Ilcommento

Ieri, 08:302017-09-23 08:30:22
Stefano Guerra @laRegione

La parola ‘reset’ e la realtà

‘Ripresa automatica’ del diritto europeo, ‘accordo quadro istituzionale’, ‘giudici stranieri’. Ha ragione il neo ministro degli Esteri Ignazio Cassis quando dice che sono parole «...

‘Ripresa automatica’ del diritto europeo, ‘accordo quadro istituzionale’, ‘giudici stranieri’. Ha ragione il neo ministro degli Esteri Ignazio Cassis quando dice che sono parole «avvelenate». Prima di tutto perché sono fuorvianti. Prendiamo il diritto europeo: verrebbe recepito in modo dinamico, mica automatico, ogni modifica di un accordo bilaterale continuerebbe a essere oggetto di una decisione da parte della Svizzera, nel pieno rispetto del suo processo legislativo, eventuale ricorso a referendum incluso.

Ma queste parole sono, soprattutto, avvelenate politicamente. Ne sa qualcosa Didier Burkhalter: negli ultimi anni il ministro degli Esteri uscente ha sbandierato un fumoso ‘accordo quadro’, senza mai riuscire a spiegare in che modo questo potesse rilanciare le malridotte relazioni bilaterali tra Svizzera e Unione europea. L’Udc ha così avuto buon gioco nel denunciare “l’adesione strisciante all’Ue”: ha dapprima lanciato l’iniziativa contro i giudici stranieri, poi con l’Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente ne ha messa in cantiere un’altra contro la libera circolazione.

Dunque Ignazio Cassis fa bene a dire che è ora di cambiare registro: di parlare di ‘regolamentazione’ anziché di ‘accordo quadro’, per esempio. Ma se, come ha ricordato nella sua prima conferenza stampa da consigliere federale eletto, «le parole plasmano la realtà», allora lo stesso vale per quelle pronunciate al riparo da microfoni e taccuini. In un’audizione davanti al gruppo parlamentare Udc, tanto per dirne una. Cassis ora può pure affermare che non si sente in obbligo nei confronti dell’Udc e che rappresenta anche coloro che non lo hanno eletto. Il fatto è che, appunto, ovunque vengano pronunciate, le parole plasmano la realtà. E la realtà è che adesso l’Udc già ricorda al ticinese che può realizzare quanto proposto durante le audizioni alla vigilia dell’elezione: “Premere il bottone ‘reset’, rinunciare ad attuare automaticamente il diritto europeo, rifiutare giudici stranieri e clausola ghigliottina”.

Non succederà nulla di tutto questo. L’idea del ‘reset’ tanto piaciuta all’Udc è destinata a concretizzarsi in correzioni di natura semantica, o poco più. Cassis si appresta infatti a calcare un terreno che, seppur accidentato, resta solido. Sulla via bilaterale si è persino registrato qualche passo avanti da quando il Parlamento ha varato una legge eurocompatibile per attuare l’iniziativa Udc ‘contro l’immigrazione di massa’: in luglio è stato attualizzato l’accordo sugli ostacoli tecnici al commercio, ed è vicina la firma di quello per collegare i rispettivi sistemi di scambio di quote di emissioni. A lungo fermi, i dossier (alcuni, almeno) verranno verosimilmente sbloccati a poco a poco: il clima tra Berna e Bruxelles sta tornando al sereno, e tale dovrebbe restare fino al prossimo temporale (la votazione sull’iniziativa Udc contro i giudici stranieri?).

Il nuovo capo della diplomazia elvetica, inoltre, si muoverà in un solco già tracciato. Venerdì il Consiglio federale deciderà – senza Cassis – cosa mettere sul piatto da offrire al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, atteso in Svizzera il 23 novembre (visita non ancora confermata). Non si vede come Cassis, che entrerà in carica il 1° novembre, possa stravolgere quanto sarà magari stato deciso nel frattempo.
Ma non c’è solo l’Ue. Le difficili relazioni con l’Italia in ambito fiscale, il budget della cooperazione allo sviluppo, costantemente nel mirino dell’Udc e dello stesso Plr, la conduzione di un dipartimento complesso, dove negli ultimi anni si sono diffusi incertezza e malcontento tra il personale: il lavoro certo non mancherà al ticinese neo ministro degli Esteri.

22.9.2017, 08:302017-09-22 08:30:22
Daniela Carugati @laRegione

I confini ai tempi di Schengen

È una storia davvero al... confine quella di Lisa Bosia Mirra. A ben vedere, in effetti, è lì al confine (o ai confini) dell’Europa che si consuma da tempo il dramma dei migranti. È alla...

È una storia davvero al... confine quella di Lisa Bosia Mirra. A ben vedere, in effetti, è lì al confine (o ai confini) dell’Europa che si consuma da tempo il dramma dei migranti. È alla linea di demarcazione a sud del nostro Paese che l’estate scorsa ci siamo accorti che il fenomeno dei flussi migratori riguarda anche noi. Ed è sempre alle frontiere di Schengen che è appeso pure il destino (giudiziario) della co-fondatrice di Firdaus (nonché deputata del Partito socialista). Può sembrare paradossale, ma se il verdetto del giudice della Pretura penale (Siro Quadri) seguirà la linea difensiva della 43enne (a favore del proscioglimento da tutte le accuse), Lisa Bosia Mirra dovrà essere grata all’accordo di Schengen e al suo inaspettato... ‘umanesimo’. Il legale della deputata non ha avuto esitazioni: Schengen distingue tra frontiere esterne e interne. Insomma, aver aiutato dei cittadini eritrei e siriani ad andare a nord, attraversando i valichi con l’Italia e la Germania «non configura i reati di entrata, rispettivamente partenza, illegali». Per suffragare questa tesi è stata presentata anche la perizia di una esperta dell’Università di Lucerna.

Del resto, mai come ieri in aula (quella del Tribunale penale federale; la Pretura era troppo angusta) si è capito che il confine fra legalità e illegalità quando c’è di mezzo uno slancio umanitario è sottile. La legge è legge, ha fatto capire in modo netto la procuratrice pubblica. E vale anche per persone come Lisa Bosia Mirra. Che ha funto da ‘staffetta’; che ha fatto da «regista» nei nove episodi contestati (e valsi un decreto e una condanna, confermati). Ergo, non è una questione di buone azioni. Qui per l’accusa non può esserci che una lettura giuridica dei fatti (peraltro non contestati dall’imputata). Non c’è spazio per altre valutazioni: «Questo non è un processo politico ma penale», si è scandito. Come dire che i casi umanitari sono altri («e non è quello che ci occupa»). La procuratrice è riuscita, in altre parole, a ribaltare la prospettiva. Lisa Bosia Mirra, ha rimproverato, non ha aiutato i migranti («Non è così che si fa»). Semmai li ha esposti a dei rischi, lasciandoli senza soldi, in un territorio sconosciuto e con delle difficoltà a farsi capire. Verrebbe da pensare che i passatori locali, e ancor più i trafficanti internazionali, sono un’altra cosa. Che è lì che bisogna concentrare gli sforzi per contrastare sfruttamento e violenze (le stesse di cui portavano i segni pure i migranti incrociati a Como). Ma, appunto, alla norma non si sfugge. E al rispetto della legalità non si deroga. ‘Dura lex, sed lex’, ha detto qualcuno. Alla Pretura penale ora (l’ardua) sentenza.

21.9.2017, 08:302017-09-21 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Fumata bianca per ‘il fabbro’

Ieri ore 9 e 15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più chance di venir eletto al...

Ieri ore 9 e 15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più chance di venir eletto al posto di Didier Burkhalter, ce l’ha fatta al secondo scrutinio! Entrato papa è uscito per direttissima consigliere federale. Un momento storico ed emozionante per la Svizzera, soprattutto per quella di lingua italiana. Quasi vent’anni di anticamera sono tanti. Nell’aria a Berna e a Bellinzona si respira voglia di festa. Festa per una Svizzera in qualche modo più colorata, più bella, più rivolta al Sud. Niente da fare per i due rampanti romandi. La ‘formula magica’ di governo resta di tre latini, ma uno indossa finalmente di nuovo la maglia rosso-blu.

Per il neoeletto la campagna è stata di quelle dure ed estenuanti, visto che, appena ritiratosi Burkhalter, il suo nome ha iniziato a circolare quale possibile successore. Quindi molto prima che il Plrt decidesse di candidarlo a inizio agosto a Lattecaldo. Da sempre in testa nei pronostici, per lui le cose si sono un tantino complicate quando, strada facendo, è apparsa la figura del ginevrino Pierre Maudet, determinato, giovane e fresco, finito a sorpresa sul famoso ‘tricket’. Un esterno al Palazzo e un concorrente che ha dato del filo da torcere al ticinese, in quanto in parte alternativo al profilo di Cassis, e perché rappresentante di una Romandia che ha fatto quadrato attorno ai suoi due candidati, rivelandosi molto parca nel far regali e sconti ai cugini della minoranza svizzero-italiana.

Ma al di là delle caratteristiche dei due combattivi avversari e al di là di una grande dose di fortuna nell’allineamento dei pianeti (politico-partitici) sopra Palazzo federale, Ignazio Cassis ha in definitiva saputo maggiormente convincere, soprattutto perché uomo di esperienza sotto la cupola federale e perché capace di mediazione, non da ultimo nei panni di capogruppo. Ruolo che gli è valso molti appoggi e molte simpatie, grazie ai contatti ravvicinati e personali. Lo si è sentito anche nel suo discorso di accettazione: Cassis è uomo di concordanza. Non a caso, crediamo, nelle sue prime parole ha sottolineato parecchio il grande rispetto per l’altrui opinione, citando anche Rosa Luxemburg. Inoltre, a lui sono andati i favori di una buona parte dei deputati svizzero-tedeschi, convinti per ragioni istituzionali – e di ciò siamo loro grati – che fosse giunto il momento di votare ‘l’Ig-nazio’, come lo chiamano parecchi di loro, e non di metterci di nuovo un terzo romando, facendoci rifare l’ennesimo esercizio alibi del dopo Flavio Cotti.

E ora cosa saprà dare quest’elezione alla Svizzera? La presenza di un ministro italofono servirà a farla brillare maggiormente per un’autentica sensibilità verso le minoranze che la compongono. L’elezione di Cassis – che si è definito un fabbro per unire di più il nostro Paese – dimostra nei fatti che non si tratta di semplici proclami. Riuscire a riportare i colori dell’italianità in governo – dopo numerosi tentativi andati a vuoto e dopo quasi un ventennio di assenza dall’esecutivo federale – è la conferma che le parole e i paragrafi della Costituzione federale pesano e hanno un senso profondo. Un fatto che ci piace oltremodo sottolineare. Il che non deve indurci ora a credere qui a Sud delle Alpi di avere a Berna un terzo consigliere agli Stati. Cassis è e dovrà essere un ministro che rappresenta la Svizzera tutta. Anche quindi, ma non solo, quella di lingua italiana.

Al neoeletto, dopo i meritati festeggiamenti, i colpi di cannone, gli scampanii e i bagni di folla, auguriamo in alto i cuori e buon lavoro a Berna. Che quella poltrona abbia atteso per così tanti anni, pone senz’ombra di dubbio sulle sue spalle una responsabilità tutta speciale.

20.9.2017, 11:192017-09-20 11:19:00
Matteo Caratti @laRegione

Per Cassis ‘il fabbro’, fumata bianca

20 settembre 2017 ore 9.15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più...

20 settembre 2017 ore 9.15. Smentito alla grande l’antico detto ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ignazio Cassis, indicato da mesi come il candidato con più chance di venir eletto al posto di Didier Burkhalter, ce l’ha fatta al secondo scrutinio! Entrato papa è uscito per direttissima consigliere federale. Un momento storico ed emozionante per la Svizzera, soprattutto per quella di lingua italiana. Quasi vent’anni di anticamera sono tanti. Nell’aria a Berna e a Bellinzona (giustamente) si respira oggi voglia di festa. Festa per una Svizzera in qualche modo più colorata, più bella, più rivolta al Sud. Niente da fare per i due rampanti romandi. La ‘formula magica’ di governo resta di tre latini, ma uno indossa finalmente di nuovo la maglia rosso-blu.

Per il neo-eletto la campagna è stata di quelle dure e estenuanti, visto che, appena ritiratosi il ministro romando, il suo nome ha iniziato a circolare quale possibile successore. Quindi molto prima che il Plrt decidesse di candidarlo a inizio agosto in quel di Lattecaldo. Da sempre in testa nei pronostici, per lui le cose si sono un tantino complicate quando, strada facendo, è apparsa la figura del ginevrino Pierre Maudet, determinato, giovane e fresco, finito a sorpresa sul famoso ‘tricket’. Un esterno al Palazzo e un concorrente che ha dato del filo da torcere al ticinese, in quanto in parte alternativo al profilo di Cassis, e perché rappresentante di una Romandia che ha fatto quadrato attorno ai suoi due candidati, rivelandosi molto parca nel far regali e sconti ai cugini della minoranza svizzero-italiana.

Ma al di là delle caratteristiche dei due combattivi avversari e al di là di una grande dose di fortuna nell’allineamento dei pianeti (politico-partitici) sopra Palazzo federale, Ignazio Cassis ha in definitiva saputo maggiormente convincere, soprattutto perché uomo di esperienza sotto la cupola federale e perché capace di mediazione, non da ultimo nei panni di capogruppo. Ruolo che gli è valso molti appoggi e molte simpatie, grazie ai contatti ravvicinati e personali. Lo si è sentito anche nel suo discorso di accettazione: Cassis è uomo di concordanza. Non a caso, crediamo, nelle sue prime parole, ha sottolineato parecchio il grande rispetto per l’altrui opinione, citando anche Rosa Luxemburg. Inoltre, a lui sono andati i favori di una buona parte dei deputati svizzero-tedeschi, convinti per ragioni istituzionali – e di questo siamo loro grati ­– che fosse giunto il momento di votare ‘l’Ig-nazio’, come lo chiamano parecchi di loro, e non di metterci di nuovo un terzo romando, facendoci rifare l’ennesimo esercizio alibi del dopo Flavio Cotti.

E ora cosa saprà dare quest’elezione alla Svizzera? Come abbiamo già avuto modo di scrivere la presenza di un ministro italofono servirà a farla brillare maggiormente per un’autentica sensibilità  verso le minoranze che la compongono. L’elezione di Cassis – che si è definito un fabbro per l’unità del nostro Paese ­– dimostra nei fatti che non si tratta di semplici proclami. Riuscire a riportare i colori dell’italianità in Governo – dopo numerosi tentativi andati a vuoto e dopo quasi un ventennio di assenza dall’esecutivo federale – è la conferma che le parole e i paragrafi della Costituzione federale pesano e hanno un senso profondo. Un fatto che ci piace oltremodo sottolineare. Il che non deve indurci ora a credere qui a Sud della Alpi di avere a Berna un terzo consigliere agli Stati. Cassis è e dovrà essere un ministro che rappresenta  la Svizzera tutta. Anche quindi, ma non solo,  quella di lingua italiana.

Al neo-eletto, dopo i meritati festeggiamenti, i famosi colpi di cannone, gli scampanii e il bagno di folla all’arrivo in Ticino, auguriamo in alto i cuori e buon lavoro in quel di Berna. Che quella poltrona abbia atteso per così tanti anni, pone senz’ombra di dubbio sulle sue spalle una responsabilità tutta speciale.

19.9.2017, 08:152017-09-19 08:15:00
Aldo Bertagni @laRegione

Una riforma spia di debolezza

Una riforma fiscale di pesante digestione accompagnata, non a caso, da un blando digestivo. È il “pacchetto” presentato ieri dal Consiglio di Stato e approvato dallo stesso all’unanimità...

Una riforma fiscale di pesante digestione accompagnata, non a caso, da un blando digestivo. È il “pacchetto” presentato ieri dal Consiglio di Stato e approvato dallo stesso all’unanimità, “ministro” socialista compreso che, perché presidente del governo, ieri ha avvertito la necessità di fare alcune puntualizzazioni. Anche personali, ma la sostanza non cambia. Dicevamo una riforma pesante perché impopolare: riduce (un punto per mille in due anni) l’aliquota d’imposta sulla sostanza (la ricchezza) dei contribuenti milionari qui residenti, con un costo – minori entrate – di 15 milioni annui per le casse cantonali e 11,5 per quelle comunali. Una misura che coinvolgerà circa 7’000 contribuenti, ovvero il 20 per cento di coloro che hanno pagato nel 2012 – è l’ultimo dato certo – l’imposta sulla sostanza, sul patrimonio.

L’intero pacchetto fiscale e sociale presentato ieri dal governo è stato costruito su questo pilastro: ridurre l’imposizione dei milionari qui residenti perché altrimenti – l’ha detto ieri a chiare lettere Christian Vitta, direttore del Dfe e lo si legge nel messaggio governativo – questi scappano altrove, anche perché il Canton Ticino in questo specifico segmento è agli ultimi scalini della classifica svizzera, il più fiscalmente esigente verso chi molto ha guadagnato o ereditato.

E non a torto, per almeno due motivi. Il primo è di carattere generale. In ogni Stato democratico, che basa cioè la propria ricchezza sui contributi prelevati ai cittadini, la tassazione è progressiva e penalizza maggiormente chi più ha. Per un motivo semplice: non bastano capacità e creatività individuali per accumulare ricchezza, servono anche non poche condizioni generali (infrastrutture nel sottosuolo, strade adeguate, territorio all’altezza, sicurezza sociale, solo per citarne alcune) garantite dallo Stato in cui si opera e queste costano parecchio. Non è un caso se nei Paesi anglosassoni molti ricchi imprenditori decidono, in tarda età, di restituire parte del proprio patrimonio all’intera comunità tramite fondazioni o simili. Perché certo la ricchezza non è il diavolo (non più da un pezzo…), ma neanche un dono portato dalla cicogna. Il secondo motivo ha a che fare con la situazione particolare del Canton Ticino, regione di minoranza e di frontiera e dunque più esposta alle insidie del mercato nazionale e internazionale. O questo argomento diventa buono solo quando si bussa a Palazzo federale?

La riforma si attribuisce anche i termine “sociale” perché prevede un potenziamento delle strutture di accoglienza dei bambini in età prescolare e scolare, ma soprattutto – vera innovazione – l’assegno parentale, ovvero 3’500 franchi una tantum per ogni figlio che nascerà a partire dal prossimo anno ai genitori qui residenti con un reddito lordo familiare non superiore ai 140’000 franchi. Si prevedono circa duemila casi all’anno. Un incentivo alla natalità che farà felice chi già sta pensando di mettere su famiglia, ma non aiuta certo chi di figli già ne ha parecchi e fatica a mantenerli. Per questi ultimi, si dice, già sono previste misure di sostegno. Peraltro recentemente ristrette. E allora questa nuova “invenzione” a cosa serve se non a digerire un po’ meglio la ricetta fiscale? Perché mai, altrimenti, si sarebbe deciso di inserirla in questo pacchetto? Tanto vale dirlo senza falsi pudori. Abbiamo bisogno dei settemila milionari qui residenti perché la gallina dalle uova d’oro – le banche – s’è dimagrita parecchio. E anche perché la qualità di lavoro e reddito fatica a decollare. Tutto il resto è aria fritta o quasi.

18.9.2017, 09:002017-09-18 09:00:28
Andrea Manna @laRegione

Ora basta tergiversare: inchiesta parlamentare o amministrativa

Prima di studiare e suggerire al Consiglio di Stato misure procedurali affinché in seno all’Amministrazione cantonale non si ripetano, nella...

Prima di studiare e suggerire al Consiglio di Stato misure procedurali affinché in seno all’Amministrazione cantonale non si ripetano, nella gestione dei mandati pubblici, casi deplorevoli come quello dell’Argo 1, il parlamento dovrebbe conoscere, o cercare di conoscere, tutti i fatti, retroscena compresi, legati all’incarico attribuito a suo tempo dal Dss, il Dipartimento sanità e socialità, alla ditta di sicurezza di Cadenazzo. Purtroppo sta avvenendo quanto paventavamo su queste colonne solo un paio di mesi fa: altre ombre si allungano sull’incarico diretto – milionario e privo della necessaria risoluzione governativa – alla ditta di sicurezza di Cadenazzo per un compito assai sensibile: la sorveglianza di centri d’accoglienza per asilanti. La recentissima rivelazione della Rsi sulla cena o le due cene offerte dal titolare della Argo 1 all’allora capogruppo del Ppd, oggi presidente cantonale del partito, e alla sua compagna, che al Dss guida il Servizio richiedenti l’asilo, è quindi un motivo (un ulteriore motivo) più che sufficiente per indurre la Commissione della gestione del Gran Consiglio a compiere un passo altamente opportuno. Quello di proporre al Legislativo la costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Di una commissione con maggiori poteri di quelli di cui ha goduto la ‘Vigilanza’, la sottocommissione della Gestione che ha ricostruito l’iter del controverso mandato.

Se poi la Gestione dovesse tentennare, toccherebbe al governo, riteniamo, muoversi. Aprendo un’inchiesta amministrativa.

Gli accertamenti svolti dalla ‘Vigilanza’ potrebbero infatti non bastare per avere un quadro completo della situazione e capire fra l’altro se – ai vari livelli del Dss e di qualche altro Dipartimento – ci siano le persone giuste al posto giusto. Nell’affaire Argo 1 sorprende e preoccupa la leggerezza dei comportamenti di alcuni funzionari e di alcuni politici, peraltro attivi da tempo nei rispettivi ambiti. Sorprende e preoccupa la loro incapacità di cogliere la differenza tra ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Sorprende e preoccupa che un mandato sia stato gestito per anni senza l’avallo del Consiglio di Stato. Evidentemente certi episodi, anche con risvolti penali, accaduti in un passato neppure tanto lontano in settori dell’Amministrazione non hanno insegnato nulla.

Questa brutta storia del mandato alla Argo 1 è venuta alla luce solo dopo l’arresto del titolare e di un dipendente dell’agenzia di sicurezza. Ma non si può e non si deve pretendere che sia ogni volta la magistratura a far emergere magagne amministrative e politiche. I partiti si assumano pertanto le proprie responsabilità e agiscano di conseguenza, mettendo al bando inciuci. Dunque scelgano. Decidano. Il che, con riferimento al dossier Argo 1, significa istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta o avvio di un’inchiesta amministrativa. I cittadini sollecitano chiarezza. Per ridare alle istituzioni credibilità – quella credibilità che il caso in questione ha offuscato non poco – Gran Consiglio e governo non possono più tergiversare. Serve una salutare lezione di civica.

18.9.2017, 08:362017-09-18 08:36:02
Matteo Caratti @laRegione

Due cenette di troppo

Durante il fine settimana siamo rimasti letteralmente di stucco: abbiamo sentito un presidente di partito, politico e parlamentare navigato, ammettere che una fattura di 150 franchi per due cene (...

Durante il fine settimana siamo rimasti letteralmente di stucco: abbiamo sentito un presidente di partito, politico e parlamentare navigato, ammettere che una fattura di 150 franchi per due cene (da lui consumate con la compagna che si occupa per il Cantone di rifugiati) è stata effettivamente pagata da una ditta privata, che si occupa pure lei di rifugiati. Si ricorderà, per inciso, che quella ditta (Argo 1) ha beneficiato qualche tempo prima di un mandato diretto da parte del Cantone, mandato poi proseguito (in violazione delle leggi) senza pubblico concorso per diversi anni. Ebbene, a lasciarci allibiti è il fatto che il politico, con la cena offerta in quel di Bormio, non si accorga che la questione è grave. E a più livelli. Gli rinfreschiamo quindi la memoria.

Esiste, a nostro modesto parere, innanzitutto un problema politico, perché quel tale che ha beneficiato, al secolo Dadò Fiorenzo, è un deputato (e al momento della cena era pure capogruppo in parlamento) e quindi politico di spicco, che rappresenta uno dei poteri dello Stato, quello legislativo, chiamato, se del caso, anche a indagare su simili fattispecie. Un ‘problema’ doppiamente politico, visto che a dare a suo tempo il mandato diretto ad Argo 1 è stato il consigliere di Stato del medesimo partito, finito nelle sabbie mobili della polemica per non aver avvertito i colleghi di governo del mandato diretto milionario, quando questo si è tranquillamente protratto per anni.

C’è poi, sempre a nostro modesto parere, un problema amministrativo, perché speriamo che in questo Paese i cittadini osino ancora indignarsi se ai funzionari vengono riservati soggiorni e offerte cene. I funzionari sono chiamati a fare l’interesse generale, a spendere nel miglior modo possibile i denari che noi affidiamo loro pagando le tasse, non ad accettare regalie da parte di persone che hanno interesse a farle. Ad Argo 1 non verrebbe mai in mente di offrire nemmeno un caffè al comune cittadino che in questo momento sta leggendo questo commento, mentre alla funzionaria che si occupa di rifugiati e al di lei compagno, il signor Dadò (capogruppo Ppd della stessa squadra di Beltramimelli), sì.

Non c’è bisogno di spiegarne il perché: i lettori e gli elettori tanto tonti non sono. Lo hanno già capito benissimo ancor prima di aver visto/sentito l’arrampicata sui vetri di Dadò e del suo vice (debolissimo) Marco Passalia che ci rideva quasi su declassando il caso. Ma per favore… lasciate stare i campanili da rimettere al centro del villaggio. Al centro del villaggio ci sta un sacrosanto principio: queste triangolazioni da ‘agenzia viaggi’ con cenette non devono esistere. Punto.

Poi ci si chiede come mai la politica abbia perso credibilità e come mai certa politica (leghista in particolare) abbia gioco facile nel tiro al piccione. Perché si trova servite su di un piatto d’argento simili arrampicate. Se Dadò deciderà di rimanere al suo posto, dovrà mettere in conto che questa vicenda lo ha trasformato in un’anatra zoppa. D’ora innanzi impossibile per lui fare una polemica. Ogni volta gli sarà ricordato il caso della cena offerta (lo ripetiamo) da uno che aveva comunque interesse a ingraziarsi una certa cordata politica/amministrativa. Glielo potrà abbastanza agilmente ricordare persino quel Caverzasio che ha appena lasciato il Cda dell’Eoc, mantenendo stretta la carica di capogruppo, per evitare che lo chiamassero a chiarire maggiormente la sua posizione. Il che è tutto dire.

Concludendo: il problema lo ripetiamo è di credibilità delle istituzioni. Quindi parlamento e governo dicano finalmente ai cittadini se un simile andazzo è tollerabile nell’amministrazione. Basta cincischiare! E la procura spieghi perché per la funzionaria non c’è un reato penale.

16.9.2017, 08:262017-09-16 08:26:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Tutti imprenditori di sé stessi

‘Crowd work’, ‘Gig economy’ e ‘Sharing economy’. Sono tutte espressioni che stanno entrando con forza nel linguaggio comune e indicano i nuovi modelli di lavoro e di organizzazione...

‘Crowd work’, ‘Gig economy’ e ‘Sharing economy’. Sono tutte espressioni che stanno entrando con forza nel linguaggio comune e indicano i nuovi modelli di lavoro e di organizzazione aziendale che stanno emergendo negli ultimi anni e che come dimostra un recente studio del sindacato Syndicom non risparmia nemmeno la Svizzera.

Sono un milione le persone che integrano il proprio reddito attraverso una piattaforma digitale (crowd work), ovvero attraverso un impiego atipico molto temporaneo e trovato grazie a un’applicazione elettronica. Gli autisti di Uber sono il caso più emblematico. Si va dall’impiego come giardiniere per mezza giornata destinato allo studente bisognoso di un centinaio di franchi, all’ingaggio per qualche mese, magari per un progetto informatico internazionale, che fa gola al neo ingegnere desideroso di mettersi alla prova. In tutti i casi si tratta di un’accelerazione – e con l’arrivo sul mercato del lavoro delle nuove generazioni sarà sempre più evidente – di quel processo di disintermediazione in atto da qualche anno grazie alla digitalizzazione dell’economia e che mira a rendere ogni lavoratore imprenditore di se stesso o qualcosa di simile, accollandogli di fatto il rischio d’impresa e facendo evaporare qualsiasi tutela sociale e contributiva.

Con le piattaforme di ‘crowd work’, infatti, si disintermediano i rapporti, lo spazio e i tempi di lavoro. In poche parole si tenderà a superare l’attuale organizzazione d’impresa (ancora per certi versi di stampo ‘fordista’) e il dualismo tra lavoro precario e stabile eliminando quest’ultimo. Le parole del Ceo di Crowdflower.com, Lukas Biewald, sono eloquenti: “Prima dell’avvento di internet, sarebbe stato praticamente impossibile trovare qualcuno disponibile a lavorare per te dieci minuti per essere poi subito licenziato. Ma grazie a queste tecnologie ora si può effettivamente trovare qualcuno, corrispondergli un compenso irrisorio per poi sbarazzarsene non appena non se ne ha più bisogno”. Da notare che Crowdflower, basata a San Francisco, in California opera nel campo dell’intelligenza artificiale. Non stiamo parlando di reclutatori di manodopera poco qualificata destinata a pulire i vetri di una delle fantasmagoriche sedi di multinazionali della Silicon Valley.

Sempre più figure professionali in futuro si troveranno in un limbo tra lavoro autonomo e subordinato con effetti non indifferenti anche sui sistemi di finanziamento dello stato sociale. Un autista di Uber, per esempio, è un vero freelance oppure dipende da un algoritmo che gli dice quante corse fare, come deve comportarsi con un cliente e quale tragitto fare per essere più redditizio? In che modo deve contribuire al suo futuro pensionistico? Per non parlare delle coperture assicurative in caso di incidente.

Gli interrogativi su questa tipologia di occupazione sono tanti e la legislazione, non solo in Svizzera, dovrà essere adeguata alle mutate condizioni sociali e all’evoluzione tecnologica. Ma un dubbio rimane: non è che la digitalizzazione è solo un modo molto sofisticato per ridurre il costo del lavoro, abbassare i redditi ed eliminare le tutele sociali?

15.9.2017, 08:302017-09-15 08:30:40
Monica Piffaretti

Un paese senza eroi

Non lo nascondo: preferivo Laura Sadis.Prima di tutto perché molto capace; poi perché donna; poi ancora perché, pur se ticinese, non sarebbe stata sostenuta a spada così tratta dall’Udc; e, infine,...

Non lo nascondo: preferivo Laura Sadis.
Prima di tutto perché molto capace; poi perché donna; poi ancora perché, pur se ticinese, non sarebbe stata sostenuta a spada così tratta dall’Udc; e, infine, perché ho spesso condiviso la sua linea politica di equilibrio al Nazionale e in governo. Ma tant’è: due minuti dopo il fischio iniziale della partita per il dopo Burkhalter, con due dribblate, è tornata in panchina. Ignazio Cassis, area centro-destra, è quindi diventato il candidato unico del Plrt. Lui dopo Flavio Cotti? Ho così iniziato a cercare di conoscerlo meglio, seguendo la campagna sui media.
Devo dire che il nodo del suo forte legame professionale con le casse malati mi ha dato fastidio. Parecchio. Mi piacciono le personalità politiche indipendenti. Più lo sono più le stimo, al di là del fatto che abbiano o no una visione politica vicina alla mia. Insomma, mi piace chi gioca libero. Chi sa sorprendere, non bela col gregge e non ubbidisce a eminenze grigie. Ho però (quasi subito) dovuto ammettere che la ‘questione cassamalatara’ era già stata metabolizzata da tempo, essendo Cassis sperimentato capogruppo liberale alle Camere.
C’è stato poi il capitolo della doppia cittadinanza che avrebbe fatto bene a non abbandonare (anche perché oggi tanti sono gli svizzeri binazionali), ma ho ritenuto la questione piuttosto personale: una decisione che spetta al singolo che ha una sua storia familiare e che ambisce alla poltrona di ministro sotto una precisa bandiera nazionale. Ho poi sentito che Cassis è per la liberalizzazione della cocaina. Per una che è anche contraria alla liberalizzazione della canapa… Ma, mettendo ogni cosa sulla bilancia, mi auguro che il ticinese si aggiudichi lo sprint finale perché ho apprezzato (tanto) la sua genuinità nell’intervista che ha rilasciato ieri proprio a questo giornale. C’è molto nelle sue risposte. C’è un’umanità che va oltre le posizioni politiche che – devo ammettere – mi ha colpito.
Altri uomini politici – i cosiddetti ‘Alphatier’, cioè quelli dominanti che entrano in politica come pugili sul ring e che sentono il potere sotto i polpastrelli come un chitarrista le corde – mai avrebbero mostrato il lato umano che Cassis ha svelato. La solitudine del candidato; la modestia molto elvetica (e speriamo che tale rimanga) dei mezzi nell’approcciare la campagna; il fastidio nel trovarsi certi giornalisti in casa (persino accanto al divano divenuto oggetto di analisi); la sua ammissione ‘Sì, la tensione interiore non te la porta via nessuno’. Ve li sareste immaginati Blocher o Couchepin fare tali confessioni? Due ex che tirano ancora qualche cordina… Ecco, in questo mi è piaciuto molto: nella capacità di essere se stesso. Senza indossare i panni del mattatore a cui tutto riesce senza fatica. No, nelle risposte date, egli indossa quelli dell’uomo che, per compensare lo stress mentale e fisico che da settimane sente gravare sulle spalle, fa jogging; che sotto i riflettori (romandi) ha avuto anche momenti no. Certo, queste non sono considerazioni di natura squisitamente politica. Tratteggiano però un certo carattere in grado di far squadra (e concordanza). I deputati soppeseranno ben altro (temi, tattiche, vantaggi partitici/personali…) prima di votare. In politica non si regala niente. Ma mi piace comunque evidenziarle. Perché, che diavolo, un po’ di umanità (autentica, che non profuma di plastica e non è pilotata dagli esperti di marketing) – a sinistra come a destra – davvero non guasta. In bocca al lupo, quindi! Una Svizzera, con un italofono nel cockpit federale non sarà la fine del mondo, che andrà avanti per la sua strada (oggi piuttosto impervia). Però sarà una patria che mette in mostra il suo grande rispetto per le minoranze. E poi, come dice la celebre frase di Brecht, ‘Beato quel paese che non ha bisogno di eroi’. Appunto.

14.9.2017, 08:302017-09-14 08:30:44
Sebastiano Storelli @laRegione

In Terra Santa il Lugano cerca il suo personale miracolo

Terra Santa, terra di miracoli. È a Beer Sheva, antica stazione di ristoro nel deserto del Negev e città rifondata dopo l’indipendenza del 1948, che il...

Terra Santa, terra di miracoli. È a Beer Sheva, antica stazione di ristoro nel deserto del Negev e città rifondata dopo l’indipendenza del 1948, che il Lugano è venuto a chiedere il suo personalissimo miracolo: ritornare sul palcoscenico dell’Europa calcistica da protagonista e non da semplice comparsa come vorrebbero molte Cassandre. Forse dimenticando che un primo prodigio la società bianconera l’aveva compiuto con l’accesso diretto alla fase a gironi di Europa League. Quel prodigio – il terzo posto della scorsa stagione – ha contribuito a far crescere la società nelle ambizioni e nella considerazione delle quali gode a livello nazionale. Ma fuori dai confini elvetici, il discorso cambia.

Il terzo millennio era ancora in fasce quando il Lugano si affacciava per l’ultima volta al palcoscenico del Continente (2003). Dopo la sconfitta con il Ventspils fece seguito il fallimento, poi la rinascita e i lunghi anni, malgrado le ambizioni, trascorsi nel purgatorio della Challenge League. Ma da quattro stagioni a questa parte sembra che la società di Renzetti abbia finalmente spiccato il volo: promozione, salvezza con finale di Coppa, terzo posto in Super League e, finalmente, in Europa.

Ma a questa nuova esperienza il Lugano si presenta come un minorenne alle prime avventure fuori di casa. L’Europa dovrà dunque servire in primo luogo per capire com’è fatto il mondo fuori dal cancello di casa e quali sono i passi da compiere per diventare davvero adulti.

Il Beer Sheva, inutile negarlo, parte con i favori del pronostico, come confermano i giornalisti locali, secondo i quali sia i tifosi, sia i giocatori sono certi della superiorità dell’Hapoel. E se scomodare la leggenda di Davide e Golia è forse inappropriato (del gigante il Beer Sheva non ha i tratti somatici), è pur vero che in certe occasioni partire da outsider non è per forza un danno.

E c’è chi giura che Tami sia pronto a una mossa a sorpresa per cercare di scompigliare i piani avversari. Se invece vorrà affidarsi all’undici che sin qui gli ha dato maggiori garanzie, potrà contare pure sul rientro di Mariani, ripresosi dal problema alla caviglia rimediato con il Thun. E riproporrà Piccinocchi in mezzo al campo, con Marzouk a far da spalla a Gerndt, nel classico 3-5-2 che sin qui ha funzionato in modo più che egregio. I miracoli, anche nel calcio, sono merce rara, ma se proprio li si vogliono cercare non c’è posto migliore di Israele.

13.9.2017, 08:302017-09-13 08:30:49
Stefano Guerra @laRegione

Riforma pensioni, una buona legge

Cos’è una buona legge? Una buona legge anzitutto fa propri gli sviluppi sociali ed economici più recenti, anticipandone per quanto possibile l’evoluzione a medio termine e le sfide...

Cos’è una buona legge? Una buona legge anzitutto fa propri gli sviluppi sociali ed economici più recenti, anticipandone per quanto possibile l’evoluzione a medio termine e le sfide che ne derivano. Una buona legge, poi, offre un solido quadro normativo in un determinato ambito durante un lasso di tempo ragionevole, senza scavare buchi nelle casse pubbliche. Una buona legge, infine, garantisce in linea di massima i diritti acquisiti; e, orientandosi al bene comune, evita di identificare quest’ultimo nel bene della maggioranza, rispondendo invece ai bisogni delle fasce più sfavorite della popolazione.

La Legge federale sulla riforma della previdenza per la vecchiaia 2020 (Pv2020) in votazione il 24 settembre a noi pare una buona legge. Prima di tutto perché poggia su una lettura realistica degli sviluppi demografici, sociali ed economici che la Svizzera conoscerà da qui al 2030: tiene infatti adeguatamente conto del fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, anticipa l’imminente pensionamento della generazione del ‘baby-boom’, non esagera (com’era stato fatto alla fine degli anni 90) l’apporto dell’immigrazione alle casse dell’Avs, registra una situazione di tassi di interesse bassi non suscettibile di mutare a breve.

La Pv2020, in seguito, assicura – attraverso un’inedita combinazione di misure nel 1° (Avs) e nel 2° pilastro (previdenza professionale), ma preservando l’indipendenza dell’uno e dell’altro ed evitando pericolosi finanziamenti incrociati – una solida base normativa e finanziaria al sistema pensionistico. Lo fa per una dozzina d’anni, un lasso di tempo più che ragionevole per una riforma di tale portata, oltretutto a un costo tutto sommato contenuto per lavoratori e datori di lavoro (0,15% di contributi Avs in più ciascuno, il primo incremento da 40 anni a questa parte, e accrediti di vecchiaia nel 2° pilastro leggermente più consistenti fra i 35 e i 54 anni), i consumatori (0,3% in più di Iva dal 2021) e la Confederazione (che vedrà aumentare il contributo dovuto all’Avs, ma senza che ciò intacchi l’equilibrio delle finanze federali).

La Pv2020, in terzo luogo, salvo poche eccezioni garantisce a tutti il livello attuale delle rendite. Buona parte degli assicurati lo vedranno persino lievemente aumentare. Le persone con redditi medio-bassi, che lavorano a tempo parziale o accumulano impieghi (in buona parte donne) saranno meglio coperte nel 2° pilastro. I lavoratori rimasti senza lavoro dopo i 58 anni potranno restare affiliati alla loro cassa pensione. E chi vorrà andare in pensione prima dei 65 anni ci perderà meno rispetto a oggi, una flessibilizzazione del pensionamento (il Consiglio federale deve ancora confermarlo per la ‘generazione di transizione’, i 45-65enni) destinata a favorire soprattutto chi ha svolto lavori usuranti.

Certo, quel che si chiede alle donne non è poco. Potremmo discutere all’infinito della compensazione – insufficiente per gli uni, buona per gli altri – prevista dalla Pv2020 per l’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento. Ma il progetto va considerato nel suo complesso: è facile focalizzarsi su un aspetto (pur cruciale come quello appena menzionato), utilizzandolo per demolire l’insieme. E poi non dimentichiamo un paio di cose: siamo di fronte al primo aumento delle rendite Avs della storia; la riforma di cui fa parte è uscita anche da un Consiglio nazionale a maggioranza di destra; e dopo un ventennio di stallo, vari fallimenti alle urne o in Parlamento, quale sarebbe l’alternativa di Plr & co.? Un piano B che è minestra riscaldata, e che ritarderebbe di parecchi anni una riforma che serve oggi.

12.9.2017, 08:302017-09-12 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Se gli inquilini non ci sono...

Ci sono sempre più abitazioni vuote in Svizzera. A dircelo, con il bollo dell’ufficialità, è ora l’Ufficio federale di statistica (Ust) che in giugno ne ha contate ben 64’893, pari all’...

Ci sono sempre più abitazioni vuote in Svizzera. A dircelo, con il bollo dell’ufficialità, è ora l’Ufficio federale di statistica (Ust) che in giugno ne ha contate ben 64’893, pari all’1,47% del totale.

A destare qualche preoccupazione è il fatto che rispetto all’anno scorso sono aumentate di 8’375 unità, con un incremento del 15%. E, dati alla mano, l’Ust ha calcolato che la percentuale di abitazioni non occupate (comprese le case unifamiliari) è cresciuta così costantemente per l’ottavo anno consecutivo.

In particolare negli ultimi anni questa tendenza al rialzo risulta sempre più pronunciata (cfr. servizio a pagina 9).

E quali sono le regioni più colpite? Sempre dati alla mano scopriamo che il numero di abitazioni vuote è cresciuto in tutte le sette grandi regioni della Svizzera, ma la progressione più accentuata su base annua è stata registrata in Ticino (con un tasso dell’1,59%).

Cosa ci dicono questi numeri? Che tutto sommato stiamo sacrificando sempre più territorio all’edificazione, fatto questo del quale ci siamo resi conto tutti in questi anni, dovendo convivere con cantieri e gru, tanto che il territorio ha cambiato volto sotto i nostri occhi a ritmi mai visti. Ritmi che, sino a una ventina di anni fa, ci volevano un paio di generazioni per accorgersene. Prima erano i genitori e i nonni a dirci che al posto di quel palazzo o di quel quartiere c’era un prato o un vigneto. Oggi lo possiamo dire tutti, partendo dalle nostre personali osservazioni.

L’offerta sembra dunque superare sempre di più la domanda. Perché allora continuare a costruire se gli inquilini non ci sono?

Perché sul mercato i tassi rimangono molto bassi e permettono (grazie al mattone) di fare investimenti ancora in grado di rendere almeno un pochino rispetto ad altri. Ma chi li fa? Soprattutto, ci pare di capire, gli investitori istituzionali (per esempio le casse pensioni) che continuano a ritenere il mattone ancora per qualche tempo sufficientemente sicuro. Poi c’è una crescente fetta di cittadini che ha fatto il salto da un appartamento in affitto a uno di proprietà, sperando che i tassi – la scommessa per ora è stata vinta – rimangano bassi. Anzi bassissimi come non mai.

Il dato sui tassi di sfitto, però, a medio termine potrebbe finire per nuocere, perché chi investe lo fa sperando anche di avere un ritorno, nella locazione appunto. Se non si riesce a locare (o a vendere) si resta con l’investimento sul gobbo, come sta già succedendo. Un esempio? Sulla cantonale in uscita da Giubiasco c’è una palazzina sorta dal nulla che è sfitta ormai da anni. Chi si assume da tempo i costi dell’investimento?

Ecco, se oltre a trasformare, se non addirittura a rovinare il nostro tessuto urbano, presto si dovessero moltiplicare gli sfitti, saremmo tutti doppiamente a perderci.

In primo luogo per la cancellazione di spazi verdi anche pregiati in città e fuori dai centri: per esempio lungo la collina che va da Sementina verso il Locarnese, quanti vigneti tipici di un certo Ticino sono stati sacrificati in pochi anni? A questi danni se ne potrebbero presto aggiungere altri che si chiamano svendite e persino fallimenti, che alla fin fine pagheremo tutti, perché i costi sociali in definitiva è la collettività a doverseli assumere.

In conclusione, quindi, ci si ponga un interrogativo a livello comunale/cantonale: perché non considerare anche la sostenibilità finanziaria di un investimento, quando l’ente pubblico rilascia una licenza edilizia, come già fanno gli istituti di credito?

9.9.2017, 08:402017-09-09 08:40:00
Matteo Caratti @laRegione

Il vento e le cartacce

Mentre il radiogiornale delle sette di mattina annuncia l’avvio di una brutta giornata sul fronte della cronaca internazionale – le forti scosse di terremoto in Messico e le fughe di massa dalle...

Mentre il radiogiornale delle sette di mattina annuncia l’avvio di una brutta giornata sul fronte della cronaca internazionale – le forti scosse di terremoto in Messico e le fughe di massa dalle coste della Florida minacciate dall’uragano Irma che si aggiungono alle news sulle guerre in corso o annunciate – mia moglie dice alla piccola che si sta preparando per andare alle elementari: ‘Ricordati di prendere i guanti e, mi raccomando, se ci sono siringhe o vetri non toccarli e dillo alla maestra’. Non sapendo di che si tratta getto un’occhiata e vedo che i guanti sono quelli da giardino. ‘Siringhe? Ma cosa fanno oggi?’. ‘Beh, è la giornata dedicata alla raccolta di quello che viene gettato per strada, andranno al parco a raccogliere cartacce, plastiche e rifiuti in genere. Qualche ora dopo alla riunione di redazione scopro che la stessa scena si è svolta in casa del collega che abita nel Luganese: anche i suoi figli sono partiti coi guanti e anche in quel caso le raccomandazioni sono state più o meno le stesse.

Attendo la fine della giornata tanto per vedere cosa la scolaretta abbia imparato da questa giornata speciale. Hanno raccolto di tutto: un palloncino di plastica, un pezzo di mattone, carte dei biscotti, cose strane (non siringhe). Ambitissima una pinza per raccogliere i rifiuti che ha scoperto in cantina e portato a scuola. E, già che c’era, tornando a casa, con una amichetta ha raccolto anche le cartacce in giardino e lungo la via dove abitiamo. Insomma, l’operazione di sensibilizzazione e anche di recupero e di pulizia di alcuni angoli della città è andata in porto, ma mi chiedo: certo è un bene sensibilizzare, ma chi sporca decisamente di più? Chi ha maggiori responsabilità? Non di certo i ragazzini delle elementari, anche se è un bene iniziare da loro perché – come si suol dire – saranno gli adulti di domani. E proprio qui sta il punto: gli adulti. Basterebbe un nostro diverso comportamento, una nostra diversa decisione e il mondo – esagero un po’ lo ammetto – potrebbe cambiare. In meglio. E se la giornata clean-up la estendessimo ai grandi? A quelli che, se escono la sera, gettano lattine, cartacce, mozziconi e quant’altro semplicemente per strada, senza nemmeno verificare se al prossimo incrocio c’è un cestino dei rifiuti?

In settimana un’altra notizia non ci ha lasciati indifferenti. Il Consiglio federale ha varato un piano per la riduzione dei prodotti fitosanitari e dei pesticidi nell’agricoltura. Se ne usano troppi per favorire certe culture e uccidere taluni insetti. Ma spesso, con parassiti indesiderati, si uccidono anche gli altri, quelli utili per un importante compito: l’impollinazione delle piante. Domanda facile facile: siamo davvero sicuri che quella dose singola di insetticida non finisca poi anche nel prodotto e alla fine sulle nostre tavole? In proposito, in un interessante volume dal titolo ‘Il tempo delle api’, l’autore Mark L. Winston si è posto una domanda: ‘Supponiamo che io sia esposto non soltanto a dieci pesticidi presenti nelle mie fragole, ma anche all’arsenico del pergolato e ai filtri delle creme solari… Quindi immaginiamo che ognuno di questi composti sia presente in dose minima, pari a un milionesimo di quella dose che potrebbe danneggiarmi. Ma cosa accadrebbe se invece mostrassero una sinergia e, singolarmente innocui, raggiungessero una dose pericolosa insieme, a causa del modo in cui interagiscono?’. Già cosa?
Dobbiamo imparare a conoscere e rispettare maggiormente gli equilibri dell’ambiente in cui viviamo. Tutto, prima o poi (e oggi siamo già al poi), torna indietro. Non solo cartacce portate dal vento.

8.9.2017, 08:402017-09-08 08:40:05
Generoso Chiaradonna @laRegione

Quell’inflazione che non arriva

Gli acquisti straordinari di titoli del debito pubblico e privato sul mercato secondario da parte della Banca centrale europea continueranno almeno sino alla fine dell’anno al ritmo...

Gli acquisti straordinari di titoli del debito pubblico e privato sul mercato secondario da parte della Banca centrale europea continueranno almeno sino alla fine dell’anno al ritmo di 60 miliardi di euro al mese. L’immissione di liquidità all’interno del sistema economico non si arresterà però di colpo ed è addirittura possibile che possa ancora aumentare, sia nelle dimensioni degli acquisti di bond sia nella sua durata, se le prospettive economiche dovessero ulteriormente peggiorare. Parola di Mario Draghi.
La possibilità di aumentare il Quantitative easing non era scontata: diversi investitori si aspettavano che tale opzione venisse esclusa dalla Bce per segnalare l’avvicinarsi della fine del programma e l’inizio di una normalizzazione monetaria. Ricordiamo che i tassi d’interesse guida per l’euro sono nulli o si trovano addirittura in territorio negativo (-0,40%) per quanto riguarda i depositi delle banche presso la Banca centrale europea. La Banca nazionale svizzera, a titolo di paragone, li ha fissati da ormai più di due anni addirittura al -0,75%, un record nel mondo delle principali banche centrali.

Eppure l’economia dell’Eurozona nel suo insieme sta dando segnali di ripresa grazie anche ai forti stimoli monetari. La stessa Bce ha rivisto al rialzo le stime – già positive – di crescita del Pil per il 2017, portandola al 2,2% dal precedente 1,9%. Resta invariata l’attesa di un +1,8% nel 2018 e un +1,7% nel 2019. Il dato annuale riferito al secondo trimestre è addirittura salito a un +2,3%, ben oltre le attese.

Le premesse per un annuncio, se non di una diminuzione del Qe almeno per lanciare segnali di scampato pericolo, c’erano tutte. A mancare e a pesare non poco sulla ‘non decisione’ di ieri c’è il dato sull’inflazione che non si sta avvicinando all’obiettivo dichiarato dall’istituto di Francoforte del 2 per cento. Il rafforzamento della moneta unica nei confronti del dollaro statunitense (ormai oltre a 1,20 dollari per un euro) inoltre non giova certamente alla ricomparsa dell’inflazione. A determinate condizioni e a dosi non massicce, l’inflazione è una sorta di carburante della ripresa economica. Ma c’è un altro aspetto e probabilmente è il più importante che impedisce l’aumento generale dei prezzi: la stagnazione più che decennale dei salari. Anche se il tasso di disoccupazione in generale è sceso in quasi tutti i Paesi europei – rimanendo però ancora a livelli stratosferici in Grecia, Spagna e Italia –, ciò non ha fatto crescere i redditi, soprattutto quelli più bassi e di conseguenza i consumi sono rimasti sostanzialmente fermi. I nuovi posti di lavoro creati in questi anni sono mal pagati e più precari rispetto al passato in ossequio ai dettami dell’ortodossia economica prevalente.

Più volte lo stesso presidente della Bce Mario Draghi ha fatto intendere che la sola politica monetaria non era sufficiente per far ripartire il ciclo economico e ha invitato i governi a utilizzare tutti gli strumenti di politica economica a loro disposizione – nel rispetto delle regole di Maastricht, ovviamente – per attuare un minimo di politica economica attiva. Insomma, non bisognava intervenire solo sul lato dell’offerta ma anche su quello della domanda, dei redditi e della tutela sociale, per intenderci.

La prossima riunione del board della Bce è fissata a fine ottobre. Per quella data si saprà entro quando il ‘tapering’ (la riduzione degli acquisti per il Qe) andrà a zero, a meno che nel frattempo dall’altra parte dell’Atlantico la Fed temporeggi ancora sull’atteso terzo rialzo dei tassi. I ‘provvidenziali’ uragani Harvey e Irma potrebbero potenzialmente influire negativamente sulla dinamica del Pil a breve termine giustificando l’attendismo di Janet Yellen.

7.9.2017, 08:352017-09-07 08:35:00
Aldo Bertagni @laRegione

La Scolastica ai tempi nostri

Sono tempi complicati, lo sappiamo. Viviamo un’epoca in cui la politica non ha più lo spazio di un tempo e, consapevole, spesso annaspa alla ricerca disperata di visibilità. O anche, è un...

Sono tempi complicati, lo sappiamo. Viviamo un’epoca in cui la politica non ha più lo spazio di un tempo e, consapevole, spesso annaspa alla ricerca disperata di visibilità. O anche, è un periodo che denota tutta la fragilità della rappresentanza popolare, perché la delega viene espressa da un numero sempre più ridotto di elettori e i confini del territorio politico si allargano a dismisura sino a non comprendere più chi comanda cosa. E però, proprio per questo servirebbero maggior capacità di analisi, di sintesi e di autorevolezza.

L’abbiamo presa larga per arrivare a dire che l’attività delle commissioni parlamentari ticinesi – e spesso dell’intero plenum granconsiliare – negli ultimi tempi gira un po’ su se stessa, come se non avessero chiaro l’obiettivo, il progetto. Di più, come se non fosse eloquente il ruolo di chi lì si siede. L’ultimo esempio è di questi giorni. La Commissione scolastica esamina la politica universitaria cantonale 2017-2020, nonché il contratto di prestazione stipulato dal Canton Ticino con Usi e Supsi. Sul tavolo dei deputati anche l’idea di introdurre una Commissione di controllo del mandato pubblico per l’attività delle stesse scuole accademiche. Se nel primo caso siamo nella prassi – eppur non mancano le sorprese –, nel secondo si ha a che fare con una novità, almeno in questo settore perché un simile strumento di vigilanza è già in vigore per BancaStato e Aet.
Stabilito che la politica ha il potere di decidere le regole del gioco coi partner finanziati, a maggior ragione perché rappresenta la stragrande maggioranza dei cittadini contribuenti, resta da capire con quale metodo e per quale fine. Ci preoccupa, ad esempio, la risposta dettagliata dell’Usi pubblicata ieri dai quotidiani ticinesi in replica ad alcune critiche della Commissione scolastica, appunto. Ci preoccupa perché non è abitudine che un ente direttamente coinvolto avverta l’esigenza di, come dire, prendere di petto un’istituzione parlamentare e se lo fa deve averne valide e importanti ragioni. Nel caso specifico – stiamo al comunicato universitario – si precisa che nel documento (il rapporto sui messaggi governativi) elaborato vi sarebbero macroscopici errori di forma, come ad esempio la non conoscenza dello statuto universitario e delle modalità di nomina per i professori assunti all’Usi. Se così fosse (ieri abbiamo inutilmente atteso la risposta dei commissari), si sarebbe di fronte a un’evidente mancanza di conoscenza e quindi un’altrettanta palese incapacità di deliberare. Perché la replica dell’Usi è decisamente forte ed esplicita.

Non è la prima volta che capita, purtroppo, sempre alla suddetta commissione che in passato ha convinto la maggioranza del Gran Consiglio ad approvare l’obbligo delle “settimane bianche” sui monti ticinesi, salvo poi scoprire che la “nobile” esigenza non può essere soddisfatta perché mancano le strutture di accoglienza e persino… la neve.
Siamo di fronte, anche questa volta, a una lettura “affrettata” della realtà o sono invece i “poteri forti” a ribellarsi nei confronti dell’ormai troppo fragile politica cantonticinese che dimostra qui un sussulto d’orgoglio? La risposta è urgente, anche perché proprio in questi giorni siamo chiamati a votare sull’introduzione o meno della civica come materia a sé stante nelle scuole ticinesi. E ci piacerebbe capire di quale materia stiamo parlando... Perché ancora una volta vale la pena ricordarlo: più delle parole (e delle nozioni) è istruttivo il buon esempio.

6.9.2017, 08:302017-09-06 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

E non ci resta che Kate…

Si potrebbe liquidare il tutto con un bell’‘e chi se ne frega’. Che notizia è che due persone avranno un figlio? Ne nascono tanti, per fortuna nostra, e non fanno mai scorrere nemmeno una...

Si potrebbe liquidare il tutto con un bell’‘e chi se ne frega’. Che notizia è che due persone avranno un figlio? Ne nascono tanti, per fortuna nostra, e non fanno mai scorrere nemmeno una goccia d’inchiostro. Ma, se ad annunciare l’arrivo di un erede è una testa coronata, si scatena l’interesse pressoché globale. È quanto è successo, anche da noi che monarchici non siamo, con l’annuncio di Kate e William che il loro terzo figlio è in arrivo: la rete e i social in particolare, hanno segnato picchi e commenti d’ogni genere.

Come mai visto che quel mondo è così lontano dal nostro? Forse perché si tratta di una bella notizia che ci fa sognare e allo stesso tempo mettere il naso nelle scelte tutto sommato intime altrui. Scoprendo che cosa? Che la duchessa, come ogni essere vivente fa parte di quelle donne che ha la nausea mentre è in dolce attesa, che anche lei fra poco si vedrà spuntare il pancione che però ancora non si vede, che anche per una testa quasi coronata i figli non nascono sotto le zucche e via dicendo. Banalità dirà qualcuno. Certo perfette banalità. Eppure, non solo l’annuncio della Bbc ha destato interesse, ma lo stanno registrando anche le successive puntate, che ci accompagneranno per mesi e mesi. Se lunedì è stata la volta dell’arriverà il/la terzo/a figlio/a, martedì ci è toccato scoprire dove l’erede è stato concepito; poi sarà la volta del toto-nome e poi, una volta nato, dei suoi primi passi e via dicendo. Perché? Perché la fiaba britannica ci permette di pensare ad altro, che non siano le solite notizie negative, che a ben guardare proprio in queste ore non fanno altro che aumentare coi nuovi padroni del mondo, in particolare la Cina, che non si sa ancora come reagirà alle provocazioni della Corea del Nord con di mezzo gli Usa altrettanto imprevedibili di Trump.

Tensioni su tensioni, preoccupazioni su preoccupazioni che non promettono nulla di buono, e che si sommano ai nodi senza apparente via d’uscita di sempre, come la crisi coriacea economica e le nuove ininterrotte migrazioni.

Poter guardare alla giovane e fresca mamma duchessa di Cambridge e ai suoi George e Charlotte, permette per un paio di secondi di cambiare orizzonte. Come quando si stacca un momentino per andare in vacanza. Anche se, proprio come quando si va in ferie, si sa già partendo che le vacanze finiranno presto. Come dire: lo sappiamo tutti che loro continueranno a fare la vita da nababbi e noi continueremo col nostro tran tran quotidiano. Ma a ben vedere sappiamo anche che molto difficilmente scambieremmo la nostra vita con la loro. Ricchi, anzi ricchissimi, come pochi al mondo, ma obbligati a osservare regole e rigidi cerimoniali ormai fuori dal tempo, che ti fan dire (appena smetti di sognare): viva la nostra libertà e viva la nostra democrazia! Valori che non hanno prezzo e che pochi baratterebbero per una vita, a partire dalla tenera infanzia, limitata da rigidi paletti e protetta dai paparazzi.

Comunque sia, auguri ai duchi. E grazie per averci distratti un attimo e speriamo che, chi ha sottomano i bottoni delle varie bombe all’idrogeno e quant’altro di fuori di testa, la finisca di provocare, tornando presto a ragionare.

2.9.2017, 08:152017-09-02 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

C’è anche Maudet

Saranno tre! Dopo lunga discussione il partito liberale svizzero un po’ a sorpresa non ha voluto abbandonare uno dei tre candidati nella corsa per il seggio di Didier Burkhalter. Ha così optato per...

Saranno tre! Dopo lunga discussione il partito liberale svizzero un po’ a sorpresa non ha voluto abbandonare uno dei tre candidati nella corsa per il seggio di Didier Burkhalter. Ha così optato per un ticket a tre, sicuramente meno classico di quello a due, che sarebbe probabilmente stato Cassis-Moret. Questo significa che il consigliere di stato ginevrino, Pierre Maudet, ha fin qui fatto un’ottima corsa schivando tutti i paletti. Lui che era considerato un po’ l’outsider, né donna, né ticinese. Uno che avrebbe potuto attendere un altro turno per salire alla ribalta federale. E significa anche che Isabelle Moret non è stata quel valore sicuro, anche in quanto donna oltre che in quanto navigata deputata alle Camere ed ex vicepresidente del partito, che avrebbe portato al duello con Cassis. La sconfitta di ieri sera è senza dubbio lei, che invece di fare punti durante le settimane di campagna ha perso smalto.

Che dire? Che, se il ginevrino Maudet fosse stato eliminato dal gruppo parlamentare, probabilmente per Cassis la partita finale per la poltronissima sarebbe stata più facile. Maudet è, invece, un candidato anomalo, viene da fuori Palazzo, siede in un esecutivo e ha parecchia grinta oltre che un’età (39 anni) che negli ultimi tempi piace in politica. Vedi Renzi in Italia e Macron in Francia (almeno fino alle presidenziali). Fin da subito Maudet, poco conosciuto sul piano nazionale, ha corso per vincere ed è riuscito a farsi largo imponendosi con una personalità forte e ambiziosa. Proprio ieri Le Temps ha pubblicato in prima pagina una vignetta di Chapatte emblematica, che raffigura sotto il titolo ‘Consiglio federale l’ora della scelta per il Plr’ un parlamentare che gli chiede: ‘Also… M. Pierre Maudeste?’ e da dietro l’assistente di Maudet che dice ‘… ils ne vous connaissent pas encore très bien a Berne’.

Se, il 20 di settembre Isabelle Moret dovesse uscire di scena al primo turno, anche perché un vodese già siede in governo (cioè il capo del Dip. militare Guy Parmelin) è chiaro che la sfida per il candidato ticinese non sarà una passeggiata, ma si giocherà col ginevrino all’ultimo voto.

Cassis ha avuto una buona tenuta di strada e ha tutto sommato (passaporto e lobby a parte) ben figurato, ma dovrà continuare a convincere oltre e fuori dal suo partito. E soprattutto dovrà mostrare a sua volta parecchia grinta per non rischiare di entrare in conclave papa e uscire cardinale. Il suo ruolo di capogruppo lo sta sicuramente aiutando a garantirsi simpatie e stima, poi tradotte in sonanti voti. E anche il fatto che la Svizzera italiana da quasi vent’anni non è più rappresentata ai vertici del Paese. Riportarla in governo, come abbiamo già scritto, è una questione di cultura politica e non solo di vetrina. Ma il numero vincente nella roulette del ‘tricket’, con la componente Maudet incuneatasi fra i due papabili di sempre, è ora più difficile da prevedere.

Chi pronosticava un finale di campagna stanco, con Ignazio Cassis sempre in testa e il Ticino ormai quasi sicuro, deve rivedere le sue aspettative. Come recita il proverbio: mai vendere prima la pelle dell’orso (in questo caso bernese). I giorni che ci separano dal 20 settembre saranno cruciali. Ovvio che Ginevra guardi alla poltrona di ministro degli esteri con un interesse molto particolare.

1.9.2017, 08:352017-09-01 08:35:00
Matteo Caratti @laRegione

Caverzasio, verità a spizzichi e bocconi

‘Oh, ma che bravo!’ ci siamo detti l’altro giorno riuscendo finalmente a intervistare il capogruppo leghista in Gran Consiglio, Daniele Caverzasio, che ha finito per gettare...

‘Oh, ma che bravo!’ ci siamo detti l’altro giorno riuscendo finalmente a intervistare il capogruppo leghista in Gran Consiglio, Daniele Caverzasio, che ha finito per gettare la spugna e abbandonare il suo scranno nel Cda dell’Ente ospedaliero cantonale. Bravo, perché è stato abbastanza convincente con quel suo ‘io ho lasciato per evitare inutili polemiche a me e all’Ente’, con riferimento alla vicenda penale che ha coinvolto il suo amico ora ex. Vicenda che, come noto, ha fatto emergere reati commessi dal compagno del capogruppo leghista all’ospedale Beata Vergine (oltre ad altri precedenti penali) mentre i due si frequentavano. Ma, parola di Caverzasio, ‘io non ne sapevo nulla’. Nonostante ciò, ha dunque lasciato i vertici dell’Ente, mantenendo la carica di parlamentare e di municipale di Mendrisio. Il suo ragionamento, per carità, non fa una grinza (anche perché, se del caso, l’onere della prova spetta a chi lo vuole accusare). Questo, anche se…

Anche se che cosa? Anche se (punto primo), per venire allo scoperto, il buon Caverzasio ha lasciato che passasse tutta l’estate. E non è che i giornalisti in questi mesi non l’abbiano cercato. L’hanno cercato eccome e lui… non si è mai fatto trovare! E, anche se (punto secondo), mentre finalmente rilasciava in settimana interviste a un paio di mesi dall’accaduto, si è dimenticato di dire proprio tutto. Ossia che lui medesimo è comunque finito sotto inchiesta penale per il fatto che il suo amico – come detto già con precedenti penali quando lavorava per l’assistenza e cura a domicilio e successivamente coinvolto in una vicenda penale per presunto furto di farmaci sedativi una volta passato al Beata Vergine – avrebbe anche utilizzato medicinali regolarmente prescritti allo stesso Caverzasio sotto ricetta medica. Anche in questo caso, risollecitato in un secondo tempo sull’amnesia selettiva, il deputato leghista ha avuto gioco facile nel ripetere che pure questa volta non ne sapeva nulla.

Sarà. Ma perché allora non spiegare per filo e per segno tutto quanto con la prima intervista di fine agosto? Certo, anche per questo ennesimo aspetto vale la presunzione di innocenza e chi nutre anche solo il minimo dubbio è chiamato a provare quello che dice. Ma perché, se ha davvero tutta questa voglia di trasparenza e di difesa delle istituzioni, fare uscire pezzi di presunta verità a spizzichi e bocconi? Tanto più che ha atteso mesi prima di esternare… Storiaccia.

1.9.2017, 08:152017-09-01 08:15:00
Daniela Carugati @laRegione

Mendrisiotto, trattieni il fiato

Il Mendrisiotto si metta il cuore in pace. L’aria che respira è già “compromessa”. Generatore di traffico in più, generatore di traffico in meno. Sono a dir poco scoraggianti le...

Il Mendrisiotto si metta il cuore in pace. L’aria che respira è già “compromessa”. Generatore di traffico in più, generatore di traffico in meno. Sono a dir poco scoraggianti le conclusioni a cui giunge il Rapporto d’impatto ambientale depositato, una settimana fa, all’Ufficio tecnico di Mendrisio, a corredo della domanda di costruzione che si prefigge di spianare la strada a nuove superfici di vendita sotto il marchio della Volpe.

Sulle prime, l’equazione degli esperti non fa una grinza: aprire altri negozi stile ‘factory store’ – solo a due passi dal FoxTown, dentro il centro San Martino: stesso proprietario, stesso stile – porterà nuovo traffico. Ergo, un ulteriore carico di smog e rumore. Lapalissiano, vien da dire. A spiazzare è piuttosto il passaggio successivo. E cito: “La qualità dell’aria nel perimetro di studio – il comparto della ‘Città della Volpe’, quindi San Martino, ndr – è già attualmente molto compromessa a causa del forte traffico (soprattutto autostradale)”. Una sentenza che, certo, fa male al cuore (ma innanzitutto ai polmoni) dei momò; che, peraltro, ne sono consapevoli da tempo. A questo punto, però, arriva l’affondo: una nuova realtà commerciale non modificherà più di tanto la situazione. Quanto alle emissioni che si porterà dietro? Sopportabili, si fa capire. E qui il ‘ko’ è servito. Dire a un distretto – o meglio a chi vive a due passi da un comparto come quello di San Martino – che lì, proprio lì, in quella zona, aggiungere traffico a traffico non peggiorerà più di tanto una qualità ambientale già rovinata (senza rimedio?), è come chiedere a chi sta soffocando di trattenere un altro po’ il fiato. Insomma, all’estremo sud del Ticino (e della Svizzera) quanta autonomia (di ossigeno) resta ancora prima di rassegnarsi a morire (definitivamente) di smog?

Nonostante le tonnellate di diossido di azoto e le polveri fini (e finissime) che andranno a sommarsi a quelle esistenti; nonostante i 920 veicoli in più (in media) da prevedere la domenica – il sabato saranno 770, dal lunedì al venerdì 450 –; e nonostante in ogni auto non si arriverà ai due occupanti, sempre di media, ci sarà modo di vedere una via d’uscita? La domanda, per il momento, resta sospesa... nell’aria.

A dirla tutta gli specialisti che hanno firmato il rapporto un’uscita d’emergenza la indicano. Da qui al 2030, dicono, la tecnica ci salverà, o quasi. Se è vero, infatti, che le analisi danno l’andirivieni motorizzato in aumento – del 5 per cento fra il 2020 e il 2030 –, fra tredici anni le emissioni inquinanti diminuiranno. Magra consolazione? In ogni caso, gli specialisti una convinzione ce l’hanno: il traffico indotto dalla trasformazione degli spazi aziendali del centro San Martino in superfici di vendita non impedirà di raggiungere gli obiettivi del Piano di risanamento dell’aria.

Dalle parti del Mendrisiotto, e non solo, c’è chi manifesta più di qualche dubbio. Non a caso i ‘Cittadini per il territorio’ e l’Associazione traffico e ambiente hanno tutta l’intenzione di passare il dossier ai raggi ‘x’. Anche perché nel comparto i progetti si moltiplicano: è di ieri la richiesta per la costruzione di una palazzina amministrativa in via Laveggio. Visti i precedenti, l’impressione è che anche queste ultime iniziative commerciali-immobiliari non passeranno indenni dalle critiche degli ambientalisti. Del resto, non è facile digerire certi Rapporti di impatto ambientale, soprattutto dopo anni di battaglie, a San Martino, ma non solo. Come risulta alquanto indigesto l’alibi che perché tutto è già compromesso, allora... Insomma, ci rassegneremo definitivamente a vedere i Prati di San Martino solo sulla... carta?

31.8.2017, 08:152017-08-31 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Ignazio Cassis in pole position, ma...

Ribadiamolo a scanso di equivoci: Ignazio Cassis è in pole position per subentrare a Didier Burkhalter in Consiglio federale. Non ci piove. Per rendersene conto basta dare un’...

Ribadiamolo a scanso di equivoci: Ignazio Cassis è in pole position per subentrare a Didier Burkhalter in Consiglio federale. Non ci piove. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alle numerose prese di posizione e analisi che da qualche mese appaiono sulla stampa nazionale. Praticamente non è stato quasi mai messo in dubbio, in particolare dalle maggiori testate svizzero-tedesche, che questa volta il candidato svizzero-italiano c’è e che egli abbia pure i numeri migliori. Ma mai dire mai, visto che già accadde che lo sgambetto fatale venisse affinato la notte prima dell’elezione da parte dell’Assemblea federale. Certo, non ci troviamo di fronte alla riconferma di Christoph Blocher in governo (che aveva mosso i cospiratori a preparare nell’ombra un colpo da maestro con il Joker Eveline), però non si sa mai…

Ignazio Cassis – oltre a una deputazione spaccata alle sue spalle (cfr. pag. 3) – ha però un ‘nemico’ in casa: si chiama Cassis Ignazio. Un nemico che farebbe bene a tenere a bada, in particolare in vista dei prossimi decisivi passi (l’incontro con la frazione liberale radicale di domani e le prossime audizioni davanti ai gruppi parlamentari). Cassis Ignazio è infatti incorso in un paio di inciampi che avrebbe potuto/dovuto gestire diversamente.

Il primo, già giustamente oggetto di dibattito un mesetto fa, è legato al fatto che – per dirla con lo storico Andrea Ghiringhelli che ha sollevato la questione andando dritto al nocciolo – ‘il candidato abbia assunto un mandato importante a tutela di interessi particolari (ndr Curafutura paladina delle casse malati) che possono confliggere con l’interesse pubblico’. Ci saremmo perlomeno attesi che la rinuncia a tale incarico (per il quale si è lautamente pagati da una potente lobby) fosse avvenuta subito, ossia già nel momento in cui circolavano le prime voci su una sua possibile candidatura. E invece Cassis ha atteso sino all’investitura di Lattecaldo per liberarsi della zavorra. Una questione di stile, considerata la delicatezza del futuro impegno, che lo chiamerà ad essere, senza né se né ma, super partes.

Passano poche settimane e salta fuori la questione della rinuncia al passaporto italiano. Rinuncia non necessaria per legge, tant’è che il concorrente ginevrino Maudet non ha restituito la cittadinanza francese. La mossa di Cassis ha destato scalpore per ragioni opposte: in Ticino ha indotto la Lega a ‘scaricarlo’ (mentre lui, forse, pensava ingenuamente di blandirla!); e in Romandia è stata considerata tutto sommato una mossa dettata da puro (e inutile) opportunismo.

Certo, lo si sa, le critiche in campagna elettorale fioccano con facilità a seconda degli orientamenti delle tifoserie. Ma non è questo il problema. Lo è semmai il fatto che per la seconda volta il candidato numero uno abbia scelto il momento sbagliato per comunicare una scelta potenzialmente incendiaria.

Insomma, è Cassis che un po’ ingenuamente ha fornito argomenti ai suoi avversari. Lo ripetiamo egli è e rimane il più quotato per la poltrona di Burkhalter, ma più si avvicina l’elezione, più verrà passato ai raggi x. La posta in gioco è alta: con un ticinese finalmente nella cabina di pilotaggio federale, la Svizzera potrà tornare ad essere veramente multilingue e multiculturale. Non è solo questione di vetrina, ma di cultura. Checché ne dica la ministra Leuthard. Cassis faccia dunque in modo di intavolare bene le carte ancora nel suo mazzo. Siamo sul rettilineo finale e il traguardo è ormai in vista. La cronaca dice che i suoi avversari mordono la polvere e gli astrologi della politica federale che la fortuna (storica) è tutta dalla sua.