Scienze

29.11.2016, 19:442016-11-29 19:44:04
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Non chiamatele solo stelle, ci vuole un nome: ma come darglielo?

Anche per le stelle del firmamento è giunto il tempo di rinnovare la “carta di identità”: lo ha deciso l'Unione Astronomica Internazionale (Iau),...

Anche per le stelle del firmamento è giunto il tempo di rinnovare la “carta di identità”: lo ha deciso l'Unione Astronomica Internazionale (Iau), attivando una vera e propria “anagrafe” celeste, sempre aperta, con il duplice obiettivo di fare ordine tra i vecchi nomi della tradizione e di indicare i criteri con cui formulare i nuovi.

Sono già 227 gli astri “registrati” con nomi approvati: tra questi alcune conferme, come quello di Proxima Centauri, e alcune novità, come l'antico appellativo Rigil Kentaurus scelto come nome ufficiale per Alpha Centauri. Molte anche le “celebrità” schedate, dalla luminosa Vega fino alla Stella Polare, battezzata Polaris.

A raccontarlo è il segretario generale della Iau, Piero Benvenuti, astronomo all'Università di Padova. '«Dare nomi ufficiali ai corpi celesti è uno dei compiti istituzionali della Iau, che già nel 1920, un anno dopo la sua fondazione, incominciò ufficializzando i nomi delle costellazioni», spiega Benvenuti. «Questa attività nei decenni si è poi limitata nel dare nomi ai nuovi oggetti, come asteroidi e comete, mentre per le stelle si è fatto ben poco: da secoli le più brillanti hanno nomi assegnati dalla tradizione, per lo più di origine araba, greca e romana, che però non sono mai stati ordinati in un catalogo moderno».

Molti degli appellativi presentavano una situazione confusionaria: mancanza di uno spelling ufficiale, alcune stelle designate con più di un nome e addirittura nomi identici usati per indicare astri differenti. La necessità di fare pulizia «è nata un anno fa, quando abbiamo battezzato una ventina di nuovi pianeti esterni al Sistema solare con le loro stelle madri: i nomi sono stati scelti con l'aiuto degli astrofili di tutto il mondo e sono stati votati dal pubblico. Alcune stelle hanno assunto nomi particolari, come quello dello scrittore spagnolo Cervantes, e da lì abbiamo pensato di cogliere l'occasione per fare ordine anche sui nomi antichi».

È nato così un gruppo di lavoro permanente (Working Group on Star Names, Wgsn), composto da otto esperti, che ha iniziato a compilare il nuovo “catalogo moderno” delle stelle. Poche e semplici le linee guida, come accordare la preferenza a nomi brevi e a quelli che affondano le radici nel passato per mantenere, ove possibile, una continuità culturale.

28.11.2016, 21:002016-11-28 21:00:26
@laRegione

Più 11 gradi, l'Antartide si scioglie

Dall’ultima Era glaciale l’Antartide si è riscaldata fino a 3 volte più rapidamente delle altre regioni del nostro pianeta, di oltre 11 gradi in circa 20 mila anni. A indicarlo...

Dall’ultima Era glaciale l’Antartide si è riscaldata fino a 3 volte più rapidamente delle altre regioni del nostro pianeta, di oltre 11 gradi in circa 20 mila anni. A indicarlo è un nuovo metodo di analisi dei ghiacci antartici sviluppato da Kurt Cuffrey, dell’università della California a Berkeley, e descritto sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas).

Il risultato aiuta a capire meglio i meccanismi dei cambiamenti climatici globali e a perfezionare i modelli attuali. «Studiare il clima del passato ci offre preziose informazioni per capire l’evoluzione climatica del futuro e a darci importanti indicazioni è soprattutto quello che avviene in Antartide», ha spiegato l’esperta di paleoclimatologia Maria Rita Palombo, dell’università Sapienza di Roma.

Il continente bianco è infatti stato spesso una sentinella del clima e le sue variazioni possono essere avvisaglie di quello che potrebbe arrivare. Più volte nel passato, ma non sempre, ha anticipato i cambiamenti che sono poi avvenuti nel resto del pianeta.

Usando un nuovo metodo di “lettura” delle preziose informazioni intrappolate nei ghiacci, i ricercatori americani hanno ricostruito con grande precisione l’evoluzione delle temperature della regione negli ultimi 40 mila anni. A differenza dei metodi “tradizionali”, che misurano le variazioni degli isotopi di ossigeno nell’acqua ghiacciata, il nuovo metodo ha misurato la “temperatura” dei gas atmosferici nel momento in cui sono stati congelati. Un metodo alternativo a quello tradizionale e che ha permesso di scoprire nuovi dettagli a partire dall’Era dell’ultima glaciazione.

Uno dei dati che emerge dall’analisi delle carote di ghiaccio estratte fino a 3’400 metri di profondità è che a partire da 20 mila anni fa, il periodo del cosiddetto Ultimo massimo, la temperatura superficiale della regione è salita di ben 11 gradi. Un ritmo due o tre volte superiore alla norma e che ha anticipato di millenni ciò che è poi avvenuto nell’emisfero nord.

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20.10.2016, 11:342016-10-20 11:34:35
Luca Berti @laRegione

Sonda Schiaparelli, i primi dati indicano che qualcosa è andato storto negli ultimi 50 secondi

Mancavano poco meno di 50 secondi ad un atterraggio del tutto perfetto. Invece qualcosa è andato storto e non...

Mancavano poco meno di 50 secondi ad un atterraggio del tutto perfetto. Invece qualcosa è andato storto e non si hanno più notizie della sonda Schiaparelli, il piccolo lander di test della missione europea ExoMars. Qualcosa non ha funzionato dopo che i paracaduti sono stati rilasciati, quando cioè a rallentare la discesa del piccolo veicolo spaziale avrebbero dovuto pensarci i retrorazzi: una cinquantina di secondi in tutto per portare lentamente la sonda a circa due metri di altezza e lasciarla cadere sulla rossa sabbia marziana. I razzi sono però rimasti accesi solo per tre o quattro secondi. Motivo: ignoto. Impossibile pure dire se Schiaparelli sia ancora in un solo pezzo.

Questo è quanto è emerso dall'analisi dei primi dati inviati a terra dalla nave madre di Schiaparelli, il fulcro della della missione dell'Agenzia spaziale europea (Esa).  Per ora non sono stati captati ulteriori trasmissioni provenienti dalla sua posizione. «Dobbiamo capire cosa è successo negli ultimi secondi prima dell'atterraggio», ha rilevato David Parker, direttore del volo umano e dell'esplorazione robotica presso l'Esa. «Non siamo ancora in grado di valutare se l'atterraggio sia stato morbido oppure no, ma lo saremo», ha aggiunto Andrea Accomazzo, capo delle operazioni planetarie.

Gli ultimi secondi sono un mistero

Di sicuro vi è, per ora, che la fase di discesa è avvenuta come programmato: lo scudo termico ha protetto la sonda durante la fase di frenaggio nell'atmosfera e i paracaduti hanno funzionato correttamente diminuendo la velocità di discesa a circa 70 chilometri orari. Il resto, come detto, è per ora avvolto nel mistero. Nelle prossime ore i dati inviati a terra verranno analizzati per capire la dinamica di quanto accaduto. Nel frattempo l'Esa resterà in ascolto di possibili comunicazioni dal suolo marziano, tentando pure di inviare qualche comando. Verranno inoltre scattate fotografie dall'orbita di Marte nel tentativo di individuare il lander. Lander che è però di piccole dimensioni e quindi difficile da individuazione.

'Comunque un successo'

La missione ExoMars è stata «comunque un successo perché il suo obiettivo era avere una sonda in orbita e un test in grado di fornire dati e conoscenze scientifiche» è stata l'analisi del direttore dell'Esa Jan Woerner. «La buona notizia è la conferma che l’orbiter della missione ExoMars, il Tgo, è operativa con successo nell’orbita di Marte: questo significa che è pronto a rilevare dati scientifici e a rilasciarli. Il Tgo – ha aggiunto – è una pietra miliare in vista della seconda fase della missione, prevista nel 2020».

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4.10.2016, 12:112016-10-04 12:11:55
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Il Nobel per il volto esotico della materia

I tre ricercatori sono stati premiato per la scoperta del ‘volto esotico’ della materia, ossia dei passaggi che avvengono da uno stato all'altro della materia in...

I tre ricercatori sono stati premiato per la scoperta del ‘volto esotico’ della materia, ossia dei passaggi che avvengono da uno stato all'altro della materia in condizioni inusuali. Questi studi hanno aperto le porte alla ricerca di nuovi materiali e in particolare di quelli per la superconduttività ad alta temperatura.

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30.9.2016, 16:252016-09-30 16:25:38
@laRegione

Rosetta è arrivata sulla cometa, addio Rosetta

La sonda Rosetta dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha toccato il suolo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Subito, come previsto, il computer di bordo e tutti...

La sonda Rosetta dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha toccato il suolo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Subito, come previsto, il computer di bordo e tutti gli strumenti si sono spenti, dopo avere inviato a Terra le immagini più ravvicinate mai viste del suolo della cometa.

Rosetta ha inviato anche dati su gas e polveri vicini al suolo, che potrebbero contenere informazioni preziose per ricostruire le origini del del Sistema Solare e, forse, per scoprire molecole alla base dei mattoni della vita.


 «È un giorno speciale, un po' triste», ha detto il direttore delle operazioni della missione Rosetta, Paolo Ferri, nella diretta trasmessa dal centro di controllo dell'Esa in Germania, a Dramstadt. Gli ultimi minuti della missione sono stati seguiti in silenzio e il momento dell'atterraggio, nel quale Rosetta è diventata improvvisamente silenziosa, è stato accompagnato da un debole applauso.

La perdita del segnale ha segnato la conclusione definitiva della missione: «È la fine perché è impossibile riattivare ancora il computer di bordo della sonda», ha detto Ferri. «C'è uno stato d'animo altalenante, non si può fare a meno di pensare», ha detto il direttore di Volo della missione, Andrea Accomazzo. È l'occasione per ripensare i tanti successi e i primati della missione, la prima ad essersi avvicinata tanto a una cometa e ad aver rilasciato sulla superficie un lander, Philae, dopo aver viaggiato per dieci anni attraverso il Sistema Solare.

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30.9.2016, 06:382016-09-30 06:38:00
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L'ultima volta di Rosetta

Rosetta si prepara al saluto finale. Ancora poche ore e sarà pronta a scendere sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, che ha inseguito per dieci anni attraverso il Sistema Solare e che da due...

Rosetta si prepara al saluto finale. Ancora poche ore e sarà pronta a scendere sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, che ha inseguito per dieci anni attraverso il Sistema Solare e che da due anni sorveglia da vicino per scoprirne i segreti. Ha già cambiato rotta e adesso non attende che l'accensione dei razzi che la porteranno all'impatto. Non ci sarà nulla di violento perché Rosetta si avvicinerà alla superficie molto lentamente, quasi a passo d'uomo. Subito dopo il suo computer si spegnerà per sempre, insieme agli strumenti di bordo, ma non prima di aver inviato a Terra immagini e dati mai visti.

Sarà un gran finale, quello che si prepara per una delle missioni spaziali più celebri degli ultimi decenni, organizzata dall'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Lanciata il 2 marzo 2004, Rosetta ha collezionato un record dopo l'altro, ma il più famoso è stato senz'altro il primo atterraggio su una cometa di un veicolo spaziale, il lander Philae. Alle 13.20 del 30 settembre, oggi, sarà la sonda stessa a toccare il suolo della cometa e nello stesso lobo nel quale si trova Philae. I due veicoli saranno però distanti, forse diametralmente opposti.

«L'atterraggio è previsto alle 12.40, ma lo vedremo da Terra alle 13.20», ha detto il “pilota” di Rosetta, Andrea Accomazzo, direttore di Volo della missione. La spinta verrà dall'accensione dei razzi a oltre dieci ore dall'inizio della caduta, quando «la sonda si troverà alla distanza di circa 20 chilometri dalla cometa», ha spiegato il direttore delle operazioni spaziali della missione, Paolo Ferri.

Nelle due ore in cui si avvicinerà “a passo d'uomo” al suolo della cometa, Rosetta lavorerà freneticamente, inviando a Terra immagini e dati della superficie della cometa come nessuno l'ha mai vista. Nei due anni nei quali ha osservato da vicino la cometa, infatti, la sonda non ha mai superato la distanza minima di 20 chilometri. La cometa è infatti attiva e le polveri e i gas liberati avrebbero potuto danneggiare gli strumenti. Da oggi, in ogni caso, Rosetta si spegnerà per sempre.

22.9.2016, 16:392016-09-22 16:39:26
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Arrivano i Sentinel della Terra

I cambiamenti in corso nell'Artico, il clima e le migrazioni: potrebbero essere questi i prossimi obiettivi delle 'Sentinelle della Terra', ossia dei satelliti Sentinel che fanno parte...

I cambiamenti in corso nell'Artico, il clima e le migrazioni: potrebbero essere questi i prossimi obiettivi delle 'Sentinelle della Terra', ossia dei satelliti Sentinel che fanno parte del programma Copernicus, nato dalla collaborazione fra Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Commissione Europea.

"Al momento si tratta soltanto di idee, ma è chiaro che i prossimi obiettivi della nuova generazione dei satelliti Sentinel dovranno essere diversi da quelli pensati per la generazione attuale, programmata dieci anni fa", ha rilevato Josef Aschbacher, il nuovo direttore del centro dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) per l'Osservazione della Terra.

I programmi di Osservazione della Terra saranno fra i temi di punta della prossima Conferenza  che il 2 dicembre riunirà di responsabili delle politiche spaziali degli Stati membri dell'Esa. "Si punta a cinque programmi che prevedono complessivamente un finanziamento da 1,7 miliardi di euro: una cifra che - ha rilevato Aschbacher - supera del 17% la disponibilità degli Stati membri, ma che riguarda programmi importanti". Degli 1,7 miliardi, 1,4 sono previsti per i Programmi di Osservazione della Terra, con le ricerche di base per preparare le missioni del futuro. Tra queste ci sono anche quelle della nuova generazione dei satelliti Sentinel.

14.9.2016, 19:512016-09-14 19:51:09
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Alla scoperta della Via Lattea

La nostra galassia a quanto pare “traballa”. Alcuni l'hanno tradotta così, ma non è che si presenti proprio bene. Diciamo che il suo piano di rotazione risulta inclinato, tanto che in...

La nostra galassia a quanto pare “traballa”. Alcuni l'hanno tradotta così, ma non è che si presenti proprio bene. Diciamo che il suo piano di rotazione risulta inclinato, tanto che in futuro potrebbe finire in pezzi. È una delle primissime osservazioni fatte da Gaia, il satellite dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) che sta realizzando la più completa e precisa mappa in 3D della Via Lattea.

Una prima parte di dati è stata diffusa pubblicamente oggi e tutta la comunità scientifica mondiale ha dato il via a una gara contro il tempo alle pubblicazioni. Quella che sta realizzando Gaia può essere definita la 'madre' di tutte le mappe del cielo: “Porterà a una rivoluzione di tutti i settori dell'astronomia che avrà effetti per 50 anni”, ha commentato Mario Lattanzi, dell'Istituto Nazionale Italiano di Astrofisica e responsabile scientifico centro di analisi dei dati della missione.

Pubblicati i dati, un enorme catalogo che conterrà la posizione e molte caratteristiche di 1 miliardo di stelle e oggetti che compongono la Via Lattea, dovranno passare settimane (forse pochi giorni) per arrivare ai primi risultati scientifici concreti ma alcune osservazioni sono già emerse. Tra queste la conferma dell'inclinazione “pericolosa” della nostra galassia, tale da portarla in futuro, miliardi di anni, a sgretolarsi in pezzi.

Altro dato importante è la distanza misurata dalle Pleiadi, un ammasso di stelle usate in astronomia come una sorta di metro standard per calcolare le distanze di altre galassie. Dalla precisione di questa misura dipendono tutti i modelli per studiare la velocità di espansione dell'universo e il nuovo dato di Gaia confermerebbe quello misurato da Hubble, contrastando invece con la misura fatta dalla missione europea Hipparcos.

I dati pubblicati oggi si riferiscono solo al primo anno di attività del satellite, lanciato nel 2013, che saranno integrati a cadenza regolare dalle nuove osservazioni che dovrebbero durare almeno per 5 anni.

5.7.2016, 08:072016-07-05 08:07:38
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Juno entrata nell'orbita di Giove: `È stata la cosa più difficile mai fatta dalla Nasa'

Dopo un'ultima fase delicatissima, la sonda Juno della Nasa è entrata nell’orbita di Giove. Mai finora un veicolo è...

Dopo un'ultima fase delicatissima, la sonda Juno della Nasa è entrata nell’orbita di Giove. Mai finora un veicolo è stato così vicino al pianeta più grande del Sistema solare.

I nove strumenti a bordo si metteranno al lavoro per rispondere alle tante domande aperte sul pianeta gigante, come la composizione del nucleo e l’ambiente estremo in cui è immerso, dove le radiazioni sono più intense che in qualsiasi altro luogo del nostro sistema planetario.

«È stata la cosa più difficile che la Nasa abbia mai fatto», ha detto il responsabile scientifico della missione Juno, Scott Bolton, quando il motore della sonda si è spento e il veicolo ha raggiunto la posizione corretta nell’orbita di Giove per cominciare la prima delle 37 orbite previste.

Per raggiungere il punto previsto nell’orbita di Giove, Juno ha acceso il suo motore principale per 35 minuti e 2 secondi. «Il mio motore principale sta andando, Sto bruciando, bruciando, bruciando per te, Giove!», si legge nel tweet pubblicato in quel momento dalla missione della Nasa.

https://twitter.com/NASAJuno/status/750167102825254912 

Lanciata il 5 agosto 2011, Juno (JupiterNear-polarOrbiter) è stata realizzata dal Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e ha viaggiato per cinque anni, percorrendo quasi tre miliardi di chilometri.

Juno, alla quale Google ha dedicato il doodle, è la prima missione a sorvolare i poli del pianeta. Con i suoi nove strumenti nei prossimi sei anni raccoglierà dati sul pianeta che con la sua mole ha condizionato la storia del nostro sistema planetario.

31.5.2016, 11:022016-05-31 11:02:41
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Hawaii, scoperta spugna grande come furgoncino: 'Forse è l'essere vivente più vecchio sulla Terra'

È grande quanto un furgoncino e ha un aspetto che ricorda quello della materia cerebrale: è la maxi spugna...

È grande quanto un furgoncino e ha un aspetto che ricorda quello della materia cerebrale: è la maxi spugna individuata da un team di ricercatori alle Hawaii a 7mila piedi di profondità (poco più di due chilometri) in una zona marina protetta.

Secondo gli scienziati, che hanno descritto la scoperta sulla rivista Marine Biodiversity, si tratta della più grande spugna conosciuta al mondo e potrebbe essere anche il più vecchio essere vivente sulla Terra.

È stata trovata durante una spedizione nel parco marino Papahanaumokuakea, la più vasta area naturale protetta degli Stati Uniti, condotta da scienziati della Noaa e dell'Università delle Hawaii grazie a un sommergibile pilotato a distanza.

«La sua età è probabilmente dell'ordine dei secoli se non dei millenni», ha spiegato al Guardian l'autore principale dello studio, Daniel Wagner. Misura 3,6 metri per poco più di 2, quanto un pulmino, un furgoncino. Le spugne sono fondamentali per gli ecosistemi marini: fanno da filtro all'acqua e forniscono un habitat per miriade di specie invertebrate e microbiche.

Gli scienziati hanno studiato questa maxi spugna per un anno prima di condividerne le osservazioni con la comunità scientifica. «La maggior parte del nostro pianeta si trova in acque profonde», aggiunge Wagner, «e il grosso non è mai stato esplorato». (Ansa) 

24.3.2016, 20:342016-03-24 20:34:11
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Vita artificiale, 3.0

Il sogno della vita sintetica non è mai stato così vicino a concretizzarsi: dopo oltre 20 anni di esperimenti il pioniere delle ricerche sulla vita costruita in laboratorio, Craig Venter, ha...

Il sogno della vita sintetica non è mai stato così vicino a concretizzarsi: dopo oltre 20 anni di esperimenti il pioniere delle ricerche sulla vita costruita in laboratorio, Craig Venter, ha ottenuto l'essere vivente con il più piccolo dei Dna: è un batterio che contiene appena 473 geni, ognuno dei quali svolge una funzione indispensabile alla vita. Una sorta di kit di sopravvivenza comune a tutti gli esseri viventi, con le informazioni essenziali a tramandare la vita. Meno di così, non si può (almeno finora).

Descritto sulla rivista 'Science', il batterio sintetico si chiama Syn 3.0 e permetterà di studiare le funzioni della vita con un dettaglio mai raggiunto finora. Il risultato, diciamo  a un terzo livello, apre anche la strada alle prime applicazioni della vita artificiale: su questo kit di base comune a tutti i viventi sarà possibile in futuro innestare specifiche funzioni per ottenere batteri con specializzazioni particolari, come produrre biocarburanti o bonificare terreni e acque contaminati.

L'istituto in cui è stato ottenuto il batterio, in California, è lo stesso fondato e diretto da Craig Venter e porta il suo nome: "Craig Venter Institute". Qui da anni la parola d'ordine è considerare la cellula come "l'unità fondamentale della vita" e il suo genoma come "il suo sistema operativo", ossia come il codice che contiene le istruzioni per le funzioni della cellula: la sua chimica, la struttura, il meccanismo con cui si replica. 

Per i ricercatori, guidati da Clyde Hutchinson, "ogni genoma contiene le istruzioni per le funzioni universali comuni a tutte le forme di vita" e trovare questa sorta di Sacro Graal della biologia è stato il loro obiettivo. Lo hanno raggiunto lavorando anno dopo anno sullo stesso batterio sul quale, all'inizio degli anni 2000, avevano condotto le prime ricerche, il Mycoplasma mycoides, o SYn 1.0, nella versione sintetica ottenuta nel 2010. Sei anni fa infatti Venter aveva annunciato di aver sintetizzato e assemblato cellule in grado di auto-replicarsi, cioè in un organismo con un genoma trapiantato.

I ricercatori hanno diviso il Dna del batterio, composto da 901 geni, in otto sezioni, ognuna delle quali è stata "etichettata" in modo da renderla facilmente riconoscibile rispetto alle altre. Hanno quindi cominciato a comporre queste tessere di Dna in centinaia di "mosaici" genetici diversi, eliminando ogni volta quelle che non avevano un legame con funzioni essenziali alla vita. È stato un lavoro di pazienza, nel quale si sono ripetuti centinaia di tentativi, e alla fine sono rimaste solo le tessere importanti per la sopravvivenza: il programma alla base della vita. Organizzandole in un unico genoma si è ottenuto Syn 3.0, il vivente con un Dna minimo composto da 473 geni.

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15.3.2016, 10:102016-03-15 10:10:27
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ExoMars risponde: prossima fermata il Pianeta rosso alla ricerca di vita

Lancio perfetto e comunicazione riuscita: il centro di controllo di ExoMars ha stabilito ieri in serata il contatto con le due sonde...

Lancio perfetto e comunicazione riuscita: il centro di controllo di ExoMars ha stabilito ieri in serata il contatto con le due sonde europee messe in orbita in mattinata da un razzo russo Proton. Ciò significa che tutto procede come previsto e che per l'Europa, Svizzera inclusa, la prossima fermata è il Pianeta rosso. Missione: cercare la vita.

Dai tempi in cui scatenava la fantasia, con gli immaginari canali costruiti da civiltà aliene, Marte non ha mai perduto il suo fascino e oggi continua a far sognare. Vicino di casa della Terra, il quarto pianeta del Sistema solare è il corpo celeste vicino a noi con le maggiori probabilità di ospitale forme di vita extraterrestri.

Dei due veicoli lanciati ieri dalla base russa di Baikonur, nel Kazakhstan, quello che dovrà posarsi sul pianeta rosso è dedicato all’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli, cui si deve la prima mappa completa di Marte. La partenza della missione è stata un regalo per il suo compleanno: l’astronomo era nato il 14 marzo 1835. Ieri, 181 anni fa. 

Alle 10:31 il vettore Proton ha acceso i motori e, con un suono cupo e imponente, ha bucato le nubi che sovrastavano la rampa di lancio. A circa 11 ore dal lancio, alle 21,15 di ieri, la sonda, stretta al suo lander, si è separata dallo stadio superiore del lanciatore e alle 22,29 il segnale della sonda è stato acquisito dalla base dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) in Kenya, a Malindi: ciò significa che il "treno per Marte" sta bene e si trova nella giusta traiettoria che tra sei mesi lo porterà nei pressi della sua destinazione. L'arrivo è previsto per il prossimo 16 ottobre, quando il modulo Schiaparelli si sgancerà per scendere sul pianeta, il 19 ottobre. 

Nata dalla collaborazione tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e l’agenzia spaziale russa Roscosmos, la missione ExoMars pende il nome proprio dal suo obiettivo: il suffisso "Exo" si riferisce all’esobiologia (exobiology in inglese), ossia alla disciplina che studia forme di vita su altri pianeti, in questo caso su Marte. È un’impresa affascinante dal costo di 1,3 miliardi. La Svizzera è coinvolta grazie alla fotocamera a colori CaSsis (Colour and Stereo Surface Imaging System). Un team, diretto da Nicolas Thomas dell’Università di Berna, ha sviluppato il macchinario in grado di distinguere con precisione gli oggetti di grandezza pari ad un’automobile da una distanza di 100 chilometri.

«Non c’è posto migliore nel Sistema solare in cui andare a cercare qualcosa di simile alla vita», ha spiegato ieri il direttore generale dell’Esa, Jan Woerner. «Questa missione riesce a conciliare tutti gli aspetti più importanti di una missione spaziale: dalla scienza alla tecnologia, alla cooperazione», ha aggiunto. «Sappiamo ancora molto poco sul perché esiste la vita sulla Terra e da dove viene. Stiamo cercando la vita dappertutto», ha rilevato il presidente dell’Asi, Roberto Battiston, riferendosi a Marte ma anche alle osservazioni dei pianeti esterni al Sistema solare.

È un’avventura appena agli inizi e, per quello che riguarda Marte, la missione ExoMars prevede due fasi: quella partita ieri è la prima e porta sul Pianeta rosso sia la sonda Tgo (Trace Gas Orbiter), che resterà nell’orbita marziana per sette anni raccogliendo dati scientifici e permettendo le comunicazioni sulla Terra, sia il lander Edm (Entry, Descent and Landing Demonstrator) il veicolo che dimostrerà la capacità dell’Europa di posarsi sul suolo di Marte.

La seconda missione, prevista nel 2018, prevede invece l’arrivo su Marte di un rover equipaggiato con un trapano che perforerà il suolo fino alla profondità di due metri in cerca di tracce di vita passata oppure di eventuali forme di vita ancora presenti, riuscite a sfuggire alle temperature estreme e alle radiazioni della superficie marziana.

8.3.2016, 10:192016-03-08 10:19:00
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Recuperare la sensibilità tattile grazie alla tecnologia

Il tatto bionico è stato sperimentato per la prima volta al mondo da una persona amputata e ha funzionato. Grazie al polpastrello artificiale collegato...

Il tatto bionico è stato sperimentato per la prima volta al mondo da una persona amputata e ha funzionato. Grazie al polpastrello artificiale collegato agli elettrodi impiantati nel braccio, la persona è riuscita a percepire la rugosità di una superficie, anche nei più piccoli avvallamenti.

Descritto sulla rivista eLife, il risultato si deve alla collaborazione fra Italia e Svizzera, con la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e il Politecnico di Losanna.

Alla ricerca, dai risultati sorprendenti, hanno partecipato anche le università di Pisa, l' Istituto San Raffaele Pisana, il Campus Biomedico e l' Università Cattolica di Roma. «Siamo riusciti a dare a una persona amputata la percezione della rugosità di un oggetto e stiamo andando verso una maggiore capacità di dare tutta la ricchezza che la sensazione normale del tatto riesce a dare», ha detto all'Ansa il coordinatore della ricerca Silvestro Micera, che lavora fra Scuola Superiore Sant'Anna e Politecnico di Losanna. (Ansa)

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11.2.2016, 17:162016-02-11 17:16:32
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Le onde gravitazionali esistono: osservate per la prima volta a un secolo dalla teorizzazione

Einstein aveva ragione: le onde gravitazionali esistono. Fino ad ora nessuno le aveva intercettate e questo...

Einstein aveva ragione: le onde gravitazionali esistono. Fino ad ora nessuno le aveva intercettate e questo nonostante gli scienziati le "rincorressero" da ormai un secolo. Da quando cioè Albert Einstein le aveva previste all'interno della teoria della relatività. Talmente deboli da essere quasi impossibili da rilevare, sono apparse sugli strumenti dei ricercatori a metà settembre, grazie a Ligo (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory), un esperimento situato negli Usa concepito appositamente per vederle. I dati sono stati analizzati dalle collaborazioni internazionali Ligo e Virgo. Quest’ultima fa capo allo European Gravitational Observatory (Ego).

Previste dalla Relatività generale, le onde gravitazionali sono le increspature dello spazio-tempo generate da eventi cosmici violenti, proprio come le onde prodotte quando si lancia un sasso in uno stagno. In questo caso di due "sassi" erano parecchio grossi: quelle rilevate a metà settembre sono infatti la conseguenza dello scontro cosmico tra due buchi neri di massa equivalente a circa 29 e 36 masse solari. Un impatto che ha fuso i due corpi in un singolo buco nero di circa 62 masse solari.

La scoperta, pubblicata online sulla rivista Physical Review Letters, in un articolo liberamente accessibile, e in altri 12 articoli sul sito ArXiv, è stata annunciata oggi contemporaneamente negli Stati Uniti e in Italia, a Cascina. «È la prima rilevazione diretta delle onde gravitazionali» ed «apre un nuovo capitolo dell’astronomia», ha detto all’Ansa il coordinatore della collaborazione scientifica Virgo, Fulvio Ricci, presentando i dati.

Il primo segnale che ne conferma l’esistenza è stato rilevato il 14 settembre 2015 alle 10, 50 minuti 45 secondi (ora svizzera), all’interno di una finestra di appena 10 millisecondi. «Avevamo in mano l’indicazione di aver registrato qualcosa di molto significativo», ha commentato il coordinatore della collaborazione scientifica Virgo, Fulvio Ricci. Il segnale rilevato da Ligo è stato intercettato in Europa dall’italiano Marco Drago mentre era in Germania, ad Hannover, di turno nel centro di calcolo nel quale arrivano i dati delle due collaborazioni.

Ha immediatamente mandato una mail dicendo: «C’è un grosso evento, per caso è successo qualcosa di strano nell’interferometro?» È stato subito chiaro che si trattava di qualcosa di nuovo.

«È stato un evento piuttosto intenso e particolarmente interessante – ha rilevato Ricci – perché nella prima parte era una sorta di funzione oscillante, che aumentava progressivamente di frequenza e ampiezza, fino a raggiungere un picco per poi decrescere progressivamente fino a spegnersi».

Rilevare un segnale così debole in modo così preciso è stato possibile grazie all’aggiornamento tecnologico che ha aumentato la sensibilità degli strumenti di prima generazione dei rivelatori Ligo.

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15.12.2015, 12:572015-12-15 12:57:56
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Una stella di nome Helvetios

Fino a ieri era nota come '51 Pegasi'. Adesso, invece, si chiama Helvetios: l'Unione Astronomica Internazionale ha infatti...

Fino a ieri era nota come '51 Pegasi'. Adesso, invece, si chiama Helvetios: l'Unione Astronomica Internazionale ha infatti annunciato  i nomi di 19 sistemi planetari extrasolari, e insieme a Galileo, Copernicus, Cervantes troviamo anche una stella dal nome svizzero.

Ed è una stella di una certa importanza: per quanto non visibile a occhio nudo, è la prima stella simile al Sole attorno alla quale fu scoperto un pianeta extrasolare. E la scoperta è stata fatta da due astronomi svizzeri: il losannese Michel Mayor e il ginevrino Didier Queloz.
Trovato un nome anche all'esopianeta – così si chiamano i pianeti extrasolari – che non chiamerà più 51 Pegasi b bensì Dimidium.