Google ricorda l’ominide Lucy ma cade sulla ‘scala naturae’

Pensiero
24.11.2015, 16:412015-11-24 16:41:47
Ivo Silvestro @laRegione
Ivo Silvestro @laRegione

Google ricorda l’ominide Lucy ma cade sulla ‘scala naturae’

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Oggi, invece delle due ‘o’, nella pagina principale di Google sono apparsi una scimmia, un ominide e un uomo: una modifica temporanea del logo utilizzata dall’azienda per sottolineare eventi e anniversari – recentemente ne abbiamo avuto uno per le elezioni federali – e che in questo caso ricorda il 41º anniversario del ritrovamento di Lucy, la femmina di Australopithecus afarensis vissuta 3,2 milioni di anni i cui resti, molto ben conservati, sono stati scoperti, appunto, il 24 novembre del 1974 ad Afar in Etiopia da Donald Johanson Yves Coppens e Maurice Taïeb mentre ascoltavano – così si racconta – ‘Lucy in the Sky with Diamonds’ dei Beatles, da cui il nome con cui il reperto è passato alla storia.

Un’occasione per ricordare un’importante scoperta e – cosa che non fa mai male – l’origine e l’evoluzione dell’uomo. Il problema è che l’immagine realizzata dal grafico Kevin Laughlin per Google è concettualmente sbagliata perché presuppone un’evoluzione lineare.
«L’idea che un qualche essere sia alla fine di una lunga catena, con altri inferiori che lo precedono, è stata sistematizzata da Platone – ci spiega il biologo e giornalista Marco Ferrari, autore dell’interessante ‘L’evoluzione è ovunque’ (Codice 2015) –. Che poi alla fine di questa catena, o scala, ci siano Dio, angeli, demoni o l’uomo, cambia secondo le epoche». Percorrendo i gradini di questa scala ideale troviamo «animali che vanno dai più semplici ai più complessi, dai più ottusi ai più intelligenti, dai più umili ai più elevati» fino a trovare, ovviamente, l’uomo.
Il concetto, definito anche ‘scala naturae’, ha un appeal così potente che nonostante secoli di ricerca e almeno 156 anni di biologia moderna spunta sempre da qualche parte» come nell’immagine scelta da Google che ripropone, semplificata, «la sequenza dalle scimmie antropomorfe agli australopitechi ai primi Homo all’uomo moderno, usata anche dai meglio intenzionati per rappresentare l’evoluzione di Homo sapiens».
Ma questa evoluzione, conclude Ferrari, «è un processo molto più complesso, in cui moltissime specie si distribuirono nel tempo e nello spazio, senza una precisa linearità né soprattutto un fine prestabilito. La nostra specie è così una delle tante appartenenti al “cespuglio” degli ominini; l’unica però che ha avuto la fortuna, o la capacità, di sopravvivere».