Lagioventudibatte

26.9.2016, 15:522016-09-26 15:52:14
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Codice etico per le Ong?

“Le organizzazioni di cooperazione internazionale dovrebbero adottare un codice di condotta che limiti l’uso di immagini di bambini denutriti e ammalati nelle loro campagne di raccolta fondi...

“Le organizzazioni di cooperazione internazionale dovrebbero adottare un codice di condotta che limiti l’uso di immagini di bambini denutriti e ammalati nelle loro campagne di raccolta fondi?”. Questo il tema – assegnato per la finale cantonale di dibattito 2016 – che ha permesso ai giovani delle scuole medie di affrontare questioni delicate a più livelli: umanitario, economico, etico. Il fine, indiscutibilmente buono, giustifica i mezzi utilizzati, sovente criticati per la crudezza delle immagini? Un tema di grande attualità, di fronte al quale le stesse Ong non hanno una posizione unanime.

FAVOREVOLI - Jamiel Guerchadi e Valentina Gandola, 4ª C, Sme Pregassona
Molto spesso le immagini che vengono mostrate nelle campagne di raccolta fondi e negli spot sono crude, questo potrebbe andare ad urtare la sensibilità degli adulti particolarmente emotivi e soprattutto dei bambini. Per questo motivo si potrebbero utilizzare immagini meno forti, ma comunque efficaci.
Riteniamo importante mostrare il vero volto della povertà per raccogliere fondi, ma è altrettanto importante farlo con moderazione e rispetto dei bambini, che vedono violata la loro privacy. Le organizzazioni, infatti, devono considerare la sensibilità pubblica e quindi evitare di mostrare immagini o testi lesivi della dignità della persona.
In taluni casi si tratta di una vera e propria “pornografia del dolore” con la quale si incita in modo sbagliato a tirare fuori i soldi. Persino le persone che hanno problemi economici si sentono moralmente obbligate a mettere mano al portamonete e questo non è giusto. Il fine buono non giustifica i mezzi adottati.
Ci vuole assolutamente un codice etico che ne regolamenti l’uso perché purtroppo, molto spesso, le immagini che vengono mostrate sono dei fotomontaggi o simili, quindi mostrano la situazione in modo più drammatico di come è in realtà. Si tratta di un metodo troppo facile per “catturare” i soldi delle persone che si inteneriscono e impietosiscono vedendo le immagini dei corpi fragili dei piccoli malati e denutriti. Si tratta di un inganno psicologico. Non si lavora sulla scelta razionale, sul sostegno finanziario consapevole, ma piuttosto sul lato emotivo.

Le norme in vigore attualmente, a nostro parere, non svolgono appieno il loro ruolo di tutela dei soggetti coinvolti. È dunque necessaria un’autoregolamentazione che provveda a ciò e che si adatti alle necessità delle singole organizzazioni.
Possiamo prendere come esempio il modello irlandese, che comporta delle semplici ed importanti indicazioni, che mirano a regolare il linguaggio utilizzato nelle campagne, contenere l’impatto di quanto trasmesso, modificare gli stereotipi presenti attualmente, donare un’immagine il più realistica possibile e a coinvolgere il maggior numero di mediatori della comunicazione, per avere un ulteriore controllo.
Prendiamo quindi in considerazione le seguenti regole, che secondo dati statistici hanno condotto a un esito positivo, portando inoltre ad un leggero incremento delle donazioni:
1. Scegliere immagini che trasmettano valori di rispetto, solidarietà ed uguaglianza
2. Rappresentare onestamente la situazione, per una maggiore comprensione pubblica
3. Evitare stereotipi e discriminazione
4. Pac: Partecipazione, Comprensione, Autorizzazione dei soggetti coinvolti
5. Concedere ai soggetti la possibilità di comunicare la propria versione dei fatti
6. Lasciare al soggetto la scelta: esporre le proprie informazioni personali o meno? Voglio essere nominato all’interno dello spot?
7. Agire sempre secondo standard elevati dei diritti umani

Tutto questo perché dobbiamo donare con consapevolezza e nel rispetto dei principi etici, senza essere influenzati dagli aspetti emotivi. Possiamo infatti affermare che le campagne concepite da queste organizzazioni non dovrebbero essere orientate verso un’ottica di persuasione dell’individuo a contribuire con una donazione, senza conoscere la realtà della situazione spesso distorta da campagne che mirano a esortare ad una donazione incondizionata dalla propria opinione, bensì d’informazione del potenziale donatore che, grazie a queste, sarà in grado di scegliere se devolvere o meno un contributo.

CONTRARI - Filippo Merlani e Alessia Berta, 4ª D, Sme Pregassona
Le immagini, sovente forti, utilizzate nelle campagne pubblicitarie di raccolta fondi hanno una ben precisa ragion d’essere. Servono a far riflettere, a suscitare indignazione e a smuovere l’indifferenza del mondo occidentale ricco, dove molti non hanno neppure un’idea di cosa succede fuori dalle nostre nazioni benestanti.
Servono pure a far capire alla gente quanto sia scandalosa, crudele e inaccettabile la situazione nel Terzo Mondo.
Servono a scuotere le coscienze e a spingere le persone a donare con maggior frequenza e convinzione.
Secondo noi, un solo bambino che muore di fame giustifica qualunque immagine, sia pure cruda e scandalosa. Il vero scandalo non è un’immagine cruda, ma la tragedia della mortalità infantile in Africa. Del resto, secondo alcuni sondaggi, la maggior parte della gente è favorevole all’uso di immagini, anche forti e crude, che ritraggono bambini denutriti e ammalati, perché si ritiene che il fine positivo giustifichi i mezzi utilizzati.

Va precisato che queste immagini non sono presentate per sconvolgere gli abitanti dell’Occidente, ma per mostrare la vera e dura realtà con cui quella povera gente deve convivere ogni giorno. Se si dovesse introdurre un codice che ne regolamenti l’uso le persone vedrebbero una realtà distorta. Vista la crescente indifferenza e il diffuso egoismo nel mondo occidentale le immagini sempre più crude hanno più possibilità di suscitare reazioni indignate e attirare dei donatori.
I sostenitori dell’introduzione di un codice etico affermano che le immagini non rispettano la privacy dei soggetti, in realtà non è vero, perché queste immagini vengono trasmesse con il consenso della comunità stessa, consapevole della finalità positiva.

A nostro parere la situazione attuale è inaccettabile: è assolutamente necessaria una maggiore tutela dei soggetti coinvolti e un incremento nel controllo di quanto trasmesso. Pensiamo però che introducendo dei codici di autoregolamentazione si incontrerebbero delle difficoltà di comunicazione tra Ong, in quanto avrebbero delle norme differenti, fenomeno che di conseguenza potrebbe costituire un ostacolo alle operazioni di collaborazione di queste.
Va ricordato come al mondo esistano oltre 10 milioni di Ong; inutile soffermarci su quanto, per il Paese aiutato, sarebbe difficile adeguarsi alle diverse normative delle varie organizzazioni.
Viste le condizioni appena analizzate, proponiamo l’istituzione di un organo nazionale esterno alle suddette organizzazioni, adibito al monitoraggio dell’operato delle Ong per mezzo di parametri integranti, in particolare, la tutela dei diritti e la diffusione di una campagna realistica, obiettivi che, con l’applicazione di tale modello, ci prefiggiamo. Esiste già un modello simile, quello italiano, che andrebbe reso obbligatorio per ogni Stato e per ogni Ong, la cui idoneità dovrà essere determinata secondo i principi etici e allo scopo di tutelare i soggetti.
Ognuno di questi organi si dovrà adattare alla legislazione, alla cultura e alle circostanze locali, dunque sempre nel rispetto del contesto specifico portando, a dispetto della situazione attuale, ad una comunicazione facilitata e maggiorata.
In questo modo le Ong non dovrebbero investire le proprie risorse (in termini di tempo e denaro) per il proprio autocontrollo, che si potrebbero invece impiegare in attività a scopo benefico.
Questo organo esterno permetterebbe la massima prestazione delle Ong, tutelando allo stesso tempo i coinvolti, risultato che potremmo definire come la più alta aspirazione raggiungibile in questo ambito.

21.4.2016, 17:402016-04-21 17:40:00
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Esiste la guerra giusta?

“Esiste la guerra giusta?”. Tema di grande attualità, dopo gli attentati del novembre scorso a Parigi e la decisione della Francia di lanciare una vasta offensiva contro il terrorismo,...

“Esiste la guerra giusta?”. Tema di grande attualità, dopo gli attentati del novembre scorso a Parigi e la decisione della Francia di lanciare una vasta offensiva contro il terrorismo, bombardando i territori occupati dall’Isis. Il presidente Hollande non ha esitato a definire “giusta” la guerra contro il terrorismo. Quest’affermazione, condivisa da taluni capi di Stato, ma condannata da altri, ha riacceso il dibattito internazionale sull’uso delle armi per risolvere le controversie fra Stati e ai giovani abbiamo assegnato questo tema di ampio respiro per uno scambio di opinioni sul fronte storico-politico.

FAVOREVOLI
Già nell’antica Roma esisteva il diritto di guerra (ius belli), secondo il quale le guerre dovevano essere prima annunciate e poi dichiarate. Cicerone, filosofo romano del I secolo a.C., sviluppò il concetto di bellum iustum, giustificando la guerra come mezzo per riparare un torto subito o per ricacciare i nemici/invasori. L’idea stessa di guerra giusta, in senso moderno, è da attribuirsi a Sant’Agostino e al pensiero cristiano che giustifica la guerra in tre casi: se difensiva, se dichiarata per riparare un torto o annullarne gli effetti, se condotta per punire chi aveva provocato un grave danno. Questi concetti nel corso del tempo sono stati sviluppati fino ad arrivare al “giusnaturalismo”, cioè un movimento filosofico-giuridico che cercava di definire i rapporti tra Stati in base all’idea che i fondamenti del diritto sono dettati dalla natura. Questi concetti sono stati ripresi soprattutto negli ultimi decenni e hanno con- tribuito alla costituzione del diritto interna-zionale. Lo stesso Barack Obama nel 2009, durante il suo discorso per l’accettazione del premio Nobel, fece diversi riferimenti alla guerra giusta, o meglio “giustificata”. Egli dichiarò che le stesse nazioni un giorno avrebbero trovato l’uso della forza non solo necessario ma giustificato, quando è l’ultima risorsa possibile e quando è di difesa nei confronti dei civili che purtroppo oggigiorno sono ancora vittime silenziose. Quindi la guerra non deve essere vista come un mezzo di offesa, ma come un diritto giuridico di un popolo per mantenere la sua integrità, poiché oltretutto chi non rispetta questo diritto non rispetta le stesse norme del diritto internazionale. La storia stessa ci aiuta a difendere la tesi che esistono guerre giuste. Con questo non vogliamo sostenere che la guerra sia bella, perché questo vorrebbe dire offendere tutti i morti, civili e militari, ma a volte è necessaria per evitare un male maggiore. Uno degli esempi più famosi è l’annessione dei Sudeti e l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista, che furono tra le concause della Seconda guerra mondiale. Francia e Inghilterra entrarono in guerra contro Hitler, come soluzione estrema per arginare mali peggiori e per salvaguardare i diritti di popolazioni aggredite. Senza la guerra, come sarebbe stato possibile fermare gli arabi a Poitier nel 732, oppure a Vienna nel 1683 o l’avanzata nazista in Europa nel Novecento? Nella nostra epoca il concetto di guerra è mutato: se prima esistevano due blocchi ben precisi, oggi invece le alleanze cambiano in base agli interessi strategici del momento storico. L’essenza stessa del conflitto si è evoluta, se prima il nemico era ben definibile in uno Stato, oggi abbiamo un nemico che non è ben distinguibile: 1. innanzi tutto spesso non è uno Stato ma un gruppo di combattenti che portano avanti operazioni di guerra relativamente nuove: attentati ad obiettivi civili all’interno dei Paesi a loro ostili, per promuovere una campagna del terrore; 2. il nemico non è solo al fronte, ma anche all’interno degli Stati, come lupi solitari pronti a sovvertire l’ordine democratico. In un mondo che presenta simili minacce e in cui il rischio per la popolazione è aumentato drasticamente, è doveroso per gli Stati occidentali difendere i propri interessi nazionali e tutelare la vita dei propri cittadini con tutti i mezzi, anche con la guerra. A chi ci invita a trovare delle soluzioni diverse dalla guerra, attraverso la mediazione e i negoziati, ricordiamo che oggi non è possibile dialogare con chi ci considera degli infedeli e non ha una cultura democratica come la nostra, basata sul rispetto della diversità.

CONTRARI
Siamo contrarie perché riteniamo che una guerra non sia mai giusta. Le guerre sono spesso causate non da interessi superiori come la salvaguardia dell’essere umano e dei suoi diritti, bensì da interessi economici, che non dovrebbero mai motivare una guerra. Perché gli Stati che dichiarano di combattere a causa delle violazioni dei diritti umani in alcuni Paesi del Medio Oriente non sono così solerti a difendere i diritti umani violati, anche maggiormente, in altre nazioni? La risposta è semplice: si combattono guerre soprattutto in difesa di interessi economici, la violazione dei diritti umani è una motivazione che, al giorno d’oggi, da sola, non muove una nazione alla guerra. La guerra porta esclusivamente dolore, distruzione, morte e violazione dei diritti fondamentali. Un Paese dopo una guerra impiega decenni a riprendersi e in questo periodo, come pure durante il conflitto armato, le persone vivono di stenti, fame e sofferenza. Quasi tutte le forze di un Paese sono investite negli armamenti, di conseguenza la popolazione ha meno risorse per la propria sopravvivenza e l’economia stagna e s’indebolisce. La guerra genera altra guerra, altri Paesi sono coinvolti nei combattimenti e i civili fuggono dal loro Paese e si presentano situazioni come quella che stiamo vivendo in questi anni di vero e proprio esodo del popolo siriano e iracheno verso l’Europa. Vorrei riportare una frase di Gino Strada, chirurgo e pacifista italiano, fondatore di Emergency, che bene illustra il nostro pensiero: “Nella guerra non c’è nulla di “umanitario” ma tanto, tutto, ‘contro’ l’umanità”. Siamo convinte che una guerra giusta non possa esistere a nessuna condizione. Presupponiamo che le condizioni sociali, economiche e culturali dei due Paesi coinvolti nel conflitto non siano per nulla simili, nasceranno inevitabilmente delle forze di contro-reazione, dei conflitti interni, e manifestazioni che possono compromettere tutti i buoni propositi che stavano a monte della dichiarazione di guerra. Come scrisse Lev Tolstoj, “la guerra è un avvenimento contrario alla natura e alla ragione umana” e rapisce le due parti in conflitto in un vortice senza fine, un circolo vizioso che dalla violenza fa nascere vendetta e dolore provocando effetti devastanti non solo su coloro che hanno scatenato la guerra, effetti che purtroppo tutt’oggi non sono controllabili da nessuno. Inoltre per combattere in guerra bisogna necessariamente distaccarsi da quei valori che invece dovrebbero essere propri di ogni uomo. Come può quindi essere giusto che bambini nascano in una società che non crede nemmeno più nella libertà o nell’amore? Ai giorni nostri vi sono persone convinte di voler intraprendere una guerra giusta, ma si tratta sempre e solo di guerre che si possono ipotizzare giuste ma non realizzabili senza diventare ingiuste. Noi riteniamo che l’essere umano e gli Stati dovrebbero utilizzare tutte le risorse legate alla parola, quindi ricorrere alla mediazione e ai negoziati per risolvere le divergenze e le controversie politiche, economiche e sociali, senza dare voce e corpo alla forza e alla violenza. Riprendiamo, in chiusura, il tema dei diritti umani, poiché la difesa dei diritti umani a noi pare essere l’unica argomentazione che potrebbe eventualmente avvicinarsi a una buona ragione per dichiarare una guerra giusta. In realtà non esiste però un’unica concezione di diritti umani. A quali condizioni quindi tutte le parti in causa direbbero che uno di essi è stato violato? E ancora, come possiamo difendere i diritti umani violando altri diritti umani? Crediamo quindi che la guerra per i diritti umani sia una giusta causa di guerra, ma la guerra non è il giusto mezzo per tutelare i diritti umani.

 

11.2.2016, 10:592016-02-11 10:59:00
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Ha ancora senso il Carnevale?

“Ha ancora senso festeggiare il Carnevale”? Oggi, in una società che offre quasi quotidianamente occasioni per evadere dalla realtà e divertirsi come meglio si desidera, il Carnevale ha...

“Ha ancora senso festeggiare il Carnevale”? Oggi, in una società che offre quasi quotidianamente occasioni per evadere dalla realtà e divertirsi come meglio si desidera, il Carnevale ha ancora motivo di esistere oppure ha perso ogni ragion d’essere? A questi interrogativi hanno cercato di rispondere gli allievi delle terze MA e MB della Scuola professionale per sportivi d’élite di Tenero. Guidati dal loro insegnante Sandro Vitali, i giovani hanno cercato le possibili argomentazioni a sostegno delle tesi “Pro” e “Contro”. Questo lavoro, svolto individualmente e a gruppi, si è poi trasformato in un vivace dibattito in classe.

FAVOREVOLI
1) Sì perché il Carnevale è una tradizione dal grande valore culturale

Il Carnevale ha tradizioni antichissime e con nobili valori simbolici: era sì una festa, ma anche un rituale di passaggio dall'anno vecchio all’anno nuovo, un rituale di purificazione che favoriva un periodo di benessere e felicità. All’interno di questo contesto anche la burla e lo scherzo avevano un ruolo importante: si poteva, ad esempio attraverso l’uso delle maschere, sovvertire ogni tipo di gerarchia sociale, invertendo così i ruoli imposti dalla società. Quindi, considerando le antiche e solide tradizioni, il Carnevale deve essere considerato un nostro patrimonio sociale e culturale e in un periodo in cui le tradizioni vanno vieppiù scomparendo, ha certamente senso continuare a festeggiarlo. Inoltre il Carnevale, soprattutto nei centri del cantone, permette di contribuire all’economia. Ad esempio a Bellinzona giungono anche dalla Svizzera tedesca numerose Guggen e migliaia di persone da tutto il Ticino e persino da oltre Gottardo. Quindi è un evento che favorisce il turismo perché alberghi e ristoranti lavorano di più in questo periodo.

2) Sì perché il Carnevale è un’opportunità unica per fare festa
Per molti il Carnevale è ancora oggi un’occasione unica e particolare per fare festa. Pensiamo a tutte le persone che si impegnano nella realizzazione di oggetti (ad esempio maschere e costumi), all’allestimento di carri allegorici per i cortei, appunto spesso ironici e scherzosi, ai bambini che lo attendono con impazienza per poter indossare i costumi e le maschere dei loro eroi preferiti e che difficilmente potrebbero indossare in altri momenti dell’anno. Alcuni di noi lavorano a contatto con i bambini nella preparazione del Carnevale e la gioia che traspare nei loro occhi, le emozioni che provano valgono, da sole, tutta la festa. Possiamo quindi affermare che del Carnevale, ancora oggi, esiste una parte (dominante) sana, con ideali positivi che va rafforzata e sostenuta. Concordiamo con i nostri avversari sul fatto che le degenerazioni, le violenze, gli atti irrispettosi e irresponsabili devono essere banditi dai Carnevali. Infine non va dimenticato che il Carnevale è una festa che unisce tutte le generazioni: bambini, adolescenti, adulti e anziani. Ha delle radici profonde, il Rabadan, ad esempio, è presente a Bellinzona dal 1843 ed è stato inserito tra le tradizioni viventi del patrimonio mondiale Unesco.

3) Sì perché il Carnevale deve continuare a vivere, malgrado gli eccessi di una minoranza
Sì, a Carnevale ogni scherzo vale! Evidentemente bisogna fissare dei limiti di decenza, di responsabilizzazione, morali, eventualmente delle regole. Se consideriamo l’altissimo numero di persone che frequentano i vari Carnevali ticinesi, la nostra esperienza ci porta a credere che la maggior parte delle persone questi limiti li conosce. Purtroppo a fare notizia sono quelle poche che trasgrediscono le regole. Deve essere chiaro che se a Carnevale alcune persone bevono in maniera eccessiva, se si commettono atti vandalici e violenze, non è colpa del Carnevale. Bisogna intervenire con la prevenzione e la sensibilizzazione (come facciamo noi alla Spse con la realizzazione dei nostri spot) rivolte da una parte ai giovani, soprattutto i minorenni, dall’altra alle famiglie, ai genitori che dovrebbero essere maggiormente responsabilizzati per le azioni compiute dai propri figli.


CONTRARI
1) No perché il Carnevale è diventato un grande
business
Il senso del Carnevale, così come era stato concepito fin dalle origini, è stato totalmente stravolto. Il suo vero senso di festa, di rituale e di sovvertimento codificato e limitato nel tempo delle regole sociali non esiste più, sostituito dalla predominanza di palesi interessi economici, di business. Viviamo in una società in cui esistono svariate e frequenti occasioni per festeggiare (sembrerebbe che oggi ogni pretesto sia buono per allestire festeggiamenti) e per fare scherzi di ogni sorta. Il Carnevale è una fra le tante ma, svuotato del suo autentico significato, appare oggi inutile.

2) No perché il Carnevale oggi è una festa di eccessi e di violenza
Che cosa è oggi il Carnevale se non un’occasione, una sorta di licenza per potersi ubriacare e scaricare le proprie frustrazioni, spesso (come poi raccontano le cronache) condite da atti vandalici e violenze fisiche (e tra i vari bollettini di guerra, alcuni anni fa c’è scappato pure un morto). Il sano scherzo, la burla, la satira pungente ma non offensiva e denigratoria hanno vieppiù ceduto il passo all’arroganza, all’insulto, al vandalismo, alla violenza. Dunque, se da una parte esiste ancora una parte sana e nobile del Carnevale (che evidentemente va sostenuta e promossa), dall’altra gli eccessi e le violenze vanno bandite. Se non si dovesse raggiungere questo obiettivo il Carnevale andrebbe totalmente ripensato. Il Carnevale genera un’incredibile quantità di sporcizia (bicchieri, lattine, bottiglie, mozziconi di sigarette) che insozza le vie della città e provoca costi notevoli per ristabilire la pulizia. Anche gli atti di teppismo e di vandalismo (sui mezzi pubblici, alle vetrine dei negozi, alle scritte sugli edifici pubblici e privati) creano costi sociali rilevanti e mettono in discussione il senso profondo di questa festa e non siamo i soli a sostenere che ormai questa festa abbia fatto il suo tempo.

3) No al Carnevale perché oggi ci si può divertire tutto l’anno
Un tempo il Carnevale aveva una sua ragione di esistere, era un periodo in cui ci si liberava delle rigide regole sociali per dar sfogo al divertimento personale e collettivo. Oggi, nella nostra società, le occasioni di divertimento sono pressoché quotidiane e viene a cadere l’antico senso di questa festa. Recentemente un’interrogazione parlamentare puntava il dito sul crescente numero di ricoveri di minorenni per coma etilico durante i fine settimana. Lo “sballo” dei fine settimana, per 52 settimane l’anno, ci ricorda tristemente che il Carnevale non è che un’appendice (percentualmente le statistiche ci dicono che a Carnevale non si registrano più ricoveri che nei fine settimana del resto dell’anno) di un malessere sociale esteso e profondo tra i nostri giovani che non andrebbe alimentato attraverso il marketing, ma curato attraverso la sensibilizzazione e la prevenzione. In questo senso concordiamo con i nostri avversari sul fatto che la sensibilizzazione deve essere rivolta sia ai giovani, ma anche alle famiglie. Tuttavia se anche queste azioni di prevenzione falliscono (in particolare rispetto al consumo di alcol e al vandalismo), il Carnevale, così come concepito oggi, va assolutamente rivisto.

6.2.2016, 11:412016-02-06 11:41:00
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A Carnevale ogni scherzo vale?

“A carnevale ogni scherzo vale?” “Ci sono dei limiti oppure tutto è consentito nascosti da una maschera e un costume eccentrico?” Questi gli interrogativi – in sintonia con il periodo...

“A carnevale ogni scherzo vale?” “Ci sono dei limiti oppure tutto è consentito nascosti da una maschera e un costume eccentrico?” Questi gli interrogativi – in sintonia con il periodo che stiamo vivendo – ai quali hanno cercato di rispondere gli allievi della terza E della Scuola media 1 di Bellinzona. Guidati dalla loro insegnante, i giovani hanno cercato le possibili argomentazioni a sostegno delle tesi “Pro” e “Contro”. Il frutto di questo lavoro, svolto individualmente e a gruppi, si è poi trasformato in un dibattito al quale ha partecipato con grande interesse anche il curatore della pagina, che ha lodato gli allievi per l’interessante scambio di opinioni.

FAVOREVOLI
Una festa che unisce piccoli, adolescenti e adulti
Il Rabadan è una festa che caratterizza la nostra città sin dal 1843. Si tratta di uno degli eventi più attesi dal popolo ticinese e di uno dei pochi appuntamenti in grado di unire piccoli, adolescenti e adulti. Non è un caso che il carnevale Rabadan di Bellinzona sia stato inserito fra le tradizioni viventi del patrimonio mondiale UNESCO a testimonianza del fatto che resta una manifestazione culturale vissuta con allegria in una società in cui siamo chiamati a essere sempre vigili, controllati, chiusi in noi stessi e in preda alla scarsità del tempo.
Durante la settimana grassa c’è l’opportunità di “uscire dalle righe” e divertirsi con persone di ogni ceto ed estrazione sociale – sono circa 170’000 le persone che ogni anno riempiono le strade della nostra città. È difficile non farsi affascinare dai cortei, dalla musica e dal sorriso delle persone che ci raggiungono da ogni angolo della Svizzera. Oltre al fattore culturale e sociale, il Rabadan permette, grazie alla vendita delle tessere, di contribuire all’economia della nostra città. Nonostante nel 2015 gli incassi abbiano subito una diminuzione di 90’000 franchi, in altre edizioni il Radadan ha incassato cifre importanti per le casse del nostro Comune.
Il carnevale rappresenta per i bambini un momento di felicità e di condivisione, un’occasione per stare insieme ad altri loro coetanei di altre scuole. Pensiamo anche ai mesi di lavoro e preparazione, di alunni e docenti, che precedono la tradizionale sfilata del venerdì in viale Stazione e che contribuiscono a colorare e vivacizzare Bellinzona. È vero, la cronaca infiamma di notizie riguardanti i consumi di alcolici da parte dei minorenni durante i festeggiamenti notturni, ma la percentuale di giovani che risultano essere ubriachi è sempre più bassa e servizi come “Nez Rouge” contribuiscono a garantire una maggiore sicurezza sulle strade, accompagnando a casa i singoli sotto effetto dell’alcol.
Sono, inoltre, presenti misure di sicurezza elevate, basti ricordare che la somma di denaro investita dalla società organizzativa, ogni anno, è pari a mezzo milione di franchi. È un evento che favorisce il turismo, di cui Bellinzona ha bisogno, e di conseguenza anche alberghi e ristoranti possono trarne un vantaggio finanziario non indifferente. Le Ffs nel 2015 hanno messo a disposizione 82 treni supplementari per favorire gli spostamenti di ben 72’000 persone provenienti non solo dal Cantone Ticino, ma anche da oltre frontiera.
Il Rabadan è il mitico carnevale di Bellinzona: maschere, coriandoli, sfilate di carri, capannoni, musica e allegria sono i tratti che caratterizzano la nostra città. Vogliamo bocciare una festività secolare per via di persone che non hanno la consapevolezza del limite (tutto l’anno di solito)? Vogliamo vivere in malo modo un evento che ci permette di rimanere ancorati alle nostre tradizioni? Non vogliamo, semmai, complimentarci per le qualità organizzative di tutti i responsabili e dei lavoratori che cercano di rendere sempre più sicuro un evento che attira più di 150’000 persone all’anno?
Non dimentichiamo, infine, la responsabilità individuale di tutti noi – festeggianti e non. È essenziale dare il buon esempio, soprattutto ai più giovani, rendendoli consapevoli dei gravi errori commessi in passato, e insegnare loro a festeggiare in modo intelligente, impedendo che accadano errori irreparabili. Il Rabadan può essere vissuto nella maniera corretta a una sola condizione: niente violenza. È ciò che dovrebbero promettersi tutti all’entrata della nostra città.

 

CONTRARI
Tra scherzi e maschere che cosa ne è di una città?
Se il detto “a carnevale ogni scherzo vale” fosse davvero preso alla lettera, questa festa secolare sarebbe divertimento puro, per una settimana volutamente leggera, senza pensieri. Purtroppo, e lo diciamo con una vena di tristezza e senza indossare maschere, la realtà che ci circonda è ben diversa.
Ogni anno, nel periodo carnevalesco, si sente sempre più spesso parlare di atti di vandalismo, di bullismo, di risse oltre che di sporcizia che rovina le strade e l’arredo delle nostre città.
Gli scarsi controlli nei negozi e negli spazi previsti per il carnevale fanno sì che i giovani riescano a procurarsi bevande alcoliche – la tendenza generale è quella del consumo di superalcolici – senza troppe difficoltà e che ne facciano un consumo esagerato, convinti che il carnevale serva proprio a questo, ovvero a ubriacarsi in massa e a lasciarsi andare agli effetti di una sostanza che li rende confusi e irrazionali. Stiamo parlando di ragazzi minorenni che, per la scarsa conoscenza dei problemi connessi al consumo di alcol, finiscono nelle corsie dell’ospedale in preda al coma etilico.
Il consumo eccessivo di alcol è il nemico numero uno da combattere per avere un car- nevale sensato e che differisca dalle feste tipiche del weekend in cui i ragazzi vanno già oltre le righe.
Il consumo inconsapevole di alcol durante i festeggiamenti del carnevale causa diversi atti vandalici che vanno a intaccare non solo la salute delle persone, ma anche le buone iniziative come quella promossa dal Rabadan in collaborazione con le Ffs. Infatti, i treni speciali che vengono organizzati per il trasporto delle persone da tutto il cantone fino a Bellinzona, con lo scopo di sollecitare i festeggianti a lasciare a casa l’automobile ed evitare così incidenti, sono spesso danneggiati da vandali o persone in preda ai fumi dell’alcol.
L’edizione scorsa del Rabadan ha avuto, per motivi legati in primis a fattori climatici, un calo d’entrate di circa 90’000 Chf. Pertanto quest’anno i prezzi subiranno un aumento per coprire i costi e uscire dalle cifre rosse. Il pass settimanale (e non si scherza con i prezzi!) si alza da 40 a 60 franchi. Questo cambiamento potrebbe, sì, tenere distante molti giovani dalle numerose serate, diminuendo in tal modo i problemi legati al consumo di alcol abusivo e alle risse, ma bisognerà valutare se l’entrata singola, non disponibile fino all’anno scorso, non porti per contro a un aumento di adolescenti, anche per una sola serata, desiderosi di vivere il carnevale in maniera totalmente irresponsabile.
Oltre ai problemi connessi al consumo di alcolici, non dimentichiamo la sporcizia che rimane nelle vie della nostra città dopo ogni notte: bicchieri, lattine, mozziconi di sigarette e vetri rotti pullulano nelle strade, creando una quantità enorme di rifiuti. Anche considerando il solo corteo dei bambini, il viale Stazione è ricoper- to di coriandoli, cartacce, schiume varie che rendono il carnevale una festività priva di senso ecologico.
Il Rabadan dovrebbe essere rivisto e organizzato in un’altra maniera: i controlli devono aumentare ed essere più efficaci, ma occorre soprattutto che si promuova nel nostro cantone una campagna di sensibilizzazione tra i giovani per cambiare loro la visione che hanno del divertimento. Non si tratta di bocciare una festività che fa parte della nostra tradizione (e dei nostri punti forti per l’economia e il turismo), bensì di trovare delle soluzioni per festeggiare con intelligenza e avere un carnevale basato sul puro divertimento e non sul puro danno a oggetti, persone e ambiente.

 

9.1.2016, 15:022016-01-09 15:02:00
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Ogm: minaccia per ambiente e salute?

Il dibattito sul tema “Gli Ogm sono una minaccia per l’ambiente e la salute?” ha avuto luogo a Milano nell’ambito del Concorso “EXPOni le tue idee”, promosso da “We World”....

Il dibattito sul tema “Gli Ogm sono una minaccia per l’ambiente e la salute?” ha avuto luogo a Milano nell’ambito del Concorso “EXPOni le tue idee”, promosso da “We World”. Accanto alla soddisfazione per aver migliorato le colture e le specie esiste una diffusa preoccupazione circa i possibili effetti sull’ambiente e la salute umana degli organismi geneticamente modificati (Ogm) prodotti con le biotecnologie. Un tema di grande attualità sul quale si sono affrontate le due squadre a suon di argomentazioni. Con questa pagina finiscono i dibattiti che hanno avuto quale palcoscenico l’EXPO di Milano.

FAVOREVOLI: Licei di Lugano 1 e 2
È opportuno chiarire sin dall’inizio il termine centrale della questione. L’Ogm (organismo geneticamente modificato) è un essere vivente che possiede un patrimonio genetico modificato tramite tecniche di ingegneria genetica, che consentono l’aggiunta, l’eliminazione o la modifica di elementi genici. Noi sosteniamo la tesi che gli Ogm, creati tramite la biotecnologia, danneggiano l’ambiente e la salute per diverse ragioni che spiegheremo di seguito. Uno dei temi più caldi su cui il dibattito si è concentrato riguarda la possibilità che la manipolazione del pool genetico degli organismi comporti conseguenze impreviste nella loro interazione con le altre specie viventi e quindi, in ultima analisi, sull’ambiente. Vi è concretamente il rischio che le piante geneticamente modificate si comportino come specie invasive, specie cioè che si affermano nell’ecosistema a danno di altre specie e varietà. In altre parole gli Ogm portano delle modifiche alle piante, soprattutto selvatiche, che diventano più resistenti turbando così l’equilibrio naturale. Un altro elemento di preoccupazione riguardo all’introduzione degli Ogm è legato alla complementarità tra innovazione biologica e innovazione chimica che andrebbe a rafforzare un modello di agricoltura intensiva con un elevato uso di prodotti chimici, mentre alcuni Paesi, specialmente europei, stanno cercando di cambiare a favore di un modello tecnico agricolo più ecocompatibile. La biotecnologia non è necessaria. Ci sono altre procedure innovative. Ad esempio, i contadini, per lottare contro i parassiti, dispongono di metodi biologici all’avanguardia che funzionano molto bene. Il consumismo eccessivo è dannoso. Non è necessario aumentare la resa agricola in Svizzera. Il nostro Paese nell’alimentazione è autosufficiente al 65 per cento. La produzione di Ogm comporta dei rischi economici: rischio di monopolio in seguito ai brevetti sugli Ogm, sulle semenze Ogm, sui pesticidi collegati. Le grandi imprese multinazionali (Monsanto) minacciano le economie di Paesi meno sviluppati, più fragili. In Messico, ad esempio, gli Ogm distruggono i piccoli produttori di mais. La povertà che ne consegue si ripercuote in particolare sulla salute delle persone: malnutrizione, mancanza di strutture sanitarie eccetera. Gli Ogm vengono prodotti in pochi Stati al mondo. Non è accettabile che gli Stati Uniti, in cui vengono prodotte le semenze Ogm, possa in futuro decidere dell’alimentazione degli Svizzeri. Siamo contrari agli Ogm anche per ragioni etiche, dove etico significa bene, giusto e rispetto della natura. Non conosciamo ancora gli Ogm in modo dettagliato. Mancano le serie epidemiologiche, cioè la ricerca che analizza le cause, il decorso e le conseguenze delle malattie e questo malgrado siano oltre 13’000 le pubblicazioni sugli Ogm. Un altro motivo di opposizione agli Ogm concerne il rispetto delle regole e delle leggi vigenti. L’articolo 120 della Costituzione federale protegge l’essere umano e il suo ambiente dagli abusi dell’ingegneria genetica. Attualmente in Svizzera vige una moratoria per l’uso di Ogm in ambito agricolo, decisa da Popolo e Cantoni. La volontà democratica nel nostro Paese è chiara: non si vogliono Ogm. Infine ci opponiamo agli Ogm perché vogliamo la salvaguardia della salute. Non esiste uno studio che dimostri che gli Ogm siano innocui. Secondo alcune ricerche gli Ogm portano allo sviluppo di malattie e a lungo termine anche al cancro. I pesticidi collegati agli Ogm danneggiano la salute: diminuzione della fertilità, intossicazione eccetera.

CONTRARI: “Le mucche lilla”, Istituto Dalla Chiesa, Montefiascone (Viterbo)
La scienza può essere angelo o demone, a seconda della prospettiva da cui la si considera. L’utilizzo delle biotecnologie sia in campo agro-alimentare che medico rappresenta una rivoluzione così rilevante da poter essere paragonata all’invenzione del fuoco alle origini dell’umanità, alla scoperta dell’energia elettrica in epoca moderna o dell’energia atomica in età contemporanea. È dato affermato che la biotecnologia ha le potenzialità per fornire un’alimentazione sufficiente ad una popolazione mondiale in aumento. E potrebbe inoltre consentire di ridurre l’uso di pesticidi tossici e di migliorare l’efficacia dei fertilizzanti. Il futuro dell’economia passa dalle biotecnologie. Senza soia Ogm, addio mangimi per il bestiame italiano e ai prodotti tipici. Afferma Dario Bressanini, chimico ricercatore: “L’industria mangimistica italiana utilizza circa 4 milioni di tonnellate di farina di soia ogni anno. Di questi l’84% è Ogm, importata da Brasile, Usa, Argentina e Paraguay”. Abbiamo bisogno di questa soia perché non siamo autosufficienti. Le coltivazioni Ogm sono un ottimo volano per far passare i contadini da uno stato di povertà a uno di relativa tranquillità economica, insomma è un ascensore sociale nel grande palazzo del commercio globale. Abbiamo bisogno degli Ogm per salvare i prodotti tipici. Un esempio? Il pomodoro San Marzano, devastato da un virus. La Metapontum Agrobios aveva trovato il rimedio grazie all’ingegneria genetica, ma la soluzione è rimasta nel cassetto per colpa dell’opposizione agli Ogm e il San Marzano è sempre a rischio e con una coltivazione ridotta. Parte della popolazione è contraria all’utilizzo di queste biotecnologie perché ciò implicherebbe mescolare geni di specie differenti, non sapendo che i virus lo fanno continuamente, così come gli insetti, le piante, e persino noi. Si chiama flusso genetico. Ogni anno oltre un milione e mezzo di persone muore per la malaria, soprattutto bambini al di sotto di 5 anni. Questo abominio potrebbe essere fermato solo grazie agli Ogm. Il professore di genetica dell’università di Maryland David O’Brochta ha creato una zanzara geneticamente modificata che uccide le sue simili portatrici di malaria e che può iniettare un antidoto ai contagiati. La biodiversità è patrimonio comune dell’umanità. Ha bisogno di protezione, anzi di tutela prioritaria. Lo sviluppo di nuove varietà non conduce alla scomparsa di specie tradizionali ma al contrario la rende più vasta perché la maggior parte degli organismi geneticamente modificati può convivere tranquillamente con la specie primaria. Purtroppo, in Europa, a differenza degli Stati Uniti, in cui l’88% dei terreni agricoli è destinato a colture geneticamente modificate, i consumatori si sono mostrati più diffidenti. Le maggiori preoccupazioni circa i rischi del consumo di alimenti Ogm sono legate all'ambiente e alla salute. Ma gli esperti affermano che gli eventuali fattori di rischio possono essere facilmente individuati e limitati e persino eliminati. L’introduzione delle biotecnologie in campo agricolo ha drasticamente cambiato la prospettiva di migliorare la produttività e la qualità di molte varietà vegetali, nel pieno rispetto della sostenibilità e della qualità dell’intera catena alimentare. Almeno il 30% della produzione agricola mondiale viene perso per avversità di tipo ambientale: con gli Ogm possiamo evitare queste perdite. Le biotecnologie potranno dare il loro contributo nell’eliminare la piaga della fame nel mondo e consentiranno di produrre vaccini e farmaci per malattie fino ad oggi incurabili.

12.12.2015, 14:402015-12-12 14:40:00
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Vincoli più severi per finanza e cibo?

Il dibattito sul tema ‘La possibilità che materie prime come il cibo vengano scambiate in mercati finanziari e borse internazionali dovrebbe essere regolamentata in modo severo...

Il dibattito sul tema ‘La possibilità che materie prime come il cibo vengano scambiate in mercati finanziari e borse internazionali dovrebbe essere regolamentata in modo severo?’ ha avuto luogo a Milano nell’ambito del Concorso ‘EXPOni le tue idee’. I prezzi delle materie prime agricole di base come grano, riso o soia sono seguiti con grande attenzione dal mondo della finanza. Dopo la crisi finanziaria del 2008, preceduta da una gravissima crisi alimentare, si sta riflettendo sulla regolamentazione dei mercati finanziari delle materie prime. Ma il mercato finanziario è sempre stato restio a qualsiasi forma di regolamentazione che limitasse i profitti.

 

FAVOREVOLI: licei di Lugano 1 e 2
Il mercato può avere diverse forme e la libera concorrenza è un modello teorico, a cui aspirare. Tuttavia, secondo la Costituzione svizzera, devono esistere dei forti paletti istituzionali, come la garanzia dei diritti fondamentali del-le persone e la preservazione dell’ambiente naturale. Le manipolazioni sui mercati finanziari provocano una grande volatilità dei prezzi dei ‘commodities’. Commodity indica un bene indifferenziato per cui c’è domanda ma è offerto senza differenze qualitative sul mercato. Il prezzo di una commodity è determinato dal mercato. Generalmente le commodity sono prodotti agricoli (come ad esempio avena, farina di soia, frumento, mais, olio di soia) o prodotti di base non lavorati come l’oro, il sale, lo zucchero e il caffè. Un esempio, a conferma di questo principio, è l’attuale mercato del cacao. La produzione non basta a soddisfare la crescente domanda di cioccolato, si può dire che c’è scarsità di cacao; di conseguenza il prezzo del cacao sale. Dato che si tratta di una tendenza solida, può incoraggiare ad investire nella produzione di cacao, creando lavoro e reddito. Ma questo meccanismo, nell’ambito dei mercati finanziari internazionali, spesso non funziona. I prezzi vengono manipolati indipendentemente dal-la quantità prodotta. Il cibo, alla base della piramide di Maslow, è un bene molto particolare, perché soddisfa i nostri bisogni fondamentali. Non può essere commercializzato, direttamente o indirettamente, come altre materie prime, quali l’oro o il petrolio. Esistono delle incalcolabili differenze tra i profitti conseguiti in ambito finanziario e quelli delle persone che lavorano duro, fornendo ai primi la base per l’attività. Del rapporto tra i mercati finanziari, della quantità e del prezzo del cibo non si occupa alcuna istituzione. È necessario dare delle chiare indicazioni ai mercati finanziari, che si devono basare su decisioni politiche a favore di condizioni dignitose per chi fornisce la base per la sopravvivenza fisica della specie umana. È bello essere idealisti e cullarsi nelle belle teorie sul mercato libero funzionante, con pochi, discreti paletti, come le settimane di vacanza e l’assicurazione malattia per i dipendenti, ma guardiamo in faccia la realtà: anche se la speculazione non avesse alcun influsso sul mercato reale, è eticamente inconcepibile che alcune persone agiate guadagnino comodamente sedute davanti a un computer, mentre gente che lavora duramente nei campi fatichi a sopravvivere, deve farsi aiutare dai figli invece di mandarli a scuola. In Borsa si conseguono degli immensi profitti che dovrebbero ritornare agli agricoltori. Con una modesta tassa sui proventi dei contratti futures potrebbe essere creato un fondo per gli agricoltori. Essi si potrebbero specializzare, diventare più efficienti, aumentare la qualità e chiedere un prezzo più alto. A che cosa servono leggi, ordinanze e decreti? Servono a evitare gli abusi. Si può prendere come esempio quello del contratto di lavoro: è stato adottato dal legislatore federale in modo che entrambe le parti – lavoratore e datore di lavoro – siano protette nei loro diritti. Gli ordinamenti sono necessari quando il mercato non è capace di autoregolarsi. La Wto si è mostrata il più delle volte incapace di trovare soluzioni a causa di forti di pressioni politiche. È necessario perciò agire a livello regionale o nazionale, ma con un coordinamento a livello mondiale fondato sulla maggioranza e non sull’unanimità consensuale.

CONTRARI: ‘Il Giusto’, liceo di Cossato, provincia di Biella (Piemonte)
Relativamente al mercato dei beni agricoli primari, chi propugna la regolamentazione rigida dei mercati sostiene che il proliferare di strumenti finanziari derivati, utilizzati dagli investitori per speculare, abbia aumentato l’incertezza dei prezzi dei beni agricoli e penalizzato i produttori. A dire il vero però i futures (contratti a termine che permettono ai piccoli agricoltori di vendere i loro beni a un certo prezzo e a una certa data) nascono come esigenza dei commercianti per proteggersi dalla variazione dei prezzi. Da un lato quindi vi è il produttore che ha paura che tra il momento in cui pianifica la produzione e il momento in cui la vende sul mercato il prezzo cali, e quindi vuole fissare in anticipo il prezzo del prodotto. Per poter stipulare questo contratto ha bisogno che ci sia qualcuno dall’altra parte convinto del contrario, ovvero convinto che il prezzo salirà e quindi, fissando il prezzo in anticipo, risparmierà in futuro. Si può dimostrare inoltre come, a differenza di quanto sostenuto dai più, la crisi del 2008 non sia stata causata dall’eccessiva speculazione e da una debole regolamentazione dei mercati. Le vere cause della crisi del 2008 sono infatti state: • un aumento della domanda portato dalla crescita della popolazione mondiale e dallo sviluppo dei Paesi emergenti; • un calo dell’offerta causato dalla riduzione di investimenti in agricoltura, eventi atmosferici avversi e dall’utilizzo di beni alimentari per la produzione di biocarburanti. • una considerevole riduzione delle scorte cerealicole e l’aumento del prezzo del pe- trolio. Da quanto detto è evidente quanto sia fuorviante indicare la speculazione come causa prima di quanto è successo. Dopo qualche mese di turbolenza infatti i prezzi sono tornati nuovamente stabili. La speculazione in questi anni non è cessata e ad oggi i prezzi sono inferiori rispetto a quelli del 2008. È vero che il mercato dei derivati e quello delle materie reali si influenzano vicendevolmente, ma nel primo caso si parla di una realtà astratta: se solo il 5% dei futures sui cereali si conclude con la consegna fisica del bene, allora quanto l’oscillazione dei prezzi dei futures può influenzare il prezzo del grano? Noi sosteniamo la tesi per cui lo scambio di materie prime non dovrebbe avere eccessivi vincoli. Non diciamo che non ci debbano essere regole. Tuttora esistono dei limiti posti dalla Borsa italiana, ad esempio la variazione tra il prezzo dei contratti e il prezzo dinamico non può superare il 5%. Inoltre la Borsa garantisce la trasparenza del mercato, garanzia estremamente importante. Con maggiori vincoli cosa potrebbe accadere? Se fosse troppo complicato e limitante utilizzare la Borsa e le camere di compensazione, le grandi società non passerebbero più dal mercato ma si rivolgerebbero direttamente ai produttori e l’attuale trasparenza dei prezzi non esisterebbe più. Oppure potrebbero acquistare direttamente le terre: cosiddetto accaparramento delle terre (landgrabbing) che per i Paesi spesso rappresenta un problema. Un’eccessiva regolamentazione limiterebbe la libertà degli individui di agire e di investire il proprio denaro, di conseguenza i mercati finanziari e le Borse internazionali non dovrebbero avere eccessivi vincoli, la stessa Costituzione italiana all’articolo 2 sottolinea come una mediazione tra eccessiva libertà ed eccessiva regolamentazioni sia la scelta vincente.

28.11.2015, 15:082015-11-28 15:08:00
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Cooperazione contro la fame nel mondo?

Il dibattito sul tema “La cooperazione internazionale allo sviluppo serve a risolvere il problema della fame nel mondo?” si è svolto a Milano nell’ambito del Concorso “EXPOni le...

Il dibattito sul tema “La cooperazione internazionale allo sviluppo serve a risolvere il problema della fame nel mondo?” si è svolto a Milano nell’ambito del Concorso “EXPOni le tue idee” al quale hanno partecipato anche i licei di Lugano. Malgrado la crescita economica e l’impegno degli Stati, nel 2015, ben 795 milioni di persone soffrono ancora la fame (fonte Fao). La meta finale è ancora lontana. È possibile affermare che gli aiuti e la cooperazione internazionale allo sviluppo siano parte della soluzione del problema? Al tema hanno dato risposta le due squadre, ciascuna formata da tre oratori e da tre “uditori critici”.

 

FAVOREVOLI: “Le mucche lilla”, Istituto Dalla Chiesa, Montefiascone, Viterbo

Circa 25 anni fa un miliardo e mezzo di persone, cioè il 25% della popolazione mondiale, erano considerate povere, cioè vivevano con appena un dollaro al giorno. Erano ben 4,6 miliardi le persone che vivevano con meno di 2,5 dollari al giorno; tutte concentrate nel Sud del mondo (India, Africa, America Latina e parte dell’America Centrale). Lo scorso 27 maggio, il Sofi 2015 (stato d’insicurezza alimentare nel mondo) ha affermato che il numero complessivo delle persone che soffrono la fame nel mondo è sceso a 795 milioni. Nei Paesi in via di sviluppo la percentuale di persone che non sono in grado di consumare cibo sufficiente per una vita sana è scesa al 12,9% della popolazione, un calo del 23,3% rispetto a un quarto di secolo fa. 72 dei 129 dei Paesi monitorati dalla Fao hanno raggiunto l’Obiettivo del Millennio di dimezzare la prevalenza della denutrizione entro il 2015. Pensate che questi dati siano migliorati con un miracolo? O che questi Paesi si stiano rialzando dalla miseria da soli? Beh, vi sbagliate. Tutto ciò è frutto della Cooperazione internazionale. Dobbiamo essere la generazione Fame Zero. Questo obiettivo dovrebbe essere integrato in tutti gli interventi politici. Per noi la Cooperazione internazionale è fondamentale per risollevare la situazione mondiale di denutrizione. Come affermato dall’Abbé Pierre “la solidarietà è agire contro le ingiustizie” e la fame nel mondo è un’ingiustizia! Anche l’art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani riconosce ad ogni individuo il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute ed il benessere proprio e della sua famiglia “con particolare riguardo all’alimentazione”. La lotta alla fame e alla povertà è oggi portata avanti dalla Cooperazione Internazionale con altre organizzazioni internazionali come l’Oms e con la società civile, in particolare le Ong. Questa lotta è efficace perché a differenza degli investimenti dei singoli Stati che assumono la forma di un neocolonialismo evidente, gli aiuti della Cooperazione Internazionale vengono da 192 Paesi del mondo che collaborano e investono le stesse risorse per gli stessi obiettivi e sono fondati su equilibri che permettono il reciproco controllo, in grado di impedire l’interesse privato di ogni Stato. Cooperazione internazionale significa cogliere l’opportunità di fare qualcosa e lottare contro la mancanza di solidarietà della nostra società sempre più individualista ed egoista. È ora che si metta in pratica la giustizia, non solo legale, ma anche quella distributiva. C’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, lo spreco e il consumo eccessivo sono davanti ai nostri occhi. Il Wfp, l’agenzia della Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, lotta contro la fame, ponendosi programmi quali: 1) pasti a più di 20 milioni di studenti, incoraggiando così le famiglie a mandare i propri figli a scuola; 2) “cibo in cambio di lavoro” utile allo sviluppo della comunità; 3) “cibo in cambio di formazione”, favorendo l’apprendimento di mestieri quali l’apicoltura e il cucito. Per chiudere vi parliamo di Ukufinyele, un bambino dello Zambia (un caso presente nell’archivio Fao). Quando aveva 3 anni pesava solo 7,7 kg. Ora ha 6 anni e pesa 21 kg. È un bambino sano e felice. Ukufinyele deve tutto alla Cooperazione internazionale, è un esempio fra molti per capire quanto un aiuto, da parte dei Paesi che se lo possono permettere, sia utile a chi è denutrito. In un Paese come lo Zambia, impossibilitato a produrre a sufficienza beni primari, quali i cereali, per le difficoltà dovute alla conformazione geografica, pensate davvero che senza l’aiuto finanziario le condizioni di vita migliorino? Noi no! Sapete cosa significa Ukufinyele in africano? Significa “tendere la mano”. Allora tendiamola questa mano e aiutiamo!

 

CONTRARI: “Gli ex_polli”, Liceo Paolo Sarpi, Bergamo

La dipendenza dalle donazioni estere rende il settore agricolo vulnerabile ai cambiamenti nelle priorità e nelle strategie dei donatori e ciò mina la capacità di sviluppo produttivo dei singoli Paesi. I miliardi di dollari mossi ogni anno dalla Cooperazione internazionale sono poca cosa rispetto agli investimenti for profit nelle economie dei Paesi in via di sviluppo che creano lavoro e crescita economica utile a sconfiggere la povertà e quindi la fame. Quindi, per queste ragioni, secondo noi, la Cooperazione internazionale non serve a risolvere realmente il problema della fame nel mondo. Prima di tutto vorremmo indurvi a riflettere sul significato di cooperazione: cooperare significa collaborare, dando ciascuno del proprio, per raggiungere lo stesso obiettivo. Vi sembra questa una definizione appropriata per descrivere la Cooperazione internazionale? Definire tale fenomeno in questo modo sarebbe assurdo come dire che facendo l’elemosina si stia collaborando col mendicante. Mi spiego meglio: le cooperazioni hanno sì un nobile fine, ma finiscono col diventare una scusa per tutti noi per sentirci a posto con la nostra coscienza, dal momento che pensiamo che attraverso il loro agire tutti noi stiamo facendo del bene. Ma è davvero così? Possono bastare le sole cooperazioni per farci sentire delle brave persone? Ma soprattutto: possono bastare le sole cooperazioni a risolvere il problema della fame nel mondo? Voi potete anche dire che i dati recenti dicano che questo si stia verificando, ma non potete negare che l’effetto delle cooperazioni su un problema di così grande portata come la fame nel mondo sia effimero e temporaneo, come quando, impressionati da immagini di bambini denutriti, siamo spinti sul momento a donare per non sentirci dei mostri. Lo stesso ragionamento vale per le cooperazioni internazionali. A questo punto vi chiederete: come aiutarli? Noi crediamo che la strada da seguire sia quella degli investimenti for profit, che è sicuramente piena di insidie e rischi, ma è sicuramente più lungimirante di quella tracciata dalle cooperazioni. Inoltre non si può negare neanche il fatto che rendere uno Stato dipendente dalle donazioni estere potrebbe rivelarsi molto pericoloso, dal momento che ciò minerebbe molto l’autonomia politica ed economica dei Paesi poveri, in pieno contrasto col principio di auto-determinazione che sancisce il diritto di auto-governarsi e auto-regolarsi, per non parlare del fatto che se queste donazioni dovessero diminuire o addirittura azzerarsi, i Paesi dipendenti sprofonderebbero di nuovo nella povertà. Noi sosteniamo che la strada per un futuro migliore è quella che si impegna a non ripetere gli errori del passato, in questo caso i fenomeni di colonizzazione, ma ad imparare da essi. Nessuno di noi sta dicendo che la Cooperazione internazionale per risolvere la fame nel mondo sia una cosa negativa. Anche le briciole nutrono. Stiamo dicendo che la cooperazione non è la strada che dobbiamo perseguire. Scrivendo trattati, firmando accordi non si risolve nulla se tali propositi non vengono concretizzati! Volete un esempio? Nel 2000 la Fao aveva sottoscritto un patto secondo cui “attraverso la Cooperazione internazionale, nessun uomo nel 2015 morirà più di fame”. Oggi si parla di 2030, a volte di 2050, qualcuno dice addirittura 2100. Insomma, era stata fatta una promessa, a voi e anche a noi: ci era stato detto che prima del nostro diciottesimo compleanno avremmo visto il giorno in cui nessun uomo sarebbe morto per fame. Oggi ci viene detto che è possibile che noi non vivremo abbastanza per vedere quel giorno.

 

20.11.2015, 11:182015-11-20 11:18:00
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Abolire la carne dalla dieta alimentare?

Da sempre esistono punti di vista differenti sul consumo di carne, che negli ultimi anni è aumentato, soprattutto nei Paesi di nuova industrializzazione, rinfocolando il...

Da sempre esistono punti di vista differenti sul consumo di carne, che negli ultimi anni è aumentato, soprattutto nei Paesi di nuova industrializzazione, rinfocolando il dibattito tra punti di vista contrastanti: da un lato si propone di ridurre o eliminare la carne dalla dieta per questioni sociali, ambientali e di salute e dall’altro si sottolinea come un moderato con-sumo di carne abbia effetti benefici per la salute, fornendo importanti vitamine e nutrienti specifici. Approfondimenti dell’evento, che si è svolto a Milano dal 22 al 24 ottobre, al sito http://exponiletueidee.it.

FAVOREVOLI: Licei di Lugano
Innanzitutto va detto che postulare l’eliminazione della carne dalla dieta alimentare può sembrare esagerato, ma secondo noi urge un intervento drastico di fronte ai seguenti aspetti.
1) l’imbarbarimento della cultura culinaria, dovuto al cibo veloce. Alcune ricerche hanno evidenziato che i pasti veloci, sovente caratterizzati dalla presenza di carne come elemento centrale, sono all’origine di gravi problemi di salute per le persone.
2) Le malattie gravi causate dall’eccessivo consumo di carne.
L’American Institute for Cancer Research e il World Cancer Research Fund, infatti, hanno dichiarato che esistono ormai prove convincenti di una relazione chiara tra eccessivo consumo di carne rossa e aumento del rischio di cancro al colon-retto. Nel 2013 sono stati pubblicati i risultati di uno studio di ampio respiro: il Progetto Epic (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), condotto su oltre mezzo milione di partecipanti provenienti da tutta Europa, che ha confermato un’associazione positiva tra consumo di carni lavorate e morti premature per malattie cardiovascolari e per cancro, soprattutto al seno e al colon-retto, terza causa di morte a livello mondiale. Recenti studi scientifici hanno ampiamente dimostrato che l’eccessivo consumo di carne porta a molte operazioni cardiache e a un innalzamento del colesterolo e all’ipertensione. Come tutti sanno, si dice “una mela al giorno leva il medico di torno” e non certamente “una bistecca al giorno leva il medico di torno”.
3) Il fallimento di molte attività agricole, a causa della produzione di massa della carne.
In Svizzera abbiamo poco terreno, utilizziamolo al meglio, favorendo la coltivazione di ortaggi e verdure, senza per questo voler costringere nessuno a diventare vegetariano o vegano.
4) L’altissimo inquinamento provocato dall’allevamento eccessivo di animali da macello.
Il consumo di carne è estremamente dannoso sia per l’uomo stesso, non solo a livello corporeo ma anche a livello psicologico (le persone onnivore sono più nervose rispetto a quelle erbivore) e morale, sia a livello ecologico. Consideriamo anche il fatto che il trasporto della carne al supermercato, anche se breve, inquina l’ambiente. Le mucche inoltre sono già esse, come altri animali, grandi inquinatrici per il funzionamento del loro organismo.

Molte persone si preoccupano, a torto, che smettendo di mangiare carne non assimilano più i nutrimenti necessari alla vita. Combinando nel modo giusto diversi tipi di fagioli si può avere una dose di proteine anche superiore alla tradizionale bistecca.

Le nostre confutazioni e la nostra proposta Siamo tutti d’accordo che vogliamo combattere le malattie cardiovascolari, che vogliamo respirare aria pulita e bere acqua limpida, che vogliamo creare nuovi posti di lavoro e che vogliamo mangiare dei menu gustosi, variati e sani. Ma come fare? Semplice: iniziamo da noi stessi! Eliminiamo la carne dalla nostra dieta quotidiana, mangiamola occasionalmente. Ridurremo la produzione di carne. Miglioreremo la qualità dell’ambiente. Creeremo prodotti nuovi e nuove opportunità di lavoro. In altre parole, staremo meglio e con noi anche gli animali e la terra.

Vorremmo chiudere con alcuni celebri aforismi: “Se i macelli avessero le pareti di vetro, saremmo tutti vegetariani” (Tolstoj). “Nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana” (Einstein). “Sinceramente è bello sedersi a tavola senza doversi preoccupare di cosa è morto il nostro cibo” (J. H. Kellogg). Per queste ragioni pensiamo che il consumo di carne vada eliminato completamente dalla dieta quotidiana di tutti gli individui. 

 

CONTRARI: We debate Lombardia
Vorremmo esordire con una premessa. Si sta affermando sempre di più il culto dello slow food e delle diete orientate, sovente molto costose. Queste mode (filosofie) alimentari tendono a definire chi siamo: da un lato l’immagine del vegetariano pacifista e dall’altro quella del consumatore di carne violento e insensibile. Oggi si tende ad essere giudicati in modo univoco e semplicistico a partire da singoli comportamenti. Noi preferiamo definire uno stile di vita fatto da scelte fra loro compatibili, che non si escludano rigidamente una con l’altra. Il cibo, per quanto ricco di connotazioni culturali, è cibo e non necessariamente sistema di pensiero. È sciocco pensare che siamo ciò che mangiamo: un mangiatore occasionale di carne non è un assassino, distruttore di ecosistemi, e non avrà necessariamente un tumore o una qualsiasi malattia cardiova- scolare.
Noi siamo contrari alla completa eliminazione della carne dalla dieta alimentare, 1) da un punto di vista salutistico:
a) la carne è essenziale in quanto contiene vitamine introvabili in natura, in mancanza delle quali c’è il rischio di incombere in malattie mentali, infarti e altre conseguenze spiacevoli. La carenza di vitamina B12 nel sangue aumenta l’omocisteina, che a sua volta accresce il rischio di malattie in quanto danneggia le cellule dei vasi sanguigni. La cosa diventa ancor più preoccupante se si pensa che la carenza nelle donne gravide si trasmette ai figli i quali presenteranno ritardi mentali e difetti fisici a causa di questa mancanza. Questo è stato verificato da Finkelstein, Layden e Stoner in uno studio del settembre 2012, che sostiene che la carenza di vitamina B12 provoca anomalie nello sviluppo del feto, aborti spontanei, nascite sottopeso.
Uno studio del 2003 del Dr. Hermann evidenzia come il 77% dei vegetariani e il 92% dei vegani sia carente di vitamina B12.
b) la carne rossa gioca quindi un ruolo fondamentale nell’assorbimento di ferro da parte del nostro organismo. Solo il 5% del ferro contenuto nei vegetali viene assorbito. Questo porterebbe alla necessità di dover mangiare grosse quantità giornaliere di verdure come spinaci. Il fabbisogno giornaliero medio di ferro è pari a 15 mg, quindi considerato che 1 kg di spinaci offre 0,58 mg di ferro assimilabile si ottiene la necessità di mangiare circa 26 kg di spinaci al giorno! Oppure 20 uova, oppure, più semplice, 130 g di carne rossa.
2) per ragioni economiche:
passare drasticamente dall’allevamento di animali alla coltivazione produrrebbe enormi danni all’economia dei Paesi che oggi puntano alla produzione e all’esportazione di carne. Molte famiglie si troverebbero a dover fronteggiare una crisi, in seguito all’eliminazione di molti posti di lavoro.
3) per motivi ecologici:
estendere la coltivazione per nutrire l’intera popolazione mondiale comporterebbe grandi danni agli ecosistemi.

Le nostre confutazioni e la nostra proposta
a) Patologie come tumori e malattie cardiovascolari non sono direttamente legate al consumo di carne, ma derivano da diversi elementi fra cui una predisposizione del soggetto.
b) Il problema etico non concerne la carne, ma le modalità di allevamento e macello degli animali.
Per concludere, condividiamo la tesi che un consumo eccessivo di carne sia dannoso per il nostro organismo e per il pianeta, ma non accettiamo la proposta di eliminarla completamente. Essere vegetariani non salverà il mondo. Per avere un futuro migliore è sufficiente controllare qualità e quantità del nostro ci- bo, è la dieta reducetariana proposta da Brian Kateman, ricercatore della Columbia Uni- versity.

27.6.2015, 15:072015-06-27 15:07:00
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Secondo tunnel stradale al San Gottardo?

La galleria autostradale del San Gottardo, il collegamento più importante della Svizzera tra il Nord e il Sud delle Alpi, inaugurata nel 1980, dovrà essere risanata. Come? Su...

La galleria autostradale del San Gottardo, il collegamento più importante della Svizzera tra il Nord e il Sud delle Alpi, inaugurata nel 1980, dovrà essere risanata. Come? Su questo attualissimo tema si sono confrontati i giovani delle scuole medie qualificatisi alla finale nazionale de “La gioventù dibatte” a Berna. Ricordiamo che i giovani sono chiamati a preparare sia gli argomenti favorevoli sia quelli contrari proprio per imparare a decentrarsi, a capire e rispettare le ragioni dell’altro. Un sorteggio determina la tesi da difendere nel dibattito. Chi desidera conoscere meglio questo progetto di educazione alla cittadinanza è invitato a visitare il sito www.lagioventudibatte.ch.


FAVOREVOLI
Sme Giubiasco: Alessandro Cupolo, Clarissa Fioroni, Filippo Meroni

– Il governo ha esaminato numerose varianti ed è giunto alla conclusione che solo quella che prevede una seconda galleria sia soddisfacente. La ministra dei Trasporti Doris Leuthard ha affermato che «la costruzione di una seconda galleria è sì più costosa rispetto ad altre varianti, come l’autostrada viaggiante (la RoLa), ma è utile anche a lungo termine, quando tra 30 o 40 anni si dovrà di nuovo risanare il tunnel. Serve quindi anche alle generazioni future». A nome della Commissione dei trasporti, il deputato ticinese del Partito popolare democratico Fabio Regazzi ha dichiarato che si tratta di «una soluzione ponderata, pragmatica e che rispetta la Costituzione».

– La chiusura per manutenzione della galleria autostradale del San Gottardo porterebbe gravi problemi quali l’isolamento del Ticino, un sovraccarico di traffico attraverso Grigioni e Vallese e maggiori costi poiché, per mantenere un minimo di transito necessario, si prolungherebbero i tempi di lavoro.

– Non sarebbe inoltre possibile trasferire tutto il traffico di autocarri su rotaia, come sostengono i contrari al secondo tunnel.

– Raddoppiare la galleria aumenterebbe dell’80% la sicurezza, cosa necessaria, visti i gravi incidenti registrati a partire dal 2000.

– Con due gallerie vi sarebbe una maggior possibilità per i mezzi di soccorso (ambulanze, vigili del fuoco e polizia) di raggiungere più velocemente il luogo di un incidente.

– Non vi sarà alcun aumento della capacità di transito attraverso le Alpi, siccome il nuovo tunnel avrà solamente una corsia percorribile, oltre a quella di emergenza. Ciò rispetta l’articolo 84 della Costituzione, che si impegna a tutelare le Alpi. L’unico modo per aumentare il volume di transito e per sfruttare tutte e due le corsie dei futuri due tunnel sarebbe una votazione popolare, quindi sarà sempre il popolo a decidere.

– Una seconda canna comporterebbe un investimento doppio rispetto ad altre soluzioni, ma sarebbe comunque più conveniente poiché l’investimento sarebbe ammortizzato alla prossima scadenza del risanamento, ovvero tra il 2060 ed il 2065.

– Un secondo tunnel assicura durante il risanamento una gestione del traffico efficace e sopportabile per tutte le regioni, cosa invece non fattibile con la soluzione della RoLa, “l’autostrada viaggiante”. Per quest’ultima deve essere costruita un’enorme struttura temporanea, che necessita fino a 8 binari di trasbordo per il traffico pesante, una superficie di carico tra i 56’000 e gli 80’000 m² e l’abrogazione del divieto di transito notturno per i mezzi pesanti. Ci sarà quindi un inquinamento fonico supplementare. Caricare sui treni navetta decine di centinaia di auto, bus, camion e quant’altro genererebbe code chilometriche, ancora maggiori di quelle che troviamo oggi di fronte al San Gottardo. Perché causare queste situazioni se abbiamo un’alternativa efficace?

– Inoltre ciò porterebbe chiaramente ad una perdita dal punto di vista paesaggistico. Infine, una volta risanata la galleria questi impianti verranno smantellati. Tra 40 anni, quando dovremo di nuovo risanare la galleria, cosa faremo? Ripeteremo tutto da capo? L’autostrada viaggiante non è quindi un investimento né duraturo né portatore di valore aggiunto! Per tutti questi motivi Uri e Ticino si oppongono con veemenza alla RoLa.

– Il secondo tunnel sarebbe pure una risposta alle preoccupazioni ecologico-ambientali dei Comuni della Valle Leventina confrontati da molti anni con chilometri di automezzi incolonnati sull’autostrada a ridosso del portale della galleria.

 

CONTRARI
Sme Gordola: Nicolò Cavallero, Nicolas Orlandi, Sonia Glauser

– Diciamo no al secondo tunnel al San Gottardo perché esiste una valida alternativa: il risanamento della galleria, che permette di proteggere l’arco alpino e finanziare altri importanti progetti, come ad esempio gli spostamenti attorno ai centri urbani di Zurigo, Ginevra, Basilea, come pure nel Luganese e nel Mendrisiotto, sempre più congestionati dal traffico.

– L’Iniziativa delle Alpi per la protezione delle regioni alpine contro il traffico di transito, votata dal popolo nel 1994, introduce nella Costituzione svizzera l’obbligo di trasferire le merci dalla strada alla ferrovia. Quindi il secondo tunnel sarebbe una forzatura del diritto e una mancanza di rispetto della decisione popolare.

– Esiste un progetto alternativo al raddoppio, meno costoso e di veloce attuazione: la RoLa, l’autostrada viaggiante, un servizio di treni navetta che permette di assorbire l’intero traffico, evitando il temuto isolamento del Ticino.

– La realizzazione di una canna di risanamento e la successiva apertura di un tunnel bidirezionale non risolverebbero il problema delle code, poiché non vi sarebbe un reale aumento di capacità.

– La proposta di risanare la prima canna solamente in inverno è un’ottima variante alla costruzione di una seconda galleria. Gli 850’000 veicoli che transitano al San Gottardo durante la stagione invernale sarebbero infatti facilmente trasferibili su rotaia e, in minima parte, deviati attraverso i cantoni Grigioni e Vallese. Ciò causerebbe certamente un allungamento dei tempi, ma diminuirebbe in notevole misura l’impatto finanziario sulla Confederazione.

– AlpTransit, un’opera da 20 miliardi di franchi, è stato voluto per trasferire gran parte del traffico delle merci su rotaia. Se ora, a pochi mesi dalla sua apertura, decidessimo di rafforzare il nostro impegno per il trasporto di merci su gomma, approvando il raddoppio del Gottardo, faremmo un’insensata concorrenza ad Alp­Transit. Sarebbe più coerente e auspicabile attendere gli effetti di AlpTransit, prima di decidere se il volume di traffico giustifichi o meno una seconda canna al San Gottardo.

– Secondo Patrick Hofstetter, esperto di questioni climatiche al Wwf, non c’è dubbio che un secondo tubo avrebbe per conseguenza un aumento dei camion: “Le assicurazioni di una consigliera federale o un impegno per via legislativa possono anche tranquillizzare, almeno finché la galleria non sarà costruita –, ma certo non più a lungo di così”.

– Nel 1980, all’apertura della galleria, l’allora consigliere federale Hans Hürlimann dichiarò che il traforo non sarebbe mai diventato un corridoio per i mezzi pesanti. Questa sua affermazione era supportata dell’articolo 84 capoverso 2 della Costituzione federale: “Il traffico transalpino per il trasporto di merci attraverso la Svizzera avviene tramite ferrovia”. Purtroppo però questa promessa non è stata mantenuta, in quanto attraverso il Gottardo circolano ingenti quantità di merci, perciò come facciamo ad essere certi che in futuro non verranno utilizzati entrambi i tubi in entrambe le direzioni?

– Se si facesse il raddoppio, ci sarebbe il forte pericolo che l’Ue imponga l’apertura di tutte e quattro le corsie disponibili o che si sia costretti a scegliere fra Bilaterali e legge svizzera. Già nel 1999 la Svizzera ha dovuto cedere sul peso massimo dei camion (da 20 a 40 t), durante la discussione degli Accordi bilaterali.

– La sicurezza assoluta non esiste. Basta pensare all’incidente del 13 marzo 2012 nella galleria di “Sierre” in Vallese: 28 morti fra cui 22 bambini. Era una galleria a senso unico!

 

13.6.2015, 15:012015-06-13 15:01:00
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Consiglio federale da 7 a 9 membri?

Questo tema, tornato di grande attualità, è stato affrontato nella finale nazionale de “La gioventù dibatte” a Berna. Alla categoria delle scuole medie superiori, in rappresentanza...

Questo tema, tornato di grande attualità, è stato affrontato nella finale nazionale de “La gioventù dibatte” a Berna. Alla categoria delle scuole medie superiori, in rappresentanza del Liceo di Lugano 1, hanno preso parte gli otto giovani delle due foto, ma i testi, per ragioni di spazio molto sintetici, sono anche il frutto del lavoro dei loro compagni di classe. Va precisato che la metodologia del progetto impone ai giovani di preparare sia gli argomenti favorevoli sia gli argomenti contrari, perché le posizioni da difendere nel dibattito, che vede confrontarsi due coppie, sono sorteggiate solo mezz’ora prima dell’inizio. Info al sito: www.lagioventudibatte.ch

 

FAVOREVOLI
Lorenzo Müller, Mosè Schwarz, Michela Marchesi, Luca Xausa

– La Costituzione federale prevede sette membri dal 1848 (art. 174 Cost. fed.). Nel 1848 ci si è orientati al modello del Direttorio della Rivoluzione francese, adottato in Svizzera durante il periodo della Repubblica Elvetica. Dovremmo ora adattarci ai tempi e affrontare i nuovi problemi, come la complessità della politica e la necessità di attivarsi per mantenere coeso il Paese.

– L’esecutivo svizzero è concepito quale organo collegiale (art. 177 Cost. fed.), come gli esecutivi cantonali e comunali (5 o 7 membri). La collegialità può essere praticata anche in nove. L’importante è preparare bene le riunioni e discutere solo le cose necessarie, praticando l’autodisciplina o stabilendo il tempo esatto per gli interventi (come facciamo a gioventù dibatte).

– I governi di altri Paesi sono composti da molti più membri, in fondo, il salto da sette a nove non è grande.

– La realtà federale è molto cambiata. È diventata molto più complessa e i compiti delegati allo Stato federale aumentano sempre. Con due consiglieri federali in più, ciascun magistrato si potrebbe focalizzare meglio sul proprio settore. Un consigliere federale ticinese, portatore di un’altra cultura e di altri punti di vista, arricchirebbe molto la discussione.

– Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate (art. 175 Cost.). Di fatto, la rappresentanza delle componenti linguistiche non funziona. Da 16 anni non c’è un delegato ticinese nel governo federale. La situazione somiglia a quella delle donne in politica: tutti concordano sul principio della rappresentanza equa, ma senza quote obbligatorie il risultato non si raggiunge. La Svizzera italiana è esclusa dal Consiglio federale dal 1999 (ultimo membro ticinese, Flavio Cotti). L’Assemblea federale non ha eletto rappresentanti della Svizzera italiana in occasione di quattro rinnovi generali del Consiglio federale (1999, 2003, 2007, 2012).
Senza la presenza di un delegato italofono si compromettono l’identità e la forza del nostro Paese, capace nella storia recente – soprattutto nei momenti di difficoltà – di trovare forza ed equilibrio grazie alle diverse componenti culturali, nel coinvolgimento delle minoranze e nel rapporto costruttivo con tutti i Paesi confinanti.

– Negli ultimi anni i problemi ticinesi non sono stati considerati abbastanza dalla ‘Berna federale’ (piazza finanziaria, frontalieri ecc.). Si è creata una distanza tra il Ticino e la ‘Berna federale’, nociva a un clima politico costruttivo.
Ultimamente, si è manifestata in Ticino una certa ostilità nei confronti di Berna; lo si è visto spesso nell’ambito delle votazioni federali, nelle quali i ticinesi non hanno seguito la linea del Consiglio federale (ad esempio il 9.2.2014 nella votazione contro l’immigrazione di massa). La situazione in Scozia e in Catalogna dimostra quanto possa essere pericoloso lo scontento delle minoranze non considerate. Un membro “stabile” dal Ticino in Consiglio federale migliorerebbe immediatamente la situazione. Anche per questa ragione , richiamando l’articolo 160 cpv. 1 della Costituzione federale, il Gran Consiglio ticinese ha chiesto, nell’aprile del 2012, nella forma dell’iniziativa cantonale, all’Assemblea federale di avviare le procedure al fine di modificare l’art. 175 cpv. 1 Cf come segue: ‘Il Consiglio federale è composto di nove membri’. Ha pure chiesto di modificare l’art. 175 cpv. 4 della Costituzione federale con questo testo: ‘Il numero di Consiglieri federali provenienti da una regione non può essere superiore a due’.

 

CONTRARI
Stefano Sarajlic, Debora Steffen, Yann Fauconnet, Linda Arnold

– La Costituzione federale prevede sette membri dal 1848 (art. 174 Cost. fed.). Si tratta di una ricetta vincente. Il Paese è governato bene. Inoltre, sia il popolo che il parlamento si sono espressi ripetutamente in merito all’aumento del numero dei consiglieri federali. La proposta è sempre stata bocciata.

– L’esecutivo svizzero è concepito quale organo collegiale (art. 177 Cost. fed.), come gli esecutivi cantonali e comunali (5 o 7 membri). I numeri 5 e 7 sono perfetti per il funzionamento di un organo esecutivo collegiale, in cui si discute e si giunge ad un consenso, per poi comunicare verso l’esterno con una voce unica, necessaria per una conduzione del Paese autorevole ed efficace. Se partecipassero nove persone il meccanismo diventerebbe più lento, lungo e complicato.

– È vero che i governi di altri Paesi sono composti da molti più membri, ma altri Paesi, altre culture! All’estero il meccanismo di governo è diverso. Troviamo la figura del primo ministro, che non è un primus inter pares, ma possiede poteri estesi e la facoltà di impartire ordini.

– La realtà federale è molto cambiata. È diventata molto più complessa, e i compiti delegati allo Stato federale aumentano sempre. Il compito di un consigliere federale non è tecnico, ma politico e conduttivo. Per le questioni tecniche si assumono i funzionari. Se aumentano i compiti, si assumono più funzionari.

– Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate (art. 175 Cost.). Un consigliere federale deve emergere per merito, non per una quota obbligatoria.

– Negli ultimi anni i problemi ticinesi non sono stati considerati abbastanza dalla Berna federale’ (piazza finanziaria, frontalieri ecc.). Si è creata una distanza tra il Ticino e la Berna federale, nociva ad un clima politico costruttivo.
È vero, ma per fare valere gli interessi di un Cantone non deve intervenire un consigliere federale.
Il Consiglio federale agisce negli interessi di tutta la popolazione e di tutti i Cantoni. Fare valere gli interessi del Cantone Ticino è compito del Consiglio di Stato ticinese (che infatti è intervenuto energicamente negli ultimi tempi) e dei consiglieri agli Stati ticinesi, attualmente Fabio Abate e Filippo Lombardi. Naturalmente, anche i consiglieri nazionali e le organizzazioni ticinesi devono adoperarsi nell’ambito della politica federale.
È pure vero che il 30 agosto scorso la Cip-N (Commissione delle istituzioni politiche del Nazionale), nella quale siedono anche i parlamentari ticinesi Marco Romano e Roberta Pantani, ha dato un segnale di apertura e attenzione verso le minoranze, come richiesto dal legislativo cantonale. È pure vero che anche il voto positivo della Cip-S (Commissione delle istituzioni politiche degli Stati), nella quale siedono anche i senatori ticinesi Filippo Lombardi e Fabio Abate, ha praticamente dato avvio all’iter parlamentare, ma è dal diretto interessato, cioè dal Consiglio federale stesso che vengono le principali opposizioni all’allargamento a nove membri.
Nel 2012 l’attuale ministra della Giustizia, Simonetta Sommaruga, comunicò al Consiglio degli Stati: ‘In ogni caso posso affermare che il Consiglio federale non sente di essere un paziente bisognoso di cure’.

– Infine un’ultima replica a chi sostiene che le decisioni nel nostro Paese siano prese più lentamente rispetto ad altrove. È una favola. Abbiamo soltanto imparato a cercare delle soluzioni prima di altri, perché da noi non possono essere attuate così facilmente. Ma questo rende le decisioni prese più affidabili.

30.5.2015, 10:052015-05-30 10:05:00
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Tutti vegetariani un giorno la settimana?

“Si dovrebbero proporre solo menu vegetariani, un giorno la settimana, nelle mense scolastiche ticinesi?” Questo tema è stato affrontato nel dibattito di qualificazione alla...

“Si dovrebbero proporre solo menu vegetariani, un giorno la settimana, nelle mense scolastiche ticinesi?” Questo tema è stato affrontato nel dibattito di qualificazione alla finale nazionale de “La gioventù dibatte” a Berna. Su questo tema, come per numerosi altri, è difficile avere unanimità di vedute, ma la diversità d’opinione non deve precludere il dialogo, nel massimo rispetto dell’altro. È questo lo spirito che anima “La gioventù dibatte”. I testi, sovente stringati, costituiscono una sorta di scaletta utilizzata dai giovani per i dibattiti, nei quali si affrontano a suon di parole, in un botta e risposta argomentato, della durata di ventiquattro minuti.

 

FAVOREVOLI
Filippo Meroni, Alessandro Cupolo, Clarissa Fioroni (Scuola media Giubiasco)

Sì, perché attuare questa proposta sarebbe un modo per ridurre l’impatto energetico, il consumo di acqua e di altre risorse vitali.
L’alimentazione è responsabile del 28% dell’impatto ambientale complessivo. Le ripercussioni negative sul pianeta sono causate in particolare dalla produzione di alimenti di origine animale. Secondo i dati del Wwf, carne, latticini e uova rappresentano la metà dell’impronta ecologica alimentare. Secondo la Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione, il 18% dei gas serra è prodotto dall’industria della carne. Secondo i dati dell’ufficio federale di statistica, in Svizzera ogni anno consumiamo 53 kg di carne a testa, quando la dose raccomandata sarebbe di 36 kg. Puntando sul vegetale si ridurrebbero i problemi ambientali legati all’allevamento: deforestazione, effetto serra, consumo eccessivo di acqua. Per produrre 1 kg di carne servono 10’000 / 15’000 litri d’acqua contro i 700 / 1’500 per 1 kg di vegetali. Si stima che per produrre 1 kg di carne si debbano disboscare 35 m2 di foresta, occorrano 15’500 litri d’acqua, 15 kg di cereali e si producano 36 kg di CO2. Sempre secondo la Fao, a causa dell’industria della carne, ogni anno scompaiono 17 milioni di ettari di foreste tropicali.

Sì, non solo per un motivo ambientale, ma anche religioso (musulmani), etico e culturale.

Sì, perché è compito della scuola educare i giovani ad una corretta ed equilibrata alimentazione, facendo comprendere che è possibile rinunciare alla carne per un giorno. A chi dice che con questa proposta si vieta la libertà di scelta, replichiamo che la libertà di scelta dei ragazzi può essere accantonata per favorire la loro salute. A chi sostiene che è necessaria anche la carne, rispondiamo che valide alternative sono tofu, seitan, legumi e latticini. Esistono dei tipi di verdura (ceci e noci) che danno un apporto energetico addirittura superiore a quello della carne: 100 g di ceci = 275 cal > 100 g carne maiale = 250 cal.

Sì, perché si sensibilizzerebbero gli studenti sull’abuso nel consumo di carne nella nostra società.
Il menu vegetariano ridurrebbe l’apporto calorico dei pasti così da indirizzare i giovani verso uno stile alimentare sano.

Sì, perché in Ticino gli studenti delle scuole superiori hanno già la possibilità di mangiare il piatto vegetariano e quindi dovrebbe essere esteso anche alle altre mense scolastiche.

Sì, perché aiuterebbe a far conoscere ricette “nuove”, provenienti anche da altre culture (più sensibili alla cucina vegetariana, come la cucina indiana, asiatica), sensibilizzando sull’importanza dell’interculturalità, un altro elemento centrale di una società più aperta.

Esperienze fuori dal Ticino
Nel 2009 la città belga di Gent ha introdotto il giovedì vegetariano, seguito poi da molte altre città. A New York, nel maggio del 2013, la mensa di una scuola elementare pubblica del Queens ha proposto per la prima volta unicamente piatti vegetariani. L’esperimento è stato esteso progressivamente fino a cinque giorni la settimana, grazie ai buoni risultati ottenuti. Nelle scuole del Canton Vaud è già stata introdotta un’iniziativa del genere. Gli allievi delle scuole medie nelle mense hanno un giorno in cui non è prevista carne. Anche alla scuola Rudolf Steiner di Ginevra troviamo un progetto del genere, ma ancora più estremo: la carne è prevista un solo giorno a settimana.

Pareri autorevoli
Il celebre oncologo italiano Umberto Veronesi afferma che con una dieta vegetariana si riduce fino al 30% il rischio di contrarre tumori.

 

CONTRARI
Marta Rossetti, Giotto Celio, Sara Costi (Scuola media Giornico)

Ognuno ha diritto di mangiare ciò che vuole! L’alimentazione è ancora una delle poche cose libere da leggi e restrizioni!
Non sarebbe corretto attuare questa misura poiché chi è vegetariano lo è per scelta e questo non deve influenzare l’alimentazione delle altre persone.

Un’alimentazione corretta deve contenere tutte le sostanze di cui necessitano i giovani.
Il corpo umano ha bisogno anche di specifiche proteine provenienti dalla carne durante la crescita. Ad esempio, l’assorbimento di ferro (molto importante nella nostra vita quotidiana) è maggiore se mangiamo un etto di carne rispetto ad un etto di verdure.

È impossibile eliminare un alimento importante come la carne, questo è sostenuto dal fatto che le carni occupano un posto importante nella piramide alimentare.
E a chi sostiene che le carni sono pericolose, soprattutto quelle che vengono dall’estero, replichiamo che non tutti i tipi di carne sono nocivi, ad esempio la carne di pollo viene fornita nelle diete ospedaliere. Secondo l’Ufficio federale di statistica il 92% della carne che mangiamo in Svizzera è prodotto nella nostra nazione, dove è proibito aggiungere ormoni nei foraggi per far crescere più in fretta gli animali. Inoltre i pasti serviti nelle mense scolastiche sono equilibrati e preparati da persone competenti nell’ambito alimentare.

La scelta alimentare deve avvenire in un’età consapevole.
L’imposizione di un menu vegetariano (un cambiamento drastico, specialmente per bambini e ragazzi) potrebbe provocare un senso di rigetto, ovvero proprio l’effetto opposto a quanto ci si propone. È molto meglio avvicinare più lentamente i giovani ad abitudini alimentari sane e a uno stile di vita equilibrato. Sempre più ragazzi dopo la scuola praticano sport anche a livello d’élite. Questi giovani hanno un fabbisogno giornaliero di energia che va dalle 2’500 alle 3’200 calorie. Questi valori possono difficilmente essere raggiunti solo con alimenti vegetali, in quanto per esempio 100 g di broccoli forniscono solo 27 calorie, mentre la stessa quantità di carne di maiale ne fornisce 250.

A chi sostiene che la carne contribuisce a impoverire la terra, replichiamo che anche l’agricoltura, di tipo intensivo, fatta in modo non sostenibile, può diventare una minaccia ambientale: inquinamento delle acque e della terra da pesticidi e concimi, diminuzione della biodiversità eccetera.

Già oggi è possibile richiedere un piatto vegetariano nelle mense ticinesi, dove è inoltre già prevista una periodica assenza di carne, sostituita da pesce e leguminose.

In Ticino abbiamo trentacinque scuole medie, ma solamente nove dispongono di una mensa: a che scopo introdurre un programma alimentare vegetariano se gli allievi che ne potranno beneficiare sono una minoranza?

Esperienze fuori dal Ticino
Nell’ottobre 2013 nelle scuole milanesi è stata proposta a 80’000 studenti una settimana interamente vegana, ma l’iniziativa è stata un flop che ha portato solo ad un enorme spreco di cibo. Molti ragazzi hanno preferito mangiare lontani da scuola, nei take away o nei fast food. Se introducessimo un giorno vegetariano non succederebbe anche a noi di sprecare moltissimo cibo? E se i nostri studenti andassero un giorno alla settimana a mangiare cibo spazzatura sarebbe la rovina della loro salute!

Pareri autorevoli
Il Prof. Montague Demment dell’University of California ha dichiarato che dovrebbe essere data maggiore importanza agli alimenti di origine animale per combattere la malnutrizione.

 

18.5.2015, 15:182015-05-18 15:18:00
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Libertà senza restrizioni per la satira?

Inizia oggi una nuova pagina speciale che a ritmo quindicinale proporrà un dibattito su un tema controverso. Alle argomentazioni favorevoli si contrapporranno delle...

Inizia oggi una nuova pagina speciale che a ritmo quindicinale proporrà un dibattito su un tema controverso. Alle argomentazioni favorevoli si contrapporranno delle argomentazioni contrarie. Autori dei testi saranno i giovani del secondo biennio delle scuole medie e delle scuole post obbligatorie. L’idea di dar vita a questa pagina nasce da un progetto di educazione alla cittadinanza nazionale denominato “La gioventù dibatte”, che si sta diffondendo anche nelle scuole ticinesi. I testi pubblicati sono la sintesi di un lavoro preparatorio indispensabile a ogni dibattito di qualità, fondato sull’analisi approfondita del problema e su solide argomentazioni.

 

Libertà senza restrizioni per la satira?

“Si dovrebbe lasciare la libertà di ridere di tutto senza restrizioni agli autori di satira”? Questo tema è stato affrontato nel dibattito di qualificazione alla finale nazionale de “La gioventù dibatte” a Berna. Chi volesse approfondire la conoscenza del progetto può visitare il sito www.lagioventudibatte.ch. Due premesse, prima di entrare nel vivo del confronto dialettico:
1) La Corte di cassazione italiana nel 2006 ha dato una definizione giuridica di satira: “È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”.
2) Dopo l’attentato terroristico contro ‘Charlie Hebdo’ il 7 gennaio 2015 a Parigi l’attenzione del mondo intero si è rivolta al genere satirico, che sta vivendo un periodo di rinascita.

 

Favorevoli: Alessandro Seveso, Mosè Schwarz, Stefano Sarajlic, Yann Fauconnet

La satira: un genere artistico
– critico verso la politica e la società
– mostra le contraddizioni
– promuove il cambiamento in positivo

Per alcuni, ad esempio il famoso vignettista satirico italiano Forattini, la satira è la più alta espressione di libertà e di democrazia. La satira è uno strumento fondamentale di una società libera. Montesquieu, ad esempio, con le ‘Lettres persanes’ si beffava del regime assolutistico in Francia cercando di cambiare la società. La satira è una grande arma nelle mani dei deboli contro la tirannia.

La libertà di espressione: un diritto fondamentale
– Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Onu (Dudu)
– Convenzione europea dei diritti umani (Cedu, Consiglio d’Europa)
– Costituzione federale svizzera (Cost.)
– È parte della nostra cultura e tradizione
Il confronto è sempre un bene, anche se la reazione è negativa. La satira, anche se cattiva, ha uno scopo positivo. Il fatto che delle persone problematiche reagiscano con azioni illegali non deve portare i vignettisti a tacere. Anzi. Sarebbe il colmo lasciare il potere della censura a dei criminali! La maggior parte dei musulmani non ha reagito in modo violento; questo sta a dimostrare che il problema sono gli attentatori, non la satira.

Un limite chiaro: l’ordinamento giuridico
– Diritto a non essere discriminato ad esempio a causa delle convinzioni religiose (art. 8 Cost.: uguaglianza giuridica)
– Libertà di credo e di coscienza (art. 15 Cost.)
– Rispetto della persona (art. 28 Codice civile)
Le caricature su Maometto non prendono in giro una persona precisa perché è musulmana. Non impediscono a nessuno di professare la religione musulmana. La Costituzione e le leggi sono rispettate. È giusto proteggere la persona; ma esprimere la verità è e deve sempre essere permesso. La legalità delle vignette su Maometto è stata confermata da un Tribunale di Parigi nel 2007. Dopo la pubblicazione, alcune associazioni islamiche avevano denunciato il direttore di ‘Charlie Hebdo’ per ingiuria pubblica verso un gruppo di persone in ragione della loro religione. Il direttore è stato assolto in pieno. Non c’era alcuna volontà di offendere i musulmani, e i limiti della libertà d’espressione erano stati rispettati.

Un limite sociale: il rispetto
La satira è irrispettosa per definizione. Una satira “rispettosa” non sarebbe altrettanto potente ed efficace.
La satira colpisce proprio nei punti in cui non esiste un discorso costruttivo, perché talune persone hanno troppo potere e sono arroganti. Chi è preso di mira dalla satira può rispondere in modo legale anche alle provocazioni profonde e volgari. Deve essere il disegnatore stesso a scegliere i limiti della satira, secondo i suoi valori, le sue opinioni e i suoi obiettivi.

Anche un artista deve essere responsabile
Prendendo l’esempio dei cartelloni con la pecora nera nell’ambito della politica migratoria svizzera, molte persone si sono arrabbiate. Ma a nessuno è venuto in mente di commettere atti di violenza. La società svizzera è democratica e matura, mentre altre società non lo sono e questo è dimostrato proprio dalle vignette satiriche su Maometto.
Il cartellone con la pecora nera ha dimostrato il modo di pensare di alcuni esponenti della politica svizzera. Questo permette a chi la pensa diversamente di controbattere. Questo è molto positivo.

 

Contrari: Lorenzo Müller, Luca Xausa, Michela Marchesi, Linda Arnold

La satira: un genere artistico
– critico verso la politica e la società
– mostra le contraddizioni
– promuove il cambiamento in positivo
Abbiamo visto delle vignette satiriche che criticano, ad esempio, l’acquisto degli aerei Gripen e in cui viene preso in giro il consigliere federale Maurer che potrebbe avere motivo di offendersi. Le caricature su Maometto hanno promosso violenza e omicidi. Non sono cambiamenti in positivo. I vignettisti non hanno raggiunto il loro scopo.

La libertà di espressione: un diritto fondamentale
– Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Onu (Dudu)
– Convenzione europea dei diritti umani (Cedu, Consiglio d’Europa)
– Costituzione federale svizzera (Cost.)
– È parte della nostra cultura e tradizione
Un giornalista, disegnatore, artista, gode della libertà di espressione, ma altre persone, nel contempo, godono del diritto fondamentale a non essere discriminate, ad esempio, a causa delle convinzioni religiose. Inoltre, esiste il diritto al rispetto della persona secondo il Codice civile. È evidente che ci sono persone che si offendono quando si ridicolizza un esponente della loro religione. Abbiamo visto una vignetta satirica della rivista ticinese ‘Il Diavolo’ che rappresentava Papa Ratzinger in un sacco di rifiuti. I responsabili hanno avuto il buon senso di non pubblicare quella vignetta, che avrebbe fatto arrabbiare molti cattolici.

Un limite chiaro: l’ordinamento giuridico
– Diritto a non essere discriminato ad esempio a causa delle convinzioni religiose (art. 8 Cost.: uguaglianza giuridica)
– Libertà di credo e di coscienza (art. 15 Cost.)
– Rispetto della persona (art. 28 Codice civile)
Il nostro ordinamento giuridico protegge le persone. In particolare, non si ha il diritto di ridicolizzare qualcuno perché appartiene ad una determinata religione. L’importanza della protezione delle persone viene sottolineata dal fatto che il Cc prevede il diritto di fare causa se non si viene rispettati. Il Codice penale svizzero prevede diversi delitti contro l’onore (la diffamazione che può nuocere alla reputazione, l’ingiuria, con la quale si offende l’onore eccetera). Tutte queste norme indicano che deve esistere un limite anche alla satira.

Un limite sociale: il rispetto
La satira è uno strumento potente, lancia dei messaggi forti che colpiscono in ambiti che toccano profondamente le persone, come la religione e le convinzioni politiche. La satira spesso è anche molto volgare. Se si feriscono i sentimenti delle persone un discorso pacato e costruttivo non è possibile. Un motivo per le forti reazioni alle vignette su Maometto potrebbe risiedere nel fatto che è particolarmente difficile, per persone di cultura diversa dalla nostra, accettare la satira.

Anche un artista deve essere responsabile
Non tutte le persone agiscono a livello razionale e riescono a mantenere dei modi pacati. Chi deride senza ritegno altre persone deve contare anche su reazioni forti; ne diventa responsabile, almeno in parte. Sapendo di che cosa sono capaci i terroristi dello Stato islamico, non bisognerebbe fare attenzione? Una persona responsabile non dovrebbe tenere conto del contesto in cui si muove? Che cosa ha portato di buono la vignetta con la pecora nera? Ha fatto spaventare molte persone, anche dei bambini stranieri; ha riscaldato qualche sentimento un po’ xenofobo.

 

Il film consigliato da Linda Arnold

La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock

Il film si svolge interamente attorno alla finestra affacciata sul cortile dell’appartamento di ‘Jeff’ Jeffries, un fotoreporter abituato a viaggiare di continuo, bloccato in casa a seguito di una frattura. Per scacciare la noia, si diverte a guardare le vite dei vicini attraverso le lenti di un binocolo, ed è proprio questo passatempo che lo porta a sospettare un omicidio nella casa di fronte. La sua fidanzata, Lisa Freemont, ragazza dell’alta società newyorkese, inizialmente non gli crede, ma decide in seguito di aiutarlo a trovare la verità, mentre l’amico detective rimane molto scettico. Anche l’infermiera di Jeff, Stella, a sua volta intrigata dal mistero, prende parte in modo entusiasta alla piccola indagine. Diverse vicissitudini si susseguono fino ad arrivare alla risoluzione del mistero e a un lieto fine per Jeff e Lisa, nonostante le loro personalità opposte. Trovo che il fascino di questo capolavoro di Alfred Hitchcock stia nel suo minimalismo. A differenza di oggi, dove il continuo cambio di scenografia è la parola d’ordine, il regista dimostra che il buon cinema è in grado di limitarsi con successo a un cortile e a una stanza. Minimalisti sono anche i costumi, soprattutto per il personaggio interpretato dall’iconica Grace Kelly: poche mise semplici ma eleganti in circa due ore di film. La trama di base è a sua volta molto elementare ma arricchita da dettagli e particolari che rendono il film per nulla banale. Consiglio vivamente la visione di questo film a tutti i giovani, ma non solo: la trama è accattivante e Hitchcock ci ricorda che, in un mondo dove tutto si evolve alla velocità della luce, “poco” e “semplice” spesso sono molto più efficaci e interessanti rispetto a qualcosa di troppo elaborato ed esagerato. Unica possibile critica è il ritmo narrativo piuttosto lento con cui si svolgono le scene, ma ciò è tipico dell’epoca e può dunque essere visto come parte del fascino senza tempo de ‘La finestra sul cortile’.