Laregione25anni

14.9.2017, 13:092017-09-14 13:09:26
Sebastiano Storelli @laRegione

Quella notte nella tipografia di via Ghiringhelli

E se il primo numero de “laRegione”, quel lontano 14 settembre del 1992, non fosse mai apparso? Affermare che si andò a un passo dalla catastrofe può forse suonare...

E se il primo numero de “laRegione”, quel lontano 14 settembre del 1992, non fosse mai apparso? Affermare che si andò a un passo dalla catastrofe può forse suonare eccessivo, ma è vero che quella fu una lunga notte zeppa di tensione. Nessuno può nemmeno lontanamente immaginare che bolgia dantesca sia la redazione di un giornale – e di conseguenza la sua tipografia – la sera che precede l’uscita del numero uno, a maggior ragione se si tratta di un progetto nuovo e ambizioso. Sembra che nulla funzioni, che tutti sia- no in ritardo, che il giornale non potrà mai apparire nelle edicole (e nelle cassette degli abbonati).

Ai tempi della nascita de “laRegione”, l’informatizzazione aveva già mosso i primi passi, ma era ancora neonata: certo, la composizione dei singoli articoli non avveniva più con il piombo, ma il processo era comunque elaborato e l’affidabilità dei computer non aveva ancora raggiunto gli standard attuali. Ogni meccanismo nuovo di pacca va oliato a dovere e “laRegione” non faceva eccezione, anche perché per la prima volta in Ticino un quotidiano proponeva delle edizioni regionali, con tanto di sostituzione in corso d’opera delle lastre sulla rotativa. Più i meccanismi sono complicati, più aumenta il rischio che un granello di polvere li mandi in tilt.

E la sera del 14 settembre, nella tipografia di via Ghiringhelli di polvere ce n’era anche troppa. Un viavai di gente che intasava l’angusto spazio nel quale i tipografi si affannavano ad incollare sull’apposito supporto le “strisciate” stampate dal computer, gente che veniva, gente che andava, sembrava che nessuno sapesse chi doveva fare cosa. Al momento di andare in macchina, l’accensione della rotativa avvenne con pauroso ritardo e per permettere ai quotidiani freschi di stampa di raggiungere notte fonda il treno che li avrebbe portati al centro di distribuzione della Posta, i pacchi di giornali furono caricati pure sulle vetture dei giornalisti.

Alla fine, come sempre, tutto si sistemò e i lettori ebbero la possibilità di leggere il nuovo quotidiano già all’ora di cappuccino e brioche. Ma per chi la visse in prima persona, quella fu una notte che non potrà mai scordare…

14.9.2017, 12:002017-09-14 12:00:33
Samantha Ghisla @laRegione

È l'ora del gatto Arturo

La maglia a strisce colorate da cui fuoriusciva la lunga coda. E poi la testa di pelo bianco, grande e un po’ sproporzionata. Un’immagine inconfondibile e, a ben pensarci, anche un po’...

La maglia a strisce colorate da cui fuoriusciva la lunga coda. E poi la testa di pelo bianco, grande e un po’ sproporzionata. Un’immagine inconfondibile e, a ben pensarci, anche un po’ inquietante, che è però rimasta indelebile nella memoria di molti ticinesi. Per chi a inizio degli anni 90 guardava le repliche del Gatto Arturo, andato in onda tra gli anni 70 e 80 sull’allora Tsi, l’appuntamento con il personaggio felino era imperdibile.

Non parlava, l’Arturo, ma era sempre in movimento. Gesticolava, molto, e si spingeva sul suo trotinette, con ancora più foga. Non stava mai fermo. Sequenze velocizzate, musichette ed effetti sonori aiutavano ad animare le sue scenette che si svolgevano rigorosamente nella vita reale: tra gli operai in una fabbrica, nel laboratorio di un pasticcere, in palestra tentando di allenarsi con gli atleti, o ancora nella natura assieme a mucche e cavalli. Curioso e socievole, s’intrufolava dappertutto.

Finché se ne restava dentro il televisore, tutto bene. La scoperta che l’attore che lo interpretava aveva una casa di vacanza in Valle di Blenio fu invece un trauma. Passeggiare nei dintorni di quell’abitazione comportava sempre cuore in gola e fiato sospeso, per il timore che sbucasse da dietro la siepe con il sorriso felino cucito sul muso. La miglior reperibilità dei filmati d’epoca offre ora la possibilità di andare a rivederlo su internet. Un’occasione per riguardare scene di vita ticinese di alcuni decenni fa oppure, per chi fosse cresciuto con il cane Peo, per scoprire colori e humour d’altri tempi. Chissà se il muto Arturo e il caciarone Peo sarebbero andati d’accordo!

13.9.2017, 21:482017-09-13 21:48:00
Daniela Carugati @laRegione

Botteghe d'altri tempi

‘Guardare e non toccare è una cosa da imparare’. Quante volte chi è ormai entrato nei fatidici ‘anta’ se l’è sentito ripetere? Quando si varcava la soglia della bottega di quartiere, soprattutto...

‘Guardare e non toccare è una cosa da imparare’. Quante volte chi è ormai entrato nei fatidici ‘anta’ se l’è sentito ripetere? Quando si varcava la soglia della bottega di quartiere, soprattutto se si era piccoli, le mani bisognava tenerle a posto. Almeno era così fino a qualche anno fa. Niente fai da te, niente ‘self service’: neanche a pensarci. Spettava alla persona dietro al bancone andare a prendere quel tal prodotto o quella merce, che poi finiva nella sporta della mamma. La farina era sfusa e il latte nel cartone triangolare. Ma quella era l’epoca dei piccoli empori dietro l’angolo. Ovvero di quei negozi di paese che oggi rischiano di finire nella lista delle abitudini in via di estinzione.

Non fosse per le cooperative di consumo che, qua e là nel cantone, cercano di resistere, a fatica, sugli spacci di periferia sarebbe già calata la saracinesca, e da un bel pezzo. Eppure l’ambizione di essere dei luoghi di incontro e di chiacchiera non è ancora tramontata, così come l’aspirazione di vantare prodotti a ‘chilometro zero’. Da troppo tempo, però, siamo entrati tutti quanti nella logica del centro commerciale, dove si ha tutto a portata di mano: dal pane all’aspirina, dai calzini al profumo. Nella logica delle interminabili superfici di vendita, da un ventennio aperte anche la domenica e nei giorni festivi. E tutto ciò nella convinzione che con quel modo di fare ‘shopping’ si perda meno tempo. Ma sarà poi così vero?

È indubbio, andare di bottega in bottega era una sorta di elogio alla lentezza e alla voglia di prendersi il tempo necessario, anche per sbrigare le commissioni quotidiane. La lista della spesa tra le mani, prima si passava dal macellaio, poi si faceva un salto dal fruttivendolo, infine si approdava nella botteguccia, minuscola ma ben fornita, per completare la dispensa. Un rito che aveva il suo perché. E che nessuno osava mettere in discussione. Per i bambini, poi, d’estate ci scappavano anche i soldini per andare a comperare un bel gelato. Che aveva tutto un altro sapore. La scelta? Tra il ghiacciolo o il cornetto industriali o magari il cono artigianale del carrettino del Giovanni, in piazza.

13.9.2017, 20:532017-09-13 20:53:16
Dino Stevanovic @laRegione

Quando si giocava, e si cresceva, sull'albero

Inutile girarci attorno. La grande assente nel mondo dei bambini di oggi è lei: la capanna. Non quella costruita con impegno e dedizione – bontà loro – dai papà sull’...

Inutile girarci attorno. La grande assente nel mondo dei bambini di oggi è lei: la capanna. Non quella costruita con impegno e dedizione – bontà loro – dai papà sull’albero vicino a casa, che più che una casetta per bambini potrebbe ospitare tre famiglie in caso di alluvione. Non è neanche quella colorata, di plastica, che campeggia in sicurezza in molti giardini. No. La capanna vera, quella che tutti i bambini fino agli anni Novanta hanno costruito almeno una volta, non era in fondo neanche una capanna. Era un ammasso informe di rami e fogliame messo assieme con le migliori intenzioni. La fase di progettazione era spesso confusa e non sempre il sedime scelto era adatto per l’importante opera edilizia. Visti i risultati precari, andavano quindi costruite lontano dagli occhi inquisitori dei genitori, che avrebbero potuto frenare le ambizioni dei pargoli. Andava così a finire che si scegliessero cascine diroccate, travi pericolanti, anfratti sinistri. L’impraticabilità del luogo non scoraggiava il team, che – dopo ore di lavoro anche con le peggiori intemperie – si focalizzava sull’arredamento. Il problema principale che si presentava era dove rifornirsi, e la risposta non poteva che essere una: da casa. Quale mamma non ha visto sparire posate, coperte, pile e persino materassi dall’inventario domestico? Grazie ad accorgimenti degni dei più grandi ladri professionisti, e prima dell’avvento semplificatorio dei cellulari, ci si accordava per portare il kit nel rifugio del gruppo. Edificata e ammobiliata, la capanna era abitabile. A quel punto, ci si chiudeva per ore a disegnare, fare la lotta o cercare di attirare quello scoiattolo dell’albero accanto che – chissà come mai – non si faceva mai avvicinare. Alla fine, stremati e prima che i genitori avessero allertato l’Interpol, si faceva rientro a casa con un paio di castagne in tasca e tanta voglia di un bagno caldo. Ecco. La capanna, più che una casetta dove poter giocare, era soprattutto questo: un’esperienza. Uno dei tanti simboli di un’infanzia vissuta all’aperto, fonte di stimoli di socializzazione e crescita unici.

13.9.2017, 18:222017-09-13 18:22:03
Katiuscia Cidali @laRegione

Tutti quanti voglion fare jazz

“Tutti quanti voglion fare jazz, perché resister non si può, al ritmo del jazz”. Quando senza accorgermi mi ritrovo a canticchiare questa canzone del cartone animato ‘Gli aristogatti’,...

“Tutti quanti voglion fare jazz, perché resister non si può, al ritmo del jazz”. Quando senza accorgermi mi ritrovo a canticchiare questa canzone del cartone animato ‘Gli aristogatti’, ripiombo subito bambina. La passione per i classici Disney torna viva con quelle storie fantastiche, di serve che diventano principesse, di bestie che si trasformano in principi o di mitici gatti musicisti che suonano in scatenate formazioni jazz. Storie magiche che facevano viaggiare, con personaggi così intriganti da indurre i piccoli spettatori a ricordare, senza nemmeno volerlo, ogni battuta pronunciata. “La Sirenetta”, “La bella e la bestia” o “Il re leone” non avevano segreti, le loro parole e le canzoni delle colonne sonore erano cristallizzate nella mente dei bambini, le loro immagini disegnate, o forse pasticciate, sui fogli. Si infilava la videocassetta nera nel registratore, si premeva ‘play’, ci si metteva comodi e ci si preparava per un altro fantastico viaggio.

Chi, come chi scrive, a inizio anni Novanta aveva ancora quasi tutti i denti da latte, magari avrà pure vissuto la sua prima esperienza al cinema per vedere uno di questi cartoni animati. Non è difficile immaginare che per i genitori, accompagnare i propri pargoli a vedere “Il Re leone”, non sia stato poi così un peso… Sicuramente lo facevano volentieri anche se dopo non si lasciavano andare al canto di ‘Hakuna matata’ (tradotto: ‘Senza pensieri’) di Timon e Pumbaa, che invece i piccoli cantavano a squarciagola l’indomani a scuola. Un canto – la cui musica era scritta da Elton John – che il suricato e il facocero cantavano per invitare il leoncino Simba a lasciarsi alle spalle i problemi e concentrarsi sul presente con ottimismo. Cartoni animati che trasmettevano ai bambini messaggi importanti e positivi, affrontando temi come la morte, utilizzando il canto come vettore. Educativo ma non pesante, un linguaggio semplicemente efficace, su musiche scritte da grandi artisti.

Poi, a metà anni Novanta, lo sviluppo della grafica tridimensionale e la comparsa di personaggi dai colori sgargianti, dalle forme più arrotondate che hanno preso il posto dei cartoni in 2D disegnati a mano, ora praticamente scomparsi perché troppo impegnativi da realizzare. Il 3D rende, è più veloce, meno costoso e più redditizio. Eppure venticinque anni dopo, le canzoni che ronzano in testa e che fanno cantare sono ancora quelle degli aristogatti.

13.9.2017, 16:552017-09-13 16:55:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Qualcuno suonava la lira

Qualcuno ne ha nostalgia da tempo e vorrebbe che ritornasse, ma non c’è molta speranza che ciò avvenga, non nel brevissimo termine. Eppure la piazza finanziaria ticinese è cresciuta anche...

Qualcuno ne ha nostalgia da tempo e vorrebbe che ritornasse, ma non c’è molta speranza che ciò avvenga, non nel brevissimo termine. Eppure la piazza finanziaria ticinese è cresciuta anche grazie a lei o a loro, a seconda dei punti di vista. In Ticino ne arrivavano copiose con artifici giuridici più o meno sofisticati o seguendo i rodati sentieri dei contrabbandieri. All’epoca non si faceva gli schizzinosi sulla loro provenienza: tutto nel calderone della fuga – ritenuta legittimissima – da un Paese politicamente instabile sempre in procinto di cadere in mano ai temutissimi comunisti. Nel 1992 il pericolo rosso nel resto d’Europa era evaporato da quasi due anni eppure occupava le prime pagine dell’epoca per l’inutile difesa, costata migliaia di miliardi di… lire, e il repentino crollo agevolato dal principe degli speculatori: George Soros. Proprio il 15 settembre del 1992 un franco valeva poco più di 904 lire. E non erano lontani i tempi di chi si ricordava che servivano ben sette franchi per mille lire. Una stabilità rimasta tale per oltre un ventennio: dal 1950 al 1970 un franco costava mediamente 144 lire. Iniziò l’epoca dell’inflazione e con essa della svalutazione, che si interruppe solo alla fine del 1995 quando per un franco si sfiorarono le 1’400 lire. Bastava attraversare il confine sud con poche migliaia di franchi in tasca per sentirsi milionari. Quel periodo coincise con una crisi acuta dell’economia ticinese, segno evidente delle forti interdipendenze tra i due lati del confine nel bene e nel male. Erano colorate e sulle loro facce c’erano personaggi come Vincenzo Bellini, Guglielmo Marconi, Maria Montessori, Alessandro Volta e Caravaggio. Prima ancora Giuseppe Verdi, Alessandro Manzoni e Leonardo da Vinci. Icone di un’identità culturale e al contempo di storia valutaria travagliata con tutti quegli zeri a indicare le vicissitudini economiche e politiche di una giovane democrazia. Nel 1992 erano passati infatti solo 47 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Meno dell’attuale età del redattore di economia de ‘laRegione’.

13.9.2017, 15:462017-09-13 15:46:00
Marino Molinaro @laRegione

La Cartiera e il bel paese

Venticinque anni fa, dopo alterne fortune, con i primi licenziamenti iniziava l’irreversibile agonia della Cartiera di Tenero, di cui oggi in mezzo allo sterpame resta solo la ciminiera...

Venticinque anni fa, dopo alterne fortune, con i primi licenziamenti iniziava l’irreversibile agonia della Cartiera di Tenero, di cui oggi in mezzo allo sterpame resta solo la ciminiera risparmiata dalle ruspe per decisione delle autorità intenzionate a farne un simbolo nel cuore di un nuovo insediamento ad alto valore aggiunto. Spianato invece l’edificio originale, all’entrata dello stabilimento, che forse più della ciminiera meritava di restare.

Dopo aver segnato l’esordio industriale ottocentesco dell’alto Verbano, dalla metà del Novecento la Cartiera ha assunto molti emigranti italiani. In prevalenza operaie e operai ben presto stabilitisi in paese dove han messo su famiglia, restandoci per sempre. Tenero è così diventato un esempio d’integrazione, ma se fosse esemplare non ne sono certo. Prima dei profughi vietnamiti, cileni e jugoslavi, i bambini italiani rappresentavano metà degli iscritti alle scuole comunali.

Ricordo epiche partite di palla a due campi Svizzera contro Italia; quella che oggi verrebbe additata come la maldestra iniziativa di un maestro di periferia, è stata per noi ‘il’ motivo per amare la lezione di ginnastica e per prendere a pallonate l’invisibile barriera. Non ci si odiava, sebbene la rivalità raggiungesse livelli superlativi. Dentro la Cartiera talune famiglie italiane ci abitavano pure, mentre quasi tutte le altre alloggiavano in palazzi di proprietà della fabbrica. Con i loro dialetti che si fondevano goffamente con quello ticinese, le origini quasi sempre umili, gli orti rigogliosi e la cucina dai potenti effluvi, hanno trasformato Tenero da villaggio a paese multiculturale, anticipando il destino di molte altre regioni.

Gli italiani della Cartiera sono stati anche ospiti indesiderati, tanto da indurre un gruppo di nostalgici, 25 anni fa, a inaugurare la propria stagione politica scaricando un carro di letame in piazza Canevascini, noto ritrovo dei pensionati diversamente ticinesi, e infiocchettando il gesto con scritte razziste. Non è sempre stata facile per gli italiani della Cartiera di Tenero e per i loro figli. Ma, canterebbe De André, dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

13.9.2017, 10:182017-09-13 10:18:24
@laRegione

Quando c'era ancora l'analogico

È abbastanza certo che zero e uno esistessero già 25 anni fa. A quel tempo nessuno ci faceva troppo caso: in fondo 0 significava nulla e1 – a parte essere numero primo e dare inizio all...

È abbastanza certo che zero e uno esistessero già 25 anni fa. A quel tempo nessuno ci faceva troppo caso: in fondo 0 significava nulla e1 – a parte essere numero primo e dare inizio all’elenco delle cifre – non era poi tanto diverso da 2, 3 o 42. Mica si trattava di pi greco o della costante di Eulero, perbacco. Eppure, dimenticati nella loro banalità, zero e uno stavano tramando una rivoluzione coi fiocchi, sfruttando la complicità di ingegneri e matematici. Oppure erano gli ingegneri e i matematici a sfruttarli per una rivoluzione?

Poco importa, sta di fatto che zero e uno sono oggi i padroni incontrastati della nostra vita: li usiamo per ascoltare musica, per vedere la televisione, per scambiarci messaggi e per chiacchierare a distanza. Sono alla base del sistema digitale che col passare del tempo si è insinuato in profondità nelle nostre vite. Colpa – o merito – anche di mercato e politica che hanno voluto pensionare l’altro modo di rappresentare la realtà: l’analogico.

Difficile dire quale fu la successione della capitolazione. In cima all’elenco figurano probabilmente, in un qualche ordine, le cassette video e quelle audio così come i dischi in vinile. Entrambi sostituiti – in primis – da cd e dvd e – in secundis – dallo streaming via internet. Sconfitta su tutta la linea pure per le radioline: giochi per bimbi e serissimi strumenti per chi voleva tenersi in contatto con i parenti lassù in cascina: un quarto di secolo fa era necessario mettersi d’accordo sull’orario della chiamata, oggi ci pensa il digitalissimo telefonino ad avvisare il padrone quando qualcuno lo cerca.

E mentre il rullino, con le sue 36 foto al massimo, scompariva rapidamente dalle abitudini quotidiane, la tv cedeva al digitale, rendendo pressoché inutili le antenne sui tetti, e il cinema sostituiva la pellicola con gli hard-disk e lo streaming.

A capitolare, l’anno prossimo, saranno pure i telefoni di casa, in attesa che anche l’ultimo bastione dell’analogico venga definitivamente espugnato: con lo spegnimento della radio Fm, la rivoluzione di zero e uno sarà allora completa. E l’analogico rimarrà un ricordo un po’ rétro e un po’ gracchiante da trasformare in moda del momento.

13.9.2017, 08:262017-09-13 08:26:04
Beppe Donadio @laRegione

'Ciao, ti va di ballare?'

In alcune discoteche dei primi anni 90 ancora resisteva la tradizione del ballo lento, pur relegato in sale apposite, o dopo la mezzanotte. Erano gli atti conclusivi di un’abitudine tanto cara...

In alcune discoteche dei primi anni 90 ancora resisteva la tradizione del ballo lento, pur relegato in sale apposite, o dopo la mezzanotte. Erano gli atti conclusivi di un’abitudine tanto cara ad aspiranti principi azzurri e sognatrici di principi azzurri, la cui educazione sentimentale si era formata una decina d’anni prima sulle note di “Reality”, lento riempipista (oggi “strappamutande”).

In questi ultimi locali favorevoli al “ballo della mattonella” – così in origine per la tendenza a muoversi più o meno nello stesso punto (elemento chiarificatore di come la danza fosse l’ultima delle finalità) – il disc jockey (oggi “dj”), dopo ore di italodance, lanciava una compilation (oggi “playlist”) dei brani d’amore più gettonati (oggi “trendy”). In pista, gli ultimi nostalgici del ballo guancia a guancia, stretti in dinamiche di corteggiamento assai retrò. L’ora tarda e i volumi bassi consentivano di isolarsi dal mondo esterno come moderni Vic e Mathieu (i due del “Tempo delle Mele”, ma cresciuti).

Il ballo lento è sempre stato una dichiarazione bella e buona. Per i più pudici, un modo per rompere il ghiaccio; per gli amanti delle maniere spicciole, un invito sui sedili di dietro della Golf serie 3 (Auto dell’anno 1992), casistica ben descritta dagli AC/DC in un testo un po’ sessista che per rispetto delle signore non tradurremo (“The girls got rhythm, the backseat rhythm”).

Il ballo lento sopravvive oggi nelle occasioni di piazza, ricordandoci quella funzione iniziatoria tipicamente scolastica legata alle feste di compleanno, momento di gloria per i più scaltri (oggi “sgamati”), per i più timidi una vera impresa (oggi “challenge”). Poche, ma precise, le regole: le braccia di lei al collo di lui, quelle di lui ai fianchi di lei, mai troppo in basso, mai troppo in alto. E caramelle alla menta masticate per tempo. Un gesto eroico, l’invito al lento in gioventù, un rito obbligato durante il quale imparare a prendersi i primi rischi (Domanda: “Ti va di ballare?”. Risposta: “Sparisci, sgorbio”).

12.9.2017, 16:392017-09-12 16:39:10
Marzio Mellini @laRegione

L'oro in bianco e nero di 'Pippo' Rosset

La dura (?) vita dello studente aveva i suoi vantaggi. Tra questi, lunghe settimane di vacanza. A Brè sopra Locarno, fresco e accogliente, con i nonni o con i genitori, erano...

La dura (?) vita dello studente aveva i suoi vantaggi. Tra questi, lunghe settimane di vacanza. A Brè sopra Locarno, fresco e accogliente, con i nonni o con i genitori, erano giornate spese a sistemare casa (che in montagna ci sia sempre qualcosa da fare non è un luogo comune, è la realtà), a riposare e a guardare la televisione. In montagna, dove si trascorrevano pochi giorni all’anno, c’era quel piccolo apparecchio col baffo a mo’ di antenna, da ruotare alla ricerca di un segnale Tsi valido. Hd? 4K? Macché: bianco e nero. Per cambiare canale dovevi alzarti, mettere mano alla manopola e girare con forza: tum, tum, tum... Tsi, il canale romando, quello tedesco. Poi: Rai2 (Rai1 solo ogni tanto), Zdf e Ard, con Tatort, Derrick e Matula. La scelta, quell’8 agosto 1992, era scontata: Olimpiadi di Barcellona, tennis: gioca Marc Rosset, in finale contro lo spagnolo Jordi Arrese. Per arrivare lì, ha buttato fuori gente del calibro di Ivanisevic e dell’idolo di casa Emilio Sanchez. Tennista di lunga data anch’io, sono in fibrillazione. Rosset in finale a Barcellona, sulla terra. Sulla quale si rema come pazzi e gli scambi sono infiniti. Un miracolo di stampo rossocrociato. Il nervosismo è palpabile. Il mio, però. Quello di Rosset si palesa solo quando si fa riprendere, da due set avanti a due pari. Chi dice di aver creduto che potesse vincere al quinto, contro uno specialista del rosso e della lotta a oltranza, mente! Eppure vinse. Con la mitica ‘Prestige’ (che attrezzo, quello!) Vinse in quella scatoletta, in bianco e nero, piccolo piccolo, lui che è altissimo. Conquistò l’unico oro della delegazione elvetica. Con quell’andatura un po’ ciondolante che indusse il collega della Rai Giampiero Galeazzi ad affibbiargli quel “Pippo” che gli si addice benissimo: come Pippo, quello vero, non preso troppo sul serio, ma capace, a volte, di imprese più grandi di lui.

12.9.2017, 15:152017-09-12 15:15:04
Aldo Bertagni @laRegione

Quel sapore caldo di toast

Tutto era iniziato con quel panino strano, peraltro caldo, che mangiavi volentieri al bar. Il toast. Inizialmente ‘original’ con una fettina di prosciutto cotto e una di formaggio....

Tutto era iniziato con quel panino strano, peraltro caldo, che mangiavi volentieri al bar. Il toast. Inizialmente ‘original’ con una fettina di prosciutto cotto e una di formaggio. Assolutamente vietato chiedere al barista la provenienza dei prodotti di qui sopra: a quei tempi non si usava. Ci si fidava, anche perché, diceva la mia nonna, quello che non ammazza ingrassa. Poi magari quanti sono morti per colpa di coloranti, conservanti e altre diavolerie, non lo sapremo mai, ma questo è un altro discorso. Di grassi invece ancor oggi ne girano parecchi, almeno così si dice e dunque anche quei toast alla fine hanno superato l’esame.

Divagazione a parte, tutto era nato con quei simpatici e veloci spuntini, si diceva, per poi scoprire che si potevano preparare e cucinare (beh, cucinare… ) anche a casa grazie, ovviamente, al tostapane. Macchinetta elettrica di facile uso, piccola e sistemabile in ogni spazio della cucina, estremamente robusta (come solo i primi elettrodomestici lo erano), adatta a sfornare un’infinità di panini che nel frattempo si erano evoluti grazie alla fantasia popolare.

C’è chi col formaggio ci metteva la rucola, chi i salumi, altri ancora osavano sino alla cioccolata (e a quel punto diventava un dolce). Sempre e solo grazie a quella macchinetta che sapeva manovrare anche il nonno, bastava solo schiacciare un pulsante. On, off. Tutto qui. Una vera diavoleria tecnologica che d’un botto cambiava le abitudini delle merende e dei pasti serali. Due toast fatti in casa e vai, tappi il buco dello stomaco. Poi è arrivato il forno a microonde ed è stato tutto un altro mangiare.

12.9.2017, 12:082017-09-12 12:08:00
Mario Campo @laRegione

Arrivò il fax ed era il top

Il primo fax di cui la direzione de ‘Il Dovere’ dotò la redazione di Locarno – la sede era un bugigattolo in Largo Zorzi condiviso con la sezione Plr cittadina e dalla cui finestra con...

Il primo fax di cui la direzione de ‘Il Dovere’ dotò la redazione di Locarno – la sede era un bugigattolo in Largo Zorzi condiviso con la sezione Plr cittadina e dalla cui finestra con vista muro si godeva (o soffriva) degli effluvi del sottostante ristorante e delle emissioni dell’impianto ad aria condizionata dell’adiacente Jelmoli – nella prima metà degli anni 80 ci metteva tre minuti a spedire una pagina e al termine puzzava pure di bruciato. Ma all’epoca sembrava quasi il non plus ultra della tecnica e mi permise di ricevere notizie in ufficio, di non più correre trafelato al telegrafo di Muralto (ormai scomparso) – magari dopo aver seguito un processo o una conferenza stampa – e di ridurre la spedizione di costosi espressi a Bellinzona, contenenti testi corretti velocemente a mano, fotografie e rullini da sviluppare.

Poi, con il trasferimento nei moderni uffici in via della Pace, l’editore ci aggiornò puntualmente dal profilo tecnico ed il fax divenne sempre più performante: un prezioso “partner” per un lavoro che diveniva vieppiù veloce e preciso. Un ulteriore salto di qualità avvenne in seguito al “matrimonio” con ‘l’Eco di Locarno’ e alla inattesa e laboriosa nascita de ‘laRegione Ticino’ nel 1992, con l’avvento dei computer, di internet e della telefonia mobile (il primo “Natel” era contenuto in una valigetta ed il suo uso destò curiosità durante una seduta di Consiglio comunale a Locarno).

Il fax ha tenuto botta sino ad alcuni anni fa, ora è relegato in un angolo della nostra redazione in via Orelli e ci consegna malinconicamente, ma assai sonoramente, pochi fogli alla settimana. Ogni tanto capita di guardarlo e – di fronte alla marea di e-mail, portali, social media e notizie in tempo reale con cui siamo quotidianamente confrontati – “per un istante ritorna la voglia di vivere ad un’altra velocità”, come già nel 1985 cantavano Battiato e Alice.

11.9.2017, 09:272017-09-11 09:27:08
Generoso Chiaradonna @laRegione

Era tutto un altro clima

Chi ha avuto la ventura di fare un lungo viaggio in auto questa estate e rimanere incolonnato per ore sotto il sole di agosto avrà avuto modo di chiedersi: “Ma come facevano i nostri genitori a...

Chi ha avuto la ventura di fare un lungo viaggio in auto questa estate e rimanere incolonnato per ore sotto il sole di agosto avrà avuto modo di chiedersi: “Ma come facevano i nostri genitori a guidare auto senza climatizzatore?”, quell’accessorio ormai di serie su tutte le automobili, anche le utilitarie più modeste.

Non era così 25 anni fa quando solo i modelli di fascia più elevata sfoggiavano questo optional comodo ma costoso. Era una sorta di status symbol, tanto chi lo aveva non lo chiamava ‘condizionatore’, ma ‘clima’. Quest’auto ha il clima, si diceva con un certo orgoglio per sottolineare che non si dovevano sudare le proverbiali sette camicie nel caso ci si mettesse in viaggio alle due del pomeriggio di un’estate torrida e afosa. In pratica oltre che freschi, i pochi fortunati con il condizionatore, erano liberi di partire a qualunque ora della giornata, suscitando l’invidia dei tanti che erano costretti ad artifici fantozziani per non rischiare colpi di calore e disidratazione incombente.

Personalmente, ricordo levatacce antelucane imposte da mio padre a figli e moglie perché – così affermava – avremmo fatto la maggior parte dei quasi mille chilometri del nostro viaggio estivo al fresco. Ogni anno, verso mezzogiorno ci ritrovavamo puntualmente fermi sull’Autostrada del sole tra Barberino e Roncobilaccio con finestrini aperti e quell’aria sbattuta di chi aveva dormito poco e male e che aveva già esaurito le scorte d’acqua. Anzi, quella poca rimasta era calda e praticamente imbevibile. Mio padre non era stato l’unico ad avere avuto l’idea di alzarsi nel cuore della notte. Migliaia di altri ‘vacanzieri’ agostani, con auto senza ‘clima’ si davano appuntamento proprio lì, poco prima di Firenze, tra Barberino e Roncobilaccio.

Qualche decennio dopo la scena si ripete. Alla guida, uno degli ex bambini assonnati degli anni 70 che ha imposto a sua volta alla propria famigliola orari da minatori e che si ritrova fermo in colonna, poco prima di Firenze, tra Barberino e Roncobilaccio. Con una differenza: freschi e idratati grazie al condizionatore diventato nel frattempo un accessorio democratico e popolare.