Analisi

Ieri, 08:002017-11-22 08:00:11
Erminio Ferrari @laRegione

La crisi di Merkel contagia l’Europa

“Non è la Germania di Weimar – si dice – e non sono gli anni Trenta”. Va bene, non sono gli anni Trenta e a Berlino siede ancora Angela Merkel, ma che questo sia un sufficiente...

“Non è la Germania di Weimar – si dice – e non sono gli anni Trenta”. Va bene, non sono gli anni Trenta e a Berlino siede ancora Angela Merkel, ma che questo sia un sufficiente motivo di sollievo, no.

Certo, l’Europa non è reduce da una Grande guerra, non ci sono trincee in cui risuonano le voci di milioni di morti, né risentimenti a presidiare frontiere ancora insanguinate. Ma analoghe, se non identiche, lacerazioni – qui in forma palese, là sottotraccia – percorrono le società, paradossalmente anche quelle che vantano un tasso di benessere niente affatto disprezzabile, producendo un livore che quando è rivolto alle élite le sommerge di discredito. Élite ciniche o “sonnambule”, indegne o inadeguate.

“Allora” da un simile brodo di coltura germogliarono i fascismi. Oggi basta volgersi attorno, e solo una deliberata cecità potrebbe impedire di vederne l’avvento, li si chiami come si vuole. Basterebbe poi sostituire l’aggettivo islamico a quel “pericolo” che novant’anni fa era rappresentato dal bolscevismo, per comprendere l’indulgenza crescente con cui si guarda alle loro espressioni di piazza o nelle sedi istituzionali in cui già siedono.

È in questa Europa che la Germania “di” Angela Merkel sperimenta una delle crisi politiche più preoccupanti degli ultimi decenni, secondo alcuni dell’intera sua storia democratica. Il fallimento dei negoziati per la formazione di un nuovo governo – un evento che rientrerebbe nelle dinamiche politiche ordinarie di ogni società democratica – è stato inteso quasi come l’indizio più certo della rottura di un ordine basato sulla figura stessa della cancelliera.

Per carità: assegnare a questo passo falso il significato di pietra tombale sulla carriera politica di Merkel è quantomeno affrettato. Un recupero dei riottosi potenziali alleati di governo è ancora possibile; né è assolutamente scontato che eventuali nuove elezioni rovescerebbero la cancelliera; e se pure ciò avvenisse sarebbe soltanto la conferma che fortunatamente l’eternità non è una categoria politica. In tal caso dovremmo riconoscere di avere frainteso una parabola discendente con una ponderata strategia di opacità e attesa.

Eppure, mai come in questa circostanza le dinamiche interne alla Germania si riflettono, condizionandola, sull’intera scena europea. La vittoria elettorale di Angela Merkel era stata accolta quasi ovunque come una conferma della solidità di alcuni “fondamentali” o almeno come un approdo sicuro per i naufraghi di un’Europa alla deriva. E in parte lo era, lo è, senza dubbio. Nel deserto di figure degne di accreditarsi come statisti, non restava che “Mutti”.

Ora si sa che anche lei potrebbe andarsene. Vittima, in patria, della propria stessa arte di fagocitare istanze e programmi altrui, finendo per svuotare di argomenti i discorsi degli avversari più prossimi, senza tuttavia sostituirvi una proposta forte a sufficienza. E vittima, dall’altro lato, dell’avvento – inatteso, negato anche di fronte all’evidenza – di una opposizione che non ne contesta solo le politiche, ma la legittimità stessa. Cancelliera tedesca, sì, ma in questo del tutto simile a un qualsiasi capo di governo nel resto d’Europa. Di quei pavidi governi che dietro la sua sagoma cercavano riparo o che la indicavano come bersaglio grosso e più facile da colpire. Se dunque gli anni non sono i Trenta del secolo scorso, anche oggi una implosione politica della Germania facilmente trascinerebbe con sé più di una capitale. Non verso una guerra, no, ma verso qualcosa che non sappiamo.

9.11.2017, 08:452017-11-09 08:45:00
Erminio Ferrari @laRegione

Non solo Sicilia

La Sicilia è la Sicilia, d’accordo, ma non si può ignorare come e quanto il risultato delle elezioni regionali potrà proiettarsi su quelle nazionali della prossima primavera. O provarci, almeno.

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La Sicilia è la Sicilia, d’accordo, ma non si può ignorare come e quanto il risultato delle elezioni regionali potrà proiettarsi su quelle nazionali della prossima primavera. O provarci, almeno.

Intanto va detto che la destra vincitrice e quella sconfitta – stracciando entrambe un Pd e una sinistra sfiancati dalle proprie contraddizioni – si sono disputate il primato di meno della metà degli elettori. Il trucco di vantare percentuali di consensi identiche o leggermente salite rispetto a quelle del turno elettorale precedente è facilmente smascherato una volta che le si traduca in numeri assoluti.

In questo quadro generale, la vittoria della destra, di un presidente post-fascista, non è una grande sorpresa. Lo fu, semmai, quella di Rosario Crocetta (sostenuto dal centrosinistra), cinque anni fa: fortunosa e quasi rocambolesca. Una parentesi in una tradizione consolidata.

Né può sorprendere il tonfo di ciò che resta del Pd. La leadership erratica e narcisa del suo segretario raccoglie, meritatamente, ciò che ha seminato. Mentre alla sua sinistra, velleitarismo e risentimento sembrano per ora produrre nient’altro che un improduttivo (e inaffidabile) cameratismo da reduci.

Sicché, il segnale politico più interessante parrebbe piuttosto questo: la sconfessione, certificata dall’altissima percentuale di astenuti (più che dall’aver mancato una vittoria data per certa), del partito di Grillo. Quel “popolo” disgustato dalla politica, dalla casta eccetera, e che solo nei 5Stelle avrebbe dovuto trovare salvezza, non se li è filati. Se davvero la missione di cui si credono investiti è quella di “riportare la gente” alla politica, faranno bene a disilludersi, o almeno a ripensare al modo in cui la conducono.

E poi c’è Berlusconi, del quale non pativamo la mancanza (se non come fonte di ispirazione…). Assegnare a lui il merito del successo della destra è corretto, ma solo in parte. Se non altro perché Berlusconi non aveva contro un Prodi o un Ulivo, ma una masnada di concorrenti che in larga parte pescano in quello che a lungo è stato il suo stesso elettorato, e talvolta ne sono un prodotto. Con tutto che, data la sua incandidabilità, anche alle prossime politiche Berlusconi potrà tutt’al più valere da brand, l’equivalente della griffe cucita su capi “di lusso” prodotti da proletari sottopagati in paesi del terzo mondo. E bisognerà vedere se gli appetiti suscitati da una vittoria che ne promette altre non finiranno per far scannare tra di loro i sempiterni rivoluzionari di corte: una volta Fini e Bossi; oggi Salvini e Meloni.

Ma l’interpretazione di questo scenario, forse meno agevole e perciò più interessante, sembra un’altra, pur la Sicilia restando la Sicilia. Non si poteva cioè pensare che l’Italia, avendola in definitiva aiutata a nascere, restasse immune dall’ondata di destra (quella sovranista, identitaria eccetera) che cresce in tutta Europa.

Se in Francia quel furbone di Macron (presto si vedrà se non è soltanto un Renzi che ha studiato) è riuscito a fermare Marine Le Pen, è solo perché nel confronto diretto la maggior parte degli elettori – e comunque pochi anche lassù – non ha avuto lo stomaco di votare un’improbabile Giovanna d’Arco finita lì in virtù del cognome fascista che porta. Mentre in Germania solo il grigiore programmatico di Angela Merkel ha potuto arginare (per l’ultima volta, probabilmente) la crescita di Alternative für Deutschland. Altrove, dall’Olanda all’Austria, i governi si formano con il sostegno dell’estrema destra, o scippandola dei suoi contenuti.

Perché l’Italia dovrebbe fare eccezione? Forse perché Renzi si illude ancora di riuscire a spacciare il proprio vuoto per un “pieno” di idee? Nuove, oltretutto?

No. Il nuovo oggi viene da “quella” destra, libera dai tabù del dopoguerra, padrona di un linguaggio che media vecchi e nuovi hanno veicolato e reso “accettabile”. La Sicilia allora è la Sicilia, l’Italia, l’Europa.

4.11.2017, 10:462017-11-04 10:46:00
@laRegione

Constantin e gli eroi alpini

di Sandro Guzzi-Heeb, storico

Ha fat­to re­cen­te­men­te scal­po­re l’ul­ti­ma pro­dez­za del ca­ri­sma­ti­co pre­si­den­te dell’Fc Sion, Ch­ri­stian Con­stan­tin, co­sì co­me le...

di Sandro Guzzi-Heeb, storico

Ha fat­to re­cen­te­men­te scal­po­re l’ul­ti­ma pro­dez­za del ca­ri­sma­ti­co pre­si­den­te dell’Fc Sion, Ch­ri­stian Con­stan­tin, co­sì co­me le rea­zio­ni che es­sa ha pro­vo­ca­to. Co­me no­to, Con­stan­tin ha pre­so a schiaf­fi e a cal­ci un esper­to te­le­vi­si­vo, Rolf Frin­ger, da­van­ti agli obiet­ti­vi del­le te­le­ca­me­re. L’in­te­res­san­te è che que­sto at­to di ven­det­ta per­so­na­le non sem­bra aver­gli alie­na­to le sim­pa­tie dei suoi am­mi­ra­to­ri val­le­sa­ni. In que­sto, l’at­teg­gia­men­to di Con­stan­tin ri­cor­da al­cu­ni pre­ce­den­ti sto­ri­ci, co­sì co­me al­tre fi­gu­re ca­ri­sma­ti­che dei can­to­ni pe­ri­fe­ri­ci, in par­ti­co­la­re quel­la di Giu­lia­no “Na­no” Bi­gna­sca. Nor­mal­men­te gli au­to­ri di si­mi­li pa­le­si in­fra­zio­ni, col­ti in fal­lo, si af­fret­ta­no a scu­sar­si pub­bli­ca­men­te, cer­can­do di ar­gi­na­re il dan­no me­dia­ti­co. Non co­sì il pre­si­den­tis­si­mo val­le­sa­no, il qua­le, ben lon­ta­no dal pen­tir­si e an­co­ra di più dal­lo scu­sar­si, ha in­ve­ce espres­so una cer­ta sod­di­sfa­zio­ne, am­met­ten­do so­lo che la rea­zio­ne era sta­ta for­se “trop­po val­le­sa­na”. Con­stan­tin gio­ca vi­si­bil­men­te con un rap­por­to am­bi­guo fra una par­te del­la po­po­la­zio­ne del Val­le­se e la le­ga­li­tà ema­nan­te dal­lo sta­to cen­tra­le, non­ché con le re­go­le di cor­ret­tez­za po­li­ti­ca re­la­ti­ve. Se il suo com­por­ta­men­to ha in­di­gna­to una par­te dei sui con­cit­ta­di­ni, non sem­bra aver­gli fat­to per­de­re ogni sim­pa­tia nel can­to­ne. Con­stan­tin, si sa, non è del re­sto nuo­vo al me­nar le ma­ni da­van­ti al­le te­le­ca­me­re, sen­za che ciò ab­bia in­cri­na­to la sua po­po­la­ri­tà: nel 2016 il go­ver­no val­le­sa­no ha avu­to il buon gu­sto di far­si ri­trar­re nel­la fo­to uf­fi­cia­le sul ter­raz­zo del­la vil­la del pre­si­den­te del Club di cal­cio di Sion.

Il mi­to di Fa­ri­net

In que­sto, Con­stan­tin se­gue in par­te le trac­ce del fa­mo­so fal­sa­rio ot­to­cen­te­sco, Jo­se­ph-Sa­muel Fa­ri­net, il cui mi­to è an­co­ra ben vi­vo nel Val­le­se di og­gi; tan­to che è im­mor­ta­la­to in un per­cor­so sto­ri­co-tu­ri­sti­co a Sail­lon, do­po es­ser sta­to ce­le­bra­to in nu­me­ro­se ope­re sto­ri­che e let­te­ra­rie. Non per nien­te, an­che Fa­ri­net, inu­til­men­te in­se­gui­to per an­ni dal­le po­li­zie di va­ri Pae­si, è sta­to uti­liz­za­to co­me eroe e rap­pre­sen­tan­te di un “vieux pays”, di un Val­le­se tra­di­zio­na­le, sup­po­sto li­be­ro, in quan­to am­pia­men­te esen­te da fa­sti­dio­si in­ter­ven­ti del­lo sta­to, da leg­gi com­pli­ca­te e re­go­la­men­ta­zio­ni am­mi­ni­stra­ti­ve. Ta­le rap­por­to te­so con la le­ga­li­tà “mo­der­na”, ed ema­nan­te dai cen­tri, è vi­si­bi­le nel Val­le­se e nel­le zo­ne al­pi­ne an­che at­tra­ver­so al­tri sin­to­mi: l’op­po­si­zio­ne stri­scian­te al­la po­li­ti­ca fe­de­ra­le di pro­te­zio­ne del lu­po, ad esem­pio, ma an­che at­tra­ver­so in­ter­pre­ta­zio­ni piut­to­sto li­be­re del­le nor­ma­ti­ve sul­la pia­ni­fi­ca­zio­ne del ter­ri­to­rio.

Un Bi­gna­sca val­le­sa­no?

Na­tu­ral­men­te Con­stan­tin non rap­pre­sen­ta l’uni­co gran­de pro­vo­ca­to­re sul­la sce­na sviz­ze­ra; an­zi, la pro­vo­ca­zio­ne è di­ven­ta­ta par­te in­te­gran­te del­la vi­ta po­li­ti­ca. Ma in po­chi si so­no spin­ti co­sì pa­le­se­men­te al di là del­la le­ga­li­tà, sen­za trop­po pre­oc­cu­par­se­ne e sen­za na­scon­der­si. Uno de­gli esem­pi più il­lu­mi­nan­ti, nel­la sto­ria re­cen­te, è sta­to quel­lo del de­fun­to pre­si­den­tis­si­mo del­la Le­ga dei Ti­ci­ne­si, Giu­lia­no Bi­gna­sca – non a ca­so un al­tro mi­lio­na­rio. Per­so­na mol­to di­scus­sa per la sua con­dot­ta per­so­na­le, spre­giu­di­ca­ta ne­gli af­fa­ri e più vol­te in con­flit­to con la giu­sti­zia, an­che Bi­gna­sca ha sa­pu­to trar­re van­tag­gio da ta­li sba­va­tu­re, pro­po­nen­do­si co­me ri­bel­le con­tro uno sta­to li­ber­ti­ci­da, con­tro una pre­sun­ta éli­te in­chio­da­ta agli scran­ni del po­te­re ol­tre che con­tro sva­ria­ti al­tri ne­mi­ci. Con il suc­ces­so che tut­ti ab­bia­mo po­tu­to os­ser­va­re. Cre­do che vi­cen­de del ge­ne­re sia­no og­gi pos­si­bi­li so­lo nei can­to­ni al­pi­ni o pe­ri­fe­ri­ci, in cui sto­ri­ca­men­te la le­git­ti­ma­zio­ne del­lo sta­to e del­le sue nor­me è de­bo­le, es­sen­do sta­ta in par­te vis­su­ta co­me un’im­po­si­zio­ne ester­na: sia il can­ton Ti­ci­no che il Val­le­se mo­der­no so­no, di­ret­ta­men­te o in­di­ret­ta­men­te, fi­gli del­la ri­vo­lu­zio­ne fran­ce­se e di Na­po­leo­ne, an­che se lo am­met­to­no mol­to mal­vo­len­tie­ri. Can­to­ni in cui, co­mun­que, grup­pi in­fluen­ti del­la po­po­la­zio­ne da se­co­li in­trat­ten­go­no un rap­por­to am­bi­guo con lo sta­to e le leg­gi. Nei can­to­ni ur­ba­ni, i pro­vo­ca­to­ri e gli pseu­do-ri­bel­li non man­ca­no, ma sfog­gia­no vo­len­tie­ri la cra­vat­ta e un’im­pec­ca­bi­le im­ma­gi­ne di ri­spet­ta­bi­li­tà bor­ghe­se.

Lom­bar­di e Su­ter

A Gi­ne­vra, Eric Stauf­fer, al­tro ri­bel­le lo­ca­le con va­ri pre­ce­den­ti giu­di­zia­ri, ha avu­to un cer­to suc­ces­so col suo Mou­ve­ment ci­toyens ge­ne­vois (Mcg), ma poi ha do­vu­to ab­ban­do­na­re il suo par­ti­to pro­te­sta­ta­rio e sem­bra aver per­so pa­rec­chi so­ste­gni. Su un’al­tra sca­la, at­teg­gia­men­ti dif­fe­ren­ti si so­no vi­sti in oc­ca­sio­ne di con­flit­ti di al­cu­ni uo­mi­ni po­li­ti­ci con la giu­sti­zia. In Ti­ci­no, Fi­lip­po Lom­bar­di, bec­ca­to più vol­te al vo­lan­te con tas­si al­co­li­ci ec­ces­si­vi, è sta­to rie­let­to sen­za pro­ble­mi all’as­sem­blea fe­de­ra­le ed è an­co­ra og­gi sul­la cre­sta dell’on­da. Nel can­ton Ber­na, in­ve­ce, Marc F. Suter, mor­to re­cen­te­men­te, per mo­ti­vi si­mi­li ha do­vu­to di­re ad­dio al­la sua car­rie­ra po­li­ti­ca.

Un ri­bel­le pri­mi­ti­vo?

Da que­sto pun­to di vi­sta, il com­por­ta­men­to di Con­stan­tin ri­cor­da va­ga­men­te quel­lo di eroi del pas­sa­to che il gran­de sto­ri­co Eric Hob­sba­wm ha de­fi­ni­to co­me “ri­bel­li pri­mi­ti­vi”. Nel sen­so di fuo­ri­leg­ge che, pur sen­za as­su­me­re un’ideo­lo­gia pre­ci­sa, si so­no fat­ti in qual­che mo­do in­car­na­zio­ne di uno spi­ri­to di op­po­si­zio­ne con­tro lo sta­to, con­tro i po­te­ri eco­no­mi­ci o la mo­der­ni­tà in ge­ne­ra­le. Un esem­pio re­la­ti­va­men­te re­cen­te è sta­to quel­lo del mi­ti­co ban­di­to Sal­va­to­re Giu­lia­no nel­la Si­ci­lia del se­con­do do­po­guer­ra. Non sia­mo evi­den­te­men­te an­co­ra al li­vel­lo del ban­di­ti­smo aper­to. Tut­ta­via, l’azio­ne di ta­li ri­bel­li no­stra­ni, e il lo­ro re­la­ti­vo suc­ces­so, evi­den­zia­no uno scol­la­men­to po­li­ti­co e cul­tu­ra­le tra va­rie re­gio­ni o va­ri grup­pi all’in­ter­no del­lo sta­to, che in­ter­pre­ta­no con­ce­zio­ni cul­tu­ra­li op­po­ste. Una scis­sio­ne non an­co­ra dram­ma­ti­ca, ma che può in­quie­ta­re, do­po aver vi­sto cos’è suc­ces­so ne­gli Sta­ti Uni­ti con l’ele­zio­ne di un al­tro pre­sun­to “ri­bel­le” co­me Do­nald Trump.

4.11.2017, 08:302017-11-04 08:30:42
Silvano Toppi

Di fiducia e trasparenza

Se c’è qualche affare che è andato alla malora ed è finito in Giustizia, qualche garbuglio politico che si fatica a dirimere, qualche controllo amministrativo passato sotto i ponti, qualche...

Se c’è qualche affare che è andato alla malora ed è finito in Giustizia, qualche garbuglio politico che si fatica a dirimere, qualche controllo amministrativo passato sotto i ponti, qualche contabilità pubblica o privata che ha preferito il gioco delle sette pietre, immancabilmente appare l’invocazione del mantra di tutti i mantra: trasparenza, ci vuole più trasparenza. Il fatto è che da molti tempi, ormai, la si invoca (soprattutto dall’inizio della grande crisi), ma poiché torna con frequenza inflazionata si comincia a credere che è una bella mascherata. Anche perché la trasparenza richiede regole e si fugge subito per la tangente maledicendo le dande della burocrazia. Si comincia allora a rovesciare il mantra e a credere che ogni affare, politico o economico, finisce sempre per avere una buona dose di opacità per imporsi e riuscire. A questa ovvietà si è persino appioppata una etichetta scientifica definendola «asimmetria di informazione». Se ti vendo un’auto usata non ti dirò tutto (non posso essere trasparente) perché finirei per perderci o indurti a non acquistarla. Si è meritato un premio Nobel chi ne ha fatto una ideologia.

Svalutata ormai la trasparenza per ideologia e usura, su ogni bocca di governante impantanato, di politico seriamente impegnato, di manager preoccupato, di economista benevolo, è apparsa ora un’altra parola che richiede però molto più impegno, anche perché meno accertabile della trasparenza: fiducia. Ritrovare la fiducia nello Stato, nella politica, nei politici, nell’economia, nelle banche, nella Giustizia.

Nasce il timore che anche la fiducia conclamata sia un diverso abracadabra per riacciuffare una sorta di felicità perduta. Che cosa si intenderà per fiducia? Credere in sé stessi, nell’avvenire, nelle persone, nelle istituzioni? La fiducia non è una virtù astratta, può solo fondarsi su rapporti umani, in un contesto ben preciso. È quindi tutto un recupero di relazioni umane, che si sono innegabilmente molto degradate, che bisogna operare. Tanto meno la fiducia è una vernice da spalmare sulle realtà per renderle convincenti, come è metodo di certi politici.

Anche qui dovremmo accorgerci, magari controvoglia, che i mercati, a cui abbiamo affidato tutto la razionalità (e l’ultimo premio Nobel per l’economia dimostra timidamente altro), non hanno mai generato fiducia, affidabilità nelle relazioni umane, cooperazione, azione collettiva, come si voleva far credere. Hanno invece generato il contrario perché, come per la trasparenza, è nella natura della concorrenza politica ed economica, perdipiù se esasperate, infrangere le regole e cercare di illudere o ingannare l’altro per avere la meglio.

E allora? Si finisce per trovarsi tra il profeta Geremia (maledetto l’uomo che ha fiducia nell’uomo) o quell’illustre monaco tedesco che predicava invece: «A forza di fiducia si può mettere l’uomo nell’impossibilità di ingannare». Geremia era pessimista per quanto gli mostrava la società, il monaco ottimista per quanto scopriva nella coscienza umana. C’è da vedere quanto la coscienza umana abbia ancora presa sulla società. È tutto lì.

2.11.2017, 08:332017-11-02 08:33:07
Erminio Ferrari @laRegione

Alle origini di una guerra

L’immagine è probabilmente scontata, ma è come se la “guerra” fosse tornata, a New York, là dov’era partita. Rivelando quanto sono cambiate la sua natura e le sue tecniche (dai costi e dalla...

L’immagine è probabilmente scontata, ma è come se la “guerra” fosse tornata, a New York, là dov’era partita. Rivelando quanto sono cambiate la sua natura e le sue tecniche (dai costi e dalla complessità di un attacco alle Torri gemelle, al fai-da-te del pick-up sui passanti), e confermando quanto ancora a lungo dovremo convivere con essa.

Se l’attacco dell’11 settembre 2001 intendeva far sentire l’Occidente “trascinato” in guerra, certamente vi riuscì. Una guerra pretestuosamente guerreggiata in Afghanistan dapprima e in Iraq poi; e, su un altro piano, una guerra ideologica, o confessionale o di civiltà o come diavolo la si voglia chiamare.

Le apparenti vittorie nelle prime hanno forse illuso, se non sulla giustificazione, sull’opportunità e l’efficacia di un impiego di forze spaventosamente superiori a quelle del “nemico”. Risultato: i taleban sono tornati in Afghanistan, mentre dal buco nero iracheno si è originata una destabilizzazione regionale colossale e tragica – le cui ultime manifestazioni sono la catastrofe siriana e l’Isis – che prelude a un rivolgimento strategico di cui si vede appena l’inizio. A conferma che muovere guerra contro gli Stati per combattere un nemico che proprio nell’assenza di uno Stato trova modo di affermarsi, è il modo più sicuro di perdere le guerre pur vinte sul campo di battaglia. Oltre ad essere un criminale scialo di morte.

L’altro problema, infatti, è che quel “nemico” non dispone di strategie, se mai ne ha avute (considerando qui una minuscola parentesi della storia la suprema, sanguinaria vanità che lo ha spinto a proclamarsi “Stato”, con le parole di al Baghdadi), e di conseguenza questo impedisce di studiarle e contrastarle. No, questo nemico – senza virgolette, infine, perché è inutile far finta che tale non sia – manca di strategia e dispone soltanto di armi. Una in particolare, e formidabile: l’odio.

Sarà bene ristudiarne le origini (in una teologia islamica letteralista) e le cause (rileggendo la nostra storia di civiltà che ha piantato la propria bandiera ovunque nel mondo, incurante di chi già vi si trovasse). Ma occorrerà soprattutto riprendere coscienza che un’arma simile sfugge ai metal detector, ai blocchi di jersey che chiudono gli accessi a sempre più strade e piazze delle nostre città, ai pervasivi impianti di videosorveglianza, alle chiusure delle frontiere. L’odio è un’arma immateriale, che rende a sua volta un ordigno chi lo nutre in sé.

E questo non è un invito alla rassegnazione, ma semmai a prendere le misure a un fenomeno che è ormai connaturato alle nostre società (e che peraltro non è di esclusiva marca islamica), destinato a durare e a mutarle.

Compito di chi queste società governa sarebbe quello di fare tutto il possibile per proteggerle dalla violenza dei terroristi, ma anche quello di risparmiare loro le menzogne della propaganda.

Le smargiassate di un presidente che minaccia apocalissi sulla testa di un gradasso estremo-orientale, si rivelano perciò l’idiozia che sono, quando basta un pick-up per compiere la strage più grave compiuta a New York dopo l’11 settembre.

Può essere imbarazzante, per chi ha millantato una miracolistica capacità di “rifare grande l’America”, scoprire che mettere su la faccia cattiva non tiene lontani i terroristi (o i malati di mente, come si ostina a chiamarli), ma limitarsi a dire, via Twitter, che “il politicamente corretto è buono, ma non serve in questi casi” è una tautologia, ma soprattutto l’ammissione di non sapere che pesci pigliare.

30.10.2017, 08:442017-10-30 08:44:38
Aldo Sofia

Una ‘zarina’ a Barcellona

Un fantasma si aggira per l'Europa. Sotto forma di una domanda: quante Catalogne ci sono sul vecchio continente? Per dire: quante regioni desiderose di indipendenza e non solo di...

Un fantasma si aggira per l'Europa. Sotto forma di una domanda: quante Catalogne ci sono sul vecchio continente? Per dire: quante regioni desiderose di indipendenza e non solo di autonomia, e quindi quante potenziali secessioni? Con relativi pericoli di fratture violente. Nonché di scelte intermedie che rischiano di accendere ancor più gli animi, fra potenziali vincitori che agiscono con provocatoria prepotenza e teorici sconfitti che ritengono di subire l’ennesima ingiustizia. Madrid e Barcellona ne sono la rappresentazione più attuale e preoccupante. Infatti, per riportare l’ordine spagnolo nella Catalogna commissariata dal potere centrale, il premier Rajoy sceglie la sua ‘vice’, donna Soraya Saenz de Santamaria, la 46enne avvocatessa che ha plasmato gran parte della sua carriera politica sul duro contrasto alla rivolta della regione economicamente più sviluppata del Paese. Fin dal 2006, quando la ‘zarina’ della destra si propose per guidare la battaglia legale contro il nuovo statuto dell’autonomia allargata, concessa dall’allora governo socialista, e accettata da un referendum regionale. Aspra battaglia contro i nuovi poteri della Generalitat catalana vinta grazie a una sentenza della Corte costituzionale.

Quel legittimo atto giuridico fu politicamente nefasto. Anche perché, in questo scontro fra due nazionalismi, le parti avrebbero man mano perso il filo del dialogo e il controllo della situazione: la Madrid di nuovo a guida conservatrice con la sua studiata e pericolosa passività, e la Barcellona comunque decisa a ritagliarsi spazi sempre più grandi di autogoverno, anche con provocatorie forzature. Fino all’attuale, prevedibile, irrimediabile scontro frontale. E la scelta, evitabilissima, della novella ‘imperatrice Soraya’. L’annunciato voto del 21 dicembre per il rinnovo dei poteri locali rischia di mortificare l’unico passo sensato per tentare di chiarire la situazione. Cioè quello di una consultazione davvero libera, non condizionata, garantita che chiarisca un primo indispensabile passaggio: quanta parte della Catalogna sia oggi davvero per il processo separatista, e quanta invece si accontenterebbe di un ritorno alle forti concessioni autonomiste del 2008. Nodo che le urne di Natale non scioglieranno affatto. Rendendolo anzi ancor più duro e inestricabile. Anche perché si prospetta il boicottaggio attraverso una astensione massiccia dell’elettorato anti-spagnolo, se non addirittura ricorrendo ad elezioni parallele e semi-clandestine. Monito e lezione per un’Ue che, dopo il lungo e irrisolto problema della crisi economica e sociale, deve ora affrontare anche la paura della sua ‘balcanizzazione’. Della sua frammentazione.

20.10.2017, 08:292017-10-20 08:29:04
Erminio Ferrari @laRegione

Un muro attorno

Il 10 ottobre scorso, il Parlamento di Barcellona “non dichiarò” l’indipendenza, ma lo farà se il governo spagnolo deciderà di applicare l’articolo 155 della Costituzione, che consente di sospendere l’...

Il 10 ottobre scorso, il Parlamento di Barcellona “non dichiarò” l’indipendenza, ma lo farà se il governo spagnolo deciderà di applicare l’articolo 155 della Costituzione, che consente di sospendere l’autonomia catalana. Ed è probabile che vada così, dopo che Carles Puigdemont ha risposto con queste parole “definitive” all’ultimatum imposto da Mariano Rajoy. Viene il momento, in talune contese, in cui le ragioni delle parti che le disputano si subordinano (o piuttosto soccombono) infine ai fatti, alla irrimediabile meccanica azione-reazione. Ed è a questo punto che si trova il confronto tra separatisti e stato spagnolo: per ponderati che potranno essere, i prossimi passi dei contendenti conteranno ormai soltanto per ciò che produrranno, e non per la fondatezza o la condivisibilità della loro ispirazione.

Era probabilmente ciò a cui puntava la dirigenza separatista catalana, non si può dire ora con quale avvedutezza. Ed era forse il calcolo di Rajoy, apparentemente più interessato a ottenere la resa dell’avversario che a confrontarsi sul terreno in cui la sua propaganda ha messo radici.

Bisognerà ripetere ancora una volta che – vista da qui – la Catalogna non è un Kurdistan, non il Kosovo pre-indipendenza, ma una delle regioni più prospere d’Europa, con una propria assemblea legislativa, una propria polizia, i cui cittadini parlano, se vogliono, la propria lingua a casa, a scuola, nelle sedi ufficiali. Non abbastanza, tuttavia, per non far sentire meno della metà dei sui abitanti (anche grazie a una decennale pedagogia identitaria) un popolo oppresso. Ma anche non abbastanza perché possiamo accettare acriticamente che lo sia.

Tuttavia, ricondurre la vicenda di una collettività a una esclusiva questione di ordine pubblico o di legalità costituzionale è stato un errore capitale, una colpa, di Mariano Rajoy, che ha preteso di negare non soltanto la legittimità, ma l’esistenza stessa di ciò che stava avvenendo sotto i suoi occhi, salvo non assumerne l’onere.

Così, adesso, ovunque si volga lo sguardo – ha scritto il filosofo catalano Josep Ramoneda – si vede un muro. Il più che probabile avvio della procedura di applicazione del 155 indurrà la dirigenza separatista (quella non finita in carcere) a puntare su una sollevazione della piazza. E hai un bel dire che si tratterà di un appello gandhiano. Un dire cinico, piuttosto: ogni movimento di fondazione di una sovranità sa bene che niente ne solidifica il mito quanto un “martirio”. Questo non significa che Puigdemont e i suoi lo stiano cercando, ma che lo abbiano messo in conto è certo. Diversamente – citiamo ancora Ramoneda – non si spiegherebbe la continua ricerca di “soluzioni fantasiose per prolungare il gioco”.

Gioco che tuttavia avrà vita breve. Lo stato spagnolo dispone di forza sufficiente a fermare il processo di secessione. La utilizzerà e, se le cariche di polizia alle urne del primo di ottobre valgono da precedente, lo farà senza ritegno. Rajoy vincerà, e il risentimento separatista troverà, di nuovo, nella propria sconfitta il terreno più fecondo per tornare a crescere.

17.10.2017, 08:412017-10-17 08:41:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il volto di Kurz, la destra di Strache

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere...

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere sanzioni da parte europea. Un’altra la sa, e l’ha detta, Heinz-Christian Strache, leader del partito liberale (Fpoe), cioè capofila di quella stessa estrema destra: “Il sessanta per cento degli austriaci ha votato il nostro programma”.

Ed è così, infatti. Kurz ha reindirizzato il Partito popolare e impostato la propria campagna elettorale sui temi in precedenza appannaggio esclusivo dell’Fpoe. Dal rifiuto dei migranti al fastidio per l’invasività della politica europea nelle faccende domestiche. E ha vinto, ben sapendo che l’Europa di oggi non è più quella che nel 1999 impose (blande) sanzioni a Vienna, dopo l’ingresso in governo dell’Fpoe di Jörg Haider. Non lo è più a livello di esecutivi, contandone molti in cui è l’estrema destra a dettare l’agenda o a occupare i posti di vertice. E non è più lo stesso il suo tessuto sociale, per quanto possa essere rappresentato dalle scelte elettorali: il successo delle liste nazionaliste e xenofobe ne è un segnale certo, e il travaso delle loro istanze nei programmi dei partiti “moderati” lo conferma al di là di ogni dubbio.

Strache, naturalmente, ha fatto la sua affermazione cercando di sfruttare il momento, ma è andato vicinissimo al vero, sintetizzando in forma estrema uno scenario che si è già manifestato altrove in Europa. Ovunque, dove la crescita delle formazioni di estrema destra supera una soglia considerata allarmante, i partiti moderati (ma anche gli organi d’espressione dell’opinione pubblica) ne stigmatizzano dapprima le asperità propagandistiche e la radicalità dei programmi, poi li metabolizzano, li fanno propri, abbigliati di una veste più presentabile. E non guasta se a farsene leader e testimonial sono personaggi di sicuro appeal mediatico: e Kurz lo è nella versione austriaca.

Il risultato di questa operazione è duplice. Uno: raramente l’estrema destra viene annichilita dallo “scippo” dei suoi temi da parte della destra “moderata”, e anche dove non ottiene la maggioranza si rafforza. Due: se è vero che “il sessanta per cento degli elettori ha votato il nostro programma”, vuol dire che il processo di egemonizzazione del pensiero comune è a buon punto di compimento (in Austria, in Olanda, ma anche nella Germania di Angela Merkel, e persino in Francia, dove troppo frettolosamente si è voluto seppellire il fantasma dell’estrema destra insieme alle ambizioni di Marine Le Pen, in attesa di conoscere quale forma prenderà in Italia).

Certo, non dappertutto l’esito di questo processo, almeno in termini di configurazione dei governi, è lo stesso, né ci si può spingere oltre le analogie tra quanto avviene negli Stati citati sopra e quelli dell’ex Est Europa. Ma anche a questo proposito il caso austriaco è esemplare: a Vienna, i vincitori di domenica stanno già tentando di accreditarsi come “ponte” tra Ue e i riottosi membri dell’Europa centrale (i cosiddetti “Paesi Visegrad”). Di più: come capofila di una “diversa Europa” in seno a quella di Bruxelles. Tralasciando il nostalgico folklore da rediviva Mitteleuropa, il problema è serio.

16.10.2017, 08:252017-10-16 08:25:00
Aldo Sofia

Questa America ‘prima’ e sola

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei...

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei rapporti di forza. Così, nel giro di pochi mesi, Donald Trump ha compiuto i passi che dovrebbero concretizzare il suo concetto di “America first”, prima, e sempre più sola.

Ha stracciato l’accordo sul clima di Parigi, per poi infilare gli stivaloni del poco verosimile soccorritore negli Stati sconvolti dagli uragani (“i più epici e costosi”, li ha definiti, senza accennare alla possibilità che quei micidiali tifoni in serie siano anche il risultato degli sconvolgimenti climatici). È andato alla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite solo per denunciarne violentemente l’assoluta inutilità. Ha quindi annunciato il ritiro della superpotenza dall’Unesco, l’organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura (non proprio una novità per gli Usa).

E ha infine compiuto la prima mossa sulla strada della denuncia dell’accordo sul nucleare raggiunto faticosamente due anni fa con l’Iran, passando la patata bollente al Congresso, ma precisando che la parola definitiva spetterà comunque alla Casa Bianca. Decisione condannata da tutti gli altri firmatari (europei, russi, cinesi), che al contrario riconoscono a Teheran il sostanziale rispetto dell’intesa da parte del paese degli ayatollah, che fra l’altro ha accettato ispezioni permanenti e senza precedenti da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica.

Il peggior accordo mai firmato da Washington, lo definisce “the Donald”, mettendoci di tutto, dagli esperimenti balistici iraniani (non proibiti dall’accordo), al mancato rispetto dei diritti umani (una gran novità), all’attivismo della potenza sciita su diversi scenari mediorientali.

La verità è assai più semplice: da una parte la stella polare di Trump rimane ossessivamente lo sradicamento della strategia del suo predecessore; dall’altra, si tratta di consolidare una precisa scelta di campo in favore dei suoi due alleati più anti-iraniani, cioè Israele e Arabia Saudita.

Poco importa se nella Repubblica islamica rialzano la testa le correnti conservatrici contrarie al pragmatico presidente Rouhani, se Teheran allenterà la sua pressione sul terreno contro i tagliagole dell’Isis, se il premier israeliano Benjamin Netanyahu tornerà a cullarsi nella pericolosa idea di un attacco preventivo contro l’Iran, e soprattutto se quest’ultimo si sentirà in stato di guerra e dunque autorizzato a seguire “la via nord-coreana” per dotarsi dell’arma assoluta. Ulteriore benzina sull’inesauribile incendio medio-orientale.

È la presidenza muscolare, di cui abbiamo recenti e disastrosi esempi. E a tranquillizzare non bastano certo le inascoltate parole del capo del Pentagono generale Mattis e del ministro degli Esteri Tillerson, difensori dell’accordo con Teheran. Il solito caos alla Casa Bianca.

11.10.2017, 08:332017-10-11 08:33:00
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui...

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui gode la Catalogna dalla reazione di Madrid.
Se infatti la seduta del parlamento catalano doveva essere ricordata, nelle intenzioni dei separatisti, come un appuntamento con la storia, il suo esito sembra piuttosto aver certificato la fine di una spinta che per avere sovrastimato la propria forza si è esaurita. L’indipendentismo catalano, questo indipendentismo e i suoi rappresentanti hanno dato ciò di cui erano capaci: illusioni, manipolazioni del discorso storico, pretese di “diversità genetica” e di superiorità sul resto della detestata Spagna. E il prodotto di tanto sforzo è stata la propria rovina. Che non sarebbe neppure il peggiore dei mali, se non trascinasse con sé una Catalogna che meritava altro. Sarà dunque stato per timore, o forse per “senso di responsabilità”, o per la coscienza di averla fatta grossa: non possiamo sapere che cosa è passato per la testa di Puigdemont, ma le sue non erano le parole di un vincitore. La firma apposta in calce alla “dichiarazione” un obbligo da adempiere, coraggiosamente, forse, ma invano.
Nel rivolgersi all’assemblea catalana, il President ha dichiarato, con una formula ben poco chiara, di assumere, sulla scorta dell’esito referendario, “il mandato del popolo perché la Catalogna si converta in uno Stato indipendente in forma repubblicana”. Sospendendo tuttavia “la dichiarazione di indipendenza per avviare il dialogo”.

Puigdemont era del resto chiamato a compiere un miracolo per salvare la faccia dell’indipendentismo, ma l’intelligenza di cui pur dispone non gli è bastata. Lo testimoniano i musi lunghi dei deputati della sinistra rivoluzionaria che pure appoggiano il suo governo, e che avrebbero voluto una dichiarazione di indipendenza incondizionata; e, specularmente, l’interpretazione data al suo discorso dal governo di Mariano Rajoy: le parole di Puigdemont sono una dichiarazione di indipendenza e Madrid reagirà di conseguenza.

Una reazione presumibilmente sovradimensionata, perché non si può negare che Rajoy vorrà prendersi una rivincita esemplare, e perché alcuni riflessi “franchisti” non sono ancora del tutto scomparsi dal suo partito. Prima di un qualsivoglia “dialogo” (la cui richiesta pone già Puigdemont in posizione di debolezza) la Madrid che salutava gli agenti della Guardia Civil inviati in Catalogna invitandoli a “suonargliele” vorrà assicurarsi che Barcellona non sia più in grado di nuocere.
È una terminologia cruda, ma non esagerata. La radicalizzazione del confronto, cercata da entrambe le parti, ha tacitato le voci che per anni hanno cercato di ricondurre al rispetto reciproco la dialettica ispano-catalana. A un’astorica (e infetta, come tutti i nazionalismi) pretesa separatista, Rajoy e i governi conservatori prima del suo hanno opposto uno stolido atteggiamento di negazione non solo delle ragioni, ma dell’esistenza stessa di un fenomeno comunque non estraneo alla vicenda della Spagna.

Non è più ormai una questione di “dialogo”, ma di disporre di un esercito e un apparato repressivo. Nella prova di forza in cui Puigdemont e i suoi si sono sventatamente avventurati trascinando con sé una pur importante minoranza di catalani, il vantaggio è tutto di Madrid. Potevano, dovevano saperlo. Il peggiore “omaggio alla Catalogna” è venuto da loro.

3.10.2017, 06:452017-10-03 06:45:10
Erminio Ferrari @laRegione

Ora tocca all’Europa

Arrotondando: il 90 per cento del quaranta per cento degli elettori catalani ha votato domenica a favore dell’indipendenza. Dichiararla sulla base di queste cifre sarebbe ridicolo, se non fosse...

Arrotondando: il 90 per cento del quaranta per cento degli elettori catalani ha votato domenica a favore dell’indipendenza. Dichiararla sulla base di queste cifre sarebbe ridicolo, se non fosse un abuso. E la dirigenza indipendentista, che ha forzato lo scontro con Madrid per compensare un vistoso calo di popolarità (confermato dalle ultime elezioni democratiche tenute nella Generalitat), ne porta l’intera responsabilità. Con essa lo sono i padroni della macchina propagandista – a partire da quell’infallibile meccanismo di lavaggio del cervello che è il pallone – riusciti a imporre l’equivalenza tra il non voler avere più nulla da spartire con la Spagna e lo status di nazione oppressa; tra l’arroganza di una regione ricca e un diritto storico; tra una rivolta fiscale e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Tra, soprattutto, separatismo e indipendentismo. Segno dei tempi.

Anche per questo la responsabilità, anzi la colpa di Mariano Rajoy per quanto è andato in scena nelle ultime settimane e domenica in specie, è direttamente proporzionale al potere di cui dispone, vale a dire la più grande. Il capo del governo spagnolo (a sua volta fortunosamente al suo posto in virtù di due successive, ravvicinate e inconcludenti elezioni politiche) non solo non è stato all’altezza della più grave crisi nella storia della Spagna democratica, ma ha concorso ad aggravarla, fino al punto di apparente non ritorno.

Avere la legge dalla propria parte – e una necessaria intelligenza politica avrebbe dovuto suggerirglielo – non autorizza a disconoscere la realtà di un fenomeno come quello che ha preso forma in Catalogna, comunque lo si consideri, e soprattutto quando (fu suo il ricorso contro l’Estatut del 2006) si è stati parte attiva nell’impedire che il confronto avvenisse nell’alveo delle procedure democratiche. Gli è parso più facile affermare che in ogni caso il referendum illegale non si sarebbe svolto, e per impedirlo inviare la Guardia Civil a sparare proiettili di gomma sui catalani in fila davanti ai seggi.

Niente perciò sarà più come prima, e non è una frase fatta, ma la constatazione di un disastro. Ipotizzare a questo punto la ripresa di un confronto tra Spagna e Catalogna (con tutto che la Catalogna è ancora Spagna) è quindi ben difficile. Le persone che vi si dovrebbero investire sono screditate – o tali si accusano vicendevolmente d’essere – e ogni previsione sembra piuttosto la proiezione di un desiderio, se anche una testata di riconosciuta autorità come ‘El País’ chiama “astensione” l’impedimento opposto dalla polizia ai molti che invece avrebbero votato.

La dichiarazione unilaterale di indipendenza – pur prevista dalla legge catalana che convocava il referendum, e di nuovo evocata ieri dal presidente Carles Puigdemont – sarebbe un atto estremo e irresponsabile, per la reazione che scatenerebbe e per il vuoto che si farebbe attorno a Barcellona. Ma pur “dichiarata”, l’indipendenza resterebbe soggetta all’approvazione dell’Assemblea regionale, dove i deputati favorevoli all’indipendenza sono sessanta, tre in meno dei contrari (lo erano prima delle violenze di domenica).

Più in là non è possibile spingersi nell’immaginare scenari, ma già ora ci si può augurare che le istituzioni europee, i governi e i parlamenti, si attribuiscano (o inventino, se non c’è) un ruolo forse non contemplato nelle leggi comunitarie, ma reso necessario dall’imporsi della realtà, che consenta di offrire agli spagnoli, quantunque catalani, una mediazione (o la si chiami altrimenti) per riprendere un discorso di ragione.

2.10.2017, 09:002017-10-02 09:00:29
Roberto Antonini

Catalogna, ora arriva il difficile

Una certezza: il computo delle schede dello scrutinio – illegale secondo la Corte costituzionale – non ha nessuna rilevanza. Chi ha sfidato lo Stato centrale è in effetti favorevole...

Una certezza: il computo delle schede dello scrutinio – illegale secondo la Corte costituzionale – non ha nessuna rilevanza. Chi ha sfidato lo Stato centrale è in effetti favorevole alla secessione, chi vuol rimanere nel quadro dell’attuale Stato nazionale spagnolo non si è invece recato ai seggi. Nessuno oltretutto sa esattamente quante persone hanno voluto e potuto votare. La contrapposizione, in quella che è la maggior crisi istituzionale dal fallito golpe del 1981, è frontale. Il classico muro contro muro. Referendum?

Non c’è stato nessun referendum, hanno ribadito ieri all’unisono i rappresentanti del governo di Madrid: l’epiteto più ricorrente è stato quello di “farsa”.

Carles Puigdemont, il tribuno indipendentista, presidente della Generalitat de Catalunya, l’esecutivo regionale che governa con una risicata maggioranza, rivendica dal canto suo il successo elettorale denunciando la brutalità della repressione. Decine di migliaia di persone si sono radunate nelle strade e piazze di Barcellona e altre città catalane, intonando l’inno della comunità autonoma “Els segadors”, sfidando pacificamente le forze dell’ordine, la polizia nazionale e la guardia civil, mentre i mossos d’esquadra, la polizia regionale, hanno mantenuto un atteggiamento compiacente.

Le squadre antisommossa hanno interpretato in modo letterale le consegne intransigenti e strategicamente poco accorte del governo Rajoy: nessuna concessione all’illegalità, centinaia le persone ferite a manganellate.

Come le altre 15 comunidad autonome, la Catalogna beneficia di ampi margini di autonomia, in buona parte non molto dissimili da quelli che caratterizzano i cantoni elvetici: ha un parlamento, una polizia, amministra la giustizia e l’educazione, mentre il catalano è accanto al castigliano la lingua ufficiale. Uno statuto iscritto nella Costituzione del 1978, plebiscitata anche dai... catalani. Il punto dolente è la fiscalità e molto prosaicamente la rivendicazione potrebbe riassumersi ‘nell’egoismo delle tasse’, motivazione non molto nobile agli occhi dei più critici.

La Catalogna, che ha un Pil superiore alla Grecia o al Portogallo, ha, a seconda dei calcoli, un deficit fiscale tra il 2 e l’8% nei confronti di Madrid. Detta in altre parole, fornisce, come la Lombardia in Italia, più di quanto non riceva.

Sembra esser stata la crisi del 2008 ad alimentare la frustrazione catalana, anche se oggi la ripresa economica è una realtà. Puigdemont ha imbastito la sua campagna secessionista invocando il diritto dei popoli a disporre di sé stessi: una retorica poco convincente. Il diritto internazionale giustifica la secessione solo in caso di oppressione, colonialismo, minaccia di genocidio. Non è certamente quanto succede nella Spagna moderna. Il caso catalano non è neppure paragonabile a quello del Québec o della Scozia dove le consultazioni sono state decise con e non contro il governo centrale.

Ma da ieri le spinte secessionistiche potrebbero farsi viepiù irrefrenabili. Un ritorno a quella forte autonomia votata dal parlamento nel 2006 (ma invalidata dalla Corte costituzionale su richiesta del Partido Popular di Rajoy) sembra essere ora forse l’unico compromesso realistico per evitare il peggio.

Compito che dovrebbero assumere ora le Cortes generales, il parlamento nazionale, dove l’autodeterminazione catalana aveva comunque raccolto ben pochi consensi.

26.9.2017, 09:052017-09-26 09:05:00
Aldo Sofia

Merkel nella Storia, Germania nell’instabilità

Entra nella Storia, Angela Merkel, ma non è un trionfo. Cancelliera per la quarta volta, eppure è un record amaro. La festa è altrove.

È fra leader e...

Entra nella Storia, Angela Merkel, ma non è un trionfo. Cancelliera per la quarta volta, eppure è un record amaro. La festa è altrove.

È fra leader e militanti della destra radicale, non solo xenofoba, ma con forti striature di inquietanti nostalgie del passato e dichiarate simpatie neonaziste: il leader dell’Alternative für Deutschland (Afd) che conquista il terzo posto nel panorama politico della super-potenza europea e che vuole ridare l’onore a generali e soldati tedeschi della Seconda guerra mondiale, quindi Ss comprese; e che nemmeno richiama o sconfessa uno dei suoi principali leader regionali che ha definito “vergognoso” il memoriale berlinese dell’Olocausto. Un negazionismo che impasta quel 13 per cento di voti con cui la destra estrema entra massicciamente al Bundestag.

Siamo ben oltre il populismo gonfiatosi nell’ultimo decennio al di qua e al di là dell’Atlantico. Qualcosa di assai più preoccupante. La Germania è la Germania, il suo passato non è del tutto passato, così come le inquietudini di vicini e alleati, convinti che dopo la riunificazione bisognasse europeizzare la Germania per evitare che si germanizzasse l’Europa.

Certo, non pochi analisti tedeschi già parlano di fenomeno destinato a sgonfiarsi, e del resto non ci sono solo le ombre del passato nell’affermazione dell’Afd, ma anche una questione sociale.

Lo aveva previsto ’Die Zeit’ alla vigilia del voto, analizzando i possibili effetti della mondializzazione su una parte non piccola (soprattutto nei Laender ex comunisti) della società tedesca: per essa, ammoniva il giornale, si profila unicamente la percezione della perdita di importanza e il timore della disoccupazione, e vive l’internazionalizzazione della Germania esattamente come i tedeschi dell’Est hanno vissuto la riunificazione, “migranti nel proprio paese”. Quindi ancor più determinati e feroci nella contestazione alla generosità di Frau Merkel, che ha aperto il paese a un milione di profughi siriani. Nobiltà forse anche in parte calcolata di fronte al collasso demografico del paese, e che comunque l’“eterna cancelliera” paga con la perdita di otto punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni.

Così, Merkel che per ben due volte aveva “cannibalizzato” i suoi partner socialdemocratici della Grosse Koalition, è a sua volta fortemente corrosa dai numerosi consensi passati dal suo schieramento a quello della “destra più destra”. Voti in fuga anche dall’Spd, ormai al suo minimo storico. Una socialdemocrazia che appunto nell’abbraccio con la Kanzlerin si è snaturata fino al punto di risultare un oggetto misterioso, privo di identità, ponendo oltretutto il già smunto candidato Schultz nella impossibile condizione di dover combattere la donna di cui ha pienamente condiviso la politica in posizione subalterna.

Né l’esito del voto tedesco sembra in grado di promuovere quello scontato rilancio dell’integrazione europea che dovrebbe basarsi sul ritrovato motore franco-germanico. Nella difficile formazione del prossimo governo, la cancelliera deve cercare di imbarcare Verdi e Liberali dell’Fdp, usciti rinvigoriti dalle urne. Due potenziali partner profondamente divisi. Con i liberali ostinati nel chiedere la continuità del rigore economico, e apparentemente inossidabili nel respingere i nuovi, ventilati progetti di integrazione già discussi da Berlino e Parigi. Non sarà facile mettere insieme questa cosiddetta “coalizione Giamaica” (dai colori dei tre partiti). E ancor meno farla funzionare. È perciò alto il rischio di instabilità, condizione estranea alla Germania del dopoguerra. È in questa foschia, fra queste ombre, per la Germania e per l’Europa, che Angela Merkel agguanta il suo storico primato.

25.9.2017, 09:152017-09-25 09:15:00
Erminio Ferrari @laRegione

Eine deutsche Alternative

L’alternativa ha seppellito l’alternanza. L’esito delle elezioni legislative tedesche pare la conferma che la mutazione avvenuta nella società tedesca è di portata tale da scardinare il “...

L’alternativa ha seppellito l’alternanza. L’esito delle elezioni legislative tedesche pare la conferma che la mutazione avvenuta nella società tedesca è di portata tale da scardinare il “sistema” su cui poggiavano sino a ieri le istituzioni della Bundesrepublik. In altre parole: lo straordinario risultato dell’estrema destra di Alternative für Deutschland, opposto al calo della Cdu/Csu di Angela Merkel e al tracollo della Spd, pare aver definitivamente seppellito l’alternanza di governi a guida democristiana o socialdemocratica che andava avanti dal dopoguerra (ultimamente degradata in Grosse Koalition).

Rinviando un’analisi più approfondita dello scrutinio, e ancora prima che inizino le trattative per la costituzione di una maggioranza (presumibilmente lunghe e laboriose) qualcosa si può già dire sulle sue conseguenze più significative. Una è che Merkel, con il quarto mandato, si è guadagnata un posto nella Storia, ma quello alla testa di un governo le costerà fatica immane e senza garanzie di mantenerlo per quattro anni. Prospettiva che potremmo osservare con distacco, se lei non fosse ancora la figura politica imprescindibile per tutta l’Europa, e la Germania il paese che ne determina le sorti.
Se l’opinone più diffusa sovrapponeva infatti l’immagine di Merkel a quella della stabilità così cara ai tedeschi, il suo ridimensionamento, accompagnato dall’exploit di Afd, indica che una parte importante degli stessi tedeschi è disposta a dare credito a figure che propagano temi e discorsi dai quali la Storia inviterebbe a stare alla larga.

Ed è un problema. Se non si possono inchiodare le nazioni al retaggio di un passato non del tutto risolto, è vero che anche su un rivendicato revisionismo e nostalgie equivoche si è formato il consenso andato a Afd. I tagliati fuori (o, peggio, le vittime) della ‘ripresa’, il risentimento degli “Ossi”, i migranti: tutto quanto si vuole, ma non si può tacere l’humus ideologico preciso su cui l’Alternative ha seminato le proprie “convincenti” parole.
Il prepotente insediamento dell’estrema destra in uno dei parlamenti più importanti d’Europa non è infine meramente speculare allo sgretolamento della sinistra, ma qualcosa in più. È: uno, la conferma che sottrarre “ragioni” alla sinistra (per responsabilità gravissime di essa stessa) è persino più facile che rubarle i voti. Due, che una destra “moderata” regge finché le cose “vanno bene”. Peggiorando queste, il suo elettorato non si fa scrupoli nel rivolgersi “un po’ più in là”. Non inseguirli in quella direzione è responsabilità della prossima destra al governo. Progettare un’alternativa è compito di tutti gli altri, se ne restano.

20.9.2017, 13:142017-09-20 13:14:00
Roberto Antonini

L’occasione persa da San Suu Kyi

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’...

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’icona mondiale della lotta non violenta rompesse il silenzio per denunciare la repressione della minoranza Rohingya. La leader di fatto del governo birmano si è vista poi rovesciare addosso una valanga di accuse di ignavia e ipocrisia.
Ieri, finalmente, ha parlato. Ma limitandosi, in sostanza, a dire che vi è un problema, che non pochi musulmani hanno abbandonato il Paese, che si indagherà, e – maldestra – ha voluto rassicurare: “La metà dei villaggi rohingya sono intatti”, lasciando così capire che l’altra metà sarebbe stata distrutta.

Aung San Suu Kyi si era limitata finora – in una telefonata al presidente turco Erdogan – a stigmatizzare le presunte “fake news”, negando che nel Rakhine, la provincia occidentale del Paese dove vive quell’etnia musulmana, vi fosse in atto una spietata pulizia etnica.
Non vi è dubbio che quell’“iceberg di disinformazione” stigmatizzato dalla leader birmana sia una realtà: il vicepremier turco nel denunciare il massacro antimusulmano ha twittato quattro fotografie di presunte vittime del pogrom, che in realtà ritraggono cadaveri galleggianti di passeggeri di un ferry naufragato lo scorso anno, o incidenti etnici in... Indonesia 13 anni fa.

Non vi è neppure dubbio che tra i Paesi che oggi puntano il dito contro i militari birmani vi siano nazioni musulmane (dalla Malesia, al Pakistan) ben poco esemplari nei confronti delle loro minoranze religiose. E corrisponde pure a verità che a scatenare l’ondata repressiva è stata la serie di attacchi mortali lanciati dagli indipendentisti dell’Arsa, foraggiati dagli ineffabili sauditi, contro posti di polizia nella fascia di frontiera.
Tutto vero. Ma altrettanto reale è l’esodo massiccio di civili a cui sono stati incendiati o rasi al suolo i villaggi e che affollano ora in Bangladesh quello che è divenuto in tempo record uno dei campi profughi più grandi del mondo.

L’ennesima tragedia di un mondo in cui i diritti umani, dopo l’illusione seguita alla caduta del muro di Berlino (il politologo Francis Fukuyama aveva predetto il trionfo storico delle democrazie liberali), sono considerati palesemente a geometria variabile.
Aung San Suu Kyi forse intimorita dai militari, ha in pochi giorni perso quella credibilità e quel carisma che distinguono un leader morale da un semplice dirigente politico. La battaglia per i diritti umani ha subìto negli ultimi anni pesanti arretramenti. Vi è sempre una buona scusa per giustificare violazioni dei diritti più elementari: gli Usa con Guantanamo e le uccisioni mirate; Assad e i massacri di oppositori; Putin e il suo neoimperialismo omicida; Cuba e l’ormai sessantennale assenza di diritti civili e politici; la Cina e il primato delle esecuzioni capitali; la brutale Arabia Saudita che si schermisce invocando la difesa dell’ortodossia sunnita; l’Egitto che fronteggia il pericolo islamista a colpi di condanne a morte.

Paesi molto diversi ma che non citiamo a caso: sono quelli che non aderiscono alla Corte penale internazionale. Come dire che avocano a sé il principio dell’immunità. Il caso della Birmania è dunque emblematico di una comunità internazionale priva di veri leader, che si è messa su un piano inclinato. La persona che forse più di qualsiasi altra incarnava principi universalistici ha perso la storica occasione di lanciare un segnale al suo Paese e al mondo: i diritti umani sono semplicemente imprescindibili.

19.9.2017, 08:352017-09-19 08:35:49
Moreno Invernizzi @laRegione

Ottant’anni di emozioni

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi....

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi. Perché da quel 19 settembre 1937 a oggi il club ha saputo mantenersi sulla breccia di un’élite sempre più esigente. A volte zoppicando un po’, è vero, ma è pur sempre riuscito a restare nel giro delle grandi squadre.
Ottant’anni di gioie e dolori, di alti e di bassi. E soprattutto ottant’anni di volti che hanno contribuito a scrivere la storia del club leventinese.

Ottant’anni di emozioni, di gioie e dolori. Di successi (su tutti il doppio trionfo in Continental Cup) e delusioni. Perché anche quelle, piaccia o meno, fanno parte pure loro della storia. Ma soprattutto ottant’anni di aneddoti. Come quello del presidente Filippo Lombardi, che ricorda, come fosse stato ieri, i suoi primi anni sulle gradinate della Valascia. «Andavo ancora alle medie quando mia zia, che abitava a Bellinzona, mi portava a vedere le partite col suo maggiolino. Erano i primi anni Settanta: allora la pista non era ancora coperta e per trovare posto sugli spalti si risaliva su per la montagna all’infinito. E non di rado capitava che le partite si dilatassero all’infinito perché interrotte ogni dieci minuti per pulire la pista dalla neve caduta nel frattempo...».
Poi, nel 1979 per l’Ambrì inizia l’“era moderna”: la Valascia finalmente ha un tetto... «Un cambiamento epocale! Da anni si percepiva l’indispensabilità di questo tassello per fare il grande passo. E così è in effetti stato: per la società era un po’ come entrare definitivamente nel giro delle grandi, lasciandosi alle spalle una volta per tutte l’etichetta dei dilettanti affacciatisi un po’ per caso alla ribalta della Lna. Anche se, per il tifoso di allora, non più vedere il cielo sopra la testa, portava con sé un po’ di malinconia, ma... non più prendersi l’acqua o la neve addosso era indubbiamente un vantaggio per tutti!».
La copertura della pista ha rappresentato una sorta di punto di non ritorno pure dal profilo sportivo: «Ha segnato l’inizio di quello che reputo sia stato (sinora) il periodo più fausto della società. Solo creando infrastrutture adeguate ai tempi è stato possibile fare il salto di qualità, e questo è un concetto che si ripresenta anche oggi, discutendo della nuova Valascia: per restare nel giro delle grandi, delle squadre che contano, è imprescindibile la realizzazione della nuova pista, in modo da poter rimanere una piazza appetibile (per giocatori e sponsor)».

Prima di pensare al futuro, c’è però un presente tutto da vivere... «Un presente che scaturisce da anni assai delicati. Appena eletto presidente avevo tirato subito il campanello d’allarme e cercato di invertire la tendenza di un club che lamentava un deficit strutturale dell’ordine di due milioni a stagione. Un passo alla volta, ci stiamo avvicinando alla meta».

Cosa significano questi ottant’anni per Lombardi? «Rappresentano una storia incredibile di attaccamento di una regione a una sua bandiera, una sua identità. E per regione intendo tutto il Ticino, visto che per decenni l’Ambrì ha rappresentato la bandiera del Ticino oltre San Gottardo nello sport, e non solo nell’hockey. Questo attaccamento ha permesso alla società di arrivare fino al traguardo degli 80 anni, sottraendosi alle regole della logica del mercato, della demografia e non da ultimo delle finanze... In questo senso, è un traguardo straordinario, unico. Al contempo, è la riprova che l’Ambrì non è fenomeno effimero, ma una realtà duratura. Il fatto che siamo qui a pianificare i prossimi di 80 anni – perché con la realizzazione della nuova pista ci assicureremo un avvenire altrettanto lungo – non fa che ribadire la volontà di voler costruire un futuro altrettanto lungo poggiando su solide basi». Cosa si sente di augurare il presidente alla sua società? «Una stagione di felicità, dentro e fuori dal ghiaccio. Non mi aspetto di vedere un Ambrì campione, ma sicuramente una squadra grintosa come quella applaudita sabato contro il Langnau». Qual è invece il regalo che si sente di poter fare alla società? «Credo di averne fatto uno trovando la gente giusta per la rinascita a cui stiamo assistendo. Un altro regalo spero di aggiungerlo a breve, portando a buon fine le trattative per la nuova pista, cosa che, contrariamente a quanto taluni possano pensare, non è affatto cosa semplice».

Quali sono le date più significative della storia biancoblù per Lombardi? «Prima della mia presidenza sicuramente l’anno della finale (1998/’99). Da presidente... beh, questo! Che è anche quello più cruciale direi. È vero che nel 2014 ci eravamo qualificati per i playoff, ma una volta raggiunto l’obiettivo, la squadra si è rilassata e ha chiuso la stagione in netto calando. E francamente, trovo sia meglio arrivare a un passo dal tuo obiettivo ma lottare fino alla fine, che arrivarci e poi uscire di scena in modo opaco».

15.9.2017, 09:002017-09-15 09:00:29
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano...

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano la nostra epoca, l’imporsi delle “piccole patrie” nel discorso pubblico, con forza e astio crescenti. Un sottogenere di quella “retrotopia” su cui ha ragionato anche Zygmunt Bauman verso la fine dei suoi giorni.

Oggi, il caso catalano raffigura, nella variante identitaria, il diffuso conflitto tra poteri statali sempre meno riconosciuti nella loro legittimità, e una pretesa sovranità alternativa: sovranità “del popolo”, nelle parole dei populisti (di destra o sinistra che siano); o “delle nazioni”, nelle rivendicazioni dei sovranisti.

Naturalmente, vi sono specificità della questione catalana che suggeriscono prudenza nel parlarne. Diciamo che tra la rivendicazione di una indipendenza risalente a tre secoli fa, una astorica rigidità che sembra impedire a Madrid di “entrare in argomento” senza pregiudizi politici e ideologici; tra il retaggio della guerra civile e della dittatura franchista, e il non trascurabile particolare che la Catalogna con meno di un quinto della popolazione spagnola produce un quinto della ricchezza nazionale, tutto ciò considerato, distinguere tra capziosità e fondatezza degli argomenti dei due fronti è ben arduo.
Ma vi sono delle costanti che fanno della vicenda catalana un caso di scuola per ragionare sulle forme e l’estensione del ritorno in auge delle piccole patrie e dell’identitarsimo che vi è connaturato. Un fenomeno che spesso viene comprensivamente diagnosticato come “reazione alla globalizzazione”.

Può darsi che lo sia: in un mondo in cui i poteri economico-finanziari sovranazionali hanno ridotto in macerie sovranità statali, cancellato orizzonti ideali, imposto, molto semplicemente, la legge del più forte, in un mondo del genere, la riscoperta di radici etniche, culturali, politiche sarebbe la sola risorsa a cui votarsi per non venirne travolti.
Di qui la corsa a tracciare nuovi confini, a riesumarne o inventarne di vecchi, a identificare se stessi (comunità o nazioni) non in relazione ma in opposizione agli altri, tanto più se portatori di culture diverse, ma anche se ancora se ne condivide la cittadinanza. Nel caso poi delle ambizioni micronazionaliste, l’autodeterminazione dei popoli viene esposta come principio di cui è praticamente impossibile contestare la nobiltà.

Eppure un dubbio resta. Viene cioè da chiedersi se questa frammentazione identitaria non sia in fin dei conti funzionale alla surroga dei grandi orizzonti ideali (e di un ormai spossato sistema di norme e istituzioni che ne riflettevano l’universalismo) da parte di un mercatismo senza volto né limiti.

L’ultimo simulacro di edificio istituzionale virtuoso, fondato su una pluralità di esperienze storiche e sulla dialettica delle loro culture era quell’Europa al cui interno, si diceva, le sovranità avrebbero perso il significato di reciproca esclusione, e il potenziale distruttivo che ne ha insanguinato la storia per secoli. Oggi, anche la crisi di quell’Europa libera tossine che ne accelerano la fine scritta sui confini che, uno alla volta, si richiudono o si inventano. Il signor Globalizzazione si starà fregando le mani.

11.9.2017, 08:252017-09-11 08:25:00
Aldo Sofia

Gli uragani dell’era Trump

Prima, amara ironia: il presidente americano più preoccupato di sradicare il “problema” di immigrati e profughi, per diversi giorni o forse per qualche settimana si ritroverà col record di...

Prima, amara ironia: il presidente americano più preoccupato di sradicare il “problema” di immigrati e profughi, per diversi giorni o forse per qualche settimana si ritroverà col record di “rifugiati climatici” in casa propria. Milioni di cittadini in fuga da Irma, la madre di tutti quei tifoni che, soprattutto negli ultimi tempi, hanno squarciato l’Est degli Stati Uniti, e ancor più lutti e distruzioni provocano nei Paesi asiatici.

Secondo paradosso: i miliardi di metri cubi di pioggia (nel solo Texas, alla fine di agosto, Harvey ne ha rovesciati 64, l’equivalente di 26 milioni di piscine olimpioniche) rilanciano drammaticamente il dibattito sul problema dei cambiamenti climatici provocati dalle attività umane, mutamenti che il capo della Casa Bianca considera una colossale truffa concepita da scienziati incompetenti e dalla… Cina.

Naturalmente, tra l’assalto di Irma e la politica di Trump non esiste un legame. In questo periodo dell’anno nel Golfo del Messico ci sono sempre state tempeste e inondazioni. Ma, sottolinea per esempio il ‘Guardian’ citando una serie impressionante di dati, dall’innalzamento dei mari di venti centimetri alla cosiddetta “sedentarietà delle tempeste”, il devastante record degli ultimi giorni “difficilmente durerà a lungo, visto che le emissioni di anidride carbonica provocate dagli esseri umani stanno spingendo il clima in un territorio sconosciuto, e comunque gli eventi meteorologici estremi di questo tipo diventeranno sempre più frequenti e devastanti”.

Non solo i fatti incontrovertibili, ma anche il principio di cautela preventiva suggerirebbero dunque atteggiamenti più responsabili a chi guida il Paese industrializzato più esposto a queste calamità, e al relativo esorbitante prezzo. Con il suo linguaggio fastidiosamente enfatico, Trump ha parlato dell’uragano “più epico e costoso” nella storia degli Stati Uniti. Vedremo a quanto ammonterà la fattura di Harvey e Irma, pesando oltretutto su una popolazione che in gran parte non beneficia di polizze assicurative per questo tipo di sciagure. Ma conosciamo la progressione dei costi dei tre uragani eccezionali che hanno colpito le coste americane del Nord Atlantico in meno di un decennio: 108 miliardi Katrina, 75 Sandy, 37 Ike. Per ora, l’unico dato certo è che in Texas 60mila persone perderanno il posto di lavoro.

Invece, nel nome di una scriteriata deregulation, il 4 agosto Trump ha ufficializzato l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima; il 15 ha cancellato i provvedimenti di Obama per regolamentare l’edificazione nelle zone inondabili, progettando nel contempo la fine degli interventi federali per le zone devastate, la riduzione dei fondi all’Agenzia delle catastrofi naturali, e tagli ai servizi meteo che consentono di prevederle. Del resto che attendersi dal presidente che esalta “il pulito, magnifico carbone”, e si è attorniato di crociati antiecologisti? E che come vice ha quel Mike Pence che, da governatore dell’Indiana, per negare i sussidi statali, così si esprimeva: “Il Congresso non può permettere che una catastrofe naturale si trasformi in una catastrofe di debiti per i nostri figli e nipoti”.

5.9.2017, 08:052017-09-05 08:05:42
Erminio Ferrari @laRegione

A chi giova la paura

A qualcuno converrà tutta questa paura. Non a quella parte del mondo (noi compresi) che, con ogni ragione, teme che l’escalation di provocazioni nordcoreane precipiti in uno scenario di guerra...

A qualcuno converrà tutta questa paura. Non a quella parte del mondo (noi compresi) che, con ogni ragione, teme che l’escalation di provocazioni nordcoreane precipiti in uno scenario di guerra nucleare. A beneficiarne – più il primo per ora – sono semmai i due volti che l’incarnano: Kim Jong-un e Donald Trump. Kim, in qualche modo, per necessità; Trump dovendo riscattare un’immagine compromessa dalle manifeste lacune di autorevolezza e credibilità nell’esercitare il proprio ruolo.

Il despota nordcoreano si sta giocando la sopravvivenza: quella del regime, ma anche la propria, visto come vengono regolate le cose laggiù. Quella che spesso viene bollata come “pazzia” sembra perciò il deliberato azzardo di chi ritiene che la sorte di Saddam Hussein e Muhammar Gheddafi sarebbe stata diversa se avessero disposto di un deterrente davvero in grado di tenere a bada i propri nemici. Lo conforta nella sua scommessa con la morte il caso di Saddam Hussein: gli Usa erano tanto consapevoli dell’inesistenza delle “armi di distruzione di massa” negli arsenali iracheni, che non esitarono ad attaccarlo. Ne deriverebbe che solo la dimostrazione inequivocabile di disporre di un arsenale atomico può tenere a bada le pulsioni dell’arcinemico statunitense.

Non solo: in qualità di padrone dell’ultimo Stato-cuscinetto lasciato in retaggio dalla Guerra Fredda, Kim sa bene che per indisposti che siano, i dirigenti cinesi non consentiranno (o lo faranno solo come scelta estrema) un collasso del suo regime: non tanto per l’eventuale afflusso di profughi alle frontiere, ma perché a quelle frontiere non vogliono assolutamente l’esercito sudcoreano e i suoi “consiglieri” nordamericani.

Infine, secondo una prassi arcinota, come ogni dittatore, Kim si affida alla rappresentazione della minaccia esterna per cementare (meglio: estorcere) il consenso nazionale e sedare (annientare) ogni eventuale dissidenza.

All’altro polo c’è un Trump che non può trascurare la straordinaria opportunità di mostrarsi degno commander-in-chief, offertagli da quell’arma di “distrazione di massa” raffigurata da Pyongyang. Non si tratta certamente di sottovalutare il pericolo rappresentato da Kim, o di ridurre a bluff quello che ormai quasi tutta la comunità scientifica internazionale ritiene una acquisita tremenda capacità di nuocere nelle sue mani. Si tratta piuttosto di considerare anche il capo della Casa Bianca tra gli elementi destabilizzanti: la pratica egomaniacale del potere (di qui il timore di “perdere la faccia”), il discredito internazionale che si è attirato, e la conduzione ondivaga dell’amministrazione, ne fanno più il detonatore della prossima guerra, piuttosto che il solutore, ruolo che la pretesa leadership mondiale degli Usa gli assegnerebbe.

Significa che la guerra è inevitabile, salvo accomodarsi a un ignobile appeasement con Pyongyang? No, ma di sicuro i margini di composizione della crisi sembrano esaurirsi senza rimedio, quanto più la ragionevolezza cede agli impulsi. Perché una sostanziale diversità rispetto al cosiddetto “equilibrio del terrore” della Guerra Fredda è che i conflitti tra i due blocchi avvenivano (non meno ignobilmente) per procura, e le rispettive dirigenze, pur accecate dall’ideologia, sapevano dove fermarsi (anche se a Cuba la mano parve sfuggire).

Oggi che il mondo non si divide in blocchi ma in frantumi, di quella “cinica virtù” non si vede traccia. E il “calcolo” attribuito all’uno e all’altro dei due tipi in questione potrebbe essere, per quanto ci riguarda, una forma di esorcismo con cui cerchiamo di sconfiggere la paura generata dalla loro sconsideratezza.

4.9.2017, 08:222017-09-04 08:22:22
Roberto Antonini

Sull’orlo della catastrofe

“Siamo sull’orlo di un conflitto (nucleare) su vasta scala”. Vladimir Putin, nella lettera pubblicata ieri all’apertura del vertice dei Brics, ci va dritto: la bomba H fatta esplodere ieri...

“Siamo sull’orlo di un conflitto (nucleare) su vasta scala”. Vladimir Putin, nella lettera pubblicata ieri all’apertura del vertice dei Brics, ci va dritto: la bomba H fatta esplodere ieri dal dittatore nordcoreano, la più potente di sempre, potrebbe costituire il punto di non ritorno.

L’incubo è condiviso dall’altro grande protagonista del summit, la Cina, con la quale Mosca vuole avviare un tentativo di mediazione: Pechino ha mandato i suoi caccia a sorvolare il confine. Donald Trump, dopo le esternazioni su una risposta devastante che avrebbe annichilito la Corea del Nord (l’ormai celebre “fuoco e furia”), sembra aver smorzato i toni. Ma la mossa del ‘Rispettato Maresciallo’ apre tutti gli scenari possibili, compreso quello apocalittico, in un “film” con regista e protagonista Kim Jong Un, che veste l’unico abito a sua misura, quello del Dottor Stranamore, padre padrone del più grande Lager del mondo.

La sua partita di poker atomica può sfociare – concordano gli esperti – in un attacco a breve/medio termine: la tecnologia bellica nordcoreana è molto avanzata, un missile balistico ha recentemente sorvolato il Giappone (‘Tokyo rischia la distruzione perché alleata degli Usa’ ha ammonito l’agenzia di stampa di Pyongyang) mentre la quantità di materiale nucleare fissile consentirebbe allo stato attuale la costruzione di una quindicina di bombe.

In un saggio pubblicato in piena guerra fredda, Michel Serres, uno dei maggiori filosofi viventi, aveva ipotizzato l’avvento di uno scenario ‘tanatocratico’, in cui il potere sarebbe stato in mano a ‘pericolosi folli’ potenzialmente capaci di ‘sradicare la vita sulla terra’. La personalità del presidente americano desta pure legittime inquietudini (anche di ordine psichiatrico stando a non pochi esperti) sebbene i meccanismi istituzionali della superpotenza gli impediscano di poter sfogare liberamente i suoi impulsi. La sua sconsideratezza la si può leggere in un suo ennesimo colpo di testa: Trump ha fatto capire ieri di voler ritirare gli Usa dal trattato di libero scambio… con i suoi alleati sudcoreani. La gestione della crisi vede in particolare sul proscenio il capo del Pentagono James Mattis, che in un colloquio con il suo omologo sudcoreano avrebbe discusso la possibilità di fornire a Seul bombe nucleari tattiche (a corto raggio), segno dell’avvio dell’escalation atomica.

La guerra del 1950 (quando la Corea del Nord alleata dei sovietici invase il Sud) non è formalmente mai finita e la diplomazia è ferma da ormai 10 anni. Lo stillicidio di lanci di missili e test atomici decisi dal dittatore ha riacceso la miccia ponendo Washington e i suoi alleati (Giappone, Corea del Sud) nell’impasse. Qualsiasi azione militare americana rischia di scatenare devastanti rappresaglie (in primis su Seul). Qualsiasi passo diplomatico è destinato comunque a lasciare inalterata l’ostinazione del maresciallo Kim ad aumentare il proprio arsenale, per lui una sorta di polizza sulla vita.

L’America è oggi indebolita dal crollo della sua leadership politica e morale (è recentissima l’ufficializzazione all’Onu del ritiro statunitense dal trattato sul clima). Lo spettro nucleare potrebbe riaprirsi anche con un Iran punito dalla parziale impulsiva retromarcia di Trump sulla storica intesa siglata da Obama. Gli scenari sono alquanto cupi e, di fronte al pericolo di nuove Hiroshima, al momento la comunità internazionale appare chiaramente impotente.