Randy Newman e la materia oscura

Culture
8.9.2017, 05:552017-09-08 05:55:59
Beppe Donadio @laRegione
Beppe Donadio @laRegione

Randy Newman e la materia oscura

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Parte un “Welcome, welcome, welcome”. È una voce rauca da anziano al bar che ha alzato un tantino il gomito e sta per proferire scomode verità. Dopo 9 anni di attesa, 2 songbook, un live ufficiale a Londra e tanti cartoons, è tornato Randy Newman con “Dark Matter” (“Materia Oscura”). È tornato per chi si fosse perso il concerto di Lucerna del 2014, una delle poche, centellinate occasioni europee nelle quali ascoltarlo (le “Baloise Sessions” televisive, ahinoi, non lo annoverano, nemmeno a notte fonda). È tornato, soprattutto, per chi si fosse perso quel tratto di carriera che va dall’esordio fino a “You can leave your hat on”, brano indissolubilmente legato alla domanda “Ah, ma non era di Joe Cocker?”.

Settantatre anni, immagine tutt’altro che da rockstar, Randall Stuart Newman è di famiglia ebrea, discendente e coevo di una dinastia di compositori legati a Hollywood. Sino a “Good Old Boys” (album del 1974), Newman è artista di nicchia che vivacchia tra il 100esimo e il 200esimo posto in classifica. Quel concept album (con metà Eagles ai cori) incentrato sul sud degli Stati Uniti, ha la sua incudine in “Rednecks”, duplice presa per i fondelli rivolta tanto al suprematismo quanto a chi etichetta il sud come razzista a prescindere.

Ma è con “Short people” (da “Little criminals”, 1977) che il pianista ha – da solista – ampio riscontro commerciale. La canzone è un nuovo sberleffo incentrato sulla bassezza (morale) umana. Qualche ‘tappo’ dello stato del Maryland la prese sul personale, tentando di bloccarne la diffusione radiofonica, alimentandone – come sempre accade in caso di anatemi contro le canzonette – la diffusione.

Se poteva risultare impensabile che il cantante preferito da Charles Bukowsky potesse trasformarsi nel nonno buono di milioni di bimbi americani scrivendo e cantando “You’ve got a friend in me” per “Toy Story”, assai meno strano è il fatto che Randy Newman veda il suo momento più popolare legato alla lingerie di Kim Basinger; non è strano nemmeno che il compositore abbia ricevuto dall’Academy conservatrice due Oscar per due cartoons (l’altro è “Monsters Inc.”).

Il politicamente scorretto Newman in musica tanto somiglia al politicamente scorretto Moore (Michael) nel cinema. Ovvero, nonno Randy canta di tanto in tanto quello che una certa parte d’America non vorrebbe ascoltare. Lo ha fatto con la leggerezza tipica di chi è abbastanza libero e acuto da scorgere il re nudo e di poterlo descrivere fedelmente, senza fingere che questi abbia ancora un solo calzino, o un cerotto sui calli. La scure della satira di Newman si è abbattuta sin dal 1977 sugli Stati Uniti guerrafondai cantati in “Political Science”, quelli che siccome “Nessuno ci ama, non so perché”, allora sganciano “The Big One” – intesa come bomba – perché tanto “l’Asia è affollata, l’Europa è troppo vecchia, l’Africa è troppo calda, il Canada è troppo freddo”, ma soprattutto “il Sudamerica ci ha rubato il nome”.

La satira non manca in “Dark Matter”, puro nella sua natura acustica, prodotto da David Boucher, Mitchell Froom e dall’amico d’infanzia Larry Waronker. Le orchestrazioni sono quanto di più familiare e i testi caustici, approfonditi poco più in basso su questa pagina. Forse un calzino del re è rimasto, ovvero la canzone dedicata a Donald Trump, esclusa dall’album – parole dell’autore – “per non abbassare il livello della conversazione, già sufficientemente basso”. Trattasi, in breve, della comparazione del membro del presidente con il proprio, e la constatazione che “my dick is bigger than your dick, I can prove it”, dove “my” (il mio) è da attribuirsi al pianista e “I can prove it” sta per “posso produrre le prove” (per la comprensione integrale, si rimanda al traduttore, ndr). Di quel brano, che forse non ascolteremo mai, nato dall’autocelebrazione di Trump del proprio “package” (“pacchetto”, da vocabolario) durante un dibattito repubblicano, Newman ha dichiarato di non andare troppo fiero. Sottolineando, però, di non avere alcuna intenzione di scusarsi.

 

Bastone e carota, comme d'habitude (ascoltando "Dark Matter")

Persa la troppo sboccata Trump-song, in questo “Dark Matter” brillano le Putin girls, vocalist di sesso femminile alle prese con il giochino lessicale “Putin, put in, puttin’”, una cosa di “Papaveri e papere” memoria. Vanno in scena in un’operetta dedicata al presidente russo (intitolata guardacaso “Putin”) che del Vladimir irride il machismo, pescando dalle sue posizioni omofobe (“quando si toglie la t-shirt mi viene voglia di essere donna”). L’artista dice di non esserci andato troppo pesante (“sebbene sia una persona terribile”, così alla stampa americana).

Il disco si apre con “The Great Debate”, suite stralunata ambientata nel Nord Carolina, “cuore del triangolo della ricerca” nel quale evoluzionisti e “veri credenti” si confrontano sui massimi sistemi, prorompendo in un gospel conclusivo che ha il rif di “Glory Train” (dal suo “Faust”, anno 1995). In “Brothers”, i fratelli Kennedy riflettono sull’imminente invasione della Baia dei Porci, della quale non sembrano convinti. Il motivo è la necessità di preservare la cantante Celia Cruz da eventuali rischi (“conosci la musica cubana, Bob?”). Tutto scorre sopra una noia esistenzial-presidenziale che pervade la Casa Bianca: “Questa è la nostra casa, adesso. Comportiamoci come se lo fosse veramente. Considerati quelli che sono passati di qua, forse è il caso di farlo”.

La storia del bluesman Sonny Boy Williamson è contenuta nella quasi omonima “Sonny Boy”, storia vera di un musicista la cui fama come armonicista non bastò ad evitargli il furto d’identità ad opera di Aleck Miller, che si faceva chiamare esattamente come lui. Un’unicità ristabilita, almeno nell’aldilà, dopo la morte del primo durante una rapina (“Now I’m the only bluesman in heaven”).

Tra i graffi, una carezza, nella medesima alternanza tra bastone e carota vissuta in “Good Old Boys”, dove insieme a “Rednecks” e “Kingfish” stava pure “Marie”, come un giglio nel cestino della spazzatura di McDonald’s. La carezza qui si chiama “She chose me” (“Lei mi ha scelto”), scarna come la grafica del booklet, coi testi battuti a macchina e una sola foto in bianco e nero. Se ascoltata in auto, “She chose me” può suggerire di accostare al marciapiede e scendere a comprare dei fiori alla persona che si ama, quella che ci ha scelti.