Analisi

Oggi, 08:352017-04-24 08:35:00
Roberto Antonini

Un messaggio da Parigi

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la...

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la sinistra socialista. Non era mai successo nella storia della Repubblica.
A contendersi la poltrona all’Eliseo nel ballottaggio del prossimo 7 maggio, saranno dunque Emmanuel Macron arrivato in testa al primo turno, giovane e ambizioso tecnocrate che rivendica il superamento delle tradizionali contrapposizioni politiche; e la leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen. Entrambi autoproclamatisi candidati anti-sistema. Entrambi tuttavia espressione di quella stessa casta politica sempre più osteggiata dalla popolazione: Macron per anni consigliere di François Hollande e in seguito suo ministro dell’Economia; Marine Le Pen appartenente alla ricca dinastia che ha fatto e continuerà a fare la storia della destra più radicale, invischiata – nel più classico stile della vecchia politica – in una vicenda di frode.

La fine dell’alternanza destra-sinistra fa del 23 aprile una data cardine nella vita politica del Paese, ma il terremoto al quale abbiamo assistito non è necessariamente di una magnitudo devastante. Il ballottaggio, stando ai sondaggi, dovrebbe in effetti consacrare, in modo netto, il successo dell’ex ministro di Hollande.

Le consegne di voto non si sono fatte attendere: con l’eccezione di un imbronciato Jean-Luc Mélenchon, capofila della sinistra radicale in spettacolare crescita e che ha sfiorato il colpaccio, tutti i principali leader politici non hanno posto tempo di mezzo dando una chiara consegna per il 7 maggio: votare Macron per bloccare l’estremismo frontista.
Tra i primi ad esprimersi François Fillon, giunto terzo, e le cui vicende giudiziarie hanno compromesso una vittoria che pareva certa: ha messo in guardia i francesi contro l’estremismo, le derive intolleranti e violente del partito di Marine Le Pen. Il Fronte Nazionale porterebbe la Francia alla catastrofe, ha ammonito Alain Juppé, mentre secondo Benoît Hamon, candidato di un partito socialista ormai ridotto al lumicino, con Marine Le Pen il Paese rischierebbe la guerra civile.

Ma se l’unità del fronte repubblicano sotto la bandiera del “tutto, salvo Le Pen” non ha tardato a manifestarsi, questa tornata elettorale suggella di fatto alcune profonde spaccature ideologiche e sociali. Una lettura a caldo dei risultati ottenuti dalle diverse formazioni consente in effetti di individuare faglie trasversali ai partiti su temi quali la globalizzazione, il libero mercato, il ruolo dello Stato, le pensioni, l’immigrazione, il protezionismo. Trasversali a tal punto che appaiono similitudini tra i programmi dei fronti più estremi, a destra e a sinistra.

L’Europa in particolare esce certamente rafforzata dalla vittoria di Macron, ma gli europeisti non possono sicuramente pasteggiare a champagne. Gli elettori della seconda potenza continentale hanno manifestato, con un voto estremamente frammentato (quattro candidati che hanno ottenuto ognuno percentuali attorno al 20%) una forte inquietudine sul futuro del Paese e dell’Ue: antieuropeisti (Le Pen e Mélenchon) e proeuropeisti (Macron e Fillon) si sono divisi in parti quasi eguali i consensi dell’elettorato.

A Bruxelles e Berlino si può certamente tirare un sospiro di sollievo, ma sarebbe irresponsabile non sentire il campanello d’allarme suonato da una Francia inquieta e disorientata che in giugno sarà impegnata, con le legislative, nel proibitivo compito di fornire una maggioranza politica al nuovo inquilino dell’Eliseo.

22.4.2017, 08:352017-04-22 08:35:49
Erminio Ferrari @laRegione

L’emergenza nelle urne francesi

In una cornice resa drammatica dalla sanguinosa “dichiarazione di voto” dell’Isis, quattro candidati alla presidenza della repubblica francese si tallonano nei sondaggi in percentuali...

In una cornice resa drammatica dalla sanguinosa “dichiarazione di voto” dell’Isis, quattro candidati alla presidenza della repubblica francese si tallonano nei sondaggi in percentuali talmente vicine da rendere dubbio ogni pronostico.
Quattro aspiranti presidenti che si pretendono in discontinuità con il sistema consolidato di alternanza destra/sinistra all’Eliseo: Marine Le Pen, Emmanuel Macron, François Fillon, Jean-Luc Mélenchon, per limitarci a loro e alle loro vicissitudini, sono l’immagine abbastanza fedele della mutazione della rappresentanza politica in Francia e, per esteso, in tutte le nostre società.
Poi, si sa, l’immagine è una cosa, la sostanza un’altra. Ma prendiamola per buona, se non altro perché i segni di una rottura con la consuetudine sono stati evidenti sin dall’inizio della campagna. A partire dalla rassegnata rinuncia del presidente in carica François Hollande a ricandidarsi per un secondo mandato a cui avrebbe avuto pur diritto. Una sorta di autoinferto contrappasso per chi, battendolo, impedì a sua volta a Nicolas Sarkozy di bissare il turno presidenziale.
Letta retrospettivamente, la rinuncia di Hollande è stata la spia più certa della crisi socialista. Crisi di cui sono state espressione e insieme vittima dapprima le ambizioni di Manuel Valls, penalizzato, oltre che da se stesso, anche da una forzosa lealtà nei confronti del presidente, che lo ha costretto a ritardare la candidatura ufficiale fino alla rinuncia di Hollande; e poi la sorte di quel Benoît Hamon superfluo vincitore delle primarie socialiste. Superfluo, poveretto, poiché della sua investitura i primi a non curarsi sono stati i dirigenti del partito, quelli che avrebbero dovuto impegnarsi per lui.
Crisi, e veniamo al punto, da cui è invece stato beneficiato Macron, lesto a lasciare il governo socialista (dove occupava il Ministero dell’economia) per metter su En Marche!, il non-partito modellato su di sé, senz’altro scopo che di portarlo all’Eliseo. In questo senso, Macron è l’espressione lampante della post-politica nella sua variante francese. Mai passato al vaglio di una elezione, populista non meno di un Trump o di una Le Pen (che pure un partito ce l’ha) nel volersi liberare degli “strati intermedi”, svincolato da liturgie e strategie partitiche nel rivolgersi direttamente agli elettori come ai consumatori nel quadro di una campagna pubblicitaria. Vagamente europeista, vagamente “né di destra, né di sinistra” (che di solito vuol dire di destra). Vagamente outsider, se così si può dire di chi è stato ministro e le ossa se le è fatte nelle banche che contano e nelle istituzioni su cui poggia la repubblica.
Su di lui si sono spostate non poche dichiarazioni di voto di dirigenti del Ps, una sconfessione plateale di Hamon. La figura del (non)candidato ufficiale socialista potrebbe essere associata a quella di un Jeremy Corbyn che guiderà il Labour britannico almeno fino alle legislative anticipate dell’8 giugno per volontà degli iscritti, ma inviso alla rappresentanza parlamentare dello stesso partito. Hamon neppure quello: il partito lo ha già scaricato prima ancora dell’apertura dei seggi. Ha osato proporre un reddito base universale.
Altro candidato di fatto senza partito è Fillon. Alle primarie dei Républicains ha battuto gente del calibro di Alain Juppé e Nicolas Sarkozy. Tradizionalista cattolico, thatcheriano in economia, residente in un castello, autocelebratosi come l’uomo retto che da tempo la Francia attendeva, ha preteso troppo da sé e dagli elettori. Soprattutto che gli credessero.
La sua corsa si è fermata davanti alle rivelazioni “Penelopegate”: dal nome della moglie che non l’attendeva tessendo la tela, ma fingendo di lavorare per lui come collaboratrice parlamentare, lautamente stipendiata dalle casse pubbliche. Lo stesso i figli. Per non dire dei “contributi” di ricchissimi amici, e neppure tutti presentabili. “Credo che i sondaggi esprimano più un’emozione che una realtà politica”, ha detto per tenersi su. Ma il partito, ormai nel panico, gli ha fatto il vuoto attorno. I sorrisi di circostanza rivoltigli in chiusura di campagna da Juppé e Sarkozy mostravano i denti stretti. E, a parte che i francesi detestano la terminologia anglofona, non era esattamente un endorsement.
Passatista (secondo gli avversari) e insieme proiettato in un improbabile futuro, Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise, veste da trotzkista in carne e ossa, ma anche in ologramma, come ha fatto in diverse occasioni, tenendo un comizio in una città, e apparendo simultaneamente in una o diverse altre. Reclama la parte di “diverso”, fuori dai giochi di potere, ma è pur stato ministro e anche lui campa di politica da una vita. Chi aveva pronosticato per lui il ruolo di mera comparsa si è però sbagliato. Mélenchon è andato via via crescendo nei favori dell’elettorato, con un programma che assomma l’accorciamento dell’orario di lavoro, della vita lavorativa, a un aumento dei salari minimi. Vuole l’uscita dal nucleare e dalla Nato, e la rimessa in discussione della forma di adesione all’Unione europea.
Più prudente sulla questione migranti, e lo si può capire, se si dà retta alle analisi dei flussi elettorali secondo cui il voto operaio è passato all’estrema destra anche per le parti (le loro, sembrerebbe) che essa ha preso in questa guerra tra poveri.
L’abbiamo nominata, infine: l’estrema destra di Marine Le Pen è stata fino a poche settimane fa l’oggetto più dibattuto, l’orizzonte sul quale misurare le sorti non più soltanto della Francia, ma dell’Europa. Se è riuscita la Brexit, se Trump si è preso la Casa Bianca, vuoi che la figlia redenta (ma non troppo) del vecchio fascistone Jean-Marie non abbia possibilità di fare il colpaccio?
Lo si diceva fino a poche settimane fa, appunto, prima che Macron lustrasse la propria stella e che quella di Mélenchon reclamasse spazio. Poi la sua parabola ascendente ha invertito la rotta. Forse anche per la storia delle false assunzioni all’Europarlamento dove siede da un pezzo e riscuote una più che buona paga, ricorrendo all’immunità per proteggersi dai procedimenti giudiziari (lei che si vorrebbe la bandiera anti-sistema...).
Non si è scoraggiata. Al contrario, la sua retorica si è rinvigorita. La posata Le Pen presidenziale ha ceduto il posto a quella da trincea: fuori dall’Europa, frontiere chiuse ai migranti e soprattutto lotta senza quartiere all’islam, argomento che premia sempre. E che ogni proiettile sparato dal kalashnikov di un invasato islamista rafforza. Non è facile essere una Le Pen, disse Jean Marie alle figlie, ma quella che vi riesce ne sarà ripagata: magari con il passaggio al secondo turno, come riuscì appunto al babbo. Allora, era il 2002, il “fronte repubblicano” insorse ed elesse Chirac. Quindici anni e molti più attentati dopo ci risiamo.

18.4.2017, 07:162017-04-18 07:16:28
Aldo Sofia

Super-Erdogan, nuove apprensioni

Adesso ‘sultano’ lo è davvero. Ha i pieni poteri. Esecutivo, legislativo, giudiziario. Le leve del comando sono tutte nelle sue mani, e il controllo delle forze armate è diventato...

Adesso ‘sultano’ lo è davvero. Ha i pieni poteri. Esecutivo, legislativo, giudiziario. Le leve del comando sono tutte nelle sue mani, e il controllo delle forze armate è diventato ancora più saldo dopo il ‘presunto golpe’ del luglio scorso. Un sultano, Recep Tayyip Erdogan, non proprio amato, se il referendum è tutto tranne che il plebiscito da lui agognato, se una prona Commissione elettorale ha accettato di violare la legge pur di assicurargli il risicato margine che gli consegna la vittoria, se l’Osce boccia la votazione per brogli manifesti e condizioni di voto inappropriate, e se la metà della Turchia boccia la sua volontà di potenza, praticamente imposta dopo dieci mesi di sfacciate e massicce iniziative di stampo dittatoriale.

È infatti retorico interrogarsi sulla validità di una consultazione a cui si è approdati dopo l’arresto di quarantamila persone i cui processi sono ancora senza sentenza, il brutale licenziamento di centomila dipendenti pubblici (fra cui non pochi magistrati), le lunghe liste di proscrizione per i veri o presunti simpatizzanti del rivale e nemico Fethullah Gülen, la chiusura per lo stesso motivo di scuole e università, lo stretto bavaglio alla stampa indipendente, gli oppositori frequentemente minacciati e spesso incarcerati, gli insultanti attacchi a puri fini nazionalistici contro le democrazie europee definite «naziste» per aver impedito una propaganda intollerabilmente faziosa sul proprio territorio, e uno spazio televisivo occupato quasi al cento per cento dai pretoriani del regime.

Dunque, una pesantissima cappa di repressione e pressioni, che non ha impedito a una parte probabilmente maggioritaria di esprimere coraggiosamente la propria opposizione alle ossessioni di potenza e alla deriva illiberale dell’uomo che pretenderebbe di essere un ‘nuovo Atatürk’, ma che invece della laicità dello Stato vorrebbe imporre la supremazia musulmana in nome di un ipotetico e ritrovato primato ottomano.

Le tiepide, se non gelide reazioni all’estero non possono in realtà nascondere l’imbarazzo di quella parte di comunità internazionale che ha fin qui considerato ‘indispensabile’ il legame con il neo-sultano. Si tratti dell’Unione europea, che ancor più difficilmente potrà ora spalancargli le porte dell’Ue ma che lo ha riempito di miliardi pur di consegnargli vergognosamente le chiavi del problema dei profughi siriani, della Nato di cui Ankara è bastione traballante e incoerente sulla linea orientale (la stessa Alleanza atlantica che l’ondivago Trump oggi giudica «non obsoleta»), e persino della Russia, con Putin che ha dovuto imporre la ritirata dell’esercito di Erdogan che nel Nord della Siria avrebbe voluto far piazza pulita anche delle formazioni curde in prima fila nella guerra contro lo Stato Islamico.
Cosa fare di questa Turchia lacerata e fertile terreno del terrorismo jihadista, come non abbandonare a sé stessa la parte del Paese che ha avuto l’ardire di negarsi ai superpoteri del presidente, come privare quest’ultimo del suo potere ricattatorio sul tema dei rifugiati. Sono questi i dilemmi di Occidente e Russia. I vari tentativi (di Washington e di Mosca) di servirsi di Erdogan in una serie di alleanze e contro-alleanze non hanno prodotto nulla di utile, date anche le sue repentine svolte politiche. E ora, i superpoteri del satrapo di Ankara promettono anche di peggio.

10.4.2017, 08:302017-04-10 08:30:00
Roberto Antonini

La metamorfosi di Trump

Disorienta l’attacco Usa di venerdì alla base siriana di Shayrat. Difficile per molti osservatori e pubblicazioni, come il ‘New York Times’, non ammettere una certa soddisfazione per la...

Disorienta l’attacco Usa di venerdì alla base siriana di Shayrat. Difficile per molti osservatori e pubblicazioni, come il ‘New York Times’, non ammettere una certa soddisfazione per la rappresaglia contro il massacro al gas nervino. Ma al tempo stesso come non porsi interrogativi sulla coerenza politica e chiedersi dove si fermerà la prossima volta “la pallina nella roulette mentale di quest’uomo – Trump – dalle personalità multiple” (‘laRepubblica’).

Mentre sono subito ripresi i voli dell’aviazione siriana e i bombardamenti (questa volta con bombe convenzionali) su Khan Sheikum, la città devastata dal Sarin, si moltiplicano le prese di posizione sul voltafaccia dell’uomo che in 140 caratteri si era opposto all’ipotesi di un attacco Usa contro il regime di Damasco («non attaccare la Siria – ammonì in un tweet a Obama – se lo facessi accadrebbero cose brutte»). Trumpiani, populisti alla Marine Le Pen e complottisti vari alle diverse latitudini sono le vittime ideologiche collaterali dei 59 Tomahawks lanciati dai due cacciatorpediniere Usa: ma come, ‘America First’ non era lo slogan del nuovo corso? Pure una certa sinistra che tiene in bacheca i busti di qualche dittatore anti-americano, da Putin ad Assad, e che plaudeva discretamente al neoisolazionismo yankee, è colta in contropiede di fronte alle immagini insostenibili del massacro chimico. Dal cilindro si estrae la consumata linea di difesa: non ci sarebbero le prove dei crimini del regime siriano, ci vorrebbe un’inchiesta internazionale ecc… Trump scombussola le carte: i falchi neo-conservatori che lo avevano abbandonato brindano al buon senso ritrovato. Ma anche molti progressisti al Congresso, come Nancy Pelosi, acerrima nemica di Trump, salutano la decisione del presidente: l’opinione pubblica non capirebbe se la superpotenza lasciasse morire asfissiati i bambini senza reagire. Lo stesso Trump ha rivelato di aver dato l’ordine di bombardare proprio dopo aver visto le immagini dei bimbi uccisi («Nessun bambino di Dio dovrà mai più subire un tale orrore», ha spiegato il presidente dal Trump International Golf Club, in Florida). Dichiarazioni che sollevano pesanti perplessità: che strategia cela questa logica emotiva? Anche perché la stessa sensibilità Trump non l’ha certamente mostrata nei confronti dei rifugiati siriani – bimbi compresi – a cui ha chiuso ermeticamente le porte.

Kathleen Hicks, nota analista politica del Centro Internazionale di Studi Strategici (Csis) spiega i mutamenti improvvisi con la personalità del presidente: istintivo, imprevedibile, indisciplinato. Un cocktail sconcertante. Forse anche per scrollarsi di dosso l’immagine del burattino di Putin, Trump è riuscito di colpo ad inimicarsi Mosca proprio mentre riceveva in Florida, al Mar-a-Lago club, il suo resort preferito, Xi Jinping presidente di una Cina fino a qualche giorno fa confinata nei ranghi dei ‘bad guys’. Certo l’Isis continua a rimanere il nemico numero uno dichiarato di Washington, ma come conciliare questa priorità con il bombardamento dell’aviazione militare siriana? L’impressione, avvalorata dal caos, i dissidi, i siluramenti nell’amministrazione, è che vi sia soprattutto molta improvvisazione. Nei fatti, tra l’impegno di aumentare il budget militare, di rilanciare la corsa alle armi nucleari, l’escalation con la Corea del Nord e il nuovo corso siriano, l’interventismo appare tutto fuorché superato. Ma a quale strategia risponde il nuovo corso Trump? Forse a nessuna: a chi gli chiedeva ragione delle sue metamorfosi repentine Trump ha risposto: «Mi piace essere imprevedibile».

4.4.2017, 08:352017-04-04 08:35:11
Aldo Sofia

La bomba e lo zar ferito

Qualunque ne sia la matrice, il bersaglio dell’attentato di San Pietroburgo, città carica di straordinarie memorie storiche, per la prima volta colpita dal terrorismo, è anche altamente...

Qualunque ne sia la matrice, il bersaglio dell’attentato di San Pietroburgo, città carica di straordinarie memorie storiche, per la prima volta colpita dal terrorismo, è anche altamente simbolico. E coinvolge personalmente Vladimir Putin.
Non solo per la sua presenza nella seconda città russa, circostanza difficilmente casuale per la regia di chi ha organizzato questa strage. Per Putin, l’ex Leningrado, riconsegnata al suo nome originale dopo la rovinosa caduta del comunismo sovietico, è infatti qualcosa di più. Molto di più. Sulle rive della Neva è nato, ha fatto i suoi studi, ha mosso i primi passi in politica, è decisamente emerso grazie al sodalizio con l’allora sindaco Anatolj Sobcjak, suo ex docente universitario, e decisivo nell’ascesa di Vladimir Vladimovic sulla scena nazionale. Dunque, se intendevano colpire personalmente e nell’intimo il “nuovo zar”, gli attentatori non potevano scegliere il bersaglio con più cura e precisione.
Certo, non c’era bisogno dell’assassina deflagrazione nella metropolitana di San Pietroburgo per avere la conferma che per i manovali del terrore non esistono santuari irraggiungibili, e che nemmeno la spiccia e muscolosa democrazia del capo del Cremlino può scongiurare la furia, magari con ordigni rudimentali ma sempre micidiali, di un tipo di violenza senza frontiere.
Che del resto aveva già colpito la Russia a più riprese: dalle donne kamikaze nella sotterranea di Mosca al teatro Dubrovska della capitale, fino alla strage di Beslan nell’Ossezia del Nord con il primato di vittime, più di trecento, la metà bambini. Blitz sanguinosi. E innocenti caduti nella mani della rappresaglia partita dai mujahiddin della Cecenia, terra ribelle e (non dimentichiamolo) ricca di petrolio, secessionista anche nel nome dell’Islam, “normalizzata” da Putin col ferro e col fuoco prima di essere consegnata alla terrorizzante guida del lealista Ramzan Kadyrov. Una repressione feroce. Una ferita ancora aperta. Ed è poi dal Caucaso che sono partiti foreign fighters islamisti per i teatri di guerra jihadisti in Medio Oriente, ma anche un battaglione istruito e inviato dallo stesso Kadyrov nel feroce assalto alla città martire di Aleppo, a fianco di russi e soldati siriani.
Un micidiale intreccio, che si proietta sulla strage di ieri, mentre sui social naviga l’entusiasmo di seguaci e militanti delle pratiche jihadiste. Che certo vogliono punire la Russia protettrice di Assad, e ormai protagonista e grande regista della vicenda siriana.
Per le sue modalità, stavolta le impronte cecene sembrano meno nette sull’ordigno esploso e su quelli ritrovati nelle viscere di San Pietroburgo. Vladimir Putin, alle prese con la prima forte contestazione di piazza dopo diversi anni, rafforzerà di certo la sua popolarità come uomo d’ordine e di riscatto nazionale. Ma comunque ferito, vulnerabile, come del resto già rivelarono l’assassinio del suo ambasciatore ad Ankara e l’aereo russo abbattuto nei cieli del Sinai. La lotta al terrorismo (che andrebbe comunque valutato anche per le sue origini) non si vince da soli. Nemmeno quando si tratta dell’uomo diventato una sorta di icona dei metodi forti.

29.3.2017, 08:452017-03-29 08:45:00
Erminio Ferrari @laRegione

Non solo Brexit

Due anni da oggi per perfezionare la Brexit. È quasi certo che non basteranno a definire un accordo tra Regno Unito e Unione europea, ma da qualche parte bisognava pur cominciare.Attivando da oggi l’...

Due anni da oggi per perfezionare la Brexit. È quasi certo che non basteranno a definire un accordo tra Regno Unito e Unione europea, ma da qualche parte bisognava pur cominciare.
Attivando da oggi l’articolo 50 del Trattato di Lisbona (una prima storica) che regola l’uscita dall’Unione, Theresa May si assume il compito niente affatto facile di traghettare il suo Paese verso un approdo che non ha smesso di magnificare, ma più per esigenze di copione che per autentica convinzione: la traversata potrebbe avvenire in un deserto, su un mare tempestoso o nel pieno di una bonaccia degna di Conrad. Non lo sanno, né lei né i Farage, dove arriveranno; non lo sa, e un po’ lo teme, neppure l’Ue.
La strada, del resto, non poteva che essere questa, dopo che la cosiddetta “volontà popolare” si era espressa nel referendum del giugno scorso. Giusto, sacrosanto. Solo che i politici, in particolare quelli specializzati nell’aizzare il “popolo” su temi di così facile presa, non possono sempre farne uso per mascherare le proprie indecisioni o incapacità. Perché una cosa è riempirsi la bocca di popolo, sovranità, indipendenza e amenità simili, un’altra è farne derivare una politica coerente, che risponda – anche se applicato a certe figure fa persino ridere – a un’etica della responsabilità. Se non altro per non finire contro un muro. La stessa May deve essersene resa conto se è vero che dopo avere sfidato l’Oltremanica affermando che “per Londra nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha già attivato i suoi diplomatici per spiegare alla controparte che no, che insomma in qualche modo un’intesa la si troverà…
La questione, infatti, è che si è davvero sovrani e indipendenti quando si conosce la misura del proprio passo e quella dell’interlocutore, o avversario se preferite. E il minimo che May potesse fare era di avvertire i propri concittadini che uscire dall’Unione sarà un travaglio da niente, se paragonato a quello che occorrerà per rinegoziare con gli indisposti Ventisette, da una posizione oggettivamente subordinata (salvo che nelle fantasie di Farage o dei nostalgici dell’Impero), gli accordi necessari a mettere piede, merci e persone fuori dall’isola. Ammesso poi che al nuovo confine eretto con l’Europa non se ne aggiunga uno con la Scozia, o torni a incendiarsi quello irlandese (che anche grazie alla comune appartenenza europea si era pacificato).
Non che l’Unione possa stare sul ponte ad attendere il cadavere del tronfio nazionalismo briton. La Brexit è a sua volta un sintomo preciso e inequivocabile del suo male. In un certo senso è solo il primo successo dei demagoghi che da tempo occupano una scena colpevolmente abbandonata da chi avrebbe dovuto tenerla: le istituzioni europee (alla cui greppia si alimentano, specialmente famelici, anche i più antieuropeisti) e i governi nazionali. Una latitanza che è stata principalmente asservimento a logiche folli di mercato, e assenza di visione, quella malafede che ha prodotto, tra gli altri, lo spettacolo indegno delle porte sbattute reciprocamente in faccia in tema di migranti. Che ha condotto a inseguire goffamente i nazionalisti sul loro stesso terreno per non perdere consensi, finendo per consegnargliene altri. Il capolavoro al rovescio di David Cameron, in definitiva, è stato proprio questo. L’Europa vi si specchi, si riconoscerà.

27.3.2017, 08:152017-03-27 08:15:00
Roberto Antonini

Il primo fiasco di Trump

“Health care fiasco”. L’espressione è su tutte le prime pagine, sulla bocca di tutti i commentatori, un ritornello nei talk show della domenica. Donald Trump non sopporta le sconfitte ed è in...

“Health care fiasco”. L’espressione è su tutte le prime pagine, sulla bocca di tutti i commentatori, un ritornello nei talk show della domenica. Donald Trump non sopporta le sconfitte ed è in effetti molto adirato.
La controriforma (sanitaria) annunciata con enfasi si insabbia ancor prima del voto al Congresso. E questa volta tacciono i profeti del complottismo, gli adepti della semantica del disprezzo degli avversari “liberal”: i democratici, la sinistra, non c’entrano. Tace anche Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca che aveva aggiunto alle numerose fake news degli ultimi mesi quella secondo cui c’erano i numeri alla Camera per abrogare l’odiata riforma sanitaria di Barack Obama. Tace infine, con malcelato piacere, quella trentina di repubblicani che al voto avrebbero affossato il “Trump care”. Si sa: la vendetta è un piatto che si serve freddo e non erano in pochi nel suo partito ad avere atteso al varco il presidente che li aveva umiliati nelle primarie.
Scontata l’opposizione dei democratici allo smantellamento della riforma sanitaria, rimanevano da convincere i recalcitranti della maggioranza repubblicana. Missione fallita. Un importante gruppo di deputati dell’estrema destra (appartenenti al movimento “Freedom caucus”) riteneva lo smantellamento dell’Obamacare troppo misurato, e non abbastanza coraggiosa la controriforma trumpiana.
Sull’altro fronte, quello dei moderati invece, si contano una decina di rappresentanti delle circoscrizioni in cui Hillary Clinton aveva ottenuto la maggioranza dei consensi convinti che il loro elettorato non avrebbe gradito. Secondo stime del Congress Budget Office, il piano Trump avrebbe lasciato 24 milioni di americani senza assicurazione sanitaria: non i più poveri che beneficiano di un sistema federale gratuito (“Medicaid”) e che comunque non votano per Trump, ma cittadini appartenenti in gran parte alla fascia medio-bassa della “white working class”, che ha votato prevalentemente per il presidente repubblicano.
In uno dei suoi numerosi Tweet, Trump non si dà per vinto: l’Obamacare imploderà e sarà presto presentato un piano favorevole al popolo (for THE PEOPLE, scritto in caratteri maiuscoli). Al momento tuttavia il rischio di implosione riguarda soprattutto il suo programma: la mancata controriforma sanitaria era il primo dei tre grandi obiettivi di quest’anno. Gli altri due, riforma fiscale (il “tax code”) e piano di investimenti infrastrutturali per mille miliardi, sono pure ad alto rischio fallimento.
Steve Schmidt parla del peggior inizio di un mandato presidenziale della recente storia, tra incongruenze, scandali, falsità e irruenza: per l’ex consigliere di Dick Cheney, Trump non è stato in grado di costruire coalizioni, di prevedere gli ostacoli, di neutralizzare le opposizioni, di vedere cosa potrebbe nascondersi dietro l’angolo. Insomma di riflettere in termini politici e strategici. Nella migliore delle ipotesi si può pensare che da questo smacco Trump possa imparare a diventare presidente. Nella peggiore si può prevedere un lungo braccio di ferro anche con il suo stesso partito e una prolungata impasse nei prossimi anni.

16.3.2017, 09:002017-03-16 09:00:36
Erminio Ferrari @laRegione

La diga olandese ha retto

La diga olandese sembra avere retto. I liberali del premier uscente Mark Rutte, pur in calo, hanno vinto le legislative nei Paesi Bassi con un buon margine sull’estrema destra di Geert Wilders...

La diga olandese sembra avere retto. I liberali del premier uscente Mark Rutte, pur in calo, hanno vinto le legislative nei Paesi Bassi con un buon margine sull’estrema destra di Geert Wilders, comunque cresciuta. La falla da cui, si temeva, il populismo xenofobo sarebbe dilagato nel resto d’Europa, non si è aperta.
Se il quadro è questo (sostenuto anche da un alto afflusso alle urne), l’Unione europea, il suo establishment, e in definitiva anche le forze democratiche, possono sentirsi sollevate, ma non ascriversi meriti di sorta o vantare una ritrovata sintonia con gli elettori.
Vuoi perché ogni elezione ha una propria storia, vuoi perché non c’era reciprocità tra le due ipotesi: un “cedimento” olandese avrebbe reso zoppa l’Europa, che tuttavia non può dirsi al sicuro “grazie” agli elettori olandesi. Non solo perché vi sono almeno altre due scadenze cruciali che potrebbero ridare slancio alle destre estreme (le presidenziali francesi e le legislative tedesche); ma soprattutto perché le condizioni in cui quei movimenti sono cresciuti sono immutate.
Inique disparità economiche, politiche di austerità cieca, un fenomeno migratorio di dimensioni inedite, élite screditate, non spiegano da sole la crescita del nazionalismo virulento che conosciamo (a cui basta la propria autoreferenzialità ideologica) ma certamente formano l’humus in cui ha messo solide radici, sottraendo spazio a una sinistra esaurita (si veda il tracollo dei laburisti).
Per questo, il sussulto della “piccola” Olanda (complice Erdogan) ha sì il merito di avere in parte ridimensionato l’arroganza di chi si pretende “autentico rappresentante degli autentici valori”, ma non va frainteso per ciò che non è. Il vocabolario politico dei Wilders è infatti già in uso anche tra chi lo avversa. E tra un mese il razzista biondo potrebbe vedersi vendicato da una certa Le Pen.

13.3.2017, 08:132017-03-13 08:13:00
Roberto Antonini

Frattura sociale e nazionalismo

‘Guasto è il mondo’ è il titolo che il grande storico Tony Judt aveva dato alcuni anni fa a una serie di articoli redatti per una rivista americana. Il testo costituiva una disamina...

‘Guasto è il mondo’ è il titolo che il grande storico Tony Judt aveva dato alcuni anni fa a una serie di articoli redatti per una rivista americana. Il testo costituiva una disamina impietosa della crescente frattura sociale creata dal disordine economico mondiale: emarginazione, disoccupazione, violenza, terrorismo, flussi migratori.
Alla vigilia di una serie di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro continentale, lo spettro che si aggira per l’Europa non è certamente quello profetizzato nel ‘Manifesto del Partito Comunista’ di Marx ed Engels. Al contrario. I nomi della francese Marine Le Pen, dell’olandese Geert Wilders o dell’anti Merkel, la tedesca Frauke Petry, incarnano, seppur con tutti i distinguo e le differenze, quell’offensiva nazionalistica che ha sostituito gli ideali politici, già attecchita negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump.
Nell’interregno tra un capitalismo che fino agli anni 70 del secolo scorso aveva attenuato le differenze di classe garantendo prosperità, e un futuro segnato da una ‘turbo finanziarizzazione’ all’insegna delle crescenti disuguaglianze, oltre che alla probabile scomparsa di una buona fetta di posti di lavoro, l’incertezza e la mancanza di prospettive spingono una parte dei cittadini, in generale le fasce medio-basse, ad abbracciare un’ideologia basata sull’appartenenza identitaria. Non è un caso che in Francia il Front National sbanchi nelle ex roccaforti operaie del Partito comunista. E che, stando ai sondaggi, la metà dell’elettorato di Jean-Luc Mélenchon (il candidato all’Eliseo della sinistra radicale) voterà al secondo turno per la candidata dell’estrema destra Marine Le Pen.
Certo, la globalizzazione ha mediamente portato maggiore ricchezza nel mondo. La questione tuttavia è quella della voragine apertasi, dalla rivoluzione reaganiana degli anni 80, nella distribuzione della ricchezza. Gli ultimi dati della Federal Reserve americana indicano che mai gli americani sono stati tanto ricchi ma neanche tanto diseguali, perché la crescita è attribuibile ai redditi del capitale finanziario e immobiliare. Tra i convitati al banchetto manca dunque una buona parte dei cittadini.
La tendenza è globale (sul fronte delle disuguaglianze la Cina ha ormai superato gli Stati Uniti) e spiega anche, come ha illustrato in una conferenza all’Usi l’islamologo Gilles Kepel, i processi di radicalizzazione religiosa nelle banlieue, humus del terrorismo islamista. Le vite di scarto, 40% di disoccupati tra i giovani delle periferie con prospettive scarse o nulle di entrare nel mondo del lavoro, abbracciano così quanto offre loro l’ideologia sostitutiva religiosa. L’islamismo delle terze generazioni risponde a una logica identitaria, con tutte le derive violente di questi ultimi anni.
In mezzo a queste due identità speculari oggi sul proscenio (l’estrema destra da una parte, il comunitarismo dall’altra), un mondo politico fragilizzato e disorientato, convinto che le ricette patriottico-protezionistiche siano uno specchietto per allodole. Ma non così coraggioso da rimettere in discussione i mali della nostra epoca, finanziarizzazione e disuguaglianze, e approntare una robusta ridistribuzione della ricchezza (ad esempio tramite lo strumento fiscale coordinato su scala sovranazionale, e una politica di investimenti pubblici). La malattia diagnosticata da Tony Judt è così destinata a perdurare, con all’orizzonte lo spettro di un’accentuazione delle derive sociali e politiche.

11.3.2017, 08:302017-03-11 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il problema Erdogan

L’Europa ha un problema con la Turchia. Non da oggi, né la sola Ue, come mostra l’impaccio con cui anche la Svizzera sta gestendo (o tentando di impedire) i comizi di politici turchi per il...

L’Europa ha un problema con la Turchia. Non da oggi, né la sola Ue, come mostra l’impaccio con cui anche la Svizzera sta gestendo (o tentando di impedire) i comizi di politici turchi per il referendum costituzionale, rimpallando tra autorità locali e federali la responsabilità di dire sì o no, e adducendo pur plausibili “ragioni di sicurezza” per obiettare alla tenuta delle riunioni. Analogamente, in Germani il governo di Angela Merkel è stato molto prudente, e a sua volta ha demandato alle autorità locali le decisioni. Con esiti talora grotteschi: tali le “lacune del sistema antincendio” della sala scelta, per non autorizzare un discorso del ministro degli Esteri turco Cavusoglu. Il quale ha rilanciato annunciando che avrebbe parlato dal balcone del consolato di Amburgo, accusando Berlino di utilizzare “metodi nazisti”, come aveva fatto il presidente Recep Tayyip Erdogan.
Eccolo, il problema: Erdogan. L’autocrate di Ankara ha quasi completato la reislamizzazione delle istituzioni dello stato laico kemalista, espellendone i residui esponenti dai vertici dell’esercito all’istruzione, all’economia, alle comunicazioni. Ma se l’operazione, complice il golpe-farsa della scorsa estate, gli è di fatto riuscita in patria, l’attitudine di Erdogan è costata alla Turchia un discredito internazionale gravissimo.
Fatto sta che, discreditata o no, l’Europa non può prescindere dalla Turchia di Erdogan. La sua collocazione geopolitica parla da sé: con un vicino così si tratta o si viene alle mani. Esclusa la seconda possibilità, anche la prima non è senza conseguenze dolorose o imbarazzanti. Ad esempio quella di sottoscrivere (e pagare) un accordo per fermare l’afflusso di migranti dal Medio Oriente con uno stato di cui si dichiara la deriva autoritaria e si denunciano le ripetute violazioni dei diritti umani. Esponendosi inoltre al suo ricatto di utilizzare la massa di profughi come una bomba a tempo.
Non solo. Poiché è caratteristica del nostro tempo quella di avere la politica estera in casa, l’Europa – i Paesi di forte immigrazione soprattutto – hanno importanti parti di Turchia nelle proprie città, nelle proprie istituzioni. Il che rende più difficile separare ciò che avviene sul e a est del Bosforo, da quanto si svolge a Zurigo, Amburgo, Berlino, e raddoppia la problematicità della questione: da un lato le relazioni con Ankara, dall’altro il riverberarsi “qui” delle tensioni intestine turche, si pensi ai curdi e alla dissidenza democratica perseguitata dal regime. In questo senso, le perplessità, le “ragioni di sicurezza” evocate a giustificazione della ritrosia con cui si è accolto l’autoinvito di Cavusoglu sono formalmente discutibili, ma non incomprensibili.
Si dirà: se solo non si fossero chiuse le porte dell’Ue alla Turchia… Ed è vero, l’Europa non può chiamarsi fuori. A lungo si è sostenuto che proprio la prospettiva di ingresso nell’Unione è stata la leva per la democratizzazione degli Stati che vi aspiravano. Con la Turchia si è scelta una strada diversa, e ora il risultato è questo. Ma anche tale argomento è ormai logoro, come spiega il caso ungherese di deriva autoritaria cominciato una volta nell’Unione. Ok, siamo finiti fuori tema, ma sarà bene pensarci.

6.3.2017, 10:252017-03-06 10:25:44
Aldo Sofia

La deriva dei gaullisti nel naufragio di Fillon

Dei successori appartenenti al suo movimento, il generale De Gaulle non doveva avere una ferrea fiducia: “Il gaullismo senza di me? Sarà come la grotta di Lourdes...

Dei successori appartenenti al suo movimento, il generale De Gaulle non doveva avere una ferrea fiducia: “Il gaullismo senza di me? Sarà come la grotta di Lourdes senza la statua della Madonna”, rispose sornione in una conferenza stampa. Ormai da tempo gli eredi del fondatore della Quinta Repubblica ondeggiano notevolmente, con conseguente profonda crisi di uno schieramento che via via si è dato denominazioni diverse nella ricerca di una stabile identità. Senza riuscirci. Così, allo stato delle cose, i pretesi eredi del generale rischiano per la prima volta di nemmeno arrivare al secondo turno delle presidenziali. Tutti i sondaggi prevedono che avverrebbe se dalla corsa per l’Eliseo non dovesse ritirarsi François Fillon, quasi plebiscitato nelle primarie a destra, ma protagonista di uno scandalo che fa a pugni con la sua pretesa di probità e moralità di cattolico integrale. La magistratura indaga sugli impieghi fittizi (costati soldi pubblici per quasi un milione di euro) da lui fatti assegnare a moglie e figli. Fillon si difende sguaiatamente, non certo da statista, accusando giudici e giornalisti di ordire un complotto, un putsch politico, non si capisce bene a quale scopo. Qui non è più nemmeno una questione di tenacia e orgoglio. Appare invece come la difesa di un protagonista disperato, abbandonato da gran parte dei leader del suo schieramento, illuso dal sostengo apparente che gli ha tributato la piazza, stritolato dalle proiezioni demoscopiche, e che nella scalata al massimo potere francese vede probabilmente l’unica via di salvezza anche giudiziaria. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni, soltanto un ritiro spontaneo o una ribellione dei vertici del partito potranno spianare la strada ad un’altra candidatura della destra tradizionale, quella di Alain Juppé, a sua volta ex premier, colui che Chirac aveva definito “le meilleur d’entre nous”, secondo alle primarie, ma che ora che i sondaggi indicano come il candidato presidenziale in grado di primeggiare sia al primo sia al secondo e decisivo turno contro Marine Le Pen. La quale, per le radicali e inquietanti conseguenze anche sul quadro europeo che avrebbe un’entrata all’Eliseo dell’estrema destra populista e xenofoba, è il nemico comune dei partiti tradizionali fuori e dentro la Francia. Certo, rimangono diverse incognite. L’abbandono o la cacciata di Fillon non sono affatto certi, e non è per nulla scontato un ricompattamento degli elettori di destra sulla candidatura di un Juppé “ripescato” dopo la figuraccia delle primarie. Tuttavia, l’attuale sindaco di Bordeaux (la cui disponibilità era messa in dubbio ieri sera da fonti del suo stesso staff) avrebbe un altro sicuro vantaggio nei confronti dell’indagato Fillon: questi ha presentato un programma di stampo neo-liberista, indigesto agli elettori socialisti a cui si chiederebbe quella “disciplina repubblicana” scattata quindici anni fa, quando Le Pen padre venne sommerso dai voti in favore di Chirac. Un’esclusione della gauche dal duello finale non sarebbe dunque una “prima assoluta” nella storia della Quinta Repubblica. Nell’ aprile 2002 Lionel Jospin venne estromesso a sorpresa già nel primo turno, vittima di astensione e divisioni interne. Oggi l’auto-punizione del bilancio e dell’abbandono di Hollande, l’immancabile rissa fra radicali e socialdemocratici, la divisione insensata fra il candidato ufficiale Hamon e il post-comunista Mélenchon, e lo stesso emergere del centrista Macron ex pupillo di Hollande, dominano su quest’altro campo pieno di rovine.

27.2.2017, 10:002017-02-27 10:00:44
Roberto Antonini

Trump dichiara guerra alla stampa

La democrazia muore nell’oscurità (‘democracy dies in the darkness’) recita il nuovo esplicito motto posto sotto la testata del ‘Washington Post’. La battaglia scatenata dalla Casa...

La democrazia muore nell’oscurità (‘democracy dies in the darkness’) recita il nuovo esplicito motto posto sotto la testata del ‘Washington Post’. La battaglia scatenata dalla Casa Bianca contro la stampa non allineata allunga un’ombra densa d’inquietudini su uno dei pilastri dell’America e della democrazia liberale: quella libertà di stampa e di parola di antichissima data, iscritta – ancora prima che scoppiasse la Rivoluzione francese – nel ‘bill of rights’. Per il direttore di ‘The Guardian’ quanto successo venerdì scorso è un attacco senza precedenti al primo (sacrosanto per gli statunitensi) emendamento della Costituzione. Il direttore del ‘New York Times’ denuncia una chiara rappresaglia contro la stampa che riferisce fatti che non piacciono al presidente. L’esclusione, venerdì scorso, dal ‘gaggle’ – il briefing informale dell’esecutivo – di testate che non piacciono a Trump è anti-americana, afferma in un editoriale Cnn, perché il Paese ha sempre potuto, soprattutto nei momenti istituzionali più bui (a cominciare dal Watergate), fregiarsi di fronte al mondo di una libertà di stampa senza pari. Certo, anche altri presidenti non hanno amato troppo i reporter scomodi. Ed è spesso capitato che l’inquilino della Casa Bianca convocasse un pool scelto di firme giornalistiche per informazioni ‘off the records’ (da non pubblicare). Ma mai si era arrivati a una selezione preventiva di reporter in una conferenza stampa, scartando giornalisti scomodi per lasciar il posto a testate minori ma compiacenti. Il portavoce Sean Spicer, campione delle “verità alternative”, ha spiegato con toni da molti giudicati melliflui, e senza convincere nessuno, che si è trattato di normale rotazione tra reporter. Lo stesso Trump, totalmente allergico alla libertà di espressione, taccia i media di ‘nemici del popolo’ mentre Steve Bannon, ex direttore del sito di (dis)informazione Breitbart.news e sorta di Rasputin del presidente, si è lasciato sfuggire, riferito ai giornalisti, “ora devono chiudere la bocca”. Con un’iniziativa del tutto inedita, il ‘New York Times’ ha lanciato una “campagna per la verità” con spot pubblicitari televisivi (non era mai successo) diffusi ieri sera in tutto il Paese durante la cerimonia degli Oscar. Nei suoi 166 anni di esistenza, quello che rimane uno dei più autorevoli giornali al mondo, non aveva mai sentito il bisogno di denunciare una minaccia tanto inquietante proveniente dalla Casa Bianca. In 37 giorni di presidenza, Donald Trump (“uno dei massimi cultori della post-verità” secondo le parole di Giovanni Merlini su queste stesse colonne) ha accumulato, nell’analisi dettagliata del ‘Washington Post’, ben 140 “fake news”, affermazioni false o fuorvianti. Una situazione estrema: la misura è colma anche per Shepard Smith, il noto columnist dell’insospettabile conservatrice Fox News, che ha sbroccato in diretta denunciando le “bugie ridicole del presidente”. La serie ripetuta di attacchi frontali a uno dei principi fondamentali della democrazia liberale sembra comunque aver sortito, in reazione, effetti positivi: vendite e abbonamenti delle grandi testate indipendenti hanno conosciuto un’impennata. Nel momento in cui molti la davano per moribonda, la stampa libera sembra ritrovare la sua vera ragione d’essere agli occhi di un numero crescente di cittadini di un’America che resiste e difende i propri valori. Che sono anche i nostri.

21.2.2017, 10:232017-02-21 10:23:19
Aldo Sofia

Pd, sconfitta collettiva

«Lei non ha capito nulla del Pd», e si voltò dall’altra parte per sollecitare un’altra domanda, evidentemente più appropriata. Era il 2010. Avevo chiesto a Dario Franceschini, uno dei suoi...

«Lei non ha capito nulla del Pd», e si voltò dall’altra parte per sollecitare un’altra domanda, evidentemente più appropriata. Era il 2010. Avevo chiesto a Dario Franceschini, uno dei suoi leader, se non fosse sempre più evidente non la difficoltà ma l’impossibilità di assemblare le ‘anime diverse’ del Partito democratico, quella ex comunista e il cattolicesimo sociale, che tre anni prima si erano fissati l’obiettivo di amalgamare un’unica formazione laica e riformista. Aveva ragione lui, non avevo capito. Me ne rendo conto soltanto oggi, guardando alle macerie in cui è ridotto il veltroniano ‘partito a vocazione maggioritaria’. Non avevo compreso che di mezzo non c’era soltanto uno scontro di lontano sapore ideologico. Ma soprattutto l’inadeguatezza della sua leadership, la personalizzazione della rissa politica, la mancanza di un orizzonte concordato, il vizio antico dello scissionismo. Un solido gomitolo di contraddizioni e contrapposizioni. Una debolezza di sostanza con conseguenze nefaste. Prima (novembre 2011) con il Pd che accetta su consiglio dell’allora presidente Giorgio Napolitano di affrontare elezioni anticipate, nel timore non tanto di perderle ma di dover gestire le riforme sollecitate da Bruxelles per superare la crisi economica e del debito pubblico. Poi (febbraio 2013) con il ‘pareggio’ di Bersani alle elezioni politiche che obbligherà il partito ad allearsi con Berlusconi nel momento di maggior debolezza dell’ex cavaliere. Infine con l’irruzione di Matteo Renzi, il rottamatore che nel giro di tre anni si è auto-rottamato, sbriciolando il 40 per cento dei consensi raccolti nel voto europeo, e andando a sbattere su un referendum ostinatamente e spavaldamente imposto come referendum sulla sua persona, sul suo temperamento, sul suo governo. Non che la riforma costituzionale fosse di principio inutile o del tutto inopportuna, vista la paralisi di istituzioni che sembrano confortare la paralisi di palazzi del potere sempre più screditati e lontani dal senso e dalle preoccupazioni comuni. Ma fu, quel fallito plebiscito, anche un uso improprio di ‘arma di distrazione di massa’. Le priorità erano invece la lotta alla mancata ripresa economica, alla crescita più anemica di Eurolandia, alla disoccupazione soprattutto giovanile, alla crescita di una povertà che risucchia anche parte della classe media, e non potevano bastare i ‘pannicelli caldi’ dei pur utili 80 euro per i salari più bassi. Insomma, ‘it’s the economy, stupid’, fu lo slogan vincente di Clinton contro Bush padre nel 1992. Così, incapace, per volontà, stile e temperamento bullesco, alla mediazione politica per recuperare la risentita minoranza del partito (che autenticamente ‘di sinistra’ non fu nemmeno negli anni di governo del Pds e dell’Ulivo, da d’Alema a Prodi), Renzi porta al macero una parte del centro sinistra con la volonterosa complicità dei suoi rivali interni. Per quale progetto non si capisce: un neo-blairismo fuori tempo, il vagheggiato ‘partito della nazione’, o il cosiddetto ‘progetto macronista’ (dal Macron francese, centrista e indecifrabile candidato all’Eliseo). Sconfitta collettiva di un partito che si lacera mentre il mondo esplode; che si voleva baluardo contro i partiti anti-sistema, mentre sembra che nemmeno le figuracce della sindaca di Roma Virginia Raggi riescano a spolpare il consenso grillino; e che, col sistema elettorale tornato alle cattive abitudini della Prima Repubblica, può rimettere in pista persino l’‘armata brancaleone’ del centro destra.

18.2.2017, 08:492017-02-18 08:49:43
Erminio Ferrari @laRegione

Una Palestina di troppo

Di due Stati, uno è di troppo ed è la Palestina. Questo e non altro potevano significare le stolte parole di Donald Trump quando, per compiacere il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu...

Di due Stati, uno è di troppo ed è la Palestina. Questo e non altro potevano significare le stolte parole di Donald Trump quando, per compiacere il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu, ha detto che “uno Stato o due Stati”, per lui non fa differenza.
Un’affermazione che non solo rivela un’abissale, spudorata ignoranza di quanto avviene in Medio Oriente, ma che, contemporaneamente, cancella tutto quanto ha fatto (e non ha fatto) la diplomazia statunitense dal 1993 a questa parte. Da quando cioè furono firmati gli “accordi di Oslo”, i primi sottoscritti da israeliani e palestinesi, e considerati validi da tutte le amministrazioni americane che si sono succedute da allora, democratiche o repubblicane.
La cosiddetta “soluzione dei due Stati” aveva origine in quegli accordi: due Stati, l’israeliano e il palestinese, uno accanto all’altro, sicuri e in pace. Che quella non fosse “la” soluzione era ben noto anche a chi quell’intesa sostenne. Troppe e troppo importanti le materie rinviate a negoziati successivi: a partire dai confini delle due entità, alla forza che le avrebbe vigilate, al destino delle colonie ebraiche nei territori occupati. Sullo sfondo, oltretutto, di una inarrestabile – e mortale per gli accordi stessi – colonizzazione ebraica della terra palestinese. Fatto sta che per la prima volta un documento comune accertava e accettava il reciproco diritto ad esistere e abbozzava quale potesse esserne il modo. E di quanta importanza fosse quell’accordo lo testimoniò il sacrificio di Yitzhak Rabin, che l’aveva firmato e che per questo venne ucciso da un estremista ebreo.
Per Trump fa lo stesso. Per Netanyahu no. E nemmeno per le sorti di Israele e, di conseguenza, dei palestinesi.
Del primo si è detto. Al secondo, che sull’ignoranza di Trump fa leva, si attaglia bene la definizione che un sionista convinto come Bruno Segre ha dato dell’attuale classe di governo israeliana, parlando di “gretta arroganza”. Campione (e un po’ ostaggio) della destra nazionalista e religiosa, al cui fiorire non è estranea l’importante immigrazione dall’ex Urss, Netanyahu ha scommesso sull’irreversibilità del processo di colonizzazione: utilizzando sul terreno l’esercito e le macchine da scavo; a Gerusalemme una Knesset in mano agli estremisti; e nelle sedi internazionali il sempre buon argomento della “guerra al terrorismo”. Con il cosiddetto “campo della pace” ridotto quasi al silenzio, e in un contesto di destabilizzazione regionale tutto sommato favorevole, Netanyahu vede la strada aperta davanti a sé.
Dove porti quella strada non è chiaro, ma molti segnali indicano come traguardo il disastro. Quando Israele avrà sotto il proprio controllo ancor più territori palestinesi, gli riuscirà difficile mantenere la finzione che oggi gli consente di non rispondere agli obblighi internazionali in quanto potenza occupante, ma questo è il meno. Quando (e se) Israele in quanto Stato si sarà esteso sino al Giordano, dovrà cominciare la conta dei giorni che mancheranno alla fine del proprio carattere ebraico e della fisionomia democratica che pure lo distingueva in quell’area: i cittadini ebrei (nonostante l’elevato tasso di natalità tra gli ultraortodossi) si ritroveranno in minoranza e se vorranno salvaguardare il “carattere ebraico” di Israele e continuare a essere “padroni del proprio destino” potranno soltanto introdurre un sistema di apartheid, o provvedere con una “pulizia etnica” a “liberarsi” dei palestinesi. L’una e l’altra soluzione moralmente infami e politicamente sciagurate. Destinate in ogni caso a condurre alla rovina chi le imporrà. Ma Trump non sarà già più presidente…

16.2.2017, 10:382017-02-16 10:38:15
Erminio Ferrari @laRegione

L’Europa degli spettri

In Europa tornano ad aggirarsi gli spettri. La loro ispirazione è opposta a quella di Karl Marx e ai sistemi di pensiero “universalista” e di uguaglianza che hanno caratterizzato il secolo...

In Europa tornano ad aggirarsi gli spettri. La loro ispirazione è opposta a quella di Karl Marx e ai sistemi di pensiero “universalista” e di uguaglianza che hanno caratterizzato il secolo scorso: l’ideologia che si va affermando si nutre semmai di un ripiegamento identitario, o “sovranista”, come viene chiamato, che si basa sull’esclusione o sull’opposizione all’“altro” (per fede, cultura, provenienza). I suoi campioni amano la parola ‘popolo’ e ne fanno uso senza ritegno: da Trump, nel più sgangherato e astioso discorso di insediamento della storia Usa; a Marine “au nom du peuple” Le Pen; a Frauke Petry, leader di Alternative Für Deutschland; ai fasciogrillosalvini secondo i canoni della commedia dell’arte; ai Kaczynski, Orban, Zeman, Fico, nostalgici di una cortina di ferro che, questa volta, tenga “fuori” altri; ai “brexiter” orfani dell’impero britannico e più a proprio agio come junior partner di Washington che alla pari con l’Europa. Tutti, in nome del ‘popolo’, a rivendicare un primato che è quasi una investitura divina (l’Altissimo non è mai stato citato tanto quanto nell’inaugurazione della presidenza Trump) e perciò indiscutibile: “prima” l’America, o la Francia, o “God save the Queen”, o i nostri, a seconda. Questo fenomeno non è cresciuto fino a tali dimensioni in una notte. In Europa, ha molto a che fare con l’inadeguatezza delle sinistre convertite al dogma mercatista; e se non ha atteso l’avvento di Trump per manifestarsi, dal suo successo ha ricevuto una carica galvanizzante senza precedenti. Quest’anno disporrà poi di almeno tre occasioni per misurare la propria forza: le elezioni legislative nei Paesi Bassi tra meno di un mese; le presidenziali in Francia, tra aprile e maggio; le politiche in Germania, a settembre. Il paesaggio politico generale in cui le tre scadenze si succederanno è desolante. Lo è su un piano di concretezza: le lacerazioni sociali prodotte dalla crisi e da politiche economiche inique; la crescita incontrollata del fenomeno migratorio; la “guerra” dichiarata dall’islamismo jihadista. E lo è a un livello politico, caratterizzato dalla frantumazione della rappresentanza e dal rifiuto sempre più esteso nel corpo sociale di accordare fiducia alle organizzazioni politiche e alle istituzioni “tradizionali”, men che meno a quell’unità europea la cui immagine è mutata in brevissimo tempo da vagheggiato orizzonte di benessere comune, a prigione da cui evadere. Da mesi, anni, perdura una sorta di stress-test che non prevede tuttavia simulazione, e che conoscerà i momenti apicali nelle elezioni nominate prima. Il loro esito darà indicazioni plausibili sulle chance e sulle ragioni per la prosecuzione del progetto europeo. Una vittoria dei “sovranisti” abbatterà le prime; ma non necessariamente una loro sconfitta o un loro contenimento rafforzeranno le seconde, poiché la difesa della cittadella assediata è stata assunta, a parole, da élite (tecnocratiche, politiche, burocratiche) il cui discredito non potrebbe essere maggiore. In una temperie favorevole all’affermarsi di grandi illusioni (siano rivoluzionarie, che oggi significa destra dis-organica; o conservatrici: per le quali basta dire Europa per metterla in salvo) la sola scelta rimasta ai cittadini europei sembra quella tra autismo nazionalista e mediocrità. I Bauman e i Todorov muoiono (ma anche da vivi non erano poi in molti ad ascoltarli) e il loro equivalente politico, proprio ora che più servirebbe, non c’è o non si manifesta. Sarà che nei momenti di crisi più acuta – come nel Novecento da loro così bene indagato – tra “fascismi” e mediocrità prevalgono sempre i primi. E se ne esce soltanto dopo avere attraversato il disastro.