Ilcommento

27.5.2017, 08:552017-05-27 08:55:00
Dino Stevanovic @laRegione

Fra sicurezza e libertà

“A Lugano non verranno più ospiti internazionali”. Nel post Bello Figo i social network sono stati la valvola di sfogo di paure irrazionali al limite della fantascienza, se non oltre. E fin qui...

“A Lugano non verranno più ospiti internazionali”. Nel post Bello Figo i social network sono stati la valvola di sfogo di paure irrazionali al limite della fantascienza, se non oltre. E fin qui, nulla di nuovo all’orizzonte. Tuttavia, l’ampio sdegno che ha accompagnato la decisione di annullare la serata del rapper di origini ghanesi – che avrebbe dovuto esibirsi due settimane fa alla discoteca Wknd –, qualche elemento nuovo di riflessione ce lo porta. Odioso e offensivo o brillante e ironico a seconda della parrocchia che si frequenta, il 24enne di Parma ha attirato l’attenzione grazie a testi discutibili e che fanno discutere. Una chiara volontà di creare polemica, di far parlare di sé dirà qualcuno, ma non un atto che potesse in qualche modo mettere a rischio la sicurezza del pubblico che avrebbe partecipato alla serata incriminata. Eppure – in seguito alle minacce di un paio di giovani con simpatie neonaziste –, proprio per garantire questa sicurezza la serata è stata annullata. La discoteca avrebbe dovuto sobbarcarsi costi troppo elevati per scongiurare la possibilità di un pericolo che non aveva causato. Il Wknd si è trovato così sotto una pressione finanziaria quindi, che unita a quella morale, ha fatto prendere la tanto discussa decisione di non tenere l’evento previsto. Come mai un epilogo che sembrava l’unico ragionevolmente possibile – in un contesto in cui non si poteva presumere che dietro ai minacciosi volantini non vi fosse un nutrito e agguerrito gruppo di skinhead –, ha scatenato un malcontento così elevato? Cosa si cela dietro i commenti anche pesanti su Facebook, gli atti – in Consiglio comunale e Gran Consiglio – stesi con grande rapidità? La questione a nostro modo di vedere ha due importanti risvolti, uno socioculturale e un altro prettamente politico.

C’è in primo luogo un forte desiderio di preservare l’espressione artistica, di qualsiasi segno essa sia. Non è la volontà di stare dalla parte di Bello Figo, inutile girarci attorno: la stragrande maggioranza di noi non sapeva neanche chi fosse. È ciò che rappresenta – seppur male se non addirittura abusivamente, per molti – che si desidera tutelare, ossia la sua libertà artistica. Questa non può e non deve coincidere in alcun modo con la libertà d’espressione di cui ciascuno di noi deve godere. L’arte per sua stessa natura deve provocare, ha l’obbligo di farci riflettere, di scuotere le coscienze e anche di scandalizzarci. Un’espressione artistica che lascia indifferenti non può dirsi compiuta perché non contribuisce all’evoluzione della società. E proprio qui entra in gioco il valore politico dell’affaire Bello Figo. Che la sicurezza sia tra le massime priorità dell’autorità è sacrosanto, ma che Polizia comunale e cantonale non siano riuscite a garantire il regolare svolgimento della serata deve far riflettere. Lugano è ormai una grande città, la nona in Svizzera, che si è dotata recentemente di un polo culturale di valore. Il Lac, come d’altronde una delle numerose manifestazioni culturali – pubbliche o private che siano – che hanno luogo in riva al Ceresio, potrebbe in futuro porre lo stesso problema palesatosi poche settimane fa. Come reagirebbero in tal caso le forze dell’ordine?

Se la libertà artistica, perlomeno nel mondo delle discoteche luganesi, non sembrerebbe essere messa in discussione (cfr. l’articolo a pagina 13) – e già questa è una buona notizia –, qualche interrogativo in più lo pone l’operato di chi deve non solo garantire l’incolumità della popolazione ma anche il pieno funzionamento di una società democratica, basata sul rispetto della diversità.

27.5.2017, 08:252017-05-27 08:25:00
Aldo Bertagni @laRegione

La parabola del buon fungo

Quasi una parabola. Che bene ci racconta questi tempi politicamente incerti, dove alcuni contenuti trovano un’immediata e forte eco, per poi declinare dolcemente sino all’abbandono se non all...

Quasi una parabola. Che bene ci racconta questi tempi politicamente incerti, dove alcuni contenuti trovano un’immediata e forte eco, per poi declinare dolcemente sino all’abbandono se non all’oblio. E ci resta nella memoria quel senso di piacevole leggerezza, dove tutto scorre senza nulla ferire. Per quanto, magari, bene sarebbe ogni tanto risolverli i problemi. Perché altrimenti prima o poi qualcuno paga il fio. Già, ma chi se l’assume la responsabilità? Meglio, molto meglio far scorrere fiumi di parole attizzando i sentimenti. Poi vada come vada. Spesso in nulla.

E così capita con la controversa – che ha animato come non mai a suo tempo i social – raccolta dei funghi col patentino targato Ticino. Una storia che dura da anni e che ha ottenuto consensi parlamentari “sottoscritti da esponenti di tutti i partiti” come ricorda il Consiglio di Stato che ieri ha deciso di ritirare lo specifico messaggio a tre minuti a mezzanotte, ovvero tre giorni prima del previsto dibattito in Gran Consiglio dove – e qui sta il finale mesto – il progetto sarebbe stato impallinato dalla maggioranza, bocciato perché “l’obiettivo posto dalle nuove norme è già raggiunto attraverso il quadro legislativo attuale”, come scrive il rapporto di maggioranza della Commissione della legislazione. Insomma, s’è discusso, criticato, scritto e persino litigato per nulla. O quasi. Perché il “bene naturale” (il fungo ticinese) che il patentino previsto intendeva difendere dalle mani ingorde è già sufficientemente difeso dalle attuali leggi. Così almeno scrive la maggioranza commissionale che rappresenta buona parte del Gran Consiglio. Il governo voleva introdurre i tesserini con dei contingenti così da proteggere “le aree più sensibili del cantone dall’eccessivo afflusso di cercatori di funghi, provenienti soprattutto da oltre confine”, ricordava ieri il Consiglio di Stato. Una buona cosa, visto che dalla consultazione pubblica sono emersi solo giudizi positivi. Una soluzione – si ricorda quasi a giustificarsi – simile a quanto già applicato anche all’estero, in particolare in varie regioni italiane. Come dire, non siamo certo gli unici a voler proteggere i nostri funghi.

Riassumiamo. Numerosi atti parlamentari già dal 2011, un progetto che sembra piacere a tutti, un coro di consensi sui social e sui media in generale, tutti lì a parlarne solo bene e la maggioranza della Commissione della legislazione che fa? Va controcorrente. Il governo constata e invece che lasciare l’ultima parola al parlamento, come si dovrebbe in queste circostanze, ritira il suo messaggio e “non gioca più”. E lo scrive a chiare lettere, sempre nella nota diramata ieri: “Il Consiglio di Stato, dopo questa presa di posizione ritiene pertanto evaso il tema”. Evaso, archiviato o anche – perché no – fuggito.

Lo si diceva all’inizio. Quasi una parabola. Quasi, perché la morale non c’è. Bene ci racconta, invece, il metodo già sperimentato, sempre in Ticino, anche per altri (presunti) problemi. Salvo poi scoprire che poco o nulla si può fare. Però se n’è parlato e tanto basta. O così pare.

23.5.2017, 08:302017-05-23 08:30:48
Matteo Caratti @laRegione

Gottardo, Verzasca... e Mogno

Non c’è alcun dubbio: Giovanni Lombardi è da annoverare fra le più grandi personalità che la Svizzera italiana ha saputo esprimere nel dopoguerra. In lui si sommavano qualità eccezionali...

Non c’è alcun dubbio: Giovanni Lombardi è da annoverare fra le più grandi personalità che la Svizzera italiana ha saputo esprimere nel dopoguerra. In lui si sommavano qualità eccezionali. Personalità carismatica, riflessiva e dotata di un’intelligenza e una cultura straordinarie, Lombardi è stato capace di segnare la sua epoca. Di segnarla nel vero senso della parola. In Ticino sarà ricordato in particolare per due sue creature: la prima, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, è la diga della Verzasca e, subito dopo fra la metà degli anni Sessanta e Ottanta, la galleria autostradale del San Gottardo. Opere ingegneristiche che hanno marcato e trasformato profondamente il nostro territorio, favorendo il progresso economico e il benessere. Basti pensare al significato per un cantone arretrato come lo era il Ticino prima che fiorissero la piazza finanziaria e il terziario, della possibilità divenuta realtà di poter sfruttare l’oro bianco delle Alpi e di varcare il San Gottardo con l’automobile senza più fermarsi ad Airolo per il trasbordo sul treno navetta.

Noi, che abbiamo brindato all’AlpTransit, abbiamo quasi dimenticato i tempi quando il Ticino era collegato via strada col resto del Paese solo nei mesi estivi! Il riconoscimento delle straordinarie capacità tecniche e delle visioni dell’ingegner Lombardi in patria – una volta tanto sconfessando il motto che nessuno sia mai profeta in terra natia – fu evidente già nel corso della prima parte della sua carriera. Ma Lombardi operò tantissimo anche in molte altre parti del mondo: ponti, dighe e gallerie in oltre 60 altri Paesi sono stati da lui progettati. Per questo, ci e gli fa onore che, in un’intervista di qualche anno fa a ‘laRegione’ per la presentazione del volume a lui dedicato, non esitò a definire la (sua) diga della Verzasca e la (sua) galleria del Gottardo ‘i miei capolavori’. Capolavori che gli sopravvivono, adattandosi alle esigenze del nuovo millennio.

Concludiamo con un simpatico aneddoto ripescato fra i nostri articoli di oltre dieci anni fa, che ricorda un incontro fra Lombardi e Mario Botta (che oggi ha definito l’ingegnere scomparso ‘un visionario realista, legato al suo territorio, una delle menti pensanti più interessanti a livello svizzero e non solo’). L’aneddoto ci riporta al progetto della chiesa di Mogno. Ecco cosa ci disse Lombardi nel 2005: ‘Quando Mario Botta è venuto in ufficio a presentare il primo progetto della chiesa di Mogno, chiedendomi se avessi voluto collaborare risposi: ‘No, no, no... non collaboro. Però, quando lei sarà in galera (si riferiva a Botta, ndr), verrò a portarle le arance’.
E lui: ‘Ma perché, ma come?!’.
‘Vede – risposi io – col tetto convesso così, e la porta proprio davanti, la neve può scivolare in testa a qualcuno rischiando d’ammazzarlo’.

E come andò a finire? chiese il collega che lo intervistava: ‘Botta disse: già, a questo non avevo pensato’! Così ridisegnò l’accesso alla chiesa’. Insomma, anche a Mogno c’è lo zampino dell’ing. Lombardi!

22.5.2017, 08:352017-05-22 08:35:00
Paolo Ascierto @laRegione

Lega, se due è meglio che uno

Sacrificando il ‘fetido balzello’ sull’altare del successo e del pragmatismo politico, la Lega si è irrimediabilmente spaccata? Forse. E si è indebolita? Non sembrerebbe. Al contrario:...

Sacrificando il ‘fetido balzello’ sull’altare del successo e del pragmatismo politico, la Lega si è irrimediabilmente spaccata? Forse. E si è indebolita? Non sembrerebbe. Al contrario: le divisioni interne al movimento di via Monte Boglia – divisioni palesatesi in questi ultimi mesi e culminate con il voto sulla tassa cantonale sul sacco – lasciano semmai intravedere un rafforzamento del partito. Partito che negli ultimi mesi ha mostrato forti contraddizioni, chiedendo infine al popolo di trovare una sintesi. Con un risultato chiaro: ieri ha vinto sia a livello cantonale, sia nella sua roccaforte. O perlomeno non ha perso né a Bellinzona, né a Lugano.

A conti fatti chi ha imbucato nell’urna un sì alla normativa – normativa che introdurrà una tassa di base e un sacco colorato per la gestione dei rifiuti – ha infatti portato acqua al mulino del consigliere di Stato Claudio Zali. Zali che bissa così il successo ambientale ottenuto un annetto fa con la tassa di collegamento. Lo bissa con una proposta di legge nata anni fa da un atto parlamentare del collega in governo Manuele Bertoli e che, anche grazie alla mediazione del deputato liberale radicale Giorgio Galusero, ha convinto prima il Gran Consiglio e poi sei ticinesi su dieci. E poco conta se per ottenerlo, questo successo, si è infranto il tabù leghista del ‘mai il fetido balzello’. Poco conta se quel tabù veniva ricordato ancora ieri in prima pagina sul ‘Mattino’. Ciò che conta è che agli occhi della maggioranza dei votanti il ‘ministro che fa’ ha trovato una soluzione a un rebus irrisolto da oltre vent’anni. E poi, a proposito di tabù, in via Monte Boglia erano già caduti quello dei radar, combattuti per anni e poi utilizzati da Norman Gobbi, e quello degli ottanta all’ora in autostrada, sfidati a due riprese dalla carovana delle libertà ma infine benedetti dallo stesso Zali.

Un tabù infranto in più o uno in meno al momento non sembra dunque far la differenza. O, meglio, non la fa fuori da Lugano, nella quale ieri la tassa sul sacco è stata sepolta dai ‘no’. Un risultato importante e contabilizzabile pure in questo caso soprattutto in casa Lega: solo contro tutti, o quasi, il gruppo in Consiglio comunale capitanato da Boris Bignasca non solo ha lanciato il referendum. È anche riuscito a portare dalla sua quasi il 65 per cento dei cittadini. Una vittoria nella sconfitta e una seria ipoteca sul futuro della politica finanziaria della città: alla luce di questo risultato, sotto l’albero i luganesi potranno con ogni probabilità trovare aiuti per le fasce più deboli o addirittura punti di moltiplicatore in meno, oltre che un sacco dei rifiuti colorato. Chi si ricorderanno di ringraziare?

Insomma, nel voto di ieri sì e no hanno finito con il diventare due facce della stessa moneta. Moneta che in primo luogo permetterà alla Lega – anzi: alle leghe – di affrontare con la serenità del vincitore un eventuale e delicato cambio al timone dovuto alla possibile partenza del coordinatore Attilio Bignasca. D’altro canto la stessa moneta la si potrà spendere nei prossimi appuntamenti politici e in quelli elettorali. Appuntamenti che vedranno il movimento confrontarsi con gli altri partiti. I quali, costretti dalle sconfitte ad accantonare nell’ultimo decennio laceranti divisioni interne, hanno sempre più optato per l’unità e per il remare al proprio interno nella medesima direzione. Una strategia che per ora non ha pagato. Forse perché quel ‘tutti per uno’ mal si presta a comprendere le contraddizioni e le sfumature di un Ticino che si sente sempre più diviso e in balia della crisi economica. O forse non ha pagato perché è solo quando si vince, che spaccarsi in due non è più un tabù.

22.5.2017, 08:302017-05-22 08:30:00
Stefano Guerra @laRegione

Fuori dal nucleare, con tante domande

Sei mesi fa una maggioranza (54,2%) di votanti si era pronunciata contro un’uscita dal nucleare a marce forzate, dettata dalla politica sulla base di un calendario prestabilito....

Sei mesi fa una maggioranza (54,2%) di votanti si era pronunciata contro un’uscita dal nucleare a marce forzate, dettata dalla politica sulla base di un calendario prestabilito. A parte gli irriducibili fan dell’energia atomica (Christian Wasserfallen, consigliere nazionale Plr: «La gente non ne vuole sapere di un’uscita dal nucleare»), tutti avevano letto quel modesto ‘no’ – o quel 45,8% di ‘sì’ – all’iniziativa dei Verdi in questo modo: il popolo svizzero non vuole abbandonare il nucleare in modo precipitoso; è però disposto – nei tempi necessari per reimpostare l’approvvigionamento energetico – a voltare pagina.

Quella lettura si è rivelata corretta. Ieri la prima tappa della Strategia energetica 2050 (Se 2050), messa in cantiere dal Consiglio federale nelle settimane seguenti la catastrofe di Fukushima (marzo 2011), è stata approvata in modo chiaro con il 58,2% di ‘sì’. Il popolo svizzero (o meglio: i quattro aventi diritto su dieci che hanno votato) ha così stabilito che non devono più essere concesse autorizzazioni per costruire nuove centrali nucleari. La ricerca potrà continuare. E i nostri cinque, vetusti impianti resteranno in funzione finché saranno giudicati sicuri, oppure finché i gestori li riterranno redditizi. Ma poi basta.
Il popolo svizzero ieri ha anche indicato su quali binari va incanalata la politica energetica: in altre parole, dove bisognerà andare a prendere quel 40% di elettricità attualmente prodotto nel Paese a partire dall’energia atomica e che verrà gradualmente a mancare nei prossimi 20-30 anni, quando le centrali giungeranno l’una dopo l’altra (per prima Mühleberg, che verrà chiusa nel 2019 per decisione del gestore) al termine del loro ciclo di vita. Si tratterà di ridurre i consumi di energia ed elettricità, di incrementare l’efficienza energetica (favorendo i risanamenti degli edifici e inasprendo le prescrizioni sulle emissioni dei veicoli, tra l’altro), di dare una spinta – con sovvenzioni limitate nel tempo – alle nuove (sole, vento, geotermia, biomassa) e vecchie (acqua) fonti rinnovabili.
La decisione è saggia. Perché assicura solide e ragionevoli condizioni quadro in una delicata fase di passaggio (uscita dal nucleare, relativizzazione delle fonti fossili, impegni internazionali in materia di protezione del clima, prezzi dell’elettricità in caduta libera ecc.) nella storia dell’approvvigionamento energetico in Svizzera e nel mondo. I ‘Neinsager’ nelle ultime settimane le hanno sparate grosse – a suon di inserzioni costate milioni di franchi – per demolire il primo pacchetto di misure della Se 2050: non hanno saputo presentare alternative credibili; solo slogan e cifre maneggiate con spregiudicatezza, o poco più.

Principale vincitrice della votazione di ieri, Doris Leuthard – o chi presto o tardi (già nel 2018?) la sostituirà alla testa del Dipartimento federale dell’ambiente (Datec) – non potrà comunque starsene con le mani in mano. La prima, ambiziosa tappa della Se 2050 non fa che gettare le basi di una svolta energetica che resta tutta da costruire. Le questioni aperte, infatti, sono molte.

Alcune di queste (come il futuro dell’idroelettrico o la trasformazione e l’ampliamento delle reti elettriche, necessari per adeguarsi a un approvvigionamento che sarà sempre più decentralizzato) saranno sul tavolo del Parlamento già a fine mese. Altre, non meno cruciali, dovranno essere affrontate negli anni a venire. Come rafforzare le prescrizioni di sicurezza nella fase di fine vita delle centrali nucleari, ed evitare che la loro disattivazione e lo smaltimento delle scorie si traducano in un salasso per i contribuenti? Come raggiungere gli ‘obiettivi’ di riduzione dei consumi e di produzione indigena da fonti rinnovabili indicati in questa prima tappa della Se 2050 senza passare da tasse su combustibili e carburanti e sull’elettricità, tasse delle quali il Parlamento non vuole sentir parlare? Come riuscire a imprimere finalmente una svolta al lento sviluppo del solare e dell’eolico (nella geotermia pochi ripongono speranze), superando le resistenze delle popolazioni locali, senza pregiudicare con maxi-impianti i paesaggi protetti e oltre il previsto tramonto delle sovvenzioni (2023; 2030 per i contributi di investimento)? Come mantenere a galla il settore idroelettrico, ridisegnando il mercato interno dell’elettricità senza incidere pesantemente sul portafoglio di famiglie e piccole e medie imprese, né penalizzare in modo eccessivo i Cantoni alpini (canoni d’acqua)? E ancora: come concretizzare la promessa di ridurre la dipendenza della Svizzera dalle importazioni di corrente ‘sporca’, garantendo – anche in inverno, quando da un lato la produzione idroelettrica è al minimo e il sole scarseggia, dall’altro i consumi fanno segnare un picco – un approvvigionamento ‘sicuro, pulito e indigeno’ mentre facciamo a meno del nucleare, che sarà anche il babau ma è pur sempre ‘CO2 free’?
A queste e ad altre domande, chi oggi ha sostenuto la Strategia sarà chiamato a fornire risposte più convincenti di quelle sentite sin qui.

21.5.2017, 13:272017-05-21 13:27:40
Stefano Guerra @laRegione

Attrezzati per uscire dal nucleare

Doccia fredda per l'Udc e i suoi pochi alleati. Gli ultimi sondaggi davano il 'no' in rimonta, tanto che il gfs.bern non aveva escluso che, alla fine, la prima tappa della Strategia...

Doccia fredda per l'Udc e i suoi pochi alleati. Gli ultimi sondaggi davano il 'no' in rimonta, tanto che il gfs.bern non aveva escluso che, alla fine, la prima tappa della Strategia energetica 2050 (Se 2050) potesse essere affossata alle urne. Non è stato così, indica la prima proiezione dell'istituto demoscopico. 

Al termine di una campagna corta ma intensa, combattuta a colpi di inserzioni e con ingenti mezzi finanziari (soprattutto da parte dei contrari), il 'sì' sta prevalendo in modo chiaro (58%). Anche nei cantoni svizzerotedeschi, dove nelle ultime settimane chi ha sparato ad alzo zero sul progetto approvato lo scorso novembre dal Parlamento ha moltiplicato gli sforzi per far pendere la bilancia dalla sua parte.

La decisione è saggia. Perché assicura l’esistenza di ragionevoli condizioni quadro in una delicata fase di passaggio (uscita dal nucleare, relativizzazione delle fonti fossili, impegni internazionali in materia di protezione del clima, prezzi dell’elettricità in caduta libera, ecc.) nella storia dell’approvvigionamento energetico in Svizzera e nel mondo.

Doris Leuthard, o chi prima o poi la sostituirà alla testa del Dipartimento federale dell’ambiente (Datec), non potrà comunque starsene con le mani in mano. La prima, ambiziosa tappa della Se 2050 non fa che gettare le basi di una svolta energetica tutta da costruire. Le questioni aperte, infatti, sono molte.

Alcune di queste (come il futuro dell'idroelettrico, o la trasformazione e l’ampliamento delle reti elettriche, necessari per adeguarsi a un approvvigionamento che sarà sempre più decentralizzato) saranno sul tavolo delle Camere federali già a fine mese. Altre, non meno cruciali, dovranno essere affrontate negli anni a venire.

Ad esempio: come raggiungere gli ‘obiettivi’ di riduzione dei consumi e di produzione indigena da fonti rinnovabili indicati in questa prima tappa della Se 2050 senza passare da tasse su combustibili e carburanti e sull’elettricità, tasse delle quali il Parlamento non vuole sentir parlare? A questa e ad altre domande, chi oggi ha sostenuto la Strategia sarà chiamato a fornire risposte più convincenti di quelle date sin qui.

20.5.2017, 09:052017-05-20 09:05:00
Matteo Caratti @laRegione

L’era Generali che non c’è più

Non ho conosciuto da vicino Claudio Generali visto che ha fatto parte di un’altra generazione rispetto alla mia. L’ho però seguito durante la sua lunga e fortunata carriera, fatta...

Non ho conosciuto da vicino Claudio Generali visto che ha fatto parte di un’altra generazione rispetto alla mia. L’ho però seguito durante la sua lunga e fortunata carriera, fatta di vita politica, finanza, cultura e serate pubbliche. Dando un’occhiata al suo corposo curriculum vitae, un aspetto mi ha incuriosito: che, come tanti nostri padri nati nel dopoguerra, Claudio Generali ha partecipato – sempre in posti di responsabilità – alla gestione di diverse realtà (pubbliche e private) che sono cambiate radicalmente in una manciata di anni.

Claudio Generali è stato un politico, in un periodo in cui il Plr regnava ancora sovrano nel cantone. Era la fine degli anni Ottanta. Persona colta, arguta, intelligente e pronta anche alla battuta fine, era per certi aspetti un predestinato ad assumere la carica di governo. Questo, anche perché portava un cognome – Generali – di peso nel Plr. Oggi, a trent’anni di distanza, molto è cambiato: il partitone ha subito pesanti perdite sotto le cannonate della Lega, dimezzando la sua presenza in governo e non siede più sulla poltronissima della grande Lugano e neppure su quella della nuova Bellinzona. Nell’era Generali questo sarebbe stato semplicemente impensabile.

Claudio Generali nella sua ‘seconda vita’ post-governo ha poi vissuto di finanza. A dire il vero, forse, il suo mandato alle Orsoline è stato più che altro un passaggio. Infatti, quando si presentò l’occasione di tornare ai vertici di una banca (era già transitato in BancaStato), rispose presente e iniziò la lunga epoca nella stanza dei bottoni della Gottardo. Anche in quegli anni – e per diversi anni ancora – era impensabile che la ricca e indipendente Svizzera potesse un giorno abdicare al segreto bancario. E, che la Gottardo e la Bsi facessero la fine che hanno fatto, pure. Chi lo avesse allora predetto sarebbe stato definito un farneticante.

Sempre seguendo la stessa linea di pensiero, potremmo commentare così anche la presenza di Claudio Generali alla testa della Corsi, la cooperativa che gestiva la Rtsi. Che gestiva, appunto, perché ai tempi tutto o quasi passava dalla Corsi, mentre oggi il consesso è di fatto un’entità peso piuma, rispetto a prima. Ma, ancora una volta, quello che è radicalmente cambiato, guardando alla Ssr dell’altro ieri e a quella di oggi, è il fatto che ai nostri giorni persino mamma Srg/Ssr è un gigante che trema davanti al prossimo voto sulla Billag. E quel che più preoccupa – e che di certo Generali non avrebbe mai pensato – è che il suo Ticino potrebbe figurare fra le forze più tentate dal tirare uno sgambetto all’ente nazionale, facendo del male in primis proprio alla Rsi. Il recente passato insegna! Sfogliando il suo curriculum vitae, potremmo ancora continuare con gli esempi. Potremmo citare la Crossair, di cui è stato vicepresidente del Cda. E chi se la ricorda? E chi si ricorda lo shock subito dalla popolazione svizzera quando a fallire fu anche la Swissair?

Diciamo che, ripercorrendo le tappe importanti della vita di Claudio Generali, possiamo rileggere i cambiamenti profondi e ancora freschi che hanno mutato la nostra società e il Ticino del terzo dopoguerra. La sua è stata una vita spesa intensamente ai massimi livelli della società. Di certo una vita non sempre facile, come quando venne raggiunto da un proiettile sparato da un collega in banca. O come quando, in questi ultimi mesi, ha lottato duramente contro il cancro.

In qualche occasione, appena riusciva a stare meglio, rifaceva capolino agli appuntamenti pubblici. Perché la vita andava gustata sino in fondo. L’ultima volta che l’ho visto è stato in ottobre all’avanguardistico premio Moebius. In trincea contro la malattia, ma con lo sguardo rivolto al futuro.

19.5.2017, 07:552017-05-19 07:55:00
Simonetta Caratti @laRegione

Brutto ma buono e sostenibile

Le verdure indigeste dell’azienda Crotta a Muzzano, finita in un mare di guai per mancanza di igiene e pulizia (documentata dalla Rsi / Patti chiari), hanno fatto venire mal di stomaco a...

Le verdure indigeste dell’azienda Crotta a Muzzano, finita in un mare di guai per mancanza di igiene e pulizia (documentata dalla Rsi / Patti chiari), hanno fatto venire mal di stomaco a tanti in Ticino.

Soprattutto perché, frutta e verdura coltivate in Ticino sono il biglietto da visita di tanti supermercati in una società che privilegia sempre più il local rispetto al global: prima di nutrire la pancia, questi ortaggi devono sedurre l’occhio, ostentare bellezza e perfezione.

Avete mai notato le melanzane al supermercato? Sembrano appena lucidate. Le mele sono succose, invitanti, impeccabili: tutte della medesima grandezza. I pomodori rigorosamente sodi con una colorazione uniforme, senza sbavature e tutti (o quasi) dello stesso diametro. I limoni lindi, perfetti, ne senti quasi il profumo; l’insalata sembra appena colta dall’orto e le carote… senza macchie, tutte diritte e lunghe uguali, come se qualcuno le avesse misurate.

Più che da Madre Natura, questi prodotti sembrano fatti con lo stampino. Infatti nulla viene lasciato al caso. Come se un gruppo di cervelloni incravattati avesse deciso, ai piani alti di qualche costoso palazzo, che cosa milioni di noi consumatori dovevamo acquistare, apprezzare, mangiare. Quali sarebbero dovuti essere i nostri gusti, soprattutto quelli estetici nel fare la spesa, fissando misure, peso, gradazione di colore per ogni frutto e ortaggio. Riuscendo ad indurci a credere che un porro bello grosso rende migliore una zuppa; che cavolo e verza devono essere del formato giusto per stare comodi in pentola; che le fragole più buone sono quelle con un diametro superiore ai 25 millimetri. Tanti numeri e tanta psicologia: così come siamo portati a pensare che le persone di bell’aspetto sono più attraenti, di successo e in salute, lo stesso accade per ciò che mangiamo.

Imperfezioni e asimmetrie stridono con la percezione di cibo salutare. Qualità ed estetica sono diventate fattori chiave per la vendita. Ve lo raccontiamo in due pagine (la prima uscita ieri, la seconda oggi a pagina 2) che illustrano varie tappe di una quotidiana selezione di frutta e ortaggi da parte di chi li produce e li vende: solo i più sexy arrivano sul banco del supermercato.
Ma c’è un prezzo. Dietro a tanta ricerca di estetica c’è un grande spreco di cibo. Madre Natura, di tanto in tanto, fa carote storte, pomodori più piccoli o più grandi delle misure standard, cetrioli ricurvi o melanzane col naso. Cibi difettati, fuori calibro, cresciuti male, ma ottimi da mangiare. Sono prodotti brutti ma buoni, in sostanza.

Ci sono dei tentativi di metterli sul mercato, sono la nuova sfida del commercio etico e sostenibile, in una Svizzera che conta 570mila poveri (dati Ustat usciti proprio in settimana) e butta via ogni anno 2 milioni di tonnellate di cibo commestibile (fonte foodwaste).

Ma per riuscire a cambiare le attitudini del consumatore medio bisognerebbe prima sfatare un mito, ovvero l’equazione – tanto radicata – che bello uguale a buono.

E rinunciare a quel tripudio di colori e forme perfette che ci accoglie all’entrata del supermercato, un invito per i sensi. Se gli ortaggi sono impeccabili, anche carne e formaggi lo saranno. Questo pensa la mente, mentre allungate la mano verso un peperone giallo zafferano. Nulla è lasciato al caso, nemmeno mentre facciamo la spesa.

18.5.2017, 08:052017-05-18 08:05:00
Matteo Caratti @laRegione

Davanti alla giustizia

A neppure una settimana dalla comparsa del volantino minatorio contro il locale notturno Wknd, che aveva in agenda la serata di Bello Figo, ecco che le nebbie cominciano a diradarsi.

A...

A neppure una settimana dalla comparsa del volantino minatorio contro il locale notturno Wknd, che aveva in agenda la serata di Bello Figo, ecco che le nebbie cominciano a diradarsi.

A finire dinnanzi al procuratore generale c’è per ora una testa calda (e rasata), ma presto potrebbero diventare almeno un paio. Colui che si è recato in procura – costituendosi ‘spontaneamente’ con tanto di legale al fianco, dopo che un video che l’aveva ritratto era stato diffuso – è cresciuto in una famiglia ticinese: suo padre è anche deputato in Gran Consiglio e ha responsabilità gestionali nella grande Lugano.

Potremmo chiederci se, perlomeno per una certa osmosi, il figlio abbia o meno ricevuto fra le mura domestiche qualche nozione di storia e di civica sulla differenza fra il vivere in una democrazia o sotto una dittatura. Ce lo domandiamo rammentando le croci uncinate e gli ‘88’ (tanto cari ai seguaci di Hitler) stampati in bella mostra sul volantino. E ce lo domandiamo pure dopo aver anche dato un’occhiata al profilo Facebook del giovane (da qualche ora – guarda caso – ‘ripulito’). A bocce ferme sarà importante capire se si è trattato (lo mettiamo fra mille virgolette) di una ‘goliardata’/
‘spacconata’, o se sotto e dietro le teste calde c’è qualcosa di più e che cosa.
Nella migliore delle ipotesi, ci sono di sicuro molta aggressività e molta ignoranza. Del resto non manca chi è pronto a dire con altrettanta leggerezza che ‘non è razzista’, ‘ma che se dire una certa cosa è razzismo’ allora ‘sì, sono razzista’! Frasi che sentiamo sempre più pronunciare da pavoni in cerca di palcoscenici che dovrebbero invece andarsi a nascondere. Perché le parole pesano e prima o poi possono trasformarsi in atti. Atti di odio.

Ma torniamo all’episodio. Un dato è certo e ce lo ricorda l’esperto intervistato a pagina 15. Chi ha redatto il volantino ha utilizzato tutta una serie di simboli mortiferi molto espliciti e precisi che altri, pronti anche a spaccare facce e vetrine, hanno già utilizzato in altre occasioni. Da qui la domanda: il (presunto) pentimento di chi è finito in procura è/sarà accompagnato da una presa di coscienza sincera di quanto di grave fatto? O siamo semplicemente di fronte a una pura strategia difensiva (iniziata col costituirsi e col dirsi pentito), pronta a evaporare una volta pronunciatasi la corte penale? Staremo a vedere.

Non da ultimo, come abbiamo già sottolineato sabato, anche il Wknd dovrebbe riflettere se è in grado o meno di garantire la sicurezza quando invita ospiti che fanno audience/cassetta e anche discutere a livelli – scusate il bisticcio – un tantino discutibili. Non si possono lanciare eventi e poi annullarli col primo temporale.

Infine, mentre riflettiamo sulle parole dell’esperto – e cioè che il messaggio trasmesso è che l’azione ha centrato l’obiettivo e il concerto non c’è stato – ci preme anche evidenziare un dato di fatto per noi molto importante. Chi ha gettato il sasso e nascosto il braccio (teso per gioco o meno si vedrà) è stato acciuffato e ora deve rendere conto pubblicamente del proprio atto di fronte alla giustizia.

17.5.2017, 08:302017-05-17 08:30:01
Marzio Mellini @laRegione

La partita persa dell’indignazione

I fattacci di Losone (sabato al termine di un incontro di allievi A sono volati pugni, con il coinvolgimento di ragazzi e adulti) sono figli di una violenza dilagante che ha il...

I fattacci di Losone (sabato al termine di un incontro di allievi A sono volati pugni, con il coinvolgimento di ragazzi e adulti) sono figli di una violenza dilagante che ha il calcio quale pretesto; il campo (in senso non per forza figurato) quale ambito in cui sfogare repressioni e limiti, partoriti da maleducazione e ignoranza. Date in pasto ai minori, quando a macchiarsi di atti volgari e beceri sono i genitori, o ai genitori stessi, quando i protagonisti sono invece i figli.

Comunque la si voglia vedere, il risultato è lo stesso. La prospettiva che si sceglie nulla toglie alla gravità di un fenomeno non nuovo ma ugualmente fastidioso, che ha costretto i vertici della federazione ticinese a intervenire, per tutelare i propri arbitri. Per preservarne l’incolumità; per lanciare un messaggio che chiede quantomeno di essere recepito. Quanto alla sua efficacia, ci sia permesso nutrire seri dubbi. Anche perché colpisce nel mucchio, penalizzando anche chi non ha nulla da rimproverarsi.
Beh, da qualche parte bisogna pur cominciare. Un turno di sospensione serve quantomeno ad alzare la voce, a esprimere il proprio dissenso attraverso il megafono della misura disciplinare, a dire “basta”, con la giusta forma di indignazione. Purtroppo, però, non riduce né riesce a contenere gli effetti malefici di una deriva che esula dall’ambito sportivo. Che nel rigore fischiato o negato, nel fallo più o meno brutale, nel cartellino giallo o rosso, altro non ha che un pretesto che spalanca le porte a una condotta irresponsabile e grave. Talmente diffusa, ormai, da declassare gli insulti a episodi normali e gestibili. Quasi tollerati. Tanto che un arbitro può augurarsi di essere “solo” mandato a quel paese (o peggio, ma sempre meglio di un cazzotto) per dirsi “promosso”, per tornarsene a casa con l’idea di aver fatto bene. Come se scampare al linciaggio verbale fosse un successo. L’insulto, diffuso e sdoganato, che sia proferito dal minore o dall’adulto, è quindi il male minore, il compagno di viaggio con cui si è imparato a convivere. Talmente svuotato di significato che neppure ci si fa più caso. È andata bene, dai, alla prossima. Grave, gravissimo, ma è proprio così. Purtroppo non c’è provvedimento che tenga, o sospensione che lasci il segno.

Per quanto doveroso possa essere, è anche scontato che sull’onda dell’indignazione si alzi la voce, si urli al ritorno ai valori che furono, si varino misure più o meno punitive. Il problema è che l’onda bagna l’arena, magari la infradicia, ma in pochi secondi si ritira verso il mare. Lascia traccia di sé, ma sole e vento se la portano via in un batter di ciglia. Svanito l’effetto indignazione, rientrata l’ondata di perbenismo, ascoltati i doverosi inviti alla fratellanza e ai valori dello sport (oggi come ieri violentato da qualsivoglia volgarità), la ruota tornerà a girare, con gli scricchiolii sinistri della maleducazione imperante e dell’ignoranza.

È un problema sociologico e culturale, di fondo. Non è possibile ridurlo al calcio, o allo sport più in generale. E come tale non lo risolverà la solita levata di scudi, per quanto decisa e auspicabile questa possa o debba essere.

16.5.2017, 08:302017-05-16 08:30:58
Stefano Guerra @laRegione

‘Neinsager’ a corto di alternative

Non potremo più mangiare banane e carne, né consumare caffè? I black-out bloccheranno i treni? Pagheremo molto di più per l’elettricità e la benzina? Faremo la doccia con l’...

Non potremo più mangiare banane e carne, né consumare caffè? I black-out bloccheranno i treni? Pagheremo molto di più per l’elettricità e la benzina? Faremo la doccia con l’acqua gelata? E passeggeremo in Val Verzasca sotto una selva di pale eoliche? I politici vanno spesso sopra le righe quando s’avvicinano votazioni o elezioni. La Svizzera non fa eccezione. Qui di regola i toni sono compassati, le argomentazioni fondate su fatti e ponderate, il confronto dialettico – per duro che possa essere – (quasi) sempre leale. Ma il vento delle notizie farlocche ha cominciato a soffiare anche alle nostre latitudini. E così da qualche settimana, a campagna sulla Strategia energetica 2050 (Se 2050) entrata nel vivo, ne sentiamo e leggiamo di tutti i colori. Forse come mai prima d’ora.

L’Udc e i suoi pochi alleati (sparuti esponenti del Plr, una parte del mondo economico, alcune figure dell’ambientalismo non istituzionale) la fanno facile. Sono bravi a dire ‘no’: no perché in inverno con sole e vento non si produrrebbe abbastanza elettricità; no perché lo Stato imporrebbe a tutti i contatori intelligenti, con i quali controllerà e piloterà i nostri consumi; no a ‘un’economia pianificata’ e alle sovvenzioni alle nuove rinnovabili (ma sì a quelle a favore dell’idroelettrico...); addirittura no perché le pale eoliche deturperebbero il paesaggio (da quando in qua sta loro a cuore?), salvo poi dire no anche a limiti più severi alle emissioni dei veicoli. E via dicendo.

La realtà però è testarda: la centrale nucleare di Mühleberg sarà disattivata nel 2019 per decisione del gestore; Beznau I e II seguiranno negli anni a venire (sempre che l’Ispettorato federale le riterrà sicure fino ad allora); e attorno al 2035 gli impianti meno vecchi (Gösgen e Leibstadt) giungeranno al termine del loro ciclo di vita. La Se 2050 vieta la costruzione di nuove centrali nucleari, avventura nella quale comunque nessuno ora si sognerebbe di imbarcarsi: il business non rende più, costerebbe troppo applicare gli standard di sicurezza più avanzati, e sul piano politico – dopo la catastrofe di Fukushima – l’energia atomica è in perdita di velocità. Pochi, inoltre, oggi come oggi scommetterebbero sulla possibilità di sviluppare a medio termine nuove tecnologie nel settore (la Se 2050 peraltro non la proibisce). E allora: come sostituire quel 40% scarso di elettricità indigena attualmente prodotto dai vetusti impianti che verrà a poco a poco a mancare nei prossimi 15-20 anni?

I ‘Neinsager’, così prolifici quando si tratta di demolire a colpi di slogan, si fanno a un tratto balbettanti quando devono indicare in che modo dovremmo far fronte a questa estinzione, apparentemente ineluttabile, del nucleare in Svizzera. Sparano ad alzo zero sulle rinnovabili e sulle misure destinate a migliorare l’efficienza energetica. Ma di alternative credibili non ne indicano. Nemmeno loro credono davvero che qualcuno oggi sia disposto a investire in una o due centrali a gas non redditizie e per di più inquinanti, con le quali tra l’altro dovremmo dire addio agli impegni presi nel quadro dell’Accordo di Parigi sul clima. Meglio dunque, ‘faute de mieux’, continuare a spararle grosse, sperando che gli elettori se le bevano.

La Se 2050 è lungi dall’essere perfetta. Oltretutto non abbiamo nessuna idea di quel che verrà dopo: il Parlamento non vuole sentir parlare di tasse che disincentivino l’utilizzo di fonti fossili (doveva essere la seconda tappa della Strategia). E senza questa o altre misure, si rischia di restare in mezzo al guado: una ‘svolta’ a metà. Ma tutto sommato il ‘pacchetto’ ha il pregio di indicare una direzione, dei tempi e delle modalità ragionevoli e credibili per voltare la pagina del nucleare.

13.5.2017, 08:302017-05-13 08:30:42
Matteo Caratti @laRegione

Preoccupante dietrofront

Alla fine ha avuto la meglio chi minaccia. Con un volantino, apparso ieri per le vie di Lugano, anonimi, nascosti dietro svastiche e altri funesti simboli, hanno chiesto l’annullamento...

Alla fine ha avuto la meglio chi minaccia. Con un volantino, apparso ieri per le vie di Lugano, anonimi, nascosti dietro svastiche e altri funesti simboli, hanno chiesto l’annullamento immediato della serata al Wknd con Bello Figo Gu, un discusso rapper italiano. Affisso e letto: e la serata è stata annullata. Evidentemente, la decisione è stata presa per motivi diversi da quelli avanzati nel volantino e derivati da ideologie razziali che non volevano il cantante nero e le sue tirate sul palco.
Di fatto, il concerto non ci sarà, perché polizia e magistratura non hanno voluto sottovalutare le minacce stampate sul volantino, che preannunciavano conseguenze gravi al locale (prima o dopo o durante la serata), e perché la discoteca non poteva (o non voleva) investire di più per garantire la sicurezza.
Al di là del giudizio di merito sullo spettacolo proposto, il dietrofront è preoccupante. Lo è perché in buona sostanza i titolari della discoteca e le nostre forze dell’ordine non sono stati in grado di garantire la sicurezza di chi desiderava partecipare a una serata musicale in un luogo tutto sommato circoscritto. Suvvia, non si trattava di un concerto in un megastadio!

Qualcuno, però, dirà che anche la scelta del locale di puntare sul rapper ‘Bello Figo Gu’ è più che discutibile e che sono andati a cercarsela. E anche questo è vero.

Si tratta di un rapper che ‘spacca’, perché (cfr. servizio a pagina 2) utilizza in modo provocatorio e incendiario il suo stile swag. Stile che è un misto di ‘fighetteria’ e sbruffonaggine, con riferimento costante agli stereotipi razziali e che ha già scatenato dibattiti, non sempre civili, sui canali tv della vicina Repubblica, sempre in cerca di audience. Il personaggio ha persino diviso sia la sinistra che la destra. E non a caso altri suoi concerti sono già stati annullati anche altrove.

Quindi, che un tipo del genere finisca nel mirino di chi erge la purezza della razza a suo scellerato credo rientra purtroppo nella logica dei tempi: anche queste cerchie cercano di farsi largo e piantare bandiere nella società democratica.

La questione del volantino è ora finita in Procura al seguito di una denuncia penale. Ma più della Procura, che farà il suo lavoro, pensiamo occorra una presa di coscienza in chi organizza manifestazioni puntando su ospiti controversi per riempire le sale. Oltre che attirare pubblico si è anche in grado di garantire la sicurezza degli spettatori? Bella e attuale domanda.

Più in generale è anche opportuno che ci sia una presa di coscienza collettiva di fronte a simili derive che – come abbiamo già avuto modo di evidenziare in servizi giornalistici dentro sottoboschi anche nostrani – hanno trovato terreno fertile pure da noi. Tanto che, col passare degli anni, gruppi marginali sono arrivati persino a vantarsi pubblicamente delle loro idee, sfoderando croci uncinate, tatuaggi nazisti e saluti cari a Hitler. Nell’inchiesta giornalistica, che avevamo condotto nel luglio del 2015, l’esperto era stato chiaro. Aggressioni? ‘In Ticino è solo questione di tempo’. Speriamo di no.

Comunque sia, ieri è stato compiuto un salto di livello! Il cedimento deve rimanere un’eccezione, dettata dall’esigenza di salvaguardare la sicurezza e devono seguire sanzioni nei confronti di chi ha profferito tali minacce, per dimostrare che in terra elvetica valgono e vigono principi democratici di rispetto dell’altro e dell’altrui opinione. Per altro, di spazio non ce n’è. C’è il Codice penale.

12.5.2017, 08:302017-05-12 08:30:25
Erminio Ferrari @laRegione

Organizzazioni non grate

“Come una Ong possa spendere 400mila euro al mese per i salvataggi in mare, deve essere materia di indagine”. Partiamo dalle parole di Carmelo Zuccaro, procuratore della Repubblica a Catania....

“Come una Ong possa spendere 400mila euro al mese per i salvataggi in mare, deve essere materia di indagine”. Partiamo dalle parole di Carmelo Zuccaro, procuratore della Repubblica a Catania.

Gigantismo, protagonismo, opportunismo, carrierismo, parassitismo, opacità dei finanziamenti e vaghezza della missione: vizi e mali dell’estesissimo e differenziato mondo delle organizzazioni non governative e dei professionisti dell’umanitario non si scoprono oggi, né grazie ai politici che tentano di cavalcarli. Ma ci vuole una inverosimile dose di cinismo e di ignoranza per affermare che “le Ong”, indistintamente, sono quei mali. Non solo perché le dimensioni e la portata dell’azione delle diverse organizzazioni sono imparagonabili, ma anche perché bisogna conoscere sforzi e dedizione di migliaia e migliaia di volontari per avere almeno un’idea dell’imprescindibilità della loro presenza nelle più diverse aree di crisi, dalla guerra “coperta” dal mainstream informativo, al quartiere dove il disagio sociale ed esistenziale macina le esistenze.

È anche chiaro che ve ne sono di quelle che per longevità, notorietà e forza hanno acquisito uno status quasi istituzionale, ed è quindi legittimo chiedere loro conto dei finanziamenti di cui dispongono e degli obiettivi che perseguono: quelle Ong dai bilanci milionari, che possono mettere in mare una flotta, o impiantare centri di cura nei luoghi più disagiati, i cui dirigenti vengono ascoltati come capi di governo, o i cui rapporti annuali vengono compulsati come tanti “State of the Union”. Piccoli Stati che portano la propria sovranità là dove una missione chiama. Una sorta di privatizzazione della “cosa pubblica” – su base volontaria e, fino a prova contraria, non a scopo di profitto – che di fatto sopperisce alle lacune della cosa pubblica. Un ruolo e una consapevolezza che talora sono solo il preludio a fortunate carriere politiche. Tutt’altro, in ogni caso, rispetto alle piccole associazioni che vivono di autotassazione e fatica quotidiana.

E tuttavia, vedere accusate di complicità con i “trafficanti di uomini” le Ong che soccorrono in mare i migranti non mette solo a disagio chi abbia appena un’idea del dramma che si consuma da anni nel Mediterraneo (oltre 181mila sbarchi in Italia nel 2016; ventimila morti dal 2000), ma impone di chiedersi a chi e a quale interesse politico rispondano quelle accuse.

In Italia, le più sollecite nel denunciare la collusione tra scafisti e Ong sono le forze che si disputano il voto di una destra che va dai rottami di Forza Italia agli arrembanti grillini, passando per i fascioleghisti e un intero apparato di propaganda. Così possiamo leggere delle Ong pagate dagli scafisti, dei soccorsi in mare prestati a chi non ne ha bisogno, della sovrafatturazione dei servizi prodotti, delle infiltrazioni mafiose nella gestione dei centri di accoglienza, dei terroristi mascherati da profughi sui barconi alla deriva. Il sospetto, l’allusione, il paradosso del pm già citato che dice di “avere le prove” ma di non poterlo… provare (malamente plagiando il Pasolini di Piazza Fontana). Tutto già visto, tutto già ascoltato, detto. Ma non per questo meno desolante.

11.5.2017, 08:352017-05-11 08:35:29
Simonetta Caratti @laRegione

Il gigante riduce. Il Ticino subisce

I postini del futuro? Droni che sfrecciano, sopra le nostre teste, in apposite drono-vie (che sono allo studio), trasportando pacchi e le poche lettere rimaste. Altre macchine...

I postini del futuro? Droni che sfrecciano, sopra le nostre teste, in apposite drono-vie (che sono allo studio), trasportando pacchi e le poche lettere rimaste. Altre macchine allo smistamento, altri robot ai pagamenti. Efficienti, mai malati o in ferie, per nulla sindacalizzati. La tecnologia avanza rapidamente, divora fette di mercato, lasciando una scia di vittime, ma creando anche nuovi lavori, per chi sa mettersi in gioco e cogliere il lato buono della situazione. Chi avrebbe immaginato solo pochi anni fa che avremmo avuto a Sion un autopostale senza conducente? La rivoluzione tecnologica non è domani, è ora. E il Ticino non è pronto, arranca e subisce una rivoluzione annunciata.

Troppo presi dalla sterile fobia dello straniero, che monopolizza da anni il dibattito politico. Troppo miopi (con qualche eccezione) davanti all’enorme valanga in arrivo del Gigante giallo, che chiuderà, nei prossimi tre anni, il 69% degli attuali 112 uffici postali. Ne rimarranno forse 35, forse meno. Salteranno vari uffici postali anche nel Luganese, Locarnese, Bellinzonese… Le valli sono già abituate a inviare un pacco in farmacia o al negozietto. Dovrà adattarsi anche chi vive in città. Perché questa rivoluzione? Perché nessuno o quasi manda più lettere e si fanno i pagamenti online. Gli uffici postali non rendono e la Posta li chiude o trasforma in agenzie, che però non danno lo stesso servizio.

Questa è la situazione. A fine mese ci sarà il secondo e ultimo incontro tra il governo ticinese e la Posta per decidere chi sopravvive e chi chiude. Di fatto, la Posta ha già deciso la sua linea; Cantone e Comuni si dovranno adeguare. La discussione è in corso, ma ci sembra che le forze in campo sono ben differenti.
Tanti Comuni hanno dovuto digerire l’amara pillola e rassegnarsi alla chiusura dell’ufficio postale, rinunciando a fare una segnalazione alla PostCom, le cui decisioni non sono vincolanti per la Posta. Quando Posta e Comune non trovano una soluzione condivisa, a spuntarla è la Posta: tira dritto e opta per la soluzione che ritiene ideale.

Non va meglio al governo ticinese che ha chiesto una moratoria, ossia rimandare le eventuali chiusure a dopo il 2020. La Posta non ci pensa proprio. Ce lo ha confermato la sua direttrice Susanne Ruoff (a pagina 3). Dal 7° piano del quartier generale della Posta a Berna-Wankdorf, la dirigente risponde picche al Ticino: ‘Con una moratoria faremmo la fine dello struzzo, dobbiamo reagire ai cambiamenti, non mettere la testa sotto terra’. Una doccia fredda per il Consiglio di Stato e per i 1’700 collaboratori della Posta in Ticino toccati dalla riorganizzazione. Per loro, il Gigante giallo ha creato una ‘borsa’ dei posti disponibili in azienda. Alcuni dovranno riqualificarsi, altri cambiare cantone, altri andranno in pensione, altri (diciamolo!) rimarranno a casa.

Eppure i postini sono amati dai loro clienti, in valle (vedi reportage a pagina 2) c’è chi li aspetta ogni mattina. Sanno tutto di tutti, meglio dei poliziotti. Conoscono il territorio come nessuno e sono gli amici (a volte anche gli angeli custodi) di molti anziani soli. Un capitale umano, un valore sociale senza prezzo che però oggi non rende più. Le cifre della Posta devono tornare a fine mese: la rete postale perde 190 milioni l’anno.
E allora torniamo al futuro, quando tutti i servizi dati da una persona saranno più cari rispetto allo stesso servizio dato da una macchina. Lo dice la direttrice della Posta Ruoff. Già oggi chi vuole fare i versamenti allo sportello della Posta paga una tassa, perché il trend è farlo online. Insomma, il servizio personale sarà un lusso.

10.5.2017, 09:002017-05-10 09:00:29
Massimo Daviddi

La scelta di Petra Weiss

Lo sciopero della fame che Petra Weiss ha iniziato il primo maggio nella prospettiva di riprendere possesso, come auspico, della casa materna a Meride, segno distintivo delle radici e di un...

Lo sciopero della fame che Petra Weiss ha iniziato il primo maggio nella prospettiva di riprendere possesso, come auspico, della casa materna a Meride, segno distintivo delle radici e di un legame inestinguibile, presenta una cornice che va oltre il singolo contesto pur partendo da quanto avvenuto, come spesso accade nella vita. In altre parole, qual è il significato di questa azione oltre le ragioni personali che l’hanno messa in essere? Cosa ci dice, oggi, il volto di Petra se pensiamo al rapporto tra sacralità del corpo e dinamiche di potere? Quale interazione si genera, tra potere e soggetto, nei termini di appartenenza e riconoscimento sociale?

Sul piano filosofico, politico, la scelta coniuga ed esprime valori su cui sarebbe opportuno riflettere in senso ampio per non circoscrivere l’esperienza “al solo caso personale”, accogliendo una posizione che riguarda tutti, perché culturale. Parliamo di un’interpretazione del sé che si esplicita intorno al corpo e dentro di questo e lo fa in uno spazio che diventa pubblico, aperto. Il corpo-mente è tramite di un rapporto fecondo, generativo, che rinnova l’io-tu alla base di ogni relazione umana. È il diritto a interrogarsi, “la volontà di verità”, di costituire e costruire la propria soggettività momento dopo momento. Tempo ritrovato che si libera praticando una rinuncia decisa e determinata, spazio di libertà distante dal potere che circonda in senso pervasivo e reticolare la nostra vita, così come siamo mossi dai consumi, sottoposti a continue offerte, consegnati a dover essere funzionali, performativi, efficienti.

Ricordiamo quanto le pratiche di liberazione del femminismo, insieme ad altre strategie politiche e di cura, penso soprattutto al lavoro di Franco Basaglia, siano state forme di rivolta che hanno prodotto e sviluppato un nuovo sapere. Questa visione porta a quello che possiamo definire valore della disobbedienza e il titolo dell’intenso e profetico scritto di Don Milani, ‘L’obbedienza non è più una virtù, coglie appieno l’idea di un discorso non servile con le istituzioni e con chi le rappresenta.

Negli anni 60, Francesco Alberoni aveva capito molto bene la dialettica che intercorre tra queste stesse e i movimenti, anticipando quello che oggi chiamiamo sguardo “dal basso”: cittadinanza, critica dei processi decisionali, lettura dei vissuti e dei sentimenti che li animano, riscoperta delle storie senza storia. Gli scritti di Michel Serres e di Reinhart Koselleck rimandano con toni diversi al significato del trasgredire quale ricchezza di pensiero e azione; agitare il panorama della nostra vita significa differenziare, ampliare il punto di vista, testimoniare.

Ecco perché la scelta del digiuno è elemento politico che interroga sulla possibilità di non conformarsi alle regole, al metodo, ai tempi delle istituzioni, determinando con un gesto intimo, silenzioso, l’unicità di uno spazio inviolabile. Dalla tenda per la notte, al gazebo che protegge Petra da pioggia e intemperie e che ospita persone intente a dialogare, la piccola agorà di Meride è luogo, per dirla con Michel Foucault, dove nasce un’etica che “rovescia il soggetto” in vista di un nuovo linguaggio.

Per questo, Petra Weiss sperimenta un’azione non solo personale, ma collettiva, allineando i suoi gesti a quelli di altre persone che in diverse parti del mondo compiono atti di autonomia e liberazione, anche in circostanze molto più drammatiche. Quello che negli anni 70 chiamavamo pensiero radicale e che oggi dovrebbe essere riscoperto come valore politico, sempre che ce ne sia il desiderio.

10.5.2017, 08:302017-05-10 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Patti chiari, amicizia lunga!

Non sappiamo ancora come andrà a finire. Certo è che è iniziata molto male, ed è proseguita – a questo punto – ancor peggio. Ci riferiamo alla vicenda rivelata dal servizio di ‘Patti...

Non sappiamo ancora come andrà a finire. Certo è che è iniziata molto male, ed è proseguita – a questo punto – ancor peggio. Ci riferiamo alla vicenda rivelata dal servizio di ‘Patti chiari’ che ha documentato, con immagini eloquenti, le preoccupanti condizioni igieniche nelle quali venivano lavorati alcuni prodotti destinati alla nostra tavola della ditta Crotta Sa. Chi ha visto il servizio di Comano ha senza dubbio provato qualche brivido frammisto a schifo, malgrado le rassicurazioni fornite dal titolare della ditta. Fin troppo facile scommettere che il blindatissimo servizio avrebbe danneggiato, se non addirittura messo al tappeto l’attività finita sotto i riflettori. Passato il fine settimana sono infatti fioccate le prime prese di posizione dei distributori clienti della ditta. Tanto che Migros Ticino già lunedì, spiegando di aver fatto puntuali verifiche sulla merce e sopralluoghi, ha annunciato di non più vendere ormai già da qualche giorno quei prodotti confezionati a Muzzano. A ruota sono poi seguite Coop e Manor. Questo, per la ditta nel mirino di Mammone & Co., è evidentemente l’effetto economico più grave – perché immediatamente sanzionatorio – rispetto a quanto venuto a galla.

Dal canto suo, parallelamente, anche la politica s’è mossa. Domenica è stata la volta del deputato Henrik Bang che, mettendo il dito nella piaga, ha insistito sull’igiene e sul rispetto del diritto del lavoro, ma anche sull’aspetto della capacità, da parte dello Stato di effettuare controlli. Le leggi li prescrivono, ma poi – ecco la domanda – gli uffici preposti hanno i funzionari per farli? La questione non è di poco conto, poiché, lo sappiamo benissimo, non è certo buona cosa promulgare leggi e direttive e poi… lasciarle inapplicate. Come se a suo tempo si fosse appurato che le cinture di sicurezza in auto erano obbligatorie, ma che poi la polizia non aveva i mezzi per controllare. Quindi, prima sommaria conclusione: deputati fate leggi che siano applicabili e applicate, altrimenti è tristissimo doversi chiedere poi se lo Stato sia stato in grado di controllare. Anzi, cogliete questa opportunità al balzo per porvi la stessa domanda anche in altri ambiti, adottando l’approccio dei ‘controlli a sorpresa’ come proposto dall’Acsi (cfr. pag. 18).

Su tutt’altro fronte, oltre dunque la questione dei controlli per l’igiene e il rispetto del diritto (del lavoro e penale!), la vicenda offre un altro spunto di riflessione: la forza di noi consumatori! Il taglio netto alla Crotta da parte della grande distribuzione è dovuto da una parte alla paura che, dopo le immagini di quei prodotti finiti a ‘Patti chiari’, il consumatore non li avrebbe più acquistati, che sarebbero rimasti a giacere sugli scaffali e, dall’altra, perché è sorto un problema importante di immagine. Ogni ditta deve tenere alta (credibile) la sua reputazione e non può permettersi che venga incrinata (come in questo caso) da un fornitore. La reazione immediata dei grandi magazzini va perciò salutata positivamente, perché costituisce un altolà nei confronti di chiunque potrebbe non risultare in regola. Tradire la fiducia può costare davvero caro. Detto in due parole: patti chiari (e bravi per il lavoro d’inchiesta svolto sul terreno), amicizia lunga. Se no…

9.5.2017, 08:302017-05-09 08:30:33
Erminio Ferrari @laRegione

La domenica delle illusioni

Ora che Marine Le Pen è stata debitamente rimessa al suo posto, sarà bene non confondere la drammaticità della situazione reale con lo scenario illuminato dalle illusioni di cui la domenica...

Ora che Marine Le Pen è stata debitamente rimessa al suo posto, sarà bene non confondere la drammaticità della situazione reale con lo scenario illuminato dalle illusioni di cui la domenica elettorale francese è stata prodiga.

Le illusioni della sconfitta, dapprima. Non tanto quella di potercela fare su un Macron coccolato dai media e dall’establishment – sentimento che l’aveva già abbandonata sin dalla meschina prestazione nel confronto televisivo – ma quella di poter incarnare, raccogliere attorno a sé un’opposizione, un’alternativa al “sistema”. È vero che i milioni di voti raccolti dalla candidata del Front National sono stati una enormità, ma ritenere che ad essi corrisponda una forza progettuale o di governo è già una proiezione più che una stima attendibile della realtà. Le Pen si è spinta forse troppo avanti, annunciando una trasformazione di Fn in uno schieramento che raccolga a destra ciò che i gaullisti hanno disperso. La sua forza altro non è che quella di una rabbia informe, associata a una ideologia le cui radici sono note. Sulle quali, non a caso, hanno rivendicato un diritto non solo il padre, vecchio fascista, ma anche la nipote Marion, fascista anche lei, ma giovane. Che Marine possa ottenere una stessa messe di consensi prescindendo da quella matrice originaria è irrealistico.

Lo stesso vincitore dovrà presto adeguare l’azione politica all’enfasi del suo messaggio. Toccherà a lui per primo riportare con i piedi a terra folle e commentatori che hanno volato alto a proposito della “svolta” indotta dalla sua elezione. Non gli sarà facile, considerato lo stato di campagna elettorale permanente che caratterizza oggi l’esercizio del potere quando finisce nelle mani degli uomini “nuovi”, quasi a indurre i sostenitori a darci dentro per essere loro stessi all’altezza delle proprie aspettative (“avrò bisogno di voi”, “voi siete il cambiamento”, “questo paese ha risorse straordinarie”, “il potere torna al popolo”, cose già sentite). Ma l’espressione da “o mamma e adesso?” che gli si è dipinta sul volto sin dalle prime apparizioni post-scrutinio parrebbe un indizio, salutare, che il primo a non farsi illusioni è lui, dopo averne alimentate così tante.

Ed è bene che di illusioni non se ne facciano governi e istituzioni europee che dopo il voto francese si sentono al sicuro, convinti che, allo stato attuale, per rovesciare un’Angela Merkel (la prossima a passare per il voto popolare) non basteranno una Spd stanca né i litigiosi estremisti di Alternative für Deutschland. Il rifiuto espresso dai voti confluiti su Le Pen non è stato redento dalla sconfitta di domenica. Se lo si somma a quello manifestatosi sotto forma di astensione o di schede bianche, e se ne coglie la dimensione sociale su scala europea, la sua vastità non può che inquietare.

L’illusione da fugare infine è che una eventuale uscita dalla crisi economica possa tagliare le ali agli estremi. Intanto questo ragionamento, di cui Macron è un insigne sostenitore, è viziato dal preconcetto secondo cui l’esistente va bene com’è, purché se ne curi il meccanismo; ed è inoltre un pensiero ormai zoppo: la frammentazione delle nostre società, l’a-sincronia con il corso delle cose nel resto del mondo, e l’intreccio che tuttavia le vincola, hanno già superato il livello che ne consentirebbe una ricomposizione in tempi riconoscibili, mentre gli elementi ideologici e le aberrazioni culturali che se ne sono nutriti prosperano ormai di vita propria. Identitarismo, nazionalismo, sovranismo troveranno altre Le Pen, altre forme a rappresentarli, in Francia e altrove. Macron ha poco tempo per tentare di smontarne le ragioni; quanto alla stoffa, è ancora soltanto una promessa.

6.5.2017, 09:052017-05-06 09:05:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

La reversibilità dell’euro e gli esperimenti valutari

Due sono i punti salienti del programma economico di Marine Le Pen: fine dell’euro e il ritorno a confini commerciali e non solo all’interno del mercato...

Due sono i punti salienti del programma economico di Marine Le Pen: fine dell’euro e il ritorno a confini commerciali e non solo all’interno del mercato unico europeo. Un mantra, quello della rottura della moneta unica, che si sente ripetere ormai da molti anni e che non si è ancora verificato e che probabilmente non avverrà tanto presto. Che il processo di unificazione monetaria sia stato una iattura, soprattutto per le economie europee meno solide e abituate a una finanza pubblica poco virtuosa, è un dato ormai innegabile. Che la soluzione sia il ritorno a un regime di cambi fissi è però un’altra chimera.

L’arrivo dell’euro ha permesso proprio a queste economie – quelle mediterranee, per intenderci – di finanziarsi a tassi d’interesse estremamente bassi. E non parliamo solo di debito pubblico. Anche le imprese e famiglie hanno tratto vantaggio da un costo del denaro scontato rispetto a quanto si era abituati a pagare nei decenni precedenti l’euro. I governi di questi paesi hanno però sottaciuto o sottovalutato l’altra faccia della medaglia: una moneta unica per sistemi economici e sociali diversi necessitava di un rigore dei conti pubblici molto più accentuato rispetto a prima. Gli anni della finanza pubblica allegra, come pure di un periodo di sostanziale e duratura crescita economica, erano terminati e chi non aveva riorientato il proprio settore produttivo e adattato la struttura dei salari alle nuove esigenze rischiava di restare fuori dal nuovo contesto competitivo continentale. Private della valvola di sfogo fornita dal tasso di cambio della valuta nazionale nei confronti delle altre monete, hanno dovuto svalutare i redditi da lavoro e le pensioni per cercare di riguadagnare produttività nei confronti del resto del mondo. È quello che è successo, per esempio, alla Grecia, ormai legata per lunghi decenni ai prestiti (con interessi remuneratori, ben inteso) degli altri membri della moneta unica e alle condizioni di rientro capestro imposte dai suoi creditori internazionali per continuare ad assisterla. Un malato terminale senza grandi prospettive di guarigione.

Molto diversa è stata la storia economica del paese più solido del club dell’euro: la Germania. Berlino, abbandonando il marco, si è ritrovata una moneta più debole rispetto ai suoi concorrenti e un’industria molto più competitiva. Oculatezza e laboriosità tedesca o opportunismo valutario? Probabilmente un mix dei due fattori che si sono aggiunti alla debolezza politica dei suoi partner europei degli ultimi anni. Nel mezzo ci sono Francia e Italia che hanno iniziato ad attuare le riforme del mercato del lavoro (leggasi svalutazione dei salari) e politiche di bilancio più restrittive molto più tardi e in un momento congiunturale negativo che hanno aggravato una già presente crisi della domanda interna.

Marine Le Pen che aspira a guidare la Francia – francesi permettendo, ovviamente – negli ultimi giorni ha moderato i toni sull’euro e proposto la nascita di una doppia valuta: mantenere l’euro per gli scambi internazionali e introdurre un’altra moneta per quelli nazionali. È facilmente immaginabile quale strumento sceglierebbero i francesi o chiunque si trovasse di fronte a una tale scelta, senza scomodare esperienze argentine o venezuelane, per tutelare i propri risparmi (piccoli o grandi che siano). La credibilità finanziaria del primo paese europeo che dovesse fare un passo del genere scenderebbe ai minimi termini con fughe di capitali all’estero e liti giudiziarie eterne con i creditori internazionali che vorrebbero essere ripagati nella moneta in cui sono espressi i titoli di debito da loro detenuti. Inoltre, l’ipotetico ministro delle Finanze che dovesse gestire un tale terremoto monetario dovrebbe attuare politiche di bilancio draconiane per riconquistarsi la fiducia di serio debitore ormai perduta.

L’euro, come tutte le cose umane, non è irreversibile ma sono inutili ulteriori esperimenti valutari. O si cambia veramente la politica economica europea oppure l’unica via percorribile, se mai ci dovesse essere bisogno, sarebbe uno smantellamento ordinato deciso di comune accordo tra tutti i membri della moneta unica. Insomma, l’euro come è nato dovrebbe morire

5.5.2017, 07:552017-05-05 07:55:00
Silvano Toppi

Polveri fini, subire e pagare

Le polveri fini sono una dannazione, con eterna periodicità. Specialmente nel Mendrisiotto, dove si addensano come in un imbuto. C’è persino una sorta di aspetto religioso del fenomeno...

Le polveri fini sono una dannazione, con eterna periodicità. Specialmente nel Mendrisiotto, dove si addensano come in un imbuto. C’è persino una sorta di aspetto religioso del fenomeno che ne sottolinea l’assurdità: come ai tempi delle rogazioni si invocavano tutti i santi del cielo affinché piovesse per l’agricoltura, oggi imbambolati si invocano i cumulonembi per liberarci da ciò che produciamo. Non è un gran progresso ed è la vera alienazione. Chi ha letto gli articoli documentati del professor Giorgio Noseda (laRegione 25 febbraio, Forum Alternativo Q 10) non può sottrarsi ad almeno due gravi questioni tra di loro collegate. L’una riguarda la credibilità dello Stato, Confederazione o Cantone: stabilisci delle leggi, definisci delle norme da non superare per salvare vita e salute dei cittadini (obblighi costituzionali), le ignori e le superi sessanta volte in un anno. L’altra riguarda le conseguenze sulla salute rilevate da ricerche e studi sinora promossi, pubblicati da riviste mediche prestigiose, dalle patologie polmonari, specialmente nei bambini, ai tumori, alle malattie cardiovascolari e persino alla demenza (v. ‘Lancet’, riportata da Noseda): questi studiosi, clinici, medici si fondano su fatti e non indicano supposizioni o parametri. Tre considerazioni “politiche” emblematiche della nostra realtà cantonticinese si potrebbero aggiungere.

La prima è che dopo i dati resi noti dal prof. Noseda, pubblicati da questo giornale, non è mancato l’intervento che si preoccupa di cercare la causa forse altrove, nella Lombardia che ci manda arie mefitiche. C’è una costante ticinese ormai storica, tentare di deresponsabilizzarsi. Qui comunque non si possono erigere muri. Al massimo può ancora funzionare qualche rivendicazione a Berna, non sulle polveri ma sugli irriducibili frontalieri o i soldi insufficienti.

La seconda è la perdita del senso di priorità. A nessuno dovrebbe venire in mente di posporre la salute al botteghino degli affari. In termini concreti, non ci si può dire di smettere di parlare del problema delle polveri fini nel Mendrisiotto perché si danneggia l’immagine turistica (v. ‘Il medico: non si può mettere il turismo prima della salute’, ‘20 minuti’ di lunedì 27 marzo). È un’altra costante storica: un tempo si criticavano Paolo Poma e alcuni giornalisti distruttori del turismo perché parlavano dell’inquinamento del Ceresio.

La terza, mai affrontata, sono i costi che si addossano a famiglie del Mendrisiotto a causa delle polveri fini. Costi per la salute e la qualità di vita. Sono le famose ‘esternalità’ economiche evitate a chi fa affari e pagate da chi c’entra poco o niente. Un tempo si diceva che lo sfruttamento energetico delle acque ticinesi era un gesto di solidarietà verso la nazione. Oggi la solidarietà si richiede con l’asse di traffico internazionale. Sette anni fa l’Ufficio federale dello sviluppo territoriale calcolava in un miliardo e mezzo il costo per la salute generato dal traffico stradale: teniamolo per buono, anche se appare irrisorio, e proiettiamolo proporzionalmente sul Mendrisiotto e tutto il traffico europeo che vi passa. Ci accorgeremmo allora di finire anche in un enorme problema di giustizia economica e soprattutto umana: qualcuno è costretto a subire e pagare i danni recati da altri.

4.5.2017, 08:152017-05-04 08:15:00
Andrea Manna @laRegione

Giustizia, si naviga a vista

A giugno si aprirà l’anno giudiziario 2017-2018. Consuetudine vuole che il passaggio dal vecchio al nuovo anno venga sottolineato con una cerimonia in occasione della quale il direttore...

A giugno si aprirà l’anno giudiziario 2017-2018. Consuetudine vuole che il passaggio dal vecchio al nuovo anno venga sottolineato con una cerimonia in occasione della quale il direttore del Dipartimento istituzioni e il presidente del Tribunale d’appello tracciano un bilancio dei dodici mesi appena trascorsi e accennano alle sfide che attendono la magistratura ticinese. L’anno giudiziario prossimo alla chiusura verrà ricordato in particolare – e non è un ricordo edificante – per una controversa misura di risparmio e per due dimissioni. La prima, decisa da governo e Gran Consiglio (avallata in seguito dal popolo), si è tradotta nella riduzione da quattro a tre del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi. E questo nonostante il parere contrario del Consiglio della magistratura, organo che vigila sul funzionamento dell’apparato giudiziario. Le dimissioni sono quelle dei procuratori pubblici Nicola Corti e Roberta Arnold, pervenute al parlamento, autorità di nomina dei magistrati, a pochi mesi l’una dall’altra. Non è tutto per l’anno giudiziario 2016-2017. Il Consiglio di Stato si accinge infatti a formalizzare la designazione di un procuratore supplente che sostituirà la pp Francesca Lanz, assente per ragioni di salute. C’è di più. Stando a ciò che hanno indicato il ministro Gobbi e il pg Noseda alla Rsi, si fa strada l’ipotesi di un procuratore straordinario che, restando in carica per qualche anno, dia una mano a evadere inchieste principalmente su reati economico-finanziari.

La magistratura in generale ha conosciuto momenti migliori. Fra tagli per far quadrare a prescindere i conti dello Stato e soluzioni tampone, si ha tuttavia l’impressione che governo e Gran Consiglio – tenuti a realizzare le condizioni quadro (strutturali e, nell’ambito delle competenze cantonali, normative) per consentire a pp e giudici di operare nel migliore dei modi – stiano navigando a vista nel settore della giustizia. Il 2018 si avvicina: ebbene, a che punto è la riforma ‘Giustizia 2018’, voluta dal capo del Dipartimento istituzioni con l’obiettivo di rendere l’organizzazione giudiziaria “più efficace ed efficiente”? Di passi concreti – ovvero di messaggi governativi all’indirizzo del parlamento per le relative modifiche di legge – ne sono stati compiuti assai pochi. Se ne parla da anni, ma il Gran Consiglio non ha ancora una Commissione giustizia. Una specifica commissione (non un’appendice, come oggi, della Commissione della legislazione) che proponga rapidamente i necessari adattamenti cantonali alle non rare revisioni di normative federali che comportano ulteriori competenze per le toghe. Che suggerisca cambiamenti organizzativi alla luce di tendenze che si manifestano nella giustizia penale, come in quella civile e in quella amministrativa.

La politica nostrana continua invece a essere a rimorchio degli eventi. Tornando alla stretta attualità, se è indispensabile un pp straordinario, perché non dovrebbe esserlo un giudice penale straordinario per evitare che in tribunale lieviti il numero di atti o decreti d’accusa in giacenza? Il Dipartimento sta facendo un’analisi a tutto campo per prospettare potenziamenti che abbiano una logica e non siano quindi inutilmente dispendiosi? Le dimissioni, poi, di due pp in un anno giudiziario dovrebbero indurre la speciale commissione del Gran Consiglio che dal 2015 discute delle modalità di elezione dei magistrati a venirne a una. Condividiamo la richiesta del relatore di maggioranza Maurizio Agustoni: si mantenga la nomina parlamentare, valutando però anche le “competenze attitudinali” del candidato. Un procuratore che non sa interrogare o reggere i ritmi della funzione non è un buon pp.