Corsivi

Ieri, 10:002017-02-27 10:00:44
Roberto Antonini

Trump dichiara guerra alla stampa

La democrazia muore nell’oscurità (‘democracy dies in the darkness’) recita il nuovo esplicito motto posto sotto la testata del ‘Washington Post’. La battaglia scatenata dalla Casa...

La democrazia muore nell’oscurità (‘democracy dies in the darkness’) recita il nuovo esplicito motto posto sotto la testata del ‘Washington Post’. La battaglia scatenata dalla Casa Bianca contro la stampa non allineata allunga un’ombra densa d’inquietudini su uno dei pilastri dell’America e della democrazia liberale: quella libertà di stampa e di parola di antichissima data, iscritta – ancora prima che scoppiasse la Rivoluzione francese – nel ‘bill of rights’. Per il direttore di ‘The Guardian’ quanto successo venerdì scorso è un attacco senza precedenti al primo (sacrosanto per gli statunitensi) emendamento della Costituzione. Il direttore del ‘New York Times’ denuncia una chiara rappresaglia contro la stampa che riferisce fatti che non piacciono al presidente. L’esclusione, venerdì scorso, dal ‘gaggle’ – il briefing informale dell’esecutivo – di testate che non piacciono a Trump è anti-americana, afferma in un editoriale Cnn, perché il Paese ha sempre potuto, soprattutto nei momenti istituzionali più bui (a cominciare dal Watergate), fregiarsi di fronte al mondo di una libertà di stampa senza pari. Certo, anche altri presidenti non hanno amato troppo i reporter scomodi. Ed è spesso capitato che l’inquilino della Casa Bianca convocasse un pool scelto di firme giornalistiche per informazioni ‘off the records’ (da non pubblicare). Ma mai si era arrivati a una selezione preventiva di reporter in una conferenza stampa, scartando giornalisti scomodi per lasciar il posto a testate minori ma compiacenti. Il portavoce Sean Spicer, campione delle “verità alternative”, ha spiegato con toni da molti giudicati melliflui, e senza convincere nessuno, che si è trattato di normale rotazione tra reporter. Lo stesso Trump, totalmente allergico alla libertà di espressione, taccia i media di ‘nemici del popolo’ mentre Steve Bannon, ex direttore del sito di (dis)informazione Breitbart.news e sorta di Rasputin del presidente, si è lasciato sfuggire, riferito ai giornalisti, “ora devono chiudere la bocca”. Con un’iniziativa del tutto inedita, il ‘New York Times’ ha lanciato una “campagna per la verità” con spot pubblicitari televisivi (non era mai successo) diffusi ieri sera in tutto il Paese durante la cerimonia degli Oscar. Nei suoi 166 anni di esistenza, quello che rimane uno dei più autorevoli giornali al mondo, non aveva mai sentito il bisogno di denunciare una minaccia tanto inquietante proveniente dalla Casa Bianca. In 37 giorni di presidenza, Donald Trump (“uno dei massimi cultori della post-verità” secondo le parole di Giovanni Merlini su queste stesse colonne) ha accumulato, nell’analisi dettagliata del ‘Washington Post’, ben 140 “fake news”, affermazioni false o fuorvianti. Una situazione estrema: la misura è colma anche per Shepard Smith, il noto columnist dell’insospettabile conservatrice Fox News, che ha sbroccato in diretta denunciando le “bugie ridicole del presidente”. La serie ripetuta di attacchi frontali a uno dei principi fondamentali della democrazia liberale sembra comunque aver sortito, in reazione, effetti positivi: vendite e abbonamenti delle grandi testate indipendenti hanno conosciuto un’impennata. Nel momento in cui molti la davano per moribonda, la stampa libera sembra ritrovare la sua vera ragione d’essere agli occhi di un numero crescente di cittadini di un’America che resiste e difende i propri valori. Che sono anche i nostri.

Ieri, 05:402017-02-27 05:40:10
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

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25.2.2017, 08:362017-02-25 08:36:00
Matteo Caratti @laRegione

La miniera dei dati personali

Hanno suscitato parecchio interesse e anche diverse reazioni i servizi pubblicati sabato scorso e ieri con i quali abbiamo informato i lettori sulla circolare spedita da Swisscom ai suoi...

Hanno suscitato parecchio interesse e anche diverse reazioni i servizi pubblicati sabato scorso e ieri con i quali abbiamo informato i lettori sulla circolare spedita da Swisscom ai suoi abbonati. Circolare con la quale si sottoponeva loro una ‘dichiarazione generale di protezione dei dati’ che, a ben guardare, serve al gigante blu della telefonia per poter finalmente utilizzare – attraverso la discutibile clausola del silenzio assenso – i tantissimi dati personali raccolti attraverso l’uso quotidiano che facciamo del telefonino e a farne a sua volta un commercio.
Diversi gli scritti giunti in redazione. In taluni casi le reazioni dei lettori sono state di sorpresa estrema, perché ignoravano completamente che qualcuno potesse immagazzinare tanto facilmente dati sul loro conto, seppur in modo anonimizzato. Sorpresa pure nel rendersi conto che coi dati, sempre resi anonimi, si possa poi fare del business. E che business! Certo che si può, altrimenti perché mai li si raccoglie? È del resto altrettanto certo che anche altri lo fanno, registrando per esempio le nostre abitudini di acquirenti: sia che abbiamo dato la nostra disponibilità al monitoraggio (spesso accordato senza restrizione alcuna) con per esempio una carta fedeltà di un negozio, sia che ciò avvenga tramite una carta di credito o altro ancora. Altri lettori ci hanno manifestato forti perplessità circa l’effettivo blocco dell’uso dei nostri dati qualora – chiamando il numero indicato sulla fattura o digitando sul sito – si è deciso di non accettare che le informazioni vengano utilizzate a fini pubblicitari. Verrà davvero rispettata la volontà? Altri ancora hanno fatto presente, facendo i conti in tasca a Swisscom, che il costo del richiamo è quasi raddoppiato da 20 a 30 franchi; infine, non è mancato chi non si è stupito di tutto ciò e ci ha chiesto dove stava il problema.
Il problema (ma che potrebbe anche non esserlo perché tutto dipende dalla sensibilità di ciascuno) è sempre il medesimo: essere informati nel modo giusto per riuscire a dare un consenso con cognizione di causa.
In questo caso è importante essere cogniti del fatto che, quali consumatori, ci troviamo all’epicentro di una nuova dimensione, determinata dalle sempre più potenti frontiere della tecnologia in grado di monitorare le mille tracce che noi stessi disseminiamo coi nostri comportamenti via telefonino. Presto ciò avverrà anche attraverso l’internet delle cose, che non sarà più solo il telefonino o il navigatore dell’auto. Ma anche il forno, il frigo, la lavastoviglie, tutti intelligenti, tutti messi in rete, e persino gli occhiali se li portiamo.
Le cose diventate ‘smart’ si metteranno a raccogliere dati su di noi. E noi – domanda centrale – accetteremo che ciò avvenga sistematicamente? E se accetteremo, ci verrà concesso di decidere se la raccolta di dati sarà gratuita o a pagamento? E come si farà a revocare il consenso? O a essere certi che i dati non vengano ammucchiati in barba al nostro divieto? Daremo il consenso illimitato o meno?
Domande queste che un recente libro di Alessandro Trivilini – che inizia oggi a curare una rubrica quindicinale sulla nostra pagina del sabato – tratta in modo accessibilissimo. Il suo volume si intitola ‘Internet delle Emozioni, la nuova frontiera della tecnologia’ (SalvioniEdizioni) con un’aggiunta appena sotto che dice tutto: ‘Il prodotto sono io. I soldi sono i miei dati personali. La privacy è il mio comportamento’. Più chiaro e attuale di così…

25.2.2017, 05:402017-02-25 05:40:16
@laRegione

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24.2.2017, 05:402017-02-24 05:40:51
@laRegione

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23.2.2017, 09:512017-02-23 09:51:13
Matteo Caratti @laRegione

Salto di livello

Processi penali terminati con la condanna di terroristi al servizio del sedicente Stato Islamico ne sono già stati celebrati più di uno nel nostro Paese. Anche i più distratti ricorderanno la sede del...

Processi penali terminati con la condanna di terroristi al servizio del sedicente Stato Islamico ne sono già stati celebrati più di uno nel nostro Paese. Anche i più distratti ricorderanno la sede del Tribunale penale federale di Bellinzona presidiata da poliziotti delle forze speciali armati sino ai denti e posizionati sull’uscio e sul tetto dell’immobile. Quella è stata la volta che in Ticino abbiamo preso maggiormente coscienza di cosa possa significare un’allerta terrorismo, anche se si trattava pur ‘solo’ di proteggere un Tribunale e garantire la sicurezza durante la celebrazione di un processo. Ieri è successo qualcosa – se l’ipotesi accusatoria verrà confermata – che ci fa fare un salto di livello. Anziché assistere alla fase terminale di un’inchiesta, ossia alla condanna penale per fatti commessi in un altro cantone, abbiamo preso atto dell’avvio di un procedimento penale, con lo schieramento di cento poliziotti, arresti e perquisizioni per presunto reclutamento a favore dell’Isis, e anche una perquisizione in un luogo di preghiera islamico a Viganello. A tutto ciò, pure nella calda giornata di ieri, si è aggiunto un arresto in un altro ambito molto sensibile: un centro asilanti. Ma in questo caso a finire nella rete della polizia è stato un dipendente e un responsabile di un’agenzia di sicurezza ticinese, chiamata dallo Stato (!) a garantire la sicurezza del centro e a ben conoscere il Codice penale! E invece… Ma torniamo al principale filone dell’operazione antiterrorismo, che segue di sole 24 ore la retata di Winterthur con ingredienti altrettanto inquietanti (moschea fra l’altro già chiusa e riaperta da poco e diverse ipotesi di reato: minacce, aggressioni, sequestri di persona, coazioni e sermoni incendiari pronunciati da un imam che avrebbe invitato a uccidere e denunciare i musulmani non praticanti). Insomma, anche se le due inchieste non hanno relazione alcuna, rendiamoci purtroppo conto che queste sono nuove realtà pesanti che ci troviamo in casa. In ogni caso, complimenti all’intelligence cantonale che pare abbia avuto un ruolo importante nel monitoraggio preliminare di queste pericolose schegge, passando poi l’inchiesta per competenza ai federali. Nell’attesa di saperne di più, vale la pena insistere su alcuni aspetti. Primo: è centrale che i Cantoni si accorgano di quello che succede sul territorio. Ma è altresì importante che anche all’interno dei centri di preghiera vi siano persone ai vertici formate qui da noi. In questo senso la proposta che talune Università, se ben ricordiamo per esempio Friborgo, intendono portare avanti nell’offrirsi come centri per la formazione degli imam va sostenuta. È altresì importante che vi sia, in chi ha responsabilità alla testa di una comunità religiosa, la coscienza di quali sono le nostre basilari regole del vivere comune e civile, imparando cosa possa essere o meno predicato. Secondo: è importante e utile che le inchieste partano, ma è altrettanto importante che i Codici penali prevedano pene certe e adeguate. L’impressione è che nella pacifica Svizzera, a parità di reati commessi, chi gravita attorno al terrorismo se la cavi molto più a buon mercato rispetto a quanto succede in altri Paesi che ci circondano. Insomma: non vorremmo che pene meno incisive inducessero a credere che da noi il metro sia diverso. Anche la legislazione va quindi inasprita. Terzo: se chi deve garantire la sicurezza finisce in carcere quale presunto reclutatore e per di più è al beneficio di un’autorizzazione cantonale per svolgere il delicato compito in un settore pubblico, si pone in tutta evidenza ancora una volta il tema della credibilità e dei controlli da parte dello Stato! La sveglia è suonata. E trilla forte.

23.2.2017, 05:402017-02-23 05:40:00
@laRegione

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22.2.2017, 10:242017-02-22 10:24:38
Matteo Caratti @laRegione

Fra radar e niqab

Come spiegare ai nostri figli cos’è il federalismo? Semplicissimo. Prendiamo due oggetti a tutti noti. Il copricapo integrale (il niqab), salito alla ribalta della cronaca politica, e il radar. Il...

Come spiegare ai nostri figli cos’è il federalismo? Semplicissimo. Prendiamo due oggetti a tutti noti. Il copricapo integrale (il niqab), salito alla ribalta della cronaca politica, e il radar. Il primo è vietato in Ticino, ma, per ora, non nel resto della Svizzera. Il secondo (il radar) è permesso, ma va segnalato se mobile e se piazzato sulle strade comunali e cantonali ticinesi. Occhio, però: può restare tranquillamente nascosto lungo l’autostrada. Presto, infatti, i radar mobili messi ai bordi delle vie comunali e cantonali, verranno segnalati. Come? Tramite ‘canali di informazione istituzionali: gli utenti della strada – spiegano da Palazzo delle Orsoline – saranno a conoscenza che in una determinata regione del cantone sono previsti rilevamenti della velocità, senza ricevere tuttavia indicazioni precise sull’ubicazione degli apparecchi e gli orari di attività’. In tal modo ‘si vuole evitare di annullare l’efficacia dei controlli’. Un bel compromesso! Vedremo… in particolare quando lo Stato incasserà molto meno, come per le imposte di circolazione! Si è trattato – dicono – di trovare un’alternativa praticabile rispetto a quanto deciso dal Gran Consiglio, organo che avrebbe preferito fosse segnalata all’utente la presenza degli apparecchi un centinaio di metri prima. Ma torniamo al federalismo: attenzione, dunque, a dove ci si trova. Se inforcate l’autostrada un flash può tranquillamente immortalarvi senza alcun preavviso. Se poi indossate il velo e, attraversando la Svizzera, vi apprestate a scendere al Sud delle Alpi, non dimenticatevi di togliere il niqab e mostrare il viso a metà del tunnel del Gottardo. I distratti potrebbero beccarsi una multa sia per porto illegale del copricapo integrale che per eccesso di velocità, persino senza essere preventivamente avvisati. Presto però, visto che il Ticino in questo campo fa tendenza, il niqab verrà messo al bando anche nel resto della Svizzera. E forse faremo tendenza anche in tema di avvertimenti preventivi sulla presenza di ‘radar’. Forse… ma intanto questo è puro federalismo: ciascuno decide le sue regole e persino all’interno di un cantone possono essercene diverse a seconda della strada imboccata. Federalismo o ‘casinismo’? A voi la risposta.

22.2.2017, 10:002017-02-22 10:00:40
Aldo Bertagni @laRegione

Fuochi d’artificio sparati per distrarci

Armi di distrazione di massa. Una felice definizione che ci ricorda come la verità a volte non è quella che appare. Fu il caso – ed è lì che decollò – delle presunte armi...

Armi di distrazione di massa. Una felice definizione che ci ricorda come la verità a volte non è quella che appare. Fu il caso – ed è lì che decollò – delle presunte armi di distruzione di massa, nello specifico batteriologiche, che Colin Powell, segretario di Stato degli Stati Uniti, esibì al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per convincere il mondo sull’imminente pericolo generato dall’Iraq di Saddam Hussein. Non c’era nulla di vero, ma gli States ottennero il via libera per far volare i propri cacciabombardieri su Baghdad. E non era certo la prima volta. Distrarre l’opinione pubblica è prassi consolidata da tempo. C’è chi ne sospetta l’uso anche negli anni di piombo, in Italia, quando una tragedia poteva servire per nascondere verità pesantemente scomode. Del resto i media sono quasi sempre abbagliati dai botti più forti e più luminosi. Come in questi giorni in Canton Ticino, con la vicenda dei permessi falsi. Scoppia il caso, si apre l’inchiesta giudiziaria e si evidenziano irregolarità proprio là dove si consuma il “rito del sovranismo”: la concessione o meno della permanenza nel nostro territorio a chi è straniero e dunque altro da noi. Nel tempio dell’ideologia “veteroetnica” governato, va da sé, dai paladini dell’etnicismo, ovvero i leghisti. Si direbbe un complotto o qualcosa di molto simile, o forse, e più semplicemente, la spia di una fragilità sistemica nascosta sotto il tappeto del “primanostrismo”. Fragilità fra l’altro ben evidenziata l’altro giorno dalla ComCo con la sua denuncia sulla diffusa mancata concorrenza economica in Ticino. Ma tant’è. Non si può far circolare l’idea che proprio nel cuore del sistema si nasconde la coda del diavolo e dunque – dopo la necessaria e tremenda indignazione – che si dia fuoco alle polveri con le armi di distrazione di massa. Che le colpe ricadano sugli appestati del nuovo millennio, che l’ingiustizia sia figlia d’oltre confine o degli invidiosi qui residenti (vedi il “Mattino”) che tanto odiano la beneamata Lega dei Ticinesi. Si direbbe una favola di principi e streghe d’altri tempi e per certi versi lo è perché ci racconta – come ai bambini prima di prendere sonno – esattamente quello che vogliamo sentire perché rassicurante. Ci distrae, appunto, dalle cose cattive del nostro mondo. E soprattutto ci conforta saper che i cattivi vivono altrove. Poi c’è il presidente del Partito socialista che riporta il campanile al centro del villaggio e ricorda a tutti qual è la verità scomoda: certe cose capitano perché mancano i controlli, perché viviamo anche qui un mondo del lavoro fragile e precario, dove la pressione sui dipendenti – a maggior ragione se bisognosi più di altri – è tanta e tale che finisce col creare situazioni ibride, dove la legalità corre sul filo di lana, pronta a cadere nel baratro del malaffare. Una realtà dove l’onesto è penalizzato perché sottoposto alla concorrenza sleale del disonesto. La verità – aggiunge ancora il presidente del Ps – è quella manifestata dal popolo che ha accolto il controprogetto sull’iniziativa contro il dumping salariale dove si diceva che è necessaria l’assunzione di venti ispettori del lavoro perché dove c’è fragilità economica i malviventi hanno gioco più facile. E stiamo ancora aspettando. Il vero diavolo, dunque, si chiama “sfruttamento” e anche “tratta di esseri umani” perché ha a che fare con persone sottoposte a lavori massacranti, magari pericolosi, per quattro soldi. Una brutta realtà presente, purtroppo, anche alle nostre latitudini per mille motivi e altrettante ragioni. Una triste realtà da estirpare per salvare l’ampia e prevalente economia sana.

22.2.2017, 05:402017-02-22 05:40:00
@laRegione

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21.2.2017, 10:232017-02-21 10:23:19
Aldo Sofia

Pd, sconfitta collettiva

«Lei non ha capito nulla del Pd», e si voltò dall’altra parte per sollecitare un’altra domanda, evidentemente più appropriata. Era il 2010. Avevo chiesto a Dario Franceschini, uno dei suoi...

«Lei non ha capito nulla del Pd», e si voltò dall’altra parte per sollecitare un’altra domanda, evidentemente più appropriata. Era il 2010. Avevo chiesto a Dario Franceschini, uno dei suoi leader, se non fosse sempre più evidente non la difficoltà ma l’impossibilità di assemblare le ‘anime diverse’ del Partito democratico, quella ex comunista e il cattolicesimo sociale, che tre anni prima si erano fissati l’obiettivo di amalgamare un’unica formazione laica e riformista. Aveva ragione lui, non avevo capito. Me ne rendo conto soltanto oggi, guardando alle macerie in cui è ridotto il veltroniano ‘partito a vocazione maggioritaria’. Non avevo compreso che di mezzo non c’era soltanto uno scontro di lontano sapore ideologico. Ma soprattutto l’inadeguatezza della sua leadership, la personalizzazione della rissa politica, la mancanza di un orizzonte concordato, il vizio antico dello scissionismo. Un solido gomitolo di contraddizioni e contrapposizioni. Una debolezza di sostanza con conseguenze nefaste. Prima (novembre 2011) con il Pd che accetta su consiglio dell’allora presidente Giorgio Napolitano di affrontare elezioni anticipate, nel timore non tanto di perderle ma di dover gestire le riforme sollecitate da Bruxelles per superare la crisi economica e del debito pubblico. Poi (febbraio 2013) con il ‘pareggio’ di Bersani alle elezioni politiche che obbligherà il partito ad allearsi con Berlusconi nel momento di maggior debolezza dell’ex cavaliere. Infine con l’irruzione di Matteo Renzi, il rottamatore che nel giro di tre anni si è auto-rottamato, sbriciolando il 40 per cento dei consensi raccolti nel voto europeo, e andando a sbattere su un referendum ostinatamente e spavaldamente imposto come referendum sulla sua persona, sul suo temperamento, sul suo governo. Non che la riforma costituzionale fosse di principio inutile o del tutto inopportuna, vista la paralisi di istituzioni che sembrano confortare la paralisi di palazzi del potere sempre più screditati e lontani dal senso e dalle preoccupazioni comuni. Ma fu, quel fallito plebiscito, anche un uso improprio di ‘arma di distrazione di massa’. Le priorità erano invece la lotta alla mancata ripresa economica, alla crescita più anemica di Eurolandia, alla disoccupazione soprattutto giovanile, alla crescita di una povertà che risucchia anche parte della classe media, e non potevano bastare i ‘pannicelli caldi’ dei pur utili 80 euro per i salari più bassi. Insomma, ‘it’s the economy, stupid’, fu lo slogan vincente di Clinton contro Bush padre nel 1992. Così, incapace, per volontà, stile e temperamento bullesco, alla mediazione politica per recuperare la risentita minoranza del partito (che autenticamente ‘di sinistra’ non fu nemmeno negli anni di governo del Pds e dell’Ulivo, da d’Alema a Prodi), Renzi porta al macero una parte del centro sinistra con la volonterosa complicità dei suoi rivali interni. Per quale progetto non si capisce: un neo-blairismo fuori tempo, il vagheggiato ‘partito della nazione’, o il cosiddetto ‘progetto macronista’ (dal Macron francese, centrista e indecifrabile candidato all’Eliseo). Sconfitta collettiva di un partito che si lacera mentre il mondo esplode; che si voleva baluardo contro i partiti anti-sistema, mentre sembra che nemmeno le figuracce della sindaca di Roma Virginia Raggi riescano a spolpare il consenso grillino; e che, col sistema elettorale tornato alle cattive abitudini della Prima Repubblica, può rimettere in pista persino l’‘armata brancaleone’ del centro destra.

21.2.2017, 05:402017-02-21 05:40:00
@laRegione

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20.2.2017, 10:172017-02-20 10:17:23
Sascha Cellina @laRegione

‘Grazcha fich’, St. Moritz

Alzi la mano chi, alla vigilia dei Mondiali di sci alpino di St. Moritz, avrebbe mai pensato di vedere la Svizzera chiudere la manifestazione con ben sette medaglie, di cui tre d’oro....

Alzi la mano chi, alla vigilia dei Mondiali di sci alpino di St. Moritz, avrebbe mai pensato di vedere la Svizzera chiudere la manifestazione con ben sette medaglie, di cui tre d’oro. Pochi, ne siamo sicuri. E ora la alzi chi lo avrebbe immaginato dopo l’infortunio che il venerdì della prima settimana di gara ha messo fuori gioco Lara Gut. Ancora di meno, se non nessuno. D’altronde la ticinese era la punta di diamante di una selezione rossocrociata che si era presentata al via di un Campionato del mondo che in Svizzera mancava dal 2003 (sempre a St. Moritz) con alcune certezze – la 25enne di Comano appunto, protagonista dell’inverno con nove podi e il secondo posto in Coppa del mondo; la regolarissima Wendy Holdener, tra le migliori tre in sei slalom su sette in Cdm; il sempreverde Beat Feuz, tornato in forma proprio in vista della rassegna iridata – ma anche tante incognite, legate soprattutto alla giovane età di coloro che sarebbero stati chiamati a cercare l'exploit per non rimanere semplici comparse a fianco dei protagonisti. Ecco perché nel momento in cui il ginocchio della ticinese ha fatto crack, in molti (noi compresi) hanno pensato che la festa fosse finita ancor prima di realmente cominciare. Due gare veloci (quelle in cui eravamo, sulla carta, messi meglio) erano infatti già alle spalle, ma nel carniere elvetico era presente solo un bronzo della stessa Gut. Una medaglia che, se inizialmente è potuta sembrare (soprattutto agli occhi di Lara) poca roba, ha di colpo acquisito un valore ben più grande alla luce di quanto poi capitatole. E chissà che proprio l’improvvisa assenza della capofila, non abbia spronato gli altri a caricarsi sulle spalle maggiore responsabilità e a dare quel qualcosa in più che nello sport spesso e volentieri fa la differenza. Nel momento in cui la squadra ha perso il proprio leader, chi doveva confermarsi (Holdener e Feuz appunto) lo ha fatto recitando alla grande la sua parte (oro in slalom e argento in combinata la svittese, campione del mondo nella disciplina regina il bernese), mentre chi era destinato a un ruolo marginale, ha deciso di riscrivere il copione prendendosi la scena. Come Luca Aerni (23 anni, oro in combinata), Mauro Caviezel (28, bronzo nella stessa gara) e Michelle Gisin (23, argento pure lei nella combinata al femminile), che hanno contribuito a fare della spedizione rossocrociata in Engadina la più prolifica dai tempi di Vail 1989 (11) e Crans-Montana 1987 (14 medaglie). Hanno vinto loro, gli svizzeri e in generale tutti gli atleti, che sulle piste Engiadina e Corviglia hanno offerto un grande spettacolo. Ma hanno vinto anche gli organizzatori, capaci di incastrare a meraviglia tutti i pezzi – a parte un grande ma fortunatamente senza conseguenze spavento con la telecamera aerea “abbattuta” da un velivolo durante un’esibizione – di un complicatissimo puzzle che grazie a una preparazione minuziosa e al grande sforzo di tutti (compresi i circa 1’350 volontari), ha reso le due settimane di gare in Engadina davvero magiche ed emozionanti. Grazie mille, anzi “Grazcha fich”, St. Moritz...

20.2.2017, 05:402017-02-20 05:40:00
@laRegione

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18.2.2017, 08:492017-02-18 08:49:43
Erminio Ferrari @laRegione

Una Palestina di troppo

Di due Stati, uno è di troppo ed è la Palestina. Questo e non altro potevano significare le stolte parole di Donald Trump quando, per compiacere il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu...

Di due Stati, uno è di troppo ed è la Palestina. Questo e non altro potevano significare le stolte parole di Donald Trump quando, per compiacere il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu, ha detto che “uno Stato o due Stati”, per lui non fa differenza.
Un’affermazione che non solo rivela un’abissale, spudorata ignoranza di quanto avviene in Medio Oriente, ma che, contemporaneamente, cancella tutto quanto ha fatto (e non ha fatto) la diplomazia statunitense dal 1993 a questa parte. Da quando cioè furono firmati gli “accordi di Oslo”, i primi sottoscritti da israeliani e palestinesi, e considerati validi da tutte le amministrazioni americane che si sono succedute da allora, democratiche o repubblicane.
La cosiddetta “soluzione dei due Stati” aveva origine in quegli accordi: due Stati, l’israeliano e il palestinese, uno accanto all’altro, sicuri e in pace. Che quella non fosse “la” soluzione era ben noto anche a chi quell’intesa sostenne. Troppe e troppo importanti le materie rinviate a negoziati successivi: a partire dai confini delle due entità, alla forza che le avrebbe vigilate, al destino delle colonie ebraiche nei territori occupati. Sullo sfondo, oltretutto, di una inarrestabile – e mortale per gli accordi stessi – colonizzazione ebraica della terra palestinese. Fatto sta che per la prima volta un documento comune accertava e accettava il reciproco diritto ad esistere e abbozzava quale potesse esserne il modo. E di quanta importanza fosse quell’accordo lo testimoniò il sacrificio di Yitzhak Rabin, che l’aveva firmato e che per questo venne ucciso da un estremista ebreo.
Per Trump fa lo stesso. Per Netanyahu no. E nemmeno per le sorti di Israele e, di conseguenza, dei palestinesi.
Del primo si è detto. Al secondo, che sull’ignoranza di Trump fa leva, si attaglia bene la definizione che un sionista convinto come Bruno Segre ha dato dell’attuale classe di governo israeliana, parlando di “gretta arroganza”. Campione (e un po’ ostaggio) della destra nazionalista e religiosa, al cui fiorire non è estranea l’importante immigrazione dall’ex Urss, Netanyahu ha scommesso sull’irreversibilità del processo di colonizzazione: utilizzando sul terreno l’esercito e le macchine da scavo; a Gerusalemme una Knesset in mano agli estremisti; e nelle sedi internazionali il sempre buon argomento della “guerra al terrorismo”. Con il cosiddetto “campo della pace” ridotto quasi al silenzio, e in un contesto di destabilizzazione regionale tutto sommato favorevole, Netanyahu vede la strada aperta davanti a sé.
Dove porti quella strada non è chiaro, ma molti segnali indicano come traguardo il disastro. Quando Israele avrà sotto il proprio controllo ancor più territori palestinesi, gli riuscirà difficile mantenere la finzione che oggi gli consente di non rispondere agli obblighi internazionali in quanto potenza occupante, ma questo è il meno. Quando (e se) Israele in quanto Stato si sarà esteso sino al Giordano, dovrà cominciare la conta dei giorni che mancheranno alla fine del proprio carattere ebraico e della fisionomia democratica che pure lo distingueva in quell’area: i cittadini ebrei (nonostante l’elevato tasso di natalità tra gli ultraortodossi) si ritroveranno in minoranza e se vorranno salvaguardare il “carattere ebraico” di Israele e continuare a essere “padroni del proprio destino” potranno soltanto introdurre un sistema di apartheid, o provvedere con una “pulizia etnica” a “liberarsi” dei palestinesi. L’una e l’altra soluzione moralmente infami e politicamente sciagurate. Destinate in ogni caso a condurre alla rovina chi le imporrà. Ma Trump non sarà già più presidente…