Ilcommento

Oggi, 08:352017-11-23 08:35:20
Aldo Bertagni @laRegione

Un accordo saggio

Quindici anni e già il tempo, molto, la dice lunga sulla “sensibilità” e la delicatezza del tema, in un mondo secolarizzato e orgoglioso dei propri valori figli dell’Illuminismo. Battaglie epiche,...

Quindici anni e già il tempo, molto, la dice lunga sulla “sensibilità” e la delicatezza del tema, in un mondo secolarizzato e orgoglioso dei propri valori figli dell’Illuminismo. Battaglie epiche, anche in Canton Ticino, hanno visto in campo favorevoli e contrari all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, dello Stato. Con forti ragioni e solidi argomenti, di qua e di là, che partivano da una differente visione del mondo. Perché una visione c’era, eccome, con valori solidi e tanta sapienza, ma anche sofferenza, alle spalle.

Nella società liquida, per dirla con Bauman, quel mondo è finito. Completamente chiuso. Lo si voglia o no, la società odierna non solo è refrattaria al “pensiero forte” ma altresì distratta dai colori e i suoni di pseudovalori “usa e getta”, tanto buoni per il “life style” quanto inutili per dare un senso al percorso esistenziale. Siamo nel tempo delle passioni tristi, si sostiene. E da qui si parte, con molto realismo, col compromesso raggiunto fra Stato del Canton Ticino e Chiese, la cattolica e la riformata, sull’insegnamento della religione a scuola che introduce – è una prima – un’ora obbligatoria di storia delle religioni, ma solo per le quarte medie. Un equilibrato e ragionevole compromesso figlio, appunto, del pragmatismo. Che davvero non guasta, dopo anni di “sbornia ideologica” su argomenti sempre più distanti e lontani dal sentire comune.

Il paradosso, se così si può dire, è che oggi più di ieri – che viviamo senza riferimenti ideologici – c’è bisogno di strumenti e conoscenza, come di comunità, perché la fame di spiritualità deborda da ogni dove: nei libri come nelle rappresentazioni fantasiose, nelle difficoltà soggettive come nelle “tribù” sorte sull’enfasi e il fascino dei singoli guru. Un bisogno vero, non per forza di tipo religioso, che impone risposte altrimenti inevase e l’accordo raggiunto cerca di rispondere appunto, seppur con timidezza – in punta di piedi – ma perché questo e non altro è oggi possibile fare.

Ma non è poco. Intanto già l’intesa, assolutamente non scontata, è un segnale di buona volontà soprattutto da parte della Diocesi luganese che ha saputo, negli ultimi mesi, tessere una tela in altri tempi assai aggrovigliata di nodi legnosi. Certo, molto è cambiato anche oltre Tevere e quel vento si è unito all’aria del nord, che spira da sempre sulle spalle del Ticino, ma i tempi della Chiesa, anche locale, non sono certo quelli della società liquida. E poi salire sui monti ticinesi è da sempre più complicato che scollinare a Roma… L’intesa, dunque, è il vero risultato positivo. Perché pone un punto fermo: da oggi su questo tema si collabora. Poi magari resterà l’insoddisfazione di non aver visto realizzato un progetto completamente così come si voleva o al contrario di aver ceduto qualcosa che non promette nulla di buono perché apre un varco. Il furore ideologico del resto non conosce mediazione di sorta. Il buon senso, là dove il mare è grande e i naufraghi parecchi, la conosce eccome. Anzi, usa la mediazione come soluzione possibile per conciliazione e bene comune. Non capire il gesto e il momento storico potrebbe essere fatale. Per tutti.

21.11.2017, 08:302017-11-21 08:30:47
Matteo Caratti @laRegione

Locarno sì, Arbedo no!

Tutto e il suo esatto contrario.

A Locarno il Comune licenzia alcuni dipendenti inadempienti, fatto di per sé eccezionale, che sfata il mito del posto sicuro nell’amministrazione pubblica...

Tutto e il suo esatto contrario.

A Locarno il Comune licenzia alcuni dipendenti inadempienti, fatto di per sé eccezionale, che sfata il mito del posto sicuro nell’amministrazione pubblica (cfr. servizio in pagina di Locarno). Lo sfata e, così facendo, la scelta che non fa più compromessi fa onore all’ente pubblico, perché sono noti i luoghi comuni che si portano dietro negli ultimi anni i dipendenti pubblici – comunque sia privilegiati dal loro posto fisso e sicuro – mentre fuori nella tempesta l’economia privata non fa sconti a nessuno: se c’è lavoro assume, se manca ristruttura e lascia a casa anche senza che vi siano particolari inadempienze. Vedi, sempre di ieri, la brutta notizia dei tagli a Six Group, la società che fornisce servizi finanziari e che, fra l’altro, gestisce la Borsa svizzera. In Svizzera circa un centinaio di posti di lavoro è destinato ad andare in fumo, settantacinque in Ticino. Una riduzione dell’organico che interesserà il comparto servizi di pagamento: saranno chiuse le sedi di Bedano e Oerlikon dove chi svolgeva il proprio lavoro con diligenza finirà licenziato senza colpa alcuna (vedi servizio in pagina di Lugano). Quindi, se qualcuno al calduccio nell’organico comunale intasca lo stipendio, ma non svolge il lavoro dovuto, giusto arrivare a estremi rimedi. Che, supponiamo, non sono stati presi a cuor leggero e nemmeno a ciel sereno (si parla di reiterate assenze, conclamata inefficienza, insubordinazione).

La drastica decisione del Comune di Locarno in un certo senso rende anche giustizia a chi, al servizio dello Stato, lavora e lavora bene, cioè con professionalità e tanta voglia di farne. E fa anche dire al cittadino contribuente che i soldi che versa pagando le imposte non vengono sprecati, ma usati per servizi utili per la comunità, finendo nella busta paga di funzionari efficienti e coscienti del mandato che assolvono su delega dei cittadini contribuenti.

Che da Locarno arrivi questa notizia, mentre un altro Comune – Arbedo-Castione – trova un accomodamento, perlomeno indecente, con un docente condannato (pena fra parentesi aggravata in sede di Appello) da una Corte delle Assise criminali e finito in prigione, permettendogli di maturare tranquillamente la pensione (dovutagli dall’ente pubblico!), ci fa scrollare la testa e ci spinge ad interrogarci (vedi servizio in pagina di Bellinzona). A parte il precedente, che farà pretendere a chiunque si troverà in una situazione simile (ma a questo punto anche meno grave) di venir aiutato dallo Stato a trarsi d’impiccio, lo scioccante effetto sul cittadino contribuente è più che evidente.

Dal punto di vista civico poi, se pensiamo anche alle vittime... Non scordiamoci che l’autore è stato condannato per ripetuti atti sessuali con cinque allievi, ripetuta coazione, violazione del dovere d’assistenza o educazione e vie di fatto reiterate su due bambini. Per cercare di mettere a posto certe situazioni potenzialmente penose, gravi e gravose dal punto di vista economico, se del caso, esiste la rete dello Stato sociale. Non altre scorciatoie preferenziali.

21.11.2017, 08:152017-11-21 08:15:18
Aldo Bertagni @laRegione

Per quale classe dirigente?

Da cosa nasce la capacità di gestire il futuro? Come si prepara una classe dirigente? Quando si parla di formazione accademica si dovrebbe essere in grado di saper rispondere a queste due...

Da cosa nasce la capacità di gestire il futuro? Come si prepara una classe dirigente? Quando si parla di formazione accademica si dovrebbe essere in grado di saper rispondere a queste due domande, perché certo fra i compiti più complicati della società vi è quello di garantirsi un processo virtuoso di sviluppo senza mai perdere di vista gli equilibri socio-culturali interclassisti, trasversali e che dunque prescindono dalle classi economiche di appartenenza. Detta altrimenti, la scommessa sulla futura classe dirigente è sempre aperta. L’unica soluzione possibile è investire nell’università così come si finanzia una start-up, una giovane azienda innovatrice: sapendo di correre parecchi rischi ma consapevoli al contempo di non avere alternative.

Seguendo il dibattito ieri in Gran Consiglio – riferito all’attività di Usi e Supsi – si è compreso quanta strada debba ancora essere fatta in Ticino per cogliere davvero il senso e il ruolo di una classe dirigente, iniziando evidentemente dalla sua formazione. Non deve stupire. L’esperienza ticinese, in fatto di università, è decisamente scarsa e dunque la società – tramite la politica che la rappresenta – non ha ancora ben capito la “grammatica” della formazione superiore, o meglio non sa relazionarsi ad essa proprio perché inesperta e per certi versi “innocente”. Del resto per anni e anni il vertice amministrativo, professionale e politico ticinese si è formato altrove, oltre Gottardo o oltre i confini nazionali, con vantaggi peraltro importanti. Il Ticino universitario è davvero agli albori. Che non giustifica tutto, ma certo ne va tenuto conto.

Come si fa altrimenti a comprendere la futura “Commissione di vigilanza” che verrà approvata dal parlamento il prossimo dicembre con compiti ancora non chiari, almeno stando a quanto discusso ieri sulle questioni generali? Perché se da un lato tutti o quasi si sono affrettati a precisare che serve un equilibrio fra controllo politico e autonomia universitaria (nella ricerca, nella scelta dei corsi, nella valutazione e assunzione dei professori e via discorrendo), poco dopo gli stessi hanno presentato un lungo e articolato elenco di criticità, nonché compiti non risolti o risolti male, che Usi e Supsi dovrebbero tenere in considerazione. E c’è anche chi ha apertamente parlato di “incomprensioni” fra la politica ticinese e il mondo universitario. Non è difficile immaginarlo. Non lo è per quanto detto sin qui. Il fatto è che si parlano con linguaggi diversi. Gli accademici (svizzeri e non) sanno che non si possono considerare l’istruzione (tutta, dall’obbligo in su) e la ricerca scientifica con gli stessi criteri utilizzati per valutare la produzione della ricchezza materiale, perché se la seconda genera profitti finanziari le prime due prosperano là dove regna il confronto, la contraddizione, l’alterità, il dubbio, l’incertezza e persino il caos (creativo). Da qui il bisogno di libertà, che non significa estraneità dal contesto in cui si opera ma piuttosto possibilità di volare là dove è necessario per meglio attrezzare le intelligenze del domani. Il problema, se così si può dire, ancora una volta ha a che fare con l’autorevolezza. Che è amica della forza e della maturità. Senza queste, la politica si sentirà sempre nuda di fronte al mondo accademico, ma a pensarci bene anche all’intera società che pretende di rappresentare.

21.11.2017, 08:012017-11-21 08:01:07
Luca Berti @laRegione

Apprendisti portieri dell’era digitale

Il digitale ha cambiato tutto, dappertutto. È una di quelle rivoluzioni epocali, pervasive, capaci di modificare la vita in contesti diversissimi e di farlo a livello...

Il digitale ha cambiato tutto, dappertutto. È una di quelle rivoluzioni epocali, pervasive, capaci di modificare la vita in contesti diversissimi e di farlo a livello planetario. Ce ne sono state poche così e soprattutto ce ne sono state poche (nessuna, vien da dire) tanto veloci come questa: dal primo personal computer agli smartphone in quarant’anni, con gli ultimi tre lustri che hanno portato novità a ritmi praticamente annuali.

Ed è forse questo il gran problema della rivoluzione digitale: offre a tutti grandissime potenzialità, ma lo fa in un tempo che non è fisiologico, né per l’essere umano né per la società da lui creata. Persino la rivoluzione industriale aveva dato modo a chi aveva appreso un mestiere di finire la propria vita professionale praticandolo. Oggi non è più così e il “semplice” arrivo dei computer ha determinato importantissimi cambiamenti nel mondo del lavoro e da lì in poi numerosi altri.

Così a prevalere nelle persone travolte da questo uragano è la fisiologica paura dell’ignoto, del cambiamento. La paura di lasciare le abitudini consolidate in decenni a favore di una nuova via. Ben vengano quindi iniziative come quella odierna: il primo ‘digital day’ elvetico dove una trentina di aziende, assieme ai consiglieri federali Doris Leuthard e Johann Schneider-Ammann, vogliono mostrare alla popolazione cosa significhi l’era digitale per la nazione e per i suoi cittadini. Un momento di riflessione, utile anche solo per capire che il cambiamento, oltre a molti rischi, è pure foriero di opportunità. Un istante di pausa per realizzare che fermarsi, magari perché paralizzati dal terrore, non è la soluzione, ma semmai il modo migliore per farsi travolgere. Perché continuare a fare le cose come si sono sempre fatte, aspettando che passi la moda del momento, dev’essere più o meno quello che si sono detti gli ultimi carrettieri quando si vedevano sorpassare dalle nuove locomotive a vapore. Solo che adesso i treni viaggiano a 300 chilometri all’ora e le novità alla velocità della luce.

Il discorso vale anche e soprattutto per il mondo dei media, confrontato come non mai con un panorama in rapidissimo mutamento, dove non solo cambia il modo di lavorare, ma anche gli strumenti che il pubblico usa per fruire dell’informazione. Ben inteso: che i vecchi mezzi di comunicazione siano morenti è tutto da vedere, ma non accorgersi che qualcosa è pesantemente diverso da prima vorrebbe dire non riuscire più a raggiungere il pubblico.

Per riuscire nell’esercizio serve la volontà di rimettersi in gioco, di capire cosa sta cambiando e come cambiare con la corrente. In redazione da qualche tempo, con il coraggio e l’impegno di tutti i colleghi a tutti i livelli, il confronto sulla questione è giornaliero, ragionato, generale nel tentativo di cogliere le sfumature del nuovo corso in modo da proporre un prodotto che non sia solo professionale e ineccepibile per i canoni del buon giornalismo, ma anche capace di raggiungere chi ci legge secondo le modalità che egli sceglie abitualmente. L’esercizio è continuo e costante, anche perché i cambiamenti nel quadro generale delle cose lo sono. Siamo tutti un po’ apprendisti in costante formazione; siamo tutti un po’ come portieri durante un rigore: prima o poi bisogna decidere dove tuffarsi. Bisogna farlo a intuito, cogliendo quei piccoli segnali che l’attaccante si lascia sfuggire, evitando però di aspettare troppo. Perché una volta calciato è sì facile sapere dove finirà il pallone. Ma a quel punto potrebbe essere impossibile raggiungerlo.

20.11.2017, 08:152017-11-20 08:15:00
Roberto Antonini

Schiavi vendonsi

C’è voluto un reportage della rete televisiva Cnn per riportare i riflettori sull’incubo che per decine di migliaia di persone si sta consumando nel Mediterraneo meridionale. Le voci, i sospetti, i...

C’è voluto un reportage della rete televisiva Cnn per riportare i riflettori sull’incubo che per decine di migliaia di persone si sta consumando nel Mediterraneo meridionale. Le voci, i sospetti, i mormorii, si sono tramutati in certezza. Impossibile per chiunque ora dire “non sapevamo”.

I negrieri arabi non appartengono più unicamente alla storia del Medioevo nordafricano. L’esistenza di un mercato di essere umani in Libia è ormai provata: la schiavitù è una realtà del nostro secolo. Migranti che non ce la fanno a varcare il Mediterraneo a bordo dei barconi, fermati dalle guardie costiere libiche e poi finiti di nuovo nelle mani di trafficanti senza scrupoli che li vendono a proprietari terrieri.

La vita di un uomo vale circa mille dinari, più o meno 700 franchi. Quella di eritrei e somali un po’ di più: le loro famiglie hanno spesso potuto riparare in Europa, hanno dunque maggiori disponibilità. Si batte all’asta forza lavoro. Un viaggio al termine della notte (non inedito in realtà, basta saper ascoltare le parole di molti profughi giunti anche da noi) che non può lasciare indifferenti. L’accordo tra Unione europea e Libia (l’Europa collabora con Tripoli affinché le guardie costiere libiche impediscano ai gommoni di raggiungere le acque internazionali) ha spostato a sud la questione migranti con il chiaro obiettivo di sottrarla al vecchio continente.

Il governo libico di unione nazionale (Gna) che gestisce una ventina di centri di detenzione, di fronte alle denunce giornalistiche e delle Ong (in particolare Medici senza frontiere, in prima fila in questa ennesima battaglia) ha ora aperto un’inchiesta. Come se le autorità non fossero state al corrente di pratiche che – stando a innumerevoli testimonianze – sono molto diffuse. Come se ignorassero le condizioni di vita insostenibili nei campi di detenzione, hangar, capannoni e vecchie officine in disuso – dove sono intasati 20mila migranti.

Sulla scorta delle denunce della Cnn, alcuni giornali, come il francese Le Monde, rompono ora il velo di indifferenza con inchieste circostanziate su questi centri di detenzione ufficiali: sovrappopolamento, razioni alimentari inferiori alle 800 calorie, profughi costretti per l’assenza di gabinetti a fare i propri bisogni negli spazi dove devono poi dormire, malattie respiratorie, diarree letali, scabbia diffusa ovunque, mancanza di acqua potabile, parti ad alto rischio, senza assistenza medica.
Profughi venduti dalle guardie alle milizie che poi li trasferiscono nei campi illegali per rivenderli a loro volta come schiavi. Torture sistematiche. Donne costrette a prostituirsi per poter ritrovare la libertà. Nessuno sapeva nulla?

Certo è che quanto succede dovrebbe pesare come un macigno sulla coscienza europea. L’alto commissariato per i diritti umani, il giordano Zeid Raad Al Husseini punta il dito contro l’atteggiamento considerato pilatesco dell’Ue. Che, spinta dalla crescente ondata di indignazione, rispolvera ora i propri valori e chiede a Tripoli di chiudere i centri di detenzione e di aprire centri di accoglienza che garantiscano standard umanitari accettabili. Perché, come afferma il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, non si possono sacrificare i diritti umani sull’altare della lotta contro l’immigrazione illegale. È in gioco la vita di decine di migliaia di persone. E pure la ragion d’essere morale del nostro continente.

18.11.2017, 08:552017-11-18 08:55:00
Claudio Lo Russo @laRegione

Mettendo al centro il futuro

Accade a tutti prima o poi di rendersi conto con un certo sgomento che ci si sta ripetendo. In genere lo sconcerto è del tutto giustificato, e non prefigura niente di buono. Non è però...

Accade a tutti prima o poi di rendersi conto con un certo sgomento che ci si sta ripetendo. In genere lo sconcerto è del tutto giustificato, e non prefigura niente di buono. Non è però detto che si debba abdicare alla coltivazione di un moderato ottimismo verso le proprie facoltà mentali. Ci si ripete, a volte, semplicemente perché ci si è imbattuti in un’evidenza, un dato di fatto, una più o meno grande verità. Che merita di essere ricordata o ribadita, confidando più nella forza del suo messaggio che non nella nostra modesta capacità di penetrarla e condividerla con il prossimo.

Senza particolari meriti personali, mi sono imbattuto in questa riflessione grazie a Castellinaria, festival internazionale del cinema giovane. La sua anima – la sua verità – da trent’anni sta nel fatto di porre al centro i giovani, il loro sguardo e il loro vissuto, la loro intelligenza. Soprattutto, di dare loro fiducia, mettendo sul piatto delle occasioni di scoperta che, paradossalmente, nella società del possesso facile sono sempre più spesso negate loro, precluse da una cultura della “medietà” (o mediocrità), che tende a farne quando non efficienti produttori di cose, almeno infaticabili consumatori.

Castellinaria li mette al centro. Anzitutto presentando film che parlano di loro, in cui possibilmente ritrovare il loro mondo in forma non banalizzata né manipolatoria, come spesso si rivela una certa industria culturale, interessata più che altro a monetizzare l’investimento in “temi giovani”. Non solo, il festival offre loro diritto di parola, come raramente accade (e accadrà) nella loro quotidianità; li invita a esprimere un punto di vista, a riflettere su ciò che hanno visto, su ciò che ha suscitato in loro in termini emotivi e intellettuali; li invita ad assumersi la responsabilità di un pensiero loro, tutto loro, critico, autentico, potente.

A molti ancora sfugge, ma è utile ricordare che a Castellinaria le giurie sono composte dai ragazzi. Sono loro a giudicare i film e ad assegnare i premi. E chi li ha intravisti al lavoro, mentre confrontano le reciproche opinioni per approdare a uno sguardo condiviso, sa che lo fanno in modo quanto mai onesto e inflessibile, come nessuna giuria di adulti più o meno celebri (e retribuiti) sa fare in festival ben più grandi. Gli altri, i tanti che assistono alle proiezioni con docenti e compagni di scuola, potranno fare una parte di quel lavoro in aula, dopo la proiezione.

Forse quell’esperienza seminerà in loro qualcosa. La scoperta di una realtà o di una prospettiva che esce dall’ordinario e interroga a fondo, appare quanto mai vitale al tempo dell’impero dell’omologazione, inconsapevole e acritica.

18.11.2017, 08:152017-11-18 08:15:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Piazza finanziaria fragilizzata

I tempi d’oro della piazza finanziaria ticinese, è noto, sono finiti da tempo. La struttura bancaria, come emerge dall’ultima statistica molto dettagliata resa nota negli scorsi giorni...

I tempi d’oro della piazza finanziaria ticinese, è noto, sono finiti da tempo. La struttura bancaria, come emerge dall’ultima statistica molto dettagliata resa nota negli scorsi giorni dal Centro di studi bancari di Vezia, si è ulteriormente indebolita. Alla fine del 2016 mancavano all’appello altri quattro istituti che hanno o lasciato il Ticino (Lombard Odier; Maerki Baumann & Co. e Banque Heritage) oppure sono stati acquisiti da un’altra realtà (Société générale di Lugano rilevata dalla Axion Swiss Bank). In totale quindi erano presenti 45 banche, quando un anno prima erano ancora 49 e dieci anni prima – a questo punto un’era geologica fa – 77 banche.

Con il processo di razionalizzazione del mercato è proseguito anche quello dell’occupazione diretta: a fine 2016 erano 5’894 i dipendenti delle banche, mentre un decennio fa erano 7’538. In totale sono andati perduti 1’644 posti di lavoro, cifra che non comprende ancora gli esuberi degli scorsi mesi della Bsi che nel frattempo – dopo il pasticciaccio brutto di Singapore – è stata integrata da Efg International.

Per certi versi un consolidamento del settore non è sempre negativo, in quanto pone le premesse per strutture aziendali più solide e quindi in grado di creare ulteriore occupazione e valorizzare le competenze esistenti. In un periodo storico caratterizzato dal calo della raccolta dei capitali – soprattutto quella crossborder – e dalla pressione regolatoria nazionale e internazionale, il rischio è invece, paradossalmente, quello di un’accresciuta frammentazione: lo dimostrano i dati in crescita del parabancario, con aziende (un migliaio tra gestori di patrimoni, di fondi e consulenti) che danno lavoro a 2’554 addetti. Strutture composte in media da 2,5 persone, che sono il risultato del processo di ristrutturazione a cui è stata sottoposta l’intera piazza finanziaria nell’ultimo decennio e che dimostrano l’incertezza strategica verso cui naviga il settore. Parecchie figure professionali espulse in questi anni dal sistema bancario classico si sono ritrovate di fatto a reinventarsi un lavoro in un ambito toccato parzialmente dalle riforme ma che in un prossimo futuro sarà costretto a riorganizzarsi. Il parabancario ha avuto un ruolo per così dire di ammortizzatore sociale, evitando di far aumentare il numero degli iscritti alle liste di collocamento ma prima o poi i nodi potrebbero venire al pettine.

Se a questo aggiungiamo anche l’avvento della digitalizzazione, un’evoluzione sì naturale dell’economia ma che sta avvenendo a una velocità tale che potrebbe lasciare dietro di sé – metaforicamente – molti morti e feriti, si ha un quadro ancora più chiaro dell’estrema fragilità del comparto. René Chopard, direttore del Centro di studi bancari, parla giustamente di una piazza “stretta tra l’evoluzione tecnologica ‘apolide’ e le dinamiche normative nazionali e internazionali” che stanno ridisegnando il sistema finanziario ticinese dall’esterno. Insomma, il cambiamento di paradigma (la fine del segreto bancario) è stato di fatto imposto da fuori e mal sopportato dagli attori locali. In passato sono state spese troppe risorse ed energie per cercare di rallentare cambiamenti legislativi che erano nell’aria da anni e adesso che tutto è avvenuto ci si trova – più che nel resto della Svizzera – spaesati e spiazzati dagli avvenimenti. Sarebbe stato meglio pensare per tempo di riorientare il settore, troppo dipendente dal mercato italiano. Le idee non dovrebbero mancare.

17.11.2017, 14:042017-11-17 14:04:59
Matteo Caratti @laRegione

I giunchi, la piena e la politica bella

Dopo la riflessione sul caso Mirra e altri pezzi d’autore – che dalla concretezza di un fatto di cronaca risalgono ai principi e valori fondanti il nostro stare assieme – lo...

Dopo la riflessione sul caso Mirra e altri pezzi d’autore – che dalla concretezza di un fatto di cronaca risalgono ai principi e valori fondanti il nostro stare assieme – lo storico Andrea Ghiringhelli torna oggi sul famoso invito ‘Indignatevi’ dell’intellettuale francese Stéphane Hessel. In questi anni, più volte, ci siamo chiesti perché mai gli attori protagonisti sul palcoscenico della politica fatichino così tanto a reagire di fronte a uno scandalo, mentre l’opinione pubblica guarda attonita e scrolla il capo, aspettando un cenno. Qualcuno che sulla scena dica: “Signori, così non va”. Un tempo il cittadino manifestava il proprio dissenso ‘solo’ sui giornali. Ma era necessario un certo impegno nel prendere penna e calamaio, lettera e francobollo. Oggi lo può invece fare più agilmente e palesemente attraverso i social. Senza alcun dubbio l’indignazione può quindi correre e travolgere con maggior potenza chi si trova nell’occhio del ciclone e finge di essere altrove, risultando molto più visibile. Eppure… se pensiamo al Ticino degli ultimi mesi, taluni politici sotto tiro non è che abbiano mutato più di tanto il loro atteggiamento. Tirano diritto, si giustificano, si autoassolvono, puntano il dito verso altri. Il tutto restando ben attaccati alla cadrega: come se nulla fosse, come se lo scranno fosse spalmato di Cementit. Perché mai? Perché vale sempre la logica del “piegati, o giunco, che passa la piena”. Essi continuano così a speculare sul fatto che una polemica non possa durare troppo a lungo. Prima o poi intervengono noia e disattenzione, l’importante è rimanere in sella fintanto che i venti spirano tempestosi. Poi, anche fatti più scandalosi lentamente iniziano a non apparire più tali.

Cosa genera questo atteggiamento? Il crescente distacco dei cittadini da certa politica. Ecco perché le percentuali di taluni partiti finiscono per assottigliarsi. Infatti, se dopo un po’ nessuno più protesta o s’indigna, è solo perché, deluso e amareggiato, ha deciso di volgere sguardo e interessi da un’altra parte, magari a qualche altro orticello. Nella peggiore delle ipotesi il deluso stacca la spina e va a infoltire la fitta schiera degli indifferenti, di coloro che finiscono per rinunciare persino a esercitare quel sacrosanto diritto/dovere di voto. “Perché tanto – già sentite frasi del genere? – decidono e fanno quello che vogliono!”.

È quindi vitale per la democrazia, se è necessario indignarsi, di tornare a farlo, ma poi anche di incanalare la delusione in energia positiva, impegnandosi affinché le cose cambino. Quei politici-giunchi raddrizzati, che predicano bene e razzolano male, vanno messi in discussione e, se del caso, sostituiti alle urne. Ma non va dimenticato anche di impegnarsi concretamente come singoli cittadini intervenendo nel dibattito sui grandi temi del nostro tempo. Temi grandi e grandissimi. Uno fra tutti, che sta prepotentemente tornando in auge, è quello del mito della crescita continua, fondato sull’esigenza che l’economia debba produrre sempre più consumi (e se necessario sempre più debiti); insomma quello di una crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite. Un tema forte, che tocchiamo con mano nelle sue derive anche qui da noi. Ad esempio col traffico e l’inquinamento in continua ascesa. Fino a quando continueremo ad allargare strade, autostrade e gallerie, sperando nella pioggia e nel vento, quando arrivano i picchi di ozono e di polveri fini? Ecco perché è bene indignarsi, ma allo stesso tempo farsi sentire, affinché alcuni importanti dati fondamentali e fondanti il nostro stare assieme cambino davvero, grazie alla spinta dal basso. Non disarmiamo, indigniamoci e agiamo. Questa – e non quella dei cadreghini – è la politica bella.

16.11.2017, 08:252017-11-16 08:25:00
Simonetta Caratti @laRegione

Il Bill Gates locale ancora non c’è

In un cantone dove per decenni il mantra collettivo è stato il posto fisso e sicuro in banca, nello Stato o nel parastato, poche mosche bianche rischiavano di mettersi in...

In un cantone dove per decenni il mantra collettivo è stato il posto fisso e sicuro in banca, nello Stato o nel parastato, poche mosche bianche rischiavano di mettersi in proprio. I tempi sono cambiati, ma in Ticino non si respira ancora davvero una cultura imprenditoriale, anzi spesso sono proprio i genitori a spingere i figli verso diplomi considerati (spesso a torto!) sicuri.

Ora lo sappiamo, tutto cambia velocemente: chi ha iniziato a studiare economia anni fa, oggi si ritrova un panorama completamente cambiato, il sistema bancario è a dieta (vedi pag. 9).

L’incertezza è generale, diffusa e riguarda vari settori. Ed è proprio questa nuova fame di impiego che sta facendo germogliare un timido spirito imprenditoriale in Ticino. C’è chi tenta di creare qualcosa dal nulla, di inventarsi un lavoro. “Spesso come ripiego, non come scelta”, commenta il prof. Siegfried Alberton del Dipartimento di economia aziendale, sanità e sociale della Supsi.

È un primo passo e le idee non mancano come raccontiamo alle pagine 2 e 3.
Infatti negli uffici del Centro promozione Start-up (Usi/Supsi) a Lugano arrivano ogni settimana nuovi progetti.

Va poi detto che gli aiuti statali sono numerosi e assai articolati sia per chi vuole mettersi in proprio (anche se aumentano i fallimenti in Ticino: già 124 imprese costrette a chiudere nei primi 4 mesi del 2017) sia per chi vuole trasformare un’idea innovativa in un’azienda.

Si investono parecchi soldi ed energie. Inoltre, se la riforma cantonale fiscale sarà accettata ci saranno anche sgravi fiscali per chi investe nel capitale di rischio di aziende innovative.

Insomma, lo Stato sta seminando parecchio per far crescere aziende innovative con un impatto internazionale e per tenerle qui.

Questo è un bene perché la realtà industriale sta cambiando velocemente e stare fermi significa affondare. I risultati? Fino ad ora, tante belle idee, ma nessun Bill Gates in salsa ticinese.

Ma non dobbiamo essere precipitosi. Quando si semina, ci vuole pazienza e tenacia, ma anche tanta attenzione per non trasformare la ricerca di idee innovative in un macchinoso e costoso business delle start-up, che alimenta soprattutto chi ci gravita, senza troppe ricadute sul territorio.

Chi oggi cerca di trasformare la sua idea innovativa in azienda è contento degli aiuti statali, che siano consulenze specializzate o altro, ma per tutti il vero scoglio è e rimane il capitale finanziario per avviare l’attività. È così malgrado si parli di forme alternative al classico finanziamento bancario, come ‘business angel’, ‘venture capital’ e ‘private equity’.

Chi investe in un’attività non è un giocatore di azzardo, lo fa se ha una ragionevole possibilità di guadagno nel giro di un anno. Di regola poi, le banche investono soprattutto nella crescita di aziende già consolidate. Inoltre il Ticino – nonostante ottime eccezioni come Irb o l’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale – rimane una piccola realtà che non vanta il substrato accademico di Zurigo, dove c’è un Politecnico federale che primeggia nelle graduatorie internazionali e attira parecchi fondi per la ricerca.

Chi non ha troppi fondi ma una buona idea deve dunque accettare di condividerla con un centro di ricerca o consulenti specializzati e sperare così di realizzarla. Ma è un messaggio che a volte fatica a passare, c’è il timore di venire ‘gabbati’. E così l’idea rischia di rimanere nel cassetto per paura di essere copiati.

15.11.2017, 08:312017-11-15 08:31:25
Aldo Sofia

Dopo la guerra un’altra guerra

C’è la guerra dopo una guerra. In quella ampia striscia di Medio Oriente che dall’Iran e dall’Anatolia turca scende verso Gaza e oltre, questa è la regola da almeno un secolo. Finita (...

C’è la guerra dopo una guerra. In quella ampia striscia di Medio Oriente che dall’Iran e dall’Anatolia turca scende verso Gaza e oltre, questa è la regola da almeno un secolo. Finita (davvero?) l’offensiva dell’Isis e contro l’Isis; finita (davvero?) la tragedia siriana, un altro conflitto si sta predisponendo nella micidiale e generale rissa di una regione perennemente priva di stabilità. Si sapeva: “normalizzare” la Siria col fuoco e col sangue e (forse) sconfiggere i non irresistibili tagliagole di Al Baghdadi non avrebbe affatto liberato il campo dai volonterosi signori della guerra. Anzi, li avrebbe schierati uno di fronte all’altro, senza più false intermediazioni.

Ora ci siamo. Sunniti e sciiti, Arabia Saudita e Iran, si avvicinano a grandi passi verso l’orlo del baratro. Che potrebbe rivelarsi ancor più tragico di tutti i drammi recentemente messi in scena nella regione. C’è l’indiscutibile attivismo di Teheran; ma, soprattutto, c’è l’impaurita reazione di Ryad, intenzionata a ristabilire un’autorità politico-religiosa che negli ultimi anni è stata progressivamente corrosa da contestazioni non solo interne. Una restaurazione incoraggiata dagli Stati Uniti di Donald Trump. Il quale, spezzato l’esercizio di equilibrismo tentato da Obama in qualche modo “riabilitando” il dialogo con i successori di Khomeini (che ha condotto all’accordo sul nucleare), ha gettato tutto il peso della potenza americana sul piatto saudita dell’instabile bilancia.

Operazione di cui si è auto-attribuito la gestione il giovane erede al trono Mohammed bin Salman, che in una sorta di “notte dei lunghi coltelli” ha scavalcato gli ultraottantenni della dittatura wahabita e alcuni principi sgraditi, accusati di corruzione, e finiti nelle patrie e sembra dorate galere.
L’ultimo terreno di confronto e scontro scelto dal nuovo uomo forte di Riad è il Libano. Non a caso. L’ex Svizzera del Medio Oriente (una definizione che in realtà non ha mai corrisposto alla sostanza e ai profondi squilibri del puzzle libanese) è un mosaico inter-etnico e inter-religioso fragilissimo; da decenni prigioniero delle ambizioni annessionistiche della Siria e della potenza militare di Israele; nazione pacificata nelle sue componenti sunnite, sciite, cristiane da un accordo di coabitazione di cui gli Hezbollah filo-iraniani sono parte imprescindibile.

Accade dunque che il primo ministro libanese Saad Hariri, capofila della comunità sunnita – il padre Rafik assassinato 12 anni fa per mano siriana –, cittadino libanese ma con passaporto anche saudita, annunci improvvisamente da Riad le sue dimissioni, accusando Teheran di voler destabilizzare il Paese dei cedri servendosi appunto dell’Hezbollah sciita. Dimissioni che, secondo più di un osservatore, gli sono state praticamente imposte dall’Arabia Saudita. Obiettivo, provocare un casus belli nei confronti di Teheran. Operazione che, secondo gli ultimi sviluppi, potrebbe anche non riuscire. Ma che illustra perfettamente la strategia di Riad, priva di una forza militare all’altezza delle sue ambizioni: creare nei confronti dell’Iran una tensione che, se portata ai limiti estremi, costringerebbe Stati Uniti e soprattutto Israele ad intervenire, replicando quella guerra per procura già sperimentata in Siria e che nel caso del Libano sarebbe ancora più incendiaria.

La miccia libanese rimane cortissima. Per capirlo basta riflettere sulle parole del premier Netanyahu: “Se arabi e Israele sono d’accordo contro Teheran, il mondo dovrebbe ascoltare”. L’irresponsabilità al potere.

13.11.2017, 08:252017-11-13 08:25:00
Marzio Mellini @laRegione

Le zone grigie di un bel successo

Per capire la portata del traguardo tagliato dalla Nazionale rossocrociata, la conquista di un tagliando per i Mondiali di Russia, giova ricordare che l’edizione del prossimo anno...

Per capire la portata del traguardo tagliato dalla Nazionale rossocrociata, la conquista di un tagliando per i Mondiali di Russia, giova ricordare che l’edizione del prossimo anno rappresenta il settimo grande torneo al quale la Svizzera accede dagli Europei del Portogallo (su otto edizioni, all’appello mancano solo gli Europei del 2012). È il nono (su tredici eventi) dal lontano 1994, anno della Coppa del mondo statunitense, apice del ciclo affidato a Roy Hodgson.

Insomma, la frequenza con la quale gli elvetici si portano a casa il diritto di misurarsi con il meglio del calcio, che sia a livello continentale o mondiale, è da grande squadra. La buona sorte – a volte anche sfacciata – mitiga leggermente la soddisfazione che scaturisce alla semplice lettura delle statistiche, ma non cancella quanto i numeri dicono: la tendenza è positiva, la qualificazione è diventata una prassi, benché scontata non sia.

In passato l’abitudine la si faceva all’eliminazione, consolandosi con la sconfitta onorevole buona solo per perdenti che faticano ad ammettere di esserlo. Esserci continuamente, quindi, è un passo avanti, una conquista, lungo un processo di crescita inequivocabile. Per dirsi grande, però, alla Svizzera continua a mancare qualcosa. Al netto del valore di una squadra che sa farsi rispettare, forte quanto basta per prevalere sulle piccole (e non si dica che non ce ne sono più, di piccole...), capace di tenere il campo anche contro le grandi (sì, qualche grande c’è ancora), la selezione rossocrociata non riesce a compiere un ulteriore salto di qualità. Bene, a volte anche benissimo, ma senza quel guizzo che, tanto per restare in tema qualificazione, le avrebbe permesso di entrare in Russia dalla porta principale, senza chiedere il visto emesso dallo spareggio. Portogallo battuto, sì, ma rimasto lì, a stretto contatto, pronto a riprendersi lo scettro, alla prima occasione. E l’occasione è arrivata, a Lisbona. Dove la Svizzera non è mai giunta per davvero. Un limite, sì. Non inficia il percorso verso i Mondiali lastricato di successi, ma lo rende meno memorabile di quanto avrebbe anche potuto essere, con uno sforzo in più.
Aver messo sotto l’Irlanda del Nord, squadra debole (perché tanta fatica nel giudicarla tale?), è un atto dovuto alla sbandierata crescita di un gruppo che non si poteva certo esimere. Svizzera nettamente superiore, Svizzera qualificata. Un’equazione non così semplice da risolvere, ma nemmeno impossibile. Ecco, questa Svizzera ha imparato a non lasciare per strada quanto è nelle sue possibilità, ma ancora non è pronta per la consacrazione.

Come se mancasse sempre qualcosa. Come se non ne avesse la possibilità. Oggi è giusto celebrare l’ennesima qualificazione, grasso che cola se il confronto andasse davvero fatto con un’altra epoca calcistica, esauritasi più o meno a metà degli anni 90, mortificando la Romania a Usa ’94, spaventando l’Inghilterra in casa sua due anni dopo. Il confronto, però, va fatto con il passato prossimo, segnato dal medesimo ciclo di calciatori che calcano il campo ancora oggi.

Ne consegue che – non ce ne voglia la bella Svizzera di Petkovic, meritatamente qualificata alla fase finale della Coppa del mondo edizione 2018 – gli applausi sono sacrosanti. Restano però innegabili i limiti di personalità che a scadenze regolari emergono ancora. Figli, i primi, di una passione e di un attaccamento che il tecnico bosniaco ha fatto rifiorire, vittoria dopo vittoria. Tipici, i secondi, di una squadra alla quale forse non va chiesto più di così, benché essa stessa si ostini a dire di esserne capace.

13.11.2017, 07:152017-11-13 07:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Argogate: darsi all’ippica?

Argogate: dalla prima del ‘Mattino’ la Lega ha decretato ieri le sorti politiche dell’azzoppata coppia Beltraminelli-Dadò. Una coppia bruciata e munita di trolley, incamminata sul viale...

Argogate: dalla prima del ‘Mattino’ la Lega ha decretato ieri le sorti politiche dell’azzoppata coppia Beltraminelli-Dadò. Una coppia bruciata e munita di trolley, incamminata sul viale del tramonto! E pensare che in precedenza il Conte Attilio e il foglio leghista avevano detto che la commissione d’inchiesta non sarebbe servita a nulla, che l’indebolimento del Ppd mirava a salvare la cadrega del Ps in governo, che il Bernasconi non era un fulmine di guerra e vade retro moralisti. Perché la giravolta? Perché in parlamento la Lega ha sentito l’odore del sangue del Beltraferito e del Dadò finito-chissà-dove e sa che l’opinione pubblica, anche quella pipidina, sta con chi dice ‘basta prenderci per i fondelli!’. Poi, perché adesso, con Michele Foletti, il boccino alla testa dell’Inquirente l’hanno in mano loro. Infine, perché sanno che il vulcano erutterà ancora. Del resto così è accaduto sul ‘Caffè’, che domenica ha gettato altre ombre sull’operato al Dss/Ussi e sul presidente Ppd. Ieri abbiamo più volte tentato di sentire i protagonisti, ma nessuno – vedi a pag. 4 – si è fatto trovare. Complimenti, soprattutto a presidente e ministro! Stanno forse concordando per l’ennesima volta le versioni fra loro e certi funzionari. O stanno cercando qualcuno che pubblichi un’intervista compiacente… Ma ormai anche i loro non ci credono più! Darsi all’ippica? A questo punto l’opzione si fa seria.

13.11.2017, 06:382017-11-13 06:38:49
Massimo Daviddi

Principio speranza : che cosa vuol dire oggi fare politica? E che cosa essere buoni cittadini?

Nell’uscire dalla modernità, da una società ‘disciplinare’ regolamentata secondo norme stabili in contesti...

Nell’uscire dalla modernità, da una società ‘disciplinare’ regolamentata secondo norme stabili in contesti relativamente stabili, la politica trova parole in grado di tenere vivo un dialogo con i cittadini considerando le trasformazioni che riguardano lavoro, identità e appartenenza, ambiente, nuove migrazioni? Cosa vuol dire, oggi, fare politica? Nel suo essere e agire per la coesione sociale, la politica considera le pratiche, i vissuti, le esperienze nate dal basso? Prende in carico la crescente diseguaglianza socio-economica che già Ralf Dahrendorf, a metà anni 90, metteva in evidenza, parlando di una “società civile sotto pressione”? Quale chiave di lettura per fare sintesi dei processi, nel rapporto tra soggetto e collettività? All’inizio dell’estate scorsa, Mario Ferrari indirizzava una lettera aperta a Michele Serra sul quotidiano ‘la Repubblica’, segnalando un deficit politico, del fare politica, rispetto al tema cruciale dell’ecologia. Conosciamo il percorso svolto da Mario Ferrari quale realizzatore dell’impresa sociale in Ticino, dentro valori umani e professionali che hanno lasciato il segno. Il testo sottoponeva al lettore una questione, credo, di rilievo: per quale ragione in questi ultimi anni la sinistra italiana ha trascurato il tema dell’ecologia, invece di farne uno dei punti cardine del suo progetto politico? (Sempre che ne abbia uno, visti gli ultimi esiti). Serra, pur condividendo i termini della riflessione posta dall’ interlocutore, non è andato, a mio parere, oltre.

Una visione più ampia dell’ecologia

In effetti, è singolare e colpisce che una tradizione di pensiero e azione che in vari tempi e modi vedeva dialogare sui temi dell’ecologia l’area della sinistra italiana con quella dei verdi (qualche tempo fa ricordavo la straordinaria figura di Alexander Langer) non sia stata in grado di realizzare una piattaforma politica e sociale per affermare la sua centralità. Walter Veltroni, sempre su ‘la Repubblica’, qualche settimana fa sottolineava quanto è prioritario per l’Italia e non solo (pensiamo alla situazione del territorio ticinese) portare avanti un approfondito e mirato ragionamento su un’azione politica dove la cura per i beni comuni, il rispetto per ogni creatura, la vivibilità degli spazi, la tutela del paesaggio e altro ancora, possano generare un salto di qualità nel nostro pensiero.

Ma la lettera al giornale contiene e apre, a mio avviso, ulteriori domande intorno al senso della vita nella problematicità del rapporto tra persona e società, stretti e persi come siamo fra le nostre esistenze frammentate e il desiderio, consapevole o inconscio, di comunità. A esempio, come vivono e si percepiscono le persone dentro periferie disadorne e stratificate che danno luogo a conflitti tra poveri e nuovi poveri (non-persone), volti senza storia, rispetto a quella città della memoria e dell’incontro di cui ha parlato Marc Augé? Se la politica arriva a essere, nel migliore dei casi, “buona amministrazione”, si dimentica che l’idea dell’agire politico è anche visione, sfida, progettualità, dal latino ‘proicere’, che significa tendere, scagliare oltre: fare del nostro sguardo e del linguaggio una cosa viva, di cuore e mente. Il declino dei partiti politici tradizionali non è forse la dimostrazione di un deficit nel linguaggio e nelle proposte rivolte alla stessa società civile? L’essere cittadini comporta un’assunzione di responsabilità traducibile in atti di opposizione, critica e rivolta. Una rivolta culturale e politica, come scrive Amartya Sen, per prendere coscienza che “spesso nell’affrontare i problemi sociali e politici si sottovalutano la portata e l’efficacia di un libero dialogo” quindi, di “un dibattito libero e aperto”.

Con gli altri, non per gli altri

Alla questione ecologica, si affianca quella delle migrazioni recenti che, al pari della prima, viene affrontata in termini di sola emergenza, senza comprendere che si tratta di fenomeni di lungo periodo. Accogliere, significa creare percorsi che possano trovare una condivisione reale nell’assetto di un Paese, nelle mentalità che lo formano; non è sufficiente essere per l’accoglienza – questo, certo, è il primo gradino – ma è necessario organizzarla in una forma virtuosa, comunicabile, sostenibile nel tempo. Mettendosi in gioco. È quanto fanno preti di frontiera e laici, credenti e non, che abbiamo incontrato qualche mese fa e di cui si è scritto su questo giornale, dando un titolo che poteva riassumerne pensiero e azione: ‘Terre di mezzo’. Che vuol dire fare esperienze di vita con e non per gli altri, inserendo nel nostro linguaggio le preposizioni “tra”, “fra”, così poco utilizzate.

Parole nuove

Populismo, nazionalismi, fanno leva su un vuoto palpabile; è la disgregazione che attraversa metropoli e città, l’isolamento di una pluralità di persone di diverse generazioni senza un presente e un futuro possibile. Contrastarne lo sviluppo chiede di trovare parole nuove, radicali, in grado di creare convergenze nei diversi soggetti politici, cosa che proprio l’ecologia insegna pensando al tema dell’interdipendenza e delle relazioni, non certo a quello dell’esclusione e dello sguardo parziale, chiuso. Vuol dire esplorare e condividere significati, pur nelle difficoltà esistenti, che prendono forma dall’esperienza quotidiana di chi è emarginato e di chi si sente “borderline”. E forse, lo siamo in tanti.

Nel suo ‘Principio speranza’, Ernst Bloch invita a non assumere il mondo com’è, ma a leggerlo nei mutamenti e nelle crisi. A volte, raccontiamo scoraggiati “dei giovani” (che sono diventati una categoria), mentre dovremmo fare nostra la parola “speranza”, difenderla, darle un destino politico. Come pensiamo possano averla loro, se l’abbiamo persa noi?

11.11.2017, 08:082017-11-11 08:08:07
Lorenzo Erroi @laRegione

Distruzioni per l'uso - L'età del risentimento

Tutti noi ce la prendiamo con qualcosa, da sempre: i calzini spaiati, le tasse, i finesettimana piovosi. Più preoccupante è quando quel risentimento diventa lo stato...

Tutti noi ce la prendiamo con qualcosa, da sempre: i calzini spaiati, le tasse, i finesettimana piovosi. Più preoccupante è quando quel risentimento diventa lo stato d’animo dominante di un’intera società. Quando ti svegli alla domenica (piove, appunto) e per prima cosa leggi su Facebook qualcuno che se la prende con la Nutella (o con le scie chimiche, con chi sbaglia i congiuntivi, col neoliberismo: fate voi). Scendi a prendere una boccata d’aria, giri l’angolo, e un giornaletto ti urla in faccia che “finiremo nelle riserve!”. Torni a casa che hai già voglia di un gin tonic, ma è presto. Apri le e-mail e uno ti invita a manifestare per dire ai politici di turno “t’aspetto fuori!”. Magari in nome della ‘società civile’ (si presuppone che esista anche una società incivile, e sia; ma a me viene difficile pensare di stare sempre e solo dalla parte giusta di una staccionata così alta).

Il piede sbagliato

Ultimamente, insomma, ci si sveglia tutti col piede sbagliato. Certo, è un ‘ultimamente’ un po’ lungo: la crisi delle ideologie, il deteriorarsi delle sicurezze del boom iniziarono già negli anni 70, quando Giorgio Gaber cantava che “la nostra impotenza, la nostra incertezza, ci limita a odiare senza nessuna esattezza”. Ma ora il livello della ‘tigna’ si sta alzando parecchio. È un po’ così che si coagula ‘La gente’, quella che dà anche il titolo a un bel resoconto di Leonardo Bianchi (Minimum Fax). La ‘gente’ quale soggetto politico amorfo, accomunato non dai bersagli del suo risentimento, quanto dal risentimento in quanto tale. ‘A prescindere’. Non più una classe o un gruppo sociale, e nemmeno un ‘popolo’. Che presupporrebbe quantomeno alcuni tratti e obiettivi comuni: in passato il popolo ha costruito la nazione “una d’arme di lingua d’altare”: ormai al capolinea, si spera, ma intanto ha fatto il suo.

La ‘gente’ siamo noi

Occhio, però: questa ‘gente’ non sono solo i complottari, gli antivaccinisti, i primanostristi, da guardare dall’alto al basso compiacendoci di noi stessi. La ‘gente’ siamo noi. Sarà la crisi economica, l’austerity, sarà che non ci sono più i politici di una volta (signora mia!). Fatto sta che la ‘gente’ è sì il Lumpenproletariat digitaloide, ma è anche il laureato frustrato, perché gli anni che ha buttato all’università non gli garantiscono una dignità. Ovvero quella ‘Classe disagiata’ sulla quale teorizza Alberto Ventura (sempre per Minimum Fax), “incatenata a un’educazione che la costringe a desiderare un’esistenza che non può permettersi, almeno a lungo termine”. Un’esistenza in cui anche l’istruzione diventa un bene di lusso: l’esibizione di uno status symbol che dovrebbe aprire le porte dei ‘salotti buoni’, ma che talora finisce per rendere molto meno di quanto non costi. “La classe disagiata combina i tratti della borghesia, e so- prattutto la sua ideologia, con altri tratti tipicamente proletari come la percezione di essere sfruttati e minacciati da un ‘esercito di riserva’ di lavoratori ancora più disperati”. Condannata, come Madame Bovary, a sognare sui libri un mondo che le è precluso. O a piangersi addosso.

‘Tutti a casa’: e poi?

Ci sono ragioni strutturali – e tragedie personali da rispettare in silenzio – dietro a tutto questo. Il diradarsi delle opportunità e della classe media sono fatti documentati. E non è certo esente da colpe quella classe dirigente troppo spesso inadeguata, che al solo nominarla fa scattare nella gente un ringhio pavloviano. L’élite. La kasta. Della quale si invoca spesso la distruzione, piuttosto che la sostituzione. Ma proprio qui si cela un errore potenzialmente mortale per la democrazia, la quale si basa sulla rappresentanza e quindi, piaccia o no, proprio su un’élite. “Tutti a casa”, ok: e poi chi ci mettiamo?

Privilegio vs merito

Se ne possono scegliere sicuramente di migliori – magari fosse, a volte – e l’imbarazzante attualità ticinese ce lo ricorda; ma non possiamo svegliarci alla mattina vantando ognuno il diritto incondizionato a prendere il posto di qualcun altro, come invocano gli avvoltoi del ‘gentismo’ politico e mediatico. Con tutto che nella vita è anche questione di fortuna, ci mancherebbe. Però non è mica vero che chiunque possa passare da una bettola a un ministero, che “uno vale uno” (tanto varrebbe dire, allora, che uno vale l’altro). Invece l’atteggiamento di oggi verso l’élite sembra quello degli ‘omarelli’, che passano la mattina a guardare ingrugniti l’operaio d’un cantiere, o di certi turisti davanti ai quadri di Pollock e Kandinskij: “Questo lo poteva fare anche il mio nipotino.” Ecco: no, fattene una ragione. Pensando così si ammazza non solo il privilegio, ma anche la potenziale affermazione del merito, per quanto realisticamente possibile. Ciò vale soprattutto per la politica, come diceva ai suoi elettori Edmund Burke: “Il vostro rappresentante vi deve non solo il suo impegno, ma anche la sua capacità di giudizio: e vi tradirebbe, se la sacrificasse alla vostra”. Parole dette da un conservatore, che oggi suonano ostinatamente progressiste.

11.11.2017, 08:052017-11-11 08:05:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il bisogno e l’utopia

Non erano quelli il luogo, né il tempo; e poteva andare a finire in tutt’altra maniera. Tante cose si possono dire della Rivoluzione russa, a cento anni dal suo prodursi e molti meno dal suo...

Non erano quelli il luogo, né il tempo; e poteva andare a finire in tutt’altra maniera. Tante cose si possono dire della Rivoluzione russa, a cento anni dal suo prodursi e molti meno dal suo esito sconsolato. Ma nessuna riscrittura storica, nessun antagonismo ideologico può negare che si è trattato di uno dei pochissimi eventi, se non del solo in cui la Storia è stata “piegata”, plasmata su un utopico progetto di liberazione.

Venuto da lontanissimo (le rivolte degli schiavi, ma anche il “nessun ricco entrerà nel regno dei cieli”), figlio dell’Ottocento, si potrebbe anche dire che quel seme cadde su un terreno non preparato a riceverlo (uno sterminato Paese contadino), ma incredibilmente vi mise radici, e una volta cresciuta, la sua pianta diffuse altri semi ovunque. Se il cristianesimo andò per il mondo promettendo un riscatto ultraterreno, e il capitalismo sulle navi mercantili e le baionette (con missionari al seguito), il comunismo, a partire da quel 1917, si diffuse ribaltando un ordine temporale: gli ultimi sarebbero stati i primi. Ma non in paradiso, qui sulla terra. Uno straordinario messaggio salvifico, una trappola mortale.

Perché non si può parlare della rivoluzione tacendo i suoi morti. Non solo quelli dei giorni della furia e del fuoco, ma quelli del suo costituirsi in sistema sanguinario e paranoico; prima accecato dalle sue stesse mani armate di ideologia, e infine corrotto dalla consuetudine del potere. Milioni di morti, fatti fuori “nel loro stesso nome”, con un colpo alla nuca o scavando canali in Siberia.

L’unicità, la grandezza tragica della vicenda comunista fu infatti quella di essere al tempo stesso spietato meccanismo di annichilimento delle persone, ma anche ispirazione, arma ideale di chi nel mondo si batteva per liberarsi dallo sfruttamento, dall’oppressione, dalla colonizzazione. Mentre a Mosca le statistiche di produttività comprendevano il numero di “nemici del popolo” consegnati al carnefice, altrove e in altri tempi i comunisti (che guardavano a quella stessa Unione Sovietica per vedere confermato il proprio progetto) innervavano le resistenze ai fascismi europei. E non mancarono quelli che “videro” e un po’ morirono nell’anima (da Victor Serge, a Koestler, a Gide) e scelsero il silenzio o furono emarginati. Sulla loro prevalse la voce dei Sartre, secondo i quali bisognava tacere, per non disperare la classe operaia.

Ottant’anni scarsi – tanto durò l’esperimento avviato da Lenin – sono un soffio nella storia del mondo, e ancora meno può valere il giudizio che ne possiamo dare da una colonna di giornale. Ma c’è stato chi ne ha scritto meglio: “In un mondo di spaventose ingiustizie, com’è ancora quello in cui sono condannati a vivere i poveri, i derelitti, gli schiacciati da irraggiungibili e apparentemente immodificabili grandi potentati economici, da cui dipendono quasi sempre i poteri politici, anche quelli formalmente democratici, il pensare che la speranza della rivoluzione sia spenta, e sia finita solo perché è fallita, significa chiudersi gli occhi per non vedere”. Norberto Bobbio, “L’utopia capovolta”. Era il 9 giugno 1989, e sembra oggi.

10.11.2017, 08:052017-11-10 08:05:00
Stefano Guerra @laRegione

Difesa aerea, due grossi nodi

Nel maggio del 2014 il 53,4% dei votanti respinse l’acquisto di 22 aerei da combattimento Gripen per 3,126 miliardi di franchi. Secondo l’analisi Vox, un terzo di coloro che votarono ‘no...

Nel maggio del 2014 il 53,4% dei votanti respinse l’acquisto di 22 aerei da combattimento Gripen per 3,126 miliardi di franchi. Secondo l’analisi Vox, un terzo di coloro che votarono ‘no’ lo fece perché riteneva che i costi fossero troppo elevati o che il denaro potesse essere utilizzato meglio. Può dunque sorprendere che, a poco più di tre anni dalla batosta rimediata dall’allora ‘ministro’ della Difesa Ueli Maurer, il suo successore alla testa del Ddps Guy Parmelin e i suoi colleghi di governo tornino alla carica con un progetto che costa quasi tre volte tanto. E che doperà il budget dell’esercito.
In realtà, dallo schianto alle urne del jet svedese il contesto è cambiato; e il Consiglio federale tutto sommato si muove con circospezione. Oggi non si tratta più di sostituire soltanto la cinquantina di vetusti F-5 Tiger, come tre anni fa, ma l’insieme della flotta aerea (i 30 F/A-18 e gli F-5 Tiger) e pure i sistemi della difesa terra-aria, che giungeranno al termine della loro durata di utilizzo tra il 2025 e il 2030. Non finisce qui: oltre agli 8 miliardi destinati al completo rinnovo dei mezzi per la protezione dello spazio aereo, nel decennio 2023-2032 ne serviranno altri 7-8 per sostituire i sistemi d’arma principali delle truppe di terra, anch’essi obsoleti. Tutto o quasi giunge a scadenza simultaneamente. Una situazione «non ideale», anzi «regrettable» (spiacevole, o deplorevole), ha affermato Parmelin. Per il quale in gioco non vi è ‘semplicemente’ il futuro delle Forze aeree, bensì «né più né meno l’avvenire dell’esercito».

Date le circostanze, il Consiglio federale ha dato prova di prudenza. Ha concesso un miliardo in meno di quanto il capo del Ddps – stando a varie fonti di stampa – si apprestava a chiedere due mesi fa. E si è limitato a fissare un tetto di spesa corrispondente a una delle opzioni meno ambiziose (30 aerei più un sistema di difesa terra-aria di grossa portata) fra le quattro indicate in maggio dagli esperti incaricati di definire una visione d’assieme della difesa aerea dopo il fiasco dei Gripen. Il governo ha così lasciato aperte numerose questioni: quale aereo verrà scelto? Quanti velivoli serviranno? Quanti degli 8 miliardi previsti saranno loro destinati? Quanti saranno invece investiti nell’acquisto di missili terra-aria?

Ma sarà soprattutto attorno a due nodi che si cristallizzerà il dibattito. Il primo è la ‘referendabilità’ del progetto. Vista la sua portata e il precedente dei Gripen, difficilmente si eviterà un’altra votazione popolare. Tra i partiti nessuno si oppone al principio di una soluzione soggetta a referendum facoltativo. Ma il gruppo d’esperti istituito dal Ddps propendeva per un finanziamento nel quadro del budget ordinario dell’esercito, che lo escluderebbe. E il Consiglio federale ha chiesto al Dipartimento della difesa di approfondire le diverse opzioni. Ne sapremo di più a febbraio. Resterà in ogni caso aperta l’opzione iniziativa popolare: una via più ardua (100mila firme, doppia maggioranza) e già fallita nel 1993 (acquisto degli F/A-18).

Sono però i costi la questione più delicata. Il Parlamento già ha alzato il budget dell’esercito a 5 miliardi annui. E ora il Consiglio federale si appresta a sfornare “il più caro progetto d’armamento della storia” (‘Tages-Anzeiger’), destinato a far lievitare le spese delle forze armate a 5,9 miliardi in termini reali entro il 2032. A cosa serviranno esattamente i 7-8 miliardi che il governo intende consacrare nel prossimo decennio alle truppe di terra? Quali le priorità da stabilire? Quali settori, dentro e fuori le forze armate, saranno costretti a cedere (nuovamente) il passo di fronte agli appetiti di un Ddps che, in quanto a capacità progettuale e di spendere i crediti accordati, non gode certo di grande credibilità?

10.11.2017, 07:152017-11-10 07:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Polizia, trasparenza contro la diffidenza

La Polizia comunale di Zurigo nei suoi comunicati stampa non farà più riferimento alla nazionalità di chi è coinvolto in un’inchiesta. La decisione di cambiare prassi si è...

La Polizia comunale di Zurigo nei suoi comunicati stampa non farà più riferimento alla nazionalità di chi è coinvolto in un’inchiesta. La decisione di cambiare prassi si è trasformata in aspra polemica fra destra e sinistra, con la prima (al potere sulla Limmat) che giustifica la scelta con la volontà di non bollare le persone in base a origine e nazionalità, perché – è la tesi avanzata – tale precisazione risulta discriminante. Da destra, per contro, la scelta è stata definita una censura. Non vi è miglior esempio per mostrare come si possa trasformare una decisione – a nostro modo di vedere inutile, se non addirittura controproducente – in un campo di battaglia politico che supera la questione sul tavolo. Tanto che l’Udc, prendendo la palla al balzo, sta ora persino valutando l’ipotesi di lanciare un’iniziativa popolare per far riapparire nei comunicati stampa della ‘pola’ l’indicazione della nazionalità. Complimenti: non si poteva offrire occasione più ghiotta per farsi facilmente propaganda!

Ma, indipendentemente dalla valenza politica della scelta, c’è un aspetto evidenziato dal noto criminologo Martin Kilias (fra parentesi di sinistra) che boccia la scelta. “Secondo la stessa logica” – ha detto al ‘Blick’ – “ci si potrebbe teoricamente chiedere: perché si cita il sesso di chi perpetra il reato? O l’età? Anche queste indicazioni mettono in cattiva luce un intero gruppo”.

Come non dargli ragione: di questo passo, dove fissare il limite? Non da ultimo la scelta – sempre l’esperto dixit – rischia di rafforzare modelli di pensiero razzisti: “In tal modo sì che si aumenta la diffidenza della popolazione. Ad esempio, se in un comunicato stampa della polizia si affermerà che un ‘uomo’ è stato sorpreso a spacciare droga sulla Langstrasse, molte persone semplicemente aggiungeranno la parte mancante”. Più boomerang di così… si opta per una scelta che ha l’effetto opposto a quello auspicato!

Comunque la vicenda è interessante anche perché richiama nuovamente l’attenzione sull’importanza dell’assunzione di responsabilità da parte di chi esercita una data professione in polizia e nei mass media. Nel senso che ciascuno, in base alle proprie competenze e all’etica professionale, deve saper valutare autonomamente quando e quanto è importante inserire determinati elementi in un comunicato stampa, o in un articolo, e quando non lo è. E non solo con riferimento alla nazionalità. Non devono dunque esserci (facili) automatismi, né in una direzione (sempre mettere la nazionalità), né nell’altra (mai indicarla). È opportuno decidere caso per caso. E quindi riflettere.

9.11.2017, 09:052017-11-09 09:05:00
Sebastiano Storelli @laRegione

Pronti all’esame di riparazione

Lungo la strada per la Russia, la Nazionale svizzera è stata costretta a una brusca deviazione che l’ha condotta fino in Irlanda del Nord. Ed è qui, nelle sei province dell’Ulster...

Lungo la strada per la Russia, la Nazionale svizzera è stata costretta a una brusca deviazione che l’ha condotta fino in Irlanda del Nord. Ed è qui, nelle sei province dell’Ulster parte del Regno Unito, che la Svizzera dovrà timbrare il biglietto per Mosca. Centottanta minuti che ancora separano il calcio rossocrociato dalla quarta partecipazione consecutiva a una fase finale della Coppa del Mondo. E se la costruzione architettata da Vladimir Petkovic giungerà a tetto soltanto al termine della sfida di ritorno in programma domenica al St. Jakob di Basilea, le sue fondamenta andranno gettate proprio stasera. E lo dovrà fare nel caldo (metaforico) del Windsor Park di Belfast, dove negli ultimi quattro anni soltanto Germania e Croazia (quest’ultima in amichevole) sono riuscite a vincere (e a segnare).

Si tratterà dunque di un esame di maturità, quello al quale si sottoporrà la Nazionale rossocrociata. O, per certi versi, di un esame di riparazione, dopo essere stata rimandata – e con una nota piuttosto bassina – appena un mese fa in Portogallo. Il gruppo di Petkovic, insomma, deve dimostrare di aver superato un ulteriore gradino nel suo processo di crescita. E di essere finalmente in grado di vincere una sfida da dentro o fuori. Perché, al di là delle nove vittorie nelle dieci sfide del girone di qualificazione, i tifosi si ricordano in primo luogo le sconfitte contro l’Argentina (Mondiali 14), la Polonia (Europei 16) e il Portogallo, tutte partite decisive. E se contro sudamericani e polacchi la Svizzera aveva dimostrato di potersela giocare alla pari e di avere pure da recriminare nei confronti della Dea bendata, contro i lusitani la prestazione era stata scialba e timorosa, in particolare nel secondo tempo. Non sarà quella la Svizzera che dovrà entrare in campo stasera, contro un’Irlanda che fa della sua identità calcistica britannica un vanto e un punto di forza. Quella di Windsor Park sarà dunque la tipica partita nella quale tattica e tecnica non saranno sufficienti se non supportate da una buona dose di attributi. Gli irlandesi credono nella possibilità di sgambettare una Nazionale che sulla carta è loro superiore. Sarà importante non dare loro la possibilità di crederci, di crescere in intensità, di farsi trascinare dai 18’000 presenti allo stadio.

Bucare il Mondiale russo rappresenterebbe per il calcio elvetico uno smacco dalle incalcolabili ricadute negative sul piano dell’immagine e dello sviluppo di tutto il movimento. E sarebbe uno smacco altrettanto importante per quella che viene considerata una “generazione d’oro”, ancora alla ricerca però di una concreta legittimazione.

9.11.2017, 08:152017-11-09 08:15:00
Aldo Bertagni @laRegione

Una prova di maturità

La democrazia ha risorse a volte insperate. Con coraggio e determinazione come non mai in questa legislatura, una forte maggioranza parlamentare lunedì ha argomentato e votato per ridare...

La democrazia ha risorse a volte insperate. Con coraggio e determinazione come non mai in questa legislatura, una forte maggioranza parlamentare lunedì ha argomentato e votato per ridare credibilità alle istituzioni ticinesi fortemente sotto pressione per palese “imbarazzo” governativo (detta meglio, immobilismo ingiustificato). Varando infatti la ‘Commissione parlamentare d’inchiesta’ (Cpi) sulla vicenda ‘Argo 1’ e sulla gestione degli appalti nel settore dei richiedenti l’asilo, la maggioranza del Gran Consiglio – rappresentata praticamente da tutti i gruppi di governo – ha dato prova di consapevolezza e maturità politica in un momento molto delicato, ignorando chi predicava l’inutilità della vigilanza istituzionale e politica quasi fossero strumenti della demagogia. Il parlamento lunedì ha messo a tacere, in sintesi, chi ha tentato di rovesciare il campanile perché da sempre favorevole alla debolezza dello Stato.
Consapevolezza e maturità politica, si diceva. La prima è figlia di un lungo e meticoloso (nei limiti previsti dalla legge) lavoro di ricerca e audizione della Commissione di vigilanza voluta dalla Gestione del parlamento sui fatti noti (l’appalto diretto di oltre 3 milioni ad Argo 1 senza passare dal governo); chi ne ha fatto parte – l’ha detto espressamente lunedì in aula – ha preso atto dell’incertezza, della confusione, dei dubbi e delle non poche domande che restavano senza risposta anche dopo quel poco riferito dal Consiglio di Stato; governo che non più tardi di lunedì scorso ha ammesso, per bocca del suo presidente, di aver avuto notizie “a pizzichi e mozzichi” grazie alla stampa. E sta soprattutto qui la forte consapevolezza che ha conquistato la maggioranza parlamentare; l’aver capito per tempo che si trattava in fretta di ricucire il rapporto di fiducia fra istituzioni e cittadinanza. Pena l’inizio di un percorso che si sa come nasce, ma nessuno è in grado di dire come finisca. Con la costituzione della Cpi si è creata una diga fra la fiducia e il baratro.

La maturità politica della scelta va detta bene. Non era scontato arrivare sin lì. In primo luogo perché c’era chi pretendeva di chiudere il capitolo con il lavoro della giustizia penale. Come se non vi fosse altro fra libertà del cittadino e infrazione della legge. Come se la mediazione fra simili che vivono nella stessa comunità fosse stabilita solo in base all’ordine pubblico. Non è così e la storia lo insegna. Non era scontata la scelta di lunedì scorso perché il rapporto fra gruppi politici della maggioranza e consiglieri di Stato di riferimento non è mai stato facile e di reciproca indipendenza. Anzi. Le pressioni non sono certo mancate e nulla è trapelato a questo proposito durante il dibattito parlamentare, ma non deve essere stato facile per i capigruppo tenere duro e tirare dritto. Lo imponeva, come detto, la convinzione che le istituzioni democratiche restano, mentre gli uomini passano. Principio sacrosanto, ma non così di “moda” quando il gioco si fa duro e le poltrone iniziano a ballare.

Infine, e non ultimo, il Gran Consiglio ci ha messo una pezza là dove si era già aperta la falla del populismo dei novelli capi-popolo pronti a gestire il malessere e lo sbigottimento popolare; se n’è avuta avvisaglia anche lunedì sotto lo slogan “vi aspettiamo fuori” rivolto indistintamente a tutti i politici. Il parlamento, istituendo la Cpi, ha colto il disagio dei cittadini ricordando al contempo che i partiti politici – pur con tutti i problemi che conosciamo – restano l’unica esperienza di democrazia. La meno peggio. Come dire, dal male a volte può nascere il bene.

8.11.2017, 08:052017-11-08 08:05:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Quelle oasi fiscali molto accoglienti

Dai Lux Leaks, agli attuali Paradise Papers passando per gli Offshore Leaks, gli Swiss Leaks e i Panama Papers, lo schema è sempre lo stesso: uno studio legale internazionale...

Dai Lux Leaks, agli attuali Paradise Papers passando per gli Offshore Leaks, gli Swiss Leaks e i Panama Papers, lo schema è sempre lo stesso: uno studio legale internazionale senza molti scrupoli, diciamo pure molto corsaro, localizzato di solito su un isolotto dei Caraibi o in qualche altro accogliente mare, assiste migliaia di facoltosi clienti (persone fisiche e giuridiche) di tutto il mondo, altrettanto corsari, nel creare una fitta rete di società in giurisdizioni esotiche e ignote ai più al solo scopo di frapporre uno schermo tra costoro e il fisco del loro paese (nella migliore delle ipotesi) o nel celare frode, riciclaggio di denaro e corruzione (nella peggiore).

Tecnicamente questa pratica si definisce di ottimizzazione fiscale, e in Svizzera si è stati maestri per molto tempo. Il migliore paradiso fiscale, infatti, si trova nel cuore della propria città e di solito è lo studio legale e commerciale più blasonato che può ben consigliare e ha i contatti giusti (oltremare) per costituire i veicoli giuridici necessari al proprio caso. Pratiche che dovrebbero essere ormai confinate alla memoria storica, visti gli sviluppi in ambito di cooperazione internazionale tra l’attuazione del cosidetto Common reporting standard (Ocse) e lo scambio automatico d’informazioni bancarie ai fini fiscali a cui Berna ha aderito.

La Svizzera ben conosce, per averle subite, le pressioni internazionali per evitare l’abuso dello ‘shopping’ giuridico da parte delle multinazionali e non solo. La Riforma III delle imprese (ora sostituita dal ‘Progetto fiscale 17’), bocciata in votazione popolare, era proprio frutto di quelle pressioni e tendeva a rendere eurocompatibile la normativa fiscale nazionale ed evitare, in pratica, buchi legislativi che invoglino le aziende straniere con sede in Svizzera, ma che hanno attività commerciale ed economica prevalentemente all’estero, a eludere oppure a ‘ottimizzare’ la tassazione degli utili. Siamo, come detto, nel campo del cosiddetto ‘shopping’ giuridico. Pratiche che rimangono nel novero della legalità, ma che fanno storcere il naso dal punto di vista dell’equità di trattamento e dell’opportunità politica.

La nuova inchiesta giornalistica condotta dall’International consortium of investigative journalists (Icij) di Washington e divulgata da numerosi giornali (per la Svizzera dal ‘Tages Anzeiger’) mostra nuovamente che ci sono decine di micro-Stati (tra cui Bermuda, Seychelles, British Virgin Islands, Singapore e naturalmente anche le Isole Cayman) che danno ancora asilo a pratiche ‘fiscali’ corsare se non illegali. Gli oltre 13 milioni di documenti usciti nottetempo dagli uffici della Appleby e dalla Asiaciti Trust (le due società oggetto dell’inchiesta giornalistica) mostrano ancora una volta quanto il sistema finanziario offshore sia in grado di gestire enormi ricchezze a livello globale, come una sorta di economia parallela, sovrapponendosi al mondo visibile degli uomini d’affari, politici, attori e di colossi come Apple, Nike, Uber e altre multinazionali, che vogliono evitare di pagare le tasse grazie ad artifici contabili e legali sempre più intricati e fantasiosi. Si tratta del lato oscuro dell’economia finanziaria. Apple, per esempio, è la società con il maggior valore di Borsa al mondo la cui capitalizzazione cresce di giorno in giorno (ha ormai superato i 900 miliardi di dollari). È anche la società quotata con una liquidità enorme (252,3 miliardi di dollari al 30 settembre) sulla metà della quale non ha versato un solo dollaro d’imposte. Avrebbe fatto lo stesso la gioia dei suoi azionisti se non avesse ‘ottimizzato’ il suo onere fiscale?