Tutti quanti voglion fare jazz

laRegione 25 anni
13.9.2017, 18:222017-09-13 18:22:03
Katiuscia Cidali @laRegione
Katiuscia Cidali @laRegione

Tutti quanti voglion fare jazz

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“Tutti quanti voglion fare jazz, perché resister non si può, al ritmo del jazz”. Quando senza accorgermi mi ritrovo a canticchiare questa canzone del cartone animato ‘Gli aristogatti’, ripiombo subito bambina. La passione per i classici Disney torna viva con quelle storie fantastiche, di serve che diventano principesse, di bestie che si trasformano in principi o di mitici gatti musicisti che suonano in scatenate formazioni jazz. Storie magiche che facevano viaggiare, con personaggi così intriganti da indurre i piccoli spettatori a ricordare, senza nemmeno volerlo, ogni battuta pronunciata. “La Sirenetta”, “La bella e la bestia” o “Il re leone” non avevano segreti, le loro parole e le canzoni delle colonne sonore erano cristallizzate nella mente dei bambini, le loro immagini disegnate, o forse pasticciate, sui fogli. Si infilava la videocassetta nera nel registratore, si premeva ‘play’, ci si metteva comodi e ci si preparava per un altro fantastico viaggio.

Chi, come chi scrive, a inizio anni Novanta aveva ancora quasi tutti i denti da latte, magari avrà pure vissuto la sua prima esperienza al cinema per vedere uno di questi cartoni animati. Non è difficile immaginare che per i genitori, accompagnare i propri pargoli a vedere “Il Re leone”, non sia stato poi così un peso… Sicuramente lo facevano volentieri anche se dopo non si lasciavano andare al canto di ‘Hakuna matata’ (tradotto: ‘Senza pensieri’) di Timon e Pumbaa, che invece i piccoli cantavano a squarciagola l’indomani a scuola. Un canto – la cui musica era scritta da Elton John – che il suricato e il facocero cantavano per invitare il leoncino Simba a lasciarsi alle spalle i problemi e concentrarsi sul presente con ottimismo. Cartoni animati che trasmettevano ai bambini messaggi importanti e positivi, affrontando temi come la morte, utilizzando il canto come vettore. Educativo ma non pesante, un linguaggio semplicemente efficace, su musiche scritte da grandi artisti.

Poi, a metà anni Novanta, lo sviluppo della grafica tridimensionale e la comparsa di personaggi dai colori sgargianti, dalle forme più arrotondate che hanno preso il posto dei cartoni in 2D disegnati a mano, ora praticamente scomparsi perché troppo impegnativi da realizzare. Il 3D rende, è più veloce, meno costoso e più redditizio. Eppure venticinque anni dopo, le canzoni che ronzano in testa e che fanno cantare sono ancora quelle degli aristogatti.