Ilcommento

Oggi, 08:152017-07-25 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Valori da lucidare

Di tanto in tanto vale la pena ridircelo: ‘Evviva la democrazia!’. Già, perché anche da noi non mancano gli ignoranti che al primo problema irrisolto si dicono certi che… ‘ah se ci fosse un uomo forte...

Di tanto in tanto vale la pena ridircelo: ‘Evviva la democrazia!’. Già, perché anche da noi non mancano gli ignoranti che al primo problema irrisolto si dicono certi che… ‘ah se ci fosse un uomo forte certe cose andrebbero altrimenti’. Ci penserebbe lui a fare ordine e via discorrendo. Diciamoci quindi che la democrazia e la separazione dei poteri sono valori altissimi che vanno difesi senza tentennamenti, giorno per giorno.

Ascoltando le notizie di questi giorni, provenienti da Polonia e Turchia, qualche brivido lo si avverte. Per fortuna a Varsavia il presidente Andrzej Duda ha per ora bloccato una riforma appena benedetta dal senato, che mina proprio al cuore la separazione dei poteri. La riforma attribuisce infatti al governo il controllo della Corte suprema e del sistema giudiziario, limitando l’autonomia dei giudici. Fa male – e risulta oltremodo incomprensibile – che a questo si sia giunti proprio in un Paese che per anni ha conosciuto la morsa del comunismo sovietico. In certi Paesi (pensiamo all’Italia) proprio l’esperienza della dittatura è stata talmente marcante che quando alla fine della Seconda guerra mondiale la popolazione ha spedito a casa i Savoia ha scelto la forma repubblicana, istituendo un sistema democratico tutto sommato forte perché debole. Nel senso che il parlamento, col voto di sfiducia, memore della brutta parentesi del cavalier Benito, ha introdotto in ogni momento la facoltà di destituire l’esecutivo. Non per nulla (anche per questo) i governi italiani hanno vita breve. Lunga vita quindi alla separazione dei poteri che permette a ciascuno di controllare l’altro nel rispetto delle reciproche prerogative. Di controllarlo e non di primeggiare o peggio ancora di sottometterlo.

E da Varsavia andiamo ad Ankara. A destare ancora più gravi preoccupazioni da oltre un anno è infatti la Turchia degli arresti di massa e delle purghe in vari ambiti sospetti al regime. Si parla di ben 50mila arresti. Emblematici il botta e risposta della scorsa settimana fra Berlino e la capitale turca, l’imprigionamento dei difensori dei diritti umani e, non da ultimo, quello dei giornalisti di testate critiche che ancora osano. Ancora una volta siamo al drammatico annullamento del principio della separazione dei poteri, a maggior ragione dopo le riforme fatte adottare da Erdogan, perché quello che vuole e dice il presidente è legge. Mentre promulgare le leggi deve rimanere prerogativa del parlamento. E perché tutto quello che desidera il presidente equivale a una sentenza, ma le sentenze le pronunciano i tribunali. Come ha scritto sulle nostre colonne il responsabile di Amnesty difendere i diritti umani in Turchia è diventato reato. Tragico e triste.

Rendiamoci conto che questi fatti di cronaca e relative discese agli inferi dei sistemi politici vigenti avvengono non così lontano dalle nostre fron­tiere. Ecco perché vale la pena rilucidare il valore e le opportunità che ci offre una democrazia matura come la nostra. Materia non solo per il Primo agosto.

22.7.2017, 05:552017-07-22 05:55:00
Matteo Caratti @laRegione

Val Rivera: risveglio col botto, prima che canti il gallo

Viviamo in un paese previdente e fortunato. Da noi non cadono i ponti. A volte dalle montagne – e ci mancherebbe altro che non succedesse – cadono i massi...

Viviamo in un paese previdente e fortunato. Da noi non cadono i ponti. A volte dalle montagne – e ci mancherebbe altro che non succedesse – cadono i massi calamitati a valle dalla forza di gravità. Ma, essendo il nostro un paese previdente, noi i massi in agguato li monitoriamo e a volte possiamo anche decidere quando farli scendere a valle.


È quello che succederà domenica mattina all’alba, quando alcuni massi pericolanti sopra Cresciano, tenuti d’occhio ormai da una quarantina d’anni, verranno fatti brillare e rotolare a valle e, si spera, raccolti in apposite reti di contenimento. Inutile dire che lo sforzo economico delle Ferrovie federali, che appena sotto la roccia pericolante gestiscono la linea del Gottardo, è notevole per un’operazione a loro favore, ma anche nostro, perché nessuno vorrebbe che ci scappasse prima o poi il morto... Giusto dunque procedere al brillamento e giusto pure ringraziare le Ffs per l’intervento.

Peccato, però, che la popolazione della Riviera debba venire a conoscenza del mega botto, che risveglierà l’intera valle domenica mattina verso le 5, dando la sveglia anche ai galli nei pollai, pressoché all’ultimo momento. È peccato che i diretti interessati e l’autorità politica della zona siano stati informati compiutamente soltanto nella serata pubblica di giovedì, organizzata solo per una ventina di anime che vivono nella zona rossa. Se le Ffs si fossero mosse con un briciolo di anticipo, coinvolgendo il comune, avrebbero potuto garantire un’informazione migliore e più capillare.

Va bene che siamo in luglio, va bene che le valli si spopolano e che chi abita in Riviera è ‘abituato’ alle esplosioni delle mine nelle cave, ma non mancherà chi si spaventerà per il boato delle 5 del mattino in una calda domenica estiva. E chi è assente? Qualche raccomandazione c’è infatti anche per chi è altrove, come ad esempio lasciare rigorosamente aperte le finestre di casa nel raggio più toccato o le tapparelle e le persiane (laddove presenti) chiuse. Insomma, dopo ben quarant’anni di monitoraggi e nell’attesa di udire il boom, ciò che non si è udito a sufficienza è un’informazione a tutta la popolazione della regione con un invio a tutti i fuochi della valle.

Che poi il sindaco De Rosa abbia preso la palla al balzo per reclamare anche la messa in galleria della linea, ci sta. Lo dovrebbero dire e ribadire ogni volta che si presenta l’occasione anche altri sindaci (come lo ha fatto quello di Bellinzona), considerate le merci pericolose che circolano sui binari e attraversano i nostri centri abitati. Ma questo è un altro (spinoso) problema. Intanto buona domenica (mattina)!

21.7.2017, 09:362017-07-21 09:36:09
Alfonso Reggiani @laRegione

Finanze a Lugano fra debiti e gioielli di famiglia

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si...

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si avvicina. Quantomeno per la gestione corrente, anche se il pareggio dei conti non è ancora strutturale. In altre parole, è stato ottenuto grazie a fattori esterni e imprevedibili che probabilmente non si ripeteranno, come ha rilevato nell’intervista che proponiamo oggi (cfr. pagina 2) il titolare del Dicastero finanze cittadine Michele Foletti che invita i colleghi di Municipio, il legislativo e l’Amministrazione pubblica a mantenere anche in futuro la disciplina finanziaria. Perciò, le misure di risparmio introdotte nel 2013 con la manovra di rientro dalle cifre rosse devono rimanere in vigore. Non c’è alternativa. Resta però il grosso problema rappresentato da quel miliardo di franchi di debiti accumulato con le banche che è stato finora solo leggermente contenuto. Un problema sottolineato pure dal rating di Moody’s che prima o poi andrà affrontato di petto dalla politica cittadina. E sarà meglio non ritardare troppo l’approfondimento di questa questione particolarmente spinosa a livello politico. Sì, perché i segnali e gli orientamenti che giungono dalla Banca centrale europea parlano senza troppi giri di parole di un aumento del costo del denaro (cfr. nostro commento, mercoledì, di Generoso Chiaradonna). E i tassi d’interesse sono inevitabilmente destinati a salire progressivamente anche alle nostre latitudini, se non quest’anno, nel 2018. Con preannunciate pesanti ripercussioni per chi, come la Città, ha poco meno di un miliardo di debiti. Del resto, anche l’esecutivo è ben consapevole di questo fattore critico. Infatti, riconosce che l’obiettivo di diminuire l’indebitamento in maniera importante non è stato raggiunto. Ma un conto è riconoscerlo, un altro è formulare proposte concrete e dibattere, magari anche pubblicamente, su quale strada intraprendere per uscire dal guado. Sì, perché di soluzioni a disposizione non ce ne sono poi così tante. Da una parte, si potrebbe intervenire a livello di imposizione fiscale. Tuttavia, non paiono esserci i presupposti politici nemmeno per un’entrata in materia su un eventuale aumento del moltiplicatore d’imposta, dopo il balzo di 10 punti dal 70 all’80 per cento di quattro anni fa, malgrado tale incremento non abbia provocato l’atteso fuggi fuggi di contribuenti facoltosi né di aziende. E allora rimangono i cosiddetti gioielli di famiglia da mettere in vendita. Parliamo di immobili di valore, oppure, per tagliare una volta per tutte la testa al toro, di Ail Sa o di Verzasca Sa. Il capodicastero Finanze ne accenna brevemente nell’intervista. La prima società, valutata attorno ai 700 milioni di franchi, è la classica gallina dalle uova d’oro ma ci sarebbe tutta una serie di conseguenze da approfondire, a cominciare dalla rinuncia al consistente dividendo annuale. Anche la cessione dell’altra società, di cui la Città detiene i 2/3 della quota azionaria (il resto è del Cantone), non pare un’operazione così facile da intraprendere, per ragioni tecniche e politiche. Insomma, la locomotiva economica luganese non ha ripreso a correre come faceva fino al 2012, non può più permettersi investimenti attorno ai 100 milioni di franchi all’anno ma sta tenendo una velocità di crociera economicamente sostenibile. E cerca di individuare altri settori economici su cui puntare dopo il crollo del gettito proveniente dal settore bancario. L’orizzonte è meno nebuloso anche se i frutti non si potranno gustare tanto presto.

21.7.2017, 08:352017-07-21 08:35:22
Alfonso Reggiani @laRegione

Lugano fra debiti e gioielli di famiglia

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si avvicina....

È decisamente migliorato lo stato di salute delle finanze in città. Negli ultimi quattro anni Lugano ha fatto bene i conti e l’uscita dalla malattia cronica si avvicina. Quantomeno per la gestione corrente, anche se il pareggio dei conti non è ancora strutturale. In altre parole, è stato ottenuto grazie a fattori esterni e imprevedibili che probabilmente non si ripeteranno, come ha rilevato nell’intervista che proponiamo oggi (cfr. pagina 2) il titolare del Dicastero finanze cittadine Michele Foletti che invita i colleghi di Municipio, il legislativo e l’Amministrazione pubblica a mantenere anche in futuro la disciplina finanziaria. Perciò, le misure di risparmio introdotte nel 2013 con la manovra di rientro dalle cifre rosse devono rimanere in vigore. Non c’è alternativa. Resta però il grosso problema rappresentato da quel miliardo di franchi di debiti accumulato con le banche che è stato finora solo leggermente contenuto.

Un problema sottolineato pure dal rating di Moody’s che prima o poi andrà affrontato di petto dalla politica cittadina. E sarà meglio non ritardare troppo l’approfondimento di questa questione particolarmente spinosa a livello politico. Sì, perché i segnali e gli orientamenti che giungono dalla Banca centrale europea parlano senza troppi giri di parole di un aumento del costo del denaro (cfr. nostro commento, mercoledì, di Generoso Chiaradonna). E i tassi d’interesse sono inevitabilmente destinati a salire progressivamente anche alle nostre latitudini, se non quest’anno, nel 2018. Con preannunciate pesanti ripercussioni per chi, come la Città, ha poco meno di un miliardo di debiti. Del resto, anche l’esecutivo è ben consapevole di questo fattore critico. Infatti, riconosce che l’obiettivo di diminuire l’indebitamento in maniera importante non è stato raggiunto. Ma un conto è riconoscerlo, un altro è formulare proposte concrete e dibattere, magari anche pubblicamente, su quale strada intraprendere per uscire dal guado.

Sì, perché di soluzioni a disposizione non ce ne sono poi così tante. Da una parte, si potrebbe intervenire a livello di imposizione fiscale. Tuttavia, non paiono esserci i presupposti politici nemmeno per un’entrata in materia su un eventuale aumento del moltiplicatore d’imposta, dopo il balzo di 10 punti dal 70 all’80 per cento di quattro anni fa, malgrado tale incremento non abbia provocato l’atteso fuggi fuggi di contribuenti facoltosi né di aziende. E allora rimangono i cosiddetti gioielli di famiglia da mettere in vendita. Parliamo di immobili di valore, oppure, per tagliare una volta per tutte la testa al toro, di Ail Sa o di Verzasca Sa. Il capodicastero Finanze ne accenna brevemente nell’intervista. La prima società, valutata attorno ai 700 milioni di franchi, è la classica gallina dalle uova d’oro ma ci sarebbe tutta una serie di conseguenze da approfondire, a cominciare dalla rinuncia al consistente dividendo annuale. Anche la cessione dell’altra società, di cui la Città detiene i 2/3 della quota azionaria (il resto è del Cantone), non pare un’operazione così facile da intraprendere, per ragioni tecniche e politiche.

Insomma, la locomotiva economica luganese non ha ripreso a correre come faceva fino al 2012, non può più permettersi investimenti attorno ai 100 milioni di franchi all’anno ma sta tenendo una velocità di crociera economicamente sostenibile. E cerca di individuare altri settori economici su cui puntare dopo il crollo del gettito proveniente dal settore bancario. L’orizzonte è meno nebuloso anche se i frutti non si potranno gustare tanto presto.

20.7.2017, 08:402017-07-20 08:40:24
Aldo Bertagni @laRegione

Il peso delle parole

Le parole non costano nulla e ognuno di noi ne possiede un gran numero “ma ci sono giorni in cui contano solo le parole giuste, e chi le trova può decidere che cosa succederà da quel momento in poi...

Le parole non costano nulla e ognuno di noi ne possiede un gran numero “ma ci sono giorni in cui contano solo le parole giuste, e chi le trova può decidere che cosa succederà da quel momento in poi”. Così Mark Thompson, già direttore generale della Bbc e oggi amministratore delegato del ‘New York Times’, nel suo recente “La fine del dibattito pubblico” (Feltrinelli). Perché le parole possono trasformarsi in suadenti sirene. Prendete “Prima i nostri”. Esclamazione potente, in tempi come gli attuali, tanto quanto l’altra fortunata declinazione “Padroni a casa nostra”. Slogan, frasi fatte, parole tanto accattivanti quanto retoriche (e dunque miranti al cuore più che alla mente di chi le ascolta). Parole pesanti che possono decidere cosa succederà da quel momento. Come sta capitando, appunto, in Canton Ticino. Il gruppo dirigente dell’Udc cantonale accusa il Consiglio di Stato di scarso coraggio perché colpevole di ricordare come funziona la nostra democrazia istituzionale. In particolare, il governo ha recentemente respinto quasi tutte le proposte della commissione parlamentare che ha lavorato sull’applicazione dell’iniziativa popolare “Prima i nostri”, ovvero prima il lavoro a chi risiede in Svizzera.

Il governo ticinese non entra quasi mai nel merito delle proposte, non prende in considerazione il contenuto, si limita alla forma. Che non è cosa da poco. Detta in breve, quanto propone la commissione parlamentare non rispetta il diritto superiore, vale a dire le leggi federali. Perché il diritto, in Svizzera come altrove, funziona così: l’ente più piccolo deve adeguare le proprie leggi a quelle decise in un ambito più grande. I Comuni alla legislazione cantonale e i Cantoni a quella federale. Nel caso in questione poi – tutto ciò che gira attorno alla libertà professionale – va pure preso in considerazione l’accordo internazionale stipulato sulla libera circolazione fra Svizzera e Unione europea. Piaccia o meno. È come la botte piena e la moglie ubriaca: o una o l’altra, o la libertà di decidere cosa fare in casa propria o la libertà di circolazione sul lavoro come su altre materie (i capitali, i trasporti, i servizi). Libertà stabilite da un accordo internazionale che sovrasta tutte le legislazioni cantonali.

Per noi il diritto superiore, dicono i democentristi ticinesi, è l’approvazione popolare dell’articolo 121a inserito nella Costituzione elvetica grazie all’iniziativa contro l’immigrazione di massa. E più in alto della Costituzione cosa può esserci? Ah, le parole “giuste”. La retorica. In verità la maggioranza del popolo svizzero ha approvato un principio, la cui applicazione necessita di una legge, e a volte capita (ne sanno qualcosa gli iniziativisti delle Alpi) che il legislatore decida di non seguire alla lettera il principio costituzionale sancito dal verdetto popolare, come in questo caso. La legge varata dalle Camere federali non prevede l’esplicita precedenza all’occupazione residente, ma solo l’obbligo di segnalazione agli uffici regionali competenti dei posti vacanti. Va contro il verdetto del “sovrano”? Può darsi, ma allora si doveva promuovere un referendum per abolire la legge sopraccitata. Altra alternativa, disdire l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Ue e infatti, a quanto pare, l’Udc avrebbe intenzione di lanciare presto un’iniziativa popolare tesa a questo scopo. È questa la strada corretta, non certo quella di costringere il Canton Ticino a interpretare il diritto secondo la convenienza del momento. Il governo è coerente – una volta tanto, ci viene da aggiungere – e lo scrive. Lo sarà anche il parlamento?

20.7.2017, 08:352017-07-20 08:35:00
Matteo Caratti @laRegione

Real pargoli e protocolli, noi stiamo con Giorgino!

Ci sono tanti modi di dare una notizia. Spesso anche a dipendenza del punto di vista in cui si pone colui che la riferisce. Eccovi un esempio molto eloquente di...

Ci sono tanti modi di dare una notizia. Spesso anche a dipendenza del punto di vista in cui si pone colui che la riferisce. Eccovi un esempio molto eloquente di questa settimana: le smorfie poco regali e i capricci del principino George, terzo in linea di successione al trono britannico. Un principino fin qui piuttosto recalcitrante al protocollo e, in occasione del viaggio a Varsavia dei genitori, rimproverato sotto i riflettori da papà William per il suo comportamento.

Ovviamente, il siparietto durante la cerimonia ufficiale di accoglienza non è passato inosservato sulla stampa del Regno. Un’immagine in particolare ha fatto il giro del Paese di bisnonna Elisabetta e anche al di qua della Manica. Quella nella quale il piccolo Windsor, 4 anni, camicia a scacchi, pantaloncini corti e scarpe di vernice nera, viene sorpreso a fare le boccacce, mentre il padre piegato verso di lui lo richiama ai codici del cerimoniale. I tabloid non esitano a ribattezzare l’infante ‘Sua Timidezza Reale’ e rigirano il coltello nella piaga, mettendo in evidenza l’atteggiamento ‘disinvolto’ della piccola Charlotte: tranquilla e con un accenno di sorriso, nel suo vestitino rosso e bianco, in braccio a mamma Kate.

Ebbene: la stessa notizia la potremmo però anche raccontare da una prospettiva del tutto diversa. Quella del piccolo George costretto suo malgrado a indossare una camicia con le maniche lunghe sotto il sole cocente di metà luglio, mentre chi non ha nelle vene sangue blu come il suo, se ne sta beatamente a mollo in qualche piscina o gioca spensieratamente alla sabbia con gli amici in riva al mare.

Vista e raccontata la scena da quest’altra prospettiva ecco che sono i duchi di Cambridge a rimediare una pessima figura. Sì, proprio loro e non il povero Giorgino, che a quattro anni si deve sorbire, per giorni e giorni, un protocollo senza senso per chiunque abbia la sua età e forse anche qualche anno in più.

Ammettiamo che vista da fuori – nel nostro caso da questa nostra piccola e fortunata Repubblica che non ha nulla da spartire con casa Windsor – la scena appena descritta risulta semplicemente incomprensibile. Ci verrebbe voglia di ‘liberare’ il povero principino, suggerendo a chi lo ha messo al mondo che certi tour de force, sempre che abbiano ancora senso, sono fatti per gli adulti. Ci verrebbe anche voglia di rinfrescare la memoria del probabile prossimo re d’Inghilterra: ‘Ma come, sua Altezza? Non si ricorda della tristezza che ha certamente afflitto anche la sua persona nel venir sottoposto a simili rituali da ragazzino?’. E la duchessa, non si ricorda forse anche lei della sua infanzia, speriamo spensierata, lontana da regole e disciplina assurde, visto che nelle sue vene scorre sangue del medesimo colore di noi comuni mortali?

Insomma, quello che alla fin fine conta – ossia il rispetto nei confronti dei bimbi – è telegraficamente descritto sulla copertina di un libro dedicato all’infanzia che – se non vado errato – è intitolato così: ‘I bambini devono essere felici. Non farci felici.’

19.7.2017, 08:152017-07-19 08:15:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Immobiliare al giro di boa

Il costo del denaro in Svizzera continua a rimanere a livelli storicamente bassi. Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 la curva dei tassi d’interesse ipotecari, per esempio, si è...

Il costo del denaro in Svizzera continua a rimanere a livelli storicamente bassi. Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 la curva dei tassi d’interesse ipotecari, per esempio, si è appiattita sempre più fino a sfiorare (e in alcuni casi superandolo al ribasso) l’uno per cento per scadenze a un anno. Una situazione che però non è destinata a durare ancora a lungo. Si è – per usare una metafora – se non all’ultimo, almeno al penultimo giro di giostra.

I tempi per una normalizzazione della politica monetaria, almeno nell’Eurozona, stanno maturando. Per la fine dell’anno, infatti, molti esperti si attendono che la Banca centrale europea annuncerà un abbandono graduale del programma di acquisto di titoli del debito pubblico e privato meglio noto come Quantitative easing. Da quel momento dovremmo assistere a un graduale aumento del costo del denaro che rimarrebbe comunque ancora a prezzi da discount, se paragonato a quello della fine del decennio scorso. A questo punto anche gli interessi ipotecari – non solo in euro – potrebbero incominciare a risalire. Una prova è data dalle dichiarazioni di fine giugno del presidente della Bce Mario Draghi in merito agli sviluppi positivi della dinamica economica nell’Eurozona che hanno fatto sì che i tassi d’interesse siano risaliti leggermente.

Per rimanere invece alla Svizzera, l’ultimo decennio, caratterizzato da tassi ipotecari estremamente bassi, ha conosciuto un fervore edilizio senza precedenti. Promotori immobiliari, impresari e anche famiglie attratte dal sogno della casetta di proprietà hanno alimentato una domanda molto forte che negli ultimi trimestri si sta lentamente affievolendo, tanto è vero che il tasso di sfitto e di abitazioni vuote in alcune regioni sta di nuovo aumentando. È un ulteriore segnale che la festa sta per finire e che si è al giro di boa.

L’atterraggio, stando all’ultimo monitoraggio immobiliare del Credit Suisse, non dovrebbe però essere né brusco, né troppo traumatico. Gli attori del settore si sono resi conto per tempo che valori troppo elevati dei prezzi immobiliari in combinazione con l’inasprimento dei requisiti di finanziamento avrebbero fatto diminuire la domanda e hanno quindi adeguato di conseguenza l’offerta. Non dappertutto, però. Tassi ipotecari così bassi potrebbero incentivare i ‘ritardatari’ (soprattutto tra i promotori immobiliari e gli investitori istituzionali alla ricerca di rendimenti positivi) a salire per ultimi su un treno che sta rallentando, con il rischio di trovarsi tra le mani oggetti invenduti o sfitti.

Alcuni segnali in tal senso ci sono anche in Ticino, dove l’unica regione – stando sempre all’ultimo studio del Credit Suisse dello scorso marzo – a conoscere un aumento dell’offerta abitativa nei prossimi anni sarà quella del Bellinzonese. Qualcuno ha denominato questo fenomeno ‘effetto AlpTransit’ legandolo all’apertura della galleria del San Gottardo e in particolare a quella prossima ventura del Monte Ceneri che dovrebbe accorciare le distanze tra Sopra e Sottoceneri. Da qui il fermento edilizio abbastanza evidente che sta contagiando la nuova Bellinzona, in cui prezzi più bassi di case e appartamenti rispetto agli altri agglomerati urbani – per ora, almeno – dovrebbero sospingere coloro che non possono più ambire a una casa di proprietà o in affitto sulle rive del Ceresio a spostarsi nella capitale cantonale. Sperando che ciò non sia solo l’ultima fiammata speculativa prima del grande gelo.

18.7.2017, 08:052017-07-18 08:05:00
Matteo Caratti @laRegione

Corriere del Ticino e Giornale del Popolo, se la Curia divorzia…

La notizia di un divorzio, coi suoi perché e per come spesso conditi da qualche umana curiosità, fa quasi sempre discutere. Di certo lo sta...

La notizia di un divorzio, coi suoi perché e per come spesso conditi da qualche umana curiosità, fa quasi sempre discutere. Di certo lo sta facendo – e parecchio – la separazione annunciata fra il ‘Corriere del Ticino’ e il ‘Giornale del Popolo’.

Eppure il matrimonio sembrava promettere bene: celebrato quasi quattordici anni fa, venne persino benedetto da monsignor Pier Giacomo Grampa, il vescovo che non voleva passare alla storia per essere colui che avrebbe affossato il GdP.

L’interesse a convolare a nozze sicure era allora di entrambe le testate: così facendo il foglio di Muzzano per tanti anni si è assicurato il primato di lettori (e relativa fetta di pubblicità), perché, sommati i suoi con quelli del GdP, l’ambita vetta era indiscutibilmente sua; la testata del Vescovo, da parte sua, dopo anni di turbolenze (finite anche in Procura e quasi quasi all’ufficio fallimenti se non fosse stato per i milioni spesi nel suo salvataggio dal CdT), aveva invece potuto legarsi a un foglio capace di aiutarla economicamente e giornalisticamente. Ma, si sa, anche i migliori matrimoni possono andare in crisi e gli ex coniugi andarsene ognuno per la propria strada sbattendo più o meno forte la porta a seconda dei casi. Insomma, dal prossimo dicembre andrà per la maggiore il motto ‘meglio soli che…’.

0Difficile dire a cosa e dove porterà la strada in solitaria indicata ieri dalla Curia che – monsignor Lazzeri dixit – vuole scegliersi da sola la dieta per far sopravvivere lo storico giornale. Difficile dirlo, perché oggi sono i gruppi editoriali a farla da padroni in un mercato in profonda trasformazione. Gruppi composti da testate a pagamento, testate gratuite, settimanali, siti online, radio e tv private blindate dalla sempre ‘benedetta’ quota parte del canone.

Così è perché dall’altra parte – cioè la parte di chi consuma informazione (gratuita e/o a pagamento) e di chi fa le inserzioni – le esigenze sono cambiate. Si cercano prodotti giornalistici capaci di informare il lettore minuto per minuto sul telefonino, attraverso i siti, le app, e anche per mezzo dei social (utilizzando approcci e linguaggi diversificati). Anche il ‘vecchio’ giornale cartaceo si sta giocoforza trasformando, cercando da un lato di difendere la sua capacità di informare fornendo notizie, chiavi di lettura e approfondimenti sui temi principali una volta al giorno e, dall’altro, appoggiandosi sul sito (per noi: www.laregione.ch) e sui social anche per aprire un canale online di informazione e di dialogo costante coi propri lettori e con chiunque sia interessato ad approfondire determinati temi (magari digitando anche un semplice hashtag).

Cambiamento nel cambiamento è poi anche quello relativo alla nostra capacità di saper intercettare temi non solo provenienti quasi esclusivamente dall’ambito istituzionale, ma di trattare pure argomenti segnalati o maturati nella società civile.

Per noi giornalisti, in questo periodo di rivoluzioni copernicane, gli sforzi di adattamento sono notevoli e lo sono/saranno di certo ancora di più per chi, come il GdP, desidera ora camminare con le proprie gambe. Ma non c’è alternativa. Stare fermi significa (più prima che poi) essere condannati a morte. Anche se, comunque sia, a una domanda centrale di tutto questo bailamme multimediale nessuno ha saputo dare ancora una risposta. Eccola qui: ma chi consuma informazione, a maggior ragione se pregiata, è disposto a pagare il giusto prezzo?

17.7.2017, 08:552017-07-17 08:55:00
Marzio Mellini @laRegione

Come fosse sempre la prima volta

L’emozione non è ai livelli di guardia, come in altre finali, più palpitanti e incerte. Ma solo per un attimo, quello che serve per fare astrazione dai sentimenti scossi per rendersi...

L’emozione non è ai livelli di guardia, come in altre finali, più palpitanti e incerte. Ma solo per un attimo, quello che serve per fare astrazione dai sentimenti scossi per rendersi conto della portata di un’impresa al limite dell’impossibile. O meglio, al limite del paradosso, in contrasto con le regole dello sport: meno gioca, più vince. Illogico. Per gli altri, non per Roger Federer. È venuta un po’ meno l’incertezza, senza però scalfire la portata di un trionfo che arricchisce di un ulteriore capitolo memorabile la storia di una disciplina che Roger non smette di riscrivere, divertendosi a stravolgerne sempre i contenuti.

La sua è una storia infinita. È fatta di gioie e dolori – con le prime chiaramente predominanti – e di una serie di perle di rara bellezza, la cui collezione non è ancora stata completata. Il tempo si è fermato? Non è così. Gli anni passano. Il tempo corre, veloce, per Federer come per gli altri. La differenza – sostanziale – sta nella gestione dello stesso, dei suoi spazi, degli intervalli tra un appuntamento e l’altro, tra una vittoria di portata storica e una delusione cocente.

Il tennis è una questione mentale e atletica, oltre che tecnica. L’equilibrio è fondamentale, sia che si tratti di emozioni, sia che si parli di condizione fisica.

Federer dalla sua ha una perfetta gestione del fisico. La base sulla quale edificare il proprio successo è solida. Quando si è accorto di averne abusato, ha detto basta. Si è chiamato fuori, si è concesso una pausa per riposare e per ragionare in termini diversi, quelli di papà e marito. Uomo normale, restituito a una dimensione privata che in passato ha dovuto trascurare, per ritrovare gli stimoli e la salute, armi con cui riprendere la lotta. Più forte di prima, è non è la classica frase fatta. È la realtà. Non a caso, l’unico che sembra reggere il colpo è Rafa Nadal, a sua volta costretto a rimettersi in gioco e in discussione, per restare aggrappato al tennis ai massimi livelli.

A giudicare dall’esempio dei loro illustrissimi colleghi, Djokovic e Murray farebbero bene a pensare a qualcosa di simile. Nervi a fior di pelle, controprestazioni e acciacchi sono segnali chiarissimi. Chi li ha saputi ascoltare, oggi vince ancora, facendo gli sberleffi all’anagrafe.

È una questione di equilibrio. A una certa età, dopo anni di trionfi e con le motivazioni in leggero calando, può ancora fare la differenza. La prova è lì, in splendida forma, in tutta la sua eleganza. Risponde al nome di Roger Federer, uno che non ha smesso di commuoversi, come se fosse sempre la prima volta.

15.7.2017, 08:302017-07-15 08:30:19
Marzio Mellini @laRegione

Così forte che lo si dà per scontato

L’anno scorso per la prima volta aveva fallito l’accesso a una semifinale Slam, obiettivo altrimenti sempre centrato. Di lesa maestà si macchiò quel Milos Raonic, al cospetto...

L’anno scorso per la prima volta aveva fallito l’accesso a una semifinale Slam, obiettivo altrimenti sempre centrato. Di lesa maestà si macchiò quel Milos Raonic, al cospetto del quale il torto è stato riparato mercoledì nei quarti, senza tanti complimenti. Giusto per rimettere il campanile al centro del villaggio del tennis, scosso dall’offesa del canadese.
A proposito di cose da sistemare, ecco l’undicesima finale a Wimbledon della carriera, la possibilità di tornare a trionfare anche nel giardino di casa a cinque anni dall’ultima volta. Un’eternità, in termini sportivi, a maggior ragione per uno abituato a collezionare perle con una certa frequenza.

Correva l’anno 2012, quello dello Slam numero 17, per troppo tempo rimasto l’ultimo. Poi arrivarono gli Australian Open, qualche mese fa, a spezzare l’incantesimo di quel 18esimo titolo “major” talmente inseguito da sembrare irraggiungibile.

Ora la quota da toccare è 19, più su dell’assillo scacciato a Melbourne in gennaio. Dalla testa, più che dal braccio, per quanto meno saldo del solito. Si tende a darla per scontata, tanto è favorito e forte l’unico al mondo che possa permettersi di tornare più forte di prima dopo sei mesi lontano da riflettori e – almeno per un po’ – campi, nell’anno del trentaseiesimo compleanno (classe 1981, giova ricordarlo). Uno sportivo che non ha una spiegazione, se non proprio nella sua unicità, alle prese con una concorrenza che non è alla sua altezza (vale per quasi tutti, e quel “quasi” con maggiore sfacciataggine lo potremmo anche levare), o si è rovinata la salute per stare al passo e insidiarne la supremazia (ogni riferimento a Nadal, Djokovic e Murray è assolutamente non casuale).
Signori, di scontato nello sport d’élite non c’è nulla. La tentazione di farne quasi a priori il Re di Wimbledon (posto che l’incoronazione gli spetta di diritto a prescindere da eventuali futuri successi) è legittima, ma nulla è scontato. Né regalato, tantomeno dovuto. Il successo va guadagnato, anche da parte di chi scatta con un paio di lunghezze di vantaggio, per talento e contenuti tecnici. La chiamammo investitura divina, ci sentiamo di rispolverare il concetto.

I favori del pronostico vanno tutti nella medesima direzione, quella dell’ottava vittoria a Londra di Roger Federer. Nascono da una serie di considerazioni che lasciano poco spazio alle sorprese, è innegabile: ha già vinto sette volte, sono tutti con lui, votati a una causa trasversale che trascende il concetto di tifo; non ha concesso un set in sei partite, Cilic (suo avversario domenica in finale) non è una prima firma; e via di certezze spese per corroborare una tesi che per lo più diventa assioma.

Tant’è, Federer fa rima con vittoria, altrimenti non saremmo tutti lì, in attesa dell’ennesima consacrazione, che si tende a dare per scontata, una questione di tempo. Solo lui, per quello che fa e per come lo fa, alimenta speculazioni del genere, induce a banalizzare un successo in semifinale. Se lo merita, dai. Se lo è guadagnato. Nel suo interesse, e in quello di chi lo venera, fare in modo che si continui a ragionare così.

13.7.2017, 08:302017-07-13 08:30:40
Claudio Lo Russo @laRegione

Il futuro, oggi, a settant’anni

I soldi non fanno la felicità, ma qualche certezza la possono regalare. Lo sa il Festival del film che, forte dei suoi 13,5 milioni di budget, franco più franco meno, è conscio di...

I soldi non fanno la felicità, ma qualche certezza la possono regalare. Lo sa il Festival del film che, forte dei suoi 13,5 milioni di budget, franco più franco meno, è conscio di aver vissuto momenti molto peggiori, neanche tanto tempo fa. Sta in questa consapevolezza la forza di chi ha toccato il fondo ed è risalito, anno dopo anno, confidando nelle proprie qualità, nella propria storia, nel proprio desiderio di immaginare un futuro. È proprio questa, crediamo, la reale sfida che attende il Festival, mentre tutto cambia troppo in fretta per trovare appigli saldi e duraturi. I milioni in questo senso servono a poco senza le idee giuste in cui investirli.

Il Festival che quest’anno compie 70 anni sta già giocando la sua partita. Lo sa il presidente, Marco Solari, angustiato dal timore dell’invecchiamento di una manifestazione ideata e maturata in un mondo culturale che non esiste più. Dopotutto, un festival non può ridursi a ritrovo per nostalgici, anche perché i tenaci custodi del passato uno alla volta se ne andranno tutti, lasciando la scena deserta. Un festival, pur forte della propria storia e del proprio fascino, non può essere realmente vivo se non nel presente, accogliendolo e vivendolo, interpretandolo.

A Locarno ci si sta ponendo il problema, anche con piccole operazioni di cosmesi, come quella relativa al nome: Locarno Festival. Insomma, in ossequio alle moderne esigenze del marketing, è stato eliminato il termine che più di tutti lo qualificava, “film”, e non sappiamo se sia un segnale positivo o giovane. Fatto sta, non abbiamo motivi per dubitare che continuerà ad essere un festival del film, la cui vocazione seguiterà ad essere quella di sondare quanto di nuovo accade a livello di linguaggio audiovisivo.
Il Festival gioca però le sue carte anche su altri tavoli, come l’apertura alla Rotonda, di cui dall’anno scorso ha rilevato la gestione. L’idea è quella di aprirsi ad un altro pubblico, per lo più giovane, che del Festival (del film) non vive niente: era un atto dovuto, sui cui risultati, pur misurati sul lunghissimo tempo, ci permettiamo di nutrire qualche dubbio. La distanza fra questi due mondi, il Festival e la Rotonda, è abissale: avvicinarli per dieci giorni è cosa giusta, ma non sappiamo se sufficiente ad intaccare abitudini che affondano in una radicale trasformazione socio-culturale, con i modelli di riferimento e i rituali quotidiani che porta con sé.

Come spiegato ieri, a Locarno si punta anche (e giustamente) sull’“esperienza” che il Festival può offrire al pubblico. Un’esperienza molteplice, non legata solo ai film, ma a nuovi luoghi e nuovi motivi d’incontro, come pure ad occasioni di riflessione sul nostro tempo, con le quali valicare il perimetro a volte un tantino angusto del cinema. È un’esperienza aperta, rivolta a chi comunque il Festival lo sceglie o potrebbe farlo: il suo pubblico, quello effettivo e quello potenziale.

Da quest’anno, infine, il Festival e la sua squadra già piuttosto giovane accoglieranno un gruppo di ragazzi provenienti da tutto il mondo, chiamati a vivere la rassegna in ogni suo aspetto, anche dietro le quinte; e soprattutto ad esprimersi in modo critico su di essa, ad offrire il proprio punto di vista per immaginare come potrebbe evolvere, rinnovarsi e dialogare con il pubblico di domani. Ci pare un’idea buona, purché gestita con l’equilibrio di chi non ceda all’illusione che tutto ciò che è o si presenta come giovane porti alla soluzione di ogni male. Del resto, gli appassionati di cinema continueranno ad esserci ancora per molto tempo. E un festival del film – libero, internazionale, consapevole di ciò che è – è la base per avvicinarne ancora molti.

12.7.2017, 08:052017-07-12 08:05:00
Stefano Guerra @laRegione

Una scelta ad alto rischio

L’Ufficio presidenziale del Plr ticinese punta tutto su Ignazio Cassis. Lo fa perché il 56enne consigliere nazionale è il candidato della Svizzera italiana «con le migliori chance», ha detto...

L’Ufficio presidenziale del Plr ticinese punta tutto su Ignazio Cassis. Lo fa perché il 56enne consigliere nazionale è il candidato della Svizzera italiana «con le migliori chance», ha detto ieri il presidente del Plrt Bixio Caprara. Ma lo fa soprattutto partendo da un duplice presupposto: che dalla Svizzera romanda giungeranno una o più candidature; e che alla fine il gruppo parlamentare liberale-radicale sottoporrà all’Assemblea federale un ticket con un romando e un ticinese per la successione in Consiglio federale del dimissionario Didier Burkhalter. In quest’ottica lanciare nella corsa più candidati «favorirebbe sicuramente la dispersione delle forze, così come favorirebbe interessi particolari contrapposti», ha insistito Caprara.

Diciamolo: l’analisi dei rischi fatta a tavolino dai vertici liberali-radicali a Sud delle Alpi, e la scelta di strategia e persona che ne è derivata, possono starci. Gli scenari considerati sono verosimili. Le sezioni ginevrina e vodese mordono il freno: ancora ieri hanno confermato l’intenzione di essere della partita. E la stessa Petra Gössi (vedi intervista a pagina 2) giudica al momento “poco probabile” che la ‘frazione’ liberale-radicale se ne esca con un solo candidato ufficiale, mettendo in questo modo l’Assemblea federale davanti al fatto compiuto.

Non solo. È nient’affatto scontato che – se dal Ticino giungesse a Berna più d’un nome, ipotesi assai peregrina – la ‘frazione’ del Plr deciderà di nominare due ticinesi quali candidati ufficiali, o di optare per un ticket a tre nel quale affiancare a questi un/a romando/a. Ma anche in caso di ticket misto Ticino/Romandia, oltre Sarine all’orizzonte non si profilano pesi massimi in grado di azzerare l’enorme credito che Cassis può vantare nella circostanza per il semplice fatto di essere un rappresentante della Svizzera italiana. Infine: malgrado le pressioni esterne, provenienti soprattutto dalla sinistra, la questione femminile in seno al Plr dovrebbe restare marginale. Le stesse donne liberali-radicali sembrano orientate a passare la mano, riponendo le loro speranze nella successione di Johann Schneider-Amman tra un paio d’anni o giù di lì.

Anche la scelta della persona può starci, dicevamo. Se non altro per difetto: è difficile credere che una Laura Sadis o un Christian Vitta possano avere più chance di Cassis davanti all’Assemblea federale. Il medico di Montagnola è lungi dal fare l’unanimità in Ticino, sia dentro che fuori il Plrt, anche perché non è uno che ha fatto la classica gavetta. La presidenza del Plr svizzero a metà giugno ha indicato in “un bilancio politico completo in seno al partito” uno dei criteri principali che i futuri candidati avrebbero dovuto soddisfare. Ma nessuno ormai sembra farci caso. Per Caprara e i suoi, Cassis «risponde perfettamente al profilo» richiesto. Ed è pur vero che, se proprio vogliamo ragionare sull’aderenza all’identikit tracciato, Sadis e Vitta non sono messi meglio del prescelto.

Detto questo, la scelta della candidatura unica Cassis comporta grossi rischi. Il diretto interessato pare esserne il più consapevole: «Sono cosciente che non sarà facile. Sarà un percorso ad ostacoli, ricco di trappole. I veleni sono già partiti. Nulla è scontato, nulla è regalato». Qualcuno, il regalo di lasciar passare alcune dichiarazioni sentite ieri (Cassis se l’è presa con chi ha una «visione diabolica delle casse malati» e vede l’associazione che lo paga lautamente, Curafutura, «quasi come fosse un’organizzazione terroristica»), di certo non glielo farà. Perché è vero, siamo in un sistema di milizia: ma stiamo pur sempre parlando di organizzazioni che svolgono un mandato pubblico, non di un’azienda qualsiasi.

8.7.2017, 08:352017-07-08 08:35:00
Claudio Lo Russo @laRegione

Iperboli ticinesi, ieri come oggi

Estromesso dalla scuola, superato da chi lo ha seguito, dimenticato dall’editoria e dalla società civile, di Francesco Chiesa resta più che altro il fantasma, percepibile come può...

Estromesso dalla scuola, superato da chi lo ha seguito, dimenticato dall’editoria e dalla società civile, di Francesco Chiesa resta più che altro il fantasma, percepibile come può esserlo un monito molesto o una minaccia a chi, in questa regione, si interessi in modo particolare di letteratura. Chiesa è stato il primo strenuo difensore delle ragioni della cultura e della lingua italiana in questa provincia «incolta», come lui la definiva, una sorta di padre delle lettere ticinesi, ben presto trasformato in Vate della Terza Svizzera, ricoperto di onori e di oneri, in virtù anche del patriottismo di gusto nazionalista che sempre più lo ha animato, affinché questa minoranza culturale potesse guardare negli occhi le altre anime del Paese. Dal Chiesa maggiore, classico, intriso di cultura ottocentesca e macchiato da una certa oscura familiarità con il regime fascista, hanno preso le distanze gli autori che hanno offerto il meglio alla letteratura svizzero-italiana. E, nonostante sia sempre raccomandabile preservare memoria delle proprie origini intellettuali, il fatto che Chiesa sia stato poco alla volta dimenticato non è forse da considerare un dramma culturale.

C’è però stato un altro Chiesa, quello degli esordi, lo “scrittore civile” capace di una satira impietosa verso la cultura e i costumi ticinesi, e i personaggi pubblici che più di altri li incarnavano fra Otto e Novecento. È il Chiesa delle ‘Lettere iperboliche’ (ripubblicate dall’editore Dadò), in cui trovò una celeberrima immagine per fotografare l’attitudine più autentica di questo cantone: “Repubblica dell’Iperbole”. Non che questo Chiesa sia uno scrittore migliore, anzi, la sua ironia e le sue punture spesso risultano grevi. Eppure, nella sua tenace palestra critica, incisiva quanto imparziale, Chiesa si rivela come un osservatore lucido, capace di cogliere con acume nell’anima ticinese qualcosa di profondo, di resistente alle stagioni, che in definitiva lo rende ancora attuale. Le sue invettive, lette oggi, non possono non evocare qualcosa di familiare, pur essendo tanto cambiato il contesto culturale, sociale e politico.

Già nella prima lettera, cercando la benevolenza di Apollo, Chiesa scrive che «siamo violenti, iperbolici, oscuri, prolissi, perché da parecchi non si sente e non si ama la bellezza della discrezione, la grazia della pura verità». Le cronache politiche odierne, per quanto non si spari più, non sembrano rivelare che in quanto a rifiuto della violenza e cura della verità si siano fatti passi avanti decisivi. Oppure, in chiusura, si prenda per esempio quando Chiesa lascia dire al fantomatico Avvocato Festinalenti che «governare vuol dire tasteggiar con una mano il popolo e muovere coll’altra gli ordigni dell’amministrazione»: una lezione del tutto attuale. Chiesa punta il dito soprattutto contro avvocati e legulei vari che infestano tribunali e parlamento, campioni della volgarità (vincente) e della manipolazione in funzione di interessi di parte, contro giornalisti di partito ed ecclesiastici, in generale contro l’inclinazione fatale ad incensare in modo rumoroso ciò che si considera proprio e a demonizzare con altrettanta scomposta retorica le presunte minacce. In un contesto, peraltro, in cui «è dogma e fede che tutti siano atti a tutto».

6.7.2017, 08:302017-07-06 08:30:00
Silvano Toppi

Paranoia e contraddizioni

Ci sono partiti che se non ci fosse l’avversione per l’altro faticherebbero a esistere. Il paradosso è che hanno bisogno del deprecabile altro per vivere. L’altro sono l’Europa, gli accordi...

Ci sono partiti che se non ci fosse l’avversione per l’altro faticherebbero a esistere. Il paradosso è che hanno bisogno del deprecabile altro per vivere. L’altro sono l’Europa, gli accordi bilaterali, l’immigrazione, i frontalieri.

Su tutto questo è cresciuta una sorta di paranoia collettiva che ha contagiato un po’ tutti: per la scontentezza sulle conseguenze, il dover condividere lavoro e beni, la sottrazione di sovranità, il giudizio di tribunali estranei, lo svuotamento della nostra identità, perché da soli facciamo meglio e sono gli altri che hanno bisogno di noi. La paranoia appartiene a due sistemi di pensiero: quello della ragione (un po’ di ragione c’è in ciò che si sostiene) e quella del delirio (si va oltre la ragione).

La paranoia nasconde però le sue contraddizioni. Ignorando – per motivi ideologici o interessi propri ritenuti superiori – altri fenomeni con radici analoghe. I quali, in termini di condizionamenti, perdita di sovranità e di indipendenza, svuotamento di identità, conseguenze economiche sono peggiori. L’attualità di questi giorni permette di esemplificare.

Ren Jianxin, assai vicino al potere di Pechino, è stato eletto presidente di Syngenta, una delle gemme dell’industria agrochimica svizzera. Si è così ratificato il passaggio del gruppo basilese in mano cinese. Con ChemChina, il gigante cinese della chimica, si è creato uno dei leader mondiali dei prodotti fitosanitari e delle sementi. La vendita di Syngenta l’hanno voluta 16 azionisti che rappresentavano il 95 per cento del capitale. Che l’acquirente sia cinese, europeo, americano poco importa; ciò che conta è il maggior guadagno per azione. Che tutte le ricerche e conoscenze di Syngenta finiscano in mano cinese non interessa. Che tutto avvenga in un settore strategico delicato per l’avvenire del pianeta, non crea problema. Che non si tenti neppure di avere una reciprocità economica nonostante gli accordi di libero-scambio del 2014 (molti settori sono chiusi ai capitali stranieri in Cina perché ritenuti appunto strategici) lascia indifferenti. Rimane una domanda che si riterrà oziosa e che svela la paranoia: sono più pericolosi gli accordi bilaterali con l’Unione europea, comunque controllabili e referendabili?

Un “hedge fund” americano, il Third Point, retto da uno speculatore per eccellenza (Daniel Loeb, noto per aver messo a soqquadro Yahoo con una partecipazione minima e aver poi venduto raddoppiando il prezzo d’acquisto), sta attaccando un pezzo forte della nostra economia, Nestlé, con puntate miliardarie (3,4 miliardi di franchi). Tanto che alcuni giornali esteri hanno scritto che “c’è aria di tempesta sul lago Lemano” o che “un vento freddo soffia su Nestlé”. Lo scopo è uno solo: migliorare (più 20 per cento) i redditi degli azionisti. Qui interessa l’attacco a Nestlé per la sua “cultura immobilista”. Che fa parte di una caratteristica identitaria tipicamente svizzera: prudenza, rischio calcolato, passo dopo passo. Domanda forse forzata ma emblematicamente pertinente: è più pericoloso Loeb o il frontaliere di Marchirolo?

La grande tristezza di tutto sta nella constatazione che la ipercompetitività per far guadagnare gli azionisti è sempre al centro della scena, mentre gli interessi e i diritti del mondo del lavoro saranno forse considerati se compatibili con questi nuovi scontri tecno-finanziari, paranoici più che mai.

5.7.2017, 07:452017-07-05 07:45:00
Matteo Caratti @laRegione

Dramma familiare a Bellinzona: tocchi l'Europa e poi…

Il tragico volo notturno dal quinto piano di una vecchia palazzina popolare di via San Gottardo e la macchia di sangue sull’asfalto sul retro dell’immobile,...

Il tragico volo notturno dal quinto piano di una vecchia palazzina popolare di via San Gottardo e la macchia di sangue sull’asfalto sul retro dell’immobile, ancora visibile il giorno dopo, lasciano tutti sgomenti.

Un dramma familiare sul quale gli inquirenti cercano in queste ore di far luce con difficoltà. Difficoltà dettate soprattutto dalla possibile assenza di testimoni diretti dell’accaduto. Un caso difficile da risolvere se il marito, incolpato dell’omicidio, non è disposto a collaborare.

Di certo, per ora, c’è purtroppo solo la vita spezzata di una giovane mamma eritrea, un marito accusato dell’atto e due bimbi in tenera età rimasti orfani di madre. All’origine forse un raptus, o magari un atto premeditato dettato dalla gelosia o, anche, l’estremo gesto di una donna che non ne poteva più.

Se la molla che ha fatto scattare il tutto fosse la gelosia, di nuovo la gelosia che acceca e arma il marito? Brutta bestia. Se così fosse, è già stata lei pochi giorni fa a fare da detonatore ad Ascona, spingendo il marito a sparare alla moglie all’imbocco di un autosilo. A farne le spese anche in quel caso la donna, moglie e madre. E anche in quel caso qualche preoccupante precedente si era già palesato.

Molti i pensieri che si accavallano. Sulla rete ce ne sono parecchi totalmente fuori di testa e da condannare. Sembrerebbe che talune persone in questi gravi fatti vedano conferme per le loro opinioni: “Perché da noi una cosa del genere non sarebbe mai successa!”.
E invece no: come non ricordare il tragico delitto di Stabio, un caso truce che più truce non si può, commesso da un insegnante della Supsi nato e cresciuto qui da noi. E la lista anche ‘casalinga’ delle violenze domestiche, che riportiamo a pagina 2, non è corta.
Questo per dire che la gelosia folle non ha passaporto. Non facciamo finta di non saperlo e di non vederlo. Che poi nelle comunità straniere, a maggior ragione in chi qui arriva dopo essere approdato a Lampedusa, dopo aver vagato per mesi rischiando la vita, possa portare con sé una dose di problemi e squilibri – che potrebbero anche indurre a compiere gesti folli – è pure da mettere in conto. Persone sradicate, che hanno vissuto viaggi della speranza, ma anche della morte, è possibile che quando approdano in Europa vivano disorientamento, rabbia e frustrazione per aver trovato una realtà sociale ben diversa da quella immaginata, sognata e vista sugli schermi.

Fatti questi che non giustificano violenze e omicidi. E ci mancherebbe! Ma fatti che devono interrogarci ancora di più sul concetto di integrazione. Operazione molto complessa da realizzare quando si è alle prese con una massa crescente di persone che bussano alle nostre porte con le loro vite straziate. Ecco, molto probabilmente, al di là del fatto di sangue di lunedì notte a Bellinzona, la tragedia umana è lì a dirci che saper accogliere e integrare deve rientrare tra le nuove emergenze. Siamo davvero pronti?

4.7.2017, 07:252017-07-04 07:25:00
Marzio Mellini @laRegione

Sempre loro, sempre quelli

Rieccoci all’amata erba che lo ha respinto a Stoccarda, per effetto delle incognite tipiche dei primi turni dopo una lunga sosta, e promosso a Halle, il proscenio scelto da Roger Federer per...

Rieccoci all’amata erba che lo ha respinto a Stoccarda, per effetto delle incognite tipiche dei primi turni dopo una lunga sosta, e promosso a Halle, il proscenio scelto da Roger Federer per rimettersi in pari con la superficie che più lo esalta, alla vigilia del torneo che più ama: Wimbledon, dove il tempo si è fermato, dove il tennis profuma di antico e le tradizioni contano ancora qualcosa. Dal 2002, anno della bizzarra vittoria di Lleyton Hewitt, i Championship premiano esclusivamente una ristrettissima cerchia di fenomeni della racchetta: Federer ha vinto a sette riprese, Djokovic tre, Murray e Nadal due.

Church Road non è per tutti. È un feudo esclusivo assegnato d’ufficio a uno dei celeberrimi “Fab 4”. Agli Australian Open, sempre pensando al recente passato, hanno prevalso anche Agassi, Safin e Stan Wawrinka, che a Melbourne debuttò al ballo dei fenomeni al quale ha poi avuto accesso altre due volte. Dapprima al Roland Garros, imitato da Ferrero e Gaudio, non proprio delle comparse ma neppure nomi di primo piano, poi agli Us Open, vinti anche da Del Potro e Cilic. Insomma, qualche intruso ogni tanto fa capolino, ma non sulla leggendaria erba di Londra, che ai campioni che la calpestano impone che abbiano requisiti esclusivi, rari.

Ecco perché, in modo oseremmo dire naturale, Roger Federer nel giardino di casa veste legittimamente i panni del favorito: per quei sette trionfi, per le dieci finali raggiunte. E anche perché prima di chiamarsi fuori per preparare una seconda parte di stagione che ha dichiarato di volere “epica”, ha convertito in oro tutto quello che ha toccato: Australian Open, Indian Wells e Miami.

Melbourne e l’agognato Slam numero 18 non furono un episodio isolato. Altri successi, ha mietuto, e altri ne ha messi nel mirino. È carico, in fiducia e in palla. È favorito, nonostante l’età. Nonostante non vi vinca dal 2012. A Londra diventa scontato puntare su di lui, ma è in ottima compagnia.

Protagonista di una primavera da pazzi culminata con il decimo trionfo a Parigi (doppia cifra, roba da marziani), a Nadal i panni del favorito in senso assoluto stanno comunque un po’ larghi, per quella non ideale propensione all’erba che ne fa il numero uno sul rosso ma non il più forte sul verde smunto, per quanto superficie domata a due riprese, nel 2008 e 2010. Come Roger, è tornato da lontano. Nel novero dei favoriti entra di diritto, anzi di prepotenza. Tecnicamente, però, qualcosa concede. E sull’erba non gioca da due anni, limite non trascurabile.

Quanto a Djokovic e Murray, basti dire che sono i vincitori delle ultime quattro edizioni, di cinque delle ultime sei. Ancorché vittime dei rispettivi cali di tensione, i conti si faranno anche con loro. Anche perché il serbo è atteso a una reazione che presto o tardi arriverà, mentre lo scozzese davanti al pubblico amico è abituato a fare bene. Prova ne sia che ha vinto nel 2013 e che un anno fa, e in sette delle ultime edizioni, è stato almeno semifinalista.

Insomma, dallo stretto novero dei quattro fenomeni citati non si esce. Non a Wimbledon, che ha leggi e tradizioni proprie. Mal si vede come possano essere infrante da un protagonista a sorpresa. All’orizzonte non se ne stagliano, di degni. Fossimo altrove, si potrebbe anche buttare là qualche nome: Raonic, Zverev, Thiem, lo stesso Wawrinka. Ma non sull’erba. Non nel giardino di casa di Federer, violato solo da chi ha dimostrato negli anni di avere i requisiti per interromperne l’egemonia: uno a scelta tra Nadal, Murray e Djokovic. Sempre loro, sempre quelli.

1.7.2017, 08:382017-07-01 08:38:00
Matteo Caratti @laRegione

Patria non bottega!

Ma certo che avere un consigliere federale o non averlo non è vitale per il Ticino! E certo anche che non lo vogliamo a qualsiasi prezzo. Se così fosse sarebbe tragico. Ce la caviamo anche senza....

Ma certo che avere un consigliere federale o non averlo non è vitale per il Ticino! E certo anche che non lo vogliamo a qualsiasi prezzo. Se così fosse sarebbe tragico. Ce la caviamo anche senza.

Ha quindi ragione Luca Albertoni, direttore dalla Camera di commercio (vedi intervista di ieri rilasciata al Tages-Anzeiger “Es muss kein Tessiner sein” a pagina 7), che se smettessimo di brontolare e di continuare a pensare che siamo il fanalino di coda nazionale e che Oltralpe non ci capiscono, chiudendola con i dogmi di fede del leghismo e del paraleghismo che hanno contagiato tutte le formazioni, sarebbe meglio. E sarebbe anche più oggettivo, cifre e statistiche alla mano. Già, come non dargli ragione!
Non ha invece ragione, proprio no e ci teniamo a sottolinearlo, Luca Albertoni quando afferma che non bisogna crescere aspettative attorno all’elezione di un ticinese in governo perché poi, alla prima decisione presa contro il Ticino, si ricomincerà con il teatro e con le lamentationes. Non è così.

Non vogliamo che un ticinese torni nella sala comandi di Palazzo federale dopo quasi vent’anni di assenza perché faccia gli interessi del nostro Cantone (e detto chiaramente neppure quelli delle casse malati). Come, ci auguriamo, che nessun altro Cantone miri alla carica di ministro per difendere specificità locali/cantonali.
Sarebbe oltre che riduttivo, anche triste.

La questione è ben altra e prima di tutto e sopra tutto culturale e istituzionale. Rappresentare i colori della terza Svizzera e di una Svizzera plurilingue e plurietnica non vuol dire fare gli interessi economici e politici di una regione, nella fattispecie il Ticino.
No, vuol dire molto di più. Vuol dire credere concretamente in un paese che si vuole rispettoso delle minoranze linguistiche per tradizione, per storia, per identità, per valori espressi e lucidarne l’immagine. Un paese che, quando le minoranze portano un candidato o una candidata con il pedigree per sedere in governo, ritiene giusto assegnare quella poltrona. E – osiamo dirlo – ne va anche fiero.

La bandiera che un ministro è chiamato a onorare e a servire è quella rossocrociata. A scanso di equivoci ci tenevamo a precisarlo. Parliamo di Patria, non di bottega.
E già che siamo in tema due parole su quanto sta succedendo a Sud delle Alpi. Finalmente il Plrt ha rotto gli indugi dicendo esplicitamente di voler puntare su una sola candidatura per la successione di Burkhalter. Ci è parso di capire che, all’indomani dell’annuncio delle dimissioni del neocastellano, il partito è – scusate il bisticcio – partito lancia in resta guardando come un sol uomo in direzione di Ignazio Cassis e ora col candidato unico lì si giungerà il 10 di luglio. La pausa intermedia di un paio di settimane, nella quale si sono invece fatti altri nomi (Sadis, Vitta, dell’Ambrogio…), è servita soprattutto a stemperare (momentaneamente) la tensione attorno a Ignazio Cassis e a dare l’impressione che all’interno del Plrt ci fosse un’effettiva possibilità di scelta. Ma così non sarà. Staremo a vedere se la tattica di Bixio Caprara e colleghi sarà quella vincente.

Un fatto è comunque sicuro: a partire dalla formulazione delle candidature ufficiali a metà estate inizierà la vera campagna elettorale.
Molto in concreto: i possibili razzi dalla Romandia su Ignazio Cassis sono previsti subito dopo quelli festosi del primo di Agosto.

30.6.2017, 08:352017-06-30 08:35:03
Matteo Caratti @laRegione

Maxi multa a Google, ecco cosa ci sta dietro!

Non limitiamoci a stupirci per l’entità da record (2,42 miliardi di euro) della maxi multa inflitta dall’Ue a Google per abuso della sua posizione dominante, ma...

Non limitiamoci a stupirci per l’entità da record (2,42 miliardi di euro) della maxi multa inflitta dall’Ue a Google per abuso della sua posizione dominante, ma cerchiamo di capire anche il perché e cosa ci sta sotto.

1. L’Unione europea rimprovera al motore di ricerca un fatto molto grave: quando inseriamo nella banda di ricerca il nome di un prodotto, Google ce ne propone tutta una serie. Ma i primi risultati che appaiono in alto alla schermata – e che vengono da noi maggiormente cliccati – appartengono spesso e volentieri al suo servizio di shopping online. L’analisi dei comportamenti dei consumatori è davvero impressionante: i primi 10 siti proposti nella lista dal motore di ricerca intercettano il 95 per cento dei clic, quello più in alto il 35 per cento. Ovvio dunque, come è stato fatto notare, che la posizione privilegiata premia su tutto, qualità compresa.


Quindi, prima sommaria conclusione per noi consumatori Google-dipendenti: crediamo di essere liberi nella scelta di un prodotto, ma di fatto siamo invece teleguidati, finendo per acquistare un prodotto fra quelli maggiormente evidenziati dal gigante americano e che molto spesso fa anche parte del suo shopping.

2. Altro aspetto: oltre ai prodotti dello shopping di Google (cioè suoi e proposti dal motore di ricerca) in pole position sulla lista propostaci vengono favoriti i marchi che pagano per risultare tra i primi. Questo lo si capisce dalla dicitura ‘Ann.’ (annuncio) o contenuto ‘sponsorizzato’, mentre le offerte libere da pubblicità finiscono sempre e solo sotto. Insomma: chi non paga per apparire è svantaggiato. Nulla di scandaloso per carità (il motore di ricerca è un’impresa privata), ma basta saperlo, così si va anche a cercare fra le offerte della terza o quarta pagina/schermata. Fermo restando che, comunque sia, non è dato sapere come sia stato elaborato l’algoritmo che pesca le offerte dal ‘mare magnum’ della rete e ce le ripropone al di là di quelle di chi paga e finisce in cima alla lista.

3. Ulteriore aspetto: e se statistiche alla mano si riuscisse a provare che vengono offerti in una posizione dominante prodotti targati Usa e/o prodotti che favoriscono interessi economici americani, a discapito di quelli made in Ue? Da un punto di vista economico, saremmo quindi di fronte a un super mega monopolio: generato da un motore di ricerca diventato senza dubbio già da anni fortissimo sul mercato (in Europa domina col 91,9%). Lo usiamo infatti praticamente tutti, senza alternative. E ora scopriamo che, a detta dell’Ue, influenzerebbe e indirizzerebbe le nostre scelte in base a criteri economici privati (Google sospettata di favorire se stessa) e pubblicitari (chi paga risulta in alto alla lista). E magari pure continentali (favorite nelle scelte le aziende Usa o amiche)?
Ebbene, non è più solo questione di aprire gli occhi, di renderci conto che nessuno ti offre qualcosa di comodo e pratico (un potente motore di ricerca nella fattispecie) gratis, ma che se vogliamo salvaguardare la nostra libertà di consumatori, i nostri interessi e la nostra cultura economica, dobbiamo entrare perlomeno come europei anche in questa dinamica, offrendo a noi consumatori qualcosa di simile.

Insomma, di fronte a un simile monopolio mondiale bisogna pensare ad alternative a livello di continente. Le multe, anche se ci sembrano megagalattiche, servono a poco, perché alla fin fine chi – in una simile posizione dominante – ha violato la legge, ha già guadagnato e continuerà a guadagnare somme astronomiche. I nuovi ricchi/padroni del mondo non sono più i petrolieri, ma gli inventori delle mele e dei libri delle facce che usiamo quotidianamente!

30.6.2017, 08:302017-06-30 08:30:38
Daniela Carugati @laRegione

Stabio-Arcisate, tra sogno e realtà

Neanche nella più ardita telenovela si sarebbero potuti inventare tanti e tali colpi di scena. Vabbè, se ne parla da dieci anni. Ma il fatto è che la realtà della linea...

Neanche nella più ardita telenovela si sarebbero potuti inventare tanti e tali colpi di scena. Vabbè, se ne parla da dieci anni. Ma il fatto è che la realtà della linea ferroviaria transfrontaliera Stabio-Arcisate ha saputo superare davvero la fantasia. A mettere in fila tutte le disavventure patite, quasi non ci si crede. Prima ci si è ritrovati a fare i conti con le terre al veleno. Poi si è dovuta sbrogliare la matassa di un’impresa (poi sostituita) che ha messo a dura prova i nervi di ferrovie e istituzioni italiane (e svizzere). Infine, si sono dovuti incassare gli imprevisti di incidenti e crolli. Un susseguirsi di eventi che, per finire, sono riusciti ad avvelenare gli animi politici sui due lati del confine. E a farlo tanto e più di quell’arsenico scoperto nelle terre del cantiere italiano, varato nel luglio del 2009 – quasi otto mesi dopo quello ticinese – e non ancora terminato. Si era capito da tempo che i giorni goliardici – era il maggio del 2012 – della scommessa fra Borradori (allora capo del Dipartimento del territorio) e l’assessore regionale lombardo Raffaele Cattaneo appartenevano ormai all’aneddotica. Certo, non ci si poteva immaginare che si sarebbe arrivati a darsi dell’inaffidabile da una parte e del bugiardo dall’altra. Il punto è che oggi non solo si è freddata quella famosa cena in palio, si sono irrigiditi (di nuovo) i rapporti fra Cantone e Pirellone (la Regione Lombardia). Rapporti che in questi anni, fra la posa di una traversina e l’altra, avevano già subito non pochi scossoni. Almeno sino all’arrivo del ministro Delrio, che per riallacciare le relazioni e rilanciare il cantiere ci aveva messo la faccia (nell’agosto 2015). Facendo ben sperare. Smontiamo, comunque, subito i più pessimisti: a Varese, partendo da Lugano, passando da Mendrisio e proseguendo (alfine) oltre Stabio, per Arcisate, ci si arriverà. E come annunciato, a partire dal dicembre prossimo. La questione oggi (o meglio da mercoledì) è un’altra: è il tracciato attraverso il quale si approderà a Malpensa. La Regione, si rammarica il Consiglio di Stato, ha cambiato idea, all’improvviso. A Malpensa ci andrà, ma non per via diretta (con la Lugano-Varese), bensì sferragliando tramite la linea Como-Varese, solo dal giugno 2018 e con corse ogni due ore (invece della cadenza oraria programmata). Il risultato, obietterà qualcuno, non cambia. Politicamente cambia, e di parecchio. Anche perché, accusa il governo - in testa il direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali –, la Giunta lombarda non ha mantenuto i patti. Quelli siglati nel novembre 2011. Detto fatto, con la stessa unilateralità il Cantone ha tagliato i fondi di 2 milioni – per dirla tutta la copertura del 50 per cento dei costi – alla tratta Varese-Malpensa. Come dire, se la Lombardia non dialoga con il Ticino, allora può fare a meno anche del suo contributo. E qui, ecco l’ulteriore colpo di scena. Le modifiche di tracciato? Discusse e concordate allo stesso tavolo, replica a distanza l’assessore lombardo alle Infrastrutture e Mobilità Alessandro Sorte. Insomma, lamenta, il Cantone non dice il vero. Ma come, se fino a pochi mesi orsono sembrava tutto confermato. Al Dt, ci spiegano dalla Segreteria, lo hanno scoperto per caso, a un incontro tecnico, convocato alcune settimane orsono per parlare di tracce e materiale rotabile. E lì c’erano i vertici del Dipartimento. In effetti, nel messaggio consegnato ai granconsiglieri il 24 maggio scorso – e ora all’esame della Gestione – tutto era come previsto da tempo. Insomma, qui qualcuno la verità non la dice tutta. Con il rischio di innescare, come è già capitato altre volte (dai frontalieri in giù), il solito gorgo di botta e risposta. Con il risultato di perdere di vista il vero significato di una linea, sogno di tanti pendolari.

28.6.2017, 08:302017-06-28 08:30:59
Serse Forni @laRegione

Navigazione Lago Maggiore, dopo anni di bonaccia ora... avanti tutta

Licenziamenti e sciopero in piena stagione turistica, quando il Lago Maggiore dovrebbe poter svolgere la sua funzione di calamita regionale. E...

Licenziamenti e sciopero in piena stagione turistica, quando il Lago Maggiore dovrebbe poter svolgere la sua funzione di calamita regionale. E le soluzioni sono ancora lontane parecchie miglia nautiche. In queste giornate convulse gli operatori turistici del Locarnese si mettono le mani nei capelli (le Isole di Brissago sono isolate!), mentre gli impiegati svizzeri della Navigazione (Nlm) lottano per conservare il posto di lavoro. I politici nostrani danno l’impressione di cadere dalle nuvole e non sono in grado di fornire rassicurazioni o di far chiarezza.

La società con sede ad Arona – stando agli accordi siglati tra Roma e Berna – dovrà comunque garantire un minimo di trasporto pubblico anche nel 2018. Ma un minimo non basta; il Locarnese da anni (da anni!) porta avanti richieste di un miglioramento del servizio per sviluppare le vie d’acqua su quel lago che è la sua maggiore risorsa turistica. Anni durante i quali le idee, i progetti e le proposte si sono moltiplicati. Ora, però, l’impressione è che nessuno (né Roma, né Berna) ne abbia tenuto davvero conto. Anzi. Vista da fuori la situazione è preoccupante. L’unica soluzione all’orizzonte – peraltro ancora da concretizzare – è la creazione di un Consorzio tra Nlm e Società di navigazione Lago di Lugano. Cosa porterà, non è dato sapere: verosimilmente non un miglioramento delle condizioni di lavoro per gli attuali dipendenti del bacino svizzero del Verbano, per i quali non c’è neppure una garanzia di ri-assunzione. Con la gestione da parte italiana che si chiama fuori per evitare di accumulare nuovi debiti (il servizio sul bacino svizzero genera buchi milionari) e a causa della prospettiva di vedere attribuite a privati le linee redditizie, il futuro appare incerto. Lo sciopero in corso, oltre a difendere i diritti di chi potrebbe ritrovarsi a spasso, sta avendo un altro effetto: risvegliare l’intera regione e il governo ticinese, rendendo tutti attenti sull’urgenza di trovare la via d’uscita.

Stupisce che qualcuno ancora si stupisca per quanto sta accadendo. La direzione di Arona si attendeva lo sciopero, ma non così presto; i consiglieri di Stato Manuele Bertoli e Claudio Zali, forse presi in contropiede, si sono affrettati ad incontrare chi ha incrociato le braccia, ma senza promettere nulla. In verità è da anni che si parla del problema, che gruppi di lavoro ad hoc ne discutono, che i parlamentari federali sollecitano risposte a Berna e che i vertici del turismo chiedono soluzioni. Anni in cui chi doveva agire ha fatto poco, galleggiando nella bonaccia. L’attesa non può durare oltre: adesso bisogna mettere i motori “avanti tutta” e spingere su progetti concreti (pubblico-privato?) che assicurino gli impieghi e che portino a un miglioramento del servizio. Il fatto che i bilanci sul bacino elvetico siano in rosso non deve intimorire. Oltre la questione economica, c’è quella legata all’immagine del lago. Il coraggio di osare, ad esempio sostituendo i vetusti battelli Nlm con imbarcazioni più ecologiche, gestite secondo un concetto di mobilità più moderno, potrebbe ripagare gli sforzi, ridando impulsi a uno specchio d’acqua che ha perso terreno. Magari, vista la posta in gioco, facendo ricorso anche a qualche fondo per il turismo.