dunque far la differenza. O, meglio, non la fa fuori da Lugano, nella quale ieri la tassa sul sacco è stata sepolta dai ‘no’. Un risultato importante e contabilizzabile pure in questo caso soprattutto in casa Lega: solo contro tutti, o quasi, il gruppo in Consiglio comunale capitanato da Boris Bignasca non solo ha lanciato il referendum. È anche riuscito a portare dalla sua quasi il 65 per cento dei cittadini. Una vittoria nella sconfitta e una seria ipoteca sul futuro della politica finanziaria della città: alla luce di questo risultato, sotto l’albero i luganesi potranno con ogni probabilità trovare aiuti per le fasce più deboli o addirittura punti di moltiplicatore in meno, oltre che un sacco dei rifiuti colorato. Chi si ricorderanno di ringraziare?

Insomma, nel voto di ieri sì e no hanno finito con il diventare due facce della stessa moneta. Moneta che in primo luogo permetterà alla Lega – anzi: alle leghe – di affrontare con la serenità del vincitore un eventuale e delicato cambio al timone dovuto alla possibile partenza del coordinatore Attilio Bignasca. D’altro canto la stessa moneta la si potrà spendere nei prossimi appuntamenti politici e in quelli elettorali. Appuntamenti che vedranno il movimento confrontarsi con gli altri partiti. I quali, costretti dalle sconfitte ad accantonare nell’ultimo decennio laceranti divisioni interne, hanno sempre più optato per l’unità e per il remare al proprio interno nella medesima direzione. Una strategia che per ora non ha pagato. Forse perché quel ‘tutti per uno’ mal si presta a comprendere le contraddizioni e le sfumature di un Ticino che si sente sempre più diviso e in balia della crisi economica. O forse non ha pagato perché è solo quando si vince, che spaccarsi in due non è più un tabù.

22.5.2017, 08:302017-05-22 08:30:00
Stefano Guerra @laRegione

Fuori dal nucleare, con tante domande

Sei mesi fa una maggioranza (54,2%) di votanti si era pronunciata contro un’uscita dal nucleare a marce forzate, dettata dalla politica sulla base di un calendario prestabilito....

Sei mesi fa una maggioranza (54,2%) di votanti si era pronunciata contro un’uscita dal nucleare a marce forzate, dettata dalla politica sulla base di un calendario prestabilito. A parte gli irriducibili fan dell’energia atomica (Christian Wasserfallen, consigliere nazionale Plr: «La gente non ne vuole sapere di un’uscita dal nucleare»), tutti avevano letto quel modesto ‘no’ – o quel 45,8% di ‘sì’ – all’iniziativa dei Verdi in questo modo: il popolo svizzero non vuole abbandonare il nucleare in modo precipitoso; è però disposto – nei tempi necessari per reimpostare l’approvvigionamento energetico – a voltare pagina.

Quella lettura si è rivelata corretta. Ieri la prima tappa della Strategia energetica 2050 (Se 2050), messa in cantiere dal Consiglio federale nelle settimane seguenti la catastrofe di Fukushima (marzo 2011), è stata approvata in modo chiaro con il 58,2% di ‘sì’. Il popolo svizzero (o meglio: i quattro aventi diritto su dieci che hanno votato) ha così stabilito che non devono più essere concesse autorizzazioni per costruire nuove centrali nucleari. La ricerca potrà continuare. E i nostri cinque, vetusti impianti resteranno in funzione finché saranno giudicati sicuri, oppure finché i gestori li riterranno redditizi. Ma poi basta.
Il popolo svizzero ieri ha anche indicato su quali binari va incanalata la politica energetica: in altre parole, dove bisognerà andare a prendere quel 40% di elettricità attualmente prodotto nel Paese a partire dall’energia atomica e che verrà gradualmente a mancare nei prossimi 20-30 anni, quando le centrali giungeranno l’una dopo l’altra (per prima Mühleberg, che verrà chiusa nel 2019 per decisione del gestore) al termine del loro ciclo di vita. Si tratterà di ridurre i consumi di energia ed elettricità, di incrementare l’efficienza energetica (favorendo i risanamenti degli edifici e inasprendo le prescrizioni sulle emissioni dei veicoli, tra l’altro), di dare una spinta – con sovvenzioni limitate nel tempo – alle nuove (sole, vento, geotermia, biomassa) e vecchie (acqua) fonti rinnovabili.
La decisione è saggia. Perché assicura solide e ragionevoli condizioni quadro in una delicata fase di passaggio (uscita dal nucleare, relativizzazione delle fonti fossili, impegni internazionali in materia di protezione del clima, prezzi dell’elettricità in caduta libera ecc.) nella storia dell’approvvigionamento energetico in Svizzera e nel mondo. I ‘Neinsager’ nelle ultime settimane le hanno sparate grosse – a suon di inserzioni costate milioni di franchi – per demolire il primo pacchetto di misure della Se 2050: non hanno saputo presentare alternative credibili; solo slogan e cifre maneggiate con spregiudicatezza, o poco più.

Principale vincitrice della votazione di ieri, Doris Leuthard – o chi presto o tardi (già nel 2018?) la sostituirà alla testa del Dipartimento federale dell’ambiente (Datec) – non potrà comunque starsene con le mani in mano. La prima, ambiziosa tappa della Se 2050 non fa che gettare le basi di una svolta energetica che resta tutta da costruire. Le questioni aperte, infatti, sono molte.

Alcune di queste (come il futuro dell’idroelettrico o la trasformazione e l’ampliamento delle reti elettriche, necessari per adeguarsi a un approvvigionamento che sarà sempre più decentralizzato) saranno sul tavolo del Parlamento già a fine mese. Altre, non meno cruciali, dovranno essere affrontate negli anni a venire. Come rafforzare le prescrizioni di sicurezza nella fase di fine vita delle centrali nucleari, ed evitare che la loro disattivazione e lo smaltimento delle scorie si traducano in un salasso per i contribuenti? Come raggiungere gli ‘obiettivi’ di riduzione dei consumi e di produzione indigena da fonti rinnovabili indicati in questa prima tappa della Se 2050 senza passare da tasse su combustibili e carburanti e sull’elettricità, tasse delle quali il Parlamento non vuole sentir parlare? Come riuscire a imprimere finalmente una svolta al lento sviluppo del solare e dell’eolico (nella geotermia pochi ripongono speranze), superando le resistenze delle popolazioni locali, senza pregiudicare con maxi-impianti i paesaggi protetti e oltre il previsto tramonto delle sovvenzioni (2023; 2030 per i contributi di investimento)? Come mantenere a galla il settore idroelettrico, ridisegnando il mercato interno dell’elettricità senza incidere pesantemente sul portafoglio di famiglie e piccole e medie imprese, né penalizzare in modo eccessivo i Cantoni alpini (canoni d’acqua)? E ancora: come concretizzare la promessa di ridurre la dipendenza della Svizzera dalle importazioni di corrente ‘sporca’, garantendo – anche in inverno, quando da un lato la produzione idroelettrica è al minimo e il sole scarseggia, dall’altro i consumi fanno segnare un picco – un approvvigionamento ‘sicuro, pulito e indigeno’ mentre facciamo a meno del nucleare, che sarà anche il babau ma è pur sempre ‘CO2 free’?
A queste e ad altre domande, chi oggi ha sostenuto la Strategia sarà chiamato a fornire risposte più convincenti di quelle sentite sin qui.

22.5.2017, 05:402017-05-22 05:40:17
@laRegione

la Vignetta di Lulo Tognola...

la Vignetta di Lulo Tognola

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21.5.2017, 13:272017-05-21 13:27:40
Stefano Guerra @laRegione

Attrezzati per uscire dal nucleare

Doccia fredda per l'Udc e i suoi pochi alleati. Gli ultimi sondaggi davano il 'no' in rimonta, tanto che il gfs.bern non aveva escluso che, alla fine, la prima tappa della Strategia...

Doccia fredda per l'Udc e i suoi pochi alleati. Gli ultimi sondaggi davano il 'no' in rimonta, tanto che il gfs.bern non aveva escluso che, alla fine, la prima tappa della Strategia energetica 2050 (Se 2050) potesse essere affossata alle urne. Non è stato così, indica la prima proiezione dell'istituto demoscopico. 

Al termine di una campagna corta ma intensa, combattuta a colpi di inserzioni e con ingenti mezzi finanziari (soprattutto da parte dei contrari), il 'sì' sta prevalendo in modo chiaro (58%). Anche nei cantoni svizzerotedeschi, dove nelle ultime settimane chi ha sparato ad alzo zero sul progetto approvato lo scorso novembre dal Parlamento ha moltiplicato gli sforzi per far pendere la bilancia dalla sua parte.

La decisione è saggia. Perché assicura l’esistenza di ragionevoli condizioni quadro in una delicata fase di passaggio (uscita dal nucleare, relativizzazione delle fonti fossili, impegni internazionali in materia di protezione del clima, prezzi dell’elettricità in caduta libera, ecc.) nella storia dell’approvvigionamento energetico in Svizzera e nel mondo.

Doris Leuthard, o chi prima o poi la sostituirà alla testa del Dipartimento federale dell’ambiente (Datec), non potrà comunque starsene con le mani in mano. La prima, ambiziosa tappa della Se 2050 non fa che gettare le basi di una svolta energetica tutta da costruire. Le questioni aperte, infatti, sono molte.

Alcune di queste (come il futuro dell'idroelettrico, o la trasformazione e l’ampliamento delle reti elettriche, necessari per adeguarsi a un approvvigionamento che sarà sempre più decentralizzato) saranno sul tavolo delle Camere federali già a fine mese. Altre, non meno cruciali, dovranno essere affrontate negli anni a venire.

Ad esempio: come raggiungere gli ‘obiettivi’ di riduzione dei consumi e di produzione indigena da fonti rinnovabili indicati in questa prima tappa della Se 2050 senza passare da tasse su combustibili e carburanti e sull’elettricità, tasse delle quali il Parlamento non vuole sentir parlare? A questa e ad altre domande, chi oggi ha sostenuto la Strategia sarà chiamato a fornire risposte più convincenti di quelle date sin qui.

20.5.2017, 09:052017-05-20 09:05:00
Matteo Caratti @laRegione

L’era Generali che non c’è più

Non ho conosciuto da vicino Claudio Generali visto che ha fatto parte di un’altra generazione rispetto alla mia. L’ho però seguito durante la sua lunga e fortunata carriera, fatta...

Non ho conosciuto da vicino Claudio Generali visto che ha fatto parte di un’altra generazione rispetto alla mia. L’ho però seguito durante la sua lunga e fortunata carriera, fatta di vita politica, finanza, cultura e serate pubbliche. Dando un’occhiata al suo corposo curriculum vitae, un aspetto mi ha incuriosito: che, come tanti nostri padri nati nel dopoguerra, Claudio Generali ha partecipato – sempre in posti di responsabilità – alla gestione di diverse realtà (pubbliche e private) che sono cambiate radicalmente in una manciata di anni.

Claudio Generali è stato un politico, in un periodo in cui il Plr regnava ancora sovrano nel cantone. Era la fine degli anni Ottanta. Persona colta, arguta, intelligente e pronta anche alla battuta fine, era per certi aspetti un predestinato ad assumere la carica di governo. Questo, anche perché portava un cognome – Generali – di peso nel Plr. Oggi, a trent’anni di distanza, molto è cambiato: il partitone ha subito pesanti perdite sotto le cannonate della Lega, dimezzando la sua presenza in governo e non siede più sulla poltronissima della grande Lugano e neppure su quella della nuova Bellinzona. Nell’era Generali questo sarebbe stato semplicemente impensabile.

Claudio Generali nella sua ‘seconda vita’ post-governo ha poi vissuto di finanza. A dire il vero, forse, il suo mandato alle Orsoline è stato più che altro un passaggio. Infatti, quando si presentò l’occasione di tornare ai vertici di una banca (era già transitato in BancaStato), rispose presente e iniziò la lunga epoca nella stanza dei bottoni della Gottardo. Anche in quegli anni – e per diversi anni ancora – era impensabile che la ricca e indipendente Svizzera potesse un giorno abdicare al segreto bancario. E, che la Gottardo e la Bsi facessero la fine che hanno fatto, pure. Chi lo avesse allora predetto sarebbe stato definito un farneticante.

Sempre seguendo la stessa linea di pensiero, potremmo commentare così anche la presenza di Claudio Generali alla testa della Corsi, la cooperativa che gestiva la Rtsi. Che gestiva, appunto, perché ai tempi tutto o quasi passava dalla Corsi, mentre oggi il consesso è di fatto un’entità peso piuma, rispetto a prima. Ma, ancora una volta, quello che è radicalmente cambiato, guardando alla Ssr dell’altro ieri e a quella di oggi, è il fatto che ai nostri giorni persino mamma Srg/Ssr è un gigante che trema davanti al prossimo voto sulla Billag. E quel che più preoccupa – e che di certo Generali non avrebbe mai pensato – è che il suo Ticino potrebbe figurare fra le forze più tentate dal tirare uno sgambetto all’ente nazionale, facendo del male in primis proprio alla Rsi. Il recente passato insegna! Sfogliando il suo curriculum vitae, potremmo ancora continuare con gli esempi. Potremmo citare la Crossair, di cui è stato vicepresidente del Cda. E chi se la ricorda? E chi si ricorda lo shock subito dalla popolazione svizzera quando a fallire fu anche la Swissair?

Diciamo che, ripercorrendo le tappe importanti della vita di Claudio Generali, possiamo rileggere i cambiamenti profondi e ancora freschi che hanno mutato la nostra società e il Ticino del terzo dopoguerra. La sua è stata una vita spesa intensamente ai massimi livelli della società. Di certo una vita non sempre facile, come quando venne raggiunto da un proiettile sparato da un collega in banca. O come quando, in questi ultimi mesi, ha lottato duramente contro il cancro.

In qualche occasione, appena riusciva a stare meglio, rifaceva capolino agli appuntamenti pubblici. Perché la vita andava gustata sino in fondo. L’ultima volta che l’ho visto è stato in ottobre all’avanguardistico premio Moebius. In trincea contro la malattia, ma con lo sguardo rivolto al futuro.

20.5.2017, 05:402017-05-20 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

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19.5.2017, 07:552017-05-19 07:55:00
Simonetta Caratti @laRegione

Brutto ma buono e sostenibile

Le verdure indigeste dell’azienda Crotta a Muzzano, finita in un mare di guai per mancanza di igiene e pulizia (documentata dalla Rsi / Patti chiari), hanno fatto venire mal di stomaco a...

Le verdure indigeste dell’azienda Crotta a Muzzano, finita in un mare di guai per mancanza di igiene e pulizia (documentata dalla Rsi / Patti chiari), hanno fatto venire mal di stomaco a tanti in Ticino.

Soprattutto perché, frutta e verdura coltivate in Ticino sono il biglietto da visita di tanti supermercati in una società che privilegia sempre più il local rispetto al global: prima di nutrire la pancia, questi ortaggi devono sedurre l’occhio, ostentare bellezza e perfezione.

Avete mai notato le melanzane al supermercato? Sembrano appena lucidate. Le mele sono succose, invitanti, impeccabili: tutte della medesima grandezza. I pomodori rigorosamente sodi con una colorazione uniforme, senza sbavature e tutti (o quasi) dello stesso diametro. I limoni lindi, perfetti, ne senti quasi il profumo; l’insalata sembra appena colta dall’orto e le carote… senza macchie, tutte diritte e lunghe uguali, come se qualcuno le avesse misurate.

Più che da Madre Natura, questi prodotti sembrano fatti con lo stampino. Infatti nulla viene lasciato al caso. Come se un gruppo di cervelloni incravattati avesse deciso, ai piani alti di qualche costoso palazzo, che cosa milioni di noi consumatori dovevamo acquistare, apprezzare, mangiare. Quali sarebbero dovuti essere i nostri gusti, soprattutto quelli estetici nel fare la spesa, fissando misure, peso, gradazione di colore per ogni frutto e ortaggio. Riuscendo ad indurci a credere che un porro bello grosso rende migliore una zuppa; che cavolo e verza devono essere del formato giusto per stare comodi in pentola; che le fragole più buone sono quelle con un diametro superiore ai 25 millimetri. Tanti numeri e tanta psicologia: così come siamo portati a pensare che le persone di bell’aspetto sono più attraenti, di successo e in salute, lo stesso accade per ciò che mangiamo.

Imperfezioni e asimmetrie stridono con la percezione di cibo salutare. Qualità ed estetica sono diventate fattori chiave per la vendita. Ve lo raccontiamo in due pagine (la prima uscita ieri, la seconda oggi a pagina 2) che illustrano varie tappe di una quotidiana selezione di frutta e ortaggi da parte di chi li produce e li vende: solo i più sexy arrivano sul banco del supermercato.
Ma c’è un prezzo. Dietro a tanta ricerca di estetica c’è un grande spreco di cibo. Madre Natura, di tanto in tanto, fa carote storte, pomodori più piccoli o più grandi delle misure standard, cetrioli ricurvi o melanzane col naso. Cibi difettati, fuori calibro, cresciuti male, ma ottimi da mangiare. Sono prodotti brutti ma buoni, in sostanza.

Ci sono dei tentativi di metterli sul mercato, sono la nuova sfida del commercio etico e sostenibile, in una Svizzera che conta 570mila poveri (dati Ustat usciti proprio in settimana) e butta via ogni anno 2 milioni di tonnellate di cibo commestibile (fonte foodwaste).

Ma per riuscire a cambiare le attitudini del consumatore medio bisognerebbe prima sfatare un mito, ovvero l’equazione – tanto radicata – che bello uguale a buono.

E rinunciare a quel tripudio di colori e forme perfette che ci accoglie all’entrata del supermercato, un invito per i sensi. Se gli ortaggi sono impeccabili, anche carne e formaggi lo saranno. Questo pensa la mente, mentre allungate la mano verso un peperone giallo zafferano. Nulla è lasciato al caso, nemmeno mentre facciamo la spesa.

19.5.2017, 05:402017-05-19 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

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18.5.2017, 08:052017-05-18 08:05:00
Matteo Caratti @laRegione

Davanti alla giustizia

A neppure una settimana dalla comparsa del volantino minatorio contro il locale notturno Wknd, che aveva in agenda la serata di Bello Figo, ecco che le nebbie cominciano a diradarsi.

A...

A neppure una settimana dalla comparsa del volantino minatorio contro il locale notturno Wknd, che aveva in agenda la serata di Bello Figo, ecco che le nebbie cominciano a diradarsi.

A finire dinnanzi al procuratore generale c’è per ora una testa calda (e rasata), ma presto potrebbero diventare almeno un paio. Colui che si è recato in procura – costituendosi ‘spontaneamente’ con tanto di legale al fianco, dopo che un video che l’aveva ritratto era stato diffuso – è cresciuto in una famiglia ticinese: suo padre è anche deputato in Gran Consiglio e ha responsabilità gestionali nella grande Lugano.

Potremmo chiederci se, perlomeno per una certa osmosi, il figlio abbia o meno ricevuto fra le mura domestiche qualche nozione di storia e di civica sulla differenza fra il vivere in una democrazia o sotto una dittatura. Ce lo domandiamo rammentando le croci uncinate e gli ‘88’ (tanto cari ai seguaci di Hitler) stampati in bella mostra sul volantino. E ce lo domandiamo pure dopo aver anche dato un’occhiata al profilo Facebook del giovane (da qualche ora – guarda caso – ‘ripulito’). A bocce ferme sarà importante capire se si è trattato (lo mettiamo fra mille virgolette) di una ‘goliardata’/
‘spacconata’, o se sotto e dietro le teste calde c’è qualcosa di più e che cosa.
Nella migliore delle ipotesi, ci sono di sicuro molta aggressività e molta ignoranza. Del resto non manca chi è pronto a dire con altrettanta leggerezza che ‘non è razzista’, ‘ma che se dire una certa cosa è razzismo’ allora ‘sì, sono razzista’! Frasi che sentiamo sempre più pronunciare da pavoni in cerca di palcoscenici che dovrebbero invece andarsi a nascondere. Perché le parole pesano e prima o poi possono trasformarsi in atti. Atti di odio.

Ma torniamo all’episodio. Un dato è certo e ce lo ricorda l’esperto intervistato a pagina 15. Chi ha redatto il volantino ha utilizzato tutta una serie di simboli mortiferi molto espliciti e precisi che altri, pronti anche a spaccare facce e vetrine, hanno già utilizzato in altre occasioni. Da qui la domanda: il (presunto) pentimento di chi è finito in procura è/sarà accompagnato da una presa di coscienza sincera di quanto di grave fatto? O siamo semplicemente di fronte a una pura strategia difensiva (iniziata col costituirsi e col dirsi pentito), pronta a evaporare una volta pronunciatasi la corte penale? Staremo a vedere.

Non da ultimo, come abbiamo già sottolineato sabato, anche il Wknd dovrebbe riflettere se è in grado o meno di garantire la sicurezza quando invita ospiti che fanno audience/cassetta e anche discutere a livelli – scusate il bisticcio – un tantino discutibili. Non si possono lanciare eventi e poi annullarli col primo temporale.

Infine, mentre riflettiamo sulle parole dell’esperto – e cioè che il messaggio trasmesso è che l’azione ha centrato l’obiettivo e il concerto non c’è stato – ci preme anche evidenziare un dato di fatto per noi molto importante. Chi ha gettato il sasso e nascosto il braccio (teso per gioco o meno si vedrà) è stato acciuffato e ora deve rendere conto pubblicamente del proprio atto di fronte alla giustizia.

18.5.2017, 05:402017-05-18 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

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