Laregione25anni

16.9.2017, 07:472017-09-16 07:47:33
Aldo Bertagni @laRegione

La musicassetta

Sembrava magica. Ed era un attimo infilarla nello stereo dell’auto, quasi con nonchalance, mentre la tua bella ti guardava a metà fra il preoccupato e il divertito. E da quel momento, appartati giusto un...

Sembrava magica. Ed era un attimo infilarla nello stereo dell’auto, quasi con nonchalance, mentre la tua bella ti guardava a metà fra il preoccupato e il divertito. E da quel momento, appartati giusto un po’, erano solo baci. Magica musicassetta, responsabile inconsapevole di tanti amori e altrettanti figli concepiti in auto, fra il chiaro e scuro, quando ancora andare in “camporella” era più un’esigenza ormonale che vero desiderio. Meno male che c’era lei, a creare atmosfera, a stemperare un contesto altrimenti a dir poco goffo e improbabile. Con le sonorità e soprattutto le parole che stavano nelle canzoni degli anni Ottanta e Novanta. Un vero spartiacque. Perché prima, per dire, c’era stato il mangiadischi e provateci voi ad approcciare la morosa timida e renitente con una scatola in mano assai voluminosa che si agita parecchio a un ritmo non per forza melodioso. Il tutto, magari, dentro l’allora piccola 500… Se già era goffo, l’approccio, con la mitica musicassetta, beh prima ancora si trattava semplicemente di un disastro annunciato. Abortito nel nascere.
Poi certo, il nastro a un certo punto si stancava di ubbidire alle regole musicali e decideva di girare a suo piacimento emettendo mugugni e rumori sinistri, tipo il ritorno dei morti viventi. Sino a fermarsi, quasi con disgusto, srotolandosi senza pudore fuori dall’apparecchio. Ed era tutto un riavvolgere, magari con la penna, per non restare lì, appesi al naso, senza un ma o un però. Nel silenzio più imbarazzante della vita.
Poi, come per magia, ripartiva “Quella maglietta fiiiinaaaa… ” che ti salvava la vita. E l’onore.

16.9.2017, 07:052017-09-16 07:05:59
Beppe Donadio @laRegione

E qui comando io

Nel 1992, al numero uno delle classifiche di mezzo mondo – Svizzera inclusa – c’era un brano che durava sei minuti. L’oggi defunto George Michael cantava insieme a Elton John (vivente) una canzone di...

Nel 1992, al numero uno delle classifiche di mezzo mondo – Svizzera inclusa – c’era un brano che durava sei minuti. L’oggi defunto George Michael cantava insieme a Elton John (vivente) una canzone di quest’ultimo dal titolo “Don’t let the sun go down on me”. Anche il titolo era lungo. Non bastasse, al numero tre della Bilboard c’era “November rain” dei Guns N’ Roses, che di minuti ne durava quasi nove. Un’eternità, paragonati ai tempi imposti alle canzoni dalle radio moderne, tre minuti e mezzo dopo i quali l’ascoltatore, così dicono gli studi, si annoia (non si citano, in verità, i casi di canzoni per le quali ci si annoia dopo i primi 20 secondi).

Si può fare di tutto, in sei minuti. Aprire un conto corrente, fondare un partito, scaricare la discografia dei Beatles, sposarsi (a Las Vegas potrebbero servirne pure di meno). E forse non è colpa dei dj se oggi le canzoni devono durare tre minuti. L’unica colpa dei dj è quando dicono “Ciao, stasera suono”. Il dj che "suona" è come un tizio che si passa il filo interdentale tra i molari e dice alla moglie "scusami cara, sto operando". Nel 2017, tutte le categorie professionali dovrebbero avere il proprio verbo. La lavandaia lava, il panettiere panifica, il musicista suona e il dj… diggea (quanto all’azione del “mettere i dischi”, l’Accademia della Crusca non segnala attualmente altra terminologia diversa da “mettere i dischi”).

Joe Jackson, genio britannico del pop di qualità, già nel 1982 gridava “Sono stanco di questi dj, perché si fa sempre come dicono loro?”. In “A slow song” (dal capolavoro “Night and Day”), l’artista si diceva “brutalizzato dai bassi e terrorizzato dagli alti” (intesi come toni dell’apparecchio stereo, e non come tipologie di statura). “Dicono che la musica abbia fascino – aggiungeva – ma nelle mani di qualcuno diventa una bestia selvaggia”. La musica è cambiata, dal 1992. Oggi, alla radio, “Tunnel of love” dei Dire Straits non si ascolta più per intero. Niente assolo di Mark Knopfler, non c’è tempo. Oggi abbiamo tre minuti, nei quali farci stare amore, rabbia, piacere, disgusto, ironia, ricordi, rivoluzione. Solo tre minuti. Possibilmente senza annoiare.

16.9.2017, 07:002017-09-16 07:00:43
Aldo Bertagni @laRegione

La pelliccia di volpe

Un vero must, ancora in quegli anni quando gli animali, almeno alle nostre latitudini, erano e restavano esseri viventi asserviti all’uomo in tutto e per tutto. Pelle compresa. Anzi, pelliccia....

Un vero must, ancora in quegli anni quando gli animali, almeno alle nostre latitudini, erano e restavano esseri viventi asserviti all’uomo in tutto e per tutto. Pelle compresa. Anzi, pelliccia. Quella di volpe argentata, in particolare, proveniente dalle steppe russe, che in vari misure (lunga o corta) rappresentava il top del successo. Il mondo femminile si divideva in due: chi l’aveva e chi no. Le prime, poche ed elette, la esibivano già coi primi freddi novembrini – giusto per sottolineare il proprio status – e costituiva, di fatto, il passaporto per entrare nelle stanze che contavano, il giorno giusto con le persone giuste. Sciurette non per forza in età, ragazze ben sposate, donnine esuberanti di larghe e disponibili vedute; tutte impellicciate a fianco del partner. E se il rango scendeva di un gradino, c’era sempre il girocollo da attaccare al cappotto. Rigorosamente di volpe argentata o ermellino, ça va sans dire. Nella bassa Lombardia si erano specializzati con tanto di sfilate, brochuere patinate, vetrine luciccanti che offrivano pellicce di “vera volpe della Kamchatka” a prezzi eccezionali e acquistabili in venti comode rate. La Milano da bere si stava schiantando contro Tangentopoli, siamo in quell’anno lì, ma in Italia e a maggior ragione in Canton Ticino l’euforia del lusso riusciva ancora a far decollare gli estrogeni nelle vene delle donne in carriera (o anche casalinghe).
Poi, quasi d’un botto, la pelliccia fini nel mirino dei buoni, con proteste sanguinolente (ma il sangue per fortuna era solo pittura rossa) che coinvolsero le timide e affrante signore resistenti al pelo d’animale. Secchiate di rosso fuoco imbrattarono così il simbolo della ricchezza e della sopraffazione. Era la rivolta della modesta borghesia e delle sino a quel momento bistrattate pellicce sintetiche. L’animalismo trionfò anche nei solotti radical chic, con la signora dei “miei primi 40 anni” novella Marianna a difesa delle volpi sino a pochi mesi prima indossate. I ricchi iniziarono a vergognarsi d’essere ricchi e i poveri provarono orgoglio della propria miseria. La volpe salvó il pelo e anche il vizio e chi aveva prenosticato a tutte un passaggio, prima o poi, in pellicceria, finì a sua volta impallinato sul banco di Mani pulite. Insomma, una storia di volpi e di polli. L’ennessima puntata.

16.9.2017, 07:002017-09-16 07:00:06
Aldo Bertagni @laRegione

L’esaurimento nervoso

Il capo ti rendeva impossibile la giornata? Era sicuramente questa la causa del tuo “esaurimento nervoso”. La moglie ti assillava per la vecchia lavatrice? I tuoi nervi, appariva evidente, si...

Il capo ti rendeva impossibile la giornata? Era sicuramente questa la causa del tuo “esaurimento nervoso”. La moglie ti assillava per la vecchia lavatrice? I tuoi nervi, appariva evidente, si stavano sempre più esaurendo. Che poi questa cosa dei nervi a tempo, a capacità limitata, pensandoci bene dava una dimensione saggia della vita terrena: tutto prima o poi termina, finisce. Oggi non più. Non sopporti le code di mezzogiorno? Sei “stressato”. Mandi a quel paese tua moglie che per l’ennessima volta ti ricorda che la lavatrice fra acqua? Il tuo livello di stress rasenta il “burnout”.
Ci avete fatto caso? Da alcuni anni a questa parte i nostri “nervi” non si esauriscono più; hanno acquisito una forza altrimenti insperata. Nessuno più li cita. In compenso lo stress è senza ombra di dubbio il termine che ha ormai occupato la scena relazionale, mediatica in particolare. È tutto uno stress. Che non si esaurisce mai, maledetto lui, contrariamente ai nostri buoni e vecchi nervi. Eh già, perché l’esaurimento nervoso presumeva implicitamente la necessità di tornare a rifornirsi, ricaricarsi, riposarsi. Con lo stress tutto cambia; c’è e ce lo teniamo, senza scampo. Anche perché definizione neutrale, esiste come la vita, l’amore, la fretta, la morte. Ed è senza ricarica.

15.9.2017, 13:562017-09-15 13:56:26
Moreno Invernizzi @laRegione

Figurine, passione appiccicaticcia

Come eravamo venticinque anni fa? Cosa catalizzava la nostra attenzione? C’erano tante cose, e tra queste tante cose ce n’era una in particolare che un quarto di secolo fa andava...

Come eravamo venticinque anni fa? Cosa catalizzava la nostra attenzione? C’erano tante cose, e tra queste tante cose ce n’era una in particolare che un quarto di secolo fa andava per la maggiore. Le figurine, Panini su tutte (a quei tempi non c’erano praticamente che quelle sul mercato), per gli album.

Una passione che si trasformava in una sorta di febbrone da cavallo durante l’estate rovente, quando si avvicinavano i grandi appuntamenti del pallone, perché in barba agli album di nicchia dedicati a Cuore, i Puffi, del Wwf e via elencando, i più gettonati erano quelli sfornati per Mondiali ed Europei.

Che tempi, quelli! Davvero altri tempi: quei mitici rettangolini autocollanti ci facevano spendere ore e ore, prima a scartare pacchetti, poi a spulciare liste di numeri a non finire (snocciolando come un mantra una serie di «ce l’ho, mi manca, ce l’ho… ») e poi con i compagni a scambiare le figurine. E, da ultimo, non senza l’umiliazione di non essere riuscito con i propri mezzi, a ordinarle dal produttore…

Erano anche altri tempi, quando gli Europei erano ancora a sole 8 squadre (Svezia 1992) e la fase finale di Coppa del mondo ne vedeva in lizza ancora 24 (Stati Uniti 1994). Allora per completare la raccolta ci voleva tempo, come oggi, ma decisamente meno, molti meno soldi… Che per un ragazzino come ero a quei tempi, il semplice costo di un pacchetto di figurine pareva già un piccolo salasso (e ogni pacco ne conteneva addirittura sei di figurine; oggi invece la miseria di cinque).

E gli album? Curati fin nei minimi dettagli! La sfida, poi, era quella di completare la raccolta prima che l’arbitro fischiasse il calcio d’inizio della partita inaugurale del torneo: solo a collezione ultimata ci si poteva rilassare guardando le partite sfogliando l’album e scrutando le facce di campioni che passavano alla tv. Ora è già bello se alcuni di quei campioni raffigurati sull’album sono effettivamente presenti nella rosa dei selezionati! E quante serate spese a caccia del «più brutto dell’album»: suvvia, chi non si è mai lasciato prendere e coinvolgere da questo gioco?

15.9.2017, 13:502017-09-15 13:50:26
Marzio Mellini @laRegione

Scarpini neri e danesi in vacanza

Oggi i calciatori che vanno per la maggiore sono ricchi, viziati, tatuati e ‘social’. Al passo con i tempi. Pochissime le concessioni alla poesia, al romanticismo, in un calcio che...

Oggi i calciatori che vanno per la maggiore sono ricchi, viziati, tatuati e ‘social’. Al passo con i tempi. Pochissime le concessioni alla poesia, al romanticismo, in un calcio che definire ‘cambiato’ è eufemistico. Pressoché impossibile che si verifichino ancora storie – meglio sarebbe dire favole – come quella della leggendaria impresa della Danimarca campione d’Europa nel 1992. Di per sé, al netto del valore di una Nazionale storicamente di secondo piano, niente di particolarmente sconvolgente. Se non fosse che i danesi a quell’Europeo non si qualificarono. Furono ripescati, in virtù dell’esclusione dell’allora Jugoslavia, dilaniata da una guerra interna, esclusa il 31 maggio da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Tempi cupi, bruttissima storia. Calciatori in vacanza, un allenatore che aveva programmato di rifare la cucina di casa, ma fu costretto ad affidare l’incarico a un arredatore d’interni. Improvvisazione totale, coronata dal successo finale, contro i tedeschi, conosciuti per non sbagliare mai, quando conta davvero. Lo spirito del gruppo, più della forza o della tradizione. Che storia, quella storia. Quel calcio aveva dei riferimenti: tra questi, il nero della tenuta dell’arbitro, e quello degli scarpini dei calciatori: dalle tonalità cupe di allora alla fluorescenza, al Kitsch che fa tendenza. Oggi torna il nero, e sembra di osare, di andare controcorrente. Altri tempi, altro calcio: i difensori già la facevano, ma di ‘diagonale’ ancora non si parlava. La ripartenza? C’era il contropiede; non si facevano né ‘densità’ né ‘filtro’, non si ‘attaccava la profondità’. Si attaccava e basta. La figura del telecronista era mitica. Era da solo, altro che commentatore tecnico. Alla radio imperversava “tutto il calcio minuto per minuto”. Radiolina all’orecchio, la ascoltavamo anche qui, la serie A, mentre a Cornaredo si tifava Lugano, al Lido le bianche casacche, al Comunale l’Acebe. “Goool, la Juve!”. “Noooo”, oppure ”Grandi”. La Juve divideva allora, e continua a farlo, questo non è cambiato. Quanto al resto, però, è rivoluzione. Nostalgia della Danimarca, ma tanto vale rassegnarsi.

15.9.2017, 13:472017-09-15 13:47:45
Sascha Cellina @laRegione

Come Sonic, non c’è nessuno

Immaginate la gioia di un ragazzino di sette anni che, il giorno di Natale del 1992, scartando il suo regalo si rende conto che, al posto del Sega Master System desiderato, Babbo Natale...

Immaginate la gioia di un ragazzino di sette anni che, il giorno di Natale del 1992, scartando il suo regalo si rende conto che, al posto del Sega Master System desiderato, Babbo Natale gli ha portato nientemeno che il ben più ambito Sega Mega Drive, fratello maggiore della consolle uscita per la prima volta in Europa nel 1985 e di conseguenza più potente, più bello, più divertente… più tutto. E naturalmente anche più costoso. Ecco, ora immaginate l’espressione, tra l’incredulo e il disperato, del babbo (quello vero) che si rende conto di aver regalato al figlio, non senza un notevole sforzo economico, un videogioco all’ultimo grido, mentre lui si sarebbe accontentato (e sarebbe stato comunque felicissimo) della versione meno nuova e meno costosa. Un problema questo che non sfiora nemmeno lontanamente la mente del bambino, già lanciato con la preziosissima consolle sottobraccio verso l’unico televisore presente nella casa dei nonni, con una foga che manco un giocatore di rugby lanciato verso la meta. Un traguardo che ovviamente nessuno riesce a impedirgli di raggiungere. Anzi, guai a chi non si unisce al tentativo di districare i vari cavi e collegarli alla tv, scovare il bottone del canale Av sul telecomando (un’impresa pure questa, visto che l’usura ha ormai cancellato ogni indicazione) e dar vita a un mondo fantastico nel quale perdersi con una regolarità spezzata – giustamente, ma vallo a capire a quell’età – solo dalle regole imposte dai genitori. Un mondo che poco o nulla ha a che vedere con il realismo e la grafica perfetta delle moderne consolle, ma non per questo meno affascinante, anzi... Come dimenticare le frenetiche corse nei panni di Sonic, il riccio blu chiamato a salvare il mondo dal Dr. Eggman (o Robotnik, quello con i baffoni); le botte di Street Fighter e Mortal Kombat; le notti (d’oriente) insonni a cercare di salvare la Principessa Jasmine in Aladdin; le avventure di Paperino in Quackshot. Per non parlare delle ore passate a disputare partite di calcio, commentate a mo’ di telecronaca dal primo all’ultimo minuto. E forse non è un caso se oggi, quel bambino, fa il giornalista sportivo…

15.9.2017, 13:442017-09-15 13:44:20
Mattia Cavaliere @laRegione

La neve di casa

L’odore della neve, i rumori dell’inverno, il Natale che si avvicina. Attaccarsi alla finestra del salotto di casa, seguire con lo sguardo un fiocco, dopo l’altro, oscillare nell’aria, posarsi a terra: l...

L’odore della neve, i rumori dell’inverno, il Natale che si avvicina. Attaccarsi alla finestra del salotto di casa, seguire con lo sguardo un fiocco, dopo l’altro, oscillare nell’aria, posarsi a terra: l’assoluta delicatezza. Ricordare gli anni Novanta per chi scrive significa rivivere le emozioni dell’infanzia, un tempo segnato prevalentemente dalla natura: dal sole e dal brutto tempo, comunque bello. Stivali da ricercare frettolosamente negli angoli di casa, guanti, berretta e un cappotto troppo grande in cui infilarsi prima di chiudere il portone. Il bob andava più veloce della slitta in un prato vicino a casa che diventava un parco dei divertimenti. Il fratello, i cugini che svelavano i trucchi; gli altri accorgimenti da rubare, ai più grandi. Fino allo scoccare delle 16. La merenda da consumare frettolosamente. Quindi i cartoni animati. Ma non per tutti: solamente per chi aveva i canali (televisivi). Da casa, spazi e tempi da riempire sbizzarrendosi nell’inventarsi passatempi, alle piste da sci: montagne normalizzate e ridotte in impianti sportivi, accessibili con la giusta attrezzatura, dopo essersi messi in coda con la giornaliera al collo. Tute da sci fosforescenti (dai colori improponibili), tutte di un pezzo 'perché ora – recitavano in coro – si usa così'. Che magari si rivelavano scomodissime e così l'anno dopo si ritorna in negozio abbassandosi, un'altra volta ancora, a cavia della moda, alle sue trovate più bizzarre: in cerca di personalità, da sfogliare sui cataloghi. Già, perché negli anni Novanta lo sci era parte integrante della nostra cultura, di ticinesi. Quando lo 'snow' si è affermato, sempre e comunque come seconda scelta alle tradizionali assicelle rigorosamente altissime e tutte dritte, i più furbi facevano incassi che nemmeno ci si sogna oggigiorno. A quel tempo non si attendevano i saldi (peraltro non ancora liberalizzati) a rinnovare l’equipaggiamento; i negozi outlet erano realtà aliene, anche nelle nostre cittadine. Mentre lassù, sulle piste, ognuno aveva (e ricercava) il suo stile; al maestro da sci, quando si frequentava l’immancabile corso settimanale nelle vacanze, si portava rispetto, quasi fosse un’(altra) autorità. In un’epoca scivolata nei libri.

15.9.2017, 13:382017-09-15 13:38:39
Stefano Guerra @laRegione

‘Non ho fatto che passare, accogliere’*

*Philippe Jaccottet

Sessanta, settanta metri d’asfalto: una curva, in lieve pendenza, due corsie separate da una linea bianca continua. Finisce (o comincia) in un...

*Philippe Jaccottet

Sessanta, settanta metri d’asfalto: una curva, in lieve pendenza, due corsie separate da una linea bianca continua. Finisce (o comincia) in un prato. All’altra estremità – quasi sotto il viadotto della nuova linea ferroviaria – è sbarrata da due reti metalliche: un cartello vieta l’entrata ai non addetti ai lavori. Tra Camorino e Sant’Antonino c’è questo pezzo di strada abbandonata. Da quando? Lo noto ora, mentre a pochi metri di distanza imbocco la corsia ciclabile del nuovo sottopasso.

Eppure devo averla percorsa centinaia di volte, quella strada, prima e dopo il 25 settembre 1992. No, non è vero. In bici o in auto, passavo sulla ‘comunale’ che corre dritta e pianeggiante lì vicino. Che sta lì da sempre – certo senza sottopasso né corsia ciclabile, dapprima sterrata, poi con l’asfalto rattoppato, comunque dritta e pianeggiante; che sta lì in ogni caso da molto tempo prima che il cantiere del secolo la trasformasse in moderna strada. E allora, quella curva d’asfalto? Dev’essere la traccia di una deviazione temporanea, aperta e poi chiusa durante il cantiere AlpTransit. Sì, ora ne sono certo: 25 anni fa non esisteva.

Com’è che pensiamo vecchio (come mai ci è familiare?) un giovane moncone di strada (che dovrebbe esserci estraneo)? E come può questa strada nuova, definitiva, che non ci appartiene, cancellare persino il ricordo di ciò che non è scomparso, ossia il tracciato rettilineo, quasi parallelo alla montagna che sale verso Vigana e l’Alpe del Tiglio? Da dove viene questo spaesamento? Dall’asfalto impeccabile, dal ponte e dal viadotto che le passano sopra, dalle rampe strette in alti muraglioni di cemento armato sui quali è già stato scritto un messaggio d’amore (Yiki Dogdun OMERIM❤/❤Seni Cook Seviyonm❤/Sonsuz Ask 20.08.15❤)? Cammino sulla curva d’asfalto, scendo verso il prato, lo attraverso, arrivo sulla strada nuova. Ho davanti non meno di venti cartelli segnaletici. Eppure, a due passi da casa, mi sono perso.

15.9.2017, 13:342017-09-15 13:34:09
Sabrina Melchionda @laRegione

Caro tredicenne, un saluto dai miei tempi

È uno di quei momenti. Di quelli che s’era giurato di non dire mai ai figli, poiché fa tanto genitore. Che poi è sinonimo di antico, superato, out (si dice ancora?). Quel...

È uno di quei momenti. Di quelli che s’era giurato di non dire mai ai figli, poiché fa tanto genitore. Che poi è sinonimo di antico, superato, out (si dice ancora?). Quel momento è arrivato quasi a tradimento. «Mamma, cos’è un walkman»? L’oggetto ignoto al tredicenne è sulla lista di aggeggi vietati a scuola, tra il cellulare e una serie di I-vari.

La spiegazione data al paio d’occhi sgranati, su quello che il giovane classifica subito come reperto archeologico, dà il la a una rievocazione d’altri tempi. «Ai miei tempi…». Ecco, l’ho detto. Il 1992, i ‘miei tempi’, è un’era geologica fa. Prendiamo le telefonate – sì, sì, c’era già il telefono, caro spiritoso adolescente dal sorrisetto ironico; e serviva per parlarsi, pensa un po’ –. Iniziavano con «ciao, come stai?».

Poi in pochi anni il cellulare è passato da gadget carissimo a finire nelle tasche di tutti. Libero da cavi, ha liberato noi (su questo potremmo disquisire, ma sarà per un’altra volta) e il saluto s’è distorto in «dove sei?», il ‘ciao’ come optional. Altri pochi anni, il telefonino è divenuto smart e, come il PacMan coi puntini nel labirinto, s’è mangiato tutto. Sms e messaggerie gratuite con faccine e simboli hanno trasformato i biglietti per Natale o compleanno in specie rara; per non parlare delle lettere vere, razza quasi estinta.

Caro tredicenne, sai che emozione trovare una busta col proprio nome scritto a mano! Aprirla, scoprire le parole che qualcuno s’era preso il tempo di pensare una a una, ché sulla carta mica si cancellava e riscriveva dieci volte. Capitava anche di ricevere una cartolina. Ah le cartoline! Chi ci appiccicava l’etichetta con l’indirizzo già scritto, chi si limitava a ‘tanti saluti dalle mie vacanze’. Eppure quei frammenti di viaggi sembravano piccole poesie; altro che le decine di foto inviate col cellulare in tempo reale dall’altra parte del Globo.

Sappi, caro tredicenne, che di questi tempi, i tuoi tempi, se trovi una busta in buca è quasi certamente una fattura. Però se chiami qualcuno, chiedigli «ciao, come stai?». Questo non ha prezzo. Né tempo.

15.9.2017, 13:282017-09-15 13:28:58
Aldo Bertagni @laRegione

I ghiaccioli ‘veri’

Premessa essenziale. Non amo particolarmente i gelati. Sarà la panna (persino doppia!) o tutti quegli ingredienti strambi che hanno un solo obiettivo: ingrassarti in poche settimane come un...

Premessa essenziale. Non amo particolarmente i gelati. Sarà la panna (persino doppia!) o tutti quegli ingredienti strambi che hanno un solo obiettivo: ingrassarti in poche settimane come un pollo d’allevamento. E però i ghiaccioli… Quelli “veri” intendo, che raramente oggi si trovano se non nei negozietti molto, molto periferici dove il rivenditore di gelati e surgelati non arriva più da una vita (e uno dovrebbe chiedersi come fanno comunque a esserci…, ma va beh). Veri e propri pezzi di giaccio duro, gialli e arancioni prevalentemente. Raramente viola, ogni tanto – ma proprio una volta ogni morte di papa – marrone scuro.

Io adoravo quelli verdi. Alla menta, o perlomeno al gusto della menta grazie a coloranti e dolcificanti che manco voglio sapere. Per il motivo di cui sopra. E però i ghiaccioli veri… Talmente duri che potevi lasciarci un dente e infatti i più si limitavano a succhiarli sino a prosciugare, letteralmente, ogni residuo di colore da lasciarli bianchi. Come il ghiaccio, appunto. I più arditi li affrontavano a morsi e nel farlo ti guardavano divertiti, a mò di sfida, come se stessero azzannando un serpente a sonagli. E del resto riuscire a staccarne un pezzo con il solo ausilio dei denti rappresentava una piccola grande impresa, da raccontare per settimane, dandosi di gomito, nelle uggiose giornate settembrine, dei primi giorni di scuola.

Andavano come ciliegie, i veri ghiaccioli che non sono riusciti a superare il secolo, surclassati da surrogati fighetti, multicolori, esili e fragili come un grissino. Insignificanti. Non per dire, ma i simil ghiaccioli di oggi sono i simboli più eloquenti della “società liquida”. Così come quelli di ieri sapevano ben rappresentare la certezza delle idee e la forza del carattere. Duri come pietre, ultimi scampoli di una virilità ormai… alla frutta. Surrogata, pure.

15.9.2017, 13:262017-09-15 13:26:00
Aldo Bertagni @laRegione

L’altalenante curva del borsello

Certo era comodo, ma di un ridicolo… Ci fu un’epoca, quella a cavallo del secolo, che gli uomini riuscirono a risolvere un complesso: il borsello da passeggio. Non borse da lavoro,...

Certo era comodo, ma di un ridicolo… Ci fu un’epoca, quella a cavallo del secolo, che gli uomini riuscirono a risolvere un complesso: il borsello da passeggio. Non borse da lavoro, magari in pelle, no. Veri e propri contenitori di oggetti maschili vari, alter ego della borsa femminile dove notoriamente c’è di tutto e non si trova mai nulla. Più piccolo delle “sorelle”, preferibilmente in similpelle, dai colori sobri. Perché insomma, a quei tempi l’uomo era pur sempre l’uomo che non chiede mai. Prende. Pren- deva. Forse. Ma la narrazione – femmi- nile in particolare – lo voleva così: virile. E tale rimase anche con il borsello per quanto nacquero subito due scuole di pensiero. Quell’oggetto un po’ così, finiva col dare al maschio un’andatura, come dire, un tantino ondulatoria e dunque poco consona al prendere. Questo dicevano i primi, tradizionalisti. Ma no, lo addolcisce quel tanto che basta per non spaventare e poi, che diamine, il borsello è di un pratico. I secondi, innovatori e modaioli. Alla fine prevalsero i primi. Non durò a lungo, per l’infelicità dei borsaioli che si videro ridimezzare il potenziale di ricchezza a disposizione. Perché sfilare un borsello, ragazzi, era cosa da principianti. Scomparso per decenni (e mai rimpianto, diciamolo) a danno delle giacche che sono così tornate a gonfiarsi oltre misura, soprattutto sul petto, il borsello è rinato recentemente, sull’onda lunga degli zainetti. Più chic di questi ultimi, meno provinciale. Più cittadino e vezzosetto, nelle tinte e nelle forme. Magari da portarsi a tracolla, con nonchalance. Oggi viviamo tempi d’incertezza, genere compreso, che esaltano la tenerezza (e qualche maschio si ostina a non capirlo picchiando la moglie) e fuggono gli stereotopi vincenti ieri (Rambo, per dire, oggi non se lo filerebbe nessuno). E così il cenerentolo borsello ha avuto la sua rivincita, facendo bella mostra di se soprattutto in città, nelle mani di giovani dandy seguaci fashion. Durerà questa volta o declinerà ancora come in passato? Alle donne l’ardua sentenza. Perché alla fine sono loro il nostro quotidiano specchio. Virilità compresa.

15.9.2017, 13:232017-09-15 13:23:40
Luca Berti @laRegione

Quando bastavano i floppy disk per fare (quasi) tutto

Nella vita dei bimbi le cose appaiono d’improvviso. Così non saprei dire come quel computer sia finito in camera mia, nel 1992 o giù di lì. A trasportarcelo fu...

Nella vita dei bimbi le cose appaiono d’improvviso. Così non saprei dire come quel computer sia finito in camera mia, nel 1992 o giù di lì. A trasportarcelo fu probabilmente mio padre su istanza del sottoscritto, anche se pure su questo dettaglio non c’è mai stata unanimità. Proveniva certamente dalla mansarda adibita ad ufficio, circostanza sostanziata dal fatto che in casa i computer giravano già da qualche anno e che generalmente erano insediati vicino alla scrivania di papà, il quale aveva complementato la passione per l’elettronica con l’interesse per l’allora nascente campo dell’informatica.

Fu lui a passarmi il pallino per tastiere e schermi, eredità avallata con quello sbarco ultratecnologico in camera. Schermo a tubo catodico da mille chili (almeno così mi sembrava allora) rigorosamente monocromatico, tastiera modello carro armato con tre centimetri di bordo – rumorosissima – e mouse assente (almeno per il primo paio d’anni), il mio primo Pc era un Ibm PS2 e funzionava con un processore a 8 megahertz, che oggi non riuscirebbe nemmeno a dar vita a un qualsiasi telefonino di bassa gamma (sotto i 1’500 megahertz mica si muovono quelli). Tutti i comandi andavano impartiti con la tastiera in linguaggio Dos: altro che puntatori del mouse, icone e finestre.

In quelle condizioni la sfida era riuscire a ricordarsi i precisi comandi con cui eseguire le operazioni. E così per cancellare un file era necessario rammentarsi come verificare che esistesse ancora (dir/w), ricordarsi come navigare fino alla sua posizione (cd) e richiamare alla mente il comando per eliminarlo (del). Per inciso, l’operazione era resa anche più complicata dal fatto che i file potevano avere nomi con al massimo 8 caratteri, per cui a volte era ostico ricordarsi quale fosse da cestinare e quale no. Per custodire tutto il popò di documenti prodotti, per lo più scritti di varia natura redatti con la suite Office dell’epoca (Framework III), si avevano a disposizione ben 40 Megabyte di disco rigido – ovvero 110 volte in meno di un dvd – espandibili a piacimento tramite floppy disk. Così – a 1,4 megabyte alla volta: tanto conteneva un floppy – si potevano mettere al sicuro le improbabili opere letterarie e i giochi che copiavo da chissà dove.

Disco su disco, alla fine mi ritrovai con circa 300 floppy, contenenti in totale la vertiginosa mole di 420 megabyte di dati. Venticinque anni più tardi quel computer funziona ancora. Nonostante sia un catorcio a confrontato dello smartphone che ho in tasca, ogni tanto lo accendo, giusto per ricordare come allora l’informatica fosse un po’ più difficile, ma tanto più divertente.

15.9.2017, 13:172017-09-15 13:17:11
Aldo Bertagni @laRegione

Quando avere la stilografica era un must

Averla, e magari usarla davanti agli occhi invidiosi degli astanti, era un must. Un chiaro indice di potere. Almeno riconosciuto da chi ti voleva bene. Si trattava infatti del...

Averla, e magari usarla davanti agli occhi invidiosi degli astanti, era un must. Un chiaro indice di potere. Almeno riconosciuto da chi ti voleva bene. Si trattava infatti del regalo per antonomasia della moglie o della mamma al compleanno del marito o figlio che aveva da poco ricevuto un avanzamento di carriera (obbligatoriamente declinato al maschile in quegli anni). Poco importa, poi, se quella penna stilografica rotondeggiante e griffata sarebbe rimasta praticamente intatta nella solida ed elegante custodia per molti anni a venire.

Anche perché, in verità, mostrarla appariva ai più un atto di arroganza (nei confronti degli astanti di cui sopra), concesso solo al megadirettore galattico di fantozziana memoria. E però, diciamola tutta, ci manca quella stilografica che segnava un confine. Netto. Drastico. Un solco fra chi era di qua – sempre più numerosi, ma bastava far finta di non saperlo – e quelli di là, poco abituati a firmare documenti, se non cambiali.

Cose d’alta classe, mica le pennette d’oggi che s’infilano in un computer nella più totale, per quanto certo democratica, mediocrità. Oggi ne girano ancora. C’è chi ne racconta, come se avesse visto un unicorno in una giornata di foschia. Fra il meravigliato e lo stranito.

14.9.2017, 17:552017-09-14 17:55:00
@laRegione

laRegione: c'è chi la fa (o l'ha fatta)

In venticinque anni sono molti i volti che hanno popolato gli uffici del giornale sia in via Ghiringhelli a Bellinzona, sia nelle sedi locali di Chiasso, Lugano, Locarno,...

In venticinque anni sono molti i volti che hanno popolato gli uffici del giornale sia in via Ghiringhelli a Bellinzona, sia nelle sedi locali di Chiasso, Lugano, Locarno, Biasca, Berna e Zurigo. Nomi e firme che hanno contribuito all’identità de laRegione grazie a notizie, approfondimenti, inchieste e analisi. Ad esempio quando da queste colonne si denunciò l’appalto a Thermoselect (era il 1995) oppure quando nel 2006 si svelò il caso ‘Villalta’ che travolse l’allora consigliera di Stato Marina Masoni. O quando, nel 2007, si coniò il termine ‘asfaltopoli’ per descrivere l’accordo cartellare tra le imprese del settore in Ticino. Oppure ancora quando nel 2015 si parlò per la prima volta dell’asportazione per errore di due seni alla clinica Sant’Anna.

Impossibile ricordare tutti i nomi passati da queste stanze. Diremo quindi solo che il primo direttore de laRegione fu Giò Rezzonico, che prese il timone del quotidiano dalla sua fondazione, il 14 settembre del 1992, fino al giugno 1993, quando i due coeditori decisero di separarsi. La testata passò interamente a Giacomo Salvioni, che il 1° agosto chiamò alla direzione Monica Piffaretti, con Paul Guidicelli vice. Rimase fino al 1999, quando decise di lasciare il timone per dedicarsi al mestiere di mamma. Le subentrò il marito Matteo Caratti, che da allora dirige il quotidiano.

Nei due anni successivi Caratti fu coadiuvato dai vicedirettori Philippe Bernasconi e Michele De Lauretis. La carica di Bernasconi passò poi a Daniele Fontana. De Lauretis lasciò il giornale nel 2005 mentre Fontana lo fece nel 2009. Gli subentrò Aldo Bertagni che da allora ricopre la carica di vicedirettore. Nel 2013, nello spirito di garantire la continuità in azienda, Rocco Salvioni ha assunto la carica di Ceo.

L’attuale squadra redazionale è formata dal caporedattore centrale Andrea Manna e dai giornalisti (con vari gradi di responsabilità, ma qui in rigoroso ordine alfabetico) Paolo Ascierto, Fabio Barenco, Luca Berti, Mario Campo, Simonetta Caratti, Daniela Carugati, Mattia Cavaliere, Sascha Cellina, Generoso Chiaradonna, Katiuscia Cidali, Prisca Colombini, Beppe Donadio, Cristina Ferrari, Erminio Ferrari, Serse Forni, Samantha Ghisla, Stefano Guerra, Guido Grilli, Moreno Invernizzi, David Leoni, Stefano Lippmann, Claudio Lo Russo, Davide Martinoni, Marzio Mellini, Sabrina Melchionda, Marino Molinaro, Alfonso Reggiani, Giacomo Rizza, Chiara Scapozza, Ivo Silvestro, Christian Solari, Dino Stevanovic, Sebastiano Storelli, Clara Storti, Leonardo Terzi. Il marketing, diretto da Susanne Messerli (responsabile marketing e vendita), è affidato a Violetta Alberti, Corinne Petrimpol, Luca Sardina e Claudia Von Mentlen mentre sul campo operano i venditori Dario Manini e Carlo Picollo. I compiti amministrativi sono affidati a Roberto Masarati (responsabile delle finanze), Andrea Masarati e Laura Borges. Il segretariato si compone di Sandra Fornasier (segretaria dell’editore), Paola Buffi (responsabile) e Nicole Magliarella, mentre la relazione con gli abbonati, sotto la supervisione di Lorenzo Erroi, è garantita da Lorena Gianella e Barbara Vanina. In prestampa, guidati dal responsabile IT Riccardo Guidi, operano Gianni Albisetti, William Berni, Davide Calà e Brian Decarli. La programmazione informatica è affidata a Matteo Locatelli mentre ordine e pulizia a Tina Ganna. La qualità del prodotto è assicurata anche dai correttori Petra Demarchi, Diana Guainazzi-Castagnino, Cristina PinhoTeixeira, Luca Rapetti, Daisy Silvestro e Linda Zicca.

14.9.2017, 16:052017-09-14 16:05:26
Andrea Manna @laRegione

Un quarto di secolo sui fatti

Certe notti, canta Ligabue. E certe notti non si dimenticano. «Si era rotto il freno della rotativa, dovetti allora rallentare manualmente la bobina per tutta la durata della stampa...»,...

Certe notti, canta Ligabue. E certe notti non si dimenticano. «Si era rotto il freno della rotativa, dovetti allora rallentare manualmente la bobina per tutta la durata della stampa...», racconta Giacomo Salvioni. Il giornale fu stampato e consegnato ad abbonati ed edicole. Il guasto nella tipografia bellinzonese non impedì l’uscita, il 14 settembre 1992, del primo numero del quotidiano nato dalla fusione tra Il Dovere e l’Eco di Locarno. Oggi laRegione compie un quarto di secolo. Venticinque anni di cronaca fra scoop grandi e piccoli, approfondimenti, inchieste e commenti profilati, per contestualizzare i fatti, offrendo una chiave di lettura degli stessi. Di questo importante traguardo parliamo con Giacomo, editore, e il Ceo, il figlio Rocco Salvioni. Ne parliamo con uno sguardo anche al trentesimo della nostra/vostra testata. Al 14 settembre 2022 ci separa un lustro. Poca cosa in un mondo dove l’incessante e rapida evoluzione tecnologica riduce sempre di più, pure sul fronte dell’informazione, distanze e tempi.

Giacomo Salvioni, venticinque anni...

Vissuti intensamente e con successo. Nonostante le cassandre, che ci davano per spacciati nel giro di qualche mese, nonostante la concorrenza, che seduta sulla riva del fiume attende che passi il nostro cadavere (un’attesa vana), noi siamo ancora qui. Vivi e vegeti. Con un ottimo prodotto giornalistico, una situazione finanziaria sana e inserzionisti pienamente soddisfatti. Certo anche noi nei momenti difficili abbiamo dovuto comprimere i costi, facendo però attenzione a non compromettere il lavoro redazionale e di riflesso la qualità del prodotto.

Parte subito in quarta e l’ottimismo non le manca davvero.

Ottimista lo sono per natura. E se parlo in veste di editore, laRegione in questi suoi primi venticinque anni di vita mi ha regalato molte soddisfazioni. Grazie anche – e tengo a sottolinearlo – a una direzione, a una redazione e a uno staff tecnico che hanno dato e danno il massimo. Di questa testata vado orgoglioso. È anche una scuola di giornalismo. Tant’è vero che la Rsi quando necessita di validi cronisti attinge soprattutto, se non esclusivamente, alla nostra redazione. Il che ci crea ogni volta problemi. Senza dimenticare che in un altro non meno importante ambito, quello pubblicitario, la Ssr pratica nei confronti del nostro come degli altri quotidiani una forma di concorrenza sleale, con prezzi da dumping, ‘finanziata’ oltretutto dallo Stato: un’anomalia per la libera economia.

La pubblicità appunto: il suo calo sulla carta stampata è un dato di fatto. Con dolorose conseguenze per le redazioni, come dimostrano le ristrutturazioni avvenute e annunciate di recente in altri cantoni.

Eppure si assiste a una ripresa della pubblicità sul ‘print’. In Germania è marcata. E anche da noi, negli ultimi mesi, le cose vanno leggermente meglio. Con ogni probabilità non si raggiungeranno più i livelli di quindici, venti anni fa. Tuttavia sono fiducioso. Io una ripresa lenta ma costante la vedo. Secondo me, gli inserzionisti, anche quelli grossi, si stanno rendendo conto che la pubblicità sui giornali rende molto di più che in televisione o nell’online, dove anzi spesso disturba.

L’associazione svizzera dei giornalisti Impressum chiede un aiuto statale diretto per la stampa: lei, che è anche presidente degli editori ticinesi, la ritiene una soluzione per far quadrare i bilanci aziendali?

Sull’aiuto diretto sono molto scettico. Uno Stato che cofinanzia la pubblicazione dei quotidiani potrebbe poi, temo, condizionarne le scelte redazionali e dunque il loro modo di fare informazione. E questo a seconda delle maggioranze politiche presenti in quel momento nel Paese. La libertà di stampa sarebbe insomma a rischio. La Confederazione potrebbe agevolare le imprese editoriali private con aiuti indiretti, più consistenti di quelli attuali. Le tariffe della Posta, per esempio, andrebbero ridotte.

Nel settore dei media le previsioni sono particolarmente difficili. Proviamoci lo stesso: quale potrebbe essere in Ticino il panorama editoriale nel medio termine per quanto riguarda i quotidiani a pagamento?

Giacomo Salvioni: Penso che ne resteranno due. Di sicuro uno sarà laRegione. E se per finire dovesse rimanerne uno, spero ovviamente che sia il nostro. Rocco Salvioni: La pluralità dell’informazione è una ricchezza. Se il numero dei quotidiani a pagamento diminuirà, l’importante è che quelli che restano godano, finanziariamente parlando, di buona salute. La scelta del Giornale del Popolo di separarsi dal Corriere del Ticino e quindi di tornare a camminare con le proprie gambe è di questi tempi senz’altro coraggiosa. Se questo gli permetterà di sopravvivere lo vedremo. Se così non sarà, evidentemente rimarranno in Ticino due quotidiani a pagamento. Per conoscere gli sviluppi di quest’ultimo scenario servirebbe però la classica sfera di cristallo.

E questa separazione quali orizzonti schiude o potrebbe schiudere, oggi, a laRegione?

Giacomo Salvioni: Il numero dei nostri lettori si avvicinerà a quello del Corriere del Ticino. Il motivo è semplice. Il CdT non potrà più aggiungere il numero dei lettori del Giornale del Popolo al suo. Con la fine della loro collaborazione, questa somma non sarà più possibile. E le cose saranno più chiare. Per laRegione e i propri inserzionisti, compresi quelli potenziali, il discorso si farà interessante.

Torniamo al nostro 25esimo. Cosa distingue laRegione dagli altri due quotidiani a pagamento?

Giacomo Salvioni: Anzitutto la nostra testata non è mai stata il megafono dei partiti. Di nessun partito. Abbiamo cercato sempre di fare un giornalismo documentato, critico, con uno stile vivace. Puntando in particolare sui fatti locali e sul giornalismo di prossimità in generale. Nei commenti prendiamo posizione in maniera chiara, netta: sui fatti locali, cantonali, nazionali e internazionali. Vorrei ancor più cronaca, più approfondimenti e più inchieste. Rocco Salvioni: Evidenzio un altro aspetto fondamentale: fin dalla nascita de laRegione la redazione gode della massima libertà, della massima autonomia nella scelta degli argomenti. Al centro della linea editoriale della testata c’è infatti solo il buon giornalismo.

Una testata alle prese con un’altra sfida: quella delle nuove tecnologie. Con quali obiettivi, Rocco Salvioni?

Potrei cavarmela con una battuta: chi si ferma è spacciato. Forse esagero, ma un quotidiano non può permettersi il lusso di trascurare le nuove tecnologie. Delle quali scriviamo e delle quali dobbiamo – ripeto, dobbiamo – servirci. Bisogna considerare due cose. Venticinque anni fa internet era una parola ai più sconosciuta, enti pubblici e privati non disponevano di un sito online, i cellulari non c’erano. E oggi i social network sono uno dei nuovi mezzi di comunicazione. Parte dell’informazione passa anche da questi canali. Il quotidiano classico sui tempi è ‘bruciato’. Su Facebook e Twitter dobbiamo essere presenti per raccogliere spunti e valutare, dopo le necessarie verifiche, se siano ‘notiziabili’. Sui social dobbiamo essere presenti per portare sempre più persone, in particolare i giovani, sulla versione cartacea de laRegione e sul suo sito. Per essere meglio coordinati e quindi più reattivi sui vari fronti, da alcuni mesi il grosso dei giornalisti lavora a Bellinzona in una newsroom. Le redazioni locali sono state mantenute. La copertura del territorio cantonale continua quindi a essere garantita. Ci siamo dati questa nuova organizzazione per operare al meglio nella realtà multimediale. Con risultati che io giudico molto positivi.

Che cosa si sente di promettere ai nostri lettori?

Che sia nel cartaceo sia nell’online laRegione continuerà a fare del giornalismo. Del buon giornalismo.

14.9.2017, 15:392017-09-14 15:39:04
Cristina Ferrari @laRegione

Lo sciupafemmine e lo sfigato: era la 'compagnia'

C’era lo sciupafemmine e c’era il simpaticone. C’era la belloccia (che era sempre bionda) e lo sfigato. Si ‘viaggiava’ in almeno una ventina, fra una piazza e un...

C’era lo sciupafemmine e c’era il simpaticone. C’era la belloccia (che era sempre bionda) e lo sfigato. Si ‘viaggiava’ in almeno una ventina, fra una piazza e un piano-bar, sempre pronti alla risata e a consolare l’amico lasciato dalla prima fidanzatina. Era la ‘compagnia’, quella capace di tenerti fuori casa pomeriggio e sera: calamita nel weekend e contatto telefonico (quello ancora con i fili) nei giorni feriali. Non esisteva stagione capace di isolarti: al lido d’estate, al centro giovani d’inverno, giusto per fare un tuf- fo e uno scherzo alle ragazze, ascoltare musica o seguire le performance dei ‘maschi’ da una porta a un canestro. La ‘compagnia’ quella che oggi, venti- cinque anni dopo, sembra non esistere più, era la tua seconda famiglia, per al- cuni del gruppo anche la prima... Non servivano alcol o sballi allora per tornare a casa con il sorriso sulle labbra e felici nel cuore, bastavano un paio d’ore trascorse a chiacchierare, a scambiarsi le proprie visioni del futuro, i propri sogni e, qualche volta, anche i propri fallimenti (soprattutto scolastici). Era un guscio capace di proteggerti, ti ini- ziava alla vita, ti insegnava il valore dell’amicizia e della condivisione. Il sabato poi era ‘sacro’: guai a prendere un castigo dai propri genitori e a non poter uscire, si rischiava il pianto disperato. Era bella la ‘compagnia’ di inizio anni Novanta: per scovare un amico bastava farsi trovare sotto il piantone o al campetto, e lì incontravi il tuo mondo. Tu, adolescente e giovane, non eri ancora ‘prigioniero’ di un telefonino e le playstation erano cose da film di fantascienza. Nella tua stanza ci stavi giusto per dormire (poco) e mamma parlava ancora della vostra casa come di un albergo. Non perdevi troppo tempo davanti alla tv e gli impegni sportivi, limitati, ti concedevano del buon tempo libero. Le partite, la domenica, i ragazzi le ascoltavano, distrattamente, alla radio mentre scambiavano il loro primo bacio e le prime emozioni. La ‘compagnia’ che ti difendeva dai bulli e che valorizzava i talenti di ciascuno: chi portava la chitarra, chi la voce. Chi, lì, ha lasciato il cuore.

14.9.2017, 15:352017-09-14 15:35:52
Aldo Bertagni @laRegione

La rucola è finita... in panchina

Per esserci, c’è ancora. La si trova insacchettata nei banchi dei supermercati, confusa magari fra i germogli di soia (oggi decisamente più trendy) e le carote fresche grattugiate…...

Per esserci, c’è ancora. La si trova insacchettata nei banchi dei supermercati, confusa magari fra i germogli di soia (oggi decisamente più trendy) e le carote fresche grattugiate… Per dire, è finita in panchina. Ben altri splendori quelli vissuti dalla rucola, o rucoletta, negli anni Ottanta sino all’inizio dei Novanta del secolo scorso. C’è stato un tempo che la trovavi praticamente in ogni ricetta, dagli antipasti al dolce (o quasi). Principessa di ogni tavola stellata, il grande pubblico l’aveva subito amata per quel gusto un po’ così… amaro ma non troppo, che le dava un carattere forte e al contempo modaiolo, vuoi anche l’aspetto con quel verde primavera. Se non mangiavi una ricetta con la rucola eri un tipo poco raccomandabile, certo poco avvezzo alla “bella società” che in quel tempo amava vantare conoscenze culinarie dai nomi esotici e spumantini. Si era appena agli inizi di un fenomeno che in vent’anni è letteralmente sbragato. Insomma, la rucola come antesignana della rivoluzione alimentare dove l’imperativo è: togliere, togliere, togliere. Ambasciatrice vegana ante litteram, quando le verdure facevano solo piangere i bambini a tavola.

Vegana, si fa per dire

Vegana, poi, si fa per dire perché la morte sua era e resta la “tagliata” che certo è quanto di peggio ci possa essere per chi aborre la carne. Ma si sa, anche i santi non hanno avuto una vita completamente linda. Quel che conta è il messaggio, l’enfasi, la narrazione – come si dice oggi – di un tempo che stava cambiando e la rucola s’era fatta bandiera di una nuova civiltà che chiudeva il secolo di polenta e pastasciutta, all’insegna di “magro è bello”. Oggi è relegata quasi in fondo allo scaffale, surclassata da nuovi ed energizzanti prodotti. Del resto gli eroi muoiono giovani e un motivo ci sarà.

14.9.2017, 15:332017-09-14 15:33:26
Lorenzo Erroi @laRegione

Le memorie Di Pietro

C’era un’aria da tifoseria, nell’Italia del 1992. Più del solito, insomma. Deflagrava Tangentopoli e si era tutti attaccati alla televisione, ad aspettare il prossimo arresto, la prossima...

C’era un’aria da tifoseria, nell’Italia del 1992. Più del solito, insomma. Deflagrava Tangentopoli e si era tutti attaccati alla televisione, ad aspettare il prossimo arresto, la prossima perquisizione. Iniziò con “mariuoli” come Mario Chiesa, pesci piccoli, qualche milione (di lire) per un appalto di pulizie in casa anziani. Di lì, il pool di Mani Pulite iniziò a scoperchiare il vaso di una corruzione sistematica, fino a coinvolgere gli alti papaveri, partitici e industriali: primo fra tutti Bettino Craxi, segretario e leader carismatico del Psi, ex presidente del Consiglio, quintessenziale ago della bilancia politica. Avevo undici anni. Ricordo le grisaglie del vecchio Pentapartito inchiodate dietro a un microfono. Ricordo i marmi verdastri del Palazzo di Giustizia, a Milano. Davanti, l’esuberante figura di Antonio Di Pietro, pubblico ministero dai modi spicci e fin troppo disinvolti, prima star della magistratura italiana (si sarebbe poi registrato un boom di iscrizioni a giurisprudenza; sicché oggi, in Italia, ci sono più avvocati che piccioni). Le vedevo, quelle facce da Prima Repubblica, nel tubo catodico del bar dove mi portava mio nonno. Che poi era una Casa del Popolo: il “bar dei comunisti”, fortezza Bastiani di un partito sconfitto dalla storia, ma che Tangentopoli pareva toccare meno di altri (non necessariamente per superiorità morale, ma perché i soldi in quel caso venivano da est). “Son tutti ladri”, sbuffavano gli avventori fra un tiro di Ms e una briscola. Un quotidiano uscì col poster a colori di Di Pietro; alcuni amichetti se lo videro appeso in camera. L’anno dopo, Craxi sarebbe stato investito da una pioggia di monetine, la folla gli urlava in coro “vuoi anche queste?”. Di Pietro era San Giorgio, che prometteva di uccidere il drago della corruzione. La storia ci racconta come finì la corsa. Ferito il drago sarebbe giunto il Biscione, quel Berlusconi che la sinistra provò a sconfiggere con gli stessi metodi, titillando il protagonismo delle procure. Il popolo dei fax – che inondava di messaggi indignati partiti e redazioni – sarebbe passato online; da lì l’avrebbe raccolto un comico che proprio allora aveva iniziato a castigare il potere: Beppe Grillo. Oggi quella Casa del Popolo è diventata “Bar Dolce Vita”. La Seconda Repubblica sfuma già nei ricordi, come un’occasione sprecata, senza troppi rimpianti. Il popolo – la “gggente” – continua a gridare “tutti a casa”. E a risentirla oggi, la difesa di Craxi, si rischia quasi di pensare al Giulio Cesare shakespeariano. Plus ça change…

14.9.2017, 14:212017-09-14 14:21:23
Daniela Carugati @laRegione

Un altro modo di scrivere

Il tic tac metallico sapeva essere rassicurante. Lo scorrere del carrello, una certezza, mentre la manopola aiutava a far scivolare il foglio al suo posto: drin, a capo. A forza di due dita si...

Il tic tac metallico sapeva essere rassicurante. Lo scorrere del carrello, una certezza, mentre la manopola aiutava a far scivolare il foglio al suo posto: drin, a capo. A forza di due dita si spingeva sui tasti e si riusciva a trarre il meglio dalla pagina bianca. Non serviva l’abilità professionale di una dattilografa (a dieci dita) per far ‘cantare’ la macchina per scrivere. Versatile nell’utilizzo, sapeva mettersi al servizio di segretarie, aspiranti scrittori e cronisti, con amichevole fedeltà. E regalava così fiumi di parole. E se proprio proprio ci scappava il... refuso (l’errore) c’era sempre il ‘bianchetto’ a venire in soccorso.

Tic tac, un tasto dopo l’altro si aveva l’impressione di governare persino la lingua italiana, piegando ai propri voleri vocali, consonanti e punteggiatura. Plasmando il vocabolario alla bisogna: una lettera formale, una storia da raccontare.

All’inizio la conquista era stata la Olivetti Lettera ventidue, portatile. Era lei la complice di memorabili articoli a firma dei Biagi, dei Marchi, dei Montanelli. È celeberrima la foto di un giovane Indro, cappotto e cappello calzato in testa, seduto su una pila di libri a filo della strada. Classe 1950, la macchina per scrivere che ha veicolato il nome di Olivetti nel mondo è stato il primo passo nella modernità: diventava un oggetto di consumo. Oggi la si trova al ‘Museum of modern art’ di New York, esempio di design.

Da lì è stata tutta una corsa alla tecnologia. Ma lei, la macchina per scrivere, non è mai venuta meno al suo compito, né ha mai tradito chi, battendo con vigore, ne sollecitava i tasti, sperando di cavarne il capolavoro della vita. Poteva cambiare leggermente la forma, un po’ il colore e la linea, ma il risultato restava sempre quello, tra vocali, consonanti punti e virgole. Poi il grande balzo in avanti: i tasti tondi giusti per accogliere i polpastrelli si appiattiscono e si allargano, il tic tac del battere si fa meno metallico: nasce la macchina per scrivere elettrica. Una vera rivoluzione che apre la strada alla tastiera e al computer e la manda in soffitta.

Che ne resta oggi? La gag di Jerry Lewis e un dilemma linguistico. Ma si dirà macchina per scrivere o macchina da scrivere?