Ilraccontodellasettimana

15.11.2015, 11:002015-11-15 11:00:00
Giovanni Bruno

Il misterioso signor Wallace

Ecco la sesta e ultima puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina.

Con passo malsicuro scesi le scale dietro di lui, aggrappandomi al corrimano. Giunti al pianterreno, Wallace si avvicinò a una porta di legno massiccio tutta lavorata. In quel momento sentii una serie di scosse intermittenti al cuore. La vibrazione del cellulare segnalava una mail in entrata. Era di Jennifer, la mia collega della redazione. Quando c’erano novità ci tenevamo aggiornati in questo modo. Ma questo non era certo il momento di leggere messaggi. Magari qualche gossip sulla famiglia reale. E poi mi sentivo ancora un po’ frastornato dalla terrificante visione delle camere. Rimisi via il telefonino. Mentre aspettavo che Wallace trovasse la chiave, mi parve di sentire un miagolio. Wallace rimase impassibile. Tesi l’orecchio, ed eccolo di nuovo. Lamentoso, come se provenisse da dietro un muro. No, l’immaginazione mi stava giocando un brutto scherzo. La suggestione che Wallace intendeva infondere nei giovani scrittori stava dando le prime e promettenti prove di efficacia. Udii di nuovo il ronzio dei messaggi in entrata. Visto che Wallace era ancora indaffarato con la girandola di chiavi, presi il cellulare e aprii la mail. Ciò che lessi mi riempì d’angoscia e mi turbò profondamente. Diverse persone erano scomparse nella zona di Crawley negli ultimi giorni: un fattorino, un postino, un lattaio, un commesso viaggiatore. Il padrone di una vecchia dimora, nipote dello scrittore E. A. Wallace, aveva dichiarato alla polizia che tutti gli scomparsi avevano bussato alla sua porta, ma che nessuno era entrato in casa. E così dirà domani, pensai, a proposito di un giovane giornalista di una testata londinese. Il cellulare emise due suoni veloci e si spense. Dannazione, proprio ora doveva scaricarsi. Deglutii in preda a un attacco di ansia. Come la porta fu aperta e vidi la scala a chiocciola che portava al buio scantinato, mi ritrassi e con voce strozzata mi rivolsi a Wallace:

– Mi scusi, ma devo fare una telefonata urgente in redazione. La raggiungo subito.

Attraversando il salone a passo sostenuto, armeggiando goffamente con il cellulare, mi sentivo addosso lo sguardo penetrante di Wallace, fermo sulla soglia della bocca dell’inferno. Mi fermai in giardino, fingendo di parlare al telefono.
         E ora, cosa avrei detto al direttore? Il mio futuro di inviato speciale del London Post pareva seriamente pregiudicato. A meno che… A meno che la potenziale vittima di turno del mostro degli scantinati, scampata in extremis, non risolvesse il caso delle persone scomparse senza lasciare traccia dalle parti di Crawley. Il tintinnio delle chiavi mi diede il via. Corsi al cancello, mi sedetti in macchina, accesi il motore e filai a rotta di collo dal direttore Preston.

14.11.2015, 11:002015-11-14 11:00:00
Giovanni Bruno

Il misterioso signor Wallace

Ecco la quarta puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La quinta puntata la trovate sul giornale di oggi.

Davanti al letto era steso un tappeto rotondo nero come gli abissi. Inspirando profondamente mi ritrassi sulla soglia, scongiurando il pericolo di una rovinosa caduta negli inferi. Wallace non mosse un dito.

–     Una camera intrigante, vero, signor Brooks?

–     Sì, veramente intrigante.

Tornammo sul lato sinistro del corridoio. La targa della terza stanza recava Il pendolo. Aperta la porta, spalancai la bocca e rimasi di stucco, gli occhi sbarrati. Una grossa scure affilata che pendeva a testa in giù dal soffitto oscillava lentamente sopra il letto, con un terrificante movimento perpetuo.

–     Suggestiva, vero? – domandò Wallace.

–     Molto suggestiva – risposi deglutendo con fatica.

La quarta stanza, sulla destra, si chiamava Valdemar. Attraverso la porta si sentiva una profonda voce maschile. Quando Wallace l’aprì, nella camera non si vedeva nessuno. Ma la voce si sentiva ancora, lontana, cupa. Come dall’oltretomba. Parole incomprensibili di una lingua sconosciuta. Mi venne la pelle d’oca.

–     Riesce a comprendere le parole? – mi chiese Wallace.

–     No. Che lingua è? – domandai a mia volta.

–     È una lingua che non esiste. Non le pare evocativa?

–     Sì, molto evocativa.

Ci spostammo dall’altra parte. La targa della quinta camera riportava la dicitura La Morte rossa. Sulla parete dietro al letto era appesa una grande maschera da carnevale veneziano, finemente ornata e con due gemme di brace incastonate nelle aperture degli occhi, che mi fissavano. Rimasi come fulminato. Wallace osservava le mie reazioni.

–     Come vede, sono tutte camere accoglienti.

–     Sì, molto accoglienti – confermai con un nodo in gola.

Sulla targa della sesta stanza, sul lato destro del corridoio, si leggeva Le perle di Berenice. Wallace aprì e sulla parete accanto alla finestra vidi il ritratto di una giovane donna. Il candore dei denti, che si stagliavano sul sano colorito della pelle della ragazza, mi abbagliò.

–     Che effetto le fa il dipinto, signor Brooks? Le pare stimolante?

–     Sì, molto stimolante – risposi cercando di mettere a fuoco la stanza.

Wallace richiuse e mi condusse all’ultima camera, quella in fondo al corridoio. La targa recitava Il gatto nero. Come la porta si dischiuse, scorsi due pupille a feritoia, dalle quali scoccarono due fulmini verdi che mi pietrificarono. Un gatto imbalsamato dal pelo corvino mi fissava dall’alto di una cassettiera in legno scuro.

–     Ecco – disse Wallace – questa è l’ultima stanza. Cosa ne dice? È invitante, vero?

–     Sì, certo, molto invitante – riuscii a rispondere muovendo a fatica la bocca.

Ora le mostro il piano interrato. È lì che dovrà spiegarsi la massima suggestione per i nostri giovani scrittori. Mi segua, signor Brooks, e mi stia vicino nei cunicoli.

13.11.2015, 11:002015-11-13 11:00:00
Giovanni Bruno

Il misterioso signor Wallace

Ecco la quarta puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La quinta puntata la trovate sul giornale di oggi.

Wallace mi riaccompagnò nel salotto e mi lasciò solo mentre si cambiava. Feci il giro delle scansie piegando la testa per leggere i titoli dei libri che vi erano stipati. Nomi sconosciuti: Philip Morton, David Ford, Frank Johnson. Sembravano i nomi usati nei western all’italiana. E i titoli erano di quelli che non restano in mente, tutti un po’ uguali: Le gallerie dell’orrore, Il castello maledetto, La segregata del monastero di P., I cellieri di Villa Lombroso, Gli anfratti del terrore, Il misterioso signor W., Le catacombe di Monfalcone.

–     Possiamo andare, signor Brooks? – risuonò la voce di Wallace facendomi sussultare.

Non l’avevo sentito arrivare. Forse era da un po’ che aspettava sulla soglia e mi osservava. Era vestito con un completo grigio scuro e un cappello di feltro nero. L’anziana inserviente, con il suo candelabro sempre acceso, ci accompagnò alla porta e uscimmo. Ripercorremmo il viale alberato e a un certo punto infilammo uno stretto sentiero tortuoso sulla sinistra. A poca distanza si materializzò una casa con grandi finestroni al pianterreno e una fila di finestre più piccole al piano di sopra. Giunti davanti all’entrata, lessi sullo zerbino: Benvenuti in Casa Usher. E mi venne in mente il nome: Price, Vincent Price. Wallace maneggiò il suo mazzo di chiavi e aprì la pesante porta. Tutto era nuovo, ancora intatto. Attraversato un angusto vestibolo, entrammo in un grande salone con un tavolo massiccio e intorno sette sedie. Davanti a un maestoso camino, un tappeto spesso era contornato da sette poltrone di pelle disposte a semicerchio attorno a un tavolino di radica. Sulla destra, una larga scala arcuata portava al piano di sopra.

–     Venga, signor Brooks, le mostro le camere degli scrittori.

Arrivati al piano superiore c’immettemmo in un lungo corridoio. Contai sette porte, tre per lato e una in fondo. Su ciascuna porta era affissa una targa. La scritta della prima camera a sinistra diceva Mai più. Wallace scelse una chiave dal suo mazzo e aprì la porta. Non avevo mai visto un ambiente più tetro e angosciante. Sul davanzale della finestra un grande corvo imbalsamato spalancava l’enorme becco sotto due occhi luccicanti come cristalli neri. Un tremito febbrile mi attraversò dalla cima della testa alla punta dei piedi. Mi accorsi che Wallace mi guardava di soppiatto.  

–     Si sente bene, signor Brooks? Mi sembra un po’ pallido.

–     Non è niente. Forse le scale. Sono un po’ fuori forma.

–     Le piace questa camera?

–     È, come dire, particolare.

–     Certo. Deve essere particolare perché qui devono nascere romanzi particolari, vivi, con l’anima.

Richiuse e incrociammo il corridoio. Aperta la porta con la scritta Il pozzo, mi vennero le vertigini.

12.11.2015, 11:002015-11-12 11:00:00
Giovanni Bruno

Il misterioso signor Wallace

Ecco la terza puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La quarta puntata la trovate sul giornale di oggi.

–     Dobbiamo fare qualcosa per favorire le giovani leve – cominciò Wallace facendo girare il pesante sguardo sulle costole dei volumi disposti lungo le pareti. – Abbiamo bisogno di scrittori che sappiano far rivivere la nostra gloriosa tradizione letteraria. Giovani che possano dedicarsi alla scrittura senza doversi preoccupare degli aspetti finanziari. La mia idea del laboratorio è semplice. Ospito giovani scrittori gratuitamente, a condizione che dopo tre mesi di permanenza abbiano terminato un romanzo. Altrimenti dovranno pagare l’alloggio. Lei legge, signor Brooks?

–     Sono un divoratore di romanzi – dissi con un certo orgoglio.

–     Bene. Riuscirebbe a immaginare che un giorno non vi siano più scrittori?

–     Mi risulterebbe difficile – ammisi di fronte a questa strana ipotesi.

–     Eppure il rischio c’è. Ed è anche grosso. I giovani leggono sempre meno. Uno scrittore è in primo luogo un lettore. Non tutti i lettori sono scrittori, ma tutti gli scrittori sono lettori. Non creda a quegli scrittori che affermano di non leggere mai, o di non leggere più. Se nessuno legge, nessuno scrive. E se nessuno scrive, nessuno legge. Non so se mi spiego.

–     Credo di capire. Ma non è una visione un po’ troppo pessimistica? Se penso alla massa di romanzi pubblicati ogni giorno, non mi pare che la produzione stia declinando.

–     Ma di che romanzi si tratta? Sono romanzi morti, fatti di parole sterili, senza emozione. I giovani scrittori ospitati nel mio laboratorio dovranno produrre romanzi vivi, con l’anima. Non morti, ma che parlano di morte e di aggrappamento alla vita. Romanzi come quelli che scriveva mio nonno. Capisce?

Avevo capito. Un modo piuttosto selettivo ed egocentrico di intendere il mecenatismo. Avrei avuto da ridire, ma non era certo il caso di criticare. Come aveva detto il direttore? Wallace era uno dei primi finanziatori eccetera eccetera.

–     Come deve essere fatto un simile romanzo? – chiesi nel tono più neutro, oggettivo e professionale possibile.

–     Deve contenere un delitto e un mistero. Le ambientazioni devono essere cupe, l’orrore e la morte devono essere onnipresenti. E una parte della storia, quella cruciale, deve svolgersi in un sotterraneo. Uno scantinato, un piano interrato, un groviglio di gallerie e cunicoli segreti. Affinché gli scrittori possano immedesimarsi del tutto in questa atmosfera, il laboratorio è stato concepito e costruito proprio in questo modo. Le farebbe piacere vederlo? Si trova appena qui dietro, sull’area della mia proprietà.

Assentii, ma mi assalì subito un senso d’inquietudine. L’evocazione di quegli ambienti del terrore mi fece rabbrividire.

11.11.2015, 11:002015-11-11 11:00:00
Giovanni Bruno

Il misterioso signor Wallace

Ecco la seconda puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La terza puntata la trovate sul giornale di oggi.

Voltandomi vidi avvicinarsi un uomo alto e magro, sulla settantina, volto asciutto, baffetti e pizzo curati, sguardo insistente sotto due folte sopracciglia disuguali, uno grave e l’altro circonflesso. Indossava una vestaglia da camera di velluto viola scuro. Mi ricordava qualcuno, forse un attore.

–     Lei è il giornalista del Post, vero? – mi domandò con una voce cavernosa, tendendo la mano scheletrica e mantenendo la schiena diritta.

–     Johnny Brooks, piacere – mi presentai alzandomi in piedi e accennando un leggero inchino.

–     Il direttore Preston mi ha parlato molto bene di lei. Siamo vecchi amici. Ha avuto difficoltà a trovare la casa?

–     A dire il vero, un po’ sì. E non c’era nessuno a cui poter chiedere. Ma poi ce l’ho fatta – dissi con un sorriso soddisfatto, cercando di dissimulare l’agitazione.

–     Infatti non passa molta gente da queste parti – disse Wallace. –   Gradisce un bicchierino? Ho dell’ottimo amontillado.

Accettai di buon grado, sperando che l’alcol mi rendesse meno nervoso. Wallace ribaltò la calatoia di uno scrittoio in mogano e apparve un barilotto. Ne fece spillare il liquido riempiendo due bicchieri di vetro intarsiato. Già dopo il primo sorso, piuttosto abbondante, mi sentivo più rilassato.

–     Stava osservando il quadro, signor Brooks?

–     Sì, infatti. Mi ricorda qualche personaggio dei romanzi di suo nonno.

–     Già. L'ho commissionato qualche anno fa a un pittore andaluso – disse alzando lo sguardo alla tela, con un leggero brillio negli occhi e sporgendo appena il labbro inferiore.

Ecco chi mi ricordava: quell’attore americano dalla voce possente, di cui ora mi sfuggiva il nome, che si sentiva recitare in un video musicale di morti viventi, con la terribile risata finale. Ripreso il contegno grave, disse:

– Per l'intervista possiamo spostarci nel mio studio. Venga, la precedo.

Usciti dal salotto, Wallace tirò fuori dalla tasca della vestaglia un grande mazzo di chiavi come quelli dei carcerieri, con mille chiavi infilate in un anello metallico. Ne scelse una e si diresse verso la porta centrale dell'atrio. Appena mi ci trovai davanti, sentii un brivido lungo la schiena: era la stanza numero 13. Non che fossi superstizioso, ma ricordai un giallo del nonno di Wallace. Entrammo. Al centro dello studio c’era una grande scrivania e tutto intorno scaffali pieni di libri. Wallace prese posto sulla sua grossa poltrona in pelle e io mi accomodai di fronte, su una sedia imbottita. Affrontammo subito l’argomento. Fra pochi giorni Wallace avrebbe inaugurato un laboratorio per giovani scrittori a corto di mezzi, con alloggi e locali di studio. Il mecenate non aveva però fornito altri dettagli. Ed io ero lì per carpirli. Ciò che mi rivelò mi sconvolse.

10.11.2015, 11:302015-11-10 11:30:00
Giovanni Bruno

Il misterioso signor Wallace

Ecco la prima puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La seconda puntata la trovate sul giornale di oggi.

Suonai il campanello alle due in punto. Il direttore Preston era stato chiaro: E. A. Wallace era uno dei primi finanziatori del London Post, dovevo comportarmi di conseguenza. Questo significava, prima di tutto, una puntualità assoluta. Erano le due ed ero qui, a Crawley. Bene. Un po’ nervoso, ma c’ero. Molto nervoso. Era la mia prima vera intervista. Il direttore era consapevole del rischio, ma mi aveva dato fiducia. Il servizio sul furto al Tate Modern mi era riuscito bene, è vero, e anche lì avevo dovuto fare parecchie domande al personale del museo. Ma questa sarebbe stata un’intervista vera. Il direttore mi aveva scelto anche perché sapeva che avevo letto buona parte dei romanzi del nonno di Wallace. Che Preston fosse un vero estimatore del vecchio Wallace l’avevo capito subito la prima volta che mi ero trovato a colloquio nel suo ufficio, in Regent Street, dove in una bacheca ben sigillata si trovava l’edizione principe dei “Quattro giusti”. Il nipote, però, non lo conoscevo. Già il solo pensiero di porre domande a un uomo facoltoso e riservato – come tale mi era stato descritto dal direttore – mi dava un senso di ansia. Ora poi che mi trovavo davanti a questo che sembrava un vero e proprio castello, con quattro torri che svettavano imponenti nel cielo plumbeo, un alto cancello in ferro battuto all'entrata della proprietà, dove avevo lasciato l’automobile, e un lungo viale alberato che tagliava un curatissimo prato inglese, stavo seriamente considerando di darmela a gambe.

Eppure dovevo rimanere, l’occasione era unica. L’intervista poteva valermi la nomina a inviato speciale del Post. Intanto, però, nessuno apriva. Mentre stavo per premere di nuovo il bottone del campanello, si sentì lo scatto della serratura e il portone si aprì lentamente. Una domestica anziana e minuta con in mano un candelabro acceso – cosa che mi stupì alquanto visto che era pieno giorno – mi fece strada lungo un vasto atrio fiancheggiato da diverse porte chiuse, ciascuna con un numero bene in vista. Facendomi accomodare sul divano di un enorme salotto mi disse che avrebbe avvertito il padrone di casa. Le pareti di lato e quella dietro di me erano piene di libri ben allineati, mentre sulla quarta, di fronte, campeggiava un grande quadro. Raffigurava una bizzarra figura esile, mascherata e con indosso una tuta verde sgargiante, che dall'alto di un muro di cinta puntava un arco su un monaco avvolto da una lunga tonaca nera, il cappuccio alzato e le mani infilate nelle larghe maniche. Dalle altissime finestre strette una luce soffusa illuminava appena il dipinto, dandogli un’aura inquietante. Ero talmente assorto che non sentii i passi striscianti che provenivano dall’atrio.

1.11.2015, 11:002015-11-01 11:00:00
Sebastiano Marvin

Due quaglie e una mezza carota

Ecco la sesta e ultima puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina.

Ciò che si sapeva dall'autopsia era che Dimitriy Chagaev era morto a causa di una crisi cardiaca. Ma la quantità di atropina che aveva nel corpo avrebbe potuto uccidere un cavallo.

Il commissario mi ha spiegato che l'atropina si ricava da alcune piante. Fra le altre cose, genera allucinazioni e problemi alla vista, indebolisce i muscoli e può provocare un'accelerazione del battito cardiaco, oltre che rossore alle guance, al naso, alla fronte. Tutto questo, combinato all'alcol e allo stato di salute piuttosto precario di Chagaev, gli era stato fatale.

Ad ogni modo, le indagini ci avevano condotti alla cantina di Franco Strini e da lui siamo andati.

La sera dell'omicidio, Franco Strini era passato a prendere Chagaev al ristorante alle 18.30 e l'aveva portato alla propria cantina. Si erano trovati a discutere gli ultimi dettagli del passaggio di proprietà del vigneto, dalle mani di Strini a quelle del russo. La cifra offerta da Chagaev era talmente alta da non aver saputo rifiutare. Poco dopo le 19.00, al momento di partire verso il ristorante, Chagaev aveva ricevuto una chiamata e aveva invitato Strini ad andare da solo al ristorante, ché l'avrebbe raggiunto.

Il commissario ha chiesto sa con chi era al telefono? Franco Strini ha detto nessuna idea. Il commissario ha detto l'ultima chiamata ricevuta da Chagaev è partita dal telefono della sua cantina, alle 19.03.

Franco Strini ha sbarrato gli occhi. Il commissario ha chiesto chi poteva esserci alla cantina? Franco Strini ha esitato. Il commissario ha insistito. Franco Strini ha detto forse ho dimenticato di chiuderla. Il commissario ha chiesto chi ha accesso alla sua cantina, signor Strini? E lui ha risposto, con un misto di gelo e sgomento, solo mia figlia.

Strini ha guardato la foto di una bambina, appesa al muro. Il commissario gli ha chiesto se fosse Anita. Franco Strini ha detto sì, ormai è grande. Ha un'azienda sua, produce medicinali e pomate a base di erbe, ma mi aiuta spesso con la vigna.

Più tardi, nella stanza degli interrogatori, dopo ore di pesanti raffiche di domande, Anita Strini ha confessato gli ho fatto credere di essere disponibile. Il commissario ha chiesto disponibile in che senso? Anita Strini ha detto mi sono sbottonata la camicia. Gli ho offerto il vino nel quale avevo messo l'atropina, un bicchiere via l'altro. Abbiamo parlato a lungo.

Poi ha sputato fra le lacrime tutta la sua rabbia. Che Chagaev prendesse il controllo della polisportiva, poteva ancora accettarlo. Che si prendesse il vigneto di famiglia, quello no. Ma il padre si era ormai deciso.

Anita aveva poi portato Chagaev al ristorante, dov'era atteso. E lì la vita del magnate russo era finita, fra due quaglie e una mezza carota.

31.10.2015, 11:002015-10-31 11:00:00
Sebastiano Marvin

Due quaglie e una mezza carota

Ecco la quinta puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La sesta e ultima puntata la trovate sul giornale di oggi.

Il commissario è stato chiaro: per la polizia non c'è mai un colpevole, solo sospettati più sospetti di altri. Gli ho chiesto se rimanevo sospettata. Lui ha detto in cima alla lista. Non prometteva bene.

Poi il commissario mi ha mostrato una copia del Mattino della Domenica. Il titolo in prima pagina sbraitava raus chi avvelena i nostri! Mi ha spiegato che quelli che il giornale invitava ad andare raus sono gli stranieri, cameriere frontaliere come me comprese. I nostri sono i ticinesi. O gli imprenditori russi, a dipendenza.

Io ho chiesto perché mi dici questo? Lui ha detto a differenza della polizia, per certa stampa c'è sempre un colpevole. E in questo caso sei tu. Decisamente, non prometteva bene.

Secondo il commissario era essenziale chiarirsi le idee riguardo alle tempistiche, ovvero capire quando Dimitriy Chagaev era stato avvelenato, per poi capire come e da chi.

Che Chagaev avesse ingerito il veleno in hotel, era improbabile. Sarebbe crollato molto prima del piatto di quaglie brasate alla gelatina di ribes. Una possibilità è che fosse stato avvelenato durante il tragitto fra l'hotel e il ristorante. Ma la sola persona che Chagaev aveva visto durante il tragitto era il suo autista. E dopo averlo interrogato, il commissario dubitava fortemente che potesse essere coinvolto.

Sono partiti alle 18.02 dall'hotel, c'è la registrazione delle videocamere di sicurezza, ha detto. L'autista è rientrato alle 18.55 e ha avuto giusto il tempo di un'andata e ritorno. Secondo l'autista erano le 18.30, quando ha lasciato Chagaev davanti al ristorante.

Ho chiesto al commissario cosa avesse fatto Chagaev dopo il suo arrivo al ristorante. Il commissario ha detto questo lo sai tu, io non c'ero. Io ho detto non c'era nemmeno Chagaev. Nel ristorante è entrato solo alle 20.18.

Il commissario ha sgranato gli occhi. Da qualche parte doveva essere, fra le 18.30 e le 20.18. Ma dove, con chi e a fare cosa, a parte farsi avvelenare?

Ho fatto di nuovo mente locale. Alle 19.00, quando sarebbe dovuta iniziare la cena, Mirca Gambiasi ha telefonato a qualcuno. Ha chiesto a quella persona dove si fosse cacciata. Poi ha risposto ah ok, vi aspettiamo. E si è girata verso il sindaco per dirgli stanno arrivando insieme.

Dieci minuti dopo è arrivato Franco Strini, solo. Mirca Gambiasi ha chiesto dove fosse Dimitriy. Strini ha risposto sta arrivando. Il sindaco ha detto ma non era con te? Strini ha detto ha ricevuto una telefonata, mi ha detto tu vai ché io arrivo.

Secondo il commissario corrispondeva. Chagaev aveva ricevuto una telefonata alle 19.03. Ho detto commissario, mi è venuta in mente un'altra cosa. All'aperitivo della GVV non erano presenti tutti gli habitué. O meglio, non tutte.

30.10.2015, 11:002015-10-30 11:00:00
Sebastiano Marvin

Due quaglie e una mezza carota

Ecco la quarta puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La quinta puntata la trovate sul giornale di oggi.

Una delle ipotesi era che l'omicidio fosse legato al mondo del basket. Il commissario, a dire il vero, riteneva più probabile che l'omicidio avesse a che fare con gli affari non proprio limpidi del farfallone russo. Ma quelle scritte anti–Chagaev, apparse sui muri della scuola e firmate GVV, lo obbligavano a indagare anche in quella direzione.

Siamo così andati a vedere una partita. Mi ha detto osserva e ascolta. So che sei brava a farlo. E riferiscimi se noti qualche discorso o comportamento strano.

L'obiettivo era quello di trovare persone legate alla squadra, dirigenti o tifosi, che avessero manifestato insofferenza nei confronti di Chagaev. Dovevo provare a captare frasi del tipo meglio così, quel bastardo doveva morire. E poi — e questa era la parte difficile — invece di girarmi e dire sono d'accordo con voi, andare a riferire al commissario ciò che avevo sentito.

Gli umori della tifoseria, riguardo all'arrivo del magnate russo, erano diversi. C'era chi diceva è ora di tornare ai vertici e chi a me basta battere il Lugano. Chi voleva Abramovich del Chelsea e chi voleva puntare sui giovani del vivaio. Nessuno, in ogni caso, voleva arrivare a un nuovo fallimento della squadra, dopo i due precedenti. Tra i più loquaci, in questo senso, c'era Anita Strini, la figlia del viticoltore che aveva soccorso Chagaev la sera dell'omicidio: per favore, non un altro fallimento.

Fra i dirigenti, invece, seppur con qualche dubbio, si era optato per il pragmatismo. Quei soldi servivano e le verze da sfogliare erano poche. Anzi, adesso che Chagaev era morto, di verze a disposizione ce n'erano, se possibile, ancora di meno.

Sul parquet, intanto, i cambiamenti di fronte si susseguivano, con il play americano a distribuire palloni con imprevedibilità e intelligenza — i suoi marchi di fabbrica. Mancavano un po' di centimetri sotto canestro, ma era anche per questo che servivano i soldi. Poco male, a una manciata di secondi dalla fine, i ViolaVerdi conducevano con un solido vantaggio di 12 punti.

Quando la sirena ha decretato la fine dell'incontro, un agente è arrivato verso il commissario con una bomboletta spray in mano. Due ragazzini erano stati beccati a scrivere sui muri, all'esterno del palazzetto. Uno dei due, il commissario l'aveva riconosciuto, era il figlio della presidentessa dell'assemblea dei genitori, il maggiore. E tra un non lo dica a mia mamma e l'altro, avevano subito confessato di essere gli autori delle scritte a scuola.

A quel punto, riguardo all'omicidio, il commissario brancolava bendato nel buio. Il che non era molto positivo, data la mia posizione di sospettata numero uno. L'autista di Chagaev lo aspettava però nella stanza degli interrogatori.

29.10.2015, 11:002015-10-29 11:00:00
Sebastiano Marvin

Due quaglie e una mezza carota

Ecco la terza puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La quarta puntata la trovate sul giornale di oggi.

La situazione era la seguente: dovevo aiutare il commissario a tirarmi fuori dai guai. Ma sganciarsi da un'accusa di omicidio non è facile come rubare le caramelle a un bambino. Per questo, il commissario mi ha chiesto di ripercorrere mentalmente ciò che avevo visto e sentito la sera in cui Dimitriy Chagaev era stato ucciso. Ho fatto mente locale.
La cena era organizzata dalla squadra di basket locale, di cui Chagaev era appena diventato lo sponsor principale. Entrando nel ristorante, il magnate russo aveva salutato le sue due rappresentanti, una bruna mèchata e una bionda dall'accento russo, intente a divertirsi con i ragazzi della GVV, la Gioventù ViolaVerde, il tifo organizzato della squadra. So che erano le sue rappresentanti perché portavano un badge con la scritta “Chagaev Luxury Real Estates”, anche se il badge in sé attirava gli sguardi più sulla loro scollatura che sul logo della società. Chagaev era poi stato accompagnato a sedersi.
Accanto a lui era seduto il sindaco, il quale ha subito scherzato sulla loro rivalità in affari. È amministratore delegato di una società che si occupa di case, appartamenti e uffici di lusso, come Chagaev. Il russo non ha riso. Allora il sindaco ha fatto una battuta sulla sua faccia rosso aragosta. Chagaev non ha reagito.
Di fronte al sindaco sedeva Mirca Gambiasi, l'attuale presidente della polisportiva di cui il basket è una delle discipline. Chagaev non le andava a genio, in particolare per la sua non troppo latente misoginia. Ma la squadra aveva bisogno di soldi e aveva ingoiato qualche rospo pur di garantirsi l'importante sponsorizzazione.
Il tavolo era completato da Franco Strini, viticoltore e tifoso dei rivali di parquet della squadra ViolaVerde, il quale però, almeno secondo quelli della GVV, grazie a Chagaev aveva da poco concluso uno strategico accordo di distribuzione con un partner russo.
In sala c'erano poi altre persone, perlopiù legate alla squadra di basket. Ma non ho fatto in tempo a parlarne al commissario, ché dalla porta della sala degli interrogatori si è affacciato un agente. Dietro di lui, una signora parecchio agitata pretendeva di vedere il commissario in persona. Ha detto commissario, mi deve ascoltare. Il commissario ha detto signora, l'ascolto.
Insomma, si trattava della presidentessa dell'assemblea dei genitori della scuola elementare del paese. Chiedeva che la polizia facesse immediatamente qualcosa per le due scritte che da qualche giorno erano apparse su alcuni muri della scuola. Due sprayate rosse che recitavano rispettivamente Chagaev pezzo di m — ma con le altre quattro lettere alla fine, come ha specificato la signora — e Chagaev devi morire.
Entrambe le scritte erano firmate GVV.

28.10.2015, 11:002015-10-28 11:00:00
Sebastiano Marvin

Due quaglie e una mezza carota

Ecco la seconda puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La terza puntata la trovate sul giornale di oggi.

Ad essere sincera, non avevo idea di cosa aspettarmi da un interrogatorio di polizia.
Ho semplicemente detto al commissario che non pensavo di ucciderlo. Tutto qui. Lui mi ha invitato ad accomodarmi e mi ha fatto cenno di continuare. Ma siccome non avevo nient'altro da dire, c'è stato un attimo di silenzio.
Non è che conoscessi davvero Dimitriy Chagaev. Ovvio, l'avevo visto alla tele e sui giornali. Ma l'avevo incrociato di persona una sola volta, diversi anni fa, a una cena di gala a Mosca, quando ancora lavoravo là.
Tutto era filato liscio fino al dessert. Poi, forse un po' brillo, aveva cominciato a scherzare con i suoi altrettanto brilli commensali. E quando gli avevo appoggiato davanti la sua porzione di millefeuille alle ciliegie, lui mi aveva appoggiato una mano fra le cosce e l'altra sul didietro. Non so se mi spiego. Ero stata la sola a non ridere, attorno a quel tavolo. Sta di fatto che il millefeuille era volato in aria e aveva finito la sua corsa al centro del tavolo a fianco. Il piatto, invece, gliel'avevo spezzato sul muso. Una striscia di sangue aveva cominciato a scendere dalla sua fronte, poi giù lungo la guancia sinistra. Le mani mi tremavano. Le due metà del piatto erano finite a terra. Ma è l'urlo che avevo piantato, credo, più di ogni altra cosa — più del pugno che gli avevo poi tirato in mezzo agli occhi — che aveva reso la mia posizione indifendibile agli occhi del caposala.
Dopo quell'episodio, ho faticato a trovare di nuovo lavoro. Nell'ambiente degli hotel di lusso, le referenze sono tutto e le voci girano. Alla fine, dopo un passaggio a St. Moritz e Crans Montana, mi sono decisa a tornare in Italia e a cercare un posto in Ticino, magari meno di lusso, magari meno ben pagato, ma più tranquillo. A Chagaev non ho più pensato, finché il suo nome non è apparso sulla lista degli invitati.
Non volevo ucciderlo, ho ripetuto al commissario. Volevo solo che vomitasse davanti a tutti. Che sputasse la sua anima schifosa nel piatto.
Il commissario ha sbuffato. Poi si è massaggiato la faccia e mi ha guardato negli occhi. Mi ha chiesto se mi andava bene che ci dessimo del tu. Io ho detto sì–sì. Il commissario ha detto non sei stata tu a ucciderlo. Io ho detto come scusi? Lui mi ha spiegato che lo sciroppo di ipecac, che avevo effettivamente usato con il solo intento di farlo stare male, non avrebbe ucciso una mosca; anzi, avesse avuto il tempo di fare effetto, avrebbe forse potuto salvarlo, facendogli rigurgitare il secondo veleno che aveva ingerito.
Io ho detto non capisco. Il commissario ha detto non è grave. Poi ha aggiunto ti chiedo solo di aiutarmi a trovare chi gli ha somministrato il secondo veleno, quello che lo ha effettivamente ucciso.

27.10.2015, 11:002015-10-27 11:00:00
Sebastiano Marvin

Due quaglie e una mezza carota

Ecco la prima puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La seconda puntata la trovate sul giornale di oggi.

Non utilizzerei il verbo “assaporare”, per definire ciò che Chagaev ha fatto di quel bicchiere di champagne.
È arrivato sudato e barcollante, con le guance e il naso arrossati, e si è pesantemente appoggiato al bancone. Mi ha chiesto un bicchiere di champagne. Io gliel'ho servito. Se l'è rovesciato in gola dall'alto, così, tutto d'un colpo. Respirava a fatica.
In sala era già da un po' di tempo che lo attendevano, ognuno con un diverso grado d'impazienza. La cena sarebbe dovuta iniziare alle 19.00. Alle 20.10, Chagaev non era ancora arrivato. Due sue rappresentanti erano però presenti da diverso tempo, intente a ridere e scherzare con il solito gruppetto di tifosi della GVV, quasi al completo, che ogni giovedì sera si trova qui al ristorante per un aperitivo a base di birra e di spritz. Alle 20.18, Dimitriy Chagaev ha finalmente varcato la porta del ristorante e mi ha chiesto lo champagne. La GVV lo ha accolto con un'ovazione.
Una volta che tutti avevano preso posto ai tavoli, ho cominciato a servire il carpaccio di cinghiale. Poi è stata la volta del risottino alle noci e alle pere decana d'inverno. Il merlot della cantina di Franco Strini, che ci è stato chiesto di servire per accompagnare le quaglie brasate alla gelatina di ribes, è stato molto apprezzato. E quando è stato il turno di Chagaev, ho semplicemente aggiunto lo sciroppo di ipecac alla gelatina.
Non ho nemmeno avuto il tempo di andare e tornare dalla cucina. Chagaev si è alzato da tavola e si è messo a indicare un ragno immaginario nel suo piatto. Sembrava un cane da punta ben addestrato, ma con le allucinazioni. Poi d'un tratto, del tutto involontariamente, si è riseduto. La sua schiena è rimbalzata contro lo schienale della sedia e le braccia gli sono penzolate lungo i fianchi. Quanto alla sua testa, è crollata fra due quaglie e una mezza carota, prima che il resto del corpo la trascinasse mollemente a terra insieme al piatto.
Non appena è arrivata l'ambulanza, il sindaco ha offerto una pomata all'infermiere. L'infermiere ha detto no grazie. Il sindaco ha insistito è a base di erbe. L'infermiere ha detto qualsiasi cosa sia non serve più a molto. Franco Strini ha precisato è mia figlia che la prepara. Mirca Gambiasi ha confermato a me aiuta molto, quella pomata. L'infermiere ha detto è morto. Gli altri tre hanno detto ah. Io ho chiesto ma è morto come? L'infermiere ha risposto bisognerà verificare, ma chiamate la polizia. Poi è arrivato il commissario e si è messo a fare un sacco di domande in giro, mentre tutti osservavamo Dimitriy Chagaev uscire dal ristorante in orizzontale.
La sera ho letto un romanzo di Pennac. Mi ha aiutato a rilassarmi un po'. Sono stata arrestata due giorni più tardi.

25.10.2015, 11:002015-10-25 11:00:00
Lorenza Noseda

Inciampi di nessun peso

Ecco la sesta e ultima puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina.

- Sì, credo di sì.

- E come diavolo si fa a esserlo, secondo te? - lo incalzò la figlia.

Frizzi credeva di saperlo. Suo padre gliel'aveva detto e ridetto mille volte. La giustizia e i diritti erano sempre un passo indietro dai bisogni della gente. E c'era chi doveva correre avanti per imporli, magari non sempre con le buone, rompendo la crosta delle prepotenze e delle sopraffazioni. Lui doveva essere uno di quelli. Cosa sia successo non riusciva a capirlo. Aveva mischiato tutto, acqua pura e luridume di ogni tipo. Per finire aveva rovesciato tutto per terra, come si rovescia un liquido che non si può più bere e così aveva buttato via tutto.

Il tumore avanzava, gli ultimi esami avevano mostrato che la macchia nella sua prostata si era ispessita, era ormai una ciliegia, un'amarena che cresceva e stava per inghiottire anche il tessuto sano. Un frutto maligno che lo stava rosicchiando tutto e non gli avrebbe dato scampo.

Solo, in ufficio, in piedi davanti alla finestra, aveva notato, sullo spiazzo della stazione di fronte, dei mucchi che parevano stracci. Si muovevano. Da sotto le coperte sbucavano berretti di lana, piedi, scarpe e borse.

Inforcò gli occhiali e si sedette, schiacciando la fronte al vetro per vedere meglio.

Alcune persone si agitavano intorno al mucchio. Era arrivata la polizia.

Scrollò la testa un paio di volte e una ciocca gli finì sugli occhi. Un gesto che ricordava un cavallo bizzoso quando gli infilano il morso.

Gli avevano detto che, se ha la stoffa e il carattere, anche un disgraziato può farcela. Lui era stato sveglio la notte a studiare legge. In modo da cambiare le cose, un giorno. Aveva viaggiato veloce, in principio, ma poi il terreno su cui galoppava si era rivelato pieno di buche e di dossi. Cosa ci si aspettava che facesse?

Di colpo il vetro della finestra gli sembrò coperto di gocce d'acqua che tremolavano. Come fosse una lastra di ghiaccio che si sciogliesse, alla fine dell'inverno, un inverno che era stato lunghissimo.

In bocca sentì un sapore acido, il rigurgito di uno stomaco stanco.

- Speriamo che Cristina torni a casa da sua madre - si disse e lasciò cadere la testa pesante sulle braccia appoggiate lungo il davanzale.

24.10.2015, 11:002015-10-24 11:00:00
Lorenza Noseda

Inciampi di nessun peso

Ecco la quinta puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La sesta e ultima puntata la trovate sul giornale di oggi.

Maria Frizzi e Roberto Wieser si sedettero in soggiorno, mentre fuori le foglie cadevano nell'immobile aria autunnale.

Per tutta la lunghezza del salotto, tappezzato di carta color crema, correva una nicchia, illuminata da una pallida luce al neon, dentro la quale erano disposte delle sculture molto piccole, come Wieser le aveva viste solo nei musei archeologici. Davanti a ognuna era posato un cartellino che ne elencava il soggetto, la datazione, la provenienza.

- È una collezione di reperti della Namibia, che mi ha lasciato mio padre - disse la signora, notando che Wieser li ammirava con interesse.

- Era archeologo di formazione, anche se non esercitò mai perché dovette rilevare  e mandare avanti le cave di granito di mio nonno, qui in valle.

- È stato mio padre a darci il primo capitale per avviare l'ufficio più di venti anni fa, alla nascita di Cristina. Una sorta di regalo per me, figlia unica, che gli davo la prima nipotina. Davide stava preparando gli ultimi esami. Un regalo avvelenato, dico oggi, perché poi non ha più ripreso gli studi.

Come lei certamente sa, mio marito ha una relazione con la Raffi che è con lui sin dall'inizio, l'unica impiegata quando l'ufficio era formato da due stanzette sopra la COOP, in faccia alla Posta. Credevo che Cristina non ne sapesse nulla, ma non so come ne è venuta al corrente ed è quasi un mese che dorme fuori casa, dalla sua amica Anna Cresti. Tutto sta per crollare. Signor Wieser, ci aiuti per carità!

- Sto facendo tutto quello che posso, per le questioni finanziarie signora - e con un gesto di cui lui per primo fu sorpreso - si avvicinò a Maria Frizzi, le prese quelle mani stanche e le tenne un momento fra le sue.                                                                            

- Mi puoi dire, per Dio, cos'hanno quei Cresti che io non ho? Certo. Sono un bifolco, figlio di bifolchi. Uno che si svegliava prima dell'alba per andare a distribuire il pane fresco, con la bicicletta. Sono uno di campagna. E allora?

Davide Frizzi era furioso. Cristina, dopo settimane di assenza, era entrata in casa come un ciclone, solo per andare in camera a prendere il suo zainetto.

- Papà. Tu non vuoi capire! Ma non ti vedi? Non vedi come ti sei ridotto? Come hai distrutto la mamma? Non vedi le facce di quelli che vengono nel tuo ufficio con quei borsoni unti, le scarpe a punta e le pance strizzate in quelle camicie sudate?

L'uomo guardava la figlia incredulo. 

Il suo viso era molle, un tempo era stato vigoroso, volitivo. Ma ora la pelle era troppo floscia per stare attaccata alle ossa. Debordava sul mento e cascava come una tovaglia troppo grande i cui angoli toccano terra. Il labbro inferiore aveva una piega all'ingiù come se un filo sottile lo tirasse verso il basso.

- Lo sai cosa vuol dire essere onesti? - gridò la ragazza, puntandogli contro un dito minacciosa.

23.10.2015, 11:002015-10-23 11:00:00
Lorenza Noseda

Inciampi di nessun peso

Ecco la quarta puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La quinta puntata la trovate sul giornale di oggi.

- Quel cretino di un Burri passa sempre in anticipo. Ho perso di nuovo il bus! Papà, mi porti a casa?

- Non adesso. Sono le dieci e mezzo e ho due appuntamenti prima di mezzogiorno. Va' a farti un giro e poi vedremo. Qui si lavora!

Cristina sembrò finalmente accorgersi di Wieser che, al solito, aveva la porta accostata.

- Scusi, ma come fa a sopportare mio padre?

Ce l'aveva con il padre, Cristina.

 

Frizzi, per compiacere il padre, un vecchio contadino molto credente, aveva studiato legge, anche se non aveva mai esercitato, non avendo mai affrontato l'esame di avvocatura per il libero esercizio.

- Mio padre mi ha inculcato l'idea che si può arrivare lontano senza pagare alcun prezzo che non sia quello dello studio e della perseveranza, che anche i poveri, se ne hanno la stoffa, possono arrivare in cima alla scala per cambiare le cose, senza compromessi, senza accettare doni, senza indietreggiare di un millimetro dalle proprie convinzioni. Per lui, chi ne aveva la capacità doveva impegnarsi a lottare per i deboli e i poveri, per quelli della campagna che non hanno avuto nessuno a insegnargli le buone maniere, né a consigliargli i libri giusti per imparare a pensare prima, e parlare poi, senza urlare e pestare i pugni sul tavolo.

La legge, Frizzi l'aveva studiata poco sui libri. L'aveva imparata piuttosto andando giornate intere nei tribunali. Aveva ascoltato le requisitorie della pubblica accusa e, soprattutto, registrato nella mente le arringhe di difesa degli avvocati. Perché è lì che si capisce come fanno quelli a convincere il giudice che il loro cliente è innocente, anche se non è vero. È lì che si vede come bisogna dire le cose per far passare gli errori come piccoli inciampi di nessun peso, che le colpe vengono sminuite per far risaltare solo le ragioni.

- Mio caro Wieser - gli aveva detto il Capo. - Dovrà lavorare ad abbellire un po' i conti. Una spruzzatina di vernice ai bilanci e dove non basta la mano di pennello, pensi a "far ballare" un po' i numeri. Mi raccomando!

Il contabile stava adoperandosi per inventare il modo di mascherare certi prestiti fatti a tassi da usura a società di loro amici, sull'orlo della bancarotta. Come camminare su una lastra di ghiaccio con delle scarpe con la suola di gomma.

Una sera, sul tardi, suonò il telefono.

- Sono Maria Frizzi. Vorrei vederla, signor Wieser.

Si accordarono per una visita il giorno dopo, mentre il Capo era in Germania.

La donna gli porse una mano gonfia, che pareva senza ossa. Prese il cappotto di Wieser e lo appese dietro un'anta a specchio, che si ripeteva in serie a ricoprire completamente il vestibolo. Il giovane vedeva la propria immagine riflessa decine di volte. Si ricordò della sparatoria nel Terzo Uomo con Orson Welles ed ebbe un brivido.

22.10.2015, 11:002015-10-22 11:00:00
Lorenza Noseda

Inciampi di nessun peso

Ecco la terza puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La quarta puntata la trovate sul giornale di oggi.

Wieser aveva capito subito che i clienti della "Frizzi Fiduciaria & Co" non portavano piccoli risparmi in quelle borse gonfie, piene di graffi. Nel salottino riservato, vicino al suo, a cui la Signorina Raffi non aveva accesso, dalle cartelle ammaccate, uscivano valanghe di denaro, a cascata. Lui doveva investire quella massa di banconote, che pareva inesauribile, come seminasse in un terreno umido, arato di fresco.

La porta dell'ufficio sembrava sempre più stretta per l'andirivieni di gente, a tutte le ore.

- Caro Wieser, io non sono un aristocratico come lei. Anche se ho studiato rimango un contadino - gli diceva il Capo, quando  si incontravano per un prosecco al "Fiordaliso", prima di staccare e andare a casa.

- Quelli come me vogliono anche loro sedersi alla vostra tavola. Non ne possiamo più di mangiare dal piatto che si incolla sulla tela cerata, infastiditi dalle mosche che si attaccano alla pelle con le loro zampette schifose. Piace anche a noi la tovaglia di bucato, con i bordi a festoni, che scendono a toccare il pavimento. E andiamo matti per i piatti di porcellana fine e i bicchieri trasparenti, che paiono rompersi solo a prenderli in mano, serviti magari da camerieri in divisa, come capitava a voi - almeno fino all'altroieri -  scusi la franchezza.

Frizzi aveva voglia di cose forti, voleva uscire finalmente dall'angolo buio in cui era nato. Le ore roventi che un paio di volte al mese, passava con Dina Raffi nei vari motel sull'autostrada, lo avevano rassicurato di essere un leone anche nel fisico. Quella donna non particolarmente intelligente, ma golosa, gli aveva dato la sensazione di essere finalmente dalla parte giusta, quella di chi non smette mai di dire "voglio".

- A me, ci pensi qualche volta, fuori di qui? - gli chiedeva talvolta, con quella sua faccia inespressiva, mentre cercava di liberarsi dalle lenzuola aggrovigliate.

Frizzi non le aveva detto del tumore, per carità. Aveva sempre saputo come farla tacere, ma ora, con quella schifezza di malattia, gli artigli erano diventati di gomma. Quella storia gli stava diventando un gran peso, anche perché era più che sicuro che sua figlia subodorasse qualcosa.

Era strana, Cristina, negli ultimi tempi.

Frequentava il Liceo economico. Arrivava in ufficio, con la sua aria strafottente, spesso con la sua amica del cuore, Anna Cresti, figlia del direttore generale della Banca Credito Estero. Non precisamente un suo amico che, oltretutto, lo teneva visibilmente a distanza.

Proprio quella mattina Cristina era piombata in studio, rendendolo nervoso. Pareva sul punto di esplodere. Frizzi era sulle spine.

21.10.2015, 11:002015-10-21 11:00:00
Lorenza Noseda

Inciampi di nessun peso

Ecco la seconda puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La terza puntata la trovate sul giornale di oggi.

Si ricordava quando aveva visto il suo Capo la prima volta, al colloquio per l'assunzione.

Mentre si era alzato per salutarlo,  gli era sembrato di essere investito da una folata d'aria in pieno viso.

- Dunque lei è fresco di studi - gli aveva detto.

- Bene. Le dico subito che qui dovrà mettere da parte le chiacchiere dei premi Nobel. Qui non abbiamo tempo per ragionamenti eleganti. Qui si vanga. A forza di braccia. E si suda. Si spala terra e fango, che il fango, alle volte, arriva alle ginocchia.

Frizzi aveva la testa come un cubo imbullonato direttamente alle spalle. I capelli erano radi e neri pettinati all'indietro, come se fosse stato sotto la doccia a faccia in su. Il viso era largo come una pagnotta. Il naso gli sporgeva dalla faccia come un doccione da una grondaia. Pareva volesse toccare chi gli stava davanti, per scuoterlo, per convincerlo che lui aveva ragione. Si capiva subito che non aveva nessuna voglia di persuadere l'interlocutore con pazienza. Non molto simpatico, di primo acchito. Lo stipendio che Frizzi gli offriva, però, era ottimo e così Wieser firmò senza troppo pensarci e fu dietro la scrivania il giorno dopo.

Dalla porta socchiusa del suo ufficio vedeva entrare persone in completo scuro a righine sottili con la valigetta di cuoio e le scarpe lucide, ma anche tipi in camicia aperta tirata su pance rotonde, più simili a venditori di spazzole, che non a operatori finanziari. Il Capo li faceva sedere e li ascoltava un paio di minuti senza guardarli, poi alzava il telefono, confabulava con chissachì e, camminando avanti e indietro, dava disposizioni e li congedava.

- Signorina Raffi, ci  porti una birretta, a me e al Signor Wieser che, se no, lui beve solo acqua minerale. Facciamogli girare un po' la testa, che magari sorride un po'.

La segretaria indossava uno di quei tailleur che si ordinano, tramite cartolina annessa, dai voluminosi cataloghi Ackermann, che arrivano in ogni casa svizzera, puntualmente ogni anno, con le rondini e le prime foglie gialle: i "Ladies' Classics",  disponibili nei colori base e in tutte le taglie, dalla 36 alla 54. Inforcava un paio di occhiali dalle lenti spesse, che le davano un'aria vagamente ottusa, in contrasto con la massa arruffata di capelli ricci e rossicci, che teneva a bada con mollette fosforescenti a forma di cuore e che le davano un'aria di hippy un po' stagionata.

Un giorno, attraverso la gonna, resa trasparente dalla luce abbagliante di mezzogiorno, Wieser intravide con sua grande sorpresa slip ridottissimi e un paio di gambe lunghe e sinuose. I suoi occhi incrociarono quelli del Capo, che li abbassò immediatamente.

20.10.2015, 11:002015-10-20 11:00:00
Lorenza Noseda

Inciampi di nessun peso

Ecco la prima puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La seconda puntata la trovate sul giornale di oggi.

- Ieri ho letto il bilancio semestrale e non ho dormito tutta la notte, Wieser. Venga da me domani, a casa, per favore.

Il contabile aveva dovuto arrampicarsi su per le montagne, in Val Ferrera, per raggiungere la casa di Davide Frizzi. Il Capo gli aveva spiegato il percorso con uno schizzo a matita tracciato sul verso della ricevuta del "Platani", dove entrambi mangiavano a mezzogiorno.

- Terzo paese dopo Mersico. Sulla destra, subito dopo il cartello di località, vedrà un cancelletto rosso carminio e un tettuccio di plexiglas.  L'aspetto per le tre.

Il cancelletto gli era balzato subito all'occhio. La buca delle lettere, accanto alla porta d'entrata, era pure di un vistoso giallo risotto. L'abitazione era una specie di solida scatola, coi muri in calcestruzzo a vista e un lucernario al sommo del tetto piano. Architettura contemporanea. Wieser ne fu sorpreso.

- Si accomodi, signor Wieser. Mio marito sarà qui a momenti.

Maria Frizzi indossava un vestito di lanetta grigia, chiuso in vita da una cinturetta di plastica scura. Ai piedi portava delle pianelle col pelo lungo, come di moquette, che le davano un'aria sciatta, in contrasto con il suo portamento elegante. Doveva aver interrotto per un momento un lavoro di cucito, perché si toglieva dei fili dalle maniche dell'abito. Esauriti i rapidi convenevoli, si ritirò quasi senza farsi accorgere e il marito precedette il collega in salotto.

- La situazione non mi sembra così critica - disse il Capo contabile.

- Dobbiamo operare qualche taglio di spesa, certo, forse ridurre il personale di un paio di unità, ma non mi pare ci sia niente di veramente preoccupante. Il flusso dei depositi è diminuito e non di poco, lo ammetto, ma è un andamento generale, una bassa congiuntura temporanea,  su questo tutti gli esperti sono concordi.

- Ah, gli esperti...

Wieser si stava chiedendo quale nefasto pianeta stesse entrando nel suo segno. Non sapeva come stare seduto su quella poltroncina di cuoio, leggermente inclinata. Appoggiare la schiena al dorso gli avrebbe dato un'aria poco rispettosa, mentre stare ritto gli causava una fastidiosa tensione al collo. Si mise perciò un po' di traverso, dandosi un'aria nonchalante, sostenendosi allo schienale con il gomito destro.

- Veniamo al sodo Wieser. Con lei non voglio né posso mentire. Sono ammalato. Ho un tumore alla prostata, scoperto in tempo, per fortuna. La prognosi sembra molto buona. In ogni caso devo sistemare alcune cose, diciamo, "sensibili".

Wieser guardò il Capo che aveva la mascella rigida come un ferro di cavallo e gli occhi chiusi.

- Bisogna assolutamente spulciare i conti e far sparire qualche numero un po' fantasioso, ecco.

Il giovanotto si accasciò sulla poltroncina. Aveva l'impressione che il parquet del salotto stesse aprendosi sotto i suoi piedi.

18.10.2015, 11:002015-10-18 11:00:00
Silvia Bello Molteni

Poesia d'estate

Ecco la sesta e ultima puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina.

Al volante, Giovanni ripensa alle parole di Carlo e di Pamela; ci riflette anche mentre legge ed elabora i dati che arrivano dal Centro Meteo Regionale. Intanto, intruso, sullo schermo dei suoi pensieri gira un film con immagini e parole disordinate che non chiedono alcun permesso.

Nei minuti che precedono la ripresa in diretta, lascia che il pettine di Marzia passi gentile tra i suoi capelli e metta ordine in quella testa annebbiata e dubbiosa. Cinzia gli ritocca le guance col pennello e sfuma gli angoli della bocca, perché le sue prossime parole possano uscire diverse, più tonde e meno pungenti.

Le luci puntano su di lui.

- Tre, due, uno: in onda! - Giovanni appare sullo schermo, dietro di lui le mappe climatiche.

- Buongiorno, niente di nuovo sotto le nuvole. La situazione rimane stazionaria: ancora cieli coperti su mezza Europa. Le linee circolari, dette isobare, che accerchiano da settimane queste grosse T sopra l’Europa … - le indica col dito, è il suo lavoro, quello di sempre, ma adesso le parole di Pamela soffiano una brezza nuova, disegnando il fumetto di un tempo diverso, con parole di un coraggio nuovo.

Fa una pausa. Il regista, dietro i vetri dello studio, lo fissa interrogativo. Il cameraman scarta di lato con la testa con espressione stupita.

Giovanni riprende a parlare; il suo viso è diverso, rilassato. Adesso è un altro, adesso non spiega, adesso racconta coraggioso la sua poesia.

Il suo indice punta verso quelle linee tonde, pronto a seguire una nuova via:

- … sono i cerchi di una muta danza indiana, per invocare l’arrivo dell’anticiclone delle Azzorre, quel fantasma capriccioso che quest’anno ha deciso di giocare a nascondino col nostro continente, lasciandoci un’estate di nuvole. Quelle stesse nuvole, secondo i poeti, uomini strani e ignoranti in meteorologia, ma coraggiosi e capaci di parole che asciugano il pianto, sono fatte del dolore degli uomini, urlato al cielo nelle stagioni difficili della vita e pronto a ricadere sulla terra, stanco, in lacrime di pioggia.

Non lamentiamoci allora del brutto tempo! Non aggiungiamo altra acqua alla pioggia delle lacrime passate. Aspettiamo che le vecchie tristezze si dissolvano, barattiamo la smorfia col sorriso e puntiamo fiduciosi alla bella stagione, sperando in un nuovo arcobaleno, capitani fieri del nostro vivere!

In quello stesso istante, Carlo firma il contratto con l’editore; Sandra Selti bacia la giovane sposa che esce sorridente dal suo salone mentre in piscina Mario ha appena iniziato una lezione di nuoto con due bambini.

A casa Pamela sorride davanti al televisore. Il tempo è cambiato, non piove più, un raggio di sole accarezza gentile il suo viso, illuminando una lacrima sulla sua guancia.

17.10.2015, 11:002015-10-17 11:00:00
Silvia Bello Molteni

Poesia d'estate

Ecco la quinta puntata del racconto di questa settimana pubblicato ieri in ultima pagina. La sesta e ultima puntata la trovate sul giornale di oggi.

Sul marciapiede opposto, davanti al supermercato, Giovanni vede Pamela, l’inquilina dell’appartamento al pianterreno. La guarda attraversare la strada con la mantellina che copre lei e la spesa.

Più veloce dei pedoni, la sua sedia a rotelle schizza in avanti, spinta dal movimento veloce e ritmato delle sue braccia. Giovanni le va incontro. Arrivatole accanto, le porge l’ombrello aperto per riparare entrambi, poi torna verso casa, spingendola fino al portone d’entrata, e rientra con lei sotto la tettoia.

- Sei mattiniera per la spesa del sabato!

- Per forza - risponde Pamela, mentre lui le sfila la mantellina - Quando piove c’è più gente nei negozi e il pavimento è scivoloso. Meglio andare presto. Tu piuttosto, come stai? Ultimamente ti vedo solo alla televisione, ma ti sento salire e scendere di corsa le scale. Riconosco il tuo passo. - lo sbircia dal basso mentre lui la spinge fino alla sua porta. - Sei l’unico che non brontola per il tempo!

- Non parlarmene! Con me si arrabbiano proprio! Io non posso certo cambiare il tempo!

- Non da solo; è un discorso planetario. Il tempo però, può cambiare noi!

- Lo vedo! - sbuffa Giovanni, indicando col dito i piani superiori.

- Un po’ cambiamo tutti, secondo le stagioni della vita! Guarda me: dopo l’incidente ho vissuto lunghi mesi d’inverno, non avevo bisogno di una giornata di pioggia per piangere! Poi, lentamente, sono tornata a frequentare la vita, piegata e seduta; mi sono ritrovata cambiata.

In una pausa di silenzio, gira la chiave nella serratura poi continua:

- Il cielo sopra di noi manda i suoi messaggi riuscendo a scrivere una parte delle nostre vite. - il suo sorriso è disarmante. - Dai, vai al lavoro adesso, e raccontaci cosa capiterà. In cielo e in terra!

- Quello che capiterà non è quello che tutti vorrebbero! È il mio lavoro, non lo posso cambiare! Cambierei il fatto di dover dire il contrario di ciò che gli altri si aspettano. Mi piacerebbe annunciare giornate intere di bel tempo! Ci sono persone che davvero piangono se piove e aspettano il sole per sorridere!

- Ecco! - in un gesto d’incoraggiamento Pamela tocca il braccio di Giovanni.

- Pensa a loro. Non puoi cambiare il tempo, ma puoi darne uno nuovo a chi crede di non averne più! Pensa in poesia!

- Tu e Carlo siete proprio sulla stessa lunghezza d’onda, eppure siete così diversi! - riflette Giovanni ad alta voce nel corridoio d’entrata della palazzina.

- Forse abbiamo imparato entrambi a vestire il nostro tempo con le parole più adatte a noi, quelle che danno la giusta temperatura al nostro vivere e ci aiutano a prendere come viene quello che cade dal cielo. Tu hai il tempo in mano, spiegalo con le parole giuste. - lo saluta ed entra in casa.

Fuori piove.