Ilcommento

21.4.2017, 08:302017-04-21 08:30:14
Paolo Ascierto @laRegione

Altro che civica

Non è certo una lezione di civica. L’ennesimo colpo di scena sulla strada di ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ trasforma infatti l’iniziativa popolare voluta per avvicinare gli...

Non è certo una lezione di civica. L’ennesimo colpo di scena sulla strada di ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ trasforma infatti l’iniziativa popolare voluta per avvicinare gli allievi ticinesi alla gestione della cosa pubblica in una querelle davvero poco educativa. Una querelle trascinata negli ultimi anni dai proponenti che tre giorni fa hanno inaspettatamente deciso di alzare ulteriormente la posta in gioco. Rischiando così di far saltare quel compromesso maturato a Palazzo e grazie al quale si applicherebbe il testo generico nella quasi totalità. Una mossa tanto a sorpresa quanto azzardata. E che non ha mancato di sollevare interrogativi: gli iniziativisti hanno le idee chiare? Oppure puntano a trarre un qualche tornaconto da un infinito tira e molla che poco o nulla ha a che fare con l’insegnamento e il rispetto della civica?
Dubbi legittimi. D’altronde ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ non nasce sotto una buona stella. Si è nel 2013 e per raccogliere in tempo utile le settemila sottoscrizioni necessarie alla riuscita dell’iniziativa, il primo firmatario Alberto Siccardi e gli altri proponenti hanno cercato raccoglitori di firme a pagamento. Nulla di illegale nella strategia che, per altro, l’imprenditore sceglierà pure in altre battaglie politiche. Ma tale maniera di procedere stona con il nobile obiettivo – l’educazione alla cittadinanza – dell’iniziativa popolare. Tant’è. Alla fine contano i numeri. E quelli necessari a decretarne la riuscita vengono raggiunti e ampiamente superati: saranno oltre diecimila le persone a sostenere la proposta di Siccardi. Numeri importanti che forse – e a torto – finiscono con il mettere i buoi davanti al carro della politica. La quale, decretata la ricevibilità da parte del Gran Consiglio, passa senza se e senza ma alla fase due: l’applicazione di un’iniziativa che ancora non è stata votata dal popolo. Non stupisce dunque che negli ultimi due anni le si provino tutte per mettere in pratica un’idea che si scontra con la realtà: mancano sia lo spazio, sia i soldi per una nuova materia alle Medie e alle Medie superiori. Poco conta. Riunione dopo riunione, trattativa dopo trattativa, la Commissione scolastica del Gran Consiglio si impegna a fondo per sbrogliare la matassa, coinvolgendo iniziativisti, docenti, Dipartimento educazione cultura e sport (Decs) e più in generale tutte le parti toccate dalla proposta Siccardi.
In marzo di quest’anno il cubo di Rubik pare infine risolto: si suggerisce di applicare l’iniziativa con una materia a sé stante alle Medie e con una nota in civica nei licei e alla Commercio, dove l’educazione alla cittadinanza verrebbe impartita in altre discipline. Un compromesso ragionevole, quasi a costo zero e che, dopo quattro anni di stallo, sembra finalmente sbloccare la situazione. I partiti, tutti i partiti, dicono sì. Il Decs dice sì. I rappresentanti dei docenti dicono sì. Di nuovo: poco conta. Gli iniziativisti in una prima fase tendono la mano. Poi ci ripensano, la ritraggono e la mutano in uno schiaffo. Che i parlamentari incassano assieme alla controproposta di Siccardi: anche nei licei ci vuole una materia a sé stante. E sebbene la via, come confermato per altro ieri su queste colonne dal capo dell’Ufficio dell’insegnamento medio superiore, non sia praticabile, Siccardi va avanti. L’auspicio è dunque che, forte del sostegno di tutti gli schieramenti politici, pure la Scolastica si armi di coraggio e decida di tirare dritto, portando al più presto in Gran Consiglio una partita tattica e che si è protratta fin troppo a lungo. Se del caso poi, su eventuali reclami, veti e lamentele varie si esprimeranno più in là i tribunali. Sarebbe in ogni caso una lezione di civica.

20.4.2017, 08:302017-04-20 08:30:41
Sabrina Melchionda @laRegione

Ma conta solo il viaggio

C’è stata scritta pure una canzone, “Uno su mille ce la fa”. Vale nella vita “normale” come nello sport. Che poi è vita, tanto da esserne definito una scuola. Poi c’è scuola e scuola: quella...

C’è stata scritta pure una canzone, “Uno su mille ce la fa”. Vale nella vita “normale” come nello sport. Che poi è vita, tanto da esserne definito una scuola. Poi c’è scuola e scuola: quella inclusiva, che mira a trasmettere nozioni di base a tutti; e le superiori su su fino al grado universitario. Scuole d’élite, scelte (così dovrebbe) da giovani dotati di talento, curiosità, passione, determinazione e spirito di sacrificio, nonché dalla voglia di provare a farsi strada. Nella vita, come nella sua scuola, “Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita”. Dura e, man mano che si sale, riservata a pochi, sempre meno. Se Gianni Morandi canta che “devi contare solo su di te”, nello sport – ma vale anche per la musica, l’arte o gli stessi studi – un tassello si rivela fondamentale: la famiglia. Per l’arco del giovane che vuole eccellere nella propria disciplina e, perché no, diventarne primattore ben oltre il giardino di casa, la freccia in più è il nido dal quale spiccherà il volo nel mondo. Un vero atout, quando i genitori dell’“uccellino” sanno sostenerlo e spronarlo a volare, non spingerlo a farlo meglio di tutti.
Il confine è molto sottile ed è piena la storia di talenti persisi per strada, anche a causa di un papà o una mamma che hanno travestito le loro mire da sogni dei propri figli. Poi ci sono le storie dei figli che, battito d’ali dopo battito, sanno volare più veloci, più lontano, più a lungo, più rapidi, più agili, più forti, più coordinati, più in alto. Riescono grazie ai loro sforzi e capacità, ma ai risultati contribuisce in modo determinante la famiglia, che del suo ci mette affetto, ma anche soldi e tempo (per informazioni: chiedere alle mamme che si trasformano in taxi per portare i figli ad allenamenti e gare). Un investimento più o meno importante a dipendenza della disciplina (ci sono federazioni e società che si assumono gran parte dei costi per istruttori, campi d’allenamento, trasferte per competizioni; altre che lasciano gli oneri sulle spalle della famiglia); in uno sport individuale spesso maggiore rispetto a quello di squadra.
Oggi raccontiamo le storie di quattro allievi di quella scuola di vita che è lo sport. Quattro atleti d’élite il cui impegno ha contagiato la famiglia. La strada che può portare alla gloria, che poi ognuno declina per sé, impone riflessioni travalicanti il sogno di un figlio. C’è da far di conto (letteralmente), ci sono difficili scelte da prendere a volte in giovanissima età (partire da casa per allenarsi; smettere o posticipare la formazione). Per quanto caro possa essere, il sogno può diventare un viaggio da affrontare insieme, esperienza oltre lo sport. Un percorso dove il risultato è la conseguenza, non il fine.
Quando tutti i pezzi stanno al loro posto – i figli sognano; i genitori non li ostacolano, badando a non far perdere loro di vista i punti di riferimento della vita, quella “normale” – comunque sarà andata, se sarà cioè il proprio figlio a essere l’uno su mille o no e per quanto dura sarà stata la salita, la strada sarà valsa la pena. E l’investimento, alla famiglia, tornerà in forma di un’altra ricchezza, che non ha prezzo: nella gioia di aver condiviso momenti unici e avere aiutato l’uccellino a lasciare il nido; in un volo in cui il successo sorride a chi sa guardare alla Luna, coi piedi ben piantati a terra.

19.4.2017, 08:502017-04-19 08:50:11
Simonetta Caratti @laRegione

Sant'Anna e silenzi imbarazzanti

Quasi tre anni fa la signora Maddalena, 67enne, entrava in una sala operatoria alla clinica Sant’Anna di Lugano per togliere un tumore dietro il capezzolo, risvegliandosi senza...

Quasi tre anni fa la signora Maddalena, 67enne, entrava in una sala operatoria alla clinica Sant’Anna di Lugano per togliere un tumore dietro il capezzolo, risvegliandosi senza entrambi i seni. «È stato uno shock, il medico disse che il tumore era più radicato e aveva dovuto toglierli entrambi», ci raccontò la vittima. Dopo quattro mesi di menzogne e dopo la segnalazione della donna alle autorità sanitarie, il chirurgo (il dottor Piercarlo Rey) ammise finalmente che in sala operatoria c’era stato un errore e aveva operato la paziente sbagliata.

Quando, due anni fa, abbiamo raccontato questo grave errore, la signora Maddalena (non è il suo nome vero ma è noto alla redazione) ci aveva confidato che a farle più male erano state le menzogne del medico, dei sanitari, della direzione della clinica. Ci disse: “Avrei potuto accettare un errore, tutti possono sbagliare, ma non le menzogne: molti sapevano, ma nessuno mi disse la verità. Mi sono sentita impotente e raggirata”. Questo disagio spinse la donna a confidare al nostro giornale la sua storia di malasanità per evitare – ci disse – il medesimo calvario ad altri.

Sono passati quasi tre anni, proviamo a tirare le somme: la denuncia della signora Maddalena è servita? Altri pazienti, vittima di gravi errori, potrebbero trovarsi intrappolati in un simile clima di omertosi silenzi?

Noi pensiamo di sì, pur sperando di sbagliare. E vi spieghiamo perché.

Qualche settimana fa la Procura ha deciso un decreto di accusa per il dottor Rey per lesioni colpose gravi e falsità in documenti. Le lesioni colpose gravi sono un reato perseguibile d’ufficio. Significa che chi sapeva (erano alcuni in clinica) doveva segnalare il caso alla Procura. Ciò non è stato fatto. Ci auguriamo che qualcuno abbia rimproverato alla struttura questa mancanza. Altrimenti potrebbe planare il dubbio che ciascuno può fare come vuole.

Il legale della vittima, l’avvocato Mario Branda, aveva subito messo il dito nella piaga. Nel 2014, disse in un’intervista alla ‘Regione’: «La clinica non ha denunciato il reato e questo è grave». L’articolo 68 della legge sanitaria recita che «chiunque esercita una professione sanitaria (...) ha l’obbligo di informare il Ministero pubblico di ogni caso di malattia, di lesione o di morte per causa certa o sospetta di reato venuto a conoscenza nell’esercizio della professione». Le lesioni gravi sono un reato e il caso andava segnalato.

A tre anni di distanza sappiamo che la clinica non l’ha fatto. Ci chiediamo: come fa un paziente, se il medico mente e la clinica lo asseconda, a capire di essere vittima di un errore? Come mai una struttura sanitaria preferisce il silenzio alla trasparenza?
I motivi possono essere diversi, ma ci siamo dati qualche risposta. L’immagine è vitale per qualsiasi struttura sanitaria: segnalare un erroraccio in sala operatoria può forse allarmare (e allontanare) potenziali clienti-pazienti. C’è poi il rischio di finire con una certa regolarità sui media accostati ad un caso di malasanità. Una brutta pubblicità che fa male al business.

Malgrado ciò, in sanità, c’è comunque chi privilegia la massima trasparenza dimostrando responsabilità. E c’è chi invece opta per la via del risarcimento: se va bene, si tiene tutto in casa, pagando il paziente (e anche il suo silenzio).

Ma tutto ciò è nell’interesse pubblico di una buona sanità? A noi non sembra. Ciascuno di noi, un giorno o l’altro, potrebbe trovarsi al posto della signora Maddalena, vittima due volte. La sua denuncia, da questo punto di vista, ci sembra servita a poco.

15.4.2017, 08:442017-04-15 08:44:00
Erminio Ferrari @laRegione

La madre di tutte le guerre

L’aveva detto e lo ha fatto. “Nessuno potrà più sfidare gli Stati Uniti senza subirne le conseguenze”. Ma della esibita volontà di potenza di Donald Trump sono soprattutto il contenuto di...

L’aveva detto e lo ha fatto. “Nessuno potrà più sfidare gli Stati Uniti senza subirne le conseguenze”. Ma della esibita volontà di potenza di Donald Trump sono soprattutto il contenuto di millanteria e la pretestuosità della “sfida” a dover preoccupare. È difficile non vedere nel raid missilistico sulla Siria e sul lancio della superbomba in Afghanistan il petto gonfio del bullo, piuttosto che un cambio di strategia (che richiederebbe, appunto, l’esistenza di una strategia). Anche in termini di risultati, infatti, l’uno e l’altro non sembrano aver prodotto un granché: il regime di Assad è stato appena scalfito dalla pioggia di Tomahawk seguiti al bombardamento chimico su Kahn Sheikhun; mentre i danni causati all’Isis dalla “Madre di tutte le bombe” restano da verificare. Secondo l’ultimo bilancio, un ordigno di dieci tonnellate di esplosivo e dal costo stratosferico ha fatto meno morti di quelli provocati a Nizza da un terrorista low cost alla guida di un camion. In questo senso, lo “straordinario successo” vantato da Trump è l’equivalente speculare dei “successi” vantati dall’Isis per ogni pugnalata inferta da un invasato in una città della nostra parte di mondo: propaganda.
Ma non è solo questo. Gli analisti hanno parlato di “segnale” alla Russia, alla Cina, alla Corea del Nord, al mondo. Ammesso che lo sia, bisogna chiedersi quale è il suo contenuto. Forse l’annuncio del ritorno di un’America (più vagheggiata che reale) che associa potenza militare e mezzi diplomatici per governare il mondo e determinare gli esiti delle crisi regionali? Niente autorizza a dare credito a questa ipotesi: non le contraddizioni del discorso pubblico di Trump, né le conflittuali attitudini dei suoi collaboratori più stretti. Se possibile, la rozzezza di Trump supera il provincialismo di Bush junior e persino l’arroganza di Ronald Reagan, che pure agivano in condizioni più favorevoli agli Usa. George W. reagì all’attacco dell’11 settembre provocando uno dei più grandi disastri strategici della nostra epoca. Reagan – al quale sembra ispirarsi Trump secondo chi individua nella sua accelerazione bellicista la volontà di “vedere” il bluff russo – cercò e vinse il confronto con Mosca, ma solo grazie a un declino dell’Urss già in corso e alla drammatica svista di un Mikhail Gorbaciov che “si era fidato”.
Il mondo a cui oggi Trump mostra i muscoli non è più lo stesso. Non è detto che se ne renda conto, abituato com’è ad affermarsi nel business truccando le carte. A Mosca governa un Putin determinato a riscattare proprio ciò che Gorbaciov perse (e poco conta che sia a capo di una potenza con le pezze al sedere, se il confronto è militare). Mentre la Cina non solo detiene una fetta enorme del debito estero Usa, ma ha esteso il proprio controllo su mari che sono il crocevia dei più ricchi commerci mondiali, “si è presa” la parte fertile dell’Africa, e dove pone piede non lo sposta, qualsiasi bandiera battano le portaerei che vi si avvicinano.
Se lo scenario è questo, ogni mossa di Trump non può che concorrere a destabilizzarlo. Gli autocrati che la sua propaganda dice di voler ridurre all’impotenza, Kim Jong Un per primo, saranno ben lieti di essere all’opera con lui.

15.4.2017, 08:352017-04-15 08:35:17
Christian Solari @laRegione

La vera partita comincia ora

C’è un altra partita, dopo Langenthal. E non solo non è meno importante, ma non è neppure meno scontata. Perché in ballo c’è il futuro dell’Ambrì a medio e lungo termine. Dopo che Paolo...

C’è un altra partita, dopo Langenthal. E non solo non è meno importante, ma non è neppure meno scontata. Perché in ballo c’è il futuro dell’Ambrì a medio e lungo termine. Dopo che Paolo Duca e i suoi compagni, piuttosto speditamente è vero – pur, se ribadiamolo (a mo’ di monito): quel quattro a zero nello spareggio risulta più enfatico di quanto in verità lo sia stato – turano la falla del qui e ora, traghettando in porto la nave prima che rischi sul serio di andare alla deriva. Ciò non toglie però che, salvezza o no, là fuori il mare resta di quelli grossi. Ragion per cui sarebbe meglio corazzarsi.
Il pericolo scampato per la terza volta in sette primavere, dopo quelle del 2011 (contro un Visp sconfitto in cinque partite) e dell’anno dopo (di nuovo contro il Langenthal, in quel caso battuto in cinque mosse) non deve alimentare false speranze. Con ragionamenti del tipo ‘tanto in un modo o nell’altro ce la si fa’. Infatti, anche solo statisticamente parlando, se di nuovo il capitolo si chiude con il più classico tra i lieto fine, non significa che debba per forza sempre andare così. Quindi lo si prenda come l’ennesimo segnale di allerta da non ignorare. E v’è da credere che l’Ambrì non lo ignorerà. Tuttavia, il vero punto è un altro. Siccome l’Ambrì è arrivato alla salvezza matematica solo l’altroieri, quando tutti gli altri hanno sostanzialmente già fatto il grosso degli acquisti, sul fronte del mercato la nuova commissione tecnica che si appresta a vedere la luce (dando per scontate sia quella, sia la partenza del ‘diesse’ Ivano Zanatta, su cui nessuno si vuole ancora esporre, ad appena trentasei ore dal termine della stagione) non ha, ahilei, alcun diritto all’errore. Dopo gli ingaggi dell’ex Langnau Chiriaev, che rimpiazza Kamber, e del bernese Marco Müller, saranno anche poche le operazioni da fare, visti i contratti in essere, ma quei pochi arrivi stavolta non vanno minimamente sbagliati.
E se fosse tabula rasa?
A cominciare da quello degli stranieri. Specialmente se – come pare debba essere il caso – l’Ambrì decidesse sul serio di fare tabula rasa, ripartendo da un quartetto d’importazione nuovo di zecca. Con magari anche un portiere da affiancare a quel Gauthier Descloux che, pur con le sue indiscutibili qualità, deve ancora dare prova di saper gestire un’intera stagione da titolare.
Pur dando prova di grande ottimismo, appare comunque difficile sperare che la nuova stagione possa davvero essere quella del rilancio. Per il poco tempo a disposizione – appunto – ma specialmente perché mancano i soldi. Quelli, per capirci, necessari per far sì che in Leventina si possa davvero puntare al salto di qualità che la dirigenza, ma soprattutto i tifosi, auspica. Ben consci che, come giustamente ricorda a ogni piè sospinto il presidente Lombardi, solo la realizzazione del progetto più ambizioso di tutti – quello del nuovo stadio – possa garantire un futuro più tranquillo sul serio. Poi sarà vero che la realtà di Ambrì non è paragonabile a quelle di due città come Zugo e Bienne, ma intanto da quando è sorta la Tissot Arena nel Seeland hanno a disposizione tre milioni da spendere in più. Per comprare gli Hiller e i Forster, tanto per fare due nomi. I quali, però, non sono attratti solo dai soldi, ma pure dal comfort e, soprattutto, dalle ambizioni più o meno alte che solo un progetto dalle basi solide può avere.
Soltanto il futuro dirà
La stagione andata agli archivi in Leventina non è però segnata unicamente dagli insuccessi, in gran parte generati dall’innesto nel preseason di gente dal curriculum di Guggisberg e D’Agostini, su cui tutti credevano di poter fare grandissimo affidamento e, invece, in fin dei conti hanno semplicemente deluso. Tra gli aspetti senz’altro più positivi c’è l’indiscutibile crescita dei giovani, le cui virtù sono state addirittura esaltate dal finale di stagione, dato che Trisconi, Stucki e Hrabec si sono persino trasformati in trascinatori nello spareggio che s’è chiuso due giorni fa. Un conto, però, è il Langenthal, un altro è il Berna oppure lo Zurigo. Soltanto il futuro, quindi, dirà quanto l’Ambrì potrà fare pieno affidamento sui talenti in arrivo da Biasca. Questo senza però dimenticare che quella dei Rockets è una piattaforma di interscambio, non una specie di bancomat a cui attingere quando non ci sono risorse a disposizione. In altre parole, Luca Cereda dovrà poter contare su uno zoccolo di giovani di talento vero, così da poter legittimamente puntare a formare i campioni di domani. Tanto per l’Ambrì, quanto per il Lugano.

14.4.2017, 08:452017-04-14 08:45:00
Aldo Bertagni @laRegione

Un binario, due velocità

C’è un Ticino a due velocità? Se si confrontano alcune cifre, il sospetto prende forma. Vediamole. I conti consuntivi 2016 dello Stato hanno chiuso con un disavanzo di 47 milioni e 400mila...

C’è un Ticino a due velocità? Se si confrontano alcune cifre, il sospetto prende forma. Vediamole. I conti consuntivi 2016 dello Stato hanno chiuso con un disavanzo di 47 milioni e 400mila franchi, quaranta e mezzo in meno rispetto a quanto preventivato. Non è ancora un pareggio tecnico, ma ci siamo vicini se è vero come è vero che il bilancio globale supera ampiamente i 3 miliardi e mezzo di franchi. Poi, certo, il capitale proprio resta negativo e il debito pubblico continua a salire, ma non si può pretendere la luna da chi, l’ente pubblico, deve tenere conto di non poche esigenze e altrettanti compromessi pena la messa in discussione del delicato equilibrio democratico. Appunto. Cosa dunque ci fa dire che se non siamo ancora a quel punto – la rottura del patto sociale fra chi amministra e chi è amministrato – si sta perlomeno iniziando a percorrere una strada pericolosa? I numeri, appunto. Eccoli. Sempre nel 2016 i ricavi fiscali del Canton Ticino sono cresciuti (+80 milioni di franchi) rispetto al consuntivo dell’anno precedente. Complessivamente, infatti, nel 2016 si sono incassati 1 miliardo e 898 milioni d’imposte a fronte del miliardo e 818 milioni del 2015. L’aumento ha coinvolto tutti, le persone fisiche come quelle giuridiche. Un buon segnale, evidentemente, perché se crescono le entrate fiscali significa che l’economia gira come “deve” girare. Ma gira per tutti? Sempre in queste ore – mercoledì sera per l’esattezza – il direttore del Dipartimento sanità e socialità (Dss) ha reso noto ai delegati popolari democratici l’importante aumento della spesa riferita, appunto, al suo dipartimento che – lo dice la parola – lavora in particolare per i meno agiati. Ebbene, Beltraminelli ha precisato che la spesa del Dss in soli cinque anni è lievitata del 20 per cento, pari a 240 milioni in più. E poteva essere ancora più imponente (di un’altra settantina di milioni) se non fossero nel frattempo intervenute alcune misure di contenimento, con effetti pesanti per i beneficiati, ma questo è un altro discorso. Oppure no. Questo in verità è il discorso: mentre da un lato l’economia ticinese continua a crescere – e l’aumento delle imposte cantonali è lì a dimostrarlo – dall’altro una fetta importante della popolazione (soprattutto anziana, ma anche famiglie monoparentali) versa in condizioni sempre più precarie, al punto da dover far ricorso agli aiuti sociali pubblici.

Non siamo ancora davanti a un Paese economicamente spaccato in due, ma certo anche alle nostre latitudini la piramide si fa sempre più affilata, con una base ipertrofica dove convive una comunità smarrita, composta da svizzeri e stranieri, perché non più in grado di prendere l’ascensore. Meglio, perché non più in grado di far prendere l’ascensore sociale almeno ai propri figli, come capitava sino a pochi anni fa.
Davvero c’è qualcuno ancora convinto che il mercato, da solo, sia in grado di metterci un pezza? Di smussare le differenze retributive? In verità forse mai come in questo periodo storico lo Stato sta svolgendo, dovrebbe svolgere, un ruolo determinante nella disciplina delle contraddizioni sociali. Perché assistiamo a una crescita “anomala” che non genera più lavoro stabile a salari dignitosi. La sottoccupazione, anche in Ticino, sta nascondendo il reale tasso di disoccupazione. Le finanze pubbliche sane, in un simile contesto, dovrebbero essere quelle che sanno ridistribuire, direttamente o indirettamente (con le leggi), un benessere diffuso, spalmato sulla stragrande maggioranza dei propri contribuenti. Compresi coloro che producono valore (perché “soggetti passivi” di mercato) e magari non ricevono un salario.

14.4.2017, 08:302017-04-14 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Caso Bosia Mirra, fra diritto e morale

Per la magistratura inquirente la deputata Lisa Bosia Mirra è colpevole. Dalla promozione dell’accusa dello scorso settembre si è passati al decreto d’accusa, quindi a una...

Per la magistratura inquirente la deputata Lisa Bosia Mirra è colpevole. Dalla promozione dell’accusa dello scorso settembre si è passati al decreto d’accusa, quindi a una proposta di condanna penale per aver ripetutamente incitato all’entrata, alla partenza e al soggiorno illegale in violazione della legge federale sugli stranieri. Come noto lo scorso settembre venne fermata dalle Guardie di confine per aver collaborato attivamente all’entrata illegale di cittadini stranieri sprovvisti dei necessari documenti di legittimazione nel nostro Paese. Già in quell’occasione l’opinione pubblica e la politica si divisero in due parti.
Da un lato coloro che invocavano la ‘dura lex sed lex’, perché così è e così dev’essere, a maggior ragione se a commettere una violazione di legge è una persona che siede in un parlamento. Un deputato chiamato a fare le leggi – leggi che i cittadini devono rispettare – deve essere lui il primo a rispettarle. Tanto più che ogni deputato al suo ingresso in parlamento giura fedeltà alla Costituzione.
Sul fronte opposto vi sono coloro che invocano la preminenza – sulle strette questioni legali formali – delle cosiddette motivazioni umanitarie: per costoro in certi momenti sono dati dei principi umanitari che devono avere manifestamente la precedenza sulle nude e crude regole di diritto. E se questo non è un caso – visto che vi sono persone anche minorenni che rischiano la vita sfuggendo dai loro Paesi –, quando lo sarà mai?
Sarà fra questi due poli che si articolerà il processo in Pretura penale. Sarà anche interessante capire se Bosia Mirra, nelle sue ripetute violazioni della legge, ha permesso davvero a persone di salvarsi da situazioni di reale pericolo effettivamente gravi. Se non le avesse aiutate lei, cosa sarebbe successo loro, ritenuto che erano in Italia, Paese considerato civile? Sarà anche importante sapere se si trattava o meno di minorenni. Così come se quei migranti avrebbero comunque avuto – seguendo le vie ufficiali – la possibilità di accedere ufficialmente ai benefici previsti dal nostro diritto all’asilo.
Non secondaria sarà anche la valutazione del clima del momento. A Bosia Mirra va dato atto che è stata una delle persone maggiormente impegnate in prima fila su tanti fronti umanitari come quello concretizzatosi nel corso dell’estate del 2016, periodo che ha sbattuto impietosamente sotto gli occhi di tutti noi l’emergenza migranti che si stava man mano manifestando sempre più a Como. Come rimanerne indifferenti? Aspetti questi ultimi che possono influire anche dal punto di vista delle attenuanti. Diversa è infatti la pena per chi viola la legge federale sugli stranieri, perché spinto da ragioni di lucro come non pochi passatori.
Non da ultimo sarà interessante vedere se e quanto il fatto che la signora Mirra è anche deputata peserà in aula. Perché, come detto, deve conoscere più e meglio dei comuni cittadini l’importanza del rispetto della legge.
Di certo, se verrà condannata, vi saranno anche importanti risvolti in parlamento, anche se è ancora tutto da chiarire quando una condanna è veramente contraria alla dignità della carica. Ma per quello c’è tempo, molto tempo (e per ora è ancora al beneficio della presunzione di innocenza). Perché è chiaro che la signora Bosia Mirra farà di tutto per andare sino alla massima Corte giudiziaria svizzera e, se necessario, anche a Strasburgo. Insomma, ne parleremo ancora a lungo: il dibattito della corda tesa fra diritto e morale merita!

13.4.2017, 08:332017-04-13 08:33:13
Matteo Caratti @laRegione

Liceo di Locarno, scende in campo e brilla

Spesso e volentieri si parla e si scrive di scuola, mettendola sul banco degli imputati. Lo fa la politica non riuscendo a sbloccare la riforma – trascinatasi troppo a...

Spesso e volentieri si parla e si scrive di scuola, mettendola sul banco degli imputati. Lo fa la politica non riuscendo a sbloccare la riforma – trascinatasi troppo a lungo – del progetto ‘la scuola che verrà’. Colpa di chi? Dei docenti troppo conservatori e troppo ‘complicati’, ai quali risulta più facile mettersi di traverso? Del dipartimento che ha mirato troppo in alto, mentre sarebbe stato meglio procedere a passettini? Di una parte della politica che non si accorge di quanto galoppi il mondo reale e di quanto la scuola sia chiamata a tenersi al passo coi tempi accelerati? Forse di tutto un po’.
Ma lasciamo da parte il grande cantiere, per concentrarci una buona volta sul bicchiere mezzo pieno e di una scuola che entra in partita e brilla. Spesso, come giornalisti, veniamo invitati alle giornate autogestite. In quelle occasioni abbiamo sempre avuto un’ottima impressione della ricchezza dei programmi che gli studenti sono stati in grado di approntare in piena autonomia, spaziando in un’infinità di discipline con particolare riferimento al mondo molto concreto del lavoro che è lì ad attenderli. Ieri, è successo qualcosa di simile al Liceo di Locarno, dove è stata organizzata dalla direzione un’intera giornata intitolata ‘Diritti e rovesci’. Diverse tematiche – a dire il vero una più interessante dell’altra – sono state affrontate dal punto di vista dei diritti e dei doveri. Diritti – come si legge nella presentazione della giornata – declinati in molteplici aspetti: umanitario, della donna, del malato, del lavoro, internazionale e via dicendo. Fra la quarantina di relatori invitati che hanno avuto modo di riflettere con gli studenti figuravano anche diverse personalità di spicco e fama (Carla del Ponte, Dick Marty, Franco Cavalli tanto per fare solo tre nomi). Il pregio della giornata è stato quello di mettere in contatto diretto il pianeta del lavoro con quello dello studio, cercando di stimolare gli studenti su questioni di fondo. E gli studenti hanno reagito con grande interesse, ponendo spesso e volentieri interessanti domande ai relatori.
Noi, per esempio, siamo stati sollecitati a riflettere col procuratore generale John Noseda e l’addetto stampa del Ministero pubblico Saverio Snider, sui rapporti fra informazione, giustizia e media. Ci ha stupito non poco la curiosità manifestata dai giovani nel porre tutta una serie di domande molto precise sull’esigenza di conciliare la segretezza delle inchieste della magistratura (perlomeno sino al momento della celebrazione del processo) con l’esigenza dei mass media di voler/dover rendere noti fatti di interesse pubblico. Quando fare i nomi? Quanto è reale il pericolo di inquinamento delle prove da parte dei mass media? E da parte dei social, se postiamo determinate informazioni? Che cosa può liberare il singolo sui social senza rischiare? Quando è chiamato a dover rendere conto dal punto di vista penale? È facile o difficile risalire all’identità di chi sta dietro un nickname? Alla fine dell’incontro non è mancato un accenno al dolente capitolo delle notizie false, divenute poi virali, liberate sperando di influenzare l’opinione pubblica – guarda a caso – in momenti molto caldi, quali le elezioni. Riflessioni, insomma, che ci hanno poi spinto a parlare di regole, ponendo particolare attenzione ai diritti coniugati ai doveri e alla responsabilità personale. Un argomento enorme visto che non di rado vanno piuttosto di moda i diritti punto e basta.
Fa quindi molto piacere che la scuola dedichi tempo e spazio specialissimi (anche) a queste attuali tematiche e che gli studenti si facciano sentire, preparandosi così anche alla vita di cittadini. In sintesi: complimenti al Liceo di Locarno! A chi lo dirige, a chi ci lavora e a chi lo frequenta.

12.4.2017, 08:152017-04-12 08:15:00
Daniela Carugati @laRegione

Cento passi dall’altra Chiasso

I chiassesi d’antan lo conoscono come ‘Terra bella’. O forse sarebbe meglio dire ‘Tera bèla’. La memoria può tradire, ma con tutta probabilità quel palazzone ispirato alle case di...

I chiassesi d’antan lo conoscono come ‘Terra bella’. O forse sarebbe meglio dire ‘Tera bèla’. La memoria può tradire, ma con tutta probabilità quel palazzone ispirato alle case di ringhiera milanesi, col balcone esterno a mo’ di ballatoio, è stato una delle prime esperienze di edilizia popolare. Almeno nella cittadina di confine. Oggi è uno dei tanti casoni di via Odescalchi. Quello dove è scoppiato il rogo. L’ultimo. Già solo nel dirlo la gente sembra voler allontanare l’idea e quel quartiere da sé, da una quotidianità senza sussulti e problemi. In realtà alcuni abitanti di Chiasso quasi neppure sanno dove si trovi via Odescalchi. Altri, che lo sanno, in genere la evitano. Eppure ci sono un supermercato e la farmacia (oltre alle stazioni di servizio e, va bene, pure un locale a luci rosse). E se da un lato il perimetro corre lungo la ramina, dall’altro, spazio un centinaio di metri, ci si ritrova nel centrale Corso San Gottardo. Quanto basta per faticare a chiamare quel quadrilatero urbano, di fatto ai margini, ‘periferia’; ancor più in una ‘città’ di meno di 10mila abitanti e tutto sommato raccolta, anche se cresciuta lungo i grandi assi di transito: la ferrovia d’un canto, l’autostrada dall’altro. Di fatto, però, c’è una parte di Chiasso che vive al di fuori dei suoi ritmi giornalieri, o comunque di lato. Un agglomerato di disagi e situazioni a rischio su cui, episodio di cronaca dopo episodio di cronaca, è calato lo stigma della ‘terra di nessuno’. La popolazione locale (e non solo) se ne è accorta in questi ultimi tre anni. All’inizio (era il marzo 2014) c’è stato l’incendio di una quindicina di cantine. Poi si è consumato il delitto (era l’ottobre 2015): gli spari e c’è scappato il morto. Con tutta probabilità che sia successo in via Odescalchi è una fatalità – viste le circostanze –, ma poco importa. Da quel momento ad ogni sirena è stata una coazione a ripetere (per lo meno mediaticamente parlando): prima il blitz della polizia del novembre scorso – seguito da un rogo –, quindi la rissa di marzo. Così, nel frattempo, si è interrogata la politica – sullo sfondo storie di spaccio –, mentre il Municipio cercava una via d’uscita. Da lì il tavolo tecnico (che si riunirà entro la fine del mese) e la necessità di stringere un’alleanza, con le forze dell’ordine ma soprattutto la proprietà degli stabili (di recente passata di mano). Già nel 2015, all’indomani dell’omicidio, l’allora sindaco Moreno Colombo aveva ammesso a ‘laRegione’ di temere una via Odescalchi-ghetto. Un pericolo reale oggi? Chi il quartiere lo frequenta per ragioni professionali sa di persone – anche mamme con bambini e anziani – che si sono ritrovate a convivere con vicini ‘al limite’. Una convivenza obbligata e diventata a tratti insostenibile. Ma lì ci sono finiti perché il loro ‘curriculum’ non li aiuta a trovare un alloggio altrove. Per statuto (come i richiedenti l’asilo) o questione di budget non sono inquilini ‘attraenti’. Così permettere ai propri figli di giocare sul pianerottolo o sotto casa serenamente diventa un problema. Anche se per quieto vivere, a volte, è difficile parlarne pubblicamente. Capitato per caso dalle parti di via Odescalchi, un operatore avvezzo ad altre periferie difficili – come Scampia a Napoli o lo Zen a Palermo, per capirci – è rimasto sorpreso. Stupefatto, ci raccontano, di aver scoperto in una realtà urbana tanto piccola una tale concentrazione di casi da statistica; il tutto in un quartiere-via, di fatto, avulso dal resto del tessuto cittadino. Come è stato possibile? Cosa è capitato fra la ‘Terra bella’ d’un tempo e la via Odescalchi di oggi? Dare delle risposte per l’autorità non sarà semplice. Provarci resta un imperativo categorico. Per il bene stesso della cittadina e di (tutti) i suoi abitanti.

11.4.2017, 08:442017-04-11 08:44:00
Aldo Bertagni @laRegione

Un’altra pezza al vestito stretto

Come si fa a proteggere una comunità locale, quando il rischio è distribuito individualmente (perché sempre meno rappresentato e difeso da istanze associative)? Può il mercato...

Come si fa a proteggere una comunità locale, quando il rischio è distribuito individualmente (perché sempre meno rappresentato e difeso da istanze associative)? Può il mercato globale essere confinato in un recinto ristretto di concorrenza perché le condizioni particolari (non solo economiche) di una piccola realtà lo richiedono? Non sono domande secondarie, in tempi come i nostri che vedono l’intero Ticino politico – anche la sinistra che siede in Gran Consiglio – schierato a favore di un intervento pubblico (leggi aggiudicazione delle commesse cantonali o comunali) “calmierato”, vale a dire teso a salvaguardare la migliore offerta che – per dirla con le parole di Natalia Ferrara, relatrice ieri in aula – non è necessariamente quella a minor prezzo.
La questione è complicata, va detto, a prescindere dagli schieramenti a volte estremi su protezionismo e totale apertura dei mercati. Poi, non va dimenticato, c’è un Concordato intercantonale sugli appalti pubblici (Ciap) che detta regole federali, nonché un accordo bilaterale con l’Unione europea che garantisce la libera circolazione delle persone e delle risorse. Non ultimo, il buon senso che vede architetti e ingegneri svizzeri (ticinesi compresi) vincere e aggiudicarsi appalti pubblici in mezza Europa.
Il terreno è dunque scivoloso. Resta il fatto che in Canton Ticino l’intera classe politica ticinese da alcuni anni a questa parte ha deciso di privilegiare “prima i nostri” e il popolo la sostiene a grande maggioranza. In teoria. Quando poi si passa all’applicazione concreta del principio, spesso cade l’asino. Esempio eclatante, la legge sulle imprese artigianali (Lia) oggi incagliata nei ricorsi. Certo, questa volta – con la riforma sulle commesse pubbliche che ieri ha ricevuto il via libera del Gran Consiglio – si è pensato bene di allargare il recinto all’intera Confederazione, vale a dire le commesse pubbliche potranno coinvolgere unicamente i concorrenti residenti o con sede in Svizzera. Ma basta per evitare impedimenti ricorsuali? Claudio Zali, direttore del Dipartimento del territorio, s’è detto più volte sereno. Vedremo.
La riforma approvata ieri presenta le tipiche contraddizioni del periodo storico che stiamo vivendo. Da un lato si chiede più protezione per l’economia regionale (il che non è di per sé un male), dall’altra s’invitano le attività imprenditoriali a tener conto della “responsabilità sociale” (è scritto nero su bianco nella legge approvata ieri) e cioè di tutta una serie di principi e pratiche tesi a tutelare ambiente, socialità, lavoro, professionalità. Lacci e lacciuoli che il mercato, per la verità, ha sempre considerato freni alla libera impresa. Eppure è l’unica via, per quanto stretta, per provare a scardinare l’ormai perpetuo stato di smarrimento che coinvolge larghi strati della popolazione.
Detta altrimenti, è solo potenziando la qualità del lavoro e la sua retribuzione che l’economia regionale – ma non solo quella – può attendersi una corsia privilegiata nell’assegnazione del denaro pubblico. Già Ulrich Beck ben trent’anni fa, a proposito dei rischi dati dalla nuova sottoccupazione, l’aveva preannunciato: “Senza un’estensione del sistema della protezione sociale incombe un futuro di povertà”. Ben venga la riforma (pur con tutti i dubbi giuridici del caso), ammessa e non concessa la comprensione di chi (l’Ue) conosce periferie messe decisamente peggio delle nostre. Ma ormai, qui come altrove, si procede a un passo per volta. Rappezzando, perché scarseggia in designer, un abito sempre più stretto.

8.4.2017, 09:302017-04-08 09:30:11
Erminio Ferrari @laRegione

Non è una guerra tra ‘noi’ e ‘loro’

Ci vogliono forza morale e statura per non concedere ai terroristi ciò che reclamano: una dichiarazione di guerra. Il fine di una pur stolta strategia fatta di attacchi...

Ci vogliono forza morale e statura per non concedere ai terroristi ciò che reclamano: una dichiarazione di guerra. Il fine di una pur stolta strategia fatta di attacchi puntiformi condotti da individui più o meno consapevoli, con un’ascia, un camion, un coltello, facendo di sé una bomba, è ben riconoscibile: costringere le società europee a scindersi e a combattersi tra un “noi” e un “loro”; puntare a colpire quelle tradizionalmente più tolleranti per dimostrare l’incompatibilità di culture e fedi. Dunque attacchi che non appaiano soltanto vendicativi, ma assertivi, come predica l’Isis nelle pagine web del suo considerevole apparato di propaganda: la sua è una campagna di conquista, non una rappresaglia. E va ammesso che il suo successo, seppur inverosimile nel disegno complessivo, risiede già nelle adesioni che raccoglie, in termini di aspiranti al “martirio” e di opacità degli ambienti da cui provengono.
Quest’ultimo elemento è quello più controverso e tuttavia potenzialmente risolutivo. È noto cioè che la gran parte dei terroristi che in un modo o nell’altro si “immolano” hanno da tempo rotto i ponti con gli ambienti devozionali nei quali sono cresciuti (spesso passando per forme di devianza sociale e talvolta anche il carcere), trovando poi ascolto e aiuto nella ricostruzione di una propria identità nelle parole e nella vicinanza con gli specialisti dell’indottrinamento.
Ma questi “figli che si perdono” restano pur sempre figli, mariti, talora figlie, di una comunità che tende a proteggerli, come farebbe qualsiasi comunità allocata in contesti stranieri o addirittura ostili, e come le comunità musulmane tendono a fare in misura maggiore, in forza di una loro cultura peculiare.
Non si tratta qui di colpevolizzare o di assolvere. Piuttosto, di capire, da un lato, e di sollecitare, dall’altro. In breve: il modo più affidabile per tentare di sconfiggere il terrorismo (più della sola repressione armata) è prosciugare l’acqua in cui nuota. Riandando, se non risulta offensivo, al fenomeno terrorista nell’Italia degli anni 70/80, si vede con chiarezza che a sconfiggerlo fu il deserto fattogli attorno da quella classe operaia di cui si voleva avanguardia armata, e che aveva infine superato il “compagni che sbagliano”. E tocca alle comunità musulmane, nelle loro variegate aspirazioni e provenienze, percorrere tale strada.
Per esigerlo occorre però che le nostre stesse società, la politica, rifiutino lo schema binario noi-loro di cui si è detto sopra. Non solo perché è infantile e ignorante pensare i “musulmani” come una entità esclusiva e indistinta, proprio come lo è ritenere le nostre “una società”, lacerate come sono da contrasti economici, politici, culturali. Ma anche perché tale forma di pensiero (in auge in molta parte della politica europea) è speculare alla pretesa degli ideologi del terrore, e fornisce loro un vantaggio tattico formidabile.
Quella al terrorismo non è una guerra che richiede capacità militari, ma intelligenza, cultura, umanità. Sì, anche quando un assassino al volante di un camion (che dio lo maledica) si intesta un mandato divino. Perché è del suo gesto che dovrà rispondere, non del suo credo.

7.4.2017, 08:502017-04-07 08:50:23
Erminio Ferrari @laRegione

Donald Trump scopre il mondo

Se Pechino non provvede a mettere in riga Pyongyang, ci penserà lui. Se l’Onu non punirà Assad (della cui permanenza al potere si era da poco detto incurante), lo farà lui. Donald Trump ha...

Se Pechino non provvede a mettere in riga Pyongyang, ci penserà lui. Se l’Onu non punirà Assad (della cui permanenza al potere si era da poco detto incurante), lo farà lui. Donald Trump ha infine scoperto il mondo. Ma il candidato che aveva assicurato che mai avrebbe impegnato gli Stati Uniti in guerre che non li riguardassero in solido, non ha cambiato idea: semplicemente, come attestano la sua biografia e i mesi dacché risiede alla Casa Bianca, e come si dice anche in dialetto, Donald Trump non ha idea. Scambiando per visione la propria egomania, il presidente della nazione più potente della terra può far danni planetari.
Se alle sue parole seguiranno azioni corrispondenti, davvero i teatri di crisi mondiale muteranno drasticamente. Perché minacciare “lezioni” alla Corea del Nord significa coinvolgere Pechino in un azzardo enorme. Mentre dicendo Siria s’intende Russia (e, di sponda, Iran). Ma Mosca non è Città del Messico, con cui prendersi libertà da bullo; e Xi Jinping non è un primo ministro australiano al quale sbattere il telefono in faccia.
Anche limitando il discorso ai due scenari accennati, si capisce bene lo smisurato potenziale destabilizzante di un intervento diretto degli Usa. E bisogna intendersi: anche qualora lo si ritenesse risolutivo o doveroso. Togliere di mezzo Kim e le sue atomiche, Assad e i carnefici al suo comando, potrebbe persino essere un’azione meritoria. Ma governare il caos conseguente (come il bagno di sangue in Siria prefigura) richiederebbe una superiorità strategica e intellettuale di cui non c’è traccia a Washington, semmai l’opposto. L’iper-riflessivo Obama lo aveva ben presente, al punto d’aver semmai peccato d’omissione, e concorrendo oggettivamente alla decomposizione del quadro.
Il buco nero che è oggi la Siria sembra attrarre e distruggere anche le più solide razionalità, intimidire e paralizzare le più pavide politiche estere (Consiglio di sicurezza compreso), esaltare il cinismo di più lunga tradizione, aizzare gli istinti più crudeli; ma anche smascherare i bluff: “visto” quello di Erdogan e, staremo a vedere, quello di Trump.
La dinamiche scatenate dalla disgregazione siriana (irradiatesi in forma di migrazione di massa e di terrorismo jihadista) hanno prodotto più perdenti che beneficiari, e questi ultimi ben precari, a dispetto del tronfio modo di atteggiarsi: da Assad, al sicuro soltanto nel ridotto alawita attorno a Damasco, a Putin, al quale cominciano a saltare le metropolitane. E il Trump che prima ammicca al raìs e poi lo accusa di macelleria umana, e che professa ammirazione per il secondo, ricevendone in cambio fredda degnazione, non sa di che cosa parla quando minaccia di “pensarci lui”. Forse un barlume di lucidità era stata l’ammissione del suo portavoce, nelle ore seguite all’attacco chimico su Khan Sheikhun. La Casa Bianca, aveva detto Spicer, non è pronta a parlare del prossimo passo sulla Siria. Poi sì, si è messa a parlare, e addio.

6.4.2017, 08:302017-04-06 08:30:50
Matteo Caratti @laRegione

La passione di Bersani e del Plr

Sono stati tre giorni di passione quelli vissuti dal Plr di Bellinzona e dal potenziale sfidante, Andrea Bersani, chiamati a decidere se lanciare o meno il guanto della sfida al...

Sono stati tre giorni di passione quelli vissuti dal Plr di Bellinzona e dal potenziale sfidante, Andrea Bersani, chiamati a decidere se lanciare o meno il guanto della sfida al sindaco di quindicina Mario Branda.
Il cuore e le emozioni (e con essi la base del partito di maggioranza relativa della Nuova Bellinzona) avrebbero consigliato di buttarsi. Ma si sa: i fedelissimi e i simpatizzanti ragionano spesso d’impeto, scalpitano e sentono l’odore dell’arena. A frenare gli eroici entusiasmi è stato quindi il più razionale comitato del partito, perché a conti fatti i contro erano preponderanti rispetto ai pro. Nel mezzo, fra passione e ragione, c’era l’ex sindaco di Giubiasco Andrea Bersani, che era pronto a lanciarsi nella gara tutta in salita (da lui paragonata all’Alp d’Huez, ‘difficile, ma non impossibile’) per spirito di servizio al suo partito. Ma a un patto però: di avere a disposizione una bicicletta ‘comme il faut’. Velocipede che il comitato del Plr non è stato in grado di fornire o di assicurare. Del resto che ci fossero diversi elementi da ponderare per bene, prima di lanciarsi in un nuovo duello alle urne, lo si era capito già nel primo (caldo) pomeriggio di domenica. È comunque stato giusto e saggio per un partito responsabile prendersi il tempo per meditare, calcolatrice in mano, sui voti dati e ricevuti e sulla possibilità di miglioramento rispetto al potenziale avversario politico.
In ogni caso, la scelta di lasciare il sindacato a Mario Branda permetterà al Plr del presidente Marco Nobile di continuare a seminare in questa legislatura corta, in vista del prossimo confronto, forte del risultato percentuale incassato dal partito – di un buon 10% superiore a quello della composita lista di Branda – e di potersi ripresentare un domani con una lista trainata da Bersani vicesindaco di una Nuova Bellinzona ormai implementata.
La scelta di rinunciare al ballottaggio rafforza indirettamente anche il neopresidente Bixio Caprara, che sa bene (avendola vissuta per ben due volte nell’era Martignoni) quante incertezze e insidie possa celare l’avventura. Per Caprara il risultato complessivo dell’ultima domenica elettorale è più che lusinghiero: colpaccio a Paradiso con 5 municipali su 7, sfida lanciata con possibilità di vincita in Riviera e salda maggioranza relativa nella Turrita! Ipotecare ora questo ricco bottino per la volontà di mettere la ciliegina sulla torta nella Capitale, in caso di insuccesso avrebbe finito per rovinare la festa, creando oltretutto un clima pesante (almeno per un certo periodo) in seno al nuovo esecutivo chiamato a macinare da subito.
L’occasione sfumata del Plr, al di là dei calcoli degli strateghi di partito, ci dice però anche un’altra cosa. Che stiamo entrando pienamente in una nuova fase: quella dell’elettorato d’opinione. Da un lato lo si constata misurando l’importante aumento della scheda senza intestazione di partito, che nella Nuova Bellinzona ha interessato un quarto dell’elettorato (col 25,1% i senzapartito sono la seconda forza per l’esecutivo; addirittura la prima a pari merito col Plr per il legislativo col 27,3%). Un elettorato sganciato quindi dalle tradizioni di famiglia, dagli ordini di scuderia, che va convinto essenzialmente con la bontà e la forza delle idee. Per accasarselo almeno in parte il Plr avrebbe dovuto convincere questo esercito dei senza casacca del perché fosse necessaria una nuova chiamata alle urne dopo il palese successo di Branda. Operazione difficile e rischiosa, evidenza che ha fatto definitivamente pendere l’ago della bilancia a sfavore del ballottaggio.

5.4.2017, 08:352017-04-05 08:35:00
Christian Solari @laRegione

Che sia rapido. E indolore

Finalmente ci siamo. Si fa per dire, finalmente. Da una parte l’Ambrì, dall’altra il Langenthal. Da mesi, ormai, per l’Ambrì lo spareggio era lo scenario razionalmente più logico – tranne...

Finalmente ci siamo. Si fa per dire, finalmente. Da una parte l’Ambrì, dall’altra il Langenthal. Da mesi, ormai, per l’Ambrì lo spareggio era lo scenario razionalmente più logico – tranne forse che per i più inguaribili ottimisti (e in generale saranno sempre meno, ma non si sono mica estinti) –, e alla fine, puntualmente, eccolo qui. Anche perché, incluso il reboante 7-1 casalingo col Friborgo nella ‘finale playout’, i biancoblù hanno totalizzato dodici successi ‘pieni’ in una stagione. È tutto dire.
Da domani, e per almeno quattro partite, l’entusiasmo degli sfidanti si contrappone al terrore di chi da questa serie ha solo da perdere. Agli occhi suoi, certo, ma pure dei media di mezza Svizzera. I quali, senza dubbio un po’ in ritardo, hanno scoperto all’ultimissimo quale fosse la posta in gioco, correndo il rischio di spettacolarizzare oltremodo un evento che invece, purtroppo per l’Ambrì, in Leventina pare essere solo una malsana abitudine. Non per nulla i biancoblù dividono col Bienne il poco invidiabile primato di spareggi (tre, tutti negli ultimi sette anni) per la difesa del posto nell’hockey che conta. Se è vero, com’è vero, che in un simile duello più che l’agonismo o la qualità pesano le emozioni, dalla prospettiva della Valascia tutto quel bailamme di sottofondo, tra accuse, speculazioni e processi anticipati può solo rendere il clima ancor più pesante. Così, non avendo – ovviamente – la possibilità di influenzare ciò che gli sta attorno, l’Ambrì ha preso l’unica decisione che potesse avere un senso: allenarsi a porte chiuse, scelta dettata dall’esigenza di togliersi di dosso almeno le luci della ribalta, non potendo fare altrettanto con la morsa della pressione.    
Eppure, a ulteriore dimostrazione di come nell’hockey le cose cambino repentinamente sul serio, anche solo rispetto a due settimane fa il cielo sopra la Valascia è meno denso di nubi. Se così è, il merito non può non essere del modo in cui Dwyer e i suoi uomini hanno saputo reagire nella seconda parte della serie con il Friborgo. Sono i primi, tangibili segnali – e si spera pure duraturi – alla vigilia di uno spareggio che forse non sarà una passeggiata, ma intanto pare aver riconsegnato ai biancoblù i panni dei favoriti. Anche perché dal piano di sotto arrivano segnali piuttosto confortanti: il primo è che la finale tra un Rapperswil un po’ troppo altezzoso e un Langenthal che non fa della promozione una questione di vita o di morte arriva sino a gara 7. Segno che in B non ci fosse una squadra nettamente più forte di tutte le altre. Ciò che depone a favore dell’Ambrì. Poi, perché mentre Duca e compagni si preparano all’appuntamento da una settimanella, l’estremo equilibrio tra sangallesi e bernesi qualche strascico nella squadra di O’Leary deve pur averlo lasciato. Anche semplicemente pensando che domani il Langenthal va in pista per la sua quinta partita in dieci giorni. Senza dubbio non significa che le sorti dello spareggio siano già segnate, ma almeno i biancoblù possono affrontarlo con un pizzico di fiducia in più. Con la speranza che sia rapido. E soprattutto indolore.   

3.4.2017, 07:112017-04-03 07:11:00
Matteo Caratti @laRegione

Il bis di Super Mario

Il dato politico principale della domenica elettorale è il bis di Mario Branda. E che bis! Dopo aver permesso cinque anni fa di voltare la pagina dell’era Martignoni, ieri è stato eletto alla...

Il dato politico principale della domenica elettorale è il bis di Mario Branda. E che bis! Dopo aver permesso cinque anni fa di voltare la pagina dell’era Martignoni, ieri è stato eletto alla grande sindaco di quindicina della nuova Bellinzona. Il suo distacco in voti preferenziali dal liberale radicale Andrea Bersani è di quelli importanti (ben 1’299), ovvero oltre il 10 per cento.

Un bottino eccezionale, considerato che l’unità delle forze di sinistra per la quale ha corso Branda ha segnato un ‘timido’ 27,6% (perdendo un seggio in Municipio), mentre il Plr ha registrato una percentuale record con un 36,3 (percentuale rafforzatasi persino in Consiglio comunale) eleggendo tre municipali.

La nuova Bellinzona è quindi venuta alla luce con tanta suspense e con una particolarità: il partito al secondo posto per forza elettorale si trova col sindaco di quindicina, mentre il Plr – che è manifestamente più forte – deve, se vorrà anche la poltronissima di sindaco, chiedere il ballottaggio. Ciò significa assumersi la responsabilità di chiamare nuovamente i cittadini alle urne, quando una fetta importante di votanti ha già detto nell’urna cosa ne pensa premiando l’indiscussa popolarità oltre gli steccati di partito della locomotiva Branda.

Oltre all’analisi dei voti preferenziali (per capire nel dettaglio da quali liste e da quali comuni sono provenuti), se i liberali radicali di Bixio Caprara dovessero comunque decidere di sfidare Super Mario dovranno valutare anche altri elementi: primo, ovviamente, dovranno prevedere come si potrebbe comportare un elettorato composito (proveniente anche delle altre parrocchie e da altri campanili tanto per intenderci) in caso di ulteriore chiamata alle urne con due soli contendenti, uno di Bellinzona e l’altro di Giubiasco. Quali logiche ‘partitico-geografiche’ prevarrebbero, alla luce di come si è già comportato l’elettorato ieri nell’inedita contesa fra città ed ex comuni aggregati? E, secondo aspetto, questo pure da considerare, che peso / magnetismo avrebbero i due possibili sfidanti, considerato il loro profilo personale manifestamente diverso: Branda più pacato ed ecumenico, Bersani più scoppiettante e profilato.

Nell’attesa che il Plr faccia le sue riflessioni, tenendo conto che fra le sue priorità aveva annoverato pure la riconquista del sindacato a Bellinzona, cosa altro è emerso dalle urne? Un altro dato politico di un certo peso è che la Lega ha varcato il Ceneri entrando nella stanza dei bottoni della nuova Turrita e del neo-comune di Riviera. Lo ha fatto pur senza fare il botto, in particolare in Riviera dove, considerando gli ultimi dati delle Cantonali, poteva sperare di fare molto meglio, persino di raddoppiare la sua presenza. Comunque sia il movimento di via Monte Boglia ha confermato la sua avanzata anche a livello di comuni. Infine, sempre in tema di ballottaggi, ma stavolta già con il guanto della sfida lanciato, a rovinare la festa alla neonata Riviera azzurra del sindaco di quindicina Raffaele De Rosa ci ha pensato il collega (sindaco di lungo corso di Osogna e padre dell’aggregazione a 4) Alberto Pellanda, che si è visto scavalcare dal pipidino per soli 33 voti. In questo caso, a differenza della capitale, la decisione per il partito di Bixio Caprara è stata molto più facile da prendere: ‘All’attacco’.

Ultimissima annotazione: Paradiso. Il minimo che si possa dire è che dulcis in fundo – visto l’orario in cui è arrivato il risultato dello spoglio – il Plr ha fatto sentire tutto il suo peso in riva al Ceresio con un massiccio 60 per cento e la conquista di un ulteriore seggio in Municipio. In questo caso, la maggioranza di Ettore Vismara, in barba agli attacchi della Lega o forse proprio grazie a quelli, si è ulteriormente rafforzata.