Ilcommento

Oggi, 10:402017-01-18 10:40:40
Aldo Bertagni @laRegione

Se la Chiesa si fa ascolto

Noi siamo anche la nostra libertà. Dirlo oggi, alla fine del pensiero moderno (illuminista), appare persino scontato. Ma non è così. Prendiamo la Chiesa cristiana. Ci ha impiegato secoli per...

Noi siamo anche la nostra libertà. Dirlo oggi, alla fine del pensiero moderno (illuminista), appare persino scontato. Ma non è così. Prendiamo la Chiesa cristiana. Ci ha impiegato secoli per considerare il libero arbitrio vera espressione di fede; consapevolezza genuina del messaggio religioso. Poi negli ultimi anni il succedersi dei fatti e degli uomini ha quasi spalancato il portone che conduce verso la maturità. Ed era ora, direbbe qualcuno. L’ultima scelta della Diocesi di Lugano per combattere la pedofilia nel clero s’inserisce in questo contesto; nella volontà di “ascoltare le ferite” e dunque la Chiesa ticinese “si fa” ascolto e al contempo rinuncia alle esigenze imposte dall’universalità. Non più il principio, ma l’uomo. Non più la verità che svetta sopra la miseria umana (clericale compresa, per quanto nel caso specifico patologica e criminale), ma il confronto diretto col dolore di chi s’è fidato ed è stato tradito. Non sappiamo – e forse non lo sapremo mai – quante sono e quante sono state le vittime di pedofilia agita da operatori ecclesiali, finalmente però anche la Chiesa locale esce allo scoperto, non si nasconde più, e riconosce nelle vittime i propri errori. Non è cosa scontata – per quanto sarebbe difficile continuare a tacere – in tempi di assolutismo religioso, di immolazioni, di supremazia dell’assoluto che anche da noi, in Occidente, tornino nostro malgrado a far capolino, con drammatica violenza. Ed è anche per questo che la scelta della Diocesi luganese acquista oggi un significato importante. Si dirà, alla buonora. Andava fatto prima. Ed è vero. La vasta campagna d’informazione e d’ascolto lanciata ieri avrebbe dovuto scattare sin dalle notizie del primo caso palesato in Ticino, anche perché la Curia romana già con papa Benedetto XVI aveva chiesto e proposto un severo giro di vite al fenomeno dilagante della pedofilia nel clero. Dunque ci sarebbero state le premesse, poi negli anni rafforzate anche dalla Conferenza dei vescovi svizzeri che già si è mossa a livello nazionale con una specifica commissione d’esperti. E però, l’ha ricordato ieri mattina mons. Lazzeri che è vescovo di Lugano da soli tre anni, c’è voluto tempo. Perché la Chiesa locale, si sa, macina meno acqua. Oggi, finalmente, si ridà dignità a chi troppo a lungo è stato vittima due volte: perché sessualmente abusato e magari perché “inadeguato”, persino colpevole in cuor suo, di aver turbato – lui, la vittima! – l’ordine prestabilito. Come se il prete non avesse un corpo, appunto, da saper gestire. Come se l’uomo che veste i paramenti sacri non provasse emozioni da equilibrare ed elaborare nella volontaria rinuncia. Che poi il celibato si giustifichi, è ancora un altro discorso. Come è vero che a fronte dei colpevoli c’è un intero mondo di preti allibito da tanta miseria e violenza agita da chi veste gli stessi abiti sacri. Un passo che andava fatto, dunque, e meglio tardi che mai. Un passo che riconosce con chiarezza – senza se e senza ma – alla comunità e alle sue leggi il sacrosanto diritto di giudicare tutti gli uomini colpevoli di reati, a prescindere dal loro stato e dalla loro condizione. Perché è nello Stato che la responsabilità individuale si coniuga con la libertà (e dunque il giudizio). La Chiesa dovrebbe tornare ad essere soprattutto ascolto e misericordia; conforto delle anime smarrite e perse, con la forza di chi non teme lo sbaglio e sa porvi rimedio. Con quell’umiltà e disponibilità più volte evocate da papa Francesco.

Recital del pianista Mikhail Pletnev

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Ieri, 09:202017-01-17 09:20:44
Christian Solari @laRegione

La razionalità nell’inevitabile

C’è una frase, forse più di altre, che riassume quale tipo di persona sia Doug Shedden. È l’esortazione un po’ prematura a vincere qualunque cosa pronunciata a inizio settembre, all...

C’è una frase, forse più di altre, che riassume quale tipo di persona sia Doug Shedden. È l’esortazione un po’ prematura a vincere qualunque cosa pronunciata a inizio settembre, all’inaugurazione ufficiale della stagione. «Abbiamo quattro possibilità per farlo» dice, alludendo a campionato, Champions, Spengler e Coppa Svizzera, «Con una squadra che sulla carta è cresciuta, ha della profondità, e a livello di portieri non ha nulla da invidiare a nessuno». Invece quel progetto è destinato a rimanere tale, con il cinquantacinquenne tecnico dell’Ontario che si fa scaraventare fuori dal treno in corsa. Non solo perché non appare più in grado di raggiungere i suoi obiettivi: bensì anche perché, come spesso capita quando il messaggio non passa più, o non passa più completamente, non dà l’impressione di aver la situazione sotto controllo. Lui che, sfruttando pure la sua irruente energia da ‘rocker’ magari un po’ in là con gli anni, non più di dodici mesi fa compiva il miracolo, rianimando un gruppo che sembrava perdersi nell’hockey eccessivamente dogmatico di Patrick Fischer, portandolo fino a un passettino dal titolo. Cambiando così radicalmente il clima nei corridoi di una Resega che alle delusioni cocenti pareva ormai essersi assuefatta. Da quel mese d’aprile, però, ne sono successe di cose. Mentre tra un mugugno e l’altro l’immagine pubblica di Shedden comincia a sbiadire. E, se è vero – com’è vero – che un allenatore non deve per forza risultare simpatico a tutti, è altrettanto scontato che il suo principale compito sia tirar fuori il meglio da quello che ha a disposizione. Il punto è che nell’ultimo periodo a Shedden non sembra riuscire né l’uno, né l’altro. Con un gruppo che, non dimentichiamolo, da quando è rientrato un Lapierre da lui stesso fortemente voluto, è tornato sostanzialmente quello che aveva conteso al Berna l’ultimo titolo, tolto quel Fredrik Pettersson che nel frattempo s’è dato alla macchia. Dopo aver evitato il naufragio a dicembre (anche perché, e la spiegazione di Vicky Mantegazza è convincente, la società glielo doveva), Shedden e il fedele Pat Curcio diventano vittime della seconda onda anomala. Ma, se anche così non fosse successo – lo dicevano i segnali, mentre ora lo confessa pure la dirigenza –, sarebbero saltati comunque a inverno concluso: contratto o no, era solo questione di tempo. E giocare d’anticipo, decidendo prima, che la strada da percorrere non sarebbe più stata la stessa, è pure l’unica via percorribile per arrivare alla nuova stagione con le basi di un nuovo progetto cementate in testa. Progetto tagliato su misura per un nuovo allenatore (l’ennesimo) il cui ingaggio è frutto di una scelta ponderata, poiché ragionata con largo anticipo. In tutto questo c’è però almeno una nota stonata, nel lunedì di pulizia, ed è il ‘mea culpa’ di Roland Habisreutinger. Quando il ‘diesse’ bianconero dice di assumersi le sue responsabilità («non fossi andato in congedo in Alaska, in qualche modo avrei potuto magari influenzare qualche scelta» dice, tornando con il pensiero all’estate), ma di volerlo fare unicamente davanti al Cda, non alla stampa. Dimenticando però qual è il ruolo dei media, e cioè informare il pubblico. E di conseguenza i tifosi. Ora che a bordo c’è Greg Ireland, redivivo coach canadese che cinque anni fa tolse il Lugano d’impiccio, salvandolo in quattro mosse nella nausea dei playout, la situazione non muta di una virgola. Idealmente, quella del canadese dal nome fin troppo europeo è una missione a termine, pur se solo la storia ci dirà come finirà davvero. Una missione, però, di fondamentale importanza. Non è un caso, infatti, se il suo arrivo è stato piazzato alla vigilia di due sfide capitali come quelle contro Ginevra (oggi) e Kloten . E se, come raccontano le statistiche, cambiare allenatore in corsa alla lunga non dà poi tutti questi benefici, gli stessi numeri dicono che, spesso, quando in panchina c’è un volto nuovo, effettivamente un effetto ‘scossa’ ci può essere. Ed è proprio ciò su cui contano i vertici del Lugano, dieci partite prima che si inizi a giocare a hockey sul serio.

16.1.2017, 10:002017-01-16 10:00:32
Matteo Caratti @laRegione

Elvezia e il gigante

Eccoci nel pieno della visita di Stato superblindata del presidente cinese Xi Jinping oggi a colloquio con i consiglieri federali e, da domani – è una prima – ospite al Forum economico mondiale di...

Eccoci nel pieno della visita di Stato superblindata del presidente cinese Xi Jinping oggi a colloquio con i consiglieri federali e, da domani – è una prima – ospite al Forum economico mondiale di Davos. Prima del suo arrivo, la stampa ha ricordato la precedente visita ufficiale del presidente cinese Jiang Zemin nel 1999, quando, poco ci mancò, che finisse con la rottura delle relazioni fra Cina e Svizzera. Questo a causa dell’incapacità di Berna di evitare – proprio mentre accoglieva l’ospite sulla Piazza federale – che fosse raggiunto da fischi e urla di manifestanti saliti sui tetti degli immobili circostanti. Non fosse bastato ciò, anche alcune parole pronunciate in un momento ufficiale (la cena) dalla allora presidente della Confederazione Ruth Dreifuss a favore dei diritti umani, andarono talmente di traverso a Zemin, che solo un ‘magico’ intervento di Adolf Ogi (che gli offrì un cristallo), evitò il peggio. A causa di quei momenti molto imbarazzanti è chiaro che oggi tutto debba andare liscio come l’olio. Il presidente cinese è e resta una personalità fra le più corteggiate al mondo, visti i grossi interessi che può muovere. Inoltre, di questi tempi, dopo le affermazioni pro chiusura e marcatamente protezionistiche di Trump, potrebbe risultare ancor più interessante sul fronte del libero scambio. Per questo, alla luce degli strategici rapporti economici fra Svizzera e Cina, anche il nostro Paese sta facendo di tutto per tenerselo buono. Ha quindi deciso di accoglierlo in una Berna blindata, nella quale: uno, il diritto di manifestare per la questione tibetana è stato limitato (accordato, ma lontano dall’ospite e guai se in sua presenza dovesse manifestarsi qualche dissenso); due, non sono previsti contatti con la popolazione, né momenti di scambio libero con la stampa; tre, pare che una petizione al suo indirizzo, accompagnata da una raccolta di firme, gli verrà consegnata via canali diplomatici. La regia è di quelle controllatissime. E fa storcere il naso a chi ha a cuore il rispetto dei diritti fondamentali dell’Uomo, vista la storia di abusi e violazioni di tanti diritti fondamentali continuata nella Cina delle libertà economiche. D’altra parte c’è chi molto pragmaticamente afferma che senza interessi (strategici per un Paese e di bottega per aziende e privati) alla base dei nostri rapporti bilaterali, non ci sarebbe neppure l’opportunità di sensibilizzare sui diritti umani. Che cosa dirà dunque oggi il nostro governo a Xi Jinping? È comprensibile che a prevalere siano i rapporti di interesse, ma quali sono i limiti nel fare affari? I limiti di uno Stato democratico come la Svizzera, anche depositario delle convenzioni internazionali? La questione, lo si voglia o no, resta il convitato di pietra. Non vorremmo che, ricordando i brividi di 18 anni fa e visto il maxi-mercato cinese, quanto a diritti umani l’amnesia di Leuthard e Co. sia totale. Dietro sorrisi e strette di mano fra il gigante giallo e la piccola Elvezia ci sono interessi miliardari. Ma anche minoranze e cittadini imbavagliati e perseguitati.

14.1.2017, 10:302017-01-14 10:30:00
Andrea Manna @laRegione

Giustizia, ancora rumore di forbici

Quello di Michele Foletti è un formidabile assist, o potrebbe rivelarsi tale, a chi invoca ulteriori tagli nello Stato: vedi la recente richiesta al governo, avanzata da Lega, Ppd...

Quello di Michele Foletti è un formidabile assist, o potrebbe rivelarsi tale, a chi invoca ulteriori tagli nello Stato: vedi la recente richiesta al governo, avanzata da Lega, Ppd e Plr, di elaborare una manovra di rientro bis, stavolta da venti milioni di franchi. “A mio parere il procuratore pubblico Nicola Corti (dimissionario, ndr) non va sostituito: anche il settore della Giustizia va razionalizzato”, ha dichiarato il deputato leghista intervenendo l’altra sera al Comitato cantonale liberale radicale dove si è pure dibattuto dei tre referendum promossi dalla sinistra su cui i cittadini si pronunceranno il 12 febbraio, incluso quello che si oppone alla riduzione, già decisa dal Gran Consiglio, da quattro a tre del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi.
Come leggere le parole di Foletti, esponente di primo piano e di lungo corso del movimento? Un’uscita estemporanea, la sua, oppure una proposta indirizzata al proprio gruppo parlamentare e a uno dei due consiglieri di Stato della Lega, e meglio a Norman Gobbi, ministro della giustizia, affinché la formalizzino nero su bianco? Sta di fatto che la mannaia rischia di abbattersi nuovamente su uno dei poteri dello Stato, il potere giudiziario, sempre più sollecitato, su tutti i fronti: penale, civile e amministrativo. Come sostiene il presidente del Consiglio della magistratura (cfr. pagina 3), un cantone di frontiera e sede di una piazza finanziaria non può permettersi, soprattutto oggi, di rinunciare anche a un solo procuratore. Le inchieste si allungherebbero: “Un invito a nozze per chi delinque”, avverte il giudice Werner Walser. Se poi ragioniamo in termini meramente finanziari, l’incidenza dello stipendio di un magistrato su manovre di rientro milionarie è praticamente irrilevante. Ma alla ‘causa risparmista’ tutto può servire. Anche se a farne le spese è la qualità di un servizio pubblico.
Sia chiaro, nulla è ancora stato stabilito riguardo alla sostituzione di Corti, intanto però l’esternazione di Foletti ha innescato la discussione. Ad appesantire il clima ha senz’altro contribuito la lettera recapitata qualche giorno prima di Natale al Gran Consiglio, autorità di nomina delle toghe, con la quale Corti annuncia l’uscita dal Palazzo di giustizia, dove in quota Ps è entrato sei anni fa. Una missiva, di cui il procuratore generale è venuto a conoscenza giovedì dai media, dai toni duri, a tratti confusa, che insinua dubbi su indipendenza e autonomia della magistratura. Condivisibile allora la richiesta che il capogruppo dei popolari democratici Fiorenzo Dadò intende fare all’Ufficio presidenziale del parlamento: quella di convocare il pp Corti. Il ‘j’accuse’ del procuratore dimissionario impone chiarezza. In tempi brevi.
Servono infatti punti fermi. L’allestimento del progetto di riforma ‘Giustizia 2018’ – voluto da Gobbi per “modernizzare” il sistema giudiziario ticinese, rendendolo “più efficace ed efficiente” e che si prefigge pure di riorganizzare il Ministero pubblico – a quale stadio si trova? Così come dovrebbe darsi una mossa, uscendo finalmente con indicazioni concrete, la commissione designata dal Gran Consiglio al proprio interno nell’estate del 2015, e attualmente coordinata da Sabrina Aldi (Lega), perché suggerisca una procedura di elezione dei magistrati in grado di assicurare alla Giustizia i profili migliori. E sarebbe anche ora di dar vita a una commissione parlamentare della giustizia: una commissione ad hoc, che funga da costante e competente interlocutrice della magistratura per questioni organizzative e modifiche legislative. In assenza di questi e altri punti fermi, le misure di risparmio concernenti il Palazzo di giustizia continueranno a essere frutto di improvvisazione.

13.1.2017, 11:112017-01-13 11:11:26
Silvano Toppi

Paradossi democratici

Politicamente stiamo nutrendoci di paradossi. Si parte da presupposti anche validi, poi si arriva a conclusioni che contrastano con il senso comune o sono contraddittorie. Avesse ragione quel...

Politicamente stiamo nutrendoci di paradossi. Si parte da presupposti anche validi, poi si arriva a conclusioni che contrastano con il senso comune o sono contraddittorie. Avesse ragione quel celebrato moralista francese secondo il quale il paradosso è la cattiveria degli uomini che hanno troppo spirito, avremmo almeno lo spirito. Ma non è così. Tra le grandi virtù dell’economia svizzera c’è quella di essere aperta al mondo. Il suo commercio estero muove il 70 per cento dell’attività economica. Il Paese ha fatto del libero scambio una necessità di sopravvivenza. Non conosce ostacoli neppure agli scambi di capitali. Per gli uomini, anche solo europei e lavoratori, è un po’ diverso. Da liberoscambisti si diventa solipsisti. Si impiegano tre anni per trovare un metodo che applichi il principio ‘prima i nostri’, legittimo e persino di buon senso per il comune cittadino. Qui fioccano paradossi. Dapprima ci si accorge che se poni dei limiti devi darti delle regole. Per capire perché tu imprenditore assumi un lavoratore straniero e non uno svizzero. E incappi in questionari, controlli e nella vituperata burocrazia, bestia nera e flagello delle aziende. Si alleggerisce il metodo (gli imprenditori dovranno dare precedenza ai ‘nostri’ ma non giustificarsi se non assumono un candidato selezionato dai servizi), ma burocrazia rimane (comunicare la procedura ai servizi). Contemporaneamente capita che se non si concede la libera circolazione delle persone alla Croazia, si esclude la Svizzera da un programma europeo di ricerca miliardario, con grave danno per scienza ed economia nazionali. E quindi, mentre la si sta limitando, si estende la libera circolazione in nome del futuro della sacrosanta economia. Non è comunque finita qui. Due iniziative e un controprogetto che ha ancora due varianti ci riporteranno al nastro di partenza. Il paradosso è democratico. Non si è mai rilevato un paradosso più grosso, tragicomico se non rivelasse una schizofrenia che tende ad essere caratteristica politico-economica, anche a livello cantonale. Domanda mai posta: i cosiddetti manager o Ceo rientreranno o no nelle procedure adottate dalle due Camere per dar priorità ai ‘nostri’? Nostri molto più importanti. Non per ‘dumping salariale’ ovviamente, ma per quella giusta precedenza agli svizzeri e soprattutto alla conclamata difesa della identità svizzera, patriottica, sovrana, politica, economica. Un tempo per arrivare a quei posti dovevi essere svizzero, meglio se tedesco, con curricolo preciso: università svizzera, alto grado nell’esercito, preferibilmente membro più o meno attivo del Plr. Oggi, tanto per dire, abbiamo un franco-ivoriano alla testa di una delle due maggiori banche, succeduto a sua volta ad un americano; dopo un germanico, un austriaco, un belga, abbiamo un germanico-americano alla testa della multinazionale svizzera per eccellenza; nientemeno che un germanico è posto al vertice della più importante associazione dei banchieri svizzeri, l’Asb. Ci sarebbero tanti altri esempi, persino per medie imprese, che si potrebbero aggiungere. Quindi: o a certi livelli siamo scassati e impoveriti e rassegnati a perdere identità e ‘governance’, ed è grave; o i manager non sono classificabili come lavoratori, ed è ingiusto; oppure l’economia globalizzata si fa un baffo… del parlamento svizzero e dei suoi paradossi democratici.

11.1.2017, 10:002017-01-11 10:00:01
Matteo Caratti @laRegione

La linea di Strasburgo

La bocciatura a Strasburgo del ricorso di due genitori musulmani, che a Basilea avevano rifiutato di lasciar partecipare le loro figlie alle lezioni obbligatorie miste di nuoto previste nel...

La bocciatura a Strasburgo del ricorso di due genitori musulmani, che a Basilea avevano rifiutato di lasciar partecipare le loro figlie alle lezioni obbligatorie miste di nuoto previste nel normale corso di scuola elementare, ha una portata che va oltre quella della singola decisione. Al di là della singola condanna (che di per sé è poca cosa, trattandosi di una semplice multa), conta piuttosto il fatto che a emettere il giudizio di conferma delle istanze cantonali e federali elvetiche è ora la Corte europea dei diritti dell’uomo, per la quale non c’è stata violazione delle libertà di coscienza e di culto. Molto, ma molto concretamente (mettendo le questioni più formali un po’ da parte) ciò significa che le autorità scolastiche hanno il diritto – ma a questo punto anche il dovere – di fare rispettare l’obbligo per i bambini di seguire integralmente ciò che è previsto in un normale percorso di scolarizzazione: indipendentemente dalle convinzioni religiose (anche contrarie) dei genitori. Percorso dal quale – aspetto centrale! – dipende anche il successo della loro integrazione. Parola usata, abusata e spesso invocata – l’integrazione – che deve prevalere sull’interesse privato dei genitori, che chiedevano la dispensa per le figlie per ragioni di culto. In questo caso, come in quello del bimbo che aveva rifiutato di dare la mano in segno di saluto alla maestra (perché femmina!) sempre alle Elementari, non ci si può quindi appellare alla libertà religiosa. Questa decisione che tocca la scuola pubblica (ma potrebbe non essere la medesima se la scuola fosse privata di connotazione religiosa) evidenzia l’importanza e la valenza della scuola statale. Di una scuola di tutti e per tutti, che deve assolvere al delicato compito di formare persone destinate a vivere e convivere in una società laica, e che permetta a tutti indistintamente dal proprio credo di vivere in una società multiculturale senza sentirsi discriminati. La scuola dunque come palestra anche di convenzioni maturate qui da noi e fondate sulla nostra cultura e sulla nostra tradizione: una scuola che non deve rinunciare, per esempio, a fare il presepe o l’albero di Natale se lo ha fatto per anni; che deve continuare a dare lezioni di ginnastica e di nuoto a tutti, se lo ha fatto sin qui; che deve avere docenti che danno la mano agli allievi, se così vuole la tradizione. Una scuola che sa trasmettere nozioni e cultura del posto nel quale, chi viene da fuori, chiede di essere accolto. E deve quindi essere chi arriva il primo che ha interesse a integrarsi, conoscendo e accettando regole, usi e costumi della comunità nella quale è approdato. Poi, chiariti questi elementari principi di convivenza, ci sarà tempo per fare passi di avvicinamento nella direzione della conoscenza reciproca dell’altro. Passi che però diventa difficile compiere se già sin da ragazzi per certe esperienze ci si chiama fuori, chiedendo trattamenti speciali. Ben vengano dunque Strasburgo e la Convenzione dei diritti dell’uomo per ribadire che su principi e valori cardine non si transige.

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11.1.2017, 09:302017-01-11 09:30:54
Marzio Mellini @laRegione

Mondiale a 48, sono tutti benvenuti

Le legge è quella del vil denaro. Per carità, il calcio va nella direzione del business ormai da tempo, e non sorprende che chi lo governa sia alla costante ricerca di nuovi...

Le legge è quella del vil denaro. Per carità, il calcio va nella direzione del business ormai da tempo, e non sorprende che chi lo governa sia alla costante ricerca di nuovi sbocchi, di nuovi mercati (meglio se ricchi...), di nuove vie (anche esotiche) da percorrere per allargare i confini di una disciplina che – ci viene detto – non è solo europea e sudamericana. D’accordo, il mondo è cambiato, il numero dei Paesi è aumentato (si pensi solo ai Paesi nati dall’ex Unione Sovietica o dall’ex Jugoslavia), l’Africa ha fatto passi da gigante, il Qatar ha strizzato l’occhio al calcio ricavandone a sua volta un Mondiale. Ma a tutto c’è un limite. Quale? Quello delle emozioni, dell’interesse per una competizione che rischia di essere relegata a torneo aperto più o meno a tutti. Con tanti saluti alle palpitazioni causate dalle qualificazioni, sovente incerte, al valore di una partecipazione che sarebbe scontata per troppe squadre, e non il premio che invece tale traguardo dovrebbe rappresentare. Un Mondiale deve essere un punto d’arrivo, una conquista che passa attraverso una serie di partite dall’esito per lo più incerto. È bello – anzi auspicabile – che qualche grande nazione “stecchi” malamente un’edizione, che ne resti esclusa. Allargare il contingente a 48 squadre significa riammettere tutti, anche chi con il vecchio sistema sarebbe rimasto escluso, per una banale quanto vitale legge dello sport che premia chi vince e penalizza chi perde, anche se si tratta di una “grande”. Ridotte le qualificazioni a una mera formalità priva di qualsivoglia contenuto tecnico, che dire della fase finale? Regalare un sogno a una nazione rischia di costare caro. Ingraziarsi le federazioni minori aprendo loro porte che sarebbero altrimenti chiuse comporta uno scadimento dei contenuti tecnici di un torneo che non potrà certo essere rivitalizzato da accorgimenti quali i paventati 16 gironi a tre squadre. Scemata presto (scemerà presto non c’è dubbio) l’onda emotiva generata dalla curiosità per la presenza pittoresca di una squadra più o meno esotica, i primi giorni della competizione trascorreranno nell’attesa che prenda inizio il Mondiale vero, quello serio. Quello in cui il calcio ricomincia a contare qualcosa. Le porte chiuse di cui sopra, quelle che si intendono spalancare a tutti, non sono forse chiuse proprio perché certe squadre non hanno il livello necessario a sostenere un Mondiale con la dignità tecnico-sportiva che questo richiede? È così, da sempre: se hai le qualità, partecipi, altrimenti resti a casa, posto che ti viene offerta l’opportunità – attraverso le qualificazioni – di almeno provarci, a scrivere la tua piccola storia. Regalare una caramella che alla resa dei conti rischia di avere l’amaro sapore della presenza folcloristica è un affare senza dubbio economico, visto che l’allargamento dovrebbe portare nelle casse della Fifa (è una stima) più di 650 milioni di franchi in più rispetto alle passate edizioni. Ma non ci si venga a raccontare che è per il bene del calcio. I confini sono stati allargati, già Blatter fece in modo che si uscisse da Europa e Sudamerica per coinvolgere – opportunisticamente – anche gli altri continenti. Le conseguenze del suo agire sono sotto gli occhi di tutti, e hanno portato alla sua defenestrazione. Tra l’altro, siccome l’assegnazione dei posti alle confederazioni chiamerà in causa la politica, davvero dobbiamo pensare a un calcio al riparo da nuovi scandali e magheggi?

Un giorno di spesa in collaborazione con il Centro Tenero!

Giovedì 12 e lunedì 16 gennaio dalle 9.00 alle 14.00 vieni a trovarci al Centro Tenero e partecipa al nostro concorso. In palio un buono acquisto di CHF 200.-.
10.1.2017, 10:082017-01-10 10:08:08
Matteo Caratti @laRegione

Dalla redazione alla Procura

La Procura pubblica desidera portare in aula direttore, vice e due colleghi giornalisti del ‘Caffé’, per presunti reati (diffamazione e concorrenza sleale) da loro commessi pubblicando...

La Procura pubblica desidera portare in aula direttore, vice e due colleghi giornalisti del ‘Caffé’, per presunti reati (diffamazione e concorrenza sleale) da loro commessi pubblicando articoli sulla vicenda dell’errata amputazione dei seni alla clinica Sant’Anna. Che dire? Di grande peso sono di certo i principi e i valori in gioco, legati al lavoro dei media e al loro ruolo di cane da guardia della democrazia. Capiamo l’indignazione dei colleghi denunciati da chi è stato colto in fallo. La cristalleria dell’informazione è di quelle preziose e delicate. Qui ci marciano gli elefanti. A scanso di equivoci, ci preme comunque ribadire un punto fermo: tutti siamo sottoposti alla legge. Lo è il medico per l’errore professionale commesso; lo sono gli amministratori della clinica, tenuti a date condizioni a informare la Procura e l’autorità sanitaria di vigilanza non appena vengono riscontrate irregolarità; e lo sono i giornalisti nel riportare i fatti e nel lavorare all’inchiesta. Nessuno è al di sopra. Pertanto, se una parte si è sentita lesa (il medico e/o la clinica) può legittimamente chiedere alla Procura di esaminare se una testata abbia agito nel rispetto della legge. È questa la casella che scotta sulla quale ci troviamo. D’altra parte, non vi è chi non veda – pure noi lo abbiamo a più riprese vissuto sulla nostra pelle – che troppo spesso chi non ha interesse a che vengano pubblicate determinate notizie, ritenute dai giornalisti di interesse pubblico, denuncia la testata e/o trascina il giornalista dalla redazione in Procura, facendo cadere su di lui il sospetto che quanto scritto sia errato, manifestamente fazioso. In taluni casi è persino stato chiesto il blocco della pubblicazione in Pretura. È pure già capitato che siano partiti precetti esecutivi all’indirizzo di giornalisti e editori vantando crediti a sei zeri. Operazioni intimidatorie queste, che – va detto forte e chiaro – al professionista dell’informazione fanno sorgere mille interrogativi su quanto scritto e ha ancora sulla scrivania, che possono anche indurlo a tirare via le mani dal dossier, perché, se poi va veramente male (il diavolo si nasconde nei particolari), sarà anche chiamato a risarcire i danni. Danni che comincia a sognare di notte immaginandosi il pignoramento del salario e la messa all’asta di qualche bene immobile costato il sudore di una vita. Quello a cui stiamo assistendo è quindi un braccio di ferro fra poteri: da una parte c’è chi, in buona fede e con professionalità (lo speriamo vivamente), crede di aver dato informazioni di interesse pubblico; dall’altro c’è un grosso tornaconto economico della clinica nel salvaguardare la sua immagine con ogni mezzo, anche l’artiglieria pesante. Nel mezzo opera lo Stato: da un lato col Dss, che ha dovuto decidere se revocare e in che misura l’autorizzazione al medico e, dall’altro la magistratura, che dovrà stabilire se e chi ha sbagliato, dal profilo medico e ora anche (se del caso) chi lo ha fatto nella gestione dell’informazione. È pacifico, anzi vitale, che la stampa riferisca di tutto ciò. È innegabile che un Paese senza stampa libera, incapace di portare a galla del marcio dove c’è, incapace anche di accendere i riflettori laddove c’è il pericolo che la polvere venga nascosta sotto il tappeto, è un povero Paese! In questo senso ben venga il lavoro giornalistico che è stato fatto (da loro ma anche da altri, noi compresi svelando proprio questo caso di malasanità). Ben venga il controllo della legalità su più fronti e ben venga, se necessario, la via dei ricorsi anche sino alla massima Corte, ottenendo giustizia ma… fuori dal Ticino. Come è successo quando, per vincere contro un noto politico per reati commessi contro di noi e il nostro operato, siamo dovuti andare al seguito di ottimi avvocati sino al Tribunale federale.

Pucci in "In...tolleranza zero"

Partecipa al nostro concorso e vinci 2 biglietti per lo spettacolo in programma il 14 gennaio alle ore 20.30 al Cinema Teatro di Chiasso. Invia un Sms al numero 434 con parola chiave LR PUCCI.
7.1.2017, 08:522017-01-07 08:52:00
Matteo Caratti @laRegione

Se il Natale è (ancora) verde...

Bianco Natale addio… Prima o poi tutti sono costretti a fare i conti con la realtà. Persino i politici, ci viene da dire, dopo il secondo periodo vacanziero natalizio (purtroppo)...

Bianco Natale addio… Prima o poi tutti sono costretti a fare i conti con la realtà. Persino i politici, ci viene da dire, dopo il secondo periodo vacanziero natalizio (purtroppo) fallimentare per mancanza di neve nella maggioranza degli impianti di risalita della Svizzera italiana. La realtà qual è? Quella di un cambiamento climatico annunciato, studiato, temuto, col quale prima o poi anche noi, e non solo chi misura iceberg lontani o ghiacciai sempre meno eterni, ci saremmo dovuti confrontare.
Da anni i politici nostrani hanno avuto in mano uno strumento per capirlo e adottare tempestivamente decisioni anche impopolari, ma sagge e lungimiranti, dal punto di vista dell’uso oculato del denaro pubblico se la neve non c’è. Ci riferiamo al ‘Rapporto sugli impianti di risalita’ del 2008 di ‘grischconsulta’. Rapporto che fece un’analisi oggettiva del futuro prossimo del settore, futuro che è il nostro oggi a temperature mai registrate prima d’ora da MeteoSvizzera. Un rapporto – come ricordiamo a pagina 2 – che diceva due o tre semplici verità ai ticinesi.
Tanto per iniziare che, per ottenere la creazione di valore lordo totale in Ticino di 5 milioni di franchi, si accettano perdite di 7 milioni di franchi. Sempre in soldoni: che le aziende producono una perdita reale di 100mila franchi per ogni posto di lavoro a tempo pieno. Su quest’aspetto si scatenò allora il diluvio di polemiche da parte di chi sosteneva che il verdetto della perizia, commissionata dal Consiglio di Stato a una ditta grigionese, fosse così duro perché chi opera nei Grigioni ha interesse ad eliminare alcuni concorrenti ticinesi. Insomma, meglio screditare la perizia, piuttosto che riflettere sull’analisi.
Analisi che prediceva cosa? Né più né meno proprio l’inverno che vediamo oggi guardando fuori dalla finestra: tantissimi prati verdi, pochissime montagne innevate, impianti di risalita perlopiù fermi e/o boccheggianti e ancora in attesa del salvataggio con soldi pubblici.
Ebbene, partendo da questo dato di fatto, già ben fotografato dalla citata perizia, già dieci (!) anni or sono era tempo di fare una riflessione di fondo sull’intero dossier. Riflessione che la politica, in primis il Consiglio di Stato, con in mano quel rapporto schivò come la proverbiale oliva, anche perché ci par di ricordare, malgrado la posizione della ministra Sadis, in governo sedevano consiglieri attenti agli interessi delle valli (Locarnese e valli superiori del Bellinzonese) che non volevano arrendersi all’evidenza: dai che poi nevicherà ancora…
Si preferì quindi aiutare economicamente gli impianti di risalita perlomeno ad aprire, sostenendo i costi di collaudo, in attesa dei fiocchi di neve. Ma, ora che i fiocchi di neve stentano sempre più a cadere al momento giusto, siamo convinti che non si possa più tirare a campare.
A questo proposito ci piace evidenziare il fatto che, per esempio, il Monte Tamaro, anni dopo la riconversione, è stato designato secondo ‘Google trends’ la montagna più cliccata della Svizzera nel 2016, superando le più note Pilatus, Bernina, Cervino e Jungfrau. Però! Uno stimolo per chi ha sempre meno neve, ma comunque paesaggi da favola e (è una ricchezza non da poco) aria fina senza polveri fini e altre bontà da offrire, per trovare anche altre offerte complementari e stimoli per attirare i turisti. Soprattutto quelli indigeni.
Sulle nostre Alpi il potenziale c’è: con o senza neve. La leva sono le buone idee e il coraggio imprenditoriale di convertirsi.

5.1.2017, 10:302017-01-05 10:30:00
Aldo Bertagni @laRegione

Un patrimonio gratuito per tutti

C’è una biblioteca ricca e disponibile, assai di più di ogni spazio virtuale. Molto di più di Wikipedia o Facebook. È ricca e preziosa perché vivente. Già, proprio così. Un patrimonio...

C’è una biblioteca ricca e disponibile, assai di più di ogni spazio virtuale. Molto di più di Wikipedia o Facebook. È ricca e preziosa perché vivente. Già, proprio così. Un patrimonio culturale che respira, gioisce e si dispera come tutti noi. È un corpo, una volta si sarebbe detto “intermedio” (a metà strada fra i cittadini e le istituzioni elettive), che col tempo si è assai diluito sino quasi a scomparire. Perché, si dice, parte di una realtà che non interessa più. Perché abituato, quel corpo, a relazionarsi con modalità tipiche del Novecento e dunque oggi ai margini della società multimediale digitale (poi magari così non è, ma c’è chi ama crederlo). Una biblioteca vivente, si diceva, che potrebbe essere utilizzata da tutti i cittadini e in particolare dai giovani.
Ma è giunto il momento di dargli un nome, a questo “corpo pensante”: le associazioni politico-culturali costituite nel tempo – spesso figlie delle ideologie – e oggi composte da persone perlopiù “âgé” per dirla alla francese. Ve ne sono anche in Canton Ticino e propongono diverse iniziative pubbliche, solitamente (e purtroppo) frequentate da pochi intimi o, se volete, da ottimisti che non demordono, che non credono alla fine della storia e all’arrivo dei nuovi barbari. A prescindere da come la si pensi, e dando per buona anche una prassi a dir poco bizantina e dunque distante dalla “modernità” che vuole tutto subito e diretto (poi magari inveritiero, ma questo lo sappiamo solo dopo), dimenticando quindi un modo di fare decisamente “out”, si potrebbe – anzi, si dovrebbe – rivalutare queste associazioni se non altro per il ricco patrimonio intellettuale che rappresentano, patrimonio si badi bene messo a disposizione gratuitamente e dunque, questo sì, alla moda del tempo che vuole l’accesso gratuito a ogni notizia o presunta tale. Loro, biblioteca vivente, in verità regalano qualcosa che vale assai di più di una semplice informazione; offrono gratis il sapere costruito negli anni di studi, ricerche e confronti. Quanto magari già c’è in internet, ma vuoi mettere la fatica a cercarlo. Ce ne rendiamo conto?
In tempi di spaesamento identitario, ascoltare chi ha vissuto più di noi e magari in una realtà scomparsa, o quasi, ci aiuterebbe a meglio comprendere il nostro passato e forse a rasserenare il nostro presente. Ci potrebbe offrire un altro punto di vista, preziosissimo in tempi di diffusa autoreferenzialità (vedi gli amici online che parlano e pensano come me). Ma servono l’ascolto e la voglia di “lettura”. In caso contrario si passerà un sacco di volte davanti alla biblioteca senza manco vederla. O peggio senza manco sapere che c’è. Li consideriamo superati, lontani, incapaci di comprendere il nuovo? Magari è così, ma perché non valorizzare quel patrimonio tanto quanto ci capita con l’arte? Anche perché, a pensarci bene, queste preziose associazioni potrebbero rivelarsi veri e propri “ascensori culturali” capaci di trasportarci ai piani superiori del sapere, vera ricchezza. E se non lo fanno loro, in tempi di solitudine, c’è il rischio che non lo faccia nessuno.
Quando muore un uomo, si ama dire, brucia una biblioteca. Appunto. Rasare al suolo una città non è mai stato un buon affare. Ritrovare il filo della storia, al contrario, ci serve per meglio situarci nella complessità del mondo. Tanto vale saper ascoltare chi quel filo, almeno una volta, ha saputo trovarlo seppur in un’altra epoca. Che poi, a ben vedere, non è così diversa dall’attuale.
Fra tanti propositi per l’anno nuovo, ce n’è uno semplice e alla portata di tutti. Presenta una sola difficoltà: va saputo accogliere.

4.1.2017, 10:302017-01-04 10:30:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Trump e Brexit terranno banco

La decisione britannica di abbandonare l’Unione europea e l’elezione di Donald Trump sono gli eventi clou che hanno caratterizzato il 2016. Due eventi che fanno da spartiacque anche dal...

La decisione britannica di abbandonare l’Unione europea e l’elezione di Donald Trump sono gli eventi clou che hanno caratterizzato il 2016. Due eventi che fanno da spartiacque anche dal punto di vista economico e non solo politico. Il secondo, in particolare, segnerà i prossimi quattro anni e influenzerà le scelte di politica economica e finanziaria anche da questa parte dell’Atlantico.
La ‘Trumpnomics’, come è già stata denominata dagli esperti, ha riacceso da una parte le speranze di chi anela a un rallentamento del processo di globalizzazione e dall’altra quella dei cosiddetti ‘menostatisti’: un mix di protezionismo, intervento pubblico e sgravi fiscali. Il tutto per puntare a un tasso di crescita dell’economia vicino al 4%. Se il programma dovesse funzionare, l’economia statunitense potrebbe fare da locomotiva alle altre economie e, in particolare, a quella europea. È sicuramente una prospettiva positiva, assieme al ridimensionamento del tassi di cambio dell’euro, con effetti positivi sulla competitività di prezzo delle esportazioni e sulla spinta all’uscita dalla deflazione da parte dell’Eurozona attraverso il deprezzamento del tasso di cambio.
Il programma di Trump si propone poi di fronteggiare il pressante problema della deindustrializzazione con città che si sono letteralmente spopolate, come nel caso di Detroit ma anche di molte altre. Tra il censimento del 2000 e quello del 2010, Detroit ha perso circa il 25% della popolazione, Cleveland il 17%, Cincinnati il 10%, Pittsburgh l’8%. Sono tutte città che si trovano in Stati chiave che hanno permesso la vittoria del candidato repubblicano. Un tema – quello della deindustrializzazione – che tocca anche altre economie occidentali come quella dell’Unione europea.
La cosiddetta quarta rivoluzione industriale e la digitalizzazione spinta dei processi industriali potrebbero essere un’occasione per gli Stati Uniti, ma non solo, di un recupero del peso della manifattura sul prodotto nazionale lordo (il cosiddetto reshoring). Non per forza ciò si tramuterà in un sensibile aumento dell’occupazione. Anzi, più produzione industriale non equivale da molto tempo ormai a maggiori posti di lavoro.
Le stesse ricette, per certi versi, che anche il governo britannico vuole mettere in campo per gestire il faticoso distacco dall’Unione europea. Non è un mistero che nei mesi scorsi il ministro delle Finanze inglese abbia proposto di abbassare ulteriormente l’aliquota d’imposta sugli utili delle società (al 15%, la stessa ipotizzata da Trump) e allargare la spesa pubblica per potenziare il mercato interno. Allo stesso tempo si vuole comunque mantenere un legame con il mercato europeo abbandonando progressivamente la libera circolazione delle persone. In questo caso gli inglesi dovranno fare i conti con altri 27 osti, ovvero gli altri governi dell’Unione europea. Il processo di allontanamento di Londra da Bruxelles richiederà quindi molto tempo e, se la Corte suprema nei primi giorni del 2017 dovesse confermare quanto già deciso da una Corte di Londra (la Brexit votata dai cittadini dovrebbe essere ratificata anche dal parlamento), l’intero iter potrebbe prendere pieghe inaspettate con una crisi di governo ed elezioni politiche anticipate. Tecnicamente, infatti, il Regno Unito non è ancora fuori dall’Unione europea. Anzi, il processo di divorzio deve ancora cominciare, visto che il governo non ne ha ancora attivato la domanda formale in base a quanto previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Insomma, di Brexit si continuerà a parlare a lungo anche quest’anno.

3.1.2017, 10:452017-01-03 10:45:00
Matteo Caratti @laRegione

Il lusso di un clic

Cosa c’è di speciale nella fotografia (cfr. pag. 4) che il Consiglio federale scatta ogni anno, augurando il suo buon anno al Paese? Innanzitutto il gesto medesimo, che vede la compagine presentarsi...

Cosa c’è di speciale nella fotografia (cfr. pag. 4) che il Consiglio federale scatta ogni anno, augurando il suo buon anno al Paese? Innanzitutto il gesto medesimo, che vede la compagine presentarsi alla popolazione quasi fosse una famiglia, permettendo ad ognuno di dire se l’immagine ufficiale di quell’annata piaccia o non piaccia in base ai propri gusti. E, si sa, i gusti sono quanto di più soggettivo possiamo avere. Poi a commentare il ‘clic’ arrivano gli esperti di comunicazione o di fotografia che, sollecitati dai media, dicono la loro e così, spesso, possiamo scoprire quel particolare che non avevamo visto, quel dettaglio preso a prestito da qualche altro scatto celebre e così via. Fra un brindisi e uno scambio di auguri, fra una partenza e una ripartenza nel nuovo anno, i sette volti dei consiglieri federali e quello del cancelliere fanno amabilmente discutere. Un gran bel lusso, considerati i tempi politici che corrono in mezzo mondo. La fotografia e il suo rituale dicono agli svizzeri: ‘Ci siamo, stiamo lavorando per voi, tutti assieme, uniti’.
Uniti, un altro elemento forte sul quale non si ragiona mai abbastanza perché (a torto) considerato scontato. Quand’esso è invece fortemente voluto. Conosciamo le regole, i nostri esecutivi sono tutti collegiali. Se un partito comincia ad avere una forza percentuale sufficiente per accedere alla camera dei bottoni, viene promosso ed entra così nell’esecutivo, sia esso federale, cantonale (ci riferiamo al Ticino col sistema proporzionale) o comunale. Questo modello di gestione della cosa pubblica permette agli estremi, di sinistra come di destra, se sufficientemente forti, di assumere responsabilità politiche, stemperando le tensioni che un sistema fondato sul maggioritario produce più facilmente.
La foto del Consiglio federale del 2017 dà proprio questo senso di squadra. Di una squadra capace – anche in tempi irrequieti come quelli che stiamo vivendo – di governare integrando al suo interno diverse esperienze e culture politiche. Un altro grande valore. Ed è forse questa la capacità che parecchi Paesi più ci invidiano, perché garanzia di stabilità. Stabilità che significa offrire importanti garanzie a chi desidera investire a lungo termine, sia esso imprenditore o privato cittadino. Stabilità che significa che le regole del gioco non cambiano dall’oggi al domani; che non vengono tutelati i furbi. Pensiamo ad esempio a cosa succede in certi Paesi a noi vicini ove ogni tot anni si materializza un’amnistia. Così, se hai soldi nascosti, durante una vita puoi decidere x volte se farli o meno riemergere. Così, se hai voglia di commettere un abuso edilizio ti verrà data presto o tardi almeno un paio di volte nella vita la possibilità, tramite un’amnistietta, di metterti a posto e via dicendo. O dove le facce dell’anno prima sono tutte scomparse dal governo l’anno dopo.
Non sono comunque tutte rose e fiori neanche in Svizzera. Anche il nostro sistema politico alla lunga finisce per premiare chi si profila di più. Le ali delle opposizioni crescono a scapito del centro. Ma anche qui il sistema elvetico ha per ora dimostrato di avere buoni anticorpi. Tutti ricorderanno cosa è successo a Christoph Blocher quando, interpretando troppo il suo ruolo di fortunato capitano d’industria e di leader di un partito in ascesa, è stato dapprima tenuto per anni ai margini dell’esecutivo, poi ammesso, per infine non venir riconfermato. Una mancata rielezione che è suonata come bocciatura di un leader che non aveva capito che da noi una volta eletti in governo si deve saper cambiare casacca. Un po’ come sulla foto, tutti uguali, sebbene diversi. Unus pro omnibus, omnes pro uno.

3.1.2017, 10:302017-01-03 10:30:00
Daniela Carugati @laRegione

La cultura della migrazione

Non chiamatelo ‘manager’ (o dirigente). È un appellativo che ama poco. Antonio Simona oggi preferisce vedersi come un «vecchio lupo di mare». Un capitano di una nave che da ormai trent’anni...

Non chiamatelo ‘manager’ (o dirigente). È un appellativo che ama poco. Antonio Simona oggi preferisce vedersi come un «vecchio lupo di mare». Un capitano di una nave che da ormai trent’anni solca il mare della politica d’asilo. Una navigazione a tratti assai difficile e persino agitata, quella affrontata qui, tra la frontiera e il Gottardo, alla porta sud della Svizzera. Se nel tempo la barra del timone è rimasta salda, tiene a far sapere il direttore del Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo di Chiasso, è merito soprattutto dei suoi collaboratori. Sono loro, dice, che assicurano il lavoro quotidiano. «Un capo da solo non fa niente», è solito ripetere.
Il fatto è che Antonio Simona non è un capo convenzionale. In questi anni non se ne sono accorti solo i funzionari delle strutture federali a Chiasso. Una sigaretta dietro l’altra («entro la fine dell’anno, però, voglio smettere», si ripromette), la battuta arguta che sa spiazzare, dentro i cancelli della sede amministrativa di via Primo Agosto alle regole non si deroga. Al di fuori, invece, è un «indisciplinato totale», ammette. Giornalista (all’Agenzia telegrafica svizzera) prima di diventare un uomo della Confederazione, il ‘politicamente corretto’, del resto, non è mai stato il suo forte. Potendo scegliere, ci confessa, meglio essere semplicemente corretti. E ciò anche se legislazione e senso di giustizia, capita, non vadano sempre d’accordo. Lo si comprende, a maggior ragione, quando giorno dopo giorno ci si misura con la varia umanità che bussa alla nostra porta in cerca di una vita degna di essere vissuta. E qui, allora, non è più questione di retorica, ma di cuore.
Lo si è visto bene questa estate, con l’accampamento improvvisato cresciuto appena al di là del nostro confine meridionale, nel parco della stazione di Como. Lo si è capito, poi, a fondo quando ci si è ritrovati davanti al fenomeno dei minori non accompagnati, vulnerabili e al contempo decisi ad andare a nord o a ricongiungersi ad amici o parenti. Un fenomeno, prefigura Simona nell’intervista concessa a ‘laRegione’, che rischia di dividere, che ci interpellerà ancora di più nel prossimo futuro e al quale si dovrà prestare grande attenzione. Anche perché a quel punto non basterà gestire i flussi. Aver a che fare con dei minorenni implica il rispetto di norme e convenzioni internazionali alle quali non si può sfuggire; e apre alla necessità di ragionare pure in termini di integrazione. E visto l’aria che tira, sciogliere i nodi della politica non sarà un’operazione tanto semplice.
Ecco che la comunicazione – al confine, con il mondo migrante; nel Paese con l’opinione pubblica – diventerà cruciale. Qui Simona tira le orecchie ai media (da ex giornalista se lo può permettere). Sono i media, tiene a farci notare, che tendono ad amplificare e a esaltare la polarizzazione che si vive davanti alla politica d’asilo (anche se qualche politico, a volte, ha ecceduto, ci lascia intendere). Insomma, oggi più di ieri, urge quella che definisce una «informazione corretta e puntuale»: un dovere del giornalista, un diritto del cittadino. Solo così sarà possibile farsi una idea, quindi comprendere meglio la realtà dei flussi migratori. E pure farci i conti, al di là dei luoghi comuni. Ciò non toglie che ci si dovrà mettere di buzzo buono anche nel costruire una vera e propria educazione alla cultura della migrazione, a cominciare dalle scolaresche. Un passo irrinunciabile quanto inevitabile per Simona. Che piaccia o no. Lui, il direttore del Centro per richiedenti l’asilo di Chiasso, ci sta provando da anni. Ora, con la pensione dietro l’angolo, non resta che augurargli ‘buona navigazione’.

2.1.2017, 08:172017-01-02 08:17:31
Marzio Mellini @laRegione

Diamogli fiducia

Roger Federer torna sulla ribalta del tennis, la dimensione che gli appartiene, più di quanto possa appartenere ai suoi illustri colleghi. Oggi, per lui, c’è la Hopman Cup, il cui esito francamente...

Roger Federer torna sulla ribalta del tennis, la dimensione che gli appartiene, più di quanto possa appartenere ai suoi illustri colleghi. Oggi, per lui, c’è la Hopman Cup, il cui esito francamente interessa poco. Da un posto bisognava pur ricominciare, e lui ha scelto una competizione che lo riporta indietro nel tempo, in un luogo in cui ebbe inizio la storia d’amore con la moglie Mirka. Perth è il presente, ma è solo l’inizio. Inutile farsi illusioni: solo il “domani”, un futuro prossimo ricco di incognite, dirà se e quanto i propositi di rientro in grande stile di Federer troveranno il conforto della realtà.
Una realtà dalla quale manca (per scelta) da qualche mese, e che cerca di rifare propria dopo essersi rimesso a nuovo, e in discussione. Come se avesse ancora qualcosa da dimostrare.
Beh, in fondo, qualcosa ancora c’è: si tratta di ribadire a tutti, in primis a se stesso, che è ancora in grado di lottare per il vertice, per le posizioni di testa di una disciplina che ha condotto per anni, cambiato, rilanciato.
La passione è la molla, la voglia di tornare a vincere è la miccia, la consapevolezza di poterci ancora riuscire è il propellente, oltre che il segno distintivo del fuoriclasse che non si arrende di fronte a qualche amarezza di troppo, ai segnali di un fisico che qualche capriccio ha cominciato a farlo (dopo averlo risparmiato per tre lustri ai massimi livelli), o all’appagamento che potrebbe andare di pari passo con il calo di motivazione, che invece è ancora a mille.
E allora, perché non provarci davvero, forti di uno spirito senza eguali? Lo è anche il suo tennis, del resto. Non resta che farci stupire, contagiati dal suo ottimismo, che facciamo nostro. Lo facciamo capace di tornare a vincere, convinti che il motivo che lo induce a continuare sia più valido delle mille ragioni che avrebbe di dire basta.

31.12.2016, 07:572016-12-31 07:57:38
Erminio Ferrari @laRegione

Il finale di partita di Barack Obama

Un finale di partita che ne apre un’altra il cui esito sarà perlomeno incerto. All’apparenza, in questo scorcio finale della sua presidenza, Barack Obama sta dando un giro di...

Un finale di partita che ne apre un’altra il cui esito sarà perlomeno incerto. All’apparenza, in questo scorcio finale della sua presidenza, Barack Obama sta dando un giro di volta a situazioni e questioni che in otto anni non ha saputo o voluto gestire; o dalle quali, ove abbia provato a misurarvisi, è uscito battuto.
Il discorso di John Kerry, mai così esplicito, sull’illegalità e l’iniquità della colonizzazione israeliana dei Territori palestinesi; e le pesanti misure di ritorsione nei confronti di Mosca per l’asserita ingerenza nella campagna presidenziale statunitense sembrano infatti voler recuperare in attivo le voci passive del bilancio del mandato di Obama: la questione israelo-palestinese (e, per estensione, il Medio Oriente) e il confronto strategico con la Russia dell’arrembante Vladimir Putin.
Secondo alcune interpretazioni si tratterebbe di un colpo di coda inefficace e persino inelegante, una sorta di reticente, dispettosa ammissione di impotenza. E dà mostra di considerarla tale Donald Trump, che infatti si è premurato di tranquillizzare Netanyahu e Putin, assicurando che “dal 20 gennaio” tutto andrà a posto. Potrebbe, ma non è detto che sia così.
Intanto perché una simile rappresentazione contraddice il tratto – caratteriale e politico – più “cool” della presidenza Obama, una ponderatezza ai limiti dell’irresolutezza, un sicuro fastidio per i colpi di scena (associato a una certa coda di paglia, se si pensa a come cambiò le sorti della guerra in Siria l’annuncio della “linea rossa” dell’impiego di armi chimiche, voltosi poi in porta spalancata al protagonismo russo che oggi raccoglie i frutti di un’acuta perizia tattica).
E poi perché nelle ultime mosse di Obama si può leggere ben più di un dispetto fatto a due interlocutori mai stati veramente tali se non su un piano di reciproca insofferenza. Il messaggio a Netanyahu è forse quello che più sottolinea una (timida) svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele: non l’abbandono (che oltretutto sarebbe una sciagura) del protetto storico, ma la relativizzazione della sua posizione: una tra le altre che si disputano un medesimo diritto alla terra e alla sicurezza.
È invece meno sorprendente, se non nella forma, la sfida a Putin. Anche liberato dai contenuti ideologici, quello tra Stati Uniti e Russia non ha mai perso la natura di conflitto strategico. E se il revanscismo di Putin ha origini dalle frustrazioni cumulate negli anni-Eltsin, la razionalità professorale di Obama è sì un contrappasso rispetto alla criminale ignoranza di G.W. Bush e della sua coorte di ammazzasette, ma più nei modi che nel senso più profondo, quello relativo al primato statunitense nel mondo. E che ha rivelato essere Obama un presidente degli Stati Uniti disposto sì a concedere, ma non a cedere. Almeno in extremis.
Quali poi saranno gli effetti di questa tardiva assertività nelle relazioni Usa-Russia, e di conseguenza sugli assetti mondiali, non siamo in grado di dirlo. Si possono piuttosto immaginare quali saranno sulla presidenza statunitense entrante. Anche in questo caso, la pretesa semplificazione, a colpi di tweet, del discorso e della prassi politica, dovrà misurarsi con la complessità dei fenomeni. Per Trump sarà ben difficile orchestrare un concerto tra la professata ammirazione per Putin, le resistenze di un partito repubblicano nella cui testa la Russia rimane un rivale strategico assoluto, le evidenze fornite dalle agenzie domestiche di intelligence sullo spionaggio russo, e gli interessi oggettivamente confliggenti di Washington e Mosca nei maggiori teatri di crisi belliche e di controllo delle risorse.
Se vi riuscirà sarà un gigante della Storia, ma ben altri hanno fallito prima di lui.