Scienze

14.7.2017, 15:432017-07-14 15:43:25
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Sciame di particelle solari: domani problemi per radio e cellulari

Come previsto la gigantesca macchia comparsa sul Sole è diventata irrequieta e ha prodotto un'esplosione che ha scagliato uno sciame di...

Come previsto la gigantesca macchia comparsa sul Sole è diventata irrequieta e ha prodotto un'esplosione che ha scagliato uno sciame di particelle che è diretto verso la Terra. Potrebbe colpire il nostro pianeta domani, generando una tempesta magnetica di media intensità che potrebbe causare problemi alle comunicazioni radio e ai satelliti.

Lo ha detto all'Ansa Mauro Messerotti, dell'Osservatorio di Trieste dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), consigliere per lo spaceweather della direzione scientifica dell'Inaf, e dell'università di Trieste. La macchia, che si chiama AR2665 ed è grande quanto Giove, ha generato una esplosione, ossia un brillamento.

Osservata dal satellite Sdo (Solar Dynamics Observatory) della Nasa, l'esplosione, ha spiegato Messerotti, ''ha emesso raggi X e protoni, cioè particelle elettricamente cariche, e una bolla di plasma''. I protoni, ha aggiunto, hanno già colpito gli strati superiori dell'atmosfera terrestre e hanno causato disturbi alle comunicazioni radio sull'Oceano Pacifico e soprattutto intorno al Circolo Artico.

La nube invece potrebbe colpire il campo magnetico della Terra domani provocando una tempesta geomagnetica con problemi ai satelliti, ai sistemi elettrici, e alle comunicazioni radio ai poli e alle latitudini vicine. (Ansa)

12.7.2017, 14:402017-07-12 14:40:00
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Arrivano le previsioni meteo per il mal di testa

Ecco il ’’meteo’’ del mal di testa: un calcolo per predire gli attacchi "del giorno dopo". E’ stato messo a punto da Tim Houle, del Massachusetts General Hospital:...

Ecco il ’’meteo’’ del mal di testa: un calcolo per predire gli attacchi "del giorno dopo". E’ stato messo a punto da Tim Houle, del Massachusetts General Hospital: si tratta di un modello basato sulla misura dello stress quotidiano per prevedere futuri attacchi di emicrania in coloro che ne soffrono di frequente.

I risultati, presentati sulla rivista Headache, suggeriscono che potrebbe essere possibile prevedere gli attacchi di domani basandosi sullo stress di oggi. Per costruire il modello gli esperti hanno coinvolto 95 individui e raccolto dati relativi a 4'195 giorni; ciascuno in media ha avuto attacchi di mal di testa 1'613 giorni (38,5%).

E’ emerso che la probabilità di un attacco aumenta al crescere degli eventi stressanti del giorno precedente e anche della percezione soggettiva dello stress da parte di ciascun paziente. Sulla base dei dati analizzati i ricercatori hanno costruito il modello per fare il calcolo. Secondo gli esperti quando si arriverà ad un modello sufficientemente accurato lo si potrà usare per fare una vera programmazione delle terapie, e quindi per prevenire tout court gli attacchi con farmaci ad hoc. (Ats)

12.7.2017, 13:232017-07-12 13:23:28
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I muscoli? Questione di geni

Identificati i geni "Braccio di Ferro": sono quelli che influenzano la forza e le prestazioni dei muscoli. Isolati sulla base di un’analisi che ha coinvolto quasi 200.000 persone,...

Identificati i geni "Braccio di Ferro": sono quelli che influenzano la forza e le prestazioni dei muscoli. Isolati sulla base di un’analisi che ha coinvolto quasi 200.000 persone, potrebbero aiutare a individuare nuovi trattamenti per prevenire o trattare la debolezza muscolare.

Annunciata su Nature Communications, la scoperta si deve al gruppo coordinato da Dan Wright, dell’università britannica di Cambridge. ’’Il gran numero di individui alla base dello studio è stata una potente risorsa per identificare i geni coinvolti in tratti complessi come la forza muscolare, e ci aiuta a comprendere il loro ruolo nella salute’’, ha detto Wright.

I ricercatori hanno utilizzato i dati relativi a 140.000 persone che hanno partecipato allo studio sul Dna dei britannici UK Biobank, promosso Consiglio britannico per Ricerca medica (Mrc) e dalla Fondazione Wellcome Trust, insieme ai dati di altri 50’000 individui di Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca e Australia.

Così è stato possibile identificare 16 varianti genetiche associate alla forza muscolare. Molte di esse si trovano in prossimità di geni noti sia per il loro ruolo in processi biologici legati alla funzione muscolare, compresa la struttura delle fibre muscolari e la comunicazione del sistema nervoso con le cellule dei muscoli, sia per il loro ruolo in sindromi caratterizzate dalla compromissione della funzione muscolare.

Da tempo i genetisti sospettavano che dietro la variazione della forza muscolare e delle prestazioni dei muscoli ci fosse anche lo "zampino" dei geni. Adesso che sono state scoperte le varianti genetiche collegate alla forza, secondo Robert Scott, del Mrc, ’’potrebbe essere stato fatto un passo importante per l’individuazione di nuovi trattamenti per prevenire o trattare la debolezza muscolare’’ e anche il rischio di frattura, perché è stato visto che una maggiore forza muscolare riduce il rischio di frattura. (Ats)

10.7.2017, 11:012017-07-10 11:01:30
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Senza stress l'Alzheimer rallenta: parte la sperimentazione

Al via in Australia, Usa e Gran Bretagna un trial clinico molto promettente per combattere l'Alzheimer, con un farmaco che - a detta dei ricercatori...

Al via in Australia, Usa e Gran Bretagna un trial clinico molto promettente per combattere l'Alzheimer, con un farmaco che - a detta dei ricercatori coinvolti nelle sperimentazioni - potrebbe dare risultati nel giro di soli tre mesi di terapia.

Secondo quanto riferisce online il grande network australiano "9news" (http://www.9news.com.au/), si tratta di "Xanamem", un farmaco che blocca la produzione da parte dell'organismo del principale ormone dello stress, il cortisolo, che si ritiene coinvolto nello sviluppo della demenza di Alzheimer.

Si tratta di una sperimentazione di fase II che prende le mosse da una ricerca pubblicata qualche mese fa sul British Journal of Pharmachology da Scott Webster dell'Università di Edimburgo. (ansa)

6.7.2017, 15:052017-07-06 15:05:03
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Scoperta al Cern la particella che 'incolla' la materia

Scoperta al Cern la particella Xi: inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la ’colla’ che tiene unita la materia, ossia per capire una delle quattro...

Scoperta al Cern la particella Xi: inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la ’colla’ che tiene unita la materia, ossia per capire una delle quattro forze fondamentali della natura: la forza forte. La scoperta, annunciata nella conferenza della Società Europea di Fisica in corso a Venezia e in via di pubblicazione sulla rivista Physical Review Letters, è avvenuta grazie all’acceleratore più grande del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc).

Vista dall’esperimento chiamato Lhcb, la particella appartiene alla famiglia dei barioni, la stessa di cui fanno parte protoni e neutroni che costituiscono la materia visibile, e come tutti i barioni è composta da tre quark. Tuttavia nei barioni finora noti si trova al massimo un solo quark pesante, mentre la particella Xi ha due quark pesanti. "E’ la prima volta che si osserva una particella simile: un barione con due quark pesanti", ha detto Donatella Lucchesi, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e dell’università di Padova e membro della collaborazione Lhcb. "Osservare una particella del genere – ha detto ancora Donatella Lucchesi – è stato possibile grazie alla grandissima quantità di dati che sta producendo l’acceleratore Lhc. Questo – ha rilevato – permette di raggiungere un obiettivo non facile, come è riuscire a riprodurre la materia in tutti i suoi stati possibili".

5.7.2017, 15:342017-07-05 15:34:20
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Vaccini antitumore, prime conferme: sicuri ed efficaci

Sono sicuri i primi vaccini antitumore progettati ’su misura’: è quanto emerge dai risultati ottenuti in due sperimentazioni condotte su piccoli gruppi di...

Sono sicuri i primi vaccini antitumore progettati ’su misura’: è quanto emerge dai risultati ottenuti in due sperimentazioni condotte su piccoli gruppi di persone, negli Stati Uniti e in Germania.

Descritti nell’edizione online della rivista Nature, i vaccini sono stati entrambi progettati per combattere il più aggressivo tumore della pelle, il melanoma, ma lo fanno con armi diverse, che si sono dimostrate sicure nell’uomo agendo in modo personalizzato, ossia colpendo le particolari mutazioni di ciascun individuo e distruggendo le cellule malate senza danneggiare quelle sane.

Dopo una caccia cominciata 20 anni fa, la strategia che punta a scatenare reazioni contro i tumori riaccende adesso la speranza grazie a questi primi risultati positivi. Si tratta di sperimentazioni di fase 1, ossia condotte su piccoli numeri di persone ad alto rischio di melanoma, ed entrambi indicano, come osserva la rivista, che sono "due strategie di vaccinazione personalizzata" che "mostrano di essere sicure e di offrire benefici clinici a pazienti ad alto rischio di melanoma".

La prima ricerca è stata condotta da Catherine Wu, dell’Istituto Dana-Farber per la ricerca sul cancro di Boston, su 20 persone trattate con sostanze progettate su misura per combattere il particolare tumore di ciascun individuo. La seconda ricerca, condotta in Germania e coordinata da Ugur Sahin, dell’azienda BioNTech (Biopharmaceutical New Technologies), ha utilizzato un vaccino terapeutico (ossia un vaccino che viene somministrato a chi ha già la malattia) diretto a colpire le mutazioni avvenute a livello individuale in 13 persone con il melanoma.

Commentando i risultati sulla stessa rivista, Cornelius Melief, dell’università olandese di Leida, ha osservato che per avere una risposta certa riguardo ai vaccini è passare alla seconda fase della sperimentazione, condotta su un maggior numero di persone. (Ats)

2.7.2017, 09:372017-07-02 09:37:45
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Ondate di caldo torrido sempre più probabili, anche in Svizzera. Colpa del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico provocato dall'uomo ha aumentato la probabilità delle ondate eccezionali di calore,...

Il cambiamento climatico provocato dall'uomo ha aumentato la probabilità delle ondate eccezionali di calore, come quella che ha colpito l'Europa nei giorni scorsi, con clima da canicola in Ticino, temperature torride in Italia e l'incendio in Portogallo che ha fatto 64 vittime. Lo sostiene una ricerca del 'World Weather Attribution' (Wwa), una organizzazione internazionale di scienziati che studia l'influenza del cambiamento climatico negli eventi meteorologici estremi.

I ricercatori – scrive l'Ansa – hanno calcolato quanto la crescita dei gas serra emessi dall'uomo (soprattutto anidride carbonica) abbia aumentato le probabilità delle ondate di calore. A loro avviso, il riscaldamento globale ha aumentato di 10 volte le probabilità di un'ondata di caldo eccezionale sull'Europa meridionale e di 4 volte su Inghilterra, Olanda, Francia e Svizzera.

“Abbiamo trovato chiari e forti collegamenti fra il caldo record di giugno e il cambiamento climatico causato dall'uomo”, ha detto Geert Jan van Oldenborgh, del Reale Istituto Meteorologico Olandese.

9.6.2017, 08:552017-06-09 08:55:01
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Misure d'emergenza per la vaquita. Il 'mini delfino' a rischio estinzione: ne restano meno di 30

Nella Giornata mondiale degli Oceani arrivano buone notizie per la salvezza di un rarissimo cetaceo messicano...

Nella Giornata mondiale degli Oceani arrivano buone notizie per la salvezza di un rarissimo cetaceo messicano, la vaquita, di cui restano in natura non più di 30 esemplari. Il Messico ha sottoscritto un accordo con la Fondazione Leonardo DiCaprio e la Fondazione Carlos Slim per l'adozione di misure d'emergenza.

Ne dà conto il Wwf, citato dall'Ansa, che definisce l'accordo un “passo in avanti” nella lotta per questa specie, “drammaticamente vicina al punto di non ritorno dell'estinzione”.

La vaquita è un cetaceo simile alle focene (sembra un mini delfino) che vive nelle acque del Golfo del Messico. Il 90% della specie si è ridotto negli ultimi sei anni per le catture accidentali legate alla pesca di un'altra specie ittica bersaglio, il totoaba. L'accordo siglato dal Messico prevede un divieto permanente sull'utilizzo delle reti da posta - principale causa di morte per le vaquita - e il recupero di tutte le reti "fantasma" abbandonate o perse, nonché lo sviluppo di nuovi strumenti e tecniche di pesca per consentire alle comunità locali di riprendere attività di pesca legali e sostenibili.

7.6.2017, 12:312017-06-07 12:31:40
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Trovato nel cervello l'interruttore della creatività. Per sprigionare il genio occorre zittire la razionalità

Scoperto nel cervello l'“interruttore” per accendere la creatività: in una ricerca su 60...

Scoperto nel cervello l'“interruttore” per accendere la creatività: in una ricerca su 60 individui pubblicata sulla rivista 'Scientific Reports', è stata potenziata la loro “genialità” con una piccola stimolazione (indolore e non invasiva) del cervello che va a sopprimere temporaneamente l'attività di un'area neurale legata a ragionamento e pensiero, la corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra.

Condotto tra Queen Mary University e Goldsmiths University entrambe a Londra, lo studio, citato dall'Ansa, suggerisce che, per liberare la propria creatività e riuscire a risolvere problemi nuovi pensando fuori dagli schemi, bisogna sopprimere le nostre capacità di ragionamento e pensiero razionale. Insomma per sprigionare il genio che è in noi bisogna zittire la razionalità.

Gli esperti hanno testato la stimolazione transcranica (in corrente continua) posando degli elettrodi sulla testa dei partecipanti. In modo del tutto impercettibile, a seconda di come vengono disposti gli elettrodi e del tipo di lieve corrente inviata, la stimolazione va a sopprimere o iperattivare una certa zona del cervello, la corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra appunto. I ricercatori hanno confrontato la stimolazione vera anche con una placebo (finta, inesistente). Ebbene si è visto che solo la stimolazione che sopprime la corteccia prefrontale dorso laterale sinistra accende la capacità creativa e migliora le performance nella risoluzione di problemi difficili per decifrare i quali bisogna andare oltre gli schemi. Al contrario, iperattivando quella parte della corteccia si diventa meno creativi mentre lo stimolo placebo non ha effetti sulla creatività.

I ricercatori hanno anche notato che quando si sprigiona la creatività si diventa al tempo stesso meno capaci di risolvere problemi classici basati su vecchie regole e ragionamento. 

1.6.2017, 16:162017-06-01 16:16:12
laRegione Ticino

Autismo, il rischio nei metalli tossici

L'assorbimento di sostanze tossiche o, al contrario, il mancato assorbimento di nutrienti essenziali nelle ultime fasi della gravidanza, e immediatamente dopo la nascita,...

L'assorbimento di sostanze tossiche o, al contrario, il mancato assorbimento di nutrienti essenziali nelle ultime fasi della gravidanza, e immediatamente dopo la nascita, possono aumentare il rischio di autismo nei bambini. È il risultato di una ricerca pubblicata sulla rivista 'Nature Communications' e condotta al Mount Sinai Health System, negli Usa. Lo studio, basatosi sull'analisi dei denti di due gruppi di gemelli, di cui uno autistico, ha portato gli esperti a supporre che l'esposizione a metalli tossici (per esempio il piombo) in certe fasi dello sviluppo prenatale e l'assorbimento di nutrienti essenziali come zinco e manganese, possono esporre o al contrario proteggere dal rischio di ammalarsi in futuro di autismo. Lo studio dei denti, in effetti, può essere in un certo senso paragonato all'analisi degli anelli della corteccia degli alberi per stabilirne l'età. 

24.5.2017, 17:342017-05-24 17:34:36
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Infertilità maschile: arriva il 'radar' per gli spermatozoi

Per combattere l’infertilità maschile arriva il ’radar’ per gli spermatozoi, un nuovo strumento capace di esaminarli in maniera non invasiva, per...

Per combattere l’infertilità maschile arriva il ’radar’ per gli spermatozoi, un nuovo strumento capace di esaminarli in maniera non invasiva, per tracciarne l’identikit molecolare, distinguendo quelli ’buoni’ da quelli ’cattivi’.

Presentato sulla rivista Molecular Human Reproduction dai ricercatori dell’università britannica di Sheffield, lo strumento potrebbe essere impiegato per diagnosticare le cause della sterilità maschile e per selezionare gli spermatozoi migliori in vista della fecondazione in provetta. "Avere una tecnica capace di esaminare la struttura molecolare degli spermatozoi senza danneggiarli è molto interessante – afferma Allan Pacey, esperto di fertilità all’ateneo di Sheffield – perché la maggior parte delle tecniche che oggi abbiamo a disposizione per analizzare le molecole presenti negli spermatozoi finiscono per distruggerli, usando coloranti o rompendo la loro membrana cellulare per guardare all’interno".

Questo problema è stato superato grazie alla spettroscopia con tecnica di risonanza magnetica, che finora era stata usata solo per esaminare cellule e tessuti colpiti da altre malattie, come i tumori. I ricercatori britannici, invece, l’hanno applicata per la prima volta a spermatozoi umani viventi, opportunamente separati dal liquido seminale per mezzo di una centrifuga.

Grazie a potenti magneti, il ’radar’ colpisce le cellule sessuali maschili con innocui impulsi a bassa energia e ne ’ascolta’ l’eco di ritorno per ricostruire le molecole presenti al loro interno. "Poter distinguere la composizione molecolare è molto importante – commenta il ricercatore Steven Reynolds – perché offre l’opportunità di sviluppare un nuovo marcatore per la diagnosi. In futuro potrebbe permetterci anche di sviluppare specifiche terapie per aiutare gli uomini con spermatozoi problematici". (Ats)

19.5.2017, 18:202017-05-19 18:20:21
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Il livello degli oceani racconta la storia della Terra

Alzandosi e abbassandosi periodicamente durante le ere geologiche, il livello degli oceani scandisce la storia della Terra come un metronomo. Lo raccontano...

Alzandosi e abbassandosi periodicamente durante le ere geologiche, il livello degli oceani scandisce la storia della Terra come un metronomo. Lo raccontano gli strati di sedimenti di cui sono fatti i Pirenei, che rivelano esattamente la successione delle condizioni climatiche e geologiche del passato.

Pubblicata sulla rivista Geology e ripresa dall'Ats, la scoperta si deve ai ricercatori dell’università di Ginevra in collaborazione con quelli dell’università di Losanna.

I ricercatori hanno analizzato le rocce dei Pirenei meridionali. Queste montagne sono caratterizzate dalla successione di strati di rocce che si sono formate nell’Eocene, circa 50 milioni di anni fa, dai sedimenti depositati da 'valanghe' subacquee fatte di sabbia e ghiaia, trasportate dai fiumi. “Abbiamo notato che questi depositi si sono formati periodicamente, circa ogni milione di anni. Ci siamo allora chiesti quali fossero le ragioni di questa ciclicità”, ha rilevato uno degli autori, Sébastien Castelltort, dell’università di Ginevra.

Per scoprirlo i ricercatori hanno analizzato il rapporto tra gli isotopi (varianti dello stesso elemento con differenti pesi atomici) del carbonio. Questo rapporto permette di calcolare quale fosse la quantità di materia organica presente nei sedimenti, che è maggiore quando il livello degli oceani è alto. “Abbiamo raccolto un campione di rocce ogni 10 metri per misurare il rapporto tra il carbonio 13 e il carbonio 12”, ha spiegato un altro autore, Louis Honegger, dell’università di Ginevra. I ricercatori hanno così scoperto che questi cicli di sedimenti sono il prodotto dell’innalzamento e abbassamento del livello del mare. Quando il livello del mare è basso, infatti, i fiumi erodono i loro letti per adeguare il livello della foce. Di conseguenza trasportano più sedimenti che depositano alle pendici dei continenti, creando una valanga di sabbia e ghiaia.

3.5.2017, 18:142017-05-03 18:14:53
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La mamma è la mamma, anche prima di nascere

La carezza della mamma ha un tocco speciale, unico per il suo bimbo, sin da prima di nascere. Già quando è nella pancia, in maniera più marcata in particolare dal terzo...

La carezza della mamma ha un tocco speciale, unico per il suo bimbo, sin da prima di nascere. Già quando è nella pancia, in maniera più marcata in particolare dal terzo trimestre di gestazione, infatti, il piccolo è in grado di riconoscere se chi lo sta accarezzando dolcemente è proprio la sua mamma. E talvolta si avvicina alle pareti dell’utero per ’sentire’ meglio.

È quanto emerge da uno studio della University of Dundee, in Scozia, pubblicato sulla rivista “Infant Behaviour And Development”. Gli studiosi hanno monitorato con video a ultrasuoni tridimensionali la reazione di 28 feti, 15 nel secondo trimestre di gravidanza e 13 nel terzo, in quattro diverse situazioni: quando la pancia veniva toccata dalla madre, dal padre, da un estraneo o non veniva toccata per nulla.

Ecco. La risposta maggiore si è avuta quando a toccarsi la pancia era la mamma piuttosto che il padre o un estraneo, con i feti più grandi che mostravano una reazione più marcata, anche in termini di avvicinamento alle pareti dell’utero. Questa differenza di risposta basata sulle settimane di crescita del feto potrebbe essere dovuta secondo gli studiosi alla maturazione del sistema nervoso centrale e può indicare l’emergere di un’autocoscienza propriocettiva, cioè la capacità di riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio, entro il terzo trimestre.

11.4.2017, 13:212017-04-11 13:21:00
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Metano e vapore: analizzata per la prima volta l'atmosfera di un esopianeta 'simile' alla Terra

Osservata per la prima volta l’atmosfera di un esopianeta roccioso, un “lontano fratello della Terra”, dove...

Osservata per la prima volta l’atmosfera di un esopianeta roccioso, un “lontano fratello della Terra”, dove lontano indica non solo la distanza (una quarantina di anni luce, neppure troppo) ma anche che le somiglianze arrivano fino a unc erto punto, come si dirà.

Ad ogni modo, adesso sappiamo come è composta l’atmosfera di GJ 1132b. Pubblicata sull’‘Astronomical Journal’, la scoperta si deve al gruppo coordinato da Luigi Mancini, dell’Istituto tedesco Max Planck per l’Astronomia a Heidelberg, attualmente all’università di Roma Tor Vergata e all’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), e da John Southworth, dell’Università di Keele. “Finora era stata osservata solo l’atmosfera dei giganti gassosi simili a Giove, esterni al Sistema Solare, adesso per la prima volta abbiamo visto l’atmosfera di un pianeta più piccolo, molto più difficile da individuare” ha detto all’Ansa Mancini.

Il pianeta GJ 1132b è, come accennato, roccioso, con un raggio di 1,4 volte superiore a quello della Terra. Ruota intorno alla stella GJ 1132, un po’ più piccola e fredda del Sole. È stato possibile osservarne l’atmosfera con il telescopio Mpg dell’Osservatorio europeo meridionale (Eso) in Cile, mentre il pianeta passava contro il disco della sua stella. “Quando il pianeta transita davanti alla sua stella ne blocca una piccola frazione di luce”, ha spiegato Mancini. Dalla quantità di luce bloccata “è stato possibile dedurre la dimensione del pianeta, mentre da come la assorbe nelle diverse lunghezze d’onda abbiamo individuato l’atmosfera”. Quest’ultima, secondo le prime analisi, potrebbe essere ricca di vapore d’acqua o di metano. “Potrebbe essere un mondo ricco d’acqua, con un’atmosfera di vapore caldo”, ha rilevato Southworth.

L’acqua esisterebbe solo in forma di vapore perché il pianeta è caldissimo: la temperatura stimata è di circa 300 gradi, dal momento che GJ 1132b è vicinissimo alla sua stella, almeno 100 volte più vicino di quanto la Terra lo sia al Sole. Non è, dunque, un pianeta ospitale, ma essere riusciti a vedere la sua atmosfera è un passo importante per andare in cerca di indizi della vita al di fuori del Sistema Solare. L’identikit dell’atmosfera “ci può fornire indicazioni sulla possibilità di un pianeta di ospitare la vita” ha rilevato Mancini.

Un pianeta ’abitabile’ dovrebbe avere un’atmosfera simile a quella della Terra, fatta di una miscela di ossigeno, azoto e anidride carbonica. Infine alcuni degli elementi dell’atmosfera possono essere la firma stessa della vita, perché potrebbero essere prodotti dagli organismi viventi.

6.3.2017, 18:232017-03-06 18:23:55
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Una sentinella per proteggere il nostro pianeta: questa notte un lancio in orbita che conviene

È in programma per questa notte a bordo di un razzo Vega il lancio della nuova sentinella spaziale del pianeta,...

È in programma per questa notte a bordo di un razzo Vega il lancio della nuova sentinella spaziale del pianeta, il satellite europeo Sentinel 2B, ideato per fornire immagini e dati sulle aree verdi della Terra. Il satellite, che partirà alle 2.49 (ora svizzera) dalla base europea di Kourou (Guyana Francese), è il quinto tassello della grande infrastruttura spaziale europea Copernicus, nata dalla collaborazione tra Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Commissione Europea.

 «La sentinella che lanceremo questa notte sarà la quinta della costellazione Copernicus e la seconda della famiglia Sentinel 2 dedicata in particolare all'osservazione delle aree verdi del nostro pianeta», ha detto Josef Aschbacher, direttore dell'Osservazione della Terra dell'Esa. Una volta operativo, Sentinel 2B monitorerà costantemente la superficie del pianeta grazie a una potente fotocamera capace di fare scatti su 13 differenti bande con un dettaglio senza precedenti. I dati in arrivo da Sentinel 2B e dal satellite gemello Sentinel 2A, lanciato nel giugno 2015, combinati con quelli in arrivo dalle altre sentinelle, forniranno informazioni sfruttabili in moltissimi settori.

 A portare in orbita Sentinel 2B alla quota di 786 chilometri sarà Vega, il lanciatore europeo. Al momento tutte le procedure di controllo indicano luce verde. Il rilascio in orbita del satellite è previsto in poco meno di un'ora dal lancio. A quel punto Sentinel 2B dispiegherà i pannelli solari, attiverà le comunicazioni con la Terra e subito dopo inizierà il suo viaggio per inserirsi nell'orbita definitiva. «La mole che i satelliti di Copernicus invieranno a Terra è superiore ai dati gestiti da Google o Amazon», ha detto Philippe Brunet, responsabile del programma Copernicus per l'Unione Europea.

 Con il lancio di Sentinel 2B salgono così a 5 le sentinelle europee del pianeta, i satelliti ideati per studiare e proteggere l'ambiente. I dati in arrivo dalla costellazione Copernicus sono anche una miniera d'oro per lo sviluppo della space economy. I dati già in arrivo sono però considerati anche una miniera di risorse messa a disposizione per stimolare la nascita di nuove applicazioni anche imprenditoriali di servizi spaziali per i cittadini.

 «I numeri di utilizzo sono già impressionanti – ha commentato il presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana Roberto Battiston –. Per ogni euro investito si registra un ritorno economico moltiplicato per 10».

Finanziato complessivamente con 2,3 miliardi di euro, l'ambizioso progetto Copernicus prevede di realizzare una rete di satelliti dedicati allo studio del nostro pianeta. Il programma prevede tre famiglie di sentinelle spaziali: Sentinel 1A e 1B (seguite in futuro da 1C e 1D) con una vista radar; Sentinel 2A e 2B specializzate in osservazioni nell'infrarosso; Sentinel 3A e 3B, nell'ottico.

 Ultima in ordine di tempo è appunto Sentinel 2B, specializzata nel vedere le aree verdi in 13 differenti lunghezze d'onda. Da questi dati si possono avere preziose informazioni sui cambiamenti climatici, per l'agricoltura o la sicurezza ambientale.

Ad essere già operative sono le due Sentinel 1, dotate di una vista radar, e la prima Sentinel 3, lanciata a febbraio 2016 per lo studio degli oceani. In futuro è previsto l'arrivo delle Sentinelle 4, 5 e 6, ideate per monitorare la qualità dell'aria, analizzare la chimica dell'atmosfera e fare una mappa super-dettagliata dei mari e delle profondità oceaniche.

22.2.2017, 19:062017-02-22 19:06:09
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Scoperti sette pianeti simili alla Terra

Sette pianeti, grandi grosso modo come la Terra, nell’orbita della stella nana rossa ultrafredda Trappist-1, a circa 40 anni luce di distanza dal nostro sistema solare: è...

Sette pianeti, grandi grosso modo come la Terra, nell’orbita della stella nana rossa ultrafredda Trappist-1, a circa 40 anni luce di distanza dal nostro sistema solare: è questa la scoperta comunicata poco fa dalla Nasa e preannunciata come una grande “scoperta al di là del nostro sistema solare” preannunciata.
Niente omini verdi o civiltà extraterrestri, come magari si aspettava qualcuno, e neppure tracce di vita; anzi al momento non si hanno neppure prove dirette della presenza di acqua sui sette pianeti che, nonostante le premesse, potrebbe essere decisamente inospitali.

Si tratta comunque di una scoperta molto importante, sia perché quasi nessuno si aspettava che una stella così piccola (circa un decimo del nostro Sole) potesse avere dei pianeti, sia perché Trappist-1 è relativamente vicina alla Terra, cosa che permette di studiare l'atmosfera dei pianeti con il telescopio spaziale Hubble, ottenendo davvero la conferma della presenza di acqua allo stato liquido.

15.2.2017, 19:302017-02-15 19:30:30
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Scenari: cellule artificiali per limitare la sperimentazione su animali

Sono state ottenute in laboratorio cellule artificiali che crescono in 3D imitando gli organi umani, promettendo di poter ridurre in futuro...

Sono state ottenute in laboratorio cellule artificiali che crescono in 3D imitando gli organi umani, promettendo di poter ridurre in futuro il numero degli animali utilizzati come cavie per la sperimentazione scientifica. Il risultato, pubblicato sulla rivista “Scientific Reports”, è stato ottenuto in Italia, nel Centro di Ricerca 'E.Piaggio' dell'Università di Pisa,con un finanziamento della Lega Anti-Vivisezione (Lav).

Le cellule artificiali hanno la particolarità di essere simili a quelle naturali in quanto obbediscono alla legge biologica che mette in relazione il metabolismo dell'intero organismo, ossia la quantità di ossigeno consumata, con la massa corporea. Questo rapporto, che vale per tutti gli esseri viventi, dal topo alla balena, è stato per la prima volta applicato alle cellule coltivate in laboratorio dal gruppo di ricerca coordinato da Arti Ahluwalia, direttrice del Centro.

Espresso da una formula matematica e chiamato legge allometrica di Kleiber, permette di calcolare come, via via che un organismo cresce, il suo metabolismo e la durata della sua vita si modificano a velocità prevedibile per l'effetto combinato della variazione della superficie corporea e della velocità sanguigna. «Cerchiamo di sviluppare colture tridimensionali in vitro di cellule di organi come il fegato o i polmoni», ha detto Arti Ahluwalia. «L'obiettivo è ingegnerizzare dei modelli con caratteristiche strutturali e biochimiche che li facciano funzionare come il corrispettivo organo umano».

3.2.2017, 16:492017-02-03 16:49:37
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'Cerchiamo la vita su altri pianeti, ma dobbiamo farlo anche sulla Terra'

Che cosa c'entriamo noi con gli abissi marini? C'entriamo e più di quanto possiamo immaginare. Proprio agli abissi degli oceani come l'...

Che cosa c'entriamo noi con gli abissi marini? C'entriamo e più di quanto possiamo immaginare. Proprio agli abissi degli oceani come l'Antartide pensa una proposta di trattato che li tuteli. Pubblicata su “Science”, si deve a un gruppo di ricercatori coordinati da Roberto Danovaro, presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. A mettere a punto il trattato dovrebbe essere un'organizzazione internazionale per gli ambienti marini profondi, compresi tra i 200 e gli 11'000 metri, che includa anche l'Onu.

«L'organizzazione – spiega Danovaro – dovrebbe avere funzioni giuridiche e scientifiche», per tutelare, con principi normativi vincolanti, la conservazione e l'uso sostenibile delle risorse marine e promuovere la ricerca scientifica su questi ecosistemi. «Gli ambienti profondi e gli abissi marini, costituiscono il 95% del volume degli oceani e il 50% di essi – osserva Danovaro – si estende su acque internazionali dove non vige alcuna legislazione''. Le Nazioni Unite, con la Convenzione sul diritto del mare, spiega, «ci hanno dato linee guida ma non principi vincolanti».

Pesca non regolamentata, approvvigionamento di risorse minerali e idrocarburi non disciplinati «provocano danni vitali all'ecosistema degli abissi». Questi ambienti, sottolinea Danovaro, sono ricchi di vita, tanto che sono le principali aree di biodiversità del pianeta. Sono inoltre indispensabili per l'assorbimento dell'anidride carbonica in eccesso presente nell'atmosfera e per la produzione dell'ossigeno: «Parte della CO2 assorbita viene trasformata in ossigeno, e ben una molecola su due di quello che respiriamo è prodotta da alghe e batteri degli oceani».

Tuttavia, nonostante il loro ruolo cruciale conosciamo meno dello 0,0001% di questi ambienti. Quindi, ha rilevato il presidente della Stazione Zoologica, è un ambiente in gran parte sconosciuto e da studiare. «Cerchiamo la vita sugli altri pianeti – conclude – ma dobbiamo cercarla anche sulla Terra».

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29.11.2016, 19:442016-11-29 19:44:04
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Non chiamatele solo stelle, ci vuole un nome: ma come darglielo?

Anche per le stelle del firmamento è giunto il tempo di rinnovare la “carta di identità”: lo ha deciso l'Unione Astronomica Internazionale (Iau),...

Anche per le stelle del firmamento è giunto il tempo di rinnovare la “carta di identità”: lo ha deciso l'Unione Astronomica Internazionale (Iau), attivando una vera e propria “anagrafe” celeste, sempre aperta, con il duplice obiettivo di fare ordine tra i vecchi nomi della tradizione e di indicare i criteri con cui formulare i nuovi.

Sono già 227 gli astri “registrati” con nomi approvati: tra questi alcune conferme, come quello di Proxima Centauri, e alcune novità, come l'antico appellativo Rigil Kentaurus scelto come nome ufficiale per Alpha Centauri. Molte anche le “celebrità” schedate, dalla luminosa Vega fino alla Stella Polare, battezzata Polaris.

A raccontarlo è il segretario generale della Iau, Piero Benvenuti, astronomo all'Università di Padova. '«Dare nomi ufficiali ai corpi celesti è uno dei compiti istituzionali della Iau, che già nel 1920, un anno dopo la sua fondazione, incominciò ufficializzando i nomi delle costellazioni», spiega Benvenuti. «Questa attività nei decenni si è poi limitata nel dare nomi ai nuovi oggetti, come asteroidi e comete, mentre per le stelle si è fatto ben poco: da secoli le più brillanti hanno nomi assegnati dalla tradizione, per lo più di origine araba, greca e romana, che però non sono mai stati ordinati in un catalogo moderno».

Molti degli appellativi presentavano una situazione confusionaria: mancanza di uno spelling ufficiale, alcune stelle designate con più di un nome e addirittura nomi identici usati per indicare astri differenti. La necessità di fare pulizia «è nata un anno fa, quando abbiamo battezzato una ventina di nuovi pianeti esterni al Sistema solare con le loro stelle madri: i nomi sono stati scelti con l'aiuto degli astrofili di tutto il mondo e sono stati votati dal pubblico. Alcune stelle hanno assunto nomi particolari, come quello dello scrittore spagnolo Cervantes, e da lì abbiamo pensato di cogliere l'occasione per fare ordine anche sui nomi antichi».

È nato così un gruppo di lavoro permanente (Working Group on Star Names, Wgsn), composto da otto esperti, che ha iniziato a compilare il nuovo “catalogo moderno” delle stelle. Poche e semplici le linee guida, come accordare la preferenza a nomi brevi e a quelli che affondano le radici nel passato per mantenere, ove possibile, una continuità culturale.

28.11.2016, 21:002016-11-28 21:00:26
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Più 11 gradi, l'Antartide si scioglie

Dall’ultima Era glaciale l’Antartide si è riscaldata fino a 3 volte più rapidamente delle altre regioni del nostro pianeta, di oltre 11 gradi in circa 20 mila anni. A indicarlo...

Dall’ultima Era glaciale l’Antartide si è riscaldata fino a 3 volte più rapidamente delle altre regioni del nostro pianeta, di oltre 11 gradi in circa 20 mila anni. A indicarlo è un nuovo metodo di analisi dei ghiacci antartici sviluppato da Kurt Cuffrey, dell’università della California a Berkeley, e descritto sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas).

Il risultato aiuta a capire meglio i meccanismi dei cambiamenti climatici globali e a perfezionare i modelli attuali. «Studiare il clima del passato ci offre preziose informazioni per capire l’evoluzione climatica del futuro e a darci importanti indicazioni è soprattutto quello che avviene in Antartide», ha spiegato l’esperta di paleoclimatologia Maria Rita Palombo, dell’università Sapienza di Roma.

Il continente bianco è infatti stato spesso una sentinella del clima e le sue variazioni possono essere avvisaglie di quello che potrebbe arrivare. Più volte nel passato, ma non sempre, ha anticipato i cambiamenti che sono poi avvenuti nel resto del pianeta.

Usando un nuovo metodo di “lettura” delle preziose informazioni intrappolate nei ghiacci, i ricercatori americani hanno ricostruito con grande precisione l’evoluzione delle temperature della regione negli ultimi 40 mila anni. A differenza dei metodi “tradizionali”, che misurano le variazioni degli isotopi di ossigeno nell’acqua ghiacciata, il nuovo metodo ha misurato la “temperatura” dei gas atmosferici nel momento in cui sono stati congelati. Un metodo alternativo a quello tradizionale e che ha permesso di scoprire nuovi dettagli a partire dall’Era dell’ultima glaciazione.

Uno dei dati che emerge dall’analisi delle carote di ghiaccio estratte fino a 3’400 metri di profondità è che a partire da 20 mila anni fa, il periodo del cosiddetto Ultimo massimo, la temperatura superficiale della regione è salita di ben 11 gradi. Un ritmo due o tre volte superiore alla norma e che ha anticipato di millenni ciò che è poi avvenuto nell’emisfero nord.

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