Alle radici di sé

Culture
19.5.2017, 17:552017-05-19 17:55:22
Claudio Lo Russo @laRegione
Claudio Lo Russo @laRegione

Alle radici di sé

Allegati

È partito a dieci anni, Natale Giacomo Piezzi, con le sue poche cose e la speranza di  trovare un futuro di là dal mare, in Australia. Con lui c’era il suo amico Celestino Lesina, dodici anni. Oggi li chiamerebbero “minori non accompagnati”, granelli invisibili di una storia che ritorna e ritorna. Era la metà dell’Ottocento e di certo, dopo i consueti cinque mesi di viaggio, giorno più giorno meno, in condizioni bestiali, Natale in Australia ci è arrivato e anni dopo si è sposato. Non è mai tornato in Vallemaggia, non è dato sapere se perché arricchitosi o perché, come tanti altri ticinesi, non ha mai guadagnato abbastanza per pagarsi il viaggio di ritorno. Del resto l’andata l’aveva pagata la metà, regalo o ricatto per la sua giovane età. Quel che conta è che Natale Giacomo Piezzi è stato il più giovane emigrante ticinese: aveva dieci anni.

Il protettore di Foscolo a Roveredo

Si fanno scoperte sorprendenti, a volte spiazzanti, quando si entra in un archivio. Lo sa Renato Simona, presidente della Società genealogica della Svizzera italiana che ieri, nella Biblioteca cantonale di Bellinzona, ha aperto la mostra che celebra i vent’anni di attività della Società. Il nome di Natale Giacomo lo ha scovato lui, ricostruendo l’albero  genealogico della famiglia Piezzi. All’altro capo della Storia, si è imbattuto insieme con altri soci della Società (sono 200 in tutto, dopo essere partiti in 30 nel 1997) in Clemente Maria a Marca, che sul finire del ’700 studiò anche a Ratisbona, prima di rientrare in Moesa, divenire ultimo governatore della Valtellina, membro del governo grigionese e protettore del soggiorno di Ugo Foscolo a Roveredo nel 1815. Tutto questo dando seguito all’impulso di risalire lungo le generazioni di una famiglia, oppure di andare in profondità, alle sue “radici”, come recita il titolo dell’esposizione.

Nell’atrio della Biblioteca si possono trovare esposti molti alberi genealogici, ma pure documenti, fotografie, testimonianze, frammenti quanto mai eterogenei della storia di questa regione, sottratti alle tante storie delle sue famiglie. Si possono reperire pure le informazioni basilari per avviare una ricerca sul proprio albero genealogico, oppure gli indirizzi dei siti online che a livello svizzero e internazionale si offrono come strumento per ricostruire i movimenti di esseri umani spesso dimenticati, la cui piccola vicenda aspetta di essere strappata all’oblio, per illuminare un brandello di una Storia molto più grande. Fra i tanti: cognomix.it o libertyellisfoundation.org/passenger.

Mussolini in cartiera a Canobbio

Fra le molte curiosità, l’albero della famiglia Fumagalli di Canobbio racconta di una cartiera attiva fra il 1712 e il 1903, dal cui libro paga risulta che a inizio Novecento vi trovò impiego pure un certo Benito Mussolini. Nel vecchio albero dei Riva di Lugano, si arriva a scoprire l’esistenza di un certo Ser Benedetto, nato attorno al 1380, capostipite di una famiglia dalle ramificazioni difficilmente abbracciabili in uno sguardo, ma che arrivano fino a noi. Gli antenati di Giuseppe Zoppi, a Broglio, invece, si viene a sapere che nel ’600 si chiamavano Zoppo. E c’è pure quell’onsernonese che, partito senza niente per la Francia di fine ’700, è diventato generale dell’esercito di Napoleone (ma non si sa se sia finito meglio di lui).

‘Nessuno voleva fare l’albero genealogico.
Ho detto, bon, lo faccio io, anche se non so
da dove cominciare’.

Ieri a Bellinzona ci siamo intrattenuti un po’ con Renato Simona, un signore molto simpatico, nei cui occhi brilla una passione viva, allegra, ma piena di modestia. Tutt’altro che il prototipo del “topo d’archivio”. Lo conferma il racconto divertito del suo viaggio in California, qualche anno fa, per rispondere all’invito di un certo Jim Tunzi e della grigliata entusiasta che li attendeva a Eureka, terra di discendenti di ticinesi. Del resto, ci dice, «ci avevano invitato, non potevamo dire di no». Come dargli torto?

Comunque, ci racconta il signor Renato, lui nella Società è arrivato alcuni anni dopo la sua fondazione. Mentre la Società svizzera di studi genealogici risale al 1933, nel 1997 qualcosa di simile ancora non c’era nella Svizzera italiana. «Io ho iniziato a fare ricerche genealogiche nel 1998 – ci dice Simona – ma non sapevo dell’esistenza della Società. Tutto è partito dall’idea della mia famiglia allargata di fare un grande raduno a Locarno per l’anno 2000. Nessuno però voleva fare l’albero genealogico. Ho detto, bon, lo faccio io, anche se non so da dove cominciare».

E da dove ha cominciato? «Sono andato in parrocchia a Locarno, ho iniziato a consultare i libri di battesimi, matrimoni e morti, dalla fine del ’500 in poi. Alla fine ci ho dedicato circa 1’200 ore di lavoro, ma ho trovato anche i Simona in Argentina, discendenti del fratello di mio nonno. E alla festa sono arrivati parenti anche dal Brasile, dalla Spagna e dall’Italia. È venuta pure la tv, anche se nessuno di noi l’aveva chiamata».

 

Come lui tanti altri appassionati hanno sviluppato una competenza, che la Società condivide con il pubblico nei suoi “pomeriggi genealogici”. Ecco, da dove cominciare una ricerca? «Il primo passo è nella famiglia, cercando fotografie, lettere e documenti. Poi si passa agli archivi regionali: il comune, il patriziato e la parrocchia. Ci sono poi l’Archivio di Stato ed eventualmente anche altri archivi in Svizzera o all’estero ». A seconda di che cosa emerge dalla ricerca...