Analisi

Ieri, 10:002017-01-17 10:00:49
Roberto Antonini

Caos e venti di guerra (fredda?)

Altro che ‘smooth transition’, la tradizionale transizione morbida. A Washington acredine e rappresaglie hanno raggiunto l’acme. A Pechino il governativo ‘Global Times’ ventila...

Altro che ‘smooth transition’, la tradizionale transizione morbida. A Washington acredine e rappresaglie hanno raggiunto l’acme. A Pechino il governativo ‘Global Times’ ventila addirittura la prospettiva di una guerra con gli Usa nel Mar del Sud della Cina, mentre alla frontiera russo-polacca stanno convergendo unità Nato. A una settimana dall’insediamento del 45esimo presidente, a regnare è lo scompiglio. Il presidente uscente sta moltiplicando i ‘last-minute regolatory acts’, misure d’emergenza per impedire che vengano smantellate le conquiste sociali e ambientali: ne ha già firmati 571 e non intende fermarsi. Quanto al Congresso, in una corsa contro il tempo, attrezza il patibolo della più importante riforma dell’era Obama, quella sanitaria, il tanto odiato ‘affordable care act’. E Trump, a colpi di tweet e senza soluzione di continuità, accumula le staffilate contro il suo predecessore, i suoi avversari, leader stranieri come Angela Merkel, la stampa (con una virulenza tale da suscitare l’inattesa critica della sua alleata FoxTV) e quei servizi segreti rei di aver smascherato il ruolo svolto dietro le quinte dai russi. Sul tavolo, oltre tutto, quel rapporto controverso sul presunto dossier (‘kompromat’ specialità russa in salsa Kgb ora Fsb) grazie al quale Putin ricatterebbe il magnate assumendo le redini della politica estera Usa. Spazzatura o verità? Impossibile saperlo, anche se un’inchiesta del ‘Washing-ton Post’ smentisce Trump e rivela suoi legami regolari con Mosca. Come se non bastasse James Comey, il capo dell’Fbi, è sotto inchiesta per la sua singolare decisione di pubblicare in piena dirittura d’arrivo della campagna elettorale le e-mail private di Hillary Clinton. Anche la formazione dell’esecutivo più elitario della storia (i 17 top del gabinetto hanno una ricchezza equivalente a quella di oltre 50 milioni di americani) si presenta all’insegna della cacofonia e della confusione: il futuro capo del Pentagono James Mattis punta il dito contro Putin che mirerebbe a seminare divisione all’interno della Nato: posizione che contrasta con quella filorussa di Trump e di Rex Tillerson, ministro degli Esteri il quale, preannunciando un rafforzamento della flotta al largo della Cina, ha provocato un sisma diplomatico di forte magnitudo. Negli ultimi anni (non intervenendo in Siria e disimpegnandosi da Iraq e Afghanistan) l’America aveva di fatto seguito una linea diplomatica cauta. Un’escalation della tensione improvvisa era dunque inattesa. Obama può vantare un bilancio invidiabile: disoccupazione dimezzata, protezione dell’ambiente rafforzata, la fine della tortura, intese con Iran e Cuba. Anche la vittoria di Trump è da registrare, in negativo però, a bilancio: perché a tifare per il Tycoon non ci sono state solo le ricche cotonate texane o gli ultras di Dio della Bible Belt, ma pure la working class bianca che si è sentita trascurata e tradita. Oggi, lacerata, la ‘nazione indispensabile’ è sprofondata nel caos, e tutti rischiano di pagarne le conseguenze.

Ieri, 08:422017-01-17 08:42:14
Erminio Ferrari @laRegione

Questo presidente non è ‘normale’

Forse neppure Vladimir Putin pretendeva tanto. L’attacco ad Angela Merkel, il sostegno incondizionato alla Brexit, la dichiarazione di obsolescenza della Nato, sono andate oltre...

Forse neppure Vladimir Putin pretendeva tanto. L’attacco ad Angela Merkel, il sostegno incondizionato alla Brexit, la dichiarazione di obsolescenza della Nato, sono andate oltre la generica insofferenza espressa da Donald Trump verso tutto ciò che è “vecchio” nelle relazioni internazionali e la professione di stima di cui il presidente russo è beneficiario. È bene tenerlo presente, perché nel confronto tra potenze, più della “simpatia” conta la forza. E chi ne sta accumulando negli scenari internazionali di maggior frizione è appunto Putin, a dispetto di un quadro economico e sociale interno in costante degrado. Dunque non sono oziose le domande sulla ratio delle dichiarazioni di Trump. Se cioè sono espliciti i suoi bersagli, non così chiaro è l’obiettivo, o meglio: la consapevolezza dell’esito delle sue sparate. La lode della Brexit potrebbe avere una spiegazione immediata: offrire a Londra una sponda, un mercato, crescendo le tensioni con l’Unione europea e rischiando i prodotti del Regno Unito di vedersi pregiudicata la libera commercializzazione oltre Manica. Per averne in cambio una rinnovata lealtà (peraltro mai messa in discussione) e fungere da esempio “virtuoso” agli occhi dei nazionalisti che in almeno tre Paesi (Olanda, Francia, Germania, e magari quattro con l’Italia) affronteranno la prova elettorale cavalcando l’antieuropeismo. Ne discende che l’attacco a Merkel – solo pretestuosamente a riguardo dei migranti – sembra diretto al fulcro stesso dell’intera costruzione europea. Impegnata in una lunghissima campagna elettorale appena cominciata, la cancelliera non potrà permettersi errori. Indurla a compierne sarebbe un successo per chi vuole indebolire lei e di conseguenza l’Europa nei confronti soprattutto di Mosca, essendo al riguardo quella di Merkel la voce più considerata (se non la sola) dal Cremlino. Quanto alla Nato, quelle di Trump sembrano più parole in libertà che l’anticipo di un piano già organizzato in progetto. Non solo perché la Nato è l’etichetta sotto la quale gli Usa dispongono in Europa di libertà di movimento militare senza paragoni nel resto del mondo, ma anche perché è stata l’adesione all’Alleanza, prima e ben più di quella all’Unione europea ad aver certificato il passaggio al blocco atlantico dei Paesi dell’ex patto di Varsavia, orgoglio e vanto di molti dei neocon richiamati in servizio da Trump medesimo. Perché Trump lo fa? Per ingraziarsi Putin. Ma la risposta è insufficiente. Le affinità tra i due possono, per ipotesi, anche arrivare all’identità. Salvo su un elemento decisivo: che, a differenza del primo, il secondo non deve rendere conto a nessuno, parlamento, opinione pubblica, né (per ciò che appare) apparato militare. E questo gli assicura un vantaggio tattico incolmabile. Perché, di nuovo, Trump lo fa, mettendosi contro il proprio apparato di intelligence, gli alleati dell’intero dopoguerra, una parte non trascurabile della propria opinione pubblica e del Congresso che pure controlla? Perché, paradossalmente, è sbagliata la domanda se ha ragione il ‘Guardian’, secondo cui un presidente “normale” non reggerebbe a un cumulo tale di contraddizioni (e non stiamo a elencare quelle di politica domestica), mentre Trump non lo è. Non è tranquillizzante, no. Ma forse è da qui che bisogna ripartire. 

11.1.2017, 08:392017-01-11 08:39:09
Generoso Chiaradonna @laRegione

Mercato del lavoro molto resiliente

La resilienza in fisica è la capacità di un metallo di resistere a urti e forze improvvise senza spezzarsi. Lo stesso concetto può essere esteso a vari ambiti delle scienze sociali...

La resilienza in fisica è la capacità di un metallo di resistere a urti e forze improvvise senza spezzarsi. Lo stesso concetto può essere esteso a vari ambiti delle scienze sociali e anche – perché no – al mercato del lavoro svizzero che, stando ai dati riferiti all’intero 2016 appena divulgati dalla Segreteria di Stato per l’economia, ha resistito bene agli ‘urti’ di fattori esterni e meglio di altre economie europee. Un tasso di disoccupazione medio per l’intero anno pari a circa il 3,3% può tranquillamente essere definito frizionale. Anche per il Ticino, dove il tasso medio è stato di circa il 3,5%,  non siamo in una situazione di allarme anche se il cittadino colpito dal fenomeno della disoccupazione non gioisce dello stato in cui si trova e preferirebbe uscirne il più presto possibile. Come sempre il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto a dipendenza da dove lo si guarda e soprattutto dipende da chi lo guarda. La stessa Seco nel suo comunicato fa notare che “nonostante la solida crescita e il progressivo consolidamento della congiuntura, il numero dei disoccupati è aumentato rispetto all’anno precedente”. Il mercato del lavoro nel complesso ha comunque tenuto grazie in particolare alla ‘terziarizzazione dell’economia’, secondo Boris Zürcher, capo della Direzione del lavoro presso la Seco. Tale mutazione strutturale ha comportato una progressione dell’impiego in settori meno sensibili alle variazioni congiunturali, quali la sanità, la formazione o ancora la pubblica amministrazione. Da considerare anche l’immigrazione, calata nel corso degli ultimi due anni, che da sempre svolge un ruolo di ammortizzatore durante le fasi di flessione congiunturale. Comunque sia, vista dal resto dell’Europa la Svizzera appare un’isola felice. Anche vista da Berlino, la capitale della prima economia continentale che non si trova in recessione, il rapporto dei senza lavoro svizzeri rispetto alla popolazione attiva è irrisorio. In Germania il tasso di disoccupazione si avvicina comunque al 6,1%. In altri Paesi si supera abbondantemente l’11% e in altri ancora – basta pensare alla Spagna e alla Grecia – si raggiungono livelli di senza lavoro da brividi (oltre il 20%). Se invece si mette a fuoco la situazione dei giovani disoccupati di questi ultimi Paesi, la situazione è da vero e proprio allarme sociale: quasi la metà degli under 25 non ha un’occupazione. Quale la ricetta del successo elvetico? Sicuramente un buon ammortizzatore sociale qual è la Legge contro la disoccupazione (Ladi). Riformata in maniera piuttosto brusca alcuni anni fa, la Ladi non ha annullato del tutto il reddito di chi ha perso il lavoro e non ha (ancora) avuto effetti troppo nefasti dal punto di vista sociale ed economico. Ha contribuito, per contro, al mantenimento dei livelli di consumo di coloro che si sono trovati momentaneamente senza lavoro e di conseguenza anche i disoccupati hanno contribuito e contribuiscono alla crescita del Pil. Sarebbe buona cosa, quindi, non falcidiare ulteriormente uno strumento che contribuisce in maniera sostanziale alla coesione sociale. Un dato su tutti: per l’intero 2012 la Ladi ha versato indennità e prestazioni di altro genere pari a 7,42 miliardi di franchi. I contributi raccolti sono invece stati pari a 7,57 miliardi (in aumento rispetto all’anno precedente). 

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9.1.2017, 10:302017-01-09 10:30:00
Aldo Sofia

Quelle élites anti-élites

Ricordate senz’altro: “Quel che è bene per la General Motors, è bene per l’America”, si diceva ai vertici dell’industria automobilistica allora più importante degli Stati Uniti. Non ricordo...

Ricordate senz’altro: “Quel che è bene per la General Motors, è bene per l’America”, si diceva ai vertici dell’industria automobilistica allora più importante degli Stati Uniti. Non ricordo che qualcuno avesse mai chiesto se valesse anche il contrario, se cioè quanto è bene per l’America possa esserlo anche per la Gm. Sta di fatto che proprio sull’industria dell’auto, Donald Trump, non ancora entrato alla Casa Bianca ma in qualche modo già operativo – in quell’arcaico, lungo periodo di transizione ereditato dai tempi in cui il Paese poteva essere attraversato unicamente in carrozza –, ha subito esercitato la massima pressione. In particolare ordinando alla Ford di non aprire una fabbrica di assemblaggio in Messico se vuole evitare che sulle vetture re-importate negli Usa la futura Casa Bianca applichi alti e scoraggianti tassi doganali. E Ford accetta, annunciando oltretutto la prossima apertura di un impianto in Michigan (700 milioni di investimento per 700 posti di lavoro).
Giuggiole per coloro che confidano nel vangelo protezionista e anti-globalista del 45º presidente Usa; e dunque anche nel de profundis del Trattato nord-americano sul libero mercato (Nafta). Domande: ma come mai tanto senso di generosa responsabilità da parte della Ford? Ed è davvero la rappresaglia minacciata da “The Donald” ad avare determinato il suo “ravvedimento”, che, se messo davvero in pratica, costerebbe al consumatore mille dollari in più per vettura?
In realtà le cose sono più complesse. Primo: Ford non rinuncia affatto a continuare in altri impianti già aperti in Messico l’assemblaggio di vetture che (in base agli accordi Nafta) devono essere costruite al 65 per cento negli Stati Uniti per evitare dazi doganali. Secondo: a sua volta ammonita sull’assemblaggio in Messico del modello Cruz, General Motors ha ricordato al futuro presidente che nel 2016 soltanto 4’500 vetture di quel modello sono state vendute negli Stati Uniti su un totale di 172mila vendute nel resto del mondo. Terzo, e soprattutto: gli imprenditori statunitensi contano moltissimo sulla riforma fiscale promessa in campagna elettorale da Trump, e che dovrebbe portare le imposte delle società dal 35 al 15 per cento. Mica male come scambio: venti per cento di tasse in meno negli Stati Uniti in cambio della non apertura di alcune fabbriche di assemblaggio oltre confine. Ed infatti Mark Field, il Ceo di Ford, ha dichiarato: “Pensiamo che queste riforme fiscali e regolamentari siano di importanza cruciale per rafforzare la competitività degli Stati Uniti”.
È dunque questa la ricetta Trump? Chi eventualmente ne pagherà le conseguenze? Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz pronostica una nuova, consistente dose di quella che venne chiamata “voodoo economics” di reaganiana memoria: le politiche fiscali promesse da Trump non porteranno grandi vantaggi alle classi media e operaia; e i loro effetti saranno comunque vanificati da tagli alla sanità, all’istruzione e ai programmi sociali, mentre “decenni di sforbiciate alla spesa del governo federale hanno lasciato ben poco da tagliare”.
Ma non era stato uno storico voto contro lo strapotere delle élites economico-finanziarie? Ma la vera conclusione è un’altra: per non aver ottenuto una “mondializzazione governata” (salari minimi, leggi anti-dumping, contratti collettivi, socialità) eccoci servita la presunta “smondializzazione” affidata ad una presidenza americana infarcita di miliardari.

2.1.2017, 08:152017-01-02 08:15:30
Roberto Antonini

Una strage per l'anno nuovo

Ancora una strage, l’inenarrabile orrore che si fa ormai routine, quasi a indicare che il 2016 non sarà un unicum, e che un altro annus horribilis ci attende. Il terrore ha fatto la sua...

Ancora una strage, l’inenarrabile orrore che si fa ormai routine, quasi a indicare che il 2016 non sarà un unicum, e che un altro annus horribilis ci attende. Il terrore ha fatto la sua apparizione in una discoteca di Istanbul, camuffato per non essere riconosciuto: la sventagliata di Kalashnikov, la carneficina. Un déjà vu, la firma dell’estremismo islamista, ritornato a colpire negli ultimi giorni da Berlino a Baghdad.
Come la mitologica Idra, a cui spuntavano due teste ogni qualvolta Ercole gliene mozzava una, l’Isis – in arretramento sul fronte bellico sia in Siria sia in Iraq – continua a vivere in ciò che gli riesce meglio: lo stragismo portato avanti da individui o piccoli gruppi che aderiscono, spesso in modo informale, alla galassia dell’estremismo salafita.
Della propria spietatezza, Daesh (l’acronimo arabo del sedicente Stato Islamico) va fiero, la sua logica rifugge qualsiasi accenno a considerazioni umanistiche.
In un nostro recentissimo viaggio in Iraq nella piana di Ninive, l’area di Mosul dove le forze alleate cercano di conquistare la città roccaforte dell’Isis, abbiamo sentito da testimoni diretti racconti raccapriccianti sulle pratiche di Daesh, come le esecuzioni capitali effettuate con cingolati che avanzano lentamente, dalla testa ai piedi, sui corpi dei condannati; abbiamo visto quartieri e città cristiane distrutti dalla furia fondamentalista. Questo è il progetto politico di Daesh.
Il terrorismo islamista naturalmente ci interpella in quanto individui e società. Le democrazie liberali rimangono, malgrado tutto, modelli ineguagliati di libertà, giustizia, garanzie sociali. La storia non ha sempre un orizzonte definibile – affermava il politologo americano Francis Fukuyama – ma la sua direzione è forse leggibile nel flusso migratorio. Che si dirige proprio verso le società aperte, di stampo democratico, ereditate dalle grandi rivoluzioni del XVIII e XIX secolo. L’offensiva terroristica e i flussi migratori le mettono in serio pericolo: come conciliare allora libertà e sicurezza, apertura e protezione del retaggio culturale?
Il 2017 si preannuncia come un anno cardine per il Vecchio continente: saprà (sapremo) salvaguardare la sua natura democratica; non cedere alle sirene populiste con le loro perniciose – seppur comprensibili – chiusure; mantenere quell’encomiabile resilienza che – da Parigi a Berlino – fa onore a popolazione e dirigenti?
Nei Paesi Bassi dapprima, in Francia e Germania in seguito, gli elettori saranno chiamati – con la loro risposta alle minacce globali – a definire il futuro continentale. C’è da sperare che la tanto vituperata Europa venga ricordata, al momento di inserire la scheda nelle urne, anche per la sua capacità di farci vivere da settant’anni in pace e – seppure tra non poche difficoltà – in un certo benessere e giustizia sociale. Un continente che, come scriveva il grande sociologo Zygmunt Bauman, è associato spesso a una minaccia (gli effetti nefasti della globalizzazione), mentre dovrebbe essere visto in primis come un baluardo contro le minacce: quella del terrorismo, certo, ma anche quelle rappresentate dalla nuova aggressiva Russia imperiale di Putin; dalla mondializzazione della precarietà di stampo asiatico; e da quell’America in mano a un uomo che si prefigge di rilanciare la corsa agli armamenti atomici, di azzerare gli accordi con l’Iran, di buttare benzina sul fuoco sposando in toto la causa dell’estrema destra israeliana, e di azzerare quegli accordi sul clima da cui dipende il futuro del pianeta.

27.12.2016, 10:012016-12-27 10:01:48
Aldo Sofia

La miccia di Trump

È possibile, anzi probabile, che si stia di nuovo accendendo la miccia che velocemente può far riesplodere la ‘dimenticata’ questione israelo-palestinese. Mentre proprio su questa crisi irrisolta, il...

È possibile, anzi probabile, che si stia di nuovo accendendo la miccia che velocemente può far riesplodere la ‘dimenticata’ questione israelo-palestinese. Mentre proprio su questa crisi irrisolta, il presidente americano uscente e quello entrante, in uno scenario polemico mai visto nella fase di transizione, sottolineano nei fatti la loro distanza. Da una parte, per la prima volta nella storia fra Stati Uniti e Stato ebraico, la Casa Bianca, ancora per poco di Obama, fa mancare il veto che in sede Onu ha sempre evitato ad Israele di essere condannata dal Consiglio di sicurezza per l’occupazione dei territori palestinesi: compresa la parte araba di Gerusalemme, che in mezzo secolo ha mutato il volto della città non soltanto nel centro storico, ma anche e soprattutto sulle colline circostanti, trasformandole in ‘fortezze residenziali’: una clamorosa violazione del diritto internazionale, quella della periferia di Gerusalemme, di cui, chissà perché, non si parla mai, o pochissimo. Sull’altro fronte della politica statunitense, ecco che Donald Trump nomina invece, quale rappresentante della superpotenza a Tel Aviv, l’ambasciatore più filo-israeliano scelto da un presidente statunitense da quando esiste lo Stato di cui fu padre Ben Gurion. Cosa ci dicono queste due quasi simultanee notizie? Che Barack Obama, con una mossa che sa di ripicca, fa la cosa giusta, ma in modo assolutamente tardivo e velleitario. Dalla guerra dei sei giorni l’occupazione militare di Cisgiordania e Gaza è condannata dalla comunità internazionale, e Israele ha violato tutte le risoluzioni Onu (centinaia) che di volta in volta ne ribadivano l’illegalità. Per otto anni lo stesso Obama si era comportato esattamente come tutti i suoi predecessori, bloccando le risoluzioni di denuncia di Israele sull’argomento. Che cambi politica ad appena tre settimane dall’arrivo del suo successore, è francamente triste, ipocrita e paradossale. Non può scoprire soltanto ora che, come ha detto la sua ambasciatrice all’Onu, «è impossibile sostenere allo stesso tempo la soluzione dei due Stati (uno israeliano e l’altro palestinese) e gli insediamenti dei coloni», che sono uno dei principali ostacoli ai colloqui di pace. E poi c’è Donald Trump. Che i numerosi simpatizzanti occidentali considerano la quintessenza del pragmatismo, ma che anche su questo versante opera scelte radicali. Nomina infatti ambasciatore in Israele David Friedman, avvocato specialista in cause di fallimento (Trump ne avrà avuto bisogno in passato?), e la cui seconda attività è l’assoluto, ideologico, e concreto sostegno al peggio prodotto dalla politica israeliana. Infatti, è favorevole all’occupazione israeliana, addirittura co-finanzia un movimento di coloni, ha pubblicamente auspicato l’annessione di alcune parti della Cisgiordania, ha auspicato il trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, e ha spregiativamente definito «kapò» – quindi collaborazionisti – i sostenitori israeliani della soluzione dei due Stati. Cose che il premier Benjamin Netanyahu pensa senza poterle dire tutte. Insomma, più che il rappresentante della potenza planetaria, l’uomo scelto da Trump sembra un deciso sostenitore e militante delle posizioni più oltranziste dell’attuale governo israeliano, dominato dai nazional-religiosi. E se applicasse anche una sola ricetta del suo uomo in Israele, il neopresidente degli Stati Uniti accenderebbe un’autentica miccia nel cuore del dramma vicino-orientale.

21.12.2016, 10:002016-12-21 10:00:31
Erminio Ferrari @laRegione

La solitudine di Angela Merkel

In mancanza di un colpevole accertato, alla sbarra per la strage di Berlino è già finita Angela Merkel. Nella propaganda dell’opposizione nazionalista e dei populismi di mezza Europa, la...

In mancanza di un colpevole accertato, alla sbarra per la strage di Berlino è già finita Angela Merkel. Nella propaganda dell’opposizione nazionalista e dei populismi di mezza Europa, la sua politica (pur ondivaga) di apertura ai profughi dal Medio Oriente, vale da prova di correità con gli autori dei crimini più odiosi dell’islamismo radicale. Non è così, ovviamente, ma, come teorizza una corrente reazionaria particolarmente in auge, oggi una politica di successo non deve più basarsi sui fatti, ma sulla reazione, pilotata, “della gente” ai fatti. Quando poi questi ultimi sono della specie di quanto è avvenuto a Berlino, diventa oltremodo difficile argomentare con la lucidità e la dirittura richieste, anche per una cancelliera sperimentata e calcolatrice come Merkel. La sua campagna elettorale per conquistare un quarto mandato alla cancelleria non poteva aprirsi in modo più tragico. Merkel paga in un certo senso, e con un fondo di paradosso, l’essersi esposta a favore dell’accoglienza dei profughi come nessun altro capo di governo europeo ha fatto. Parigi si è tenuta ben al riparo (pagando comunque un prezzo elevatissimo di vite); Roma (con fondate ragioni) si è schermata dietro lo sforzo già prodotto a causa di una collocazione geografica che fa delle sue sponde meridionali l’approdo ‘naturale’ dei migranti, specie da quando l’accordo Ue-Turchia ha interrotto il flusso verso la Grecia; Londra, non parliamone; per non dire di Varsavia, Budapest… È ben vero che Merkel, fiutando l’aria, ha più volte corretto il tiro, ma a descrivere la situazione in cui si trova basta da sola l’irrisione rivoltale da Alternative für Deutschland subito dopo la strage di Berlino: “Sei contenta di quello che hanno fatto i tuoi amici?”. Il fatto è che oggi la gestione del fenomeno migratorio, in termini di politica di accoglienza e di sicurezza, richiede ai governi visione e capacità che sembrano loro mancare, e assegna alle opposizioni nazionaliste (o ex opposizioni, dove siano arrivate al governo) un vantaggio crescente nel discorso pubblico, alimentato di volta in volta da quegli stessi crimini ideologici che i leader populisti pretendono di saper debellare. Questa opposizione di inadempiuti doveri degli uni e di rabbiose velleità degli altri vizia un confronto che invece richiederebbe un’attitudine consapevole e responsabile. Esattamente ciò che manca oggi In questo quadro drammatico, non limitato alla Germania, ad Angela Merkel tocca un ruolo di guida: tenere la rotta anche nelle circostanze più avverse e dolorose. Non è detto che ne sia all’altezza (penalizzata da una sospetta inclinazione all’opportunismo), benché sembri la sola a poterlo essere. A doverlo essere: basta guardare al resto d’Europa per rendersi conto di questa necessità. Ne discende che un suo fallimento sarebbe quello di tutti, e che oggi niente può scongiurare definitivamente questa eventualità: dalle aggressioni di Colonia allo stillicidio di attentati, fino alla strage di Berlino, l’arretramento delle posizioni “coraggiose” di Merkel è proseguito parallelamente alla perdita di consensi di cui, in un regime democratico, un politico ha pur bisogno. E se questo è vero, e poiché i fallimenti si producono non necessariamente all’improvviso, ma soprattutto per esaurimento delle energie, la prospettiva è nera.

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20.12.2016, 10:302016-12-20 10:30:55
Erminio Ferrari @laRegione

La ‘vendetta’ di Aleppo sull’ambasciatore russo in Turchia

Un morto che “ne vale” molti di più. L’uccisione dell’ambasciatore turco ad Ankara è caduta con drammatico fragore sugli sforzi di Vladimir Putin (...

Un morto che “ne vale” molti di più. L’uccisione dell’ambasciatore turco ad Ankara è caduta con drammatico fragore sugli sforzi di Vladimir Putin (sinora riusciti) di accreditarsi come vincitore della guerra siriana, e soprattutto come playmaker indiscusso della politica mondiale. Al prezzo di migliaia di vite siriane e di svariate decine di soldati russi tornati in patria avvolti nella bandiera dell’onore. Se l’intervento in Siria doveva riscattare l’umiliazione militare patita in Afghanistan e quella politica degli anni-Eltsin, l’uccisione del diplomatico è un sinistro richiamo a un principio di realtà, al quale deve sottostare anche il più abile e ambizioso politico: entrare da castigamatti in un teatro di guerra destabilizzato come quello siriano è stato tutto sommato facile; restarvi non lo sarà; e uscirne potrebbe rivelarsi un giorno catastrofico. Intanto, la guerra, benché l’esito che si profila gli sia del tutto favorevole, non è finita; inoltre, a Putin verrà richiesto di essere all’altezza della piega che lui stesso ha voluto dare agli avvenimenti: tanto sul piano militare che su quello politico-diplomatico. Ricordando che il “fronte”, secondo la riuscita strategia jihadista e come hanno appreso a proprie spese gli europei, ha una geometria variabile che favorisce i terroristi. Sul piano politico-diplomatico, la gestione della questione siriana non è meno problematica. Ieri, Mosca e Ankara hanno reagito all’unisono all’uccisione dell’ambasciatore – entrambe sperando, e dichiarando in anticipo, che si sia trattato di un gesto isolato – e confermato di voler cooperare con Teheran a una “soluzione negoziata” del conflitto. Che si fidino l’una dell’altra è una finzione (la Russia sostiene e arma i nemici della Turchia, e questa ha assicurato la copertura ai gruppi jihadisti), ma per ora non hanno scelta. L’equilibrismo tra proclami e pratica sul terreno imporrà di evitare ogni eventuale accusa reciproca, e di ‘archiviare’ la morte di Andrey Karlov come la tragica dimostrazione (e in effetti lo è) che la guerra al terrorismo richiede le proprie vittime. Quella di un ambasciatore, rilanciata sui media di mezzo mondo, e quella dei suddetti soldati e civili, divenute sanguinosa ordinaria amministrazione. Anche per Putin e Erdogan, come valse per Bush e i suoi accoliti europei, la “guerra al terrorismo” fa da veicolo e giustificazione per ogni inconfessato disegno.

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19.12.2016, 10:262016-12-19 10:26:32
Aldo Sofia

E lo zar Putin entra ad Aleppo

Dopo il lunghissimo assedio, un tronfio Bashar al Assad commenta la caduta di Aleppo sostenendo di aver scritto “una pagina di storia”. Sì, ma una storia di sangue e nefandezze. E di...

Dopo il lunghissimo assedio, un tronfio Bashar al Assad commenta la caduta di Aleppo sostenendo di aver scritto “una pagina di storia”. Sì, ma una storia di sangue e nefandezze. E di comode falsità. Quella, fra l’altro, assai comoda per le nostre coscienze intorpidite, che sostiene la tesi di una guerra siriana in cui tutti sono colpevoli, e tutti allo stesso modo. Un falso. Perché è vero che ci sono le colpe, e anche su quelle delle milizie jihadiste non vi sono dubbi; ma ci sono anche le responsabilità, e quelle del dittatore di Damasco sono storicamente indiscutibili. Nel 2011, alla protesta pacifica per l’arresto di un gruppo di ragazzini che alla periferia della capitale sbeffeggiavano i vertici del regime, Assad (espressione della minoranza alawita) rispose immediatamente con i vecchi strumenti del potere: intervento dell’esercito, manifestazioni soffocate nel sangue, e le immancabili torture. Segue la micidiale slavina. Fine della protesta democratica. Inizio della rivolta armata. Intervento delle potenze esterne interessate agli equilibri e agli squilibri da imporre alla regione. E il capolavoro politico di Damasco: far credere, a un Occidente bersagliato dagli attentati dell’Isis, che la Siria doveva essere considerata il primo baluardo contro lo Stato Islamico. In realtà, contro gli sgherri del Califfato l’esercito siriano non aveva sparato un solo colpo, gli aveva praticamente lasciato campo libero, non aveva combattuto contro la conquista di Raqqa diventata la capitale dell’Isis, perché tutta l’attenzione doveva essere concentrata contro la ribellione verbalmente sostenuta dagli Stati Uniti e finanziariamente dall’Arabia Saudita. Questi, sostanzialmente, sono stati i binari su cui si è sviluppata una delle principali tragedie dalla Seconda guerra mondiale, con un bilancio impressionante di morti, feriti, distruzioni, profughi. E la pagina di Aleppo, storicamente capitale del Nord e dell’economia nazionale, è stata particolarmente atroce. Intervenuta soprattutto per salvare l’alleato di Damasco, la Russia di Putin ha partecipato all’inaudito massacro (modello Cecenia), e oggi le “lamentele umanitarie” meno credibili sono quelle degli Stati Uniti, che in fatto di stragi e guerre sbagliate nella regione vantano un curriculum ancora ineguagliato. Si vedrà quali vantaggi e dividendi politici raccoglierà un Vladimir Putin che ormai viene anche chiamato “lo zar d’Oriente”. La guerra siriana non è affatto finita, la disgregazione del Paese è una prospettiva sempre concreta, le alleanze di Mosca con Iran e Turchia potrebbero rivelarsi di breve durata. Vedremo anche in che modo lo stesso presidente russo capitalizzerà questo apparente successo politico-militare al di fuori della regione. Di certo, se Putin segna questo punto anche d’immagine, è perché l’Occidente è stato più che accomodante. Anzi, quasi interessato, addirittura sollevato nel lasciare al capo del Cremlino l’incarico di sciogliere la terribile matassa che Stati Uniti ed Europa non hanno potuto o voluto sciogliere. Intanto si avvicina l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump. Che ha più volte elogiato Putin. Ammirazione reciproca. Ma la futura amministrazione americana, piena di gente che criticò le incertezze del ‘commander in chief’ Obama, condividerà l’idea di consegnare a Putin una delle chiavi del Medio Oriente?

13.12.2016, 09:142016-12-13 09:14:37
Erminio Ferrari @laRegione

Un governo per votare

L’incarico affidato da Sergio Mattarella a Paolo Gentiloni di formare un nuovo esecutivo rasenta l’ovvietà. Dimessi Matteo Renzi e con lui il suo esecutivo, e non essendoci stato un cambio di...

L’incarico affidato da Sergio Mattarella a Paolo Gentiloni di formare un nuovo esecutivo rasenta l’ovvietà. Dimessi Matteo Renzi e con lui il suo esecutivo, e non essendoci stato un cambio di maggioranza in parlamento, l’incarico non poteva andare che a un politico espresso dallo stesso schieramento. Un governo, insomma, serve, non fosse altro che per giungere alle prossime elezioni quale che sia il giudizio politico che gli si assegna (quella Maria Elena Boschi era proprio necessaria?). È di questa necessità che si fa schermo un Partito democratico sfasciato. La stessa necessità che, specularmente, fingono di ignorare i più striduli esponenti dell’opposizione, da Salvini ai 5Stelle (e di questi ultimi c’è da temere che non fingano, in effetti). Un “non sapere” che anticipa con chiarezza i temi della prossima campagna elettorale, sopra a tutti la “illegittimità” di chi è al governo. Nella prevedibile contesa fra propagande opposte, provare a trattare con argomenti non strumentali le affermazioni di Salvini e grillini sarà tempo perso ed in sé tentativo futile, poiché si renderebbe funzionale al loro stesso manicheismo falsario. Cosicché, se qualcuno pensava che dopo il referendum il confronto sarebbe tornato a un registro appena civile, si dovrà ricredere. Non che il presidente della Repubblica ne sia ignaro. Da uomo delle istituzioni (e da vecchio democristiano anomalo) non ama tirarla per le lunghe, vuoi per il concetto elevato che ha delle funzioni pubbliche, chiunque le incarni; vuoi perché consapevole (vogliamo sperare) che la lacerazione sociale nel Paese e quella, conseguente, tra cittadini e ceto politico non è più una sciagurata contingenza ma uno scenario che si va incarnando stabilmente nel corpo del Paese. Che vi sia chi sappia porvi rimedio, purtroppo, è dubbio; mentre è evidentissimo chi ne trae il maggior capitale di consensi. Dunque, che Gentiloni (figlioccio della sinistra extraparlamentare via via “normalizzatosi”) abbia davanti a sé mesi difficili, rientra nella dinamica scontata di un confronto politico surriscaldato, e non è questo il problema principale. Il dramma è piuttosto la mancanza di una proposta politica (qualsiasi proposta) all’altezza dei processi attivi a livello globale, che non sia di acquiescenza al dettato della finanza mondiale. Che siano stati gli eredi delle socialdemocrazie europee a incaricarsi di gestire quel disegno altrui, spiega in buona parte il discredito caduto sulle sinistre di governo, e ha aperto la strada all’avvento della peggior destra, a cui si è rivolta quella parte di società che si è sentita tradita e abbandonata. La forma che in Italia ha preso questa tendenza è ben visibile, e si è radicalizzata al punto che difficilmente un pur probo Gentiloni potrà invertirne il corso. Avverrà semmai il contrario, questione di tempo. Tempo che, comprensibilmente, fascioleghisti e grillini vogliono sia il più breve possibile, per vedere tradotto in voti il consenso raccolto attorno al no referendario. Di qui alle elezioni, dunque, non varrà altro argomento: ogni provvedimento di tutela del meccanismo democratico (legge elettorale, tempi, rispetto del dettato costituzionale) verrà denunciato come attentato alla “democrazia del popolo”. E quando passeranno all’incasso, i difensori di quel “popolo” si troveranno ricchi.

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12.12.2016, 10:002016-12-12 10:00:13
Roberto Antonini

Usa, autunno della democrazia

Dopo l’ubriacatura elettorale, l’America si ritrova in una profonda crisi istituzionale. L’“affaire” delle ingerenze russe nella campagna ne è solo l’ultimo capitolo. Da gennaio il Paese...

Dopo l’ubriacatura elettorale, l’America si ritrova in una profonda crisi istituzionale. L’“affaire” delle ingerenze russe nella campagna ne è solo l’ultimo capitolo. Da gennaio il Paese sarà guidato da un presidente eletto dalla minoranza degli elettori. È la seconda volta dal 2000. Ma la vittoria di Hillary Clinton nel voto popolare (i sondaggi qui ci avevano in realtà azzeccato) è questa volta netta: sfiora i 3 milioni di voti, oltre il 2%. Il sistema dei grandi elettori, creato 229 anni fa quando i padri fondatori cercavano modalità per far coesistere 13 Stati, non risponde più alla realtà contemporanea. E non sono in pochi ora a chiedere al collegio elettorale di non votare per Trump ma di eleggere, il 19 dicembre, un outsider. Ad avvelenare il clima del post-voto c’è ovviamente la personalità stessa del tycoon, considerato un autocrate aggressivo e borioso. Le tensioni sono alimentate anche dalla convinzione che a contribuire all’esito delle presidenziali sia stata una disinformazione massiccia via social, dai siti più oltranzisti (tra cui Breitbart news, il cui fondatore S. Bannon è stato premiato con nomina nello staff Trump) a quelli “spazzatura” gestiti da oscuri personaggi, dagli Usa fino ai Balcani. Sappiamo ora che il fango informativo delle ‘fake news’ è stato in buona parte versato (secondo il ‘Washington Post’ che anticipa l’inchiesta della Cia) dalla Russia. Mosca avrebbe fornito a Wiki-leaks materiale poi utilizzato per screditare la candidata democratica, notoriamente invisa a Putin. Già lo si sospettava, vista la tempistica delle rivelazioni presunte di Wikileaks. Democrazia indebolita per l’interferenza dell’antagonista russo. Ma anche per il grossolano mancato rispetto degli impegni elettorali. Ricordate? Il magnate aveva tuonato contro l’establishment, contro la finanza di Wall Street, proponendosi come l’antagonista del big business. Oggi, la lista delle “nomination” annunciate alla Trump Tower vede svettare personalità di una delle maggiori e più controverse banche di investimento al mondo. Il cui Gotha entra di prepotenza alla Casa Bianca. Sarà lei, la Goldman Sachs, con Gary Cohn, il suo presidente, a dirigere l’economia del Paese, mentre il Tesoro è stato affidato a un altro suo big, Steven Mnuchin. Quanto alla politica estera, sarà probabilmente gestita da Rex Tillerson, amico di Putin (guarda caso), numero uno del colosso petrolifero Exxon Mobil. Nel concitato dopo voto, la culla della democrazia moderna si presenta traballante e con la poco edificante immagine di notabili repubblicani in pellegrinaggio alla Trump Tower, vera reggia presidenziale, a mendicare nomine presso l’uomo che fino a poco fa consideravano incompetente e inadatto. Il declino democratico raggiunge infine il suo acme nel contesto dell’equilibrio dei poteri. Il ‘balance of power’ rischia di essere azzerato con la nomina alla Corte suprema di un candidato trumpista puro: non vi sarebbero virtualmente più argini allo strapotere del candidato che la maggioranza degli americani non ha voluto. Strada spianata a qualsiasi deriva. La malattia della democrazia americana rischia di non essere passeggera. La “terra dei liberi e la patria dei coraggiosi”, come recita l’inno nazionale, è oggi un Paese malato nelle sue istituzioni. E la più vecchia democrazia dell’epoca moderna è oggi chiaramente da ripensare.

2.12.2016, 10:282016-12-02 10:28:25
Giuseppe D'Amato

Putin ‘offre’ all’Occidente la disponibilità al dialogo

Segnali di disgelo dall’Est. Con il suo discorso sullo stato della Federazione e con la successiva pubblicazione delle nuove linee guida in politica...

Segnali di disgelo dall’Est. Con il suo discorso sullo stato della Federazione e con la successiva pubblicazione delle nuove linee guida in politica estera Vladimir Putin mostra disponibilità a riallacciare il dialogo con l’Occidente. Come in America Donald Trump pone al primo posto gli interessi nazionali davanti a tutto il resto, così fa il capo del Cremlino. Con gli Stati Uniti la Russia si attende il “reset” nelle relazioni bilaterali, ma “non accetta la giurisdizione Usa extra-territoriale e le pressioni” di ogni genere. L’Unione europea è “un partner politico ed economico interessante” e la Federazione mira ad una “cooperazione stabile e prevedibile”. L’abolizione dei visti con l’Ue sarebbe un passo stimolante. I cardini della dottrina per l’estero sono la sicurezza nazionale, la sovranità e l’integrità territoriale, il rafforzamento degli istituti democratici. Mosca osserverà anche con attenzione che le sue merci non vengano discriminate lontano dai propri confini in un momento in cui, ha spiegato il presidente ai notabili del Paese, si alzano barriere ed il protezionismo sui mercati crea nuovi problemi. “Siamo contrari all’allargamento della Nato, all’avvicinamento di strutture militari straniere alle frontiere”, dice la Russia, che vuole essere trattata come partner alla pari dall’Alleanza atlantica in un’ottica di comune sicurezza. La crisi ucraina va risolta con “metodi politico-diplomatici”, ma non si comprende perché, allora, non siano stati rispettati gli impegni assunti due anni fa a Minsk. Mosca non si attende guerre di grandi proporzioni, ma sono maggiori i pericoli di “conflitti regionali e dell’escalation di crisi”. Il Cremlino è contrario a qualsiasi intervento militare, che violi la sovranità degli Stati. Il riferimento alla Siria è chiaro. Vladimir Putin, in sintesi, mette le mani avanti e propone un programma per i futuri rapporti nel post-Obama. Ma non sarà facile, anche perché difficilmente i repubblicani Usa, in maggioranza “russofobici” (classica definizione della propaganda), cancelleranno le sanzioni. Ecco quindi che davanti alla sua gente il capo del Cremlino ha sostenuto che le misure restrittive occidentali non sono un problema per l’economia nazionale, che si sta diversificando. Indirettamente Putin risponde così alle accuse di aver sbagliato il modello di sviluppo e di non aver previsto la crisi delle materie prime. Il fatturato del Paese (il Pil prodotto) è passato dai 2’031 miliardi di dollari nel 2014 ai 1’326 nel 2015. La Russia è diventata povera, poiché sono venute a mancare le entrate da petrolio e gas, pari a più del 50-55% del bilancio statale. Fermare questa parabola discendente non sarà per niente facile. Ma se non vi si riuscirà, la missione di Putin di conservare per la Russia un ruolo di primo piano sul palcoscenico internazionale diventerà disperata. Un ultimo elemento: il 2017 segnerà il centenario delle rivoluzioni di febbraio e di ottobre. Mosca non vuole lezioni da altri, è il messaggio. Il “silenzio” sul comunismo e la scarsa conoscenza della storia patria hanno portato a mistificazioni. Non deve sorprendere che sia stato appena innalzato un monumento ad Ivan il terribile, uno dei più sanguinari autocrati del Paese.

Giornalismo, il nostro mestiere.

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21.11.2016, 10:002016-11-21 10:00:06
Aldo Sofia

Angela candidata anti-Donald

Assicura un sondaggio che in Francia (dove il centrodestra ha affrontato ieri il primo test verso le presidenziali) non si registra un “effetto Trump”. Vai a crederci, dopo le figuracce...

Assicura un sondaggio che in Francia (dove il centrodestra ha affrontato ieri il primo test verso le presidenziali) non si registra un “effetto Trump”. Vai a crederci, dopo le figuracce della categoria dei moderni aruspici, vedi Brexit e Trump che entra alla Casa Bianca. Meglio stare ai fatti. E i fatti, per ora, ci descrivono un’Europa disorientata di fronte alla svolta statunitense, che al di qua dell’Atlantico rischia di aprire nuovi e profondi solchi in una Ue già abbondantemente divisa nel momento in cui avrebbe invece bisogno del massimo di coesione. L’imprevedibile (soprattutto nel senso di non previsto) 45esimo presidente degli Stati Uniti, sta preparando la sua “squadra”, naturalmente orientata a destra, e le prime scelte non sono certo tranquillizzanti, visto lo sdoganamento anche di razzisti, xenofobi, islamofobi, antisemiti, suprematisti bianchi, sostenitori degli ultra-conservatori del tea-party, e anche di un generale nominato consigliere per la sicurezza che sostiene di voler cancellare l’accordo sul nucleare con l’Iran (poi ci spiegherà come continuare la lotta allo Stato islamico senza il contributo militare e sul terreno dei pasdaran di Teheran e dei suoi alleati sciiti). E non c’è solo questo. C’è pure, nei dirigenti europei, la preoccupazione che “Il Donald” vari davvero quel protezionismo che ha predicato in campagna elettorale, ed è stato l’elemento chiave per convincere la classe media ed operaia effettivamente impoverita o esclusa dalla mondializzazione. Conseguenze: esportazioni più difficili verso un’America ancor più tutelata da dazi che già non mancano; ulteriore indebolimento politico dell’Europa nei confronti di Stati Uniti, Cina e Russia; nuove velleità degli Stati orientali “euroscettici”, più compiacenti verso Washington che non nei confronti della sfilacciata comunità europea. Aumenta dunque il pericolo di una crescente evanescenza continentale, mentre la nuova Casa Bianca non le farà sconti sul finanziamento della Nato (oggi al 63 per cento sulle spalle degli Stati Uniti). Sperare, sull’onda di queste solide preoccupazioni, in una reazione finalmente unitaria, concreta e progettuale è davvero difficile. I cosiddetti populismi europei – incoraggiati dal trionfo trumpista – non hanno certo i giorni contati. In un simile contesto, è certo apprezzabile che Angela Merkel – la meno intimorita dalle forze anti-sistema nel vecchio continente – abbia annunciato di volersi candidare per la quarta volta alla cancelleria, superando il suo “mentore” Helmut Kohl. Assediata dai sondaggi sfavorevoli, da una contestazione nazionalista, eurofobica ed anti-immigrazione che ha fatto presa anche nel suo partito, la Merkel conferma la sua coerenza, il suo coraggio, e la sua capacità tattica. Si tratta infatti di un annuncio che segue di poco la decisione della stessa Cdu di appoggiare la candidatura del socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier alla presidenza della Repubblica. L’Spd dovrebbe ricambiare nel 2017, sostenendo un’Angela Merkel che tenterà di battere il record del suo mentore Helmut Kohl. Insieme a quello francese per la scelta del nuovo presidente, il prossimo sarà un anno test. E la “scelta di Angela” (uno stile e una politica agli antipodi del “tycoon americano”) può essere considerata la prima risposta europea a Trump. Comunque vada a finire.

16.11.2016, 11:052016-11-16 11:05:34
Giuseppe D'Amato

Mosca studia le mosse di Trump

Una lieta sorpresa densa di preoccupazione. Nonostante le dichiarazioni di segno opposto erano in pochi in Russia ad attendersi la vittoria di Donald Trump. Se mesi fa si faceva il tifo...

Una lieta sorpresa densa di preoccupazione. Nonostante le dichiarazioni di segno opposto erano in pochi in Russia ad attendersi la vittoria di Donald Trump. Se mesi fa si faceva il tifo contro Clinton – per il suo ruolo nelle manifestazioni moscovite contro il terzo mandato presidenziale per Putin nel 2011 – successivamente ci si era abituati all’idea di averla alla Casa Bianca. Una quindicina di giorni fa i Ministeri delle finanze e degli esteri avevano ipotizzato per i prossimi quattro anni un periodo complesso nelle relazioni internazionali con ripercussioni in economia. Il significato era chiaro: a Washington vi saranno gli stessi interlocutori che con Obama. Invece è andata diversamente. Quasi al termine della nottata elettorale, quando il risultato appariva evidente, il canale ‘Rossija 24’ vicino al Cremlino ha trasmesso inaspettatamente una lunga intervista ad un esperto, Nikolaj Slobin, in cui questi spiegava che gli americani avevano votato in quel modo per questioni interne e non internazionali, come da mesi – al contrario – la propaganda sbraitava in Russia. In sintesi: con Clinton si sapeva già in partenza cosa aspettarsi; con l’imprevedibile Trump, no; il prossimo presidente Usa definirà il suo programma per l’estero nei prossimi mesi; se Mosca in Siria si gioca molto, per Washington non è una partita fondamentale. L’elezione del tycoon ha temporaneamente fermato le operazioni militari russe in Medio Oriente, nonostante la Flotta artica sia giunta a destinazione seguita da uno stuolo di sottomarini della Nato. Secondo media occidentali, i russi preparavano il benvenuto a Clinton con un attacco in grande stile ad Aleppo. Eletto Trump, il programma non è cambiato, come dimostra la ripresa dei bombardamenti sulla città. A essere cambiato è il vento: tra due mesi a Washington non siederà più Barack Obama, contrario a qualsiasi azione armata di grande portata. Che posizione avrà, invece, Trump? Sarà interventista come Bush in politica estera o metterà in piedi una santa alleanza contro il terrorismo? L’elezione di Trump potrebbe ora cambiare i piani della Russia, impegnata a riguadagnarsi spazio sull’arena internazionale. Contemporaneamente il Cremlino ha l’occasione per rilanciare le relazioni con la Casa bianca. Ma le sanzioni contro Mosca rimarranno in vigore? Più osservatori sottolineano come Trump avrà il problema di doversi confrontare con un Congresso e un Senato, repubblicani sì, ma apertamente anti-russi. Le denunce di attacchi hacker federali contro siti americani hanno esacerbato gli animi. Ecco la ragione per cui gli specialisti moscoviti non nutrono speranze di cancellazione delle sanzioni nel 2017. Il voto Usa potrebbe avere comunque un’influenza sull’economia russa: il prezzo del petrolio – fondamentale per le entrate federali – è sceso, il dollaro si è indebolito e c’è il serio rischio dell’aumento dei tassi di interesse della valuta statunitense. Quest’ultima misura provocherebbe ulteriori buchi nel bilancio già alle prese con le pesanti spese militari. Un bel biglietto da visita per Mister Trump!

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15.11.2016, 10:002016-11-15 10:00:39
Roberto Antonini

America: altro che antipolitica!

Una spaccatura lacerante (neri, ispanici, donne, redditi bassi, città, giovani che non hanno votato per Trump) e un futuro gonfio di incognite: i primi segnali già smentiscono il...

Una spaccatura lacerante (neri, ispanici, donne, redditi bassi, città, giovani che non hanno votato per Trump) e un futuro gonfio di incognite: i primi segnali già smentiscono il programma elettorale del candidato Trump. L’offensiva anti-establishment, considerata tra le ragioni principali del successo del magnate si è arenata ancor prima di iniziare. Chief of staff sarà Reince Priebus, capo del Partito repubblicano, mentre il posto di chief strategist è andato a Stephen Bannon, ex di Goldman Sachs, dirigente del sito estremista di (dis)informazione Breitbart News. Anche il team di transizione fotografa una logica antitetica a quella promessa. Vi troviamo in effetti oltre a 3 figli del nuovo presidente un manipolo dei tanto dileggiati “Washington insiders”, personalità di spicco del lobbismo e della finanza. A cominciare da Steven Mnuchin (pure Goldman Sachs), uno dei più influenti banchieri di Wall Street, a James Dimon ex Ceo della Morgan Chase, fino ai dirigenti della Encana Oil Corporation. Nel 2008 Barack Obama aveva depennato dalla lista delle candidature i lobbisti attivi nell’anno precedente. Ma i tempi sono decisamente cambiati. “Altro che distruggere l’establishment”, ha tuonato il repubblicano Peter Wehner, ex consigliere di Reagan e dei due presidenti Bush. Promosso il big business dunque, mentre si prospetta una riforma liberista della finanza simile a quella attuata da Ronald Reagan. Anche la short list dei papabili al governo conferisce alle promesse elettorali le fattezze di un enorme inganno: Newt Gingrich, ex presidente della Camera, in predicato per gli Esteri, è un interventista vecchia maniera, così come lo è Stephen Hadley, una delle menti della guerra in Iraq del 2003. Gli altri ministeri andranno a vecchie conoscenze dell’establishment politico più incattivito (i cosiddetti stay angry): tra i nomi più gettonati quelli del senatore ultraconservatore dell’Alabama Jeff Sessions e di Rudy Giuliani (Giustizia) di personalità molto divisive, come Ben Carson (Educazione), creazionista, uno dei rari repubblicani neri, mentre agli Interni spiccano i nomi dell’ineffabile Sarah Palin e dello sceriffo “più duro d’America”, Joe Arpaio. Anche se l’ipotesi di una politica commerciale più protezionistica appare realistica (ma invisa a molti repubblicani) è tuttora impossibile capire la direzione che assumerà questo Paese disunito, scelta dai “white voters” ma non dalla maggioranza degli elettori. Coerente con le promesse – purtroppo – è l’impegno ribadito a smantellare la politica ambientale costruita con enorme fatica da Obama: la demolizione è affidata a M. Ebell, lobbista legato al colosso ExxonMobil. In un clima avvelenato, con un crescendo di aggressioni, c’è chi – come il neoconservatore Robert Kagan – paventa il rischio di tracimazioni autoritarie e di un “fascismo alle porte dell’America”: paura della globalizzazione, identità nazionale indebolita, xenofobia, come cocktail esplosivo che accomuna gli anni 30 e il nostro presente. Visione apocalittica che non tutti però condividono a cominciare da Robert Paxton: pur individuando alcuni parallelismi con il passato, il grande studioso del fascismo si dice convinto che in questa America inquietante la democrazia e il rispetto delle istituzioni siano al momento ancora dei valori forti, condivisi anche dalla nuova classe dirigente.

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