Analisi

20.9.2017, 13:142017-09-20 13:14:00
Roberto Antonini

L’occasione persa da San Suu Kyi

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’...

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’icona mondiale della lotta non violenta rompesse il silenzio per denunciare la repressione della minoranza Rohingya. La leader di fatto del governo birmano si è vista poi rovesciare addosso una valanga di accuse di ignavia e ipocrisia.
Ieri, finalmente, ha parlato. Ma limitandosi, in sostanza, a dire che vi è un problema, che non pochi musulmani hanno abbandonato il Paese, che si indagherà, e – maldestra – ha voluto rassicurare: “La metà dei villaggi rohingya sono intatti”, lasciando così capire che l’altra metà sarebbe stata distrutta.

Aung San Suu Kyi si era limitata finora – in una telefonata al presidente turco Erdogan – a stigmatizzare le presunte “fake news”, negando che nel Rakhine, la provincia occidentale del Paese dove vive quell’etnia musulmana, vi fosse in atto una spietata pulizia etnica.
Non vi è dubbio che quell’“iceberg di disinformazione” stigmatizzato dalla leader birmana sia una realtà: il vicepremier turco nel denunciare il massacro antimusulmano ha twittato quattro fotografie di presunte vittime del pogrom, che in realtà ritraggono cadaveri galleggianti di passeggeri di un ferry naufragato lo scorso anno, o incidenti etnici in... Indonesia 13 anni fa.

Non vi è neppure dubbio che tra i Paesi che oggi puntano il dito contro i militari birmani vi siano nazioni musulmane (dalla Malesia, al Pakistan) ben poco esemplari nei confronti delle loro minoranze religiose. E corrisponde pure a verità che a scatenare l’ondata repressiva è stata la serie di attacchi mortali lanciati dagli indipendentisti dell’Arsa, foraggiati dagli ineffabili sauditi, contro posti di polizia nella fascia di frontiera.
Tutto vero. Ma altrettanto reale è l’esodo massiccio di civili a cui sono stati incendiati o rasi al suolo i villaggi e che affollano ora in Bangladesh quello che è divenuto in tempo record uno dei campi profughi più grandi del mondo.

L’ennesima tragedia di un mondo in cui i diritti umani, dopo l’illusione seguita alla caduta del muro di Berlino (il politologo Francis Fukuyama aveva predetto il trionfo storico delle democrazie liberali), sono considerati palesemente a geometria variabile.
Aung San Suu Kyi forse intimorita dai militari, ha in pochi giorni perso quella credibilità e quel carisma che distinguono un leader morale da un semplice dirigente politico. La battaglia per i diritti umani ha subìto negli ultimi anni pesanti arretramenti. Vi è sempre una buona scusa per giustificare violazioni dei diritti più elementari: gli Usa con Guantanamo e le uccisioni mirate; Assad e i massacri di oppositori; Putin e il suo neoimperialismo omicida; Cuba e l’ormai sessantennale assenza di diritti civili e politici; la Cina e il primato delle esecuzioni capitali; la brutale Arabia Saudita che si schermisce invocando la difesa dell’ortodossia sunnita; l’Egitto che fronteggia il pericolo islamista a colpi di condanne a morte.

Paesi molto diversi ma che non citiamo a caso: sono quelli che non aderiscono alla Corte penale internazionale. Come dire che avocano a sé il principio dell’immunità. Il caso della Birmania è dunque emblematico di una comunità internazionale priva di veri leader, che si è messa su un piano inclinato. La persona che forse più di qualsiasi altra incarnava principi universalistici ha perso la storica occasione di lanciare un segnale al suo Paese e al mondo: i diritti umani sono semplicemente imprescindibili.

19.9.2017, 08:352017-09-19 08:35:49
Moreno Invernizzi @laRegione

Ottant’anni di emozioni

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi....

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi. Perché da quel 19 settembre 1937 a oggi il club ha saputo mantenersi sulla breccia di un’élite sempre più esigente. A volte zoppicando un po’, è vero, ma è pur sempre riuscito a restare nel giro delle grandi squadre.
Ottant’anni di gioie e dolori, di alti e di bassi. E soprattutto ottant’anni di volti che hanno contribuito a scrivere la storia del club leventinese.

Ottant’anni di emozioni, di gioie e dolori. Di successi (su tutti il doppio trionfo in Continental Cup) e delusioni. Perché anche quelle, piaccia o meno, fanno parte pure loro della storia. Ma soprattutto ottant’anni di aneddoti. Come quello del presidente Filippo Lombardi, che ricorda, come fosse stato ieri, i suoi primi anni sulle gradinate della Valascia. «Andavo ancora alle medie quando mia zia, che abitava a Bellinzona, mi portava a vedere le partite col suo maggiolino. Erano i primi anni Settanta: allora la pista non era ancora coperta e per trovare posto sugli spalti si risaliva su per la montagna all’infinito. E non di rado capitava che le partite si dilatassero all’infinito perché interrotte ogni dieci minuti per pulire la pista dalla neve caduta nel frattempo...».
Poi, nel 1979 per l’Ambrì inizia l’“era moderna”: la Valascia finalmente ha un tetto... «Un cambiamento epocale! Da anni si percepiva l’indispensabilità di questo tassello per fare il grande passo. E così è in effetti stato: per la società era un po’ come entrare definitivamente nel giro delle grandi, lasciandosi alle spalle una volta per tutte l’etichetta dei dilettanti affacciatisi un po’ per caso alla ribalta della Lna. Anche se, per il tifoso di allora, non più vedere il cielo sopra la testa, portava con sé un po’ di malinconia, ma... non più prendersi l’acqua o la neve addosso era indubbiamente un vantaggio per tutti!».
La copertura della pista ha rappresentato una sorta di punto di non ritorno pure dal profilo sportivo: «Ha segnato l’inizio di quello che reputo sia stato (sinora) il periodo più fausto della società. Solo creando infrastrutture adeguate ai tempi è stato possibile fare il salto di qualità, e questo è un concetto che si ripresenta anche oggi, discutendo della nuova Valascia: per restare nel giro delle grandi, delle squadre che contano, è imprescindibile la realizzazione della nuova pista, in modo da poter rimanere una piazza appetibile (per giocatori e sponsor)».

Prima di pensare al futuro, c’è però un presente tutto da vivere... «Un presente che scaturisce da anni assai delicati. Appena eletto presidente avevo tirato subito il campanello d’allarme e cercato di invertire la tendenza di un club che lamentava un deficit strutturale dell’ordine di due milioni a stagione. Un passo alla volta, ci stiamo avvicinando alla meta».

Cosa significano questi ottant’anni per Lombardi? «Rappresentano una storia incredibile di attaccamento di una regione a una sua bandiera, una sua identità. E per regione intendo tutto il Ticino, visto che per decenni l’Ambrì ha rappresentato la bandiera del Ticino oltre San Gottardo nello sport, e non solo nell’hockey. Questo attaccamento ha permesso alla società di arrivare fino al traguardo degli 80 anni, sottraendosi alle regole della logica del mercato, della demografia e non da ultimo delle finanze... In questo senso, è un traguardo straordinario, unico. Al contempo, è la riprova che l’Ambrì non è fenomeno effimero, ma una realtà duratura. Il fatto che siamo qui a pianificare i prossimi di 80 anni – perché con la realizzazione della nuova pista ci assicureremo un avvenire altrettanto lungo – non fa che ribadire la volontà di voler costruire un futuro altrettanto lungo poggiando su solide basi». Cosa si sente di augurare il presidente alla sua società? «Una stagione di felicità, dentro e fuori dal ghiaccio. Non mi aspetto di vedere un Ambrì campione, ma sicuramente una squadra grintosa come quella applaudita sabato contro il Langnau». Qual è invece il regalo che si sente di poter fare alla società? «Credo di averne fatto uno trovando la gente giusta per la rinascita a cui stiamo assistendo. Un altro regalo spero di aggiungerlo a breve, portando a buon fine le trattative per la nuova pista, cosa che, contrariamente a quanto taluni possano pensare, non è affatto cosa semplice».

Quali sono le date più significative della storia biancoblù per Lombardi? «Prima della mia presidenza sicuramente l’anno della finale (1998/’99). Da presidente... beh, questo! Che è anche quello più cruciale direi. È vero che nel 2014 ci eravamo qualificati per i playoff, ma una volta raggiunto l’obiettivo, la squadra si è rilassata e ha chiuso la stagione in netto calando. E francamente, trovo sia meglio arrivare a un passo dal tuo obiettivo ma lottare fino alla fine, che arrivarci e poi uscire di scena in modo opaco».

15.9.2017, 09:002017-09-15 09:00:29
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano...

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano la nostra epoca, l’imporsi delle “piccole patrie” nel discorso pubblico, con forza e astio crescenti. Un sottogenere di quella “retrotopia” su cui ha ragionato anche Zygmunt Bauman verso la fine dei suoi giorni.

Oggi, il caso catalano raffigura, nella variante identitaria, il diffuso conflitto tra poteri statali sempre meno riconosciuti nella loro legittimità, e una pretesa sovranità alternativa: sovranità “del popolo”, nelle parole dei populisti (di destra o sinistra che siano); o “delle nazioni”, nelle rivendicazioni dei sovranisti.

Naturalmente, vi sono specificità della questione catalana che suggeriscono prudenza nel parlarne. Diciamo che tra la rivendicazione di una indipendenza risalente a tre secoli fa, una astorica rigidità che sembra impedire a Madrid di “entrare in argomento” senza pregiudizi politici e ideologici; tra il retaggio della guerra civile e della dittatura franchista, e il non trascurabile particolare che la Catalogna con meno di un quinto della popolazione spagnola produce un quinto della ricchezza nazionale, tutto ciò considerato, distinguere tra capziosità e fondatezza degli argomenti dei due fronti è ben arduo.
Ma vi sono delle costanti che fanno della vicenda catalana un caso di scuola per ragionare sulle forme e l’estensione del ritorno in auge delle piccole patrie e dell’identitarsimo che vi è connaturato. Un fenomeno che spesso viene comprensivamente diagnosticato come “reazione alla globalizzazione”.

Può darsi che lo sia: in un mondo in cui i poteri economico-finanziari sovranazionali hanno ridotto in macerie sovranità statali, cancellato orizzonti ideali, imposto, molto semplicemente, la legge del più forte, in un mondo del genere, la riscoperta di radici etniche, culturali, politiche sarebbe la sola risorsa a cui votarsi per non venirne travolti.
Di qui la corsa a tracciare nuovi confini, a riesumarne o inventarne di vecchi, a identificare se stessi (comunità o nazioni) non in relazione ma in opposizione agli altri, tanto più se portatori di culture diverse, ma anche se ancora se ne condivide la cittadinanza. Nel caso poi delle ambizioni micronazionaliste, l’autodeterminazione dei popoli viene esposta come principio di cui è praticamente impossibile contestare la nobiltà.

Eppure un dubbio resta. Viene cioè da chiedersi se questa frammentazione identitaria non sia in fin dei conti funzionale alla surroga dei grandi orizzonti ideali (e di un ormai spossato sistema di norme e istituzioni che ne riflettevano l’universalismo) da parte di un mercatismo senza volto né limiti.

L’ultimo simulacro di edificio istituzionale virtuoso, fondato su una pluralità di esperienze storiche e sulla dialettica delle loro culture era quell’Europa al cui interno, si diceva, le sovranità avrebbero perso il significato di reciproca esclusione, e il potenziale distruttivo che ne ha insanguinato la storia per secoli. Oggi, anche la crisi di quell’Europa libera tossine che ne accelerano la fine scritta sui confini che, uno alla volta, si richiudono o si inventano. Il signor Globalizzazione si starà fregando le mani.

11.9.2017, 08:252017-09-11 08:25:00
Aldo Sofia

Gli uragani dell’era Trump

Prima, amara ironia: il presidente americano più preoccupato di sradicare il “problema” di immigrati e profughi, per diversi giorni o forse per qualche settimana si ritroverà col record di...

Prima, amara ironia: il presidente americano più preoccupato di sradicare il “problema” di immigrati e profughi, per diversi giorni o forse per qualche settimana si ritroverà col record di “rifugiati climatici” in casa propria. Milioni di cittadini in fuga da Irma, la madre di tutti quei tifoni che, soprattutto negli ultimi tempi, hanno squarciato l’Est degli Stati Uniti, e ancor più lutti e distruzioni provocano nei Paesi asiatici.

Secondo paradosso: i miliardi di metri cubi di pioggia (nel solo Texas, alla fine di agosto, Harvey ne ha rovesciati 64, l’equivalente di 26 milioni di piscine olimpioniche) rilanciano drammaticamente il dibattito sul problema dei cambiamenti climatici provocati dalle attività umane, mutamenti che il capo della Casa Bianca considera una colossale truffa concepita da scienziati incompetenti e dalla… Cina.

Naturalmente, tra l’assalto di Irma e la politica di Trump non esiste un legame. In questo periodo dell’anno nel Golfo del Messico ci sono sempre state tempeste e inondazioni. Ma, sottolinea per esempio il ‘Guardian’ citando una serie impressionante di dati, dall’innalzamento dei mari di venti centimetri alla cosiddetta “sedentarietà delle tempeste”, il devastante record degli ultimi giorni “difficilmente durerà a lungo, visto che le emissioni di anidride carbonica provocate dagli esseri umani stanno spingendo il clima in un territorio sconosciuto, e comunque gli eventi meteorologici estremi di questo tipo diventeranno sempre più frequenti e devastanti”.

Non solo i fatti incontrovertibili, ma anche il principio di cautela preventiva suggerirebbero dunque atteggiamenti più responsabili a chi guida il Paese industrializzato più esposto a queste calamità, e al relativo esorbitante prezzo. Con il suo linguaggio fastidiosamente enfatico, Trump ha parlato dell’uragano “più epico e costoso” nella storia degli Stati Uniti. Vedremo a quanto ammonterà la fattura di Harvey e Irma, pesando oltretutto su una popolazione che in gran parte non beneficia di polizze assicurative per questo tipo di sciagure. Ma conosciamo la progressione dei costi dei tre uragani eccezionali che hanno colpito le coste americane del Nord Atlantico in meno di un decennio: 108 miliardi Katrina, 75 Sandy, 37 Ike. Per ora, l’unico dato certo è che in Texas 60mila persone perderanno il posto di lavoro.

Invece, nel nome di una scriteriata deregulation, il 4 agosto Trump ha ufficializzato l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima; il 15 ha cancellato i provvedimenti di Obama per regolamentare l’edificazione nelle zone inondabili, progettando nel contempo la fine degli interventi federali per le zone devastate, la riduzione dei fondi all’Agenzia delle catastrofi naturali, e tagli ai servizi meteo che consentono di prevederle. Del resto che attendersi dal presidente che esalta “il pulito, magnifico carbone”, e si è attorniato di crociati antiecologisti? E che come vice ha quel Mike Pence che, da governatore dell’Indiana, per negare i sussidi statali, così si esprimeva: “Il Congresso non può permettere che una catastrofe naturale si trasformi in una catastrofe di debiti per i nostri figli e nipoti”.

5.9.2017, 08:052017-09-05 08:05:42
Erminio Ferrari @laRegione

A chi giova la paura

A qualcuno converrà tutta questa paura. Non a quella parte del mondo (noi compresi) che, con ogni ragione, teme che l’escalation di provocazioni nordcoreane precipiti in uno scenario di guerra...

A qualcuno converrà tutta questa paura. Non a quella parte del mondo (noi compresi) che, con ogni ragione, teme che l’escalation di provocazioni nordcoreane precipiti in uno scenario di guerra nucleare. A beneficiarne – più il primo per ora – sono semmai i due volti che l’incarnano: Kim Jong-un e Donald Trump. Kim, in qualche modo, per necessità; Trump dovendo riscattare un’immagine compromessa dalle manifeste lacune di autorevolezza e credibilità nell’esercitare il proprio ruolo.

Il despota nordcoreano si sta giocando la sopravvivenza: quella del regime, ma anche la propria, visto come vengono regolate le cose laggiù. Quella che spesso viene bollata come “pazzia” sembra perciò il deliberato azzardo di chi ritiene che la sorte di Saddam Hussein e Muhammar Gheddafi sarebbe stata diversa se avessero disposto di un deterrente davvero in grado di tenere a bada i propri nemici. Lo conforta nella sua scommessa con la morte il caso di Saddam Hussein: gli Usa erano tanto consapevoli dell’inesistenza delle “armi di distruzione di massa” negli arsenali iracheni, che non esitarono ad attaccarlo. Ne deriverebbe che solo la dimostrazione inequivocabile di disporre di un arsenale atomico può tenere a bada le pulsioni dell’arcinemico statunitense.

Non solo: in qualità di padrone dell’ultimo Stato-cuscinetto lasciato in retaggio dalla Guerra Fredda, Kim sa bene che per indisposti che siano, i dirigenti cinesi non consentiranno (o lo faranno solo come scelta estrema) un collasso del suo regime: non tanto per l’eventuale afflusso di profughi alle frontiere, ma perché a quelle frontiere non vogliono assolutamente l’esercito sudcoreano e i suoi “consiglieri” nordamericani.

Infine, secondo una prassi arcinota, come ogni dittatore, Kim si affida alla rappresentazione della minaccia esterna per cementare (meglio: estorcere) il consenso nazionale e sedare (annientare) ogni eventuale dissidenza.

All’altro polo c’è un Trump che non può trascurare la straordinaria opportunità di mostrarsi degno commander-in-chief, offertagli da quell’arma di “distrazione di massa” raffigurata da Pyongyang. Non si tratta certamente di sottovalutare il pericolo rappresentato da Kim, o di ridurre a bluff quello che ormai quasi tutta la comunità scientifica internazionale ritiene una acquisita tremenda capacità di nuocere nelle sue mani. Si tratta piuttosto di considerare anche il capo della Casa Bianca tra gli elementi destabilizzanti: la pratica egomaniacale del potere (di qui il timore di “perdere la faccia”), il discredito internazionale che si è attirato, e la conduzione ondivaga dell’amministrazione, ne fanno più il detonatore della prossima guerra, piuttosto che il solutore, ruolo che la pretesa leadership mondiale degli Usa gli assegnerebbe.

Significa che la guerra è inevitabile, salvo accomodarsi a un ignobile appeasement con Pyongyang? No, ma di sicuro i margini di composizione della crisi sembrano esaurirsi senza rimedio, quanto più la ragionevolezza cede agli impulsi. Perché una sostanziale diversità rispetto al cosiddetto “equilibrio del terrore” della Guerra Fredda è che i conflitti tra i due blocchi avvenivano (non meno ignobilmente) per procura, e le rispettive dirigenze, pur accecate dall’ideologia, sapevano dove fermarsi (anche se a Cuba la mano parve sfuggire).

Oggi che il mondo non si divide in blocchi ma in frantumi, di quella “cinica virtù” non si vede traccia. E il “calcolo” attribuito all’uno e all’altro dei due tipi in questione potrebbe essere, per quanto ci riguarda, una forma di esorcismo con cui cerchiamo di sconfiggere la paura generata dalla loro sconsideratezza.

4.9.2017, 08:222017-09-04 08:22:22
Roberto Antonini

Sull’orlo della catastrofe

“Siamo sull’orlo di un conflitto (nucleare) su vasta scala”. Vladimir Putin, nella lettera pubblicata ieri all’apertura del vertice dei Brics, ci va dritto: la bomba H fatta esplodere ieri...

“Siamo sull’orlo di un conflitto (nucleare) su vasta scala”. Vladimir Putin, nella lettera pubblicata ieri all’apertura del vertice dei Brics, ci va dritto: la bomba H fatta esplodere ieri dal dittatore nordcoreano, la più potente di sempre, potrebbe costituire il punto di non ritorno.

L’incubo è condiviso dall’altro grande protagonista del summit, la Cina, con la quale Mosca vuole avviare un tentativo di mediazione: Pechino ha mandato i suoi caccia a sorvolare il confine. Donald Trump, dopo le esternazioni su una risposta devastante che avrebbe annichilito la Corea del Nord (l’ormai celebre “fuoco e furia”), sembra aver smorzato i toni. Ma la mossa del ‘Rispettato Maresciallo’ apre tutti gli scenari possibili, compreso quello apocalittico, in un “film” con regista e protagonista Kim Jong Un, che veste l’unico abito a sua misura, quello del Dottor Stranamore, padre padrone del più grande Lager del mondo.

La sua partita di poker atomica può sfociare – concordano gli esperti – in un attacco a breve/medio termine: la tecnologia bellica nordcoreana è molto avanzata, un missile balistico ha recentemente sorvolato il Giappone (‘Tokyo rischia la distruzione perché alleata degli Usa’ ha ammonito l’agenzia di stampa di Pyongyang) mentre la quantità di materiale nucleare fissile consentirebbe allo stato attuale la costruzione di una quindicina di bombe.

In un saggio pubblicato in piena guerra fredda, Michel Serres, uno dei maggiori filosofi viventi, aveva ipotizzato l’avvento di uno scenario ‘tanatocratico’, in cui il potere sarebbe stato in mano a ‘pericolosi folli’ potenzialmente capaci di ‘sradicare la vita sulla terra’. La personalità del presidente americano desta pure legittime inquietudini (anche di ordine psichiatrico stando a non pochi esperti) sebbene i meccanismi istituzionali della superpotenza gli impediscano di poter sfogare liberamente i suoi impulsi. La sua sconsideratezza la si può leggere in un suo ennesimo colpo di testa: Trump ha fatto capire ieri di voler ritirare gli Usa dal trattato di libero scambio… con i suoi alleati sudcoreani. La gestione della crisi vede in particolare sul proscenio il capo del Pentagono James Mattis, che in un colloquio con il suo omologo sudcoreano avrebbe discusso la possibilità di fornire a Seul bombe nucleari tattiche (a corto raggio), segno dell’avvio dell’escalation atomica.

La guerra del 1950 (quando la Corea del Nord alleata dei sovietici invase il Sud) non è formalmente mai finita e la diplomazia è ferma da ormai 10 anni. Lo stillicidio di lanci di missili e test atomici decisi dal dittatore ha riacceso la miccia ponendo Washington e i suoi alleati (Giappone, Corea del Sud) nell’impasse. Qualsiasi azione militare americana rischia di scatenare devastanti rappresaglie (in primis su Seul). Qualsiasi passo diplomatico è destinato comunque a lasciare inalterata l’ostinazione del maresciallo Kim ad aumentare il proprio arsenale, per lui una sorta di polizza sulla vita.

L’America è oggi indebolita dal crollo della sua leadership politica e morale (è recentissima l’ufficializzazione all’Onu del ritiro statunitense dal trattato sul clima). Lo spettro nucleare potrebbe riaprirsi anche con un Iran punito dalla parziale impulsiva retromarcia di Trump sulla storica intesa siglata da Obama. Gli scenari sono alquanto cupi e, di fronte al pericolo di nuove Hiroshima, al momento la comunità internazionale appare chiaramente impotente.

28.8.2017, 08:552017-08-28 08:55:26
Aldo Sofia

Trump nelle mani dei suoi generali

L’Afghanistan è anche chiamato “la tomba degli imperi”. Fu costretta a ritirarsi la Gran Bretagna, la massima potenza coloniale dell’epoca. E anche l’Unione Sovietica, che cominciò...

L’Afghanistan è anche chiamato “la tomba degli imperi”. Fu costretta a ritirarsi la Gran Bretagna, la massima potenza coloniale dell’epoca. E anche l’Unione Sovietica, che cominciò a naufragare proprio con la bruciante e drammatica sconfitta militare dell’Armata Rossa, subita per mano dei mujaheddin islamisti, che furono i mallevadori di Bin Laden e di al Qaida.

Ora, pochi dubitano che anche gli Stati Uniti saranno costretti a lasciare il campo di quella che è diventata la guerra più lunga della storia americana. In effetti, non potranno essere i quattromila marines in più che Donald Trump ha annunciato di voler aggiungere agli ottomila ancora operativi sul territorio afghano a rovesciare le sorti del conflitto. Ma allora cosa c’è dietro il voltafaccia di un presidente che inviava velenosi tweet ai suoi predecessori, invocando il ritorno dei soldati americani in armi dall’altra parte del mondo, in nome dell’“America first”?

C’è, innanzitutto, la crescente influenza dei generali, mai così numerosi in un’amministrazione statunitense. Sono decisamente gli uomini del Pentagono a dettare la politica estera di un presidente troppo isolazionista e troppo filo-russo per i gusti dei vertici militari americani: così i vari Mattis, McMaster, John Kelly (che in Afghanistan ha perso il figlio) hanno ormai saldamente in mano il timone della strategia di un capo della Casa Bianca poco interessato e ancor meno preparato ai problemi della difesa.
Parallelamente, l’ascesa dei vertici in divisa segna la sconfitta degli ideologi di destra, come conferma l’allontanamento del loro ideologo Steve Bannon, che aveva criticato anche con toni derisori le posizioni del Pentagono. Errore fatale. Ma c’è dell’altro nella “normalizzazione” del presidente che prometteva di chiudere un’epoca, ed è invece costretto ad uno svogliato ripensamento. Devono avergli spiegato, quei generali, che l’America rischia sempre più, e in tempi rapidi, un secondo Vietnam. L’ultimo rapporto statunitense segnala che il debolissimo governo di Kabul, puntellato dalla coalizione internazionale, controlla soltanto il 40 per cento del territorio nazionale, mentre ancora un paio di anni fa si stimava che fosse il 60 per cento.

Non solo l’intervento americano ha gettato ancor più afghani nelle braccia dei Talebani: questi, nelle ultime settimane e per la prima volta, hanno condotto attacchi in alleanza con gli insorti dell’Isis, alleanza finora considerata impossibile. Dopo anni di continui scontri fra i due radicalismi islamici, una saldatura pericolosa e inquietante per gli esiti del conflitto.

Forse sta proprio qui la chiave del dilemma. Da tempo l’America (che in questa guerra ha perso più di duemila uomini, senza dimenticare le decine di migliaia di vittime afghane in gran parte civili) cerca un dialogo con i Talebani. Senza successo. L’invio di un contingente supplementare, decisamente insufficiente per evitare una débâcle, può solo significare che il Pentagono continuerà a cercare una “exit strategy” politica, ma evitando di trattare da una posizione di eccessiva debolezza militare.

Calcoli ad alto rischio. Una storia secolare ci dice che quelle terre non sono abituate al compromesso, bensì alla logica guerriera. Non basta la retorica usata da Trump per nascondere l’umiliante torsione che gli è stata imposta. L’ombra della “tomba degli imperi” si allunga anche sulla sua presidenza.

21.8.2017, 08:302017-08-21 08:30:46
Roberto Antonini

I sogni della ‘reconquista’

Cosa si nasconde dietro alla “tragica litania jihadista” formula a cui è ricorso il quotidiano ‘Le Monde’ per commentare l’ennesima strage di matrice islamista? Perché la sconfitta...

Cosa si nasconde dietro alla “tragica litania jihadista” formula a cui è ricorso il quotidiano ‘Le Monde’ per commentare l’ennesima strage di matrice islamista? Perché la sconfitta ormai prossima dell’Isis in Iraq e Siria non ha alcun impatto sull’ondata di terrore intensificatasi dopo la carneficina nella redazione di ‘Charlie Hebdo’, nel gennaio di due anni fa?

Le risposte univoche non rendono conto della complessità del fenomeno. Ma nelle analisi a volte contrastanti di chi studia da anni il fenomeno jihadista appaiono delle costanti. L’obiettivo più spettacolare del commando che ha seminato morte in Catalogna era – stando agli inquirenti – la Sagrada Familia, basilica capolavoro di Antoni Gaudì. Non solo uno dei luoghi turistici più visitati di tutta la penisola iberica, ma il simbolo stesso della civiltà cattolica spagnola. Quella di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia che alla fine del XV secolo riconquistò Granada e che con Filippo III all’inizio del ’600 decretò l’espulsione di tutti i ‘moriscos’ che non si erano convertiti. Per i jihadisti (ma pure per molti predicatori musulmani non ‘radicalizzati’) Al-Andalus è di fatto terra di Islam (Dar al-Islam) anche se al momento è terra degli infedeli (Dar al-Harb, dimora della guerra). Obiettivo è dunque la riconquista di quelle terre che furono islamiche dall’VIII al XV secolo. Che ‘Al-Andalus’ sia terra di jihad lo attesta l’enorme numero di terroristi arrestati negli ultimi anni, in buona parte di origine marocchina.

Si conferma così una delle tesi della (contestata ma celeberrima) pubblicazione ‘Lo scontro di civiltà’, in cui lo storico e consigliere del presidente Jimmy Carter, Samuel Huntington, avanzò 20 anni fa la tesi che con la fine del mondo tripolare (Usa, Urss e non allineati) avremmo assistito a un ritorno dirompente di fattori culturali, storici e identitari nella geopolitica.

Anche l’esistenza di un’internazionale del terrore islamista, pur sotto forma di cellule che spesso agiscono in relativa autonomia, è ormai confermata dall’ininterrotta serie di massacri (da Parigi a Berlino, da Stoccolma a Londra), smentendo le tesi di chi legge il fenomeno terroristico esclusivamente in chiave sociale.

Eppure anche una lettura sociologica non può essere esclusa: sono spesso le terze generazioni di immigrati, prevalentemente maschi giovani, delle periferie, ad infoltire i ranghi del terrorismo e dei ‘foreign fighters’. Uno studio appena condotto in Francia dall’Università di Science Po su 13 condannati per terrorismo evidenzia tra l’altro un’adesione tardiva all’Islam – è il fenomeno dei ‘born again’ musulmani –, conversioni ‘fai da te’ via Internet (dove i migliori offerenti sono predicatori salafiti e movimenti fondamentalisti finanziati dai ‘nostri amici’ sauditi e qatarioti) e un’ideologia marcatamente maschilista.

Quanto alle responsabilità intrinseche della religione musulmana, ci si addentra in un campo minato molto insidioso: l’equazione Islam = terrorismo è assurda semplificazione, ma anche quella speculare che associa l’Islam alla pace appare fuorviante. Come ha scritto il grande studioso musulmano riformista Abdennour Bidar, ci si deve infatti chiedere perché il mostro del terrorismo si annida proprio in quella religione: bisogna purtroppo constatare che i suoi appelli a una profonda riforma del pensiero religioso nel senso della tolleranza e dell’illuminismo sono rimasti finora del tutto inascoltati, e non solo dai terroristi.

18.8.2017, 08:402017-08-18 08:40:35
Erminio Ferrari @laRegione

L’agenda jihadista

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento...

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento del referendum indipendentista, un terrorista alla guida di un camion ha cercato la strage a Barcellona. Sulla Rambla, cioè una tappa obbligata di quel turismo internazionale nei cui confronti, in Catalogna, si erano moltiplicate le manifestazioni di insofferenza. Cosette, agli occhi di chi persegue uno squilibrato disegno di “riconquista” mondiale.

Uno scarto sincronico, ma soprattutto di concezione del mondo che la dice lunga sulla distanza abissale che separa il “nostro” mondo – con le sue “piccole” ambizioni, i suoi contrasti, le sue pretese – da quello vagheggiato dagli ideologi della guerra santa. Che cosa sono, agli occhi di chi si pretende inviato dal Cielo, una rivendicazione indipendentista, il fastidio per l’indifferente invasione di un turismo massificato?
La forza di questo terrorismo (il cui livello di organizzazione non va comunque enfatizzato) risiede, certo, in un contesto che genera esclusioni e alimenta risentimenti di cui si nutrono i “martiri” che rispondono alla chiamata. Ma in questo volgere della storia, il vantaggio insuperabile dei predicatori apocalittici è costituito dall’aver saputo fornire un orizzonte (folle ma ai loro occhi plausibile) alle migliaia di individui dall’identità smarrita.

In altre parole, finite nel sangue o nell’ignominia le grandi narrazioni occidentali del Novecento, l’Islam propagandato dall’Isis (prima ancora da al Qaida e tuttora nelle moschee in mano ai wahabiti inviati nel mondo dall’Arabia Saudita) è rimasto la sola ideologia universalista in vita. Capace di attrarre e motivare come un tempo riusciva solo al socialismo internazionalista.

Mettiamoci dunque la Spagna, dove accorse, ottant’anni orsono, un’internazionale resistente per difendere la Repubblica, e pensiamo (eventualmente, e lecitamente detestandoli) agli internazionalisti del jihad partiti per la Siria, per una ragione ai loro occhi non meno nobile, e forse capiremo l’epocale portata del ribaltamento in atto.
Un rovesciamento di prospettiva che costa fatica enorme, persino esistenziale, per essere compreso. Che impone di riconsiderare ciò che a lungo abbiamo ritenuto assodato, definitivo. E di misurare nella loro povertà le ambizioni particolari che nelle nostre società stanche hanno surrogato la venuta meno capacità di “veder lungo”. Diversamente, vinceranno “loro”.

14.8.2017, 09:002017-08-14 09:00:02
Aldo Sofia

E Trump sdoganò i suprematisti

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump...

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump. Colpevole di aver pronunciato sui gravi fatti di Charlottesville parole di condanna così tiepide, così scontate, così generiche da essere sommerso dalle critiche anche da parte degli ambienti repubblicani. Un presidente, il ‘Don’, che ha a lungo flirtato con la feccia razzista dei suprematisti bianchi, che nei suoi attacchi ossessivi al predecessore Obama non ha disdegnato i loro strampalati argomenti razzistico-religiosi (musulmano, figlio di un africano, non legittimato a guidare la nazione), e che alla Casa Bianca si è portato un esponente di questa impresentabile ‘alt-right’, Steve Bannon, l’‘anima nera’ che Trump ha tentato di imporre come suo principale collaboratore, e comunque rimasto ascoltato ‘consigliori’.

Sdoganare così sfacciatamente il peggio prodotto dalle paure e dall’odio di questa pur piccola parte del Paese comporta una precisa e pesante responsabilità politica. Le squadracce che hanno sfilato nella città della Virginia, definita “cuore dell’America jeffersoniana” (al presidente umanista Davis Jefferson si deve infatti la fondazione della locale università), e che protestavano contro il progetto di rimuovere la statua di un generale segregazionista, sono il prezzo che una nazione profondamente lacerata paga alla strategia di un presidente che per buona parte della sua campagna elettorale non ha affatto disdegnato gli insulti, le fandonie, le oscenità, il razzismo anche antisemita che impastavano i quotidiani attacchi di radio locali e siti web del tipo Breitbart News ispirato da Bannon l’amico e confidente del presidente.

Certo, l’America bianca non è questa, non va confusa e assimilata con gente che nei suoi cortei sfila anche con la bandiera nazista che non molti decenni fa i loro padri e nonni combatteremo sino a sacrificio della vita. Non è certo per un’aspirazione suprematista, per un’istinto razzista, per il sogno di ripristinare antichi ruoli e privilegi che nel novembre 2016 una parte consistente di bianchi americani ha votato Trump, bensì per la rivolta contro un capitalismo finanziario rapace da parte di una classe media sempre più impoverita e di una classe operaia pagata sempre meno. Trump, pur con tutte le contraddizioni e le menzogne più volte denunciate, è il prodotto delle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali.

Tutto questo, però, sullo sfondo di un’America bianca che più o meno consciamente teme la progressiva perdita di peso nella società multietnica, sapendo che fra non molti anni anche in termini numerici essa sarà inevitabilmente minoranza demografica nel mosaico statunitense. Proprio per questo l’aver condiviso alcune delle idee e degli uomini vicini alle tesi di un suprematismo violento e fuori tempo è miscela esplosiva, è una grave macchia politica, che pesa come un macigno sul 45esimo presidente americano. Che non ne sembra affatto consapevole. Tanto che, per avere un giudizio netto e circostanziato di condanna dei neonazisti calati in Virginia s’è dovuto attendere un tweet riparatore della figlia Ivanka, la ‘first daughter’, che ha quantomeno avuto la saggezza di scrivere che “non c’è posto nella società per suprematisti bianchi e neonazisti”.

8.8.2017, 07:552017-08-08 07:55:00
Erminio Ferrari @laRegione

Alla deriva nel Mediterraneo

Torbide acque del Mediterraneo. Non bastassero le migliaia di morti di cui sono state la tomba, oggi (e da mesi) sono lo scenario di manovre opache, velleitarie, talora inconfessabili,...

Torbide acque del Mediterraneo. Non bastassero le migliaia di morti di cui sono state la tomba, oggi (e da mesi) sono lo scenario di manovre opache, velleitarie, talora inconfessabili, delle quali i migranti non sono altro che la posta. Tanto più elevata quanto più disputata. La loro stessa esistenza genera commerci, esaspera conflitti, svela codardie statali e appunta medaglie di latta sui petti di eroi di maniera. Ultimi a entrare in scena i sovranisti di Defend Europa, la cui nave C-Star impiega una ciurma di mercenari e ultrà dell’estrema destra.

È stato il recente sequestro della nave Iuventa, dell’Ong tedesca Jugend Rettet, a dare origine a polemiche artificiosamente ingigantite, e tuttavia meschine al cospetto del dramma e del fenomeno epocale che si stanno producendo tra l’Africa subsahariana e gli approdi dell’Italia meridionale (e che sarebbe ben miope considerare circoscritti al Canale di Sicilia).

In questo senso, la supposta (o provata?) connivenza tra l’equipaggio della Iuventa che imbarcava i migranti consegnati loro direttamente dagli scafisti, per poi sbarcarli nel primo porto italiano disponibile, pone certamente un problema giuridico, che tuttavia rischia di distrarre dalla questione generale: accogliere o no chi lascia il proprio Paese per tentare la fortuna altrove?

Limitandoci ai fatti, bisognerà intanto dire che – si accordi o no agli eroici furori di Jugend Rettet – la prassi della Iuventa e delle altre Ong che agiscono in modo analogo è oggettivamente un favore reso agli scafisti: evita loro fastidi con le marine militari e consente di recuperare gommoni e motori, che altrimenti verrebbero affondati. Nello stesso tempo, la pretesa che una Ong – soggetto di diritto privato – sia esente dal rispetto delle legge di uno Stato è perlomeno naif. O arrogante: basti leggere i commenti della stampa di sinistra tedesca sul governo “fascista” di Roma. Sia chiaro: la legge è fatta per l’uomo, non viceversa; se dunque con coscienza e per motivi che si ritiene superiori la si viola, lo si faccia – e talvolta è un merito –, ma se ne assumano le conseguenze.

Specularmente, la pretesa di uno Stato (o di un insieme di Stati, come in questo caso) che nessuno intervenga a sopperire alle sue inadeguatezze o a soccorrerne le vittime è altrettanto insensata e colpevole, pur se inquadrata in una normativa.

Questo chiama in causa una successione di eventi e di scelte di cui i governi europei, non solo quello italiano, devono rendere conto. Va quindi ricordato che l’attuale disordine nel Canale di Sicilia non nasce dal nulla, ma discende da cause lontane e più recenti. Innanzitutto è figlio della destabilizzazione libica seguita all’abbattimento del regime di Gheddafi (voluto da Parigi e Londra e “accettato” da Roma) e che oggi alimenta ferocissime dispute tra raìs locali, portaordini di potenze straniere e governanti di carta; e soprattutto assicura campo libero alle bande che controllano e lucrano sulle rotte dei migranti.

Più immediatamente, questa anarchia mortifera è anche conseguenza della fine dell’operazione Mare Nostrum, dispiegata dall’Italia e di carattere sommariamente umanitario, sostituita dall’operazione Triton, voluta dall’Ue principalmente allo scopo di controllo delle frontiere (lasciato tuttavia anch’esso sulle spalle italiane). Le Ong sono dunque intervenute, nei modi che non a tutti aggradano, non solo per il forte aumento dei flussi migratori, ma per sostituirsi alle omissioni dei governi. E qualche volta può anche capitare che le Ong vogliano sostituirsi ai governi stessi, e questo, sì, è un problema.

7.8.2017, 08:002017-08-07 08:00:26
Roberto Antonini

Allo stadio con Maduro

Sta suscitando un dibattito dal tenore tipico dei derby la crisi venezuelana. La diatriba alimenta una serie infinita di articoli e di prese di posizione, con sulla “front line” una sinistra...

Sta suscitando un dibattito dal tenore tipico dei derby la crisi venezuelana. La diatriba alimenta una serie infinita di articoli e di prese di posizione, con sulla “front line” una sinistra dilaniata tra una componente ortodossa-conservatrice che si schermisce con le sue granitiche certezze dagli accenti complottistici e anti-americani, e una corrente dubbiosa, critica, che teme che certi accecamenti del passato si ripetano, mutatis mutandis, con l’America Latina.

Vittime, come in tutte le guerre, verbali e non, sono in primis le realtà fattuali che non possono essere inquadrate in una visione manichea, ideologicamente blindata. La complessità di un mondo multipolare dovrebbe portarci a privilegiare distinguo, sfumature, le tonalità grigie, più che vividi contrasti bianco-neri da guerra fredda.

Il chavismo, sorto alla fine degli anni 90, ha corretto con la sua Quinta Repubblica molte distorsioni e ingiustizie ereditate dai quattro decenni di governo di alternanza centro-sinistra/centro-destra e dai programmi di aggiustamento strutturale dettati dal Fondo monetario internazionale negli anni 90.

La politica bolivariana ha favorito le classi più povere riducendo le disparità sociali. Le modalità con le quali si è proceduto a questa positiva ridistribuzione della ricchezza sono tuttavia all’origine dell’attuale marasma economico: la rendita petrolifera è stata utilizzata in modo sconsiderato e clientelare, da un regime sempre più autoritario e militarizzato (1/3 dei ministri e governatori sono militari) a scapito della classe media e con la reazione, scontata, di un élite opulenta decisa a tutto pur di non perdere i propri privilegi.

La “maledizione petrolifera” ha poi fatto sì che il calo del prezzo del greggio mettesse il paese in ginocchio: Chavez e il suo epigono Maduro, che ne eredita gli errori, non hanno investito gli introiti petroliferi (95% delle esportazioni) nell’economia.

Dalle elezioni del 2015, l’opposizione (dagli estremisti di destra ai socialdemocratici fino ai dissidenti ex chavisti) è maggioritaria nel paese, e a giusto titolo denuncia il golpe istituzionale del presidente. Il voto per la Costituente (41% di partecipazione secondo il regime, clamorosamente smentito però dalla Smartmatic, la società di supporto tecnologico alla consultazione, che dimezza addirittura le cifre ufficiali) è stato off limits per osservatori indipendenti e giornalisti.

Tifo da stadio anche sul ruolo svolto dallo “zio Sam”: Washington, è indubbio, tende a svolgere un ruolo destabilizzante. Ma il fronte complottista è colto da amnesia sul capitolo dei rapporti economici proficui tra Stati Uniti e Venezuela, il cui petrolio viene raffinato in Texas e le cui azioni del settore dell’oro nero (quelle dell’ente statale petrolifero Pdvsa) sono in parte in mano alla “famigerata” Goldman Sachs.

Tradotto in termini ideologici, il caso Venezuela vede confrontati nella sinistra quanti ritengono che si possa rinunciare in parte ai principi dello stato liberale e alla libertà in nome della giustizia sociale e chi (compresi molti intellettuali latino-americani ed ex ministri di Chavez, come Oly Millan), memore dei passi falsi nella storia anche recente, considera che al giorno d’oggi le due componenti – libertà e giustizia – siano indissociabili. E che il rischio di derive autoritarie o dittatoriali in Venezuela sia purtroppo reale. Il siluramento da parte della Costituente della procuratrice generale Luisa Ortega (ex fedelissima di Chavez, oggi tra gli oppositori) sembra dar ragione a questi ultimi.

3.8.2017, 08:302017-08-03 08:30:01
Aldo Sofia

Il ‘reality show’ del presidente

Trasformato lo studio ovale in un nuovo set di ‘The Apprentice’ – il reality televisivo che negli Stati Uniti lo ha reso celebre, più della sua controversa carriera di tycoon –,...

Trasformato lo studio ovale in un nuovo set di ‘The Apprentice’ – il reality televisivo che negli Stati Uniti lo ha reso celebre, più della sua controversa carriera di tycoon –, Donald Trump continua con il suo famoso ‘You are fired’, sei licenziato, con cui liquidava i concorrenti da lui ritenuti incapaci. Per quanto scadente e per nulla piacevole o istruttivo, quello era un semplice gioco tv. Mentre nella stanza più celebre del potere americano (e mondiale?) gli ‘apprentices’ bruscamente congedati diventano la cartina di tornasole di un caos politico imprevedibile persino dai più pessimisti osservatori della scena statunitense e delle capacità di governo e leadership del quarantacinquesimo presidente. Non è un grande spettacolo, e preoccupa più che divertire.

Sono già sei i ministri o consiglieri già silurati dal ‘licenziatore seriale’ in una manciata di mesi. Che ora concentra i suoi attacchi e i suoi velenosi tweet su Jeff Sessions, ministro della Giustizia ritenuto un mollaccione se non un vero e proprio traditore, ma in realtà bersaglio dello spregio presidenziale perché troppo rispettoso, nella vicenda del Russiagate, della separazione dei poteri e dell'indipendenza della magistratura.

Tutta colpa di un establishment e di un’élite che non si rassegna alla perdita della Casa Bianca, continuano stucchevolmente a ripetere i supporter anche europei, e anche nostrani, di chi assegnava a ‘The Don’ la ‘lucida’ missione di distruggere il sistema affidandone l’incarico a chi quel sistema lo ha costruito e alimentato, corroborati da un gruppo di generali (mai stati così tanti in un’amministrazione americana) che in realtà hanno finora imposto la loro volontà al loro bizzarro e ondivago ‘commander in chief’.

Siccome così tante divise non bastavano, ecco l’arrivo come nuovo capo dello staff presidenziale di un altro alto ufficiale, quel John Kelly non proprio brillantissimo nella conduzione della guerra irachena, a cui il presidente più ‘indisciplinato’, capriccioso e incompetente della storia chiede ora di portare un po’ di ordine fra le rivalità e i rancori di questi ‘circo Barnum’. Ma la nomina di un uomo considerato serio e rigoroso andava pur compensata, nella logica del ‘reality show’ permanente, da quella di un colorito personaggio che qualcuno ha già definito come un incrocio fra “giullare di corte e sicario”: Anthony Scaramucci, un altro uomo proveniente da Wall Street, più noto per la sua minacciosa e volgare fedeltà a Trump, noto per aver massacrato sui social tutti quelli che il suo capo ha poi liquidato, e responsabile-lampo (è durato lo spazio di una decina di giorni, ndr) della comunicazione.

Così gira la giostra trumpiana. Che non ha ancora prodotto una legge decente, procede sempre e senza gran fortuna nell’ossessiva idea di distruggere quanto realizzato dal suo predecessore (dall’Obamacare alle leggi sul clima), altalenante nel condurre la “madre di tutte le battaglie” contro la mondializzazione, e che persino dopo la strombazzata e ritrovata amicizia con Putin vede l’ennesima giravolta di un Trump costretto ad accettare ulteriori sanzioni economiche contro la Russia, a cui potrebbe invece opporsi con un minimo di coerenza. Hai detto coerenza?

24.7.2017, 08:152017-07-24 08:15:00
Roberto Antonini

Israele, la deriva e la violenza

L’ennesima escalation di un conflitto che accompagna la storia stessa dello Stato di Israele: diversi giorni fa la decisione del governo Netanyahu di installare dei metal detector per...

L’ennesima escalation di un conflitto che accompagna la storia stessa dello Stato di Israele: diversi giorni fa la decisione del governo Netanyahu di installare dei metal detector per accedere alla moschea Al-Aqsa, sulla spianata delle moschee (area contesa che nella tradizione religiosa ebraica corrisponde al Monte del Tempio, ma che è internazionalmente riconosciuta come appartenente ai palestinesi), ha innescato un’inquietante spirale di violenza e di repressione.

Non è ovviamente la prima volta che la tensione tra israeliani e palestinesi esplode con la sua lunga scia di morti e feriti. Ma se la prima Intifada del 1987 sfociò una manciata di anni più tardi negli storici accordi di Oslo, questa rischia solo di spazzar via le ultime residue speranze di un dialogo possibile. Anche perché con il passare degli anni, e in assenza di un contesto internazionale di contrappesi diplomatici, il governo di Tel Aviv si è spostato su posizioni viepiù oltranziste, mentre sul fronte palestinese è venuta a mancare una leadership credibile, capace di imporsi sulla scena regionale, dove la solidarietà araba appare sempre di più per quello che in fondo è sempre stata: un simulacro dove si annidano ipocrisie, rivalità, odi.

La ricorrenza della guerra dei sei giorni, che sancì, 50 anni fa, l’emancipazione dello Stato di Israele, è stata lo scorso mese occasione di celebrazioni e riflessioni: la vittoria del Davide ebraico contro il Golia arabo fu un avvenimento storico di grande portata. Segnò anche il momento in cui il piccolo Stato, democratico in un contesto di regimi autocratici, si guadagnò ammirazione e stima in Occidente.

Mezzo secolo più tardi, Israele fornisce di sé un’immagine ribaltata: un paese guidato dalla forza, non dalla morale che, nelle parole del grande storico del fascismo Zeev Sternhell, ha quale reale obiettivo la conquista pura e semplice delle terre che il mancato rispetto della legge internazionale (le risoluzioni Onu 242 e 338, che potremmo riassumere nella formula “pace in cambio di territori”) e l’afflusso continuo di coloni (350mila circa) stanno trasformando in territori ebraici.

Il nodo gordiano della questione israelo-palestinese, si è detto per anni, è che sono in lotta due diritti. Entrambi legittimi. Un’affermazione che rimane ancor oggi vera.

Eppure non si può non notare quanto i rapporti di forza siano oggi totalmente sbilanciati. Una situazione sulla quale Benjamin Netanyahu ha costruito una politica che anche gli israeliani moderati e molti ebrei della diaspora considerano oltranzista e bellicista. Nella sua offensiva politica col pugno di ferro il premier ha stilato una lista di nemici: dall’Unione europea fino al miliardario ungherese George Soros, ebreo sopravvissuto all’Olocausto, denunciato dallo stesso Netanyahu durante il suo recente incontro con il controverso presidente magiaro Victor Orban. L’imperdonabile colpa di Soros? Quella di sostenere i movimenti pacifisti israeliani e di opporsi alle derive autoritarie sia in Israele sia in Ungheria.

Insomma, lo Stato ebraico formato Benjamin Netanyahu è agli antipodi del paese che si difese coraggiosamente cinquant’anni fa: il tentativo in atto da un paio di anni di modificare la legge per fare di Israele lo ‘Stato degli ebrei’ (relegando gli arabi israeliani a cittadini di seconda categoria) è la conferma di una deriva politica e ideologica che fa da sfondo alle violenze di questi giorni a Gerusalemme Est e in altre città della Cisgiordania.

14.7.2017, 08:302017-07-14 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Le scorie del Russiagate

La fretta dei due congressmen democratici che hanno chiesto di avviare la procedura di impeachment per Donald Trump è in definitiva proporzionale al tasso di futilità, mediatica e politica, che...

La fretta dei due congressmen democratici che hanno chiesto di avviare la procedura di impeachment per Donald Trump è in definitiva proporzionale al tasso di futilità, mediatica e politica, che si va accumulando attorno al cosiddetto Russiagate.
Che uno spregiudicato affarista con solidi interessi economici in Russia abbia cercato in ogni modo di estendere il proprio business anche laggiù, lisciando il pelo – e verosimilmente gonfiando il portafogli – di oligarchi e uomini del governo, è perfettamente coerente con il culto del successo professato negli Usa e altrove. Che, specularmente (e facendo valere la reciprocità degli interessi), il potere russo abbia scommesso su di lui una volta conosciute le sue ambizioni presidenziali, si accorda alla discutibile ratio delle relazioni internazionali. E non fa comunque rimpiangere i tempi in cui Washington e Mosca imponevano manu militari i “propri” candidati nelle capitali di rispettiva influenza.

Ma è ben probabile che una esageratamente libera interpretazione di questa già cinica dinamica abbia “preso la mano” agli attori di questa vicenda. Ai Trump, in particolare. Che infatti più di tutti rischiano di uscire con le ossa rotte dalla vicenda. Più senz’altro di quel Cremlino che ha già ottenuto ciò che voleva, il proprio favorito alla Casa Bianca e la sua doppia vulnerabilità: quella domestica, rappresentata dalla sempre più incombente accusa di tradimento; e quella che discende dalla sua ricattabilità da parte di chi indebitamente lo ha sostenuto.

Cosicché, anche in questa circostanza si conferma l’inadeguatezza di quell’uomo al ruolo che riveste. Scoop su scoop (fake news sul fake news, nella sua interpretazione opposta), seppure il reato di tradimento non venga ancora dimostrato al di là di ogni dubbio, a confermarsi sono l’indole e la pratica bugiarde e fuorilegge del presidente e dei suoi accoliti, familiari o stipendiati. Ultimo il figlio che – consigliato nientemeno che dall’illuminato Julian Assange – ha reso nota la corrispondenza elettronica con la legale moscovita che gli offriva rivelazioni devastanti, di origine governativa russa, contro Hillary Clinton. “In nome della trasparenza”, ha sostenuto. Balla finale che si aggiunge a tutte quelle con le quali avevano negato, lui e il babbo, ogni contatto con funzionari russi. Questo è.

E basterà forse ad anticipare l’uscita di scena del bullo che ha preso dimora alla Casa Bianca? È improbabile. L’artiglieria mediatica che bombarda da mesi il quartier generale è stata troppo a lungo al suo servizio per essere definitivamente credibile. Il partito democratico a sua volta troppo compromesso per non tradire la strumentalità della propria crociata anti-Trump. E quello repubblicano che, accecato dall’ideologia, aveva accettato di farsi rappresentare da un simile figuro pur di cancellare ogni eredità di Obama, non ha tempo né un’alternativa su cui investire.
Lo scenario è dunque quello di un inesauribile stillicidio di rivelazioni e passi falsi che azzopperanno un’anatra già malridotta, il cui passo sghembo non finirà di far danni ancora a lungo.

11.7.2017, 07:452017-07-11 07:45:00
Erminio Ferrari @laRegione

Non tutto finisce a Mosul

Basterebbero le fotografie aeree di ciò che resta di Mosul per chiederci che cosa abbia inteso dire il premier iracheno Abadi annunciandone la “liberazione”. Va da sé che ogni sconfitta dello...

Basterebbero le fotografie aeree di ciò che resta di Mosul per chiederci che cosa abbia inteso dire il premier iracheno Abadi annunciandone la “liberazione”. Va da sé che ogni sconfitta dello Stato Islamico (che proprio in quella città ebbe la sfrontatezza di autoproclamarsi Califfato) è un buona notizia, ma non abbastanza per essere considerata risolutiva del conflitto in corso in quelle terre, e meno ancora per accogliere come definitiva la narrazione dei fatti diffusa dai vincitori.

A un livello “locale”, la cacciata dell’Isis da Mosul può certamente essere vissuta come una liberazione dagli abitanti rimasti tanto a lungo ostaggi delle vessazioni dello Stato Islamico e dei virulenti combattimenti sostenuti per sconfiggerlo. Mentre per il governo iracheno si tratta di una necessaria affermazione militare e politica. Che tuttavia i “liberati” vogliano o possano attendersi considerazione e trattamento degno da parte dei “liberatori” è almeno dubbio; nella stessa misura in cui non si può parlare di vittoria irachena a Mosul senza considerare il ruolo delle potenze esterne che vi hanno concorso.

Non è un caso cioè che l’Isis sia nato in Iraq. Se sul piano ideologico lo si può definire una filiazione di al Qaida, sul piano dell’organizzazione e del radicamento territoriale, l’Isis è figlio della rivolta sunnita generata, alla caduta del regime di Saddam Hussein, dal radicale sovvertimento del sistema che (complice la stolta politica degli uomini di Bush) ha consegnato il potere in mano sciita. Forzando la semplificazione: all’Iran.

Niente di quello scenario è sufficientemente cambiato per ritenere che il risentimento sunnita sia rientrato; se non per la comparsa dell’Isis (le cui prime vittime sono state le stesse popolazioni sunnite, vessate innanzitutto da quei foreign fighters ubriachi di ideologia) e il tentativo delle coraggiose forze curde di volgere a vantaggio della propria causa la destabilizzazione nell’area.

E per le stesse ragioni la partita per Mosul è esemplare della dimensione sovraregionale del disastro siroiracheno. Se al ruolo dei peshmerga curdi e dell’Iran si è già accennato (non di sicuro limitato a Mosul) basterebbe scorrere il lunghissimo elenco dei Paesi presenti direttamente o indirettamente sul fronte e nei cieli della battaglia per averne un’eloquente conferma. Il problema, dunque, è che la sconfitta dell’Isis è solo la condizione per dare corso a obiettivi strategici ben divergenti, se non opposti e conflittuali. All’origine di un successivo conflitto non meno devastante.

L’altra questione è il destino dell’Isis e come questo si rifletterà sui territori che controllava o ancora controlla, ma anche sui “fronti” che i suoi strateghi hanno aperto fino in Europa. La sua sconfitta militare non è ancora una sconfessione ideologica o di credibilità tale da far cedere le armi alle migliaia di militanti dispersi, o da far ricredere l’estesissima “zona grigia” che gli fa da retroterra nel Levante e in certe aree d’Europa.

Inoltre, secondo non pochi analisti, la disfatta militare accentuerà da un lato un’attività di terrorismo pulviscolare un po’ ovunque; e soprattutto favorirà la restituzione ad al Qaida del primato ideologico e operativo all’interno dell’universo jihadista. In altri termini: la sconfitta del Califfato confermerebbe le ragioni dell’organizzazione fondata a Bin Laden, che non considerava affatto l’opportunità di insediarsi come potere statuale, privilegiando al cuore della propria strategia la guerra all’Occidente e ai suoi sodali. Gli sconfitti di Mosul, li rivedremo cioè presto altrove. Quanto ai vincitori, abbiamo già visto di che cosa sono (in)capaci.

10.7.2017, 08:352017-07-10 08:35:11
Roberto Antonini

Dal G20 al G19

Storico il summit di Amburgo lo è a diversi titoli. Per la prima volta i paesi più influenti del pianeta escono dalla retorica del consenso e ammettono nel comunicato finale le loro divergenze. Riguardano...

Storico il summit di Amburgo lo è a diversi titoli.
Per la prima volta i paesi più influenti del pianeta escono dalla retorica del consenso e ammettono nel comunicato finale le loro divergenze. Riguardano essenzialmente la posizione americana in materia ambientale. Che per 19 paesi su 20 l’accordo sul clima sia da considerarsi irreversibile è fatto di straordinaria importanza. Il 19 a 1 può dunque essere visto come una pietra miliare nella battaglia contro il disastro ambientale globale. Merito in particolare della leadership tedesca e ora anche francese. Nonché degli sforzi innegabili, ancorché del tutto insufficienti, che la Cina, leader mondiale nel campo dell’energia solare, sta producendo.

Che gli Stati Uniti d’America, primo paese per inquinamento pro capite al mondo, ribadiscano in un arroccamento di cieco egoismo che il futuro del pianeta e del bene comune sia secondario rispetto alla logica del business, non può tuttavia che essere visto come un pericoloso passo indietro. La politica di Trump, condizionata dalle lobby delle energie fossili, affossa le aperture ambientaliste importanti promosse dal suo predecessore Barack Obama: che l’attuale inquilino della Casa Bianca voglia piantare quattro chiodi sulla bara dell’ecologia lo suggella la decisione annunciata due giorni fa da Washington, e passata un po’ inosservata, di ridurre di un terzo il budget dell’Epa, l’agenzia responsabile di tutta la politica ambientale americana. “Mai il nostro mondo è apparso tanto diviso, mai il bene comune è stato tanto minacciato” ha tuonato Emmanuel Macron. I segnali giunti da Amburgo sembrano indicare che il presidente francese abbia colto l’occasione dell’isolamento americano sulla scena internazionale, per tentare la carta della leadership franco-tedesca: una mossa per far rinascere l’asse Parigi-Berlino con una cancelliera che esterna, in un contesto di disordine mondiale, una forte leadership. Il summit conclusosi ieri segna dunque un’ulteriore tappa dell’isolamento statunitense: “loro non vedono il mondo come una cooperazione internazionale basata sul diritto comune, ma come un’arena dove si combatte e vince il più forte” ha sintetizzato il capo della diplomazia tedesca Sigmar Gabriel. Il divorzio con gli Usa al quale stiamo assistendo non è unicamente di natura politica: Donald Trump con il suo agire grezzo e unilaterale è l’incarnazione del declino ideologico della superpotenza: i suoi modi erratici, le sue tracimazioni verbali e i grotteschi eccessi comportamentali stanno riducendo quella che era una leadership mondiale ad uno spettacolo di vaudeville. Sintomatica al riguardo la reazione di uno dei maggiori scienziati e climatologi americani, Ben Santer, che in un fondo pubblicato ieri dal ‘Washington Post’ lancia un appello affinché il paese non lasci vincere “l’ignoranza del presidente Trump”. Per anni, nel dopo guerra fredda, si è discusso attorno al concetto di “America, potenza indispensabile”. Con l’attuale presidenza si teme che gli Usa assumano unicamente il ruolo di potenza dannosa. In fondo, nel suo celebre saggio “Ascesa e declino delle grandi potenze” lo storico Paul Kennedy aveva già previsto l’imminenza della fine dell’egemonia del suo paese. È come se il vertice di Amburgo avesse definitivamente chiuso quel “secolo americano” che la fine del bipolarismo aveva prolungato nel XXI secolo.

7.7.2017, 08:352017-07-07 08:35:07
Erminio Ferrari @laRegione

G Venti meno uno

Non soltanto per insofferenza nei confronti della ritualità degli incontri internazionali Donald Trump affronterà con qualche aggressivo imbarazzo il G20 che si apre oggi ad Amburgo. Il presidente...

Non soltanto per insofferenza nei confronti della ritualità degli incontri internazionali Donald Trump affronterà con qualche aggressivo imbarazzo il G20 che si apre oggi ad Amburgo. Il presidente statunitense vi giunge più debole di quanto voglia dare a vedere, accolto da un contesto in cui sospetto e disistima nei suoi confronti non vengono più mascherati. In questo senso, un’ennesima e pur stucchevole kermesse di “grandi” (seppure questa ben più rappresentativa dello stato del mondo, dell’inutile e sorpassato G7) potrebbe favorire sviluppi politicamente più che interessanti.

A partire, va da sé, dall’incontro fra Trump e Putin, che cade – per ammissione reciproca – nel momento in cui le relazioni tra Usa e Russia hanno toccato il livello più critico da anni. I sei mesi di presidenza Trump non solo non hanno allentato le tensioni dell’epoca Obama, ma – rivelando l’infondatezza della professata vicendevole ammirazione tra Putin e Trump – hanno contribuito ad approfondire il sospetto reciproco e ad aggravare il contrasto strategico tra le due potenze. Con sulle spalle il macigno del Russiagate, per Trump non sarà facile vantare di avere trovato con l’omologo russo “una chimica straordinaria” (formula che ha particolarmente cara, già spesa, e si vede con quale esito, con Xi Jinping). Né potrà permettersi atteggiamenti da bullo con il judoka del Cremlino, in difficoltà non minori quanto alla politica interna, ma ben più attrezzato nell’esercizio del dominio.

Quel Putin che arriva ad Amburgo, reduce da un incontro con il presidente cinese, servito a concordare un più stretto coordinamento delle reciproche politiche estere: non ancora la formalizzazione di un asse Russia-Cina, ma l’indicazione precisa di un orientamento strategico nel quale Washington non trova posto se non come competitor (non ancora nemico ma quasi). Se infatti il fronte delle guerre per procura, o “a bassa intensità” tra Mosca e Washington va dal Mar Baltico alla sterminata trincea siro-irachena, il confronto con Pechino ha per teatro mezzo mondo: dal controllo delle rotte del Pacifico occidentale allo sfruttamento delle risorse di Sudamerica e Africa, dove la Cina è penetrata come un coltello nel burro. Conquistando la deferenza dei governi (anche i più impresentabili) allettati da una quantità di soldi mai vista, e lasciando a Washington il controllo di basi militari che non servono ad altro che ad attrarre risentimenti locali e odio ideologico.
Infine, seppure costretti nel ruolo di pesci piccoli, Trump incontrerà ad Amburgo la diffidenza degli europei, quegli interlocutori di cui più volentieri si è fatto alternativamente beffe o ha blandito con suprema ipocrisia. A partire da Angela Merkel, padrona di casa, alla quale lo oppongono stile, progetti e caratura politica. La cancelliera e i suoi pari europei (l’interessata, calorosa accoglienza a Varsavia non fa testo) non tollerano la disinvoltura di un presidente che denuncia con un’alzata di spalle gli accordi sottoscritti dal proprio Paese, e diffidano di un uomo le cui pulsioni – per limitarci a quelle comunicative – non rispettano gli standard, anche di decoro, della presidenza Usa come hanno constatato molti imbarazzati senatori del suo stesso partito.

L’idea di vedere contraffatti via twitter i contenuti di colloqui “riservati”, e sbertucciati gli interlocutori di turno, non fa che alimentare la diffidenza e la sfiducia degli europei nei confronti di Trump. Il quale non ha forse ancora capito che un presidente temuto può forse vantare una certa forza; mentre uno disprezzato deve semmai temere la forza altrui.

3.7.2017, 08:302017-07-03 08:30:00
Aldo Sofia

Se gli ‘umanitari’ sono il problema

È lunga la catena di cause, responsabilità e temporanei esiti della questione profughi, tornata ad essere ‘emergenziale’ con più di quindicimila sbarchi sulle coste italiane in...

È lunga la catena di cause, responsabilità e temporanei esiti della questione profughi, tornata ad essere ‘emergenziale’ con più di quindicimila sbarchi sulle coste italiane in meno di una settimana.

Emergenza umanitaria. Ma anche politica ed europea. Di quella parte di Europa che davvero si illude di aver superato la cosiddetta minaccia populista se non trova, come finora non ha trovato, una politica condivisa su come affrontare e governare il massiccio afflusso di migranti sulla sua frontiera meridionale.

Non basta certo la vittoria elettorale di un Macron europeista per decretare la fine dell’eurofobia; neppure basterà quella di una Merkel che non molti mesi fa sembrava doversi schiantare sotto il peso di quasi un milione di profughi lasciati entrare in Germania; e nemmeno la ipotetica rimessa in moto della locomotiva franco-tedesca sarà sufficiente a trascinare l’Ue fuori dalla palude della sua lunga crisi se, insieme al già problematico rilancio economico e sociale, non si dovesse disincagliare il vascello europeo dal dramma dei migranti.

Che non è tanto, o soprattutto, una questione di numeri. Prendiamo l’esempio più vicino e “caldo” e attuale, quello italiano. Di recente l’Istat, il più autorevole istituto statistico della Penisola, ha certificato che la popolazione straniera nella Repubblica è sostanzialmente stabile dal 2014; mentre c’è chi ha potuto autorevolmente sostenere che, cifre alla mano, quando si parla di ‘invasione e sostituzione etnica’, si parla in realtà di uno 0,03 per cento all’anno. Il problema è dunque un altro. Meglio: i problemi sono altri. E insieme contribuiscono a diffondere – complice una propaganda senza scrupoli – una percezione di inquietudine in vasti settori di opinione pubblica, che al fenomeno migratorio attribuisce ormai la responsabilità di molta parte dei propri problemi. Alla paura non è quindi facile o utile rispondere con cifre, dati di fatto e pragmatici ragionamenti. Né le origini del fenomeno (guerre, dittature, fame), né i valori fondanti della democrazia occidentale (come in passato fu per i fuggiaschi da paesi ex sovietizzati che oggi sono i primi ad alzare nuovi muri), né le prediche dei demografi (il vecchio continente bisognoso di forze nuove), e nemmeno alcune responsabilità storiche dell’Occidente (dal colonialismo alle recenti ‘guerre sbagliate’) riescono a fare da calmiere là dove è in gioco anche un’altra percezione ampiamente alimentata ad arte: il pericolo della nostra rovinosa disintegrazione identitaria.

Presa in questa tenaglia, l’Europa paga inoltre tutta la sua debolezza politica. Deve sborsare miliardi e scendere a patti col liberticida Erdogan affinché si tenga in Turchia milioni di profughi della macelleria siriana; si pente di aver provocato l’eliminazione anche fisica di un dittatore come Gheddafi; in Libia scommette sul governo di Tripoli in contrapposizione a quello di Tobruk mentre le coste da cui partono barconi e disperati sono formalmente sotto il ‘controllo’ del suo alleato Fayez al Serraj; fantastica di inviare truppe al confine fra Niger e Libia per bloccare i flussi subsahariani; e nemmeno riesce a trovare l’accordo per il ricollocamento negli altri 25 paesi di 120’000 richiedenti l’asilo sbarcati in Italia e Grecia (una media di cinquemila profughi a nazione). E intanto fa credere che oggi il vero grande unico problema sia quello delle… organizzazioni umanitarie.

26.6.2017, 08:302017-06-26 08:30:27
Roberto Antonini

No all'espulsione della famiglia siriana: “Una crepa nell’indifferenza”

Ci sono voluti i ragazzi della classe IV C del Liceo di Lugano 1 per increspare le acque dell’indifferenza. In un sabato sudaticcio...

Ci sono voluti i ragazzi della classe IV C del Liceo di Lugano 1 per increspare le acque dell’indifferenza. In un sabato sudaticcio d’inizio estate, in piena cerimonia di consegna dei diplomi al Palazzo dei Congressi, nella fanfara di discorsi di rito, di assegnazione di premi, di canapè e bicchieri di prosecco, hanno incuneato una raccolta di firme e una lettera indirizzata al presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli.
Quattro pagine fitte fitte, corredate da una solida documentazione, per chiedere all’esecutivo cantonale di intervenire a favore dei Gemmo, una famiglia di richiedenti asilo curdo-siriani  (vedi articolo pubblicato ieri).

La sentenza del Tribunale amministrativo federale che conferma la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (Sem) non lascia loro in pratica alcuna speranza di rimanere nel Centro Barzaghi gestito dalla Croce Rossa a Paradiso.
Dopo un anno in Ticino, due ragazzi ora maggiorenni si sono visti intimare l’ordine di lasciare il nostro territorio e di partire alla volta della Grecia (dove al loro arrivo dalla Turchia ai sette membri della famiglia sono state prese le impronte digitali decretando in tal modo – in base alle direttive di Dublino – che è lì che devono attendere l’espletazione della domanda di asilo), mentre per i tre fratelli minorenni e i due genitori il decreto di espulsione è provvisoriamente sospeso.

Rapporti di Amnesty International e del Greek Council for Refugees avvalorano la tesi dei liceali: le condizioni di accoglienza dei profughi in Grecia, paese colpito da una profonda crisi economica, non sono conformi al diritto e alla dignità delle persone.
In una lettera accompagnatoria inviata anche alla Commissione delle petizioni del Gran Consiglio (per tentare di ostacolare ulteriormente l’allontanamento) sottoscritta da alcune personalità ticinesi, si sostiene che la richiesta di revoca dell’espulsione formulata dalla IV C di Lugano, trova fondamento giuridico nella Costituzione federale (articoli 12 e 25 capoverso 3) in quanto i giovani espulsi rischiano di essere sottoposti a un trattamento disumano.

Dal profilo giuridico l’ultima parola spetta alla Segreteria della migrazione e non al Consiglio di Stato; l’obiettivo a brevissimo termine è dunque sospensivo.
Quello dei Gemmo è un dramma umano fra i tanti (per loro quattro anni di peregrinazione fuori dal loro paese nella speranza di trovare un po’ di stabilità e sicurezza, un padre accasciato nell’insostenibilità di una vita di stress, ricoverato a Mendrisio).

A far notizia oggi è dunque altro: un gruppo di ragazzi allergici a un mondo che accetta la sofferenza si mobilita: nei pomeriggi liberi dell’anno scolastico avevano pensato di andare ad aiutare i loro coetanei del centro asilanti: sono persone “squisite” scrivono nella lettera i liceali, stigmatizzando una situazione “tremendamente ingiusta”. I richiedenti asilo che hanno conosciuto non si riducono a numeri e statistiche. Hanno legato, si sono affezionati, hanno imparato ad apprezzarli, non vogliono che ripartano nella “no mans land” dell’incertezza e delle angosce.

L’iniziativa di questi giovani è un atto di sedizione contro l’indifferenza, da cui traspare una forte empatia per chi porta impresso il marchio dei vinti: un gesto dall’indubbio valore umano, in grande contrasto con quella pilatesca lavata di mani nel lavacro del nostro benessere e della nostra tranquillità, nel quale rischiano di affogare quegli stessi valori di civiltà che pretendiamo di difendere.