Corsivi

Oggi, 08:352017-11-23 08:35:20
Aldo Bertagni @laRegione

Un accordo saggio

Quindici anni e già il tempo, molto, la dice lunga sulla “sensibilità” e la delicatezza del tema, in un mondo secolarizzato e orgoglioso dei propri valori figli dell’Illuminismo. Battaglie epiche,...

Quindici anni e già il tempo, molto, la dice lunga sulla “sensibilità” e la delicatezza del tema, in un mondo secolarizzato e orgoglioso dei propri valori figli dell’Illuminismo. Battaglie epiche, anche in Canton Ticino, hanno visto in campo favorevoli e contrari all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, dello Stato. Con forti ragioni e solidi argomenti, di qua e di là, che partivano da una differente visione del mondo. Perché una visione c’era, eccome, con valori solidi e tanta sapienza, ma anche sofferenza, alle spalle.

Nella società liquida, per dirla con Bauman, quel mondo è finito. Completamente chiuso. Lo si voglia o no, la società odierna non solo è refrattaria al “pensiero forte” ma altresì distratta dai colori e i suoni di pseudovalori “usa e getta”, tanto buoni per il “life style” quanto inutili per dare un senso al percorso esistenziale. Siamo nel tempo delle passioni tristi, si sostiene. E da qui si parte, con molto realismo, col compromesso raggiunto fra Stato del Canton Ticino e Chiese, la cattolica e la riformata, sull’insegnamento della religione a scuola che introduce – è una prima – un’ora obbligatoria di storia delle religioni, ma solo per le quarte medie. Un equilibrato e ragionevole compromesso figlio, appunto, del pragmatismo. Che davvero non guasta, dopo anni di “sbornia ideologica” su argomenti sempre più distanti e lontani dal sentire comune.

Il paradosso, se così si può dire, è che oggi più di ieri – che viviamo senza riferimenti ideologici – c’è bisogno di strumenti e conoscenza, come di comunità, perché la fame di spiritualità deborda da ogni dove: nei libri come nelle rappresentazioni fantasiose, nelle difficoltà soggettive come nelle “tribù” sorte sull’enfasi e il fascino dei singoli guru. Un bisogno vero, non per forza di tipo religioso, che impone risposte altrimenti inevase e l’accordo raggiunto cerca di rispondere appunto, seppur con timidezza – in punta di piedi – ma perché questo e non altro è oggi possibile fare.

Ma non è poco. Intanto già l’intesa, assolutamente non scontata, è un segnale di buona volontà soprattutto da parte della Diocesi luganese che ha saputo, negli ultimi mesi, tessere una tela in altri tempi assai aggrovigliata di nodi legnosi. Certo, molto è cambiato anche oltre Tevere e quel vento si è unito all’aria del nord, che spira da sempre sulle spalle del Ticino, ma i tempi della Chiesa, anche locale, non sono certo quelli della società liquida. E poi salire sui monti ticinesi è da sempre più complicato che scollinare a Roma… L’intesa, dunque, è il vero risultato positivo. Perché pone un punto fermo: da oggi su questo tema si collabora. Poi magari resterà l’insoddisfazione di non aver visto realizzato un progetto completamente così come si voleva o al contrario di aver ceduto qualcosa che non promette nulla di buono perché apre un varco. Il furore ideologico del resto non conosce mediazione di sorta. Il buon senso, là dove il mare è grande e i naufraghi parecchi, la conosce eccome. Anzi, usa la mediazione come soluzione possibile per conciliazione e bene comune. Non capire il gesto e il momento storico potrebbe essere fatale. Per tutti.

Oggi, 05:402017-11-23 05:40:12
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

Ieri, 08:002017-11-22 08:00:11
Erminio Ferrari @laRegione

La crisi di Merkel contagia l’Europa

“Non è la Germania di Weimar – si dice – e non sono gli anni Trenta”. Va bene, non sono gli anni Trenta e a Berlino siede ancora Angela Merkel, ma che questo sia un sufficiente...

“Non è la Germania di Weimar – si dice – e non sono gli anni Trenta”. Va bene, non sono gli anni Trenta e a Berlino siede ancora Angela Merkel, ma che questo sia un sufficiente motivo di sollievo, no.

Certo, l’Europa non è reduce da una Grande guerra, non ci sono trincee in cui risuonano le voci di milioni di morti, né risentimenti a presidiare frontiere ancora insanguinate. Ma analoghe, se non identiche, lacerazioni – qui in forma palese, là sottotraccia – percorrono le società, paradossalmente anche quelle che vantano un tasso di benessere niente affatto disprezzabile, producendo un livore che quando è rivolto alle élite le sommerge di discredito. Élite ciniche o “sonnambule”, indegne o inadeguate.

“Allora” da un simile brodo di coltura germogliarono i fascismi. Oggi basta volgersi attorno, e solo una deliberata cecità potrebbe impedire di vederne l’avvento, li si chiami come si vuole. Basterebbe poi sostituire l’aggettivo islamico a quel “pericolo” che novant’anni fa era rappresentato dal bolscevismo, per comprendere l’indulgenza crescente con cui si guarda alle loro espressioni di piazza o nelle sedi istituzionali in cui già siedono.

È in questa Europa che la Germania “di” Angela Merkel sperimenta una delle crisi politiche più preoccupanti degli ultimi decenni, secondo alcuni dell’intera sua storia democratica. Il fallimento dei negoziati per la formazione di un nuovo governo – un evento che rientrerebbe nelle dinamiche politiche ordinarie di ogni società democratica – è stato inteso quasi come l’indizio più certo della rottura di un ordine basato sulla figura stessa della cancelliera.

Per carità: assegnare a questo passo falso il significato di pietra tombale sulla carriera politica di Merkel è quantomeno affrettato. Un recupero dei riottosi potenziali alleati di governo è ancora possibile; né è assolutamente scontato che eventuali nuove elezioni rovescerebbero la cancelliera; e se pure ciò avvenisse sarebbe soltanto la conferma che fortunatamente l’eternità non è una categoria politica. In tal caso dovremmo riconoscere di avere frainteso una parabola discendente con una ponderata strategia di opacità e attesa.

Eppure, mai come in questa circostanza le dinamiche interne alla Germania si riflettono, condizionandola, sull’intera scena europea. La vittoria elettorale di Angela Merkel era stata accolta quasi ovunque come una conferma della solidità di alcuni “fondamentali” o almeno come un approdo sicuro per i naufraghi di un’Europa alla deriva. E in parte lo era, lo è, senza dubbio. Nel deserto di figure degne di accreditarsi come statisti, non restava che “Mutti”.

Ora si sa che anche lei potrebbe andarsene. Vittima, in patria, della propria stessa arte di fagocitare istanze e programmi altrui, finendo per svuotare di argomenti i discorsi degli avversari più prossimi, senza tuttavia sostituirvi una proposta forte a sufficienza. E vittima, dall’altro lato, dell’avvento – inatteso, negato anche di fronte all’evidenza – di una opposizione che non ne contesta solo le politiche, ma la legittimità stessa. Cancelliera tedesca, sì, ma in questo del tutto simile a un qualsiasi capo di governo nel resto d’Europa. Di quei pavidi governi che dietro la sua sagoma cercavano riparo o che la indicavano come bersaglio grosso e più facile da colpire. Se dunque gli anni non sono i Trenta del secolo scorso, anche oggi una implosione politica della Germania facilmente trascinerebbe con sé più di una capitale. Non verso una guerra, no, ma verso qualcosa che non sappiamo.

Ieri, 05:402017-11-22 05:40:38
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

21.11.2017, 08:302017-11-21 08:30:47
Matteo Caratti @laRegione

Locarno sì, Arbedo no!

Tutto e il suo esatto contrario.

A Locarno il Comune licenzia alcuni dipendenti inadempienti, fatto di per sé eccezionale, che sfata il mito del posto sicuro nell’amministrazione pubblica...

Tutto e il suo esatto contrario.

A Locarno il Comune licenzia alcuni dipendenti inadempienti, fatto di per sé eccezionale, che sfata il mito del posto sicuro nell’amministrazione pubblica (cfr. servizio in pagina di Locarno). Lo sfata e, così facendo, la scelta che non fa più compromessi fa onore all’ente pubblico, perché sono noti i luoghi comuni che si portano dietro negli ultimi anni i dipendenti pubblici – comunque sia privilegiati dal loro posto fisso e sicuro – mentre fuori nella tempesta l’economia privata non fa sconti a nessuno: se c’è lavoro assume, se manca ristruttura e lascia a casa anche senza che vi siano particolari inadempienze. Vedi, sempre di ieri, la brutta notizia dei tagli a Six Group, la società che fornisce servizi finanziari e che, fra l’altro, gestisce la Borsa svizzera. In Svizzera circa un centinaio di posti di lavoro è destinato ad andare in fumo, settantacinque in Ticino. Una riduzione dell’organico che interesserà il comparto servizi di pagamento: saranno chiuse le sedi di Bedano e Oerlikon dove chi svolgeva il proprio lavoro con diligenza finirà licenziato senza colpa alcuna (vedi servizio in pagina di Lugano). Quindi, se qualcuno al calduccio nell’organico comunale intasca lo stipendio, ma non svolge il lavoro dovuto, giusto arrivare a estremi rimedi. Che, supponiamo, non sono stati presi a cuor leggero e nemmeno a ciel sereno (si parla di reiterate assenze, conclamata inefficienza, insubordinazione).

La drastica decisione del Comune di Locarno in un certo senso rende anche giustizia a chi, al servizio dello Stato, lavora e lavora bene, cioè con professionalità e tanta voglia di farne. E fa anche dire al cittadino contribuente che i soldi che versa pagando le imposte non vengono sprecati, ma usati per servizi utili per la comunità, finendo nella busta paga di funzionari efficienti e coscienti del mandato che assolvono su delega dei cittadini contribuenti.

Che da Locarno arrivi questa notizia, mentre un altro Comune – Arbedo-Castione – trova un accomodamento, perlomeno indecente, con un docente condannato (pena fra parentesi aggravata in sede di Appello) da una Corte delle Assise criminali e finito in prigione, permettendogli di maturare tranquillamente la pensione (dovutagli dall’ente pubblico!), ci fa scrollare la testa e ci spinge ad interrogarci (vedi servizio in pagina di Bellinzona). A parte il precedente, che farà pretendere a chiunque si troverà in una situazione simile (ma a questo punto anche meno grave) di venir aiutato dallo Stato a trarsi d’impiccio, lo scioccante effetto sul cittadino contribuente è più che evidente.

Dal punto di vista civico poi, se pensiamo anche alle vittime... Non scordiamoci che l’autore è stato condannato per ripetuti atti sessuali con cinque allievi, ripetuta coazione, violazione del dovere d’assistenza o educazione e vie di fatto reiterate su due bambini. Per cercare di mettere a posto certe situazioni potenzialmente penose, gravi e gravose dal punto di vista economico, se del caso, esiste la rete dello Stato sociale. Non altre scorciatoie preferenziali.

21.11.2017, 08:152017-11-21 08:15:18
Aldo Bertagni @laRegione

Per quale classe dirigente?

Da cosa nasce la capacità di gestire il futuro? Come si prepara una classe dirigente? Quando si parla di formazione accademica si dovrebbe essere in grado di saper rispondere a queste due...

Da cosa nasce la capacità di gestire il futuro? Come si prepara una classe dirigente? Quando si parla di formazione accademica si dovrebbe essere in grado di saper rispondere a queste due domande, perché certo fra i compiti più complicati della società vi è quello di garantirsi un processo virtuoso di sviluppo senza mai perdere di vista gli equilibri socio-culturali interclassisti, trasversali e che dunque prescindono dalle classi economiche di appartenenza. Detta altrimenti, la scommessa sulla futura classe dirigente è sempre aperta. L’unica soluzione possibile è investire nell’università così come si finanzia una start-up, una giovane azienda innovatrice: sapendo di correre parecchi rischi ma consapevoli al contempo di non avere alternative.

Seguendo il dibattito ieri in Gran Consiglio – riferito all’attività di Usi e Supsi – si è compreso quanta strada debba ancora essere fatta in Ticino per cogliere davvero il senso e il ruolo di una classe dirigente, iniziando evidentemente dalla sua formazione. Non deve stupire. L’esperienza ticinese, in fatto di università, è decisamente scarsa e dunque la società – tramite la politica che la rappresenta – non ha ancora ben capito la “grammatica” della formazione superiore, o meglio non sa relazionarsi ad essa proprio perché inesperta e per certi versi “innocente”. Del resto per anni e anni il vertice amministrativo, professionale e politico ticinese si è formato altrove, oltre Gottardo o oltre i confini nazionali, con vantaggi peraltro importanti. Il Ticino universitario è davvero agli albori. Che non giustifica tutto, ma certo ne va tenuto conto.

Come si fa altrimenti a comprendere la futura “Commissione di vigilanza” che verrà approvata dal parlamento il prossimo dicembre con compiti ancora non chiari, almeno stando a quanto discusso ieri sulle questioni generali? Perché se da un lato tutti o quasi si sono affrettati a precisare che serve un equilibrio fra controllo politico e autonomia universitaria (nella ricerca, nella scelta dei corsi, nella valutazione e assunzione dei professori e via discorrendo), poco dopo gli stessi hanno presentato un lungo e articolato elenco di criticità, nonché compiti non risolti o risolti male, che Usi e Supsi dovrebbero tenere in considerazione. E c’è anche chi ha apertamente parlato di “incomprensioni” fra la politica ticinese e il mondo universitario. Non è difficile immaginarlo. Non lo è per quanto detto sin qui. Il fatto è che si parlano con linguaggi diversi. Gli accademici (svizzeri e non) sanno che non si possono considerare l’istruzione (tutta, dall’obbligo in su) e la ricerca scientifica con gli stessi criteri utilizzati per valutare la produzione della ricchezza materiale, perché se la seconda genera profitti finanziari le prime due prosperano là dove regna il confronto, la contraddizione, l’alterità, il dubbio, l’incertezza e persino il caos (creativo). Da qui il bisogno di libertà, che non significa estraneità dal contesto in cui si opera ma piuttosto possibilità di volare là dove è necessario per meglio attrezzare le intelligenze del domani. Il problema, se così si può dire, ancora una volta ha a che fare con l’autorevolezza. Che è amica della forza e della maturità. Senza queste, la politica si sentirà sempre nuda di fronte al mondo accademico, ma a pensarci bene anche all’intera società che pretende di rappresentare.

21.11.2017, 08:012017-11-21 08:01:07
Luca Berti @laRegione

Apprendisti portieri dell’era digitale

Il digitale ha cambiato tutto, dappertutto. È una di quelle rivoluzioni epocali, pervasive, capaci di modificare la vita in contesti diversissimi e di farlo a livello...

Il digitale ha cambiato tutto, dappertutto. È una di quelle rivoluzioni epocali, pervasive, capaci di modificare la vita in contesti diversissimi e di farlo a livello planetario. Ce ne sono state poche così e soprattutto ce ne sono state poche (nessuna, vien da dire) tanto veloci come questa: dal primo personal computer agli smartphone in quarant’anni, con gli ultimi tre lustri che hanno portato novità a ritmi praticamente annuali.

Ed è forse questo il gran problema della rivoluzione digitale: offre a tutti grandissime potenzialità, ma lo fa in un tempo che non è fisiologico, né per l’essere umano né per la società da lui creata. Persino la rivoluzione industriale aveva dato modo a chi aveva appreso un mestiere di finire la propria vita professionale praticandolo. Oggi non è più così e il “semplice” arrivo dei computer ha determinato importantissimi cambiamenti nel mondo del lavoro e da lì in poi numerosi altri.

Così a prevalere nelle persone travolte da questo uragano è la fisiologica paura dell’ignoto, del cambiamento. La paura di lasciare le abitudini consolidate in decenni a favore di una nuova via. Ben vengano quindi iniziative come quella odierna: il primo ‘digital day’ elvetico dove una trentina di aziende, assieme ai consiglieri federali Doris Leuthard e Johann Schneider-Ammann, vogliono mostrare alla popolazione cosa significhi l’era digitale per la nazione e per i suoi cittadini. Un momento di riflessione, utile anche solo per capire che il cambiamento, oltre a molti rischi, è pure foriero di opportunità. Un istante di pausa per realizzare che fermarsi, magari perché paralizzati dal terrore, non è la soluzione, ma semmai il modo migliore per farsi travolgere. Perché continuare a fare le cose come si sono sempre fatte, aspettando che passi la moda del momento, dev’essere più o meno quello che si sono detti gli ultimi carrettieri quando si vedevano sorpassare dalle nuove locomotive a vapore. Solo che adesso i treni viaggiano a 300 chilometri all’ora e le novità alla velocità della luce.

Il discorso vale anche e soprattutto per il mondo dei media, confrontato come non mai con un panorama in rapidissimo mutamento, dove non solo cambia il modo di lavorare, ma anche gli strumenti che il pubblico usa per fruire dell’informazione. Ben inteso: che i vecchi mezzi di comunicazione siano morenti è tutto da vedere, ma non accorgersi che qualcosa è pesantemente diverso da prima vorrebbe dire non riuscire più a raggiungere il pubblico.

Per riuscire nell’esercizio serve la volontà di rimettersi in gioco, di capire cosa sta cambiando e come cambiare con la corrente. In redazione da qualche tempo, con il coraggio e l’impegno di tutti i colleghi a tutti i livelli, il confronto sulla questione è giornaliero, ragionato, generale nel tentativo di cogliere le sfumature del nuovo corso in modo da proporre un prodotto che non sia solo professionale e ineccepibile per i canoni del buon giornalismo, ma anche capace di raggiungere chi ci legge secondo le modalità che egli sceglie abitualmente. L’esercizio è continuo e costante, anche perché i cambiamenti nel quadro generale delle cose lo sono. Siamo tutti un po’ apprendisti in costante formazione; siamo tutti un po’ come portieri durante un rigore: prima o poi bisogna decidere dove tuffarsi. Bisogna farlo a intuito, cogliendo quei piccoli segnali che l’attaccante si lascia sfuggire, evitando però di aspettare troppo. Perché una volta calciato è sì facile sapere dove finirà il pallone. Ma a quel punto potrebbe essere impossibile raggiungerlo.

21.11.2017, 05:402017-11-21 05:40:19
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

20.11.2017, 08:152017-11-20 08:15:00
Roberto Antonini

Schiavi vendonsi

C’è voluto un reportage della rete televisiva Cnn per riportare i riflettori sull’incubo che per decine di migliaia di persone si sta consumando nel Mediterraneo meridionale. Le voci, i sospetti, i...

C’è voluto un reportage della rete televisiva Cnn per riportare i riflettori sull’incubo che per decine di migliaia di persone si sta consumando nel Mediterraneo meridionale. Le voci, i sospetti, i mormorii, si sono tramutati in certezza. Impossibile per chiunque ora dire “non sapevamo”.

I negrieri arabi non appartengono più unicamente alla storia del Medioevo nordafricano. L’esistenza di un mercato di essere umani in Libia è ormai provata: la schiavitù è una realtà del nostro secolo. Migranti che non ce la fanno a varcare il Mediterraneo a bordo dei barconi, fermati dalle guardie costiere libiche e poi finiti di nuovo nelle mani di trafficanti senza scrupoli che li vendono a proprietari terrieri.

La vita di un uomo vale circa mille dinari, più o meno 700 franchi. Quella di eritrei e somali un po’ di più: le loro famiglie hanno spesso potuto riparare in Europa, hanno dunque maggiori disponibilità. Si batte all’asta forza lavoro. Un viaggio al termine della notte (non inedito in realtà, basta saper ascoltare le parole di molti profughi giunti anche da noi) che non può lasciare indifferenti. L’accordo tra Unione europea e Libia (l’Europa collabora con Tripoli affinché le guardie costiere libiche impediscano ai gommoni di raggiungere le acque internazionali) ha spostato a sud la questione migranti con il chiaro obiettivo di sottrarla al vecchio continente.

Il governo libico di unione nazionale (Gna) che gestisce una ventina di centri di detenzione, di fronte alle denunce giornalistiche e delle Ong (in particolare Medici senza frontiere, in prima fila in questa ennesima battaglia) ha ora aperto un’inchiesta. Come se le autorità non fossero state al corrente di pratiche che – stando a innumerevoli testimonianze – sono molto diffuse. Come se ignorassero le condizioni di vita insostenibili nei campi di detenzione, hangar, capannoni e vecchie officine in disuso – dove sono intasati 20mila migranti.

Sulla scorta delle denunce della Cnn, alcuni giornali, come il francese Le Monde, rompono ora il velo di indifferenza con inchieste circostanziate su questi centri di detenzione ufficiali: sovrappopolamento, razioni alimentari inferiori alle 800 calorie, profughi costretti per l’assenza di gabinetti a fare i propri bisogni negli spazi dove devono poi dormire, malattie respiratorie, diarree letali, scabbia diffusa ovunque, mancanza di acqua potabile, parti ad alto rischio, senza assistenza medica.
Profughi venduti dalle guardie alle milizie che poi li trasferiscono nei campi illegali per rivenderli a loro volta come schiavi. Torture sistematiche. Donne costrette a prostituirsi per poter ritrovare la libertà. Nessuno sapeva nulla?

Certo è che quanto succede dovrebbe pesare come un macigno sulla coscienza europea. L’alto commissariato per i diritti umani, il giordano Zeid Raad Al Husseini punta il dito contro l’atteggiamento considerato pilatesco dell’Ue. Che, spinta dalla crescente ondata di indignazione, rispolvera ora i propri valori e chiede a Tripoli di chiudere i centri di detenzione e di aprire centri di accoglienza che garantiscano standard umanitari accettabili. Perché, come afferma il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, non si possono sacrificare i diritti umani sull’altare della lotta contro l’immigrazione illegale. È in gioco la vita di decine di migliaia di persone. E pure la ragion d’essere morale del nostro continente.

20.11.2017, 05:402017-11-20 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

18.11.2017, 08:552017-11-18 08:55:00
Claudio Lo Russo @laRegione

Mettendo al centro il futuro

Accade a tutti prima o poi di rendersi conto con un certo sgomento che ci si sta ripetendo. In genere lo sconcerto è del tutto giustificato, e non prefigura niente di buono. Non è però...

Accade a tutti prima o poi di rendersi conto con un certo sgomento che ci si sta ripetendo. In genere lo sconcerto è del tutto giustificato, e non prefigura niente di buono. Non è però detto che si debba abdicare alla coltivazione di un moderato ottimismo verso le proprie facoltà mentali. Ci si ripete, a volte, semplicemente perché ci si è imbattuti in un’evidenza, un dato di fatto, una più o meno grande verità. Che merita di essere ricordata o ribadita, confidando più nella forza del suo messaggio che non nella nostra modesta capacità di penetrarla e condividerla con il prossimo.

Senza particolari meriti personali, mi sono imbattuto in questa riflessione grazie a Castellinaria, festival internazionale del cinema giovane. La sua anima – la sua verità – da trent’anni sta nel fatto di porre al centro i giovani, il loro sguardo e il loro vissuto, la loro intelligenza. Soprattutto, di dare loro fiducia, mettendo sul piatto delle occasioni di scoperta che, paradossalmente, nella società del possesso facile sono sempre più spesso negate loro, precluse da una cultura della “medietà” (o mediocrità), che tende a farne quando non efficienti produttori di cose, almeno infaticabili consumatori.

Castellinaria li mette al centro. Anzitutto presentando film che parlano di loro, in cui possibilmente ritrovare il loro mondo in forma non banalizzata né manipolatoria, come spesso si rivela una certa industria culturale, interessata più che altro a monetizzare l’investimento in “temi giovani”. Non solo, il festival offre loro diritto di parola, come raramente accade (e accadrà) nella loro quotidianità; li invita a esprimere un punto di vista, a riflettere su ciò che hanno visto, su ciò che ha suscitato in loro in termini emotivi e intellettuali; li invita ad assumersi la responsabilità di un pensiero loro, tutto loro, critico, autentico, potente.

A molti ancora sfugge, ma è utile ricordare che a Castellinaria le giurie sono composte dai ragazzi. Sono loro a giudicare i film e ad assegnare i premi. E chi li ha intravisti al lavoro, mentre confrontano le reciproche opinioni per approdare a uno sguardo condiviso, sa che lo fanno in modo quanto mai onesto e inflessibile, come nessuna giuria di adulti più o meno celebri (e retribuiti) sa fare in festival ben più grandi. Gli altri, i tanti che assistono alle proiezioni con docenti e compagni di scuola, potranno fare una parte di quel lavoro in aula, dopo la proiezione.

Forse quell’esperienza seminerà in loro qualcosa. La scoperta di una realtà o di una prospettiva che esce dall’ordinario e interroga a fondo, appare quanto mai vitale al tempo dell’impero dell’omologazione, inconsapevole e acritica.

18.11.2017, 08:152017-11-18 08:15:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Piazza finanziaria fragilizzata

I tempi d’oro della piazza finanziaria ticinese, è noto, sono finiti da tempo. La struttura bancaria, come emerge dall’ultima statistica molto dettagliata resa nota negli scorsi giorni...

I tempi d’oro della piazza finanziaria ticinese, è noto, sono finiti da tempo. La struttura bancaria, come emerge dall’ultima statistica molto dettagliata resa nota negli scorsi giorni dal Centro di studi bancari di Vezia, si è ulteriormente indebolita. Alla fine del 2016 mancavano all’appello altri quattro istituti che hanno o lasciato il Ticino (Lombard Odier; Maerki Baumann & Co. e Banque Heritage) oppure sono stati acquisiti da un’altra realtà (Société générale di Lugano rilevata dalla Axion Swiss Bank). In totale quindi erano presenti 45 banche, quando un anno prima erano ancora 49 e dieci anni prima – a questo punto un’era geologica fa – 77 banche.

Con il processo di razionalizzazione del mercato è proseguito anche quello dell’occupazione diretta: a fine 2016 erano 5’894 i dipendenti delle banche, mentre un decennio fa erano 7’538. In totale sono andati perduti 1’644 posti di lavoro, cifra che non comprende ancora gli esuberi degli scorsi mesi della Bsi che nel frattempo – dopo il pasticciaccio brutto di Singapore – è stata integrata da Efg International.

Per certi versi un consolidamento del settore non è sempre negativo, in quanto pone le premesse per strutture aziendali più solide e quindi in grado di creare ulteriore occupazione e valorizzare le competenze esistenti. In un periodo storico caratterizzato dal calo della raccolta dei capitali – soprattutto quella crossborder – e dalla pressione regolatoria nazionale e internazionale, il rischio è invece, paradossalmente, quello di un’accresciuta frammentazione: lo dimostrano i dati in crescita del parabancario, con aziende (un migliaio tra gestori di patrimoni, di fondi e consulenti) che danno lavoro a 2’554 addetti. Strutture composte in media da 2,5 persone, che sono il risultato del processo di ristrutturazione a cui è stata sottoposta l’intera piazza finanziaria nell’ultimo decennio e che dimostrano l’incertezza strategica verso cui naviga il settore. Parecchie figure professionali espulse in questi anni dal sistema bancario classico si sono ritrovate di fatto a reinventarsi un lavoro in un ambito toccato parzialmente dalle riforme ma che in un prossimo futuro sarà costretto a riorganizzarsi. Il parabancario ha avuto un ruolo per così dire di ammortizzatore sociale, evitando di far aumentare il numero degli iscritti alle liste di collocamento ma prima o poi i nodi potrebbero venire al pettine.

Se a questo aggiungiamo anche l’avvento della digitalizzazione, un’evoluzione sì naturale dell’economia ma che sta avvenendo a una velocità tale che potrebbe lasciare dietro di sé – metaforicamente – molti morti e feriti, si ha un quadro ancora più chiaro dell’estrema fragilità del comparto. René Chopard, direttore del Centro di studi bancari, parla giustamente di una piazza “stretta tra l’evoluzione tecnologica ‘apolide’ e le dinamiche normative nazionali e internazionali” che stanno ridisegnando il sistema finanziario ticinese dall’esterno. Insomma, il cambiamento di paradigma (la fine del segreto bancario) è stato di fatto imposto da fuori e mal sopportato dagli attori locali. In passato sono state spese troppe risorse ed energie per cercare di rallentare cambiamenti legislativi che erano nell’aria da anni e adesso che tutto è avvenuto ci si trova – più che nel resto della Svizzera – spaesati e spiazzati dagli avvenimenti. Sarebbe stato meglio pensare per tempo di riorientare il settore, troppo dipendente dal mercato italiano. Le idee non dovrebbero mancare.

18.11.2017, 05:402017-11-18 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

17.11.2017, 14:042017-11-17 14:04:59
Matteo Caratti @laRegione

I giunchi, la piena e la politica bella

Dopo la riflessione sul caso Mirra e altri pezzi d’autore – che dalla concretezza di un fatto di cronaca risalgono ai principi e valori fondanti il nostro stare assieme – lo...

Dopo la riflessione sul caso Mirra e altri pezzi d’autore – che dalla concretezza di un fatto di cronaca risalgono ai principi e valori fondanti il nostro stare assieme – lo storico Andrea Ghiringhelli torna oggi sul famoso invito ‘Indignatevi’ dell’intellettuale francese Stéphane Hessel. In questi anni, più volte, ci siamo chiesti perché mai gli attori protagonisti sul palcoscenico della politica fatichino così tanto a reagire di fronte a uno scandalo, mentre l’opinione pubblica guarda attonita e scrolla il capo, aspettando un cenno. Qualcuno che sulla scena dica: “Signori, così non va”. Un tempo il cittadino manifestava il proprio dissenso ‘solo’ sui giornali. Ma era necessario un certo impegno nel prendere penna e calamaio, lettera e francobollo. Oggi lo può invece fare più agilmente e palesemente attraverso i social. Senza alcun dubbio l’indignazione può quindi correre e travolgere con maggior potenza chi si trova nell’occhio del ciclone e finge di essere altrove, risultando molto più visibile. Eppure… se pensiamo al Ticino degli ultimi mesi, taluni politici sotto tiro non è che abbiano mutato più di tanto il loro atteggiamento. Tirano diritto, si giustificano, si autoassolvono, puntano il dito verso altri. Il tutto restando ben attaccati alla cadrega: come se nulla fosse, come se lo scranno fosse spalmato di Cementit. Perché mai? Perché vale sempre la logica del “piegati, o giunco, che passa la piena”. Essi continuano così a speculare sul fatto che una polemica non possa durare troppo a lungo. Prima o poi intervengono noia e disattenzione, l’importante è rimanere in sella fintanto che i venti spirano tempestosi. Poi, anche fatti più scandalosi lentamente iniziano a non apparire più tali.

Cosa genera questo atteggiamento? Il crescente distacco dei cittadini da certa politica. Ecco perché le percentuali di taluni partiti finiscono per assottigliarsi. Infatti, se dopo un po’ nessuno più protesta o s’indigna, è solo perché, deluso e amareggiato, ha deciso di volgere sguardo e interessi da un’altra parte, magari a qualche altro orticello. Nella peggiore delle ipotesi il deluso stacca la spina e va a infoltire la fitta schiera degli indifferenti, di coloro che finiscono per rinunciare persino a esercitare quel sacrosanto diritto/dovere di voto. “Perché tanto – già sentite frasi del genere? – decidono e fanno quello che vogliono!”.

È quindi vitale per la democrazia, se è necessario indignarsi, di tornare a farlo, ma poi anche di incanalare la delusione in energia positiva, impegnandosi affinché le cose cambino. Quei politici-giunchi raddrizzati, che predicano bene e razzolano male, vanno messi in discussione e, se del caso, sostituiti alle urne. Ma non va dimenticato anche di impegnarsi concretamente come singoli cittadini intervenendo nel dibattito sui grandi temi del nostro tempo. Temi grandi e grandissimi. Uno fra tutti, che sta prepotentemente tornando in auge, è quello del mito della crescita continua, fondato sull’esigenza che l’economia debba produrre sempre più consumi (e se necessario sempre più debiti); insomma quello di una crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite. Un tema forte, che tocchiamo con mano nelle sue derive anche qui da noi. Ad esempio col traffico e l’inquinamento in continua ascesa. Fino a quando continueremo ad allargare strade, autostrade e gallerie, sperando nella pioggia e nel vento, quando arrivano i picchi di ozono e di polveri fini? Ecco perché è bene indignarsi, ma allo stesso tempo farsi sentire, affinché alcuni importanti dati fondamentali e fondanti il nostro stare assieme cambino davvero, grazie alla spinta dal basso. Non disarmiamo, indigniamoci e agiamo. Questa – e non quella dei cadreghini – è la politica bella.

17.11.2017, 05:402017-11-17 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

16.11.2017, 08:252017-11-16 08:25:00
Simonetta Caratti @laRegione

Il Bill Gates locale ancora non c’è

In un cantone dove per decenni il mantra collettivo è stato il posto fisso e sicuro in banca, nello Stato o nel parastato, poche mosche bianche rischiavano di mettersi in...

In un cantone dove per decenni il mantra collettivo è stato il posto fisso e sicuro in banca, nello Stato o nel parastato, poche mosche bianche rischiavano di mettersi in proprio. I tempi sono cambiati, ma in Ticino non si respira ancora davvero una cultura imprenditoriale, anzi spesso sono proprio i genitori a spingere i figli verso diplomi considerati (spesso a torto!) sicuri.

Ora lo sappiamo, tutto cambia velocemente: chi ha iniziato a studiare economia anni fa, oggi si ritrova un panorama completamente cambiato, il sistema bancario è a dieta (vedi pag. 9).

L’incertezza è generale, diffusa e riguarda vari settori. Ed è proprio questa nuova fame di impiego che sta facendo germogliare un timido spirito imprenditoriale in Ticino. C’è chi tenta di creare qualcosa dal nulla, di inventarsi un lavoro. “Spesso come ripiego, non come scelta”, commenta il prof. Siegfried Alberton del Dipartimento di economia aziendale, sanità e sociale della Supsi.

È un primo passo e le idee non mancano come raccontiamo alle pagine 2 e 3.
Infatti negli uffici del Centro promozione Start-up (Usi/Supsi) a Lugano arrivano ogni settimana nuovi progetti.

Va poi detto che gli aiuti statali sono numerosi e assai articolati sia per chi vuole mettersi in proprio (anche se aumentano i fallimenti in Ticino: già 124 imprese costrette a chiudere nei primi 4 mesi del 2017) sia per chi vuole trasformare un’idea innovativa in un’azienda.

Si investono parecchi soldi ed energie. Inoltre, se la riforma cantonale fiscale sarà accettata ci saranno anche sgravi fiscali per chi investe nel capitale di rischio di aziende innovative.

Insomma, lo Stato sta seminando parecchio per far crescere aziende innovative con un impatto internazionale e per tenerle qui.

Questo è un bene perché la realtà industriale sta cambiando velocemente e stare fermi significa affondare. I risultati? Fino ad ora, tante belle idee, ma nessun Bill Gates in salsa ticinese.

Ma non dobbiamo essere precipitosi. Quando si semina, ci vuole pazienza e tenacia, ma anche tanta attenzione per non trasformare la ricerca di idee innovative in un macchinoso e costoso business delle start-up, che alimenta soprattutto chi ci gravita, senza troppe ricadute sul territorio.

Chi oggi cerca di trasformare la sua idea innovativa in azienda è contento degli aiuti statali, che siano consulenze specializzate o altro, ma per tutti il vero scoglio è e rimane il capitale finanziario per avviare l’attività. È così malgrado si parli di forme alternative al classico finanziamento bancario, come ‘business angel’, ‘venture capital’ e ‘private equity’.

Chi investe in un’attività non è un giocatore di azzardo, lo fa se ha una ragionevole possibilità di guadagno nel giro di un anno. Di regola poi, le banche investono soprattutto nella crescita di aziende già consolidate. Inoltre il Ticino – nonostante ottime eccezioni come Irb o l’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale – rimane una piccola realtà che non vanta il substrato accademico di Zurigo, dove c’è un Politecnico federale che primeggia nelle graduatorie internazionali e attira parecchi fondi per la ricerca.

Chi non ha troppi fondi ma una buona idea deve dunque accettare di condividerla con un centro di ricerca o consulenti specializzati e sperare così di realizzarla. Ma è un messaggio che a volte fatica a passare, c’è il timore di venire ‘gabbati’. E così l’idea rischia di rimanere nel cassetto per paura di essere copiati.

16.11.2017, 05:402017-11-16 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

15.11.2017, 08:312017-11-15 08:31:25
Aldo Sofia

Dopo la guerra un’altra guerra

C’è la guerra dopo una guerra. In quella ampia striscia di Medio Oriente che dall’Iran e dall’Anatolia turca scende verso Gaza e oltre, questa è la regola da almeno un secolo. Finita (...

C’è la guerra dopo una guerra. In quella ampia striscia di Medio Oriente che dall’Iran e dall’Anatolia turca scende verso Gaza e oltre, questa è la regola da almeno un secolo. Finita (davvero?) l’offensiva dell’Isis e contro l’Isis; finita (davvero?) la tragedia siriana, un altro conflitto si sta predisponendo nella micidiale e generale rissa di una regione perennemente priva di stabilità. Si sapeva: “normalizzare” la Siria col fuoco e col sangue e (forse) sconfiggere i non irresistibili tagliagole di Al Baghdadi non avrebbe affatto liberato il campo dai volonterosi signori della guerra. Anzi, li avrebbe schierati uno di fronte all’altro, senza più false intermediazioni.

Ora ci siamo. Sunniti e sciiti, Arabia Saudita e Iran, si avvicinano a grandi passi verso l’orlo del baratro. Che potrebbe rivelarsi ancor più tragico di tutti i drammi recentemente messi in scena nella regione. C’è l’indiscutibile attivismo di Teheran; ma, soprattutto, c’è l’impaurita reazione di Ryad, intenzionata a ristabilire un’autorità politico-religiosa che negli ultimi anni è stata progressivamente corrosa da contestazioni non solo interne. Una restaurazione incoraggiata dagli Stati Uniti di Donald Trump. Il quale, spezzato l’esercizio di equilibrismo tentato da Obama in qualche modo “riabilitando” il dialogo con i successori di Khomeini (che ha condotto all’accordo sul nucleare), ha gettato tutto il peso della potenza americana sul piatto saudita dell’instabile bilancia.

Operazione di cui si è auto-attribuito la gestione il giovane erede al trono Mohammed bin Salman, che in una sorta di “notte dei lunghi coltelli” ha scavalcato gli ultraottantenni della dittatura wahabita e alcuni principi sgraditi, accusati di corruzione, e finiti nelle patrie e sembra dorate galere.
L’ultimo terreno di confronto e scontro scelto dal nuovo uomo forte di Riad è il Libano. Non a caso. L’ex Svizzera del Medio Oriente (una definizione che in realtà non ha mai corrisposto alla sostanza e ai profondi squilibri del puzzle libanese) è un mosaico inter-etnico e inter-religioso fragilissimo; da decenni prigioniero delle ambizioni annessionistiche della Siria e della potenza militare di Israele; nazione pacificata nelle sue componenti sunnite, sciite, cristiane da un accordo di coabitazione di cui gli Hezbollah filo-iraniani sono parte imprescindibile.

Accade dunque che il primo ministro libanese Saad Hariri, capofila della comunità sunnita – il padre Rafik assassinato 12 anni fa per mano siriana –, cittadino libanese ma con passaporto anche saudita, annunci improvvisamente da Riad le sue dimissioni, accusando Teheran di voler destabilizzare il Paese dei cedri servendosi appunto dell’Hezbollah sciita. Dimissioni che, secondo più di un osservatore, gli sono state praticamente imposte dall’Arabia Saudita. Obiettivo, provocare un casus belli nei confronti di Teheran. Operazione che, secondo gli ultimi sviluppi, potrebbe anche non riuscire. Ma che illustra perfettamente la strategia di Riad, priva di una forza militare all’altezza delle sue ambizioni: creare nei confronti dell’Iran una tensione che, se portata ai limiti estremi, costringerebbe Stati Uniti e soprattutto Israele ad intervenire, replicando quella guerra per procura già sperimentata in Siria e che nel caso del Libano sarebbe ancora più incendiaria.

La miccia libanese rimane cortissima. Per capirlo basta riflettere sulle parole del premier Netanyahu: “Se arabi e Israele sono d’accordo contro Teheran, il mondo dovrebbe ascoltare”. L’irresponsabilità al potere.

15.11.2017, 05:402017-11-15 05:40:24
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

14.11.2017, 08:292017-11-14 08:29:45
Aldo Bertagni @laRegione

La casa azzurra e il bene superiore

La politica e gli uomini del secolo scorso sapevano che sopra ogni cosa c’era il “bene superiore”, ovvero la salvaguardia di valori e principi che saldano, tengono insieme, una...

La politica e gli uomini del secolo scorso sapevano che sopra ogni cosa c’era il “bene superiore”, ovvero la salvaguardia di valori e principi che saldano, tengono insieme, una comunità non importa per quale scopo e per quale bandiera. E in nome di quel bene si sacrificava tutto, anche (in particolare) le ambizioni personali. Con il ridimensionamento dei cosiddetti corpi intermedi – fra cui i partiti – e l’epifania della personalizzazione che si fa tutt’uno con il corpo del leader a scapito del corpo del partito, il bene superiore si è assai ridimensionato, per non dire diluito nel mondo della comunicazione dove peraltro non vi è mediazione di sorta e dunque ogni cittadino può vedere e “toccare” il corpo del capo. Che quando cade in disgrazia si porta appresso inesorabilmente l’intero partito, che pur ancora esiste e serve per gestire il potere (benché se ne dica).

Quanto sin qui premesso è molto chiaro nella testa di chi oggi ha a cuore le sorti del Ppd e sta riflettendo – al di là delle comprensibili difese d’ufficio – su come uscire dal tunnel in cui si sono ficcati il presidente cantonale e il consigliere di Stato popolari democratici con la vicenda “Argo 1”. Perché, comunque la si pensi, a un anno e mezzo dalle elezioni cantonali (e a sei mesi dalla riflessione sulle liste) non si può certo far finta che niente sia successo. La pancia del partito è disorientata, smarrita, e ne ha motivo. Perché un conto è difendere legittimamente la propria persona da accuse considerate magari infondate o inconsistenti, altra cosa è fare politica chiedendo fiducia in un momento in cui tutto o quasi ti gioca contro e mettendoci la faccia che, proprio perché più esposta del passato, non è più soltanto la tua ma è altresì la faccia dell’intero partito. Diciamola più esplicitamente. Chi oggi guarda negli occhi Paolo Beltraminelli e Fiorenzo Dadò vede sì due uomini, ma anche e soprattutto il Ppd. Perché entrambi sono di fatto, nei contenuti e nella sostanza, il partito popolare democratico ticinese così come gli altri leader cantonali rispetto al proprio partito di riferimento.

Se dunque i leader (presidente cantonale e consigliere di Stato) sono il partito, oggi più di ieri, a maggior ragione il bene superiore deve prevalere sulle esigenze e ambizioni del singolo. Per garantire quei valori e quei principi che – per fortuna – hanno camminato nella storia grazie a molte teste e altrettante gambe. Non sarebbe male che si tornasse a parlare anche di “spirito di servizio”, vale a dire l’impegno politico del singolo come onere e onore a disposizione della comunità. Ci sono momenti in cui fare un passo indietro è più onorevole che restare aggrappati al nulla, all’illusione di un prestigio autoreferenziale.

Poi certo, lo sappiamo, in tempi di specchi e immagini riflesse ogni dove, scendere dal palco non è cosa facile. Come non è facile per il partito, in questo caso il Ppd, trovare in tempi rapidi valide alternative. Per quanto c’è chi già ha conosciuto (in tempi recenti) il sapore della sconfitta ed è senz’altro pronto a rimettersi a disposizione per il “bene superiore”. Appunto. Magari questa volta direttamente a Palazzo delle Orsoline, anche perché è l’unica vera macchina di voti che il Ppd possa ancora lanciare in pista. Nel frattempo, non più tardi di ieri sera ai microfoni della Rsi, c’è chi (Fabio Regazzi, consigliere nazionale, e Giovanni Bruschetti, sindaco di Massagno) ha chiesto esplicitamente al presidente del partito di prendere atto delle difficoltà in corso. Dette in televisione, sono parole pesanti come macigni.